SANNAZARO, JACOPO. - Poeta, n. a Napoli il 28 luglio 1456, m. ivi il 24 apr. 1530. Fu dell'Accademia del Pontano con il nome di Azio Sincero; visse nella corte degli Aragonesi fedelissimo all'infante Federico, che nel 1501, alla caduta della monarchia, seguì nell'esilio e non abbandonò fino alla morte (1504) di lui. Allora se ne tornò alla sua villa di Mergellina. Fu seppellito nella chiesetta attigua, nella tomba che s'era fatto preparare e che tuttora si conserva.
Ciò che pur v'è di singolare nella sua figura di letterato non rappresenta però un'eccezione; rientra anzi in una tradizione alla quale, su diversi piani, egualmente appartengono il Boiardo e il Castiglione. Come quelli fu insieme umanista e gentiluomo; ebbe del latino il sentimento quasi religioso degli umanisti; ma partecipò i gusti e le curiosità del profano mondo della corte, ch'era anche il suo mondo, e a questi venne incontro con l'opera della penna, segnatamente nei famosi Gibomneri, bizzarri componimenti in versi volgari; una specie di frottola, vero « gomitolo » (tale il significato della parola) o groviglio di argomenti tra loro disparatissimi, e talora in tono di indovinello, tenuti insieme dallo scherzo. Tra queste sue concessioni al gusto profano la più fortunata fu l'Arcadia, storia di Azio Sincero (il suo pseudonimo), che per fuggire le pene d'un mal corrisposto amore migra a cercare oblio e pace nel paese dei pastori, con uno dei quali si confida, ricevendone in cambio confidenze non meno penose. Poi un bel giorno, ispirato da un sogno e guidato da una ninfa, s'immerge nelle viscere della terra, raggiunge per quella via il nativo Sebeto e qui trova la notizia che la fanciulla, cagione dei suoi affanni, è morta. Questo, nella prima redazione del 1485, costituita di dieci egloghe e dieci prose, la quale girò a lungo manoscritta. Nel 1501 la mise alle stampe, arricchita di due egloghe e due prose. Che cos'è dunque l'Arcadia? È probabile che da prima il S. pensasse, come già il Boccaccio nel Ninfale Fiesolano, o anche nel Filocolo, di prender le mosse da vecchi noti spunti classici, e allegorizzare negli svolgimenti le vicende del mondo cortigiano. È in effetti questo fece, perché di siffatte allusioni il libro è pieno fino al pettegolezzo. Senonché egli era veramente umanista; e perciò questo materiale classico che nei suoi predecessori, specie nel Boccaccio, perdeva subito di serietà e, inquinato di toni petrarcheschi e provenzaleggianti, poteva finire in una magari inconsapevole caricatura di se stesso, con lui conserva fino in fondo la sua dignità e il suo fascino. Egli aveva un bel pensare che scriveva in volgare e che il suo pubblico a questa cultura era estraneo; i poeti latini continuavano a suggerirgli via via le loro reminiscenze, ed egli non poteva fare a meno di cesellarle con una prosa che risulta senza dubbio artificiosa, ma che finisce anche con l'essere la più vicina alla buona tradizione toscana che mai si fosse scritta a Napoli. Nella storia della letteratura volgare nell'Italia meridionale la prosa dell'Arcadia rappresenta un colpo di scena. Insomma, ne venne fuori un'opera strana, composita, raffinata, morbida e fredda a un tempo, e il primo ad avvertirvi dentro un contrasto tra intenzioni e cultura, tra forma e contenuto, probabilmente fu proprio lui, il S. E forse l'espressa già nelle parole « mal sicura è quella fama che non ha altro argomento che il giudizio del volgo ». Con tutto ciò l'opera ebbe una fortuna enorme: fu tradotta in tutti i nascenti volgari, rappresentò in tutto il mondo il Rinascimento italiano. Non è da sorprendere: senza saperlo, in pieno classicismo, con l'anticipo di qualche decennio, essa precorreva le tendenze dell'età classicistica. Perfetta-

in questo particolarmente cara. Noi abbiamo bisogno di scrittori come te, oggi che s'impugna inigno stilo la tradizione cristiana ». Certo grande è la distanza fra la semplicità del racconto evangelico e il fulgore dell'evocazione sannazariana, arricchita da intrusioni mitologiche; Cristo che si raduna d'attorno gli angeli può somigliare a Giove; la Letizia che scende sulla terra può assomigliare a Mercurio; può sorprendere che a profetare il Batt. simo di Gesù sia introdotto Proteo, e che la profezia sia evocata proprio dal cerulo re Giordano. Tuttavia in questo fiorito e caldo alessandrinismo bisogna andar cauti a parlare di stonatura. Quanto a parlare di insincerità, sarebbe ridicolo. La pietà che di qui traspira ha una sua gentilezza inconfondibile: la gentilezza del Rinascimento umanistico. Il S. scrisse anche egloghe piacatorie, ed elegie a Cassandra Marchese ed epigrammi, taluni dei quali non sembrerebbero di questo mite gentiluomo, tanto suonano amari.