TABERNACOLI, FESTA dei. - Una delle tre feste annuali d'Israele, con la Pasqua e la Pentecoste, in cui « ogni maschio » doveva « comparire davanti al Signore Iddio » (Ex. 23, 17) a Gerusalemme (festa del pellegrinaggio).
La « festa delle capanne » (ebr. ḥagh has-sukkōth; Lev. 23-34) era chiamata anche semplicemente « la festa » (Ex. 45, 25), a motivo della sua popolarità e gaiezza, e ritenuta la più « santa » (Filone, De septenario, 10). Veniva celebrata sei mesi giusti dopo la Pasqua, dal 15 al 21 di tifrī, a cui si aggiungeva il 22 tifrī come giorno di
(per cortesia di mons. S. Mattei)
TABERNACOLO - T. murale (sec. XIV) con due angeli turificanti - Comelico, chiesa parrocchiale di S. Niccolò (Cadore).
chiusura del ciclo delle feste annuali: il 15 e il 22 era imposta l'astensione dai lavori servili, come al sabato (Lev. 23, 35-36). La notizia del trasferimento di questa festa nel Regno settentrionale al mese successivo, di cui in I Reg. 12, 32-33, è forse dovuta a una glossa.
La f. dei T. aveva fondamentalmente il carattere di ringraziamento a Dio al termine del raccolto dell'uva e in generale dei frutti della campagna, donde il nome di « festa del raccolto » (Ex. 23, 16), e quindi festa di chiusura dell'anno agricolo (cf. « al termine dell'anno » ibid. 23, 16). L'interpretazione che vi vede una originaria festa di capodanno, in corrispondenza ad una usanza cananea (non dimostrata e improbabile) di iniziare l'anno alla « festa d'autunno », è infondata. L'epoca in cui avveniva spiega l'eccezionale dovizia delle offerte che vi si facevano, specialmente i ricchi sacrifici di animali (Num. 29, 12-38), tra il tripudio del popolo, che partecipava ai riti con rami in mano, da agitarsi secondo determinate regole nei momenti salienti della cerimonia (Lev. 23, 40: da una interpretazione di questo testo derivò l'uso di avere nella sinistra un ramo di limone con i frutti [ebr. postbibl. 'ethrōgh], e nella destra un mazzetto di rami di palma e mirto, detto lālābh, o, secondo G. Dalman, lōlābh). Inoltre la festa aveva carattere commemorativo in riferimento alle origini israelitiche: doveva ricordare il tempo della peregrinazione nel deserto, quando Israele abitava sotto le tende. Di qui la sua caratteristica: durante gli otto giorni della solennità si abitava in capanne, che si costruivano all'aperto con rami di alberi (la prescrizione relativa risulta solo da Neh. 8, 15). A questa particolarità si riferisce il nome « scenopregia » (σκηνοπηγία) dato alla festa in epoca ellenistica (I Mach. 10, 21; Io. 7, 2).
Le usanze giudaiche relative alla festa sono descritte in un apposito trattato della Miṣṇāḥ (II, 6: Sukkā'). Tra l'altro vi si parla di una solenne libazione, forse allusiva al miracolo della roccia del deserto (Ex. 17, 1-7), di cui non si hanno che probabili indizi nel Vecchio Testamento (I Sam. 7, 6 ecc.): durante la cerimonia si cantava il testo di Isaia sulle « acque di salvezza » (Is. 12, 3). A questo rito alludono le parole di Cristo proferite « nell'ultimo della scenopregia »: « Se qualcuno ha sete, venga a me e beva » (Io. 7, 37).