SPECIALI PROVVIDENZE DELLA S

SPECIALI PROVVIDENZE DELLA S. SEDE PER LA CONSERVAZIONE DEGLI A. ECCLESIASTICI. — Gli a. ecclesiastici, in quanto contengono scritture d'interesse storico, sono di per sé inalienabili, essendo da considerare tra i «bona praetiosa» citati nel CIC (can. 1497, § 2; 1532, § 1).

Tra le provvidenze adottate dalla S. Sede per la conservazione degli a. ecclesiastici negli ultimi decenni va ricordata una serie di lettere inviate dal cardinale Segretario di Stato agli Ordinari d'Italia. In una prima lettera del 30 sett. 1902 si davano istruzioni per la compilazione degli inventari e s'inviava una «Forma di regolamento per la custodia e l'uso degli a. e delle biblioteche ecclesiastiche»; in un'altra del 12 dic. 1907 si ordinava la costituzione in ogni diocesi di un commissariato permanente per i monumenti e per i documenti, con l'incarico di redigere innanzi tutto «un semplice, ma esatto catalogo dei documenti». Di nuovo il 15 apr. 1923 si richiamava l'osservanza delle lettere precedenti, annunziando l'istituzione presso l'A. Segreto Vaticano di un corso di archivistica specialmente dedicato al clero, che ebbe inizio nel gen. dell'anno seguente.

In relazione a tali disposizioni molti dei maggiori a. ecclesiastici d'Italia si riorganizzarono secondo principi moderni e scientifici; in alcuni capitoli fu istituito l'ufficio di canonico-archivista da conferire a persona competente.

Ma anche la tutela degli a. minori e recenti si presenta come un'importante esigenza dei tempi moderni: particolarmente in Italia, dove la legge sugli a. del 22 dic. 1939 sottopone alla sorveglianza dello Stato tutti gli a. d'interesse storico, pubblici e privati, tranne gli ecclesiastici.

Perciò, per espresso incarico del S. Padre, il card. G. Mercati, archivistica di Santa Romana Chiesa, con lettera del 1° nov. 1942 (AAS, 34 [1942], pp. 384-89) chiedeva agli Ordinari d'Italia notizie precise sull'esistenza e sul contenuto dei singoli a. sottoposti alla loro giurisdizione, capitolari, parrocchiali e di qualunque altro ente: per facilitare il lavoro furono inviati ampi moduli già preparati. Si attuava così per la prima volta il censimento degli a. ecclesiastici d'Italia e insieme la raccolta dei loro inventari-sommarie che si conservarono presso l'A. Segreto Vaticano.

È pure da ricordare che durante la seconda guerra mondiale, nel periodo 1943-45, la S. Sede è intervenuta presso le autorità civili italiane, come anche presso quelle militari d'occupazione tedesche ed alleate, per la protezione degli a. affidati alla sua diretta giurisdizione per effetto del Concordato (cf. Rapporto finale sugli A., pubbl. dalla Commissione Alleata, Sottocommissione per i Monumenti, Belle Arti e A., Roma 1946); in seguito ad una inchiesta indetta nel sett. 1945 risultarono distrutti o danneggiati per cause di guerra 779 a. ecclesiastici, di cui 53 vescovili o arcivescovili (v. la relazione di G. Battelli, in Riv. di Storia della Chiesa in Italia, 1 [1947], pp. 113-16 e 306-308). Giulio Battelli

III. STORIA DEGLI A

Le origini degli a. risalgono ad un’epoca molto remota. Ebbero certamente a. Babilonesi, Egiziani e Caldei: ne fanno fede le iscrizioni in caratteri cuneiformi ritrovate verso la metà del secolo scorso fra le rovine di Babilonia e di Ninive, che ci han conservato testimonianze dell’attività di quei re, e le tavolette di argilla, rinvenute a el-Amarna, in Egitto. Degli a. babilonesi anche la Bibbia ci ha tramandato il ricordo nel libro di Esd. (5, 17 e 6, 1-2). E ancora dalla Bibbia (Esd. 2, 62; I Par. 9, 1 e II Par. 34, 30) apprendiamo che gli Israeliti custodivano nel Tempio gli atti che rivestivano un carattere di maggiore solennità. Più numerose e più certe notizie si hanno, invece, degli a. greci e romani, come pure della loro sistematica organizzazione.

