ROVICE, IOSIAH

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ROVICE, Iosiah - Filosofo, n. il 10 nov. 1855 a Grass Valley (California) e m. il 14 sett. 1916 a Cambridge; professore nell'Università Harvard. Oltre Kant ed Hegel, SCHOPENHAUER, ARTHUR (v.), James (v.), cioè l'idealismo tedesco e il pragmatismo americano.

Dei suoi numerosi scritti i più significativi restano: The world and the individual (2 voll., Nuova York 1899-1901; trad. it., Bari 1913-16); The philosophy of loyalty (Nuova York 1903; trad. it., Bari 1911); The problem of Christianity (Nuova York 1913; trad. it., Firenze 1924-25).

pragmatismo (v.) il R. distingue tra «significato esterno» e «significato interno» dell'idea, la cui verità non consiste nella corrispondenza a una realtà esteriore, ma nel fine («significato interno») che essa si propone realizzare. L'idea è «strumento» di un fine: più che processo intellettivo, è processo volitivo, è una volontà che vuole realizzarsi. Però il fine di un'idea va considerato in rapporto al fine assoluto (di cui ogni fine è un momento), che può essere soltanto atto di una Coscienza assoluta o Volontà infinita, alla quale sono presenti (e li conserva) tutti i fini o le verità delle coscienze finite. Pertanto questa Coscienza è comprensiva di tutti i soggetti particolari, implica la totalità del tempo, è un presente attuale inclusivo di tutti i momenti del processo temporale. Questa Coscienza o Dio, per il R., è il mondo stesso, che è una «totalità individuale», in cui i frammenti dell'esperienza finita si ritrovano racchiusi e le nostre individualità completate e perfezionate. In Dio così concepito trovano posto non solo il tempo, ma anche l'errore, il dolore, la sconfitta ecc. e insieme la correzione e il superamento di tutti questi limiti e, per conseguenza, l'adempimento e la pienezza delle volontà individuali. Il mondo, che è Dio stesso, è il realizzarsi, attraverso di noi, della perfezione di Dio e, con essa, della nostra, in quanto in Dio si conservano, a differenza di quanto aveva sostenuto F. H. Bradley (v.), le coscienze individuali. Era difficile per il R. giustificare questa conservazione dei soggetti finiti in una concezione così ra

dicalmente panteista. Egli tentò due volte l'impossibile impresa: prima, giovanosi della teoria dei numeri di G. Cantor e di R. Dedekind (l'Assoluto - il Mondo o Dio - è un sistema autorappresentativo, in cui è conservato la molteplicità degli individui, che sono uno con lui, in quanto esso è strutturalmente uno - un singolo sistema - e nello stesso tempo infinito come catena dei fini realizzati); e PEREA (v.) dell'interpretazione, come terzo processo conoscitivo (gli altri due sono la percezione e il pensiero). L'interpretazione comporta tre termini: l'interpretare che interpreta qualcosa a qualcuno. Ora, per il R., il processo d'interpretazione fa dell'universo una comunità spirituale realizzabile. Nessun individuo nel mondo può salvarsi da solo e da solo trovare la verità; ciò è possibile nella comunità universale. Questo sarebbe, secondo il R., il problema del Cristianesimo, specialmente di quello di s. Paolo (v.), che trova realizzato nella Chiesa o comunione dei fedeli il Regno dei cieli. Amore cristiano significa fedeltà alla comunità e la fedeltà a una missione liberamente scelta è il fondamento della morale.

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Evidentemente è la comunione dei fedeli, la Chiesa, e Dio in s. Paolo e nel Cristianesimo hanno ben altro senso da quello dato dal R. nel suo panteismo a tinte pragmaticistico-idealistiche, che ne è la negazione o l'antitesi. Basta pensare che il R. addita come strumento della realizzazione della «Grande Comunità» il sistema delle assicurazioni (The hope of the Great Community, Nuova York 1916).