VISCONTI VENOSTA, EMILIO

VISCONTI VENOSTA, EMILIO. - Statista, n. a Milano il 22 genn. 1829, m. a Roma il 28 nov. 1914.

Iniziò la sua attività politica nel 1848, partecipando alle cinque giornate di Milano ed arruolandosi poi tra i volontari di Garibaldi. Riparato a Lugano dopo l'armistizio Salasco, vi si legò di amicizia con Mazzini: il che non gli impedì per altro di opporsi ai disegni insurrezionali di quest'ultimo, che lo aveva designato a capo della rivolta milanese del 1853. Sospettato dalla polizia per la sua attività liberale, non ebbe gravi molestie sino al febbr. 1859, allorché, compromessosi nella dimostrazione seguita ai funerali di Emilio Dandolo, ritenne opportuno trasferirsi a Torino. Rientrò in Lombardia al seguito delle truppe franco-sarde ed assunse per breve tempo la carica di commissario regio di Milano, svolgendo quindi delicate missioni diplomatiche nei Ducati e nel Mezzogiorno: a Napoli tentò inutilmente di provocare una insurrezione che proclamasse l'annessione del Regno alla Sardegna prima dell'arrivo dell'esercito garibaldino. Tre anni dopo (24 marzo 1863) assunse per la prima

volta il portafoglio degli Esteri nel ministero Minghetti: la quale carica ricoprì altre sei volte, sino al febbr. 1901, talché egli fu per ca. un cinquantennio l'ispiratore della politica estera italiana.

Il suo nome va così legato ad avvenimenti di particolare importanza, quali la stipulazione della Convenzione di Settembre, la condotta diplomatica della guerra del 1866, la presa di Roma e la promulgazione della cosiddetta Legge delle Guarangi, che egli avrebbe desiderato più favorevole alla S. Sede. Ministro fino alla caduta della destra (18 marzo 1876), iniziò il ravivolgamento dell'Italia agli Imperi centrali e creò i presupposti di quella «politica delle mani nette», che il Cairoli ed il Corti seguirono all'epoca della crisi balcanica del 1878.

Senatore dal 1886, tornò al potere col Rudini nel 1896, all'indomani di Adua, e conchiuse la pace col Negus, nel tempo stesso in cui stipulava con la Francia gli accordi per lo status degli italiani in Tunisia. In seguito alla insurrezione milanese del 1898, si oppose al guardasigilli Zanardelli, che sollecitava una legge speciale per colpire il clero (ingiustamente accusato di aver promosso i moti insurrezionali) e provocò con le sue dimissioni la caduta del ministero. Il Pelloux ed il Saracco lo vollero nuovamente alla Consulta tra il 1900 e il 1901, nei difficili primordi del regno di Vittorio Emanuele III, ed egli fu così a capo della politica estera italiana durante la crisi cinese dei Boxers, ottenendo dalle potenze il riconoscimento della concessione italiana di Tien-Tsin.

Ultimo servizio reso alla patria, l'aver assunto ed abilmente tenuto la presidenza della Conferenza internazionale di Algesiras (1906) per la soluzione pacifica del dissidio franco-tedesco per il Marocco: rappresentante dell'Italia legata alla Triplice, appoggiò le richieste francesi, così da anticipare l'evoluzione della politica italiana verso la Triplice Intesa, maturatasi nel 1914. Evoluzione che egli auspicò e vide prossima a realizzarsi, essendo deceduto alla fine del '14, quando l'Italia aveva già proclamata la propria neutralità e si avviava al Patto di Londra e all'intervento.

BIBL.: anon., E. V. V., Roma 1880; G. Olmo, Lettere giovanili di E. V. V., Roma 1915; L. Luzatti, Grandi italiani, grandi sacrifici per la patria, Bologna 1924; F. Cataluccio, La politica estera di E. V. V., Firenze 1940; V. Vitale, Nove lettere di E. e di Giovanni V. V., in Rota. st. del Ritor., 29 (1942), p. 5 segg.

Suo fratello GIOVANNI (GINO), n. a Milano il 4 ott. 1831, m. ivi il 1° ott. 1906, partecipò con lui alle cinque giornate del 1848 e svolse costante attività patriottica in Milano sino al 1859, allorché - per sfuggire all'arresto dopo i funerali di Emilio Dandolo, risoltisi in una dimostrazione di italianità - riparò in Piemonte. Quivi fu chiamato a far parte della commissione consultiva nominata dal Cavour tra gli emigrati lombardi allo scopo di approntare la legislazione provvisoria della Lombardia in previsione dell'imminente guerra e dell'auspicata annessione: dopo di che venne inviato in Valtellina a dirigervi l'insurrezione popolare contro gli Austriaci e assunse il governo della regione a liberazione avvenuta. Assessore comunale di Milano sino dalla prima amministrazione municipale eletta dopo la partenza degli Austriaci, continuò a coprire cariche provinciali e municipali in Valtellina e a Milano sino a tarda età. Deputato al Parlamento subalpino, dopo una sola legislatura si ritrasse dalla vita politica, preferendo dedicare la propria attività alla città natale, dove fu, tra l'altro, soprintendente scolastico (oggi, provveditore agli studi), presidente dell'Associazione gener. operai, presidente del Museo del Risorgimento e di molti altri istituti. Scrittore agile e forbito, giornalista eccellente - fu tra i fondatori della Perseveranza, cui collaborò assiduamente - ha lasciato un interessante volume autobiografico (Ricordi di gioventù: cose vedute o sapute, Milano 1904), nonché novelle, versi, racconti, di cui la cosa migliore è il romanzo Il curato d'Orobio (ivi 1886), di derivazione manzoniana. È suo anche il popolarissimo scherzo poetico Il prode Anselmo. Per alcuni anni tenne la presidenza della Società degli autori.

BIBL.: G. Stiavelli, Ricordi d'altri uomini e d'altri tempi, Frascati 1905; V. Vitale, Nove lettere di Emilio e di G. V. V.,

in Rass. st. del Risorg., 29 (1942), p. 5 sgg. Numerosi i saggi critici sulla sua produzione letteraria. Renzo U. Montini

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“VISCONTI VENOSTA, EMILIO.” Enciclopedia Cattolica, vol. XII (1954), p. 934. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/visconti-venosta-emilio.