ünchen-Gladbach 1925); Wohlongefällter Weinkeller... (Norimberga 1710); Besonders möblierte und gezierte Totenkapelle (Norimberga 1719; nuova ed. di K. Bertsche, München-Gladbach 1922); Geistlicher Kramerladen (2 voll., Würzburg 1710), raccolta di prediche. Abrahamisches Bescheidessen... (Vienna 1717) e Lueberhält... (3 voll., Vienna 1721-23) sono raccolte di prediche lasciate manoscritte da A. e pubblicate da Alessandro a Latere Christi, con molte variazioni ed aggiunte.
Un'edizione completa delle opere di A. manca finora. Quella di Passau-Lindau ( 1834-54 ) contiene varie opere spurie; mentre alcuni scritti autentici, p. es. Centifolium e Totenkapelle, sono tralasciati. Una buona scelta pubblica: H. Steigl (6 voll., Vienna 1904-1906), mentre a K. Bertsche, oltre le edizioni di singole opere già menzionate e varie antologie (Bonn 1911, Friburgo in Br. 1917, 1918, 1922, 1923, Lipsia 1931), si deve anche la pubblicazione di alcuni scritti recentemente ritrovati: Der geflügelte Merhurius (Hausens Bücherei, Bd. 69, ²² ed., Saarlouis 1922); Der Urmerkur von 1791 (Schriften zur deutschen Literatur f. d. Görresgesellschaft, Bd. 4); Gedrucktes und Ungedrucktes. Erstmals nach den Handschriften heraug. (Religiöse Quellenschriften..., Heft 49, Düsseldorf 1928); Neun neue Predigten von Abraham a s. Cl. aus der Wiener Hs. cod. 11571 heraug. (Neudrucke deutscher LiteraturWerke des 16. u. 17. Jahrhunderts, nn. 278-81, Halle 1930).
Biss.: Th. von Karajan, Abraham a s. Clara, Vienna 1867; K. Bertsche, Abraham a s. Cl. (Führer des Volks.... Bd. 22), ²² ed., München-Gladbach 1922; id., Die Werke Abrahams a. s. Cl. in ihren Fröbdrucken, Schwetzingen 1922; W. Brandt, Schwank u. Fabel bei Abraham a s. Cl., Münster 1923; L. Bianchi, Studien zur Beurteilung des Abraham a s. Cl., Heidelberg 1924; H. Albert, Leben u. Werke des Komp. u. Dirig. Abraham Megerle, Monaco 1927; K. Schmidt, Studien zu den Fabeln Abrahams a s. Cl., Monaco 1928; V. Capdmago, Il P. Abramo da s. Chiara, trad. ital., Catania 1934. Anselmo Musters
ABRAMO ben CHANANIA. - Rabbino convertito, della famiglia Galiki, n. a Monsefide, m. verso il 1625 . Fattosi cristiano nel 1605 o poco dopo, prese il nome, in omaggio al papa Paolo V, di Camillo
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faghel. Fu revisore dei libri ebraici nella Marca d'Ancona.
Prima di convertirsi, scrisse in ebraico buone opere ascetiche su base biblica: Séfer légal, toblt (Libro della buona dottrina; cf. Prov. 4, 1), catechesi giudaica tra maestro e discepolo (Venezia 1595; Londra 1679, con traduzione latina), molto diffuso e spesso ristampato; Môshta' hosîm (Salvezza dei credenti, Venezia 1587 e 1604), ove raccomanda di curare la peste col timor di Dio e la preghiera; Etet bail (La donna forte, ivi 1611).
BibL.: G. Bartolocei, Bibliotheca mæena rabbinica, I, Roma 1612, p. 26.
Antonino Romeo
ABRAMO ECCHELLENSE. - In arabo Hāqill perchè nativo del villaggio di Hāqil nel Libano (n. nel 1605 , m. il 5 luglio 1664 ). Studiò nel collegio maronita di Roma e fu poi professore di arabo e siriaco alla Sapienza e scrittore nella Biblioteca Vaticana. Insegnò arabo e siriaco all'Università di Parigi, mentre collaborava alla Bibbia poliglotta di M. Le Jay. A. collaborò largamente alla Bibbia araba stampata nel 1671 col testo della Volgata a cura della S. Congr. di Propaganda. Le sue opere videro la luce a Roma e a Parigi.
