TREVISO, DIOCESI di. - La città di T. è capoluogo della omonima provincia (ab. 29.377); la diocesi è suffraganea del patriarcato di Venezia, con 541.500 ab., 2193 kmq., 238 parrocchie di cui, in prov. di Venezia, 37; di Padova, 19; di Vicenza, 2; ha 612 sacerdoti diocesani, 180 regolari, ha Seminario maggiore e minore, 27 comunità religiose maschili e 240 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 430).
I. STORIA
Stazione eneo-terramaricola al mar-gine meridionale delle risorgive del Brenta, Tarvisium ebbe la facies paleoetnografica e il nome, probabilmente, dalla tribù illirica dei Taurisiani. Latercoli militari, iscrizioni e monete la assicurano municipium di ius latinum (forse dal 91 a. C.), ascritto alla tribù Claudia, ingrandito alla caduta di Altino.
La tarda e contaminata leggenda (sec. XII) della «missio apostolica» di s. Pietro, e del «protoepiscopato patavino» di s. Prosdocimo (titoli rispettivamente della Cattedrale e d'un antico attiguo sacello), non può esser accettata, non risultando esser di fatto esistita a T. una sede episcopale anteriore al sec. IV (vescovo Giovanni, 396), quando dalla metropoli aquileiense probabilmente occorse fronteggiare, con più frazionate giurisdizioni, l'istanza ariana; a questa infatti si allacciano anche le tradizioni altinati della predicazione e del culto ai corpi di s. Liberale confessore (m. nel 434) e degli itineranti martiri goti, Teonisto vescovo e Tabra e Tabrata diaconi (m. nel 396), accolti come patroni principali della diocesi.
L'incerto catalogo dei primi vescovi (lacunoso dal 541 al 564 e dal 590 al 743) e i discordi travestimenti di cronache posteriori impediscono un quadro sufficiente della vita religiosa diocesana nell'alto mediocivo, quando T. fu successivamente fondaco e caposaldo comitate gotico (Cassiodoro, Procopio), sede (con zecca) di ducato longobardo (Paolo Diacono, Venanzio Fortunato) e comitato franco della Marca Forogiuliense (815), della Veronese e della Trevigiana (867).
Gli sconvolgimenti circoscrizionali dei limitrofi episcopati di Padova occupata (il vescovo di T. dal 605 al 743 riunì anche quel titolo) e di Altino e Oderzo distrutte dai Longobardi (647; 671); le investiture feudali a vescovi di nazionalità tedesca e di fede imperiale (1047-1124), in opposizione a simultanei apostolici e ai danni specialmente del comitato (ereditario fin dalle origini [958] nei Collalto); e inoltre le incorporate temporalità dell'antico (589-827) e cessato episcopato di Asolo (diploma di Ottone I, 969), non solo allargarono i confini della giurisdizione spirituale del vescovo (bolla di Eugenio III a Bonifacio, 1152), ma ne elevarono la potenza feudale al grado (non al titolo) di «dominus dux comes et marchio», con un vasto sistema difensivo e una considerevole massa dei beni allodiali e feudali e di diritti fiscali, dai quali storicamente e giuridicamente ripetono la natura dominicale anche gli attuali cosiddetti «quartesi» parrocchiali (Statuto del 1231). Risalgono pure a questo periodo le più antiche vestige e memorie degli scomparsi monasterioli dei SS. Pietro e Teonisto di Casier (777, zeniano), di S. Fosca, di S. Paolo di Lansago (898, nonantolani); delle abbazie campestri cassinesi di S. Maria di Mogliano (995), di S. Maria del Pero di Monastier (1017), di S. Eustachio di Nervesa (1062), di S. Eufemia di Villanova (1085); dei lebbrosari di S. Pietro e Vito in Foro (991) e di S. Giacomo dello Schiral (sec. XI); della prima Biblioteca capitolare (catalogo del 1135); delle più antiche pievi.