Fin dall’età più antica della sua storia la Grecia si preoccupò di custodire i documenti della sua vita pubblica e privata; ma solo più tardi si cominciò quella conservazione organizzata, che, centro in Atene, si estenderà in molte città greche e servirà di modello ad istituzioni future, anche romane. In Atene il primo deposito dei documenti di Stato fu l’Areopago, dove li troviamo già al tempo di Solone, affidati alla custodia di uno dei sette νομοφύλακες. Dall’Areopago furono in seguito trasferiti nel Bouleuterion e di qui, poi, nel tempio di Cibele, il famoso Metroon. Sopraintendente ne era il Πρότατος ἐπιστάτης, dal quale dipendevano, in ordine gerarchico, il γραμματεύς τῆς Βουλῆς, l’υπογραμματεύς ed ἡ δημόσια.

Presso i Romani furono i templi di Giunone, di Cerere, di Saturno e di altre divinità i primi depositi degli atti pubblici, comunque interessanti lo Stato, sotto la custodia degli stessi sacerdoti e dei magistrati, che dapprima furono i censori, poi i questori, e più tardi i prefetti. Tuttavia il primo edificio pubblico, rimasto poi il solo, destinato di proposito a raccogliere i documenti dello Stato romano, fu il Tabula-rium, fatto costruire per opera ed a spese del console Quinto Lutazio Catulo nel 78 a. C. sul Campidoglio, prospettante da un lato il Foro, dall’altro il Campo Marzio, affidato alle cure del magister census, che si avvaleva, per il disimpegno dei vari servizi, di tabularii, adiutores tabularii, apparitores. Il materiale qui depositato e custodito, ordinato cronologicamente e per materia, era molto consultato dagli studiosi, secondo testimonianza di Tacito (Dial. 39), e di Cicerone (Pro Milone, 27). Non solo a Roma, ma anche nelle province dell’impero sorsero fiorenti e, benché sotto la diversa denominazione di Gesta municipalia; ed un proprio a. ebbe anche Costantinopoli, allorché l’impero andò diviso in Occidente e Oriente. Tuttavia la sapiente organizzazione degli a., così come era stata posta da Roma, non tardò, nei secoli successivi alla caduta dell’impero, a scompagnarsi, soprattutto per il progressivo sfaldamento dell’amministrazione imperiale sotto la spinta delle invasioni barbariche e delle loro conseguenze.

Tramonta così la gloriosa tradizione dei depositi archivistici, in tanto onore posti nell’antichità classica, e, astrazion fatta dell’a. fondato in Aquisgrana da Carlomagno, non abbiamo quasi altro ricordo di raccolte di documenti in tutti gli Stati sorti sulle rovine dell’impero romano.

Il merito d’aver salvato dalla dispersione gran parte dei documenti anteriori al sec. XI spetta agli a. ecclesiastici (primo fra tutti l’a. della Chiesa romana), gli unici che abbiano conservato, pure in mezzo a tanta dissoluzione di tempi e di istituzioni, la loro continuità storica. Motivi dominanti che favorirono la conservazione di tanto materiale, prezioso ai fini della cultura universale, furono anzitutto la cura che la Chiesa stessa pose sempre nella custodia di tutta la documentazione che poteva in ogni modo riguardarla e il rispetto, poi, di cui furono sempre fatti omaggio i luoghi sacri.

Bisogna, tuttavia, giungere fino alla metà del sec. IV per poter avere notizie sicure circa l’a. ufficiale della S. Sede, la cui origine è certamente anteriore alla pace costantiniana. Sappiamo infatti che papa Giulio I (341-52) ordinò di raccogliere e conservare tutti gli atti riguardanti le donazioni ed i legati fatti alla Chiesa (cf. Liber Pontificalis, ed. L. Duchesne, I, p. 205); mentre la prima sede dell’a. dei Papi fu quella stabilita da Damaso I (366-84) nella basilica di S. Lorenzo (in suo onore poi detta in Damaso), come si ricava dall’iscrizione fatta incidere su uno degli architravi: «Archibis, fateor, volui nova condere tecta» (A. Ferrara, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, n. 57, p. 210). Qui rimase fin verso la metà del sec. VII, nel qual tempo fu trasportato nel palazzo lateranense.

