SODDISFAZIONE (NELLA ETNOLOGIA)

SODDISFAZIONE (NELLA ETNOLOGIA). - I. - Presso i popoli primitivi, particolarmente presso quelli etnologicamente più antichi, esiste un ideale morale, cui ogni persona e la società stessa devono sempre conformarsi. Dell'osservanza di questo ideale morale essi si sentono responsabili dinanzi a Dio. Ogni azione, non conforme a questo ideale, è peccato (v. CONFESSIONE). Dio santo e giusto vuole solo il bene e odia il male, anzi si adira, secondo il modo ordinario di esprimersi dei primitivi, per il peccato dell'uomo, e lo castiga con la morte, con le malattie, con grandiosi disastri naturali, o togliendogli i mezzi di sussistenza, o privandolo delle persone care, perché Dio è Signore di tutto e di tutti. Le credenze dei primitivi sull'atteggiamento di Dio dinanzi al peccato si possono vedere nel modo più chiaro e sensibile nelle loro leggende riguardanti i primi tempi dell'uomo, leggende dette «del paradiso e della caduta nel peccato», e in quelle riguardanti il diluvio; leggende diffusissime, anzi si può dire universali.

Le prime, studiate in modo ampio e profondo, sia presso i popoli primitivi che presso quelli di alta civiltà, dal Feldmann, sono da lui sintetizzate in quattro punti: 1) gli antenati dell'umanità in un primo tempo stettero con Dio, loro creatore, in relazione di familiarietà, e vivevano con lui vita felice, immune dai disagi e dai dolori. 2) Questo stato felice ebbe fine con un'azione cattiva contro Dio, commessa dagli uomini o dai loro rappresentanti, che presso alcuni popoli si riduce a qualche atto di leggerezza o ad un malinteso. 3) A quest'azione cattiva, a cui è legata la perdita dei beni originari, ha partecipato una potenza maligna, nemica di Dio e dell'uomo, che viene combattuta e vinta, ma non annientata. 4) Dio, adirato dall'azione cattiva delle sue creature, si isola dall'umanità; da ciò è provenuta non raramente anche l'idea concreta, che Dio cacciò via gli uomini dal cielo o anche dalla terra. Da allora il lavoro faticoso e il vitto quotidiano, la malattia e la morte incombono su ogni abitante della terra. È facile rilevare che così si risponde anche alle questioni, angosciose, del come sia venuto il male nel mondo e vi abbia portato il disordine e la confusione, come sia stata perduta la felicità e la pace, cioè a causa del peccato.

Mentre in queste leggende si vedono così castigati i protagonisti per un loro peccato personale, in quelle del diluvio si mostra invece che Dio castiga con la morte tutta l'umanità impenitente, salvando solo alcuni incontri, dai quali ricomincia a moltiplicarsi, per volontà di Dio, il genere umano. Queste credenze sul peccato influiscono nella vita quotidiana dei popoli primitivi, anche presso quelli, si noti bene, in cui la credenza in Dio si è offuscata e si è sviluppata grandemente l'altra negli spiriti, le credenze, cioè, che ripongono direttamente o indirettamente l'origine dei mali fisici e della morte stessa nel male morale.

Dio, secondo i popoli primitivi, non solo è santo e giusto, ma anche buono e misericordioso. Dopo essersi allontanato per il peccato dei protagonisti, non ha abbandonato l'umanità, ma come buon padre provvede ai suoi bisogni, vigila all'osservanza della sua legge, di cui nes-