La presenza della sola feudalità ecclesiastica minore e della borghesia forense nelle più antiche testimonianze di partecipazione cittadina al governo; e, d'altra parte, l'origine quasi universale del Comune rurale dalla prassi specialmente ecclesiastica delle concessioni livellarie e giudiziarie a collettività del distretto (plebi, vicinis, ecc.), non consentono di stabilire con esattezza la parte indubbiamente avuta dalla Chiesa nella costituzione e nel riconoscimento legale del primo Comune cittadino (inizio sec. XII). Indiretta, comunque, e ufficialmente non testimoniata fu l'influenza della gerarchia sugli indirizzi e ordinamenti del Comune già pienamente autonomo, a regime podestarile (1176) e tutto intento a sostituire la giurisdizione propria alle varie particolari, specialmente del conte e del vescovo (Statuti Pusterla, 1193-94): così, almeno, a giudicare dal fatto che nella più antica compilazione statutaria (cod. orig. 1207-18) non si trova alcuna regolazione dei rapporti con la Chiesa; dalla grave crisi finanziaria che, sotto Ambrogio (1199-1207) e Tiso (1209-1245), attraversarono le temporalità del vescovo, gradualmente confiscate o coloratamente cedute al Comune (1218) e ridotte, da 322 feudi del 1178, a 63 nel 1189 e a 15 nel
1209; e, infine, da un significativo orientarsi del sentimento religioso del tempo verso forme e istituti extragerarchici e di maggior spiritualità, quali i nuovi Ordini mendicanti dei Domenicani e dei Minori, allora invitati e sovvenzionati dal Comune (statuto 1231) a costruire in città le grandi chiese e conventi di S. Niccolò e di S. Francesco. L'ambiziosa politica espansionistica del Comune oligarchico ed anticorporativistico (statuto 1231) e le lotte fra Caminesi ed Ezzelini per la prevalenza nel governo e per la signoria sulla città e sul distretto ridussero la cosiddetta «marca gioiosa», dapprima nella mani di Ezzelino IV, lo scomunicato vicario imperiale (1237), poi sotto la cupa ed efferata tirannide del dissidente fratello Alberico (1239-60), dalla quale il Comune non riuscì a liberarsi se non con la crociata bandita in Venezia dall'esule vescovo Alberto (1257) e con la macabra giustizia popolare del 24 ag. 1260 al castello di S. Zenone: occasioni non ultime ai movimenti penitenziali (1262) da cui più tardi originarono la scuola e l'ospedale di S. Maria dei Battuti (statuto 1299), e l'ordine laico dei Cavalieri Gaudenti (1261); avendo esercitato fino allora grande influsso spirituale in tutta la regione anche il minorita s. Antonio da Padova (Camposampiero, 1231), il benedettino b. Giordano Frozatè (ostaggio di Ezzelino in S. Zenone, 1237-38), il camaldolese s. Parisio di Bologna (m. a T. nel 1267) e la benedettina b. Giuliana da Collalto (m. a Venezia nel 1264). La fosca e fastosa signoria guelfa del «buon Gherardo» da Camino in cambio dell'indipendenza politica (statuto originale 1284), dette allo Stato splendida prosperità ed anche pubblico ossequio religioso, non sempre sincero (cf. G. Biscaro, La correità di Gherardo e Rizzardo da Camino nell'uccisione di Jacopo del Cassero, 1298, vesc. di Feltre, Venezia 1915; id., Eretici e inquisitori nella Marca Trivigiana, 1280-1308, Torino 1921), e un conterraneo al pontificato: il b. Benedetto XI (Niccolò Boccasiini, domenicano).
