TRIPITAKA (TIPITAKA). - T. significa i tre canestri, cioè le tre raccolte che costituiscono il Canone buddhistico pàli: Vinaya-pitaka o canestro della disciplina; Sutta-pitaka o canestro delle prediche e Abhidhamma-pitaka o canestro della metafisica.
Il T. è scritto in pàli, la lingua letteraria, derivata da un dialetto affine al sanscrito, che si parlava nel Magadha, oggi Bihar, nel sec. vi a. C., ed era perciò chiamato il magadhese. Oriundo del Magadha, il Buddha avrà predicato in magadhi, e nello stesso dialetto dovette esser divulgato il primo ristretto Canone che, secondo la tradizione, fu composto dall'anziano Kaśyapa e da altri discepoli personali del Buddha, riuniti in concilio a Rajagrha (oggi Rajgir) pochi mesi dopo la morte del Perfetto (Tathàgata).
Questo primo concilio si sarebbe limitato a fissare le regole disciplinari dell'Ordine monastico e il testo delle prediche, per impedire travisamenti della parola dell'Illuminato, atti a suscitare discorde nella comunità. L'Abhidhamma-pitaka, che è un'emanazione del Sutta-pitaka, in quanto mira a dare una forma astratta e sistematica agli insegnamenti contenuti nelle prediche, liberandoli dalle parti occasionali e accessorie, è meno antico degli altri due pitaka. I cronisti di Ceylon lo assegnano al sec. III perché l'ultimo capitolo, intitolato Kathàvathu (punti di controversia), è attribuito a Tissa Moggalliputta, capo del III Concilio (243 a. C.). Ma prevale l'opinione che l'Abhidhamma-pitaka, opera di carattere scolastico, sia frutto di una secolare elaborazione, la quale giunse a termine quando il Canone fu messo in iscritto. L'importanza del III Concilio sta nell'avere iniziato quell'opera di propaganda, che fece del buddhismo una religione universale. A Ceylon andò come missionario Mahinda, figlio del re Asoka Priyadarsin (ca. 294-232 a. C.), seguace e protettore del buddhismo. Le amplificazioni della leggenda, secondo la quale Mahinda giunse in volo con altri monaci all'isola, non devono impedire di considerare verità storica il suo viaggio a Ceylon, dov'egli espone e divulgò il Canone sanzionato dal III Concilio, che restò, come l'antico, affidato alla memoria dei monaci singalesi e tramandato oralmente. Fu messo in iscritto durante il regno di Vatàgaman, nel sec. I a. C. I buddhisti singalesi credono che l'attuale T., testo canonico del buddhismo hinayàna (v. BUDDHISMO) a Ceylon, in Birmania, nel Camboge, nel Siam, nel Laos, sia identico a quello sancito dal I Concilio pochi mesi dopo la morte del Buddha. Ciò è in contrasto con la stessa tradizione, la quale afferma che a Rajagrha furono composti soltanto i due primi pitaka, e non in pàli, ma in magadhi, il dialetto parlato dal Buddha e dai suoi
discepoli. La questione se la lingua del T. giungesse a Ceylon già trasformata in pàli, la lingua sacra, ovvero compisse la sua evoluzione durante i 160 anni che intercorreva tra l'arrivo di Mahinda all'isola e la stesura del Canone, è insolubile per mancanza di dati. Certo è che la lingua del T. fu considerata sacra, e questo suo carattere, unitamente alla diversità del dialetto di Ceylon, che era il singalese, potesse il Canone da ogni contaminazione. Quanto al valore della parola «pàli» (f.), i pareri sono discordi, ma la spiegazione più semplice è forse quella che conferisce al vocabolo il significato di «serie» partendo da quello originario di riga. «Serie di testi, e il linguaggio in cui sono scritti». Il T. è infatti una silloge di testi, spesso non solo eterogenei, ma di età diverse.
