SERRANO, GIOVANNI ANDREA

SERRANO, GIOVANNI ANDREA. - Vescovo di Potenza, calabrese n. a Castelmonado (ora Filadelfia, provincia di Catanzaro) nel 1731, m. a Potenza il 24 febbr. 1799, conosciuto come il maggiore rappresentante del giansenismo meridionale. Sino al 1759 visse a Roma Bottari (v.).

Frutto di questa educazione fu il De vita et scriptis Jani Vincentii Gravinae commentarius (1758) nel quale S. trovò modo di ironizzare sui casisti e schierarsi in favore dell'agostinianismo e contro il probabilismo. Durante il soggiorno romano conobbe Scipione de' Ricci, Pietro Tamburini e tutti i giansenisti che frequentavano l'Archetto, con i quali si mantenne in relazione, specialmente con il vescovo di Pistoia. Nel 1759 rientrò a Napoli e divenne professore e poi segretario dell'Accademia napoletana. Scrisse in quel periodo: De Sacris Scripturis liber, qui est locorum moralium primus (Napoli 1763), dove sostiene la necessità della diffusione della Bibbia e l'obbligo della sua lettura in volgare per uso di tutti i fedeli; De claris catechisticis ad Ferdinandum IV regem libri III (ivi, 1769), l'opera sua più celebre nella quale elogia i catechismi del Fleury e del Colbert, diffondendosi a descrivere le vicende di quello di Mesenguy e rivelando disprezzo verso la teologia scolastica e simpatia verso le idee riformiste dei giansenisti; l'Apologeticus (Napoli 1771). Al De claris catechisticis, P. Mamachi oppose un'opera Del diritto libero della Chiesa di acquistare e possedere beni temporali, nella quale rilevava dodici punti divergenti, e ciò nella sua qualità di Maestro del S. Palazzo. S. rispose con altrettante Riflessioni addotte a giustificare la sua ortodossia. Tale polemica s'accese in occasione della designazione del S. all'episcopato di Potenza (1782) da parte della corte di Napoli. Il Mamachi aggiunse contro altri ventiquattro articoli che rinnovavano e confermavano, allargandole, le precedenti denunce. Intervenne lo stesso Pio VI richiedendo prima per la nomina particolari interrogazioni al candidato, poi deputando una congregazione di cardinali per decidere la vertenza che, per la renitenza dei ministri del re di Napoli, minacciava di prendere forma pubblicitaria in favore del regalismo. Il S. si assoggettò al giudizio della S. Sede, seguendo la norma equivoca della sottomissione giansenistica, e poté così ottenere la nomina e l'investitura canonica. Oltre le lettere pastorali alla diocesi scrisse, cinque anni dopo il suo ingresso, un volume in difesa dei principi regalisti: La prammatica sanzione di s. Luigi re di Francia proposta ai riformatori dell'eccle siastica disciplina (Napoli 1788) e un altro ai confratelli nell'episcopato per indurli a rendersi indipendenti da Roma anche nella consacrazione: Ragionamenti dell'auto-rità degli arcivescovi del Regno di Napoli di consacrare i vescovi (Napoli 1788). Conforme alla sua educazione e ai suoi principi morali disprezzò l'opera di s. Alfonso, sebbene più che giansenista il S. debba considerarsi un riformatore liberale e un regalista: del giansenismo rivivendo le idee quenselliane e la polemica degli appellanti e del gallicanesimo difendendo le teorie e non disdegnando di passare poi dal regalismo al giacobinismo. Morì nel 1799, assassinato nel suo letto da sicari e straziato per le vie della città da una turba rivoluzionaria, vittima della reazione a quella monarchia che aveva avallato nelle sue presunzioni giuridiche.

BIBL.: E di Tipaldo, Biogr. degli ital. illustri, III, Venezia 1845, p. 286 sg.; B. Croce, Uomini e cose della vecchia Italia, II, Bari 1927, p. 136 sg. (con bibl.); A. C. Jemolo, Il giansen. In Italia avanti la Rivoluzione, ivi 1928, pp. 383-85; G. Cigno, G. A. S. e il gians. nell'Ital. merid., Palermo 1938; G. Caccia-tore, S. Alfonso de' Liguori e il giansen., Firenze 1942, pp. 205-207.

Benvenuto Matteucci