La diocesi, allora resta da Tolberto Calza ed estesa quanto oggi, contava 35 monasteri e ospedali, 56 pievi, 208 cappelle (cf. Rationes decimarum Italiae, Venetiae [Studi e testi, 132], Città del Vaticano 1941, 129, 1295). Caduto il feroce Rizzardo nella ignobile «ragna» (1312) — il sontuoso mausoleo dei Caminesi in S. Francesco fu distrutto nel 1612 — un'increta rivoluzione del vescovo Salomone Castellano (1310-22) salvò la città dal tradimento del fratello Guccellone a Can Grande della Scala: T. visse allora la breve esistenza del restituito Comune delle Arti (1315-18), fiero dei suoi incomparabili Statuta, d'una ricercata Universitas studiorum, di frequentati Studi pubblici di filosofia, teologia e diritto, presso gli Eremitani, i Conventuali e i Domenicani (1313-1797); e conobbe la straordinaria morte, la grande amnistia e il culto popolare subito fiorito sulle spoglie taumaturgiche del b. legnauolo Enrico da Bolzano (10 ott. 1315): cui la città dedicava una scolpita arca nella Cattedrale e il Boccaccio una scettica novella del Decamerone. Durante le successive dominazioni goriziana (1318-28), scaligera (nell'episcopio mori Can Grande nel 1329), veneta (1338-81) e austriaca (1381-84) si ebbero: la fondazione della certosa del Montello (1340); l'ultima elezione episcopale da parte del clero (P. Paolo Dalla Costa, 1336); e il lungo e operoso episcopato di Fr. Dom. da Baone (1359-84), famigliare al Petrarca, testimone della morte e autore di una Vita b. Henrici, fondatore di una confraternita e scuola-convitto di S. Liberale (1365) per istituzioni sacerdoti e notai. Violenta, rapace e sacrilega fu la quinquennale occupazione carrarese che circuì il vecchio Da Baone, sequestrò a Padova il successore, Nic. Beruti (1386-94), e non lasciò a T. che nobili propaggini petrarchesche e la spoglia di Francesco Petrarca interrata in S. Francesco: dove anche è ricomposto ora il monumento sepolcrale di Pietro di Dante, qui pure diceduto nel 1364.
Con la seconda dedizione a Venezia (1389), T. perde ogni importanza politica e, anche dal punto di vista religioso, risente, oltre a indiscutibili vantaggi (difesa dell'ortodossia e della pubblica moralità), anche gli effetti negativi del giurisdizionalismo veneto: indirizzo umanistico e secolare della cultura e della vita dei chierici; aulicità, nepotismo e non residenza dei vescovi, in gran parte di origine ed elezione veneziana; politica ecclesia-

La Riforma contò più proseliti nella Trevisana che altrove: l'agostiniano fra Muses, promotore dell'imponente Sinodo antituterano del 1526 (800 padri), nel 1537 veniva a sua volta imputato e assolto di sospetta eresia; Lutero nel 1542-43 era in corrispondenza epistolare con i «fratres deditissimi» di T.; e, fra il 1547 e il 1576, una quindicina di paesi risultavano infetti di anabattismo anti-

(fot. G. Fini)
La Restaurazione tridentina (tutt'altro che superflua: cf. Processus et decreta del visitatore apost. Cesare De Nores, 1584) ebbe a T. un eccezionale interprete in Giorgio Corner (1564-67), amico del Borromeo e - insieme allo zio Francesco Pisani, decano del S. Collegio - padre firmatario del Concilio nell'ultima sessione da lui stesso chiusa con la Messa dello Spirito Santo (3 dic. 1563); al quale si devono, fra l'altro, un classico I Sinodo postridentino (1564); la Scuola della dottrina cristiana, con i primi Libretti (= Catechismi); le Regole (riforme) dei monasteri femminili; e, soprattutto, il Seminario tridentino, aperto nel 1566 alle canoniche del Duomo. L'interdetto di Paolo V contro i Veneti del Sarpi (17 apr. 1606) non fece a T. né apostati né martiri, non essendosi in generale sentita tanto la forza del principio affermato, quanto la discutibilità del movente politico. Anche il dotto, pio e patrizio vescovo Fr. Giustiniani (1605-23), minacciato di deposizione da Roma e di rappresaglie da Venezia, cedette alle pressioni di familiari intimiditi e abbandonò la diocesi alla mercé del potere civile; tutte le comunità religiose, tranne i Gesuiti, i Cappuccini, i Riformatori e pochi altri isolati - tosto perquisiti, privati delle rendite, incarcerati o espulsi - piegarono al Senato; il clero secolare fu obbligato ad una dichiarazione di conformismo che ancora si legge nei registri di certe parrocchie; e le popolazioni seguitarono in buona fede nelle pratiche del culto; salvo poi, al ritiro dell'interdetto, a precipitarsi tutti alle penitenziarie per farsi togliere le censure.
