ZACCARIA, PROFETA

ZACCARIA, PROFETA. - Penultimo dei profeti minori. Il suo nome (Zekharjah «Jahweh si ricorda») ben risponde al contenuto della sua profezia. Figlio di Barachia e nipote di Addo, era di stirpe sacerdotale (Zach. 1, 1; Esd. 5, 1; 6, 14; Neh. 12, 16). Fu contemporaneo di Aggeo; pronunziò il primo vaticinio conservato nei suo libro I'8° mese del secondo anno di Dario I, cioè nell'ott.-nov. del 520 a. C., due mesi dopo il primo discorso di Aggeo (Zach. 1, 1; 7); il c. 7, 1 è del 4° anno di Dario (518 a. C.). Da non confondersi con Z. di Mt. 23, 35 (cf. II Par. 24, 20 sgg.).

Aggio e Z. infusero nuovo ardor nell'animo dei rimpatriati, sfiduciati per le difficoltà incontrate nella ricostruzione del Tempio. La prima carovana dei reduci, dell'a. 537, Zorobabel (v.) ed il sommo sacerdote Giosuè; erano ca. 40.000 della tribù di Giuda e Beniamin, per lo più sacerdoti e leviti; s'insediarono a Gerusalemme e nei dintorni. Sette mesi dopo il ritorno egressero l'altare ed incominciarono la ricostruzione del Tempio (Esd. 1-3). Ma l'accanita ostilità dei vicini, con a capo i Samaritani, indusse la corte persiana, diffidente, a far sospendere i lavori.

Nell'iniziar la lunga via del deserto per il ritorno in patria, gli esuli, ritenendosi «il vero popolo di Jahweh», il resto «o germe santo» che Jahweh si era riservato (Esd. 2, 2; 9, 8; Agg. 1, 12). pensarono si realizzassero in loro le promesse di prosperità che riempiono la 2ª parte di Is. e Esd. 34, 25-31; 35; 36; 47; sono questi capitoli ai quali si riferisce specialmente Zach. 9-14. Invece, come risulta da Esd. 3-4 e da Neemia, nulla trovarono della sognata felicità, bensì la consueta vita, oberata da maggior lavoro e minacciata da pericoli di ogni sorta. Dal sogno delle più belle speranze eran caduti nella più dura esperienza della realtà; cf. Ps 126 (125) e 85 (84).

Le profezie descrivevano la parte che Jahweh avrebbe preso nella rinascenza teocrazia e congiungevano a questa regno messianico che ne era il termine e il perfezionamento; ma bisognava non confondere i due stadi della rinascita: la preparatoria e la definitiva; soltanto a quest'ultima, cioè al regno del Messia, si riferivano molte delle più belle promesse profetiche. Aggo e Z. intervennero per rianimare i fedeli, fecero riprendere e condurre a termine la ricostruzione del Tempio, con la conseguente ripresa del culto: primo passo della rinascita nazionale. Ripresi i lavori nel 2° anno di Dario, furono condotti a termine nell'anno 69, 515 a. C. (Esd. 5-6).

Il libro di Z., già detto da S. Girolamo «oscurissimo» e il più lungo fra i 12 minori (PL 25, 1417), consta di due parti ben distinte (collegate fra loro dai cc. 7-8): le otto visioni «notturne» (cc. 1-6) e le profezie (cc. 9-14). Nelle visioni come nei discorsi unico è il tema svolto: la realizzazione sicura della rinascita, promessa da Jahweh, della punizione dei popoli finiti preannunziata da Esd. 35-36; la sua perennità, col trionfo sui violenti attacchi delle genti (Esd. 38-39 = Zach. 9, 14; cf. Dan. 7-12); la nuova teocrazia infatti è in funzione, preparazione immediata del regno del Messia, dal quale verrà elevata «assorbita. I rimpatriati pertanto sono l'oggetto della «gesia di Jahweh»; sono chiamati «la figlia di Sion» (1, 14), «il popolo di Jahweh» (8, 8, 12); sono il resto di Israele (8, 6, 11) oggetto delle benedizioni divine; Jahweh risiede in mezzo a loro, pone la sua dimora, ancora una volta, in Gerusalemme (2, 9, 14; Volg. 2, 5, 10).

