VITELLESCHI, MUZIO. - Sesto generale della Compagnia di Gesù, n. a Roma il 2 dic. 1563, m. ivi il 9 febbr. 1645.
Entrato nell'Ordine (1583), vincendo i fieri contrasti della sua nobile famiglia mediante un ricorso a Gregorio XIII, fu predicatore stimato, professore di filosofia e teologia, provinciale a Roma e a Napoli, assistente per l'Italia (1608) e infine, il 15 nov. 1615, generale.
I suoi trent'anni di governo, improntati ad una nota particolare di dolcezza e di paternità (Urbano VIII so-leva chiamarlo un «angelo di pace») si possono contare tra i più felici e floridi per l'Ordine, massime nelle nazioni latine, soprattutto in Francia. I Collegi crebbero di numero e di alunni, il che fece maturare un'eletta schiera di teologi e di filosofi (ad es., J. De Lugo, moralista e giurista, A. Tanner, polemista, D. Pétau, maestro della teologia positiva) e più ancora di umanisti, predicatori e scrittori (ad es., F. Florencia, A. Vieira, J. Gretser, F. Strada, M. K. Sarkiewski, J. Balde e il card. Pietro Sforza Pallavicini). Parallelo e consolante lo sviluppo delle missioni; oltre ai campi dell'Indù e della Cina, già pro-tesi a nuove conquiste, altri nuovi si aprirono: il p. A. de Andrade penetra nel Tibet, il p. A. White nel Mary-land (Stati Uniti) e altri nell'Angola e nella Guinea; si fondano le missioni canadesi fra i Pellerossa e anche un collegio a Québec (1635) e le celebri Riduzioni del Paraguay; si penetra nel Levante, dalla Turchia alla Caldea, promovendo ritorni all'unione con Roma o provocandone e tenendone desti i desideri. Non mancarono tuttavia le spine con le dispersioni e le rovine cagionate dalla guerra dei 30 anni in Germania e Svezia, con il tramonto della missione giapponese sotto l'imperversare di una spietata persecuzione, il fallimento della missione di Etiopia, le aspre difficoltà derivate dalla trepida situazione dei con-fessori, talora solo di nome, dei re e dei principi, massime in Francia e in Baviera; il V. dovette rimpiangere qualche imprudenza o defezione da parte dei padri confessori, ma molto più ebbe da rallegrarsi per i molti mali allon-tanati e il molto bene conseguito, specie nel contrastare ai desideri antiecceliastici del card. Richelieu.
Il V. ELISABETTA e Francesco Saverio (1622), la beatificazione di Stanislao Kostka, Luigi Gonzaga e dei tre martiri giapponesi, Paolo Michi, Giov. di Goto e Giac. Kisai; la celebrazione del 1° centenario della Compagnia, a cui prese parte Urbano VIII, intervenendo con la sua Corte alla funzione del Gesù e concedendo ai Gesuiti un giu-bileo di grazie spirituali. Il che non passò inosservato agli avversari, ai quali accrebbe esca al lancio di accuse contro l'orgoglio insopportabile e tronfio dei Gesuiti la opera commemorativa: Imago primi aneculi Societatis Jesu (Anversa 1640), la quale era invece frutto più di com-prensibile entusiasmo giovanile, aggravato dal costume iperbolico del tempo, che non di storia e di critica. Alla sua morte il V. lasciava più di 16.000 gesuiti, ripartiti in 35 province, 3 vice-province, 521 collegi, 49 seminari e più di 360 residenze in Europa e in missione.