Fino alla metà del sec. XVIII, quando con la soppressione del patriarcato di Aquileia (bolla 6 luglio 1751 di Benedetto XIV) la diocesi passò alla provincia ecclesia-
stica di Udine, la Chiesa godette libertà e protezione dallo Stato, anche nel carico delle pubbliche scuole (uniche esistenti, prima delle riforme napoleoniche), affidate ai Somaschi (grammatica e retorica, 1624-1806) e al Seminario (umanità e filosofia, 1668-1797); e, grazie anche alla personalità del b. Barbarigo e dei vescovi Morosini, Zacco, De Luca e P. Giustiniani (1710-87), ultimo vescovo veneto, rimase immune quasi completamente da influssi giansenistici. La meteora municipalista del 1796-97 inaugurò la serie delle secolarizzazioni e demaniazioni, perfezionate poi, durante l'incipitto governo episcopale di Bernardino Marini (1788-1817), da Napoleone (1806) e dal Regno italico (1810). La restaurazione austriaca (1813), riservatosi il diritto alla nomina del vescovo (1818-80) e inflitta alla diocesi una sessennale vacanza per la fallita candidatura imperiale Jappelli, vide con favore la soda reggenza del vescovo G. Grasse (1822-29), sorvegliò in vano Sebastiano Soldati (1829-49), non s'adombrò del pio barone G. A. Farina (1850-60) e non trovò lo sperato « instrumentum regni » nell'« austriacante e temporalista » teologo della Basilica Marciana - relatore della Commissione « de Fide » del Concilio Vaticano - Federico Zinelli (1861-79): vescovi del Risorgimento; riuscito, quest'ultimo, con la dottrina e con la carità, a far dimenticar perfino al locale settarismo le baionette austriache e le macchine infernali fra le quali era entrato in diocesi; benemerito, soprattutto, d'aver dato alla gerarchia, nella persona del suo più fedele interprete e collaboratore, canonico Giuseppe Sarto, il b. Pio X.
II. SANTUARI
S. M. Maggiore (Assunta): di origini antichissime; nel 780 in mano dei Nonantolani, poi dei Can. Reg. di S. Salvatore, ora dei Somaschi, per avervi s. Gerolamo Emiliani deposto il 27 sett. 1511 i ceppi e la chiave della fortezza di Quero. Ricostruito nel 1474, in gotico veneziano, conserva un'immagine della Vergine (la terza), restaurata da Tomaso da Modena (1352). E basilica dal 1917 e il più frequentato santuario della diocesi.III. PERSONAGGI ILLUSTRII
Rambaido dei conti Azzoni Avogadro (n. il 2 nov. 1719, m. il 23 sett. 1790), munifico primicerio della Cattedrale, eruditissimo bibliotecario della Capitolare, da lui in gran parte riedificata, accresciuta e dotata, autore di 33 opere a stampa, fra cui: Memorie del b. Enrico; Trattato della zecca e delle monete che ebbero corso in Trevigi; Considerazioni sopra le prime notizie di Trevigi; di una monumentale Raccolta manoscritta di spogli dell'Arch. capitolare, in 20 voll.; e di un Carteggio originale con i più illustri contemporanei, in 27 voll. (Bibl. capit.).IV. ARTE
