SANFEDISMO. - L'invasione giacobina del 1796-98 fu ben lungi dal suscitare in Italia gli uni-
versali entusiasmi di cui favoleggia la storiografia liberale.
Se la libertà recata sulla punta delle balene francesi riuscì gradita a taluni ambienti borghesi, intiti di razionalismo e di volterianesimo, i ceti aristocratici e più ancora le masse popolari si levarono concordi a difesa dei troni e degli altari che la Rivoluzione d’altra le minacciava: di qui le sollevazioni piemontesi anche dopo che le autorità avevano ceduto e la famiglia reale era stata costretta a riparare in Sardegna; l’eroica resistenza dei Marcheschi delle valli bresciane (val Trompia e val Sabbia), fedeli alla Repubblica di S. Marco; il sanguinoso episodio delle Pasque Veronesi; le gesta degli Insorgenti della Toscana, delle montagne di Tolfa, delle Marche – i quali accorsero con i loro capannas sotto le bandiere del gen. Lahoz e ritorsero ai Francesi la piazzaforte di Ancona – e degli Abruzzi. Particolarmente imponente questa reazione – come fu chiamata – nel Regno di Napoli, dove i Lazzari si fecero massacrare per le vie della capitale dai Francesi e dai loro sostenitori, pur dopo la fuga del Re in Sicilia, e dove la breve vita della Repubblica partenopea fu costantemente posta in difficoltà dalla rivolta delle province, devote alla monarchia e alla religione. Furono questi ribelli del Mezzogiorno agli ordinamenti repubblicani a dirsi per primi «Sanfedisti», cioè combattenti della S. Fede; e su di loro massima mente contò il card. Fabrizio Ruffo per rafforzare il proprio esercito, dall’estrema Calabria giunto vittorioso fin sotto le mura di Napoli; e fu appunto al Ruffo e ai suoi sanfedisti che il governo repubblicano si arrese, con l’onorevole capitolazione, malauguratamente infranta dal Nelson.
I luttuosi avvenimenti che ne seguirono non sono imputabili, come ognuno sa, al cardinale, ma si fecero ricadere a torto su di lui, mentre è unicamente da addestri tagli, caso mai, lo scarso discernimento dimostrato nell’accogliere tra le proprie file intere bande di briganti desiderosi di rifarsi una vita, i quali non mancarono di perpetrare crimini non meno lamentevoli di quelli commessi dai cosiddetti «liberatori». Occorre pertanto sceverare nettamente ben individuate responsabilità di singoli e di gruppi per restituire al s. originale ed autentico l’innegabile merito di avere rappresentato, nell’Italia meridionale, la spontanea resistenza di popolazioni profondamente cattoliche e devote alle autorità legittime contro gli abusi, le violenze e l’opera scristianizzatrice di un governo instaurato e sostenuto dallo straniero, dispregio di tutte le tradizioni politiche e religiose locali: del che è testimone non sospetto Vincenzo Cuoco (cf. Saggi storico sulla rivoluzione, napoleon, 1799, specie ai capp. 16, 19 e 21). Con serena valutazione, W. Maturi (Enc. Ital., XXX, 639) ha scritto che il s. costituisce una «Vande italiana, su uno sfondo sociale più grande di quello di Francia, essere, espressione di un patriottismo a carattere locale anziché nazionale, ma non per questo meno degno di ammirazione. Gli storici di parte liberale, interessati a porre in cattiva luce il s., hanno esteso arbitraramente il significato originario del termine, comprendendovi anche i posteriori seguaci del restaurato Borbone, moralmente corresponsabili della spietata reazione, e, in genere, tutti i fautori dell’assolutismo nel mezzogiorno della Penisola. Sanfedisti si dissero altresì, in epoca successiva, gli aderenti a talune società segrete – sulla cui attività si è d’altronde scarsamente informata –, che si costituirono nello Stato pontificio subito dopo il 1815 in opposizione alle sette carbonarie: ma la loro azione venne sconfessata dal governo per evidenti motivi di opportunità e di giustizia.