UGUCCIONE da LODI. - Uomo d'arme e di penna vissuto tra gli ultimi decenni del sec. XII e i primi del XIII, n. forse a Cremona, da una famiglia Lodi; appartenne, forse, alla setta valdese a quella dei «poveri lombardi».
Scrisse in volgare veneto un poemetto: Il libro sulla creazione del mondo, la morte, l'inferno, il paradiso, i vizi umani, specie superbia e avarizia. Il libro è diviso in due parti: la prima in lasse monorime di dodecasillabi ed endecasillabi; la seconda (detta anche Istoria) in distici novenari a rima baciata. La prima, fra tanto sermone-giare, contiene un interessante confessione dell'autore: finché fu «vigoroso, aitante, prode più d'Orlando» non si curò di Dio, anzi dice: «concentra Ti fui fer et combatente», divenuto «veggio e canuto», si diede a penitenza. La seconda parte traduce liberamente poemetti francesi didattico-religiosi. Ad U. si attribuiscono altre opere, in cui si trovano molti versi del Libro, cioè: La contemplazione della morte; Del piangolante nasimento dell'omo (rimaneggiamento del De contemptu mundi); l'Avento dell'Anticristo, ricalcato sull'Epistola di Assone e sul Ludus paschalis de Antechristo (1161), ma con spunti nuovi nella parte centrale. Le rime di U., immerse nel clima apocalittico della fine del sec. XII, hanno, pur nella loro prolissità, una rude suggestione. Pietro d'A Bergagapé e Giacomo di Verona inserirono versi di U. nei loro poemetti.