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suna violazione gli sfugge. D'altra parte i primitivi, pur sentendosi obbligati dinanzi a Dio a vivere secondo l'ideale morale, non sono angeli. Come rileva giustamente il p. Schmidt, hanno anch'essi i loro difetti, specialmente una estrema impulsività ed eccitabilità nei loro forti sentimenti, per cui inconsideratamente ed inconsciamente cadono ora in un punto ora in un altro di questo ideale morale, ribellandosi proprio apertamente allo stesso supremo legislatore. Sanno però che Dio perdona il peccatore pentito; anzi i Pigmei africani del Gabun e gli Andamanesi credono che Dio perdona i peccati anche dopo la morte (se corrispondentemente sono stati oggetto di penitenza, in questa vita) in un luogo che non è il cielo per i buoni, né l'inferno per i cattivi, ma è qualche cosa d'intermedio e provvisorio, un certo purgatorio. Quindi, il terrore dell'ira di Dio, la quale, secondo le credenze primitive, si manifesta in tanti modi: con il tuono, con il fulmine, con l'arcobaleno, ecc.; e il desiderio e la necessità di stare in pace con lui, spingono il primitivo alla penitenza del suo peccato. Difatti, passato il momento dell'eccitazione, grazie alla tranquilla riflessione, egli si pente e si vergogna del suo peccato, lo disapprovava e ne dà una s. morale. Vi sono molti casi in cui ciò è stato constatato, ma la questione del peccato e dell'espiazione dev'essere studiata più profondamente presso i popoli primitivi e ben lo merita, perché con essa si penetra nel più intimo dell'uomo. Giudicando dall'insieme dei popoli primitivi e prescindendo dalle azioni che non sono espiatorie in senso strettamente religioso, si può dire che l'espiazione del peccato è fatta con la preghiera che spesso accompagna ogni altro confessione (v.), con il sacrificio, detto perciò espiatorio, con il digiuno, con numerose altre pratiche penitenziali di semplice raccoglimento e silenzio, di mortificazione, di atti dolorosi e cruenti; tutto ciò è poi fatto personalmente o per mezzo di altri, per il peccato o i peccati di una persona o di tutta una comunità, da una persona o da tutto un gruppo sociale.

2. La preghiera individuale per domandare perdono a Dio, è un atto tutto interiore, spesso senza una forma determinata; e si può conoscere all'esterno, solo se viene manifestato. Presso i Pigmei del Gabun, in Africa, quando appare l'arcobaleno si usa rivolgergli una preghiera, che in fondo è una domanda di perdono a Dio. Ogni pigmeo, o il capo del villaggio, se sono tutti riuniti, rivolgendosi all'arcobaleno, gli dice tra l'altro: «O arcobaleno, rendigli (cioè a Dio) grazie per noi. - Digli che non sia adirato. - Digli che non sia irritato. - Digli di non ucciderci. - Poiché noi abbiamo gran timore. - O arcobaleno, diglielo».

I Pigmei credono che Dio punisce ogni delitto, facendo morire gli uomini, anche per mezzo del fulmine. Essi temono l'arcobaleno, perché questo, creduto una manifestazione divina, è collegato con la vendetta di Dio. Raccontano, infatti, che quattro uomini, che attentarono alla vita del padre, furono sorpresi ed annientati nel bosco da un violento temporale; allora sorse l'arcobaleno. Perciò è temuto e si spiega come quella preghiera sia espiatoria. Presso i medesimi Pigmei del Gabun e quelli Semang della penisola di Malacca esiste il sacrificio espiatorio, fatto con il proprio sangue. L'offerta di questo sacrificio è obbligatoria, e l'inadempienza ad un tale dovere avrebbe per conseguenza il diluvio, non solo per qualche tribù, ma per tutta l'umanità. Quando rimbomba il tuono, i peccatori offrono in sacrificio il proprio sangue, gli innocenti accendono un fuoco per significare a Dio la propria innocenza.

Presso gli altri popoli etnologicamente più antichi non è stato osservato il sacrificio d'espiazione. Esso esiste presso molti popoli di civiltà più recente e anche di civiltà elevata. Vi sono popoli che offrono il sacrificio d'espiazione solo in determinati casi o per certi peccati e delitti più gravi. Così presso i Nuer una determinata malattia è considerata come punizione divina dell'incontro; perciò colui che ne soffre è ritenuto senz'altro colpevole e deve offrire, per ovviare alla sfortuna, un toro in sacrificio d'espiazione. Presso i Dinca (Raik) si crede che una ragazza incestuosa sarebbe punita con la sterilità nel futuro matrimonio, perciò è obbligata a confessare la sua colpa e a fare il sacrificio. Se prima del sacri

