TITO (T. Flavius Vespasianus Augustus) IMPERATORE ROMANO. - Figlio di Vespasiano, n. a Roma il 30 dic. del 39 d. C., m. ad Aquae Cutiliae (oggi Cotilia, presso Rieti) il 13 sett. dell'8 d. C.
Compi il suo tirocinio militare come «tribunus militum» in Germania, Britannia ed infine in Oriente legatus» della XV legione «Apollinaris» (Svetonio, Vesp., 4; Giuseppe Flavio, Bell. Jud., III, 4 sg.) insieme con il padre impegnato nella guerra di Giudea. Quando Vespasiano venne proclamato imperatore dalle legioni, T. rimase in qualità di luogotenente ad ultimare le operazioni militari contro i Giudei (Tacito, Hist., V, 1; Svetonio, Tit., 5). Lo storico ebreo Giuseppe Flavio, nel V e VI. della sua Guerra giudaica, ha lasciato il drammatico racconto dell'estrema difesa di Gerusalemme da parte dei difensori che, pur tormentati dalla fame, resistettero strenuamente nell'assedio all'assalto finale delle legioni. I soldati romani dovettero faticare per aprirsi un varco tra le ultime resistenze della cittadella. Il Tempio era stato incendiato pur contro il volere dello stesso T. che sulle sue rovine fu acclamato «imperatore» (Giuseppe Flavio, VI, 6). Sulpicio Severo invece riferisce (Chron., II, 30, 6) che la distruzione avvenne dietro il parere di T. in odio alle due religioni ebrea e cristiana perché, derivando i cristiani dai Giudei: radice sublata stirpem facile perirarum. Grande fu la preda e il numero dei prigionieri venduti o deportati. Da quel momento ebbe inizio la diaspora giudaica. Cesata così la guerra, T. ne celebrò il trionfo che fu eternato nell'arco omonimo ultimato dal fratello Domiziano. I pannelli decorativi del fornisce ricordano appunto gli oggetti di culto asportati dal tempio come trofeo: la mensa per i pani sacri, le trombe d'argento e il candelabro a sette bracci (v. Ch. Huelsen, Das Forum Romanum, 2a ed., Roma 1905, p. 222 sg). Quest'ultimo oggetto, in età medievale, dette curiosamente il nome all'arco che si conosceva sotto il nome di arcus septem lucernarum.
Associato poi dal padre all'Impero, T. percorse le più alte cariche dello Stato e gli successe il 24 giugno del 79. Severo e quasi spietato nelle repressioni dei delitti di lesa maestà quando era collega del padre, assunto alla porpora imperiale si dimostrò mite e tollerante volendo quasi mitigare il regime un po' assolutista instaurato da Vespasiano e seguito da Domiziano. Il suo breve regno fu funestato dall'eruzione del Vesuvio che seppellì Pompei, Ercolano e Stabia e da un rovinoso incendio che arse Roma per tre giorni; ma seppe fronteggiare questi disastri con sollecitudine. Ebbe anche una relazione - accolta con sospetto dal popolo che rammentava le male arti delle regine orientali (Dione Cassio, LXVI, 15, 4) -

Tito, imperatore romano - Statua togata dell'imperatore T. (sec. I) - Musco Vaticano, Braccio nuovo.
con la regina Berenice, figlia di Agrippa I, sovrano giudicio (v. Wilcken, in Pauly-Wissowa, III, 1, coll. 287-89). Il legame venne poi a cessare sia per ragioni di Stato o anche per la maggiore età che aveva, rispetto a lui, la regina.