Tra le altre, nel 1651 tradusse e stampò a Parigi il Chronicon Orientale di Ibn ar-Rāhīb (filios monarchi), a cui aggiunse, da p. 14 in poi, l'Historiae orientalis supplementum. Nel 1653 diede alla luce a Roma, con traduzione e note, il catalogo di Ebediesu, che poi fu ristampato con correzioni e più ampie note da G. S. Assemani in Bibl. Orient., III, i.
Un'altra sua opera è: Eutychius Patriarcha Alexandrinus vindicatus, di cui la prima parte, stampata nel 1661, tratta De Ecclesiae Alexandrinne originibus, e la seconda, stampata nel 1660, tratta De origine nominis Papae nec non de illius proprietate, de Romano Pontifice, adeoque de eiusdem primatu. In esse controbatte Giov. Sedlem il quale, male traducendo Eutichio, ne aveva dedotto teorie protestantiche sulla gerarchia e contro il Papa. Finalmente è da menzionarsi la A. E. et Leonis Allati concordantia nationum christianarum orientalium in fidei cathol. dogmate (1655). I suoi 64 manoscritti, descritti da G. S. Assemani (Bibl. Orient., I, 573 sg.), passarono alla Biblioteca Vaticana.
Bibl.: P. Bayle, Eechellensis, in Dictionnaire historique et critiqué, 5^{text {e }} ed., Amsterdam 1740; A. Fabroni, Hist. Academine Pisanae, III, Pisa 1795, pp. 146-51; G. Giovannozzi, in Memoris della Pont. Arcadi dei N. Liberi, ser. 2^, 2 (1916), pp. 1-22; P. Caroli, Fabe ad-Din II e la Corte di Toscana, Roma 1936, ove sono documenti sull'attività di A. in Italia e Tunisia per conto di Fabe ad-Din.
Fietro Mair
ABRAMO QIDONĀYA (o di BĒth Qīdona). N. nel 296 d. C. da famiglia agiata, consentì al matrimonio sotto la pressione dei genitori. Celebrate le nozze, fuggì e andò a vivere in una cella a due miglia dalla città. Il vescovo di Edessa gli conferì l'ordine sacro e lo inviò a convertire il grosso villaggio idolatrico e assai restio di Bēth Qīdonā, da cui ebbe il nome. Ma dopo un anno, ritornò all'eremo. Secondo il cod. britan. add. 12, 155, f. 177, A. morì nel 366 , e secondo gli Atti, a 70 anni di età e 50 di religione.
Bibl.: P. Bedjan, Acta mart. et sanct., VII, Parigi 1806. p. 465 sg. (Atti sir.): J. T. Lomy, Analecta Balland., io (1891). pp. 5-49 (proleg. e Atti air.); id., S. Ephraim Syri hymni et serm., III, Malines 1889, pp. xL-xLIII, e coll. 720-836 (proleg. e i 15 inni di s. Efraim); IV, ivi 1902, coll. 1-12 (prol.) e 13-84 (Atti sir. con versione latina dal siriaco e le varianti); PL 73, 281-294 e 631-66 (Atti latini); W. Budge, The Book of Paradise, Londra 1904, p. 1009.
Pietro Mair
ABRAMOV, Nikolaj Alekseevic. - N. a Kourgan (Tobolsk) nel 1812, m. a Semipalatinsk nel 1870. Conoscitore della storia del cristianesimo in Siberia, fu autore di molte opere pubblicate in riviste russe tra il 1851 e il 1869: Storia della propagazione del cristianesimo in Siberia dal 1581 al XIX sec.; Predicazione

(da Cambridge Antiquar. Society)
Abrazas - Gemma gnostica di valore talismantico che raffigura nel resto l'ente A. a testa di gallo (animale solare) e campo di serpente ( = terra); con nelle mani un flagello contro i mali spiriti e uno scudo a protezione di chi porta la gomma. Nel verso i nomi di sei angeli.
del cristianesimo agli Ostiahi e ai Vaguli; I vescovi russi ortodossi dell'eparchia di Tobolsh (cf. A. Palmieri, s. v. in DHG, I, col. 191).