ficio essa o uno dei suoi parenti morisse, il suo seduttore porterebbe la pena del sangue e dovrebbe pagare un toro e una pecora per il sacrificio da farsi, nonché da uno a tre animali bovini, tra cui una vacca per il padre o il tutore della ragazza. Presso i Banyoro i sacrifici vengono offerti dopo il parto della ragazza sedotta. Presso gli antichi Messicani si offriva un sacrificio umano dopo che ciascuna persona della comunità aveva confessati sulla vittima i suoi peccati (v. CONFESSIONE). Lo spirito di penitenza che animava il peccatore traspare dalla seguente preghiera, che recitava il sacerdote prima della confessione individuale, ben differente da quella comune: «Tu, Signore, che sei il padre e la madre degli dèi e la divinità più antica, sappi che viene qui il tuo vassallo, il tuo servo; egli, piangendo, si avvicina con grande tristezza, è immerso nella sua contrizione, perché riconosce di essere caduto nell'errore... Nostro Padrone misericordioso, che sei il sostegno e il difensore di tutti, ricevi in penitenza e ascolta nelle angosce il tuo servo e vassallo.».

Presso i Yaoze in Cina vi è una festa di penitenza, che si celebra ogni dieci anni per ottenere la remissione dei peccati. Durante i tre giorni della festa vengono letti al popolo ed ai sacerdoti i comandamenti e le leggi dell'Essere Sommo. I sacerdoti e il popolo fanno penitenza dei peccati degli anni trascorsi, pregando, piangendo e digiunando. Presso i Lolo della Cina sud-occidentale al principio del nuovo anno si fa un sacrificio per tutto il villaggio. I sacrificatori devono essere tre, scelti tra le persone del villaggio, che durante l'anno non ebbero morti in famiglia. In alcune tribù lottate questo sacrificio può essere paragonato a quello del capro espiatorio della solenne festa di espiazione degli Ebrei: la capra, invece di essere uccisa, è cacciata nelle selve. Gli stessi Lolo celebrano una festa particolare, che è fatta da un villaggio, invitandovi tutti i villaggi più vicini, nella quale si fa la lotta sacra per ottenere dall'Essere Sommo la cessazione di una epidemia o di una carestia, lotta sacra paragonata ai «perdoni» di Francia.

3. Riguardo all'origine del sacrificio di espiazione sono state escogitate tre ipotesi: a) che esso provenga dai riti di purificazione. W. Wundt sostenne che fosse derivato dalla necessità di purificarsi dalla macchia contro la trasgressione dei tabù totemisti, perciò noto nella civiltà totemista; ma è un errore; oggi è dimostrato che nella civiltà dei raccoglitori, la quale etnologicamente è più antica di quella dei totemisti, esiste già un ideale morale, della cui osservanza, come si è detto, l'uomo e la società si sentono responsabili dinanzi a Dio. Si potrebbe pensare piuttosto che i riti di purificazione, specialmente quando si usa il sangue, siano provenuti, per un simbolismo naturale, dal sacrificio di espiazione o si siano in qualche modo strettamente congiunti. b) Che esso sia originato dalla semplice offerta del dono, nel senso cioè che come è naturale con un dono far piacere ad una persona e renderla amica, così è parimenti naturale con un dono rendersi nuovamente amico colui che si è offeso per il peccato. c) Che esso provenga dall'idea di castigo per la trasgressione di una legge morale. Difatti, questa idea si trova sviluppata nella civiltà etnologicamente più antica. La libera accettazione di un castigo, già fissato dall'Essere Supremo, avrebbe il carattere di sacrificio espiatorio. Per cui il Westermarck rileva giustamente che il digiuno in alcuni casi può essere un residuo di tale sacrificio. «L'offerta di cibi - dice egli - fatta alla divinità, si trasforma in un sacrificio, che consisterà in un'astensione dei cibi da parte dell'uomo». Lo stesso potrebbe valere per alcune forme di ascetica. Per cui si venne alla idea che ad ogni sacrificio appartiene necessariamente una mortificazione, cosicché nella lingua ordinaria «sacrificio» e «privazione» sono spesso divenuti sinonimi. Sembra che questa sia proprio l'idea del sacrificio di espiazione come appare presso i Pigmei del Gabun. Dei quali racconta il p. Trilles, che in una battuta di caccia all'elefante una terza parte degli uomini dell'accampamento furono calpestati dall'elefante inferocito. Allora il capo della spedizione, ferito egli stesso, ma scampato dalla morte, offrì in sacrificio il proprio sangue. Ciò doveva essere offerto al Creatore adirato, spiegò egli, al fine di

