TEAGOGIA (Θεαγωγία, da Θεός = dio e ἀγωγός = che attrae, che evoca). - È un termine tecnico della liturgia teurgica, con il quale si denotava l’evocazione di una divinità, operata coercitivamente da un sacerdote (Giamblico, De myst., 2, 10; 6, 1; Porfirio, Ad Aneb., 29).
La t. occupava un posto centrale in quella filosofia neoplatonica che assume dopo Plotino, specialmente nelle scuole di Siria e di Pergamo (Giamblico, Edesio, Prisco, Massimo), un carattere magico. L’arte, che insegnava il modo di far apparire gli dèi per mezzo di formole rituali (ἀναγκαῖ), era detta ἀναγωγή ἐπιστήν ο ἐπιστήν τῆς γνώμης (un’opera di Proclo, parzialmente tradotta in latino da Marsilio Ficino col titolo De sacrificio et magia, è il Iesù τῆς ἐπιστήν τῆς γνώμης; cf. J. Bidez-F. Cumont, Catal. des manuscr. arch. grecs, VI). Il sacerdote, per suo mezzo, diventava κλήτωρ (evocatore) ed ἐπανάγκαδος della divinità (cf. Porfirio, De philos. ex orac. haur., p. 158 W.) e compiva il miracolo dell’evocazione (ἐπανάγκαδος: cf. Platone, Resp., 364 c.; Leg., 933 d.). La divinità era costretta dall’operazione rituale-teurgica ad entrare in una statua o nel corpo dell’evocatore, che diventava così il δοχεύς del nume, e a rispondere alle domande che venivano rivolte (cf. Firmino Materno, De err. prof. relig., 13). Un’evidente opposizione alla t. si rivela nel neoplatonismo cristiano dello Ps. Dionigi l’Areopagita, De div. nom., 3, 1.