Nella prima visione (cavalieri o strumenti della divina giustizia: 1, 7-17) è data la formale assicurazione

del rinascere della nazione e della punizione delle Genti. Dov'era il compimento delle profezie sulla rinascita pro-sperosa del nuovo Israele sui colli della Palestina e la punizione di Edom e degli altri popoli, che, gioiendo della rovina di Giuda, han disprezzato Jahweh? (cf. Ez. 35; 36, 1-5. 33-36; ecc.). Jahweh risponde: «Provo grande gelosia per Gerusalemme e per Sion; e provo grande sdegno contro queste Genti ora tranquille, le quali quand'io ero un po' indignato contro il mio popolo, contribuirono ad accrescere la sua disgrazia». È giunta l'ora, assicura il Signore, della mia benevolenza per Giuda: il nuovo Israele ecco che sorge «Jahweh consolerà a una cosa Sion, e di bel nuovo farà di Gerusalemme la sua città prediletta»; mentre è certa la punizione delle Genti (2, 1-4: Volg. 1, 18-21). Israele avrà in Jahweh il suo difensore e abbraccerà una moltitudine sterminata (cf. Ez. 36, 10 sg.; 37). Perciò Z. invita gli esuli, ancora in Babilonia, a ritornare in patria, per partecipare alla gloria straordinaria della nuova comunità, che «abbraccerà molte nazioni» e avrà il Signore al suo centro (2, 5-17: Volg. 2, 1-13). L'accenno alla moltitudine sterminata, alla conversione delle genti (cf. Is. 2, 3 sg.; Mi. 4, 2) richiama il regno del Messia, termine ultimo e definitivo del risorto Israele, guidato dal sacerdozio e dal principio davidico. Il sacerdozio giudicato (c. 3) ormai purificato curerà tutto quel che riguarda il culto (v. 7): Giosuè e i suoi sacerdoti sono segno e pegno della ricostruzione del Tempio e della restaurazione del culto (v. 8), parte essenziale del risorto Israele. A Giosuè è associato Zoro- babel (v. 8 b); insieme porteranno a termine l'opera in cominciata, cui il Signore si riserva di dar l'ultima mano (v. 9). Zorobabel (c. 4) è preposto alla costruzione materiale del Tempio, Giosuè al culto; il primo particolare mente deve contare unicamente sull'azione di Dio: Jahweh supererà tutte le difficoltà che appaiono umanamente insormontabili. Elemento essenziale del rinato Israele, purificato, è la santità (c. 5). Come l'eta è trasportata in Babilonia, così l'iniquità sta per essere bandita per sempre dalla giovane comunità giudaica. Comprenderà la ricostruzione materiale, così per la perfezione spirituale Jahweh procede gradatamente, operando mediante i profeti e gli altri suoi rappresentanti la progressiva santificazione d'Israele. Segue nel c. 6 l'esaltazione di Giosuè (vv. 9-11) e quella di Zorobabel (vv. 12-15). Questi realizza la speranza messianica in quanto è la radice dalla quale nascerà il Messia. Emerge ancora il legame tra il nuovo Israele, che vien su, e il regno del Messia, che gli succederà; il primo è temporaneo e preparatorio. Inoltre è messo in evidenza lo scopo dell'alleanza del Sinai, ormai ristretta alla sola tribù di Giuda; alleanza concretata nella promessa fatta da Jahweh da David. Questa rinascita dell'alleanza, quest'opera mi rabile (la nuova teocrazia) è frutto esclusivo dell'amore di Dio (8, 2) e della sua onnipotenza (8, 6 sg.); con essa si realizza l'essenza del patto: «Ecco io salvo il mio popolo; io riconduco dalle terre d'Oriente... perché dimorino in Gerusalemme; esso sarà il mio popolo e io sarò Dio suo con fedeltà e con giustizia» (8, 8). Perciò i rimpiatti si rianimo; sono l'oggetto delle più elette benedizioni da parte di Jahweh (8, 14 sg.): «Come io pensi di farvi del male quando i vostri padri mi provocarono ad ira... e non ebbi compassione, così, al contrario, ho pensato in questi giorni di far del bene a Gerusalemme e alla casa di Giuda; non temete!» Come contropartita Jahweh esige, oltre al culto (3, 1-8), la pratica della giustizia (8, 16 sg.).

