TENDENZA A DELINQUERE. - Il vigente Codice penale italiano, distaccandosi dalla concezione della scuola classica, che considerava il delitto come un'entità astratta, e raccogliendo il più moderno insegnamento che ricollega il delitto all'uomo, ha compiuto un deciso passo verso la soggettivazione del delitto, che va studiato e considerato in diretto e concreto rapporto con la persona del suo autore.
Nel quadro di questo processo di soggettivazione del delitto, si pone la figura del delinquente per tendenza: tale è dichiarato, per l'art. 108 Cod. pen., chi, « sebbene non recidivo o delinquente abituale o professionale, commette un delitto non colposo contro la vita, o l'incompatibilità individuale... il quale per sé e unitamente alle circostanze indicate nel cpv. dell'art. 133 riveli una inclinazione al delitto che trovi sua causa nell'indole particolarmente malvagia del colpevole. La disposizione di questo articolo non si applica se la inclinazione al delitto è originata dall'infermità preveduta dagli artt. 88 e 89».
Nel delinquente per tendenza la mancanza di senso morale non deriva e non si associa ad alcun disturbo psicologico nella sfera intellettiva e volitiva: « Si tratta di individui » - si legge nella relazione del Guardasigilli - « che, pur avendo lucido l'intelletto e normale la volontà, difettano di senso morale e sociale. Spesso intelligentissimi e scaltri, essi sono tuttavia privi del minimo di capacità etico-sociale per vivere nel consorzio umano; malvagi e pericolosi, essi hanno per il delitto una disposizione, una inclinazione, una tendenza pronte ad esplodere...». Il delinquente per tendenza è dunque caratterizzato dalla moralità, dalla malvagità dell'indole, dalla particolare pericolosità: la tendenza al delitto, però, non deve essere originata da cause patologiche, di qualsiasi natura, che influiscano sulla capacità di intendere o di volere.
La individuazione della figura del delinquente per tendenza ha dato origine ad accese dispite. Si è detto che colui che è irrimediabilmente spinto al delitto dalla sua natura è un irresponsabile. La tendenza al delitto non sarebbe altro che un elemento od una risultante della infermità mentale. Ciò non è esatto: la mancanza di senso morale non significa mancanza di capacità di intendere e di volere; e la coscienza della moralità o dell'immoralità dell'azione commessa non ha alcun riferimento, nel-l'agente, con la sua capacità di intendere e di volere.
Il Codice, dettando una norma di carattere pratico che serve a definire questi casi sussistenti nella realtà quotidiana, ha ben precisato che la dichiarazione di t. a. potrà esser pronunciata dal giudice solo quando l'immoralità e la malvagità del colpevole non abbiano origine in uno stato di infermità. È il giudice che, con la sentenza di condanna, deve dichiarare il colpevole delinquente per tendenza. Egli, per fondare questa dichiarazione, dovrà tener conto dell'effettuazione del delitto commesso (dovrà trattarsi di delitto non colposo contro la vita o l'incompatibilità individuale) e della personalità del reo, della indole di costui e della particolare inclinazione al delitto, avendo riguardo, oltre che alla natura e alle modalità del commesso delitto, ai motivi dell'azione criminosa, al carattere del reo, ai precedenti penali, alla vita anteriore e posteriore al reato, alle condizioni ambientali di vita del colpevole. Quando, dalla disamina di tutti questi elementi, il giudice si convincerà della pericolosità del colpevole e della sua particolare inclinazione al delitto, dovrà far luogo, con la sentenza di condanna, alla dichiarazione di t. a. d.
Questa dichiarazione produce effetti importantissimi, quali la sottoposizione del condannato alla misura di sicurezza dell'assegnazione ad una colonia agricola od a una casa di lavoro per un tempo non inferiore a quattro anni e la interdizione perpetua dai pubblici uffici, oltre ai minori effetti penali, quali la espiazione della pena in stabilimenti speciali, la inapplicabilità dell'amnistia e dell'indulto, il divieto della sospensione condizionale della condanna.
1911
TENDENZA A DELINQUERE - TENIERS DAVID
Ciò è riflesso nelle sue opere giovanili quali il gruppo Venere e Amore, il cui gesso originale è a Roma nella Gipsoteca Tenerani, e nella Psiche abbandonata (Palazzo Lenzoni, Firenze). Nel 1823 il T. compì un viaggio a Firenze ove ritrovò il Bartolini. Tuttavia tale nuovo incontro non gli valse la possibilità di svincolarsi dai conformismi dell'accademia romana, sebbene, progredendo cautamente su quei binari, mostrasse, dopo il viaggio fiorentino, di voler gradualmente sostituire gli elementi tratti dallo studio e dalla imitazione dell'antico con quelli che gli derivavano dalla imitazione e dallo studio delle sculture quattrocentesche che aveva sott'occhio a Roma, ove presto era tornato. Così, quasi insensibilmente, si evolveva non il suo stile plastico ma la sua maniera di raffigurare le immagini, non più camuffate all'eròica con toghe, clamidi e corazze, ma rappresentate con espressioni simili a quelle della levigata scultura quattrocentesca del Bregno e dei suoi scolari. Ciò gli consentì di sottoscrivere nel 1840 il famoso manifesto del «Purismo» (v.) e di partecipare con le opere alla polemica sul modo di vestire i personaggi moderni nelle sculture. Nella quale polemica egli si atteggiò ad anticlassicista facendo indossare al Ferdinando II (1840) che era a Messina, al Simone Bolivar progettato per Bogotà (1842) ed al Pellegrino Rossi di Carrara e della Galleria di arte moderna di Roma (1854) gli abiti del loro tempo. Di tale periodo medio dell'attività del T. la cosa migliore è il grande rilievo con la Deposizione che si trova nella cappella Torlonia in S. Giovanni in Laterano. Altre opere di lui sono: le sculture della cappella Lante in S. Maria sopra Minerva, il monumento a Pio VIII in S. Pietro, il S. Benedetto nella cappella dedicata a quel Santo nella basilica di S. Paolo in Roma, la tomba Constabili nel cimitero di Ferrara, il monumento che contiene il cuore di Simone Bolivar a Bogotà (1852), la tomba Pelzer a S. Maria del Popolo a Roma (1852) e alcuni ritratti fra i quali si ricordano, oltre quelli che appaiono nei vari monumenti funebri, quello della principessa Wolkonski della Galleria d'arte moderna pure a Roma.
Essi sono in ultima analisi le cose migliori dello scultore e meritano al T. un posto se non proprio di primo piano, certo differenziato nella folta schiera dei praticanti l'arte plastica a Roma nella prima metà dell'Ottocento.