TABITHA (Ταβιδά). - Cristiana (μαθήτρια « discepola ») della primitiva Chiesa di Ioppe, risuscitata da s. Pietro (Act. 9, 36-42).
Con le sue sostanze soccorreva i bisognosi ed era « ricca di opere buone ». È possibile appartenesse al gruppo delle « vedove » (il cod. Sessoriano 82 la dice « vedova »), già organizzate fin dal tempo dell'ordinazione dei sette Diaconi (Act. 6, 1), benché forse ancora non così come appare da I Tim. 5, 9 sgg. Venuta a morte mentre s. Pietro si trovava a Lidda, tre ore da Ioppe, fu da lui risuscitata in circostanze che in parte richiamano la risurrezione della figlia di Giairo (Mc. 5, 35-43), alla quale infatti s. Pietro aveva assistito e che s. Luca poteva conoscere anche dal Vangelo di s. Marco. A torto gli acattolici Baur, Holtzmann, Pfleiderer, Knopf considerano questo miracolo un « doppione » per negarne la storicità.
T. è trascrizione dell'aram. ρῥῖτι (ebr. ʾebhijjāh, greco δαραάς), « gazzella » (considerata dai Semiti e dalla Bibbia come tipo di bellezza; cf. l'ebr. ʾebhī, « ornamento »); era molto usato come nome di donna a somiglianza di altri nomi di animali (Rachele. Debora, Iemina).
ARCHEOLOGIA. - In un frammento di sarcofago di Arles è rappresentata la scena del miracolo della resurrezione di T., secondo la narrazione degli Act. 9, 36-42: l'Apostolo si avvicina al letto dove la defunta T. è deposta, le prende il braccio ed essa si solleva; in primo piano sono due vedove velate, dinanzi all'Apostolo due altre figure femminili in ginocchio. Lo stesso soggetto è stato identificato da G. Wilpert in un sarcofago di St-Maximin; esso poi è riprodotto in un avorio del British Museum.
ENFICO JOSI