Benedetto Gioia
ABRĀXAS ( dot{α} β ρ dot{α} ξ α ς ). - Vocabolo magico-mistico (scritto anche dot{α} β ρ dot{α} α α ξ ) di valore pselico, relativo cioè al valore numerico delle singole lettere che lo compongono e pertanto privo di soddisfacente etimologia.
Esso designa: i) secondo la teologia eliocentrica iranico-babilonese, il corso annuale del sole; infatti Igino (Fab. 183), poligrafo dell'età augustea, afferma che uno dei quattro cavalli (simbolizzanti le quattro stagioni) che tirano il carro del sole si chiama appunto dot{α} β ρ dot{α} ξ α ς; 2) l'Essere supremo nel sistema gnostico di Basilide (v.); 3) le gomme incise sulle quali è scritto insieme con nomi di varie divinità e con disegni relativi alle medesime.
Lo gnostico alessandrino Basilide pone, conforme allo schema fondamentale che si ritrova in tutta la filosofia religiosa ellenistica (ed orientale ellenizzata, e quindi non esente da influssi iranici), tre mondi digradanti: il sopraccileste, dove regna l'Essere supremo; l'intermedio, popolato da coni corrispondenti ad altrettanti cieli, in numero di 365 , che è quello pselico di dot{α} β ρ dot{α} ξ α ς ( α=1, β=2, ρ=100, x=1, ξ=60, x=1,5=200 ) e che corrisponde a quello dei giorni dell'anno solare nel computo alessandrino: solo attraverso questo mondo intermedio l'Essere supremo comunica con il terzo mondo e cioè col sublunare o terrestre, dominio della materia. Secondo s. Ireneo (Adv. haer., 1, 24) l'Essere supremo di Basilide si chiama dot{α} β ρ dot{α} ξ α ς, in quanto è la scaturigine prima dei 365 cieli eonici attraverso una gerarchia che va dal Nous alle schiere angeliche. Il significato teologico-solare di dot{α} β ρ dot{α} ξ α ς era stato già notato da s. Girolamo (In Am. 3) e dall'autore degli Acta Archeloi, che lo avevano ravvicinato a quello di Mithra ( mathrm{M} α i θ ρ α ς ), il cui valore pselico corrisponde anch'esso a 365 ; dove è tuttavia da notare che mentre Mithra è soltanto un demiurgo, A. nel sistema basilidiano è l'Essere supremo.
Quanto alle gemme incise dot{α} β ρ dot{α} ξ α ς, che hanno valore di amuleti, esse presentano sopra una delle facce detto vocabolo e sull'altra disegni vari: figure umane a testa di gallo, a testa o corpo di leone, serpenti; oppure immagini di divinità egizie, specialmente Serapide, Anubi, o sfingi. Talvolta v'è il nome di divinità egizie o dell'ambiente religioso giudeoellenistico, come Osiris, Iao, Sabaot, Gabrielsabaot; od anche parole di puro valore magico connesso con la mistica dell'alfabeto e dei numeri, come abracadabra. Questa parola è ripetuta più volte in serie di-
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(pti. P. Gualtieri (L.F.D.)
TIPO DI DONNA DELLA TRIBÙ PIMA (America Settentrionale).

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CROCE PROCESSIONALE DI BARTOLOMEO ROSECCI (a. 1575) L'Aquila, Museo.
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Abruzzo - Circoscrizioni ecclesiastiche. 1. Confini di regione; 2. Confini di provincia; 3. Confini di circoscrizione ecclesiastica; 4. Ferrovie; 5. Strade; 6. Territori dipendenti dall'Abbazia di Montecassino.
scendente, e sempre diminuendola di una lettera in fine, sicché l'insieme viene a formare un triangolo con la base abracadabra in alto e il vertice (a) in basso: amuleto ritenuto utilissimo contro la febbre terzana. Altra parola magica frequente è ablanathanabla, il cui più recente esemplare, su ostracon, è stato rinvenuto negli scavi della missione Vogliano a Madinet Mâdi, nel 1936.
Bibl.: A. Dieterich, A., Lipsia 1891; F. Dornseiff, Das Alphabet in Mystik und Magik, Lipsia-Berlino 1922; H. Lechroa, a. v. in DACl., I, col. 127; Riess, Abruzzo in Pauly-Wissowa, Beolens. der klass. Altertumste., I, coll. 109-10; P. Hendrix, De Alex. Haeres. Basilides, Parigi-Amsterdam 1926, p. 61 sgg . Nicola Turchi
## ABROGAZIONE: v. LEGGE.
ABRUZZO (Abruzzi). - 1. Geografia. - Regione dell'Italia centr. compresa fra le Marche, l'Umbria, il Lazio e il Molise, che si affaccia all'Adriatico tra le foci del Tronto e del Trigno e si spinge ad occid. fino ai M. Simbruini ed Ernici, che dividono la Marsica (Abruzzo occidentale) dalla Ciociaria (Lazio sudorient.). Dalla esile fascia litoranea costituita di modeste colline terziarie (argille, marne, sabbie) si ascende bruscamente su di un'ampia regione di alte terre ( 80 km . di larghezza su 150 ca. di lunghezza in media), d'ogni parte ricinta da montagne (Monti della Laga, Gran Sasso, Maiella, Meta, Ernici,
Simbruini, Sabini) che toccano o superano in più luoghi i 2000 m . ( 2914 m . nel M. Corno, che è il più alto di tutto l'Appennino). Altre sbarre montane attraversano tutto l'interno in più serie ordinate di regola da NO a SE e pressoché parallele, facendo posto a numerose valli longitudinali (alto Velino, alto Tronto, Aterno, Salto, Turano, Liri, alto Aniene, Sangro), a conche residui di bacini lacustri (Fucino), a cavità carsiche (campi) ed a più o meno estesi lembi di alte superfici di spianamento.
Il clima presenta notevoli diversità non solo fra il margine litoraneo e l'interno, ma, in quest'ultimo, fra le conche chiuse o i fondivalle e le aree culminali. In genere l'altopiano ha inverni lunghi e rigidi, con abbondanti precipitazioni nevose; le piogge sono dovunque piuttosto scarse, e diminuiscono di regola da O . verso E. Aridità e continentalità del clima, accentuato e aspro rilievo (e conseguente difficoltà delle comunicazioni), prevalenza dei suoli calcarei spiegano la vocazione pastorale dell'Abruzzo, il modesto sviluppo che vi assume l'agricoltura e ancor più l'industria moderna, ed il carattere conservativo della sua economia. La popolazione è concentrata soprattutto nella regione litoranea e nelle conche intermontane, delle quali le più importanti sono le maggiori: Sul-
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Abruzzo - Chiesa di S. Maria di Collemaggio. Facciata del sec. xiv - L'Aquila.
mona ( 403 m .), Avezzano ( 698 m .) ed Aquila ( 721 m .). Pochi e di modesta entità demografica i centri urbani, soltanto due dei quali (L'Aquila e Pescara) superano i 50.000 ab .
Ecco i dati statistici relativi alle quattro province abruzzesi :
| Province <br> (e abitanti del <br> copolungo) | Numero <br> dei <br> comuni | Area <br> (in Kmq.) | Popolazione <br> (cens. 1936) | Den- <br> sitä |
| :-- | :--: | :--: | :--: | :--: |
| AQUILA (54.722) | 104 | 5032 | 365.716 | 73 |
| CHIETI (50.266) | 99 | 2582 | 374.727 | 145 |
| PESCARA (51.808) | 43 | 1225 | 211.561 | 173 |
| TERAMO (33.796) | 24 | 1948 | 249.352 | 128 |
| Totali | 270 | 10.787 | 1.201 .356 | 111 |
Di solito si unisce all'Abruzzo il Molise (v.) in un'unica regione storica.
Bini.: E. Furrer, Natur-und Kulturbilder aus den Abruzzen in Jahrb. des schweiz. Alpenclub (1923), pp. 227-33; A. Balducci, Abruzzo e Molise, Torino 1927; C.T.I., Guida d'Italia: Abruzzi e Molise, Milano 1938.
Giuseppe Caraci
2. Storia. - Al tempo dell'impero romano l'A. comprendeva la IV regione d'Italia, abitata dai popoli Sabini in quel di Rieti, Antrodoco ed Amiterno; dagli Equi e dai Marsi lungo la vallata del Cicoli e gli altipiani del Fucino; dai Vestini, che da Aveia e Forcona, presso l'Aquila, si estendevano sino ad Ofena, Penne, Atri e Teramo, l'antico Praetutium, indi Aprutium, donde poi nacque il nome di Abruzzo; dai Peligni, abitatori delle vetuste città di Sulmona, Valva,
Pentima, Corfinio; dai Marrucini, che ebbero per loro capitali Chieti (Teate) e Pescara (Amiternum); dai Frentani in quel di Ortona, Lanciano ed Iistonio, tra la Maiella e l'Adriatico; dai Sanniti, che da Alfedena (Aufidena) e Castel di Sangro si prolungavano per le città del Molise, Isernia, Trivento, Boiano.
Data la vicinanza del Lazio con l'A., la propaganda evangelica raggiunse certamente presto i popoli suddetti e specialmente le città fiancheggianti le vie consolari Salaria, Valeria e Claudia Nova. In S. Vittorino d'Amiterno ed in S. Giusta di Bazzano esistono dei cimiteri cristiani, che si fanno risalire al iv sec. Angelo Silvagni ha messo insieme una diecina di epigrafi cristiane, raccolte in A., che vanno dal iv al vi sec. Fantasia popolare e bizzarria di scrittori pretenderebbero che le più antiche sedi episcopali della regione siano state fondate da discepoli degli apostoli; la critica moderna però, con F. Lanzoni (Le diocesi d'Italia, I, pp. 344-80) ed altri, non le crede più antiche del iv sec. Fiorirono anche in A., con l'incipiente medioevo, varie Passiones, ossia leggende agiografiche, come quella di s. Anatolia martire, di s. Massimo levita, di s. Vittorino d'Amiterno, di s. Cetteo di Pescara, dei martiri celanesi Simplicio, Costanzo e Vittoriano, di Rufino e Cesidio in Trasacco, di s. Giustino vescovo di Chieti, di s. Giusta in Bazzano, di s. Eusanio e compagni in Forcona, di s. Pelino in Corfinio : leggende tutte vagliate e giudicate dai Bollandisti nei loro Acta SS. ed elencate nella BHL,
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sotto i nomi e i natalizi rispettivi. La storia medievale d'A., oltre che dai documenti diplomatici coevi, ci viene trasmessa dalle cronache monastiche di Farfa, di S. Vincenzo al Volturno, di S. Clemente a Casauria, e di S. Bartolomeo a Carpineto. Il polistore abruzzese, l'Antinori, pubblicò quasi tutte le cronache aquilane nelle Antiquitates Italiae del Muratori: ai nostri tempi F. Savini illustrò con moltissimi documenti inediti tutta la Chiesa teramana. Sull'A. Aquilano Santo (Aquila 1849) e i suoi Santuari, scriveva diffusamente il minorita D. Casciola da S. Eusanio, in seguito imitato dal confratello G. Obletter per le diocesi di Chieti e Vasto (Teramo 1924). Nel 1900 uscì in Atri dalla tipografia De Arcangelis la seconda edizione del Calendario dei Santi Abruzzesi, ordinato da un laico, secondo il giomo della loro festa.
Aniceto Chianpini
3. Arte sacra. - L'arte in Abruzzo ebbe carattere quasi esclusivamente religioso, e l'architettura chiesastica del medioevo ne fu la più alta ed originale espressione. Scarse ed irrilevanti le vestigia di monumenti anteriori al Mille. Il primo risveglio delle attività artistiche nella regione fu promosso durante il sec. xI dall'immigrazione di maestranze monastiche da Montecassino: queste nella chiesa abbaziale di S. Liberatore alla Maiella istituirono, fin dai primi anni del sec. xI, un tipo di costruzione basilicale a tre navate suddivise da piloni a pianta quadrata ed arcate semicircolari, con absidi e copertura a vista, dal quale a lungo l'edilizia sacra abruzzese derivò i suoi caratteri salienti.
A questa prima grande corrente architettonica, detta appunto "di S. Liberatore", di impronta solennemente classicheggiante pur con elementi lombardi, si ricollegano
l'antico oratorio di S. Alessandro annesso alla cattedrale Valvense, di pianta assai singolare, le chiese di S. Pietro ad Oratorium di Capestrano, di S. Clemente al Vomano e quella di S. Maria di Bominaco (primi del sec. xII), nella cui facciata si comincia a delineare timidamente quello schema a coronamento orizzontale che costituirà una delle più tipiche e costanti caratteristiche delle chiese abruzzesi, seguitando ad aver fortuna fin nel maturo Rinascimento (facciata di S. Bernardino ad Aquila, di Cola dell'Amatrice, 1540). "Frede e continuatrice dei metodi di S. Liberatore" (Gavini) fu la "Scuola valvense", che ebbe il suo monumento capostipite nella cattedrale di S. Pelino ad Valvas presso Pentima, oggi Corfinio (consecrata nel 1124), con transetto absidato e cupola-torre ottagona all'intercrocio, sulla quale si modellarono le cattedrali di Sulmona, di Teramo e di Chieti. La sontuosità ornamentale della Scuola valvense fu però superata dalle raffinatezze stilistiche della "Scuola casauriense", che assimilando originalmente forme dell'architettura borgognona (v. bORGQONA, arte) quali erano già comparse nella ricostruzione della chiesa abbaziale di S. Giovanni in Venere a Fossacesia (iniz. i165), creò nel S. Clemente a Casauria (1176-82) il capolavoro dell'architettura romanica della regione. Accanto a queste tre grandi scuole, dirette filiazioni dell'arte benedettina cassinese, ne fiorirono durante il sec. xili di minori, pure di impronta monastica ma con maggior varietà di accenti locali : ad es. nella Marsica, dove alla metà del secolo precedente i Benedettini avevano costruito con avanzi classici il nobilissimo tempio di S. Pietro ad Alba Fucense. Tanto rigoglio nell'architettura romanica rallentò forse l'affermarsi delle forme gotiche francesi, di cui l'Abruzzo ricevette un precoce apporto nella chiesa ciatercense di S. Maria d'Arabona presso Chieti (fondata nel 1208); pure le correnti da esse derivate, variamente componendosi con gli elementi della tradizione, diedero luogo sulla fine del Duecento e per tutto il Trecento ad una splendida fioritura di chiese specialmente nei territori di Lanciano e di Atri e nella città dell'Aquila: la elegantissima facciata

Abruzzo - Gesù tra i dottori. Mattonella in ceramica del secolo xvir - L'Aquila, Collezione Cicchetti.
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(Gob. Fotogr. Nuc.)
Abruzzo - T'appeto di Pescocostanzo del sec. xvir. - Castel del Sangro, Proprietà Del Zio.
aquilana di S. Maria di Collemaggio attesta, sulla fine del sec. xiv, la vitalità e le capacità di ritnivamento di un gusto in parte ancora ispirantesi ai tipici caratteri delle antiche scuole locali.
La scultura durante il periodo romanico si svolse parallelamente all'architettura, attingendo alle medesime fonti di cultura e contribuendo essa stessa a determinarne i principali indirizzi stilistici. Oltre che nella ornamentazione delle membrature architettoniche e nella decorazione delle facciate e dei portali, si esplicò nella creazione di numerosissimi pulpiti, amboni, cibori, candelabri pasquali, con lussureggianti rilievi per lo più a motivi vegetali, meno frequentemente figurati; e più d'ogni altra arte fu penetrata da correnti ed influssi della più diversa provenienza, come testimonia ad es. lo stile arabeggiante di Rogerio, Roberto e Nicodemo che sulla metà del sec. xir eseguirono, spesso in collaborazione, alcuni fra i più noti cibori ed amboni della regione (Ciborio di S. Clemente al Vomano, di Rogerio e Roberto; Ciborio di S. M. in Valle Porclaneta a Rosciolo, di Roberto e Nicodemo, 1150; Ambone di S.M. del Lago a Moscufo, di Nicodemo, 1159; Ambone di Cugnoli, di Nicodemo, 1166). Largamente impiegato fu il legno per intagliarvi statue e caratteristici gruppi della Madonna seduta col Bambino, i quali, ricavati da un unico grandioso tronco d'albero, di questo conservaveno la forma slanciata e raccolta : essi venivano generalmente collocati entro tabernacoli i cui sportelli anteriori recavano dipinte nelle facce interne piccole scene sovrapposte di soggetto religioso (Madonna di Fossa). Nelle più antiche di queste sculture, fino alla fine del sec. xili (Madonna di Pietranseri) s'avvertono echi bizantineggianti attraverso il ricordo dei famosi gruppi lignei del Lazio, come quelli di Acuto e di Alatri : ma i più belli esemplