TABERNACOLO

TABERNACOLO - T. murale (sec. xiv) con due angeli turificanti - Comelico, chiesa parrocchiale di S. Niccolò (Cadore).

chiusura del ciclo delle feste annuali: il 15 e il 22 era imposta l'astensione dai lavori servili, come al sabato (Lev. 23, 35-36). La notizia del trasferimento di questa festa nel Regno settentrionale al mese successivo, di cui in I Reg. 12, 32-33, è forse dovuta a una glossa.

La f. dei T. aveva fondamentalmente il carattere di ringraziamento a Dio al termine del raccolto dell'uva e in generale dei frutti della campagna, donde il nome di «festa del raccolto» (Ex. 23, 16), e quindi festa di chiusura dell'anno agricolo (cf. «al termine dell'anno» ibid. 23, 16). L'interpretazione che vi vede una originaria festa di capodanno, in corrispondenza ad una usanza cananea (non dimostrata e improbabile) di iniziare l'anno alla «festa d'autunno», è infondata. L'epoca in cui avveniva spiega l'eccezionale dovizia delle offerte che vi si facevano, specialmente i ricchi sacrifici di animali (Num. 20, 12-38), tra il tripudio del popolo, che partecipava ai riti con rami in mano, da agitarsi secondo determinate regole nei momenti salienti della cerimonia (Lev. 23, 40: da una interpretazione di questo testo derivò l'uso di avere nella sinistra un ramo di limone con i frutti [ebr. postbibl. 'ethrôgh], e nella destra un mazzetto di rami di palma e mirto, detto l'álabh, o, secondo G. Dalman, l'álabh). Inoltre la festa aveva carattere commemorativo in riferimento alle origini israelitiche: doveva ricordare il tempo della peregrinazione nel deserto, quando Israele abitava sotto le tende. Di qui la sua caratteristica: durante gli otto giorni della solennità si abitava in capanne, che si costruivano all'aperto con rami dilaberi (la prescrizione relativa risulta solo da Neh. 8, 15). A questa particolarità si riferisce il nome «scenopeia» (σκηνωτηγία) dato alla festa in epoca ellenistica (I Mach. 10, 21; Io. 7, 2).

Le usanze giudicative relative alla festa sono descritte in un apposito trattato della Misnâh (II, 6: Sukka'). Tra l'altro vi si parla di una solenne libazione, forse allusiva al miracolo della roccia del deserto (Ex. 17, 1-7), di cui non si hanno che probabilmente invecchiate Testamento (I Sam. 7, 6 ecc.): durante la cerimonia si cantava il testo di Isaia sulle «acque di salvezza» (Is. 12, 3). A questo rito alludono le parole di Cristo proferite «nell'ultimo della scenopeia»: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva» (Io. 7, 37).

BIBL.: G. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Test., trad. it., II, Torino 1913, p. 253 sgg.; R. de Vaux, Le schisme religieux de Jéroboam I, in Angelicum, 20 (1934), p. 77 sgg.

Giovanni Rinaldi