Nei cc. 7-8, alla domanda dei più fedeli di Bethel se i giorni di digiuno nel 4°, 5°, 7° e 10° mese, intrapresi liberamente dagli esuli, per commemorare la caduta e il saccheggio di Gerusalemme e del Tempio (58° a. C.). Z. risponde che è molto più importante l'osservanza del precetto dato ai padri: «Siate giusti nel giudizio praticate l'amore e la misericordia ciascuno verso il proprio fratello» (7, 9); così i giorni di digiuno si cambiano in giorni di gioia e i popoli verranno a Gerusalemme per adorare il Signore (c. 8).

La 2° parte presenta gli stessi temi dei cc. 1-6, con prevalenza e sviluppo delle profezie messianiche. Puni- zione delle genti finitime (9, 1-7 = 2, 1-4), e protezione del risorto Israele (9, 8) con la realizzazione del Regno del Messia, re pacifico, su tutte le genti (cf. Ps. 72, 8); invito agli altri esuli di rientrare a far parte della rinata teocrazia (9, 9-12 = 2, 5-17). La protezione di Jahweh si manifesta quando le genti (qui specificate: gli ellenisti 9, 13) aggrediranno Israele (9, 13-17 = Ez. 38-39). Nel c. 10 Z. riprende l'idea svolta da Ezechiele specialmente nei cc. 34 e 38-39. Il disastro nazionale fu castigato dell'infedeltà di Giuda e non difetto della potenza di Jahweh; questa, insieme alla sua misericordia, si è dimostrata nel ritorno degli esuli, preceduto dalla loro conversione; e si mostra nel trionfo futuro contro lo schiacciante attacco delle genti. Questo tema è continuato nei cc. 12-13, per essere concluso nel c. 14 con l'immagine di Gerusalemme fonte di salvezza per tutti (Zach. 14, 8-11 = Ez. 47, 1-11).

Non c'è alcun dubbio sulla autenticità della 1° parte; mentre la critica acattolica è quasi concorde nel denegare a Z. la 2° parte, anche se poi non sa più come risolvere positivamente l'origine e l'esegesi di questi capitoli. Basti considerare le principali soluzioni proposte. 1) H. L. Strack, E. Koenig. Orelli pongono i cc. 9-11 prima del 722 a. C., i cc. 12-14 prima del 587 (sarebbero stati composti dopo la morte di Josia nella battaglia di Megiddo); 2) B. Stade, B. Dulim, K. Marti, E. Sellin rimettono 9-14 a dopo l'esilio (sec. III o II a. C.); 3) alcuni recenti attribuiscono: cc. 9-11 ad un contemporaneo di Osea o di Isaia, cc. 12-13 a un contemporaneo di Geremia, cc. 14 ad un ignoto dopo l'esilio (E. Sellin). Tra gli argomenti letterari è noto quello desunto da 9, 13 dove sono nominati «i figli di Iavan», cioè i Greci, per quanti sostengono l'origine più recente di questa 2° parte. L'espressione è considerata una glossa da van Hoonacker, Nowack e Mitchell; e tale soluzione non è da trascurare; sebbene non sia necessaria, per chi riconosce la sopranaturalità dell'ispirazione profetica (cf. Is. 45, 1). L'ar-gomento principale, come ben sintetizza A. Clamer, starebbe nella differenza delle «concezioni escatologiche» tra la prima e la seconda parte; in quest'ultima si ha l'attacco di tutte le nazioni contro Gerusalemme (14, 2). La fonte che esce dalla capitale (13, 1), il carattere «apocalittico» della descrizione di Zach. 14, elementi che esulano dalla prima parte. Prima però di parlare di oppo-sizione è più saggio studiare oggettivamente se è impossibile un rapporto: se non ci sia piuttosto un armonico sviluppo tra le due parti (H. Junker, cit. in bibl., p. 113). Questa armonia c'è; basti rifarsi alle profezie di Ezechiele (cc. 34-39. 47). È inutile parlare di genere o carattere «apocalittico», quando si riscontra il complesso profetico adoperato da Ezechiele. Recentemente, con i soli criteri interni, viene affermata l'unità della seconda parte (cf. Delcor), già sostenuta d'altronde da van Hoonacker, Junker ed altri.

