Entrato nell'Ordine (1583), vincendo i fieri contrasti della sua nobile famiglia mediante un ricorso a Gregorio XIII, fu predicatore stimato, professore di filosofia e teologia, provinciale a Roma e a Napoli, assistente per l'Italia (1608) e infine, il 15 nov. 1615, generale.
I suoi trent'anni di governo, improntati ad una nota particolare di dolcezza e di paternità (Urbano VIII soleva chiamarlo un «angelo di pace») si possono contare tra i più felici e floridi per l'Ordine, massime nelle nazioni latine, soprattutto in Francia. I Collegi crebbero di numero e di alunni, il che fece maturare un'eletta schiera di teologi e di filosofi (ad es., J. De Lugo, moralista e giurista, A. Tanner, polemista, D. Pétau, maestro della teologia positiva) e più ancora di umanisti, predicatori e scrittori (ad es., F. Florencia, A. Vieira, J. Gretser, F. Strada, M. K. Sarbiewski, J. Balde e il card. Pizzo Sforza Pallavicini). Parallelo e consolante lo sviluppo delle missioni; oltre ai campi dell'India e della Cina, già protesi a nuove conquiste, altri nuovi si aprirono: il p. A. de Andrade penetra nel Tibet, il p. A. White nel Maryland (Stati Uniti) e altri nell'Angola e nella Guinea; si fondano le missioni canadesi fra i Pellerossa e anche un collegio a Québec (1635) e le celebri Riduzioni del Paraguay; si penetra nel Levante, dalla Turchia alla Caldea, promuovendo ritorni all'unione con Roma o provocandone e tenendone desti i desideri. Non mancarono tuttavia le spine con le dispersioni e le rovine cagionate dalla guerra dei 30 anni in Germania e Svezia, con il tramonto della missione giapponese sotto l'impruversare di una spietata persecuzione, il fallimento della missione di Etiopia, le aspre difficoltà derivate dalla trepida situazione dei confessori, talora solo di nome, dei re e dei principi, massime in Francia e in Baviera; il V. dovette rimpiangere qualche imprudenza o defezione da parte dei padri confessori, ma molto più ebbe da rallegrarsi per i molti mali allontanati e il molto bene conseguito, specie nel contrastare ai desideri antiecclesiastici del card. Richelieu.
Il V. ELISABETTA e Francesco Saverio (1622), la beatificazione di Stanislao Kostka, Luigi Gonzaga e dei tre martiri giapponesi, Paolo Michi, Giov. di Goto e Giac. Kisai; la celebrazione del 19 centenario della Compagnia, a cui prese parte Urbano VIII, intervenendo con la sua Corte alla funzione del Gesù e concedendo ai Gesù tutti un giubileo di grazie spirituali. Il che non passò inosservato agli avversari, ai quali accrebbe esce al lancio di accuse contro l'orgoglio insopportabile e trionfo dei Gesù di una opera commemorativa: *Imago primi saeculi Societatis Jesu* (Anversa 1640), la quale era invece frutto più di comprensibile entusiasmo giovanile, aggravato dal costume iperbolico del tempo, che non di storia e di critica. Alla sua morte il V. lasciava più di 16.000 gesuiti, ripartiti in 35 province, 3 viceprovince, 521 collegi, 49 seminari e più di 360 residenze in Europa e in missione.