Contemporaneamente a questo a. lateranense, un altro deposito fu istituito presso la Confessione della basilica di S. Pietro, dove furono gelosamente custoditi importanti documenti tra i quali la cauitio prestata dall’arcivescovo di Ravenna Felice, le donazioni di Pipino e di Carlomagno e il pactum di Ottone I. Un terzo a. sorse ancora intorno al 1083 alle pendici del Palatino, in prossimità dell’arco di Tito, nella cosiddetta Turris chartularia, che raccolse soprattutto i documenti relativi all’amministrazione dei beni della S. Sede ed i registri delle entrate e delle uscite (cf. E. Casanova, p. 307).

È necessario, inoltre, dare opportuno rilievo agli a. monastici che ci hanno conservato preziose raccolte di pergamene, di cartolari e di codici. Benché interessanti quasi esclusivamente la vita, diciamo così economica dei vari monasteri, trattandosi soprattutto di contratti nelle diverse specie, queste raccolte hanno il pregio di documentare la loro attività e prosperità economica e l’ordine esistente nella loro amministrazione. Basti, fra i tanti, ricordare gli a. delle abbazie di Montecassino, di Subiaco, di Farfa, di S. Salvatore del Monte Amiata e di tantissimi altri centri monastici italiani ed esteri.

La storia degli a. torna a rischiararsi già a partire dal sec. XI, allorché si assiste allo sviluppo del fenomeno comunale, in Italia più che altrove. Le mutate condizioni di vita delle città italiane dovute alla ripresa dei commerci, la restaurata autonomia amministrativa e giudiziaria dei centri urbani, la formazione delle corporazioni d’arti e mestieri, il rapido e progressivo sviluppo demografico, entrano tutti nel gran gioco di trasformazione della società medievale, da cui usciranno quei nuclei, che man mano, ingrandendosi, si svincoleranno dall’autorità centrale per creare la propria indipendenza. Conseguentemente nuove esigenze si affacciano e nuovi bisogni investono il campo così della politica, come del diritto, dell’economia e della finanza. Tutte queste nuove forze sentono ormai la necessità d’una documentazione che dia valore ad ogni loro atto, ad ogni loro costituito, che tuteli ogni loro interesse. Di qui quel moltiplicarsi di carte, di strumenti, di registri ove si trova convogliata l’attività d’ogni singola istituzione; di qui ancora la cura che si prende per la raccolta e la conservazione dei documenti, che troviamo già distinti

per uffici e per materia cronologicamente, benché con ordine rudimentale, e le disposizioni emanate da questo o dal quel comune a garanzia della loro integrità. E poiché, a differenza dei comuni francesi, in glesi e tedeschi, che si mantennero come organismi prettamente cittadini, il comune italiano si presenta come un vero Stato territoriale, si può affermare che il suo a. sia un vero e proprio a. di Stato, anche e soprattutto perché il materiale in esso custodito non rappresenta soltanto l'interesse del singolo, ma investe il diritto dell'intera collettività. Parimenti si organizzano nel mezzogiorno d'Italia gli a. dei re svevi ed angioini, come è dimostrato dagli studi di E. Sthamer e di B. Capasso.

Il periodo dei comuni italiani ha, quindi, per la storia degli a., una particolare importanza per cui non è azzardato sostenere che gli a. comunali racchiudano il germe degli a. moderni.