Vinaiva-pitaka, «il canestro della disciplina», contiene: I. Il Sutta-vibhanga o «classificazione delle regole»; II. I. Khandhaka o «capitoli» e III. Il Parivàra o «parte accessoria». Il Sutta-vibhanga include il testo del Pàti-mokha, codice penale monastico di 227 articoli, del quale è il commento, e non solo spiega i peccati ivi compresi, ma dice anche in quale occasione fu dal Buddha stesso indicata la colpa e prescritta la rispettiva sanzione. Il Pàti-mokha è diviso in due parti, una delle quali riguarda i monaci e l'altra le monache; i peccati sono di due specie: quelli che determinano l'espulsione dall'Ordine e quelli suscettibili d'espiazione. Il Parivàra è una specie d'indice riassuntivo delle precedenti due opere, alle quali è stato aggiunto in età assai più tarda. Mensilmente, la sera del novilunio e del plenilunio, i monaci e monache del distretto si riunivano in un convento o altrove per una solenne seduta. Nessuno doveva mancare. Rispettivamente il più anziano, o la più anziana, presiedeva la riunione e rivolgeva ai convenuti le parole di rito: «Chi ha commesso peccato lo confessi, chi non è colpevole taccia». Leggeva la lista dei peccati, la quale incominciava dai più gravi per finire con quelli che venivano rimessi con la semplice pubblica confessione. I Capitoli divisi, in due sezioni (vagga), la grande (Mahà-vagga) e la piccola (Cullavagga) possono essere considerati un complemento del Sutta-vibhanga in quanto trattato dell'ammissione all'Ordine dei monaci e delle monache, del conteggio che essi debbono tenere, del loro modo di vestire ecc. Precetti e consigli vengono anche in questo caso attribuiti al Buddha e preceduti da un racconto, senza dubbio inventato. Queste narrazioni sono prive d'importanza anche dal punto di vista letterario, ma ben altro interesse hanno i capitoli che riguardano la vita leggendaria del Buddha. In bella lingua arcaica, il Mahà-vagga (I, 1-24) racconta come il Buddha ottenne la chiaroveggenza (bodhi) e acquistò i primi discepoli operando conversioni, fra le quali importantissime quelle di Sàriputta e Moggallana, destinati a dividere con il Perfetto il primato nell'Ordine. Sempre il Mahà-vagga ci ha tramandato anche il testo della predica di Benares, la prima dell'Illuminato, e altre importanti notizie, come la visita ch'egli fece al padre e alla consorte, durante la quale ammise all'Ordine il figlio in età di soli 7 anni. La fondazione dell'Ordine femminile, ad istanza della matrimonia rimasta vedova, è invece riferita dal Culla-vagga.
Sutta-pitaka, «il canestro dei discorsi (e dialoghi)», è la più ricca fonte d'informazione riguardo alla religione (dhamma) professata dal Buddha e dai suoi discepoli. Con la raccolta (nikàya). La prima contiene 34 lunghi discorsi; la seconda quelli di media lunghezza, 152; la terza i discorsi a gruppi, nella quale cioè i sutta che hanno a comune speciali caratteristiche (tema, oratore, protagonista, ecc.) sono riuniti in 56 gruppi, ciascuno con un titolo appropriato al suo carattere; la quarta raccolta è quella del «Pù uno», dove cioè la trattazione verte dapprima su temi singoli, poi abbinati, poi ternari, sempre aumentando di uno fino a undici, nel cap. XI ed ultimo. Il capitolo dei temi abbinati tratta, p. es., dei due motivi del soggiorno nella selva, delle due specie di Buddha, ecc.; quello dei temi ternari verte sui tre messaggeri degli dèi, sulle tre specie di silenzio, ecc.; la quinta e ultima raccolta di 15 opere, è detta impropriamente dei testi brevi, perché accoglie, insieme con brevi poemetti, alcune delle opere più voluminose della letteratura pàli. Mentre i primi nikàya, prevalentemente
didascalici, sono in prosa, qua e là interrotta da strofe che sono citazioni o ammaestramenti in versi, a scopo mnemonico, predomina nel quinto la poesia che in più di un testo, come il Dhammapada, «parole su la religione», le Thera-e Theiri-gàthà, strofe dei monaci e delle monache, il Suttanipàta, raccolta di sermoni, merita il nome di vera, grande poesia. Nel Sutta-pitaka si segnalano, per particolare importanza, il Mahàparì nibbàna-sutta (I, 16) o «grande discorso sul nirvàna» (v.) assoluto (del Buddha)», che è la storia particolareggiata degli ultimi tre mesi di vita dell'Illuminato; il gruppo dei dialoghi sul nesso causale (III, 12) e i Jàtaka (V, 10) o storia delle precedenti nascite (del Buddha), alcune delle quali sono rappresentate in bassorilievi degli Stùpa di Bharhut e di Sànchi, che risalgono al sec. III a. C.
Bìl.: l'ed. più completa del T. è quella in caratteri sia-mesi, pubbl. a Bangkok nel 1894 a cura del re del Siam Cukalankaran in occasione del suo XXX anno di regno. Comprende 70 voll., di cui il munifico Re fece dono alle più importanti biblioteche d'America e d'Europa. M. Winternitz, Gesch. der ind. Literatur, II, Lipsia 1920, pp. 1-139. Ferdinando Belloni Filippi