Sul modesto panorama edilizio della città s'eleva incontrastata la mole gotica di S. Niccolò (m. 88 x 27, 50 x 33,35), spiccando per l'accentuata verticalità della sua massa a paramento in mattoni, leggermente listata in pietra. Iniziata per pubblico decreto, su più modesto disegno, alla metà del sec. XIII, e proseguita a rilento per tutto il secolo successivo sul modello attuale - forse con i soccorsi del card. Niccolò Boccassino (1305) di cui vi è nel presbiterio il monumento, opera di G. Comin - la costruzione rimase incompiuta nell'altezza della nave centrale, fino al 1858. Come le contemporanee di S. Francesco e di S. Margherita, e i loro chiostri, S. Niccolò fu, a lungo, tempio di sepolture illustri e chiesa delle grandi occasioni e delle affollate predicazioni domenicane.L'attuale fabbrica del Duomo risulta da elementi saldati insieme in epoche diverse: la cripta dell'antica cattedrale romanica con l'urna dei ss. Fiorenzo e Vendemmale; le ricostruzioni rinascimentali (cappella dell'Immacolata, dei Lombardi, 1481-88) col cenotafio al vescovo Zanetto, di P. Lombardo, e ad Alessandro VIII, del Bonazza; cappella del Sacramento, del Bregno, col monumento lombardesco al vescovo Niccolò Franco (1501-1514); cappella dell'Annunziata (1519-23) con gli affreschi del Pordenone e la tavola del Tiziano: munificenze del can. vic. Broc. Malchiostro, ivi sepolto; e il corpo settecentesco, adattato alle cappelle terminali da G. Riccati, in sostituzione delle ormai fatiscenti tre navi romaniche (l'atrio è del 1836). Gli affreschi agiografici (coro) sono del Seitz; l'apoteosi di Pio X (presbiterio), del Biagetti.
La più antica testimonianza pittorica, a T., è data
dagli affresci bizantino-romanici dell'abside di S. Vito (Cristo e gli Apostoli, sec. XII); ma T. conserva la maggiore e più caratteristica parte dell'opera di Tommaso da Modena (1349-60): i freschi delle chiese di S. Francesco, S. Maria Maggiore, S. Lucia, S. Niccolò, S. Caterina, ex S. Margherita (Storie di s. Orsola, ora alla Pinacoteca), e - stupenda per verità e varietà di studi psicologici e per realismo espressivo - la galleria dei Quaranta personaggi illustri dell'Ordine domenicano, nell'ex Capitolo di S. Nicolò (Seminario). Nell'attiguo monastero di S. Teonisto (Benedettino), trovavasi fino al 1692 l'enorme lunettone (7,60 x 3,79) delle Nozze di Cana di P. Veronese (1580), che ora è a Montecitorio; e dalla medesima chiesa è recentemente trasmigrato alla Pinacoteca il Calvario di J. Bassano.
Considerevole è il patrimonio artistico della diocesi: pitture e sculture, anche di sommi; paramenti, suppellettili, e oreficerie dei secc. XIII-XVIII (Tesoro della Cattedrale).
L'arte della carta, importata da Fabriano, fece fiorire assai per tempo a T. quella della stampa, grazie anche alla discesa di valenti maestri stranieri (Gerardo de Lisa, fiammingo, 1460-86), che arricchirono le biblioteche cittadine del tempo (ora la Capitolare e la Comunale) di splendide edizioni anche xilografate e alluminate.
Gloriose tradizioni vanta pure la Cappella musicale del Duomo, sorta alla metà del '300 e divenuta famosa, specialmente fra il 1500 e il 1633, per maestri compositori, organisti e cantori (Gabrieli, Anerio), per esecuzioni polifoniche e orchestrali, in patria e fuori, e per il ricco repertorio di codici inediti ed edizioni rare che andarono in parte perdute nell'incendio della Biblioteca e dell'Archivio capitolari (bombardamento 7 apr. 1944). Fra la Biblioteca Capitolare e la Comunale sono spartite altre preziose collezioni di codici e pergamene dei secc. X-XVI; fra cui la più completa serie originale di antichi statuti comunali d'Italia (1207-1555). - Vedi tav. LI.