SODDISFAZIONE - SODDISFAZIONE SACRAMENTALE

« rinnovare l’alleanza » (rête). Si rileva, inoltre, che presso gli stessi Pigmei quando due persone vogliono unirsi in amicizia fraterna, vi è l’uso di mescolare il proprio sangue. Ora, nota giustamente il p. Schmidt, il detto sacrificio per placare l’ira di Dio e rinnovare l’alleanza con lui, fu offerto dopo che era stato constatato che il precedente sacrificio dell’animale non aveva avuto il suo effetto. Quindi nella mente del Pigmei il sacrificio dell’animale rappresentava quello del sangue dell’uomo; ed era stato fatto soltanto come un sacrificio di prova, al fine di risparmiare quello del proprio sangue, che era propriamente richiesto, tanto vero che pure in questo sacrificio dell’animale viene usato il sangue come tale. Anche quando si fa il sacrificio all’arcobaleno, con il sangue della bestia vengono mescolate alcune gocce di sangue umano, estratto dal braccio.

Quindi, l’idea principale del sacrificio di espiazione sarebbe questa: l’uomo con il suo peccato si rende degno di morte; il peccatore riconosce ciò dinanzi a Dio, facendo il sacrificio di espiazione in cui l’animale fa le sue veci, e ritorna in pace con lui, credendo di aver soddisfatto così la giustizia divina.

BIBL.: J. Feldmann, Paradies und Sündenfall, Münster in V. 1913, pp. 485 sgg.; W. Schmidt, Ethnologische Bemerkungen zu theologischen Opfertheorien, in Jahrbuch des Missionshauses St. Gabriel Mödling bei Wien, Vienna 1922, pp. 1-67; W. Schmidt, Der Ursprung der Gottesidee. Eine historisch-kritische und politische Studie. IV: Die Religionen der Urväter Afrikas, Münster in V. 1933, pp. 77-79; VI: Endsthythes der Religionen der Urväter Amerikas, Asiens, Australiens, Afrikas, in 1935, pp. 17, 71, 217, 218, 220, 259, 266, passim; E. Mosbacher, Untersuchungen zum Sündenbegriff der Naturvölker, in Baessler Archiv, 17 (1934), pp. 1-46; Espiazione e redenzione. Atti ufficiali della XI settimana di cultura della U. M. D. C., 2a ed., Roma 1938, p. 65 sgg.; A. Médébielle, Expiation, in DBS. III (1938), coll. 48-112; R. Mohr, Ricerche sull’etica sessuale di alcune popolazioni dell’Africa centrale, in Archivio per l’antropologia e l’etnologia, vol. LXX, Firenze 1939, pp. 186, 255, 256-57, 259; L. Vannicelli, La religione dei Loro. Contributo allo studio etnologico delle religioni dell’Estremo Oriente, Milano 1944, pp. 85-86, 97, 98, 100; R.P. Trilles, Au coeur de la forêt équatoriale. L’âme du Pygme de l’Afrique, Parigi 1945, p. 108 sgg.; W. Koppers, Der Urmenschluß und sein Weltbild, Vienna 1949, p. 22 sgg.; W. Schmidt, Geist und Ethos der Urkultur, in Wissenschaft und Weltbild, Vienna 1949, p. 19; id., Der Ursprung der Gottesidee. VIII: Die afrikanischen Hirtenvölker: Niloten und Synthese mit Hamiten und Hamitoideen, Münster in V. 1949, pp. 319-24, passim. Luigi Vannicelli