SAINT-CYRAN DU VERGIER DE HAURANNE, JEAN, ABATE DI

SAINT-CYRAN Du Vergier de HAURANNE, JEAN, abate di. - Giansenista, n. a Bayonne nel 1581, m. a Parigi, dove svolse parte precipua della sua attività religiosa, l'11 ott.

1643. S

C., così chiamato dalla sua nomina ad abate dell'abbazia di S.-C. (1620) da parte del vescovo di Tours, insieme a Giansenio (v.) ARNALDISTI (v.) contribuì alla formazione del giansenismo e in modo particolare alla sua diffusione. Amico di Giansenio, che conobbe a Parigi ca. il 1610, fu di lui più pratico e positivo: Giansenio costruisce, S.-C. mette in moto la riforma e dà a questa una suggestione mistica e un piglio polemico.

Dall'Augustinus di Giansenio infatti si convince che Calvino fosse cristianizzato (racconta di lui s. Vincenzo de' Paoli: «il disait que Calvin n'avait pas mal fait, mais qu'il s'était mal défendu») e in Arnauld scelse l'avocato difensore di questa sua convinzione. Giansenio a Bayonne e Arnauld a Parigi, o più precisamente a Port-Royal, rappresentano i punti convergenti della sua amicizia. A Bayonne, a partire dal 1611, ebbe con Giansenio intimità di vita e di studi sopra i Padri e i Concili della Chiesa e con lui preparò un piano di riforma ecclesiastica (*Pilmo*) teologica ed ascetica, morale e disciplinare che cercò PORTO-ROYAL (v.) dove nel 1633 fu introdotto da Sebastiano Zamet quale confessore e direttore spirituale. La dottrina dogmatica di S.-C. BACIO (v.) e di Giansenio (v.) sulla giustificazione, sulla Grazia e sulla Predestinazione. Anche nella dottrina morale ripete il rigorismo penitenziale ed eucaristico, insieme al desiderio di ritorno alla primitiva semplicità liturgica e disciplinare intesa in senso calvinista.

Ma sopra a queste idee teologiche egli emise un grido di rivolta deformando la penitenza che espia in penitenza che condanna, e la preghiera che unisce in disquisizione che divide. Vuol cioè riformare la Chiesa senza il Cristo vivente (il Papa), lontano dalla Chiesa infallibile (Roma), fisso agli schemi di un riformismo sto-ricistico troppo personale e troppo sollecito agli influssi della polemica protestante. Se Giansenio pensava teoricamente di liberare la teologia da un preteso filosofismo e razionalismo che egli vedeva adunato nella scolastica, S.-C. l'accompagnò praticamente con un vivo desiderio di purificare la Chiesa, ch'egli diceva invischiata da errori e da cabale e da brogli curialeschi. La Compagnia di Gesù, egli asseriva, corrompe la scienza teologica con il molinismo, la vita cristiana con il probabilismo. La sua riforma avrebbe dunque attaccato insieme la Compagnia di Gesù nei suoi aspetti teologici e morali.

Amico del card. de Bérulle e di s. Vincenzo de' Paoli, che invano interponevano le loro amichevoli e sagge riserve ai suoi ardori di riforma, godeva immenso favore presso vescovi, prelati, donne pie, come la contessa di

Chantal, per la sua vita intemerata e il suo spirito ascetico. Ardente come un mistico, fu sempre pronto a perdersi per i suoi ideali, a gettarsi nella mischia. Aveva il dono di comunicarsi, sapeva infondere negli spiriti lo stesso ardore che l'animava non solo per forza di volontà, ma quasi per forza magica, per quel mistero di cui si concordava e per il tono profetico e il luminato con il quale pronunciava le sue decisioni.

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Quando, insospettito dalle sue idee innovatrici, «mauvaises maximes... fausse doctrine», il card. Richelieu lo fece arrestare il 14 maggio 1638 e incarcerare a Vincennes, dove rimase fino al 6 febb. 1643; alle premure di Condé per liberarlo, il cardinale rispose: «Non sapete che è più pericoloso di sei armate?». Questa prigionia contribuì ad affinare il suo spirito ascetico e a creare intorno al suo nome da parte dei giansenisti un alone di martirio.

Ebbe senza dubbio una piena coerenza tra le sue azioni e la sua dottrina la quale avrebbe potuto fare di lui il continuatore di s. Carlo Borromeo, di s. Francesco di Sales e del Bérulle se fosse riuscito a dominare la sua natura selvaggia e a reprimere la vanità che nasceva dalla sua erudizione e l'orgoglio della sua vita austera. Lo studio del cristianesimo più forte e vigoroso come quello dei Padri, poté così occupare per molto tempo il suo spirito senza toccare il suo cuore. L'Apologie pour la Roche-poay (Parigi 1615), i diversi opuscoli che pubblicò, tra cui le Lettres chrétiennes et spirituelles (ivi 1645) e in particolare le Oeuvres de Petrus Aurelius (4 voll., ivi tra il 1632 e il 1635) gallicanesimo (v.); le invettive contro i Gesuiti di Poitiers, le ingiurie scalate contro il p. Garasse, queste ed altre manifestazioni della sua anima tradiscono infatti quel vizio sottile che i mistici chiamano «collera spirituale». Un fondo ingrato, malattie fisiche e morali, l'influenza perniciosa del tempo, una libido sciendi che gli faceva giurare che «toutes les actions du monde ne sont rien en comparaison de la science», gli impedirono di riformare se stesso prima di riformare gli altri.

Ma nel secolo in cui visse si leva, a confessione unanime dei biografi e degli storici, non solo come uno dei più sapienti ecclesiastici francesi, ma come una delle anime più austere e più sensibili ai problemi religiosi.

BIBL.: C. Constantin, *Du Vergier*, in D'ThC, IV, coll. 1967-1975; J. Lafarrère, *Etude sur J. du V. de H.,* Lovanio 1912; H. Bremond, *Hist. litt. du sentiment religieux en France*, IV, II, Parigi 1929, pp. 36-175; J. Orcibal, *Les origines du giansenisme*: *Correspondance de Gansénius*, I, Lovanio-Parigi 1947; id., *Du V. de H.,* abbe de St-C. et son temps (1581-1618), II, ivi 1947; id., *St-C. et son temps, appendice, bibliogr. et tables*, III, ivi 1947.

BENVENUTO MATTEUCCI