TEOFILO, vescovo di ANTIOCHIA. - Scarse notizie si hanno sulla biografia di T. Ignoto è l'anno della sua nascita, avvenuta presso l'Eufrate, e quello della sua conversione. Si sa che fu eletto vescovo di Antiochia nel 169 e che svolse fino al 181 continua attività a favore del cristianesimo, scrivendo numerose opere, per difenderlo non solo contro i pagani, ma anche contro gli eretici, che ne minacciavano l'unità.
Gran parte delle sue opere sono andate smarrite, non ci sono pervenuti infatti gli scritti Contro l'eresia di Ermogene, Il discorso contro Marcione, gli studi storici e catechetici, né i commentari ai Proverbi ed ai Vangeli; restano solo i Tre Libri ad Autolico, ampia opera apologetica di non lieve valore storico e dogmatico.
Non si possono dare notizie esatte sulla personalità di Autolico, né sulle circostanze che hanno ispirato l'apologia, ma si può argomentare che i tre libri furono scritti non molto dopo il 180, in seguito ad una polemica orale svoltasi con Autolico, un amico di T. assai colto, ancora legato all'antica religione. Nei tre libri, come nelle altre opere apologetiche del sec. II, si trovano svolti due motivi, uno polemico distruttivo, l'altro costruttivo, in cui sono esposti la natura e il concetto della nuova religione. Nella parte polemica si muovono violenti attacchi contro il politeismo ed ogni forma di pensiero pagano, ma manca una serrata critica alla filosofia ed all'arte pagana, poiché T. ama ripetere con calore e violenza i tradizionali e popolari motivi antipagani. Per quanto T. ammetta che pochi pensatori abbiano potuto intuire qualche verità, guidati dal lumen naturale, che Dio ha posto in tutti gli uomini, o abbiano potuto trarre dalle Scritture qualche affermazione esatta, egli giunge però alla conclusione che quel poco di buono mescolato a tutto il resto diviene pestifero, a guisa di una bevanda, in cui sia stato messo il veleno.
Se T. difetta di vigore dialettico e profondità speculativa possiede tuttavia lucidità di pensiero, equilibrio, solido attaccamento alla tradizione, cosicché, giunto ultimo tra gli apologeti, ha saputo trasmettere la dottrina elaborata ad Antiochia con insolita chiarezza e padronanza, si da non suscitare alcun dubbio circa l'ortodossia di dogmi fondamentali. Sulla natura e l'esistenza di Dio T. scrive:
Dio è luogo di tutte le cose (II, 3) e di se stesso (II, 2), è eterno, non è soggetto a mutamento, né a morte (I, 6), non è circoscritto, è onnipotente (II, 3), non si può comprendere né percepire con gli occhi della carne. Se ne coglie l'esistenza attraverso l'universo, da lui creato (I, 7) e da lui vigilato, essendo contenuto dal suo spirito (I, 8). Le tre persone della Trinità sono da T. distinte e definite con grande chiarezza, in lui si riscontra per la prima volta il termine Trinità: «così anche i tre giorni, che precedettero la creazione dei due luminari, rappresentano la Trinità, Dio, il Verbo e la sapienza» (II, 22). La terza persona viene chiamata, come da Ireneo, «oggi di cui non è chiarita la progressione. Assai più chiaro è T. nel definire l'esistenza ab aeterno del Verbo, considerato senza dar luogo ad equivoci una persona e non una qualità di Dio. Del Verbo sono distinti due momenti, uno anteriore alla creazione, l'altro posteriore, due momenti che vengono indicati con i termini stoici λόγος ἐνδιάθετος e λόγος προφορικός. Il logos, figlio di Dio, ha illuminato come lampada sospesa il mondo (II, 18); ha raccolto le acque e scende talora a parlare con gli uomini in nome del padre (II, 13). T. inoltre formula in modo inequivocabile il dogma della creazione dell'universo dal nulla (II, 5). Anche l'uomo è stato creato dal nulla, ma, a differenza delle altre creature, nelle quali Dio si è servito del Verbo (II, 27), è stato creato direttamente da Dio, a sua immagine e somiglianza. L'uomo è la creatura prediletta, dotata di libero arbitrio (II, 36), è artefice della propria sorte: T. attribuisce all'uomo perfino la possibilità di rendere la propria anima immortale. Egli infatti accetta la dottrina dell'immortalità condizionata, secondo la quale solo l'anima di coloro che seguono i precetti divini è immortale.
Circa la risurrezione, T. ammette che oltre all'anima risorgerà il corpo, e l'uomo, risorto nella sua interezza, sarà posto in Paradiso (II, 35), creato da Dio appunto per lui (II, 32-33).
A dimostrare l'opera della Provvidenza, T. preferisce svolgere il concetto dell'ispirazione celeste dei Profeti (II, 48; III, 10), alla cui guida ispirata si deve la salvezza degli uomini. A lungo si ferma T. a dimostrare la priorità dei Profeti nei confronti degli scrittori pagani, che hanno attinto dalle scritture le cose esatte da loro dette; così egli ricollega il Nuovo con l'Antico Testamento, spendendo buona parte del I. III (17-31) a difendere il cristianesimo dal punto di vista storico, confutando l'accusa di novità.
È in T. che il Nuovo Testamento viene considerato per la prima volta quale testo ispirato: gli Evangelisti sono, come i Profeti, «Portatori dello spirito». T. chiaro esposto della dottrina antiochena, se non ha rilevante valore letterario, ha esercitato nei primi secoli una larga influenza sulla formazione della dottrina cristiana, come fanno fede i non lievi debiti verso di lui non solo da parte di Ireneo, ma anche di Ippolito e Tertulliano.