Tuttavia un tale sviluppo, che avrebbe potuto estendersi anche quando al comune si sostituì la signoria, nel sec. XIV e successivamente nel XV, subirà, a causa delle lotte politiche, una battuta d'arresto, per quanto non manchino, anche in questo periodo, provvedimenti intesi a regolare la vita degli a., come ad es. quelli attuati in varie riprese dai comuni di Firenze e di Siena e nel 1325 dal comune di Bologna, e le ordinanze emanate nel regno di Napoli da Sancia di Maiorca nel 1338 e da Giovanna d'Angiò nel 1347 e nel 1354. Comunque l'affermazione in Italia delle signorie e poi dei principati ed il consolamento delle grandi monarchie europee segneranno una rinascita per gli a., ormai interamente asserviti alla politica ed all'interesse del signore o del sovrano, come dimostrano gli appellativi di reale, ducale ecc., uniti alla denominazione comune.

Avrà inizio conseguentemente da allora quel processo lento, ma progressivo, di concentrazione degli a., che trova la sua logica rispondenza d'altra parte nella natura accentratrice assunta dallo Stato e che porta via via alla fondazione di a. generali. Il primo tentativo del genere fu operato ad Innsbruck nel 1506 da Massimiliano I d'Ausburo, seguito più tardi da Ferdinando I, per quanto s'a necessario giungere fino al regno di Maria Teresa per trovare riuniti nello «Haus», Hof- und Staatsarchiv», da lei stessa fondato a Vienna nel 1749, la maggior parte dei documenti interessanti l'impero. Ben più decisa fu l'azione di accentramento svolta in Spagna da Carlo V che fece (1543) del castello di Sienna e l'Archivio de la Corona de Castilla», azione perseguita con maggior vigore dal figlio Filippo II, il quale si avvalse per il ricovero e la raccolta dei documenti dello Stato dell'opera dello storico Girolamo Zurita, ed anche da Filippo IV, che dettò il regolamento del 1633.

Attraverso una serie di infruttuosi tentativi fatti da Sisto IV (1471-84) a Sisto V (1585-90) di riunire i diversi a. pontifici in un insieme organico, anche la Chiesa riuscì infine a concentrare in Vaticano la maggior parte dei suoi documenti per opera di Paolo V, che nel 1612 fondò l'attuale A. segreto vaticano, affidandone la custodia a Baldassarre Ansiedi.

Uguali tentativi furono compiuti altrove, ove più ove meno felicemente, come per esempio in Francia dal Richelieu, dal Fouquet, dal Colbert ed in Inghilterra dalla regina Elisabetta, che istituì nel 1578 lo «State Papers Office».

A conclusione ed in corrispondenza di tutto l'ampio movimento organizzativo, gradatamente operatosi nell'ambito dei singoli Stati, sorse nel sec. XVII una letteratura archivistica, che, iniziatasi col Methodus archivorum sive modus eadem texendi ac disponendi (Milano 1648) di Niccolò Giussani, aprì mirabilmente il campo a tutte le discussioni future, tra le quali ebbe un posto di rilievo, nel secolo successivo, quella agitata circa l'impiego, nella classificazione dei documenti, del sistema per materia o del sistema cronologico, sostenuti entrambi da due archivisti francesi, rispettivamente P. C. Le Moine e J. C. Chevrières.

Un altro passo avanti sul terreno dell'organizzazione archivistica fu compiuto con la Rivoluzione Francese, allorché la Convenzione, con la legge del 7 messidoro, anno II (25 giugno 1794), concesse la facoltà di accedere pubblicamente agli a.

I secc. XIX e XX ci offrono tutta una serie di provvedimenti presi in favore degli a. da parte dei vari Stati, come pure l'impulso dai medesimi dato alla pubblicazione degli inventari, perché rivelassero al gran mondo degli studiosi, con quell'utilità che è facile comprendere, quali e quanti tesori di notizie ogni a. può racchiudere in sé.

Oggi lo studio dei problemi inerenti agli a. non s'agitò soltanto nell'ambito della nazione, ma riveste un carattere di collaborazione internazionale; a tale scopo funziona l'«Institut International de Coopération Intellectuelle» (I.I.C.I.) cui si deve l'interessato, che si chiama «International des Archives», e la «Commission des Archives», istituita dal «Comité International des Sciences Historiques». Vedi CLASSIFICAZIONE, SISTEMI di.

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