Il testo ebraico, nel complesso, è ben conservato. L. G. Rignell conclude dopo un'accurata analisi, per i primi 6 cc., che il testo masoretico non deve essere indebitamente corretto; le lezioni delle altre versioni hanno un valore inferiore al testo ebraico; e così molti passi, ordinariamente ritenuti glosse, vanno invece conservati (ad es. 1, 9 b; 2, 4. 10. 12. 13 ecc.); versetti considerati corrotti o fuori posto offrono invece un testo intelligibile e coerente (ad es. 1, 8; 3, 4. 9; 4. 2. 6 ecc.): cf. Revue biblique, 58 (1951), p. 467 sg.

Bibl.: 1) commenti: «H. G. Mitchell, Edimburgo 1912; J. Knabenbauer-M. Hagen, Comm. in proph. minores, II, Pari-gi 1923; «E. Sellin, Das Zwölfprophetenbuch, Lipsia 1930; H. Junker, Bonn 1938; «H. Veldkamp, Franeker 1940; «S. Löwinger, Budapest 1941; «A. H. Edelkoort, Baarn 1945; «C. L. Feinberg, Wheaton (Illin.) 1950; «L. G. Rignell, Die Nachgesetzliche des Su-cheria. Eine exegetische Studie, Lund 1950; A. Gelin, Agéde. Zacharie, Malachie (La Ste Bible di Gerusalemme), Parigi 1948; F. Nötscher, Zwölfprophetenbuch, Würzburg 1948; «K. Elliger, Gottinga 1950; M. Schumpp, Friburgo 1950. 2) Studi: D. Buz, Les symboles de l'A. T. Parigi 1923, pp. 323-405; J. Kremer, Die Hirtenallegerie im Buch Zach., Monaco 1930; S. Grill, Zur Authentie von Zacharias Kap. 9-14, in Biblische Zeitschrift, 18 (1928 sg.), pp. 40-44; A. Skrinjar, «Adspicient ad me, quem confixerunt», in Verbum Domini, 11 (1931), pp. 233-242; id., Messias rex pacificus (Zach. 9.9 sg.), ibid., 12 (1932), pp. 248-53; «C. L. Feinberg, Exegetical studies in Zacharias, in Bibliotheca

Sarca, 99-103 (1942-46); A. Jepsen, Kleine Beiträge zum Zweifelprobletenbuch. III, 4 Sacharia, in Zeitschrift für alttestam. Wissenschaft, 61 (1945-48), pp. 95-114; C. Brouwer, Wachtner en Herder (Zach. II e 13, 7, 9), Wageningen 1949; K. Elliger, Ein Zeugnis aus der jüdischen Gemeinde im Alexanderjahr 32 V. c., in Zeits. f. a. W., 62 (1949, 3), pp. 63-115; A. Clamer, s. V. in D'ThC, XV (1950), coll. 3648-70; E. E. Le Bas, Zechariah's contribution to the donor stone (3, 8, 9), in Palestine exploration quarterly, 82 (1950), pp. 102-22; 83 (1951), pp. 139-55; M. Delcor, Les allusions à Alexandre le Grand dans Zach. 9, 18, in Vetus Testamentum, 1 (1951), pp. 110-24; id., Un problème de critique textuelle et d'exégèse: Zach. 12, 10, in Revue biblique, 58 (1951), pp. 189-99; id., Les sources du Deutéro-Zacharie et ses procédés d'emprunt, ibid., 59 (1952), pp. 385-411; H. J. Furgian, The messianic teachings of Zach. 9-14, Southern 1950; L. Rost, Bemerkungen zu Sacharia 4, in Zeit. f. a. W., 63 (1951), pp. 216-21; K. Galling, Die Existende in der Sicht des Propheten Sacharia, in Vetus Testamentum, 2 (1952), pp. 18-36; F. Spadafora, Collettivismo e individualismo nel Vecchio Testamento, Rovigo 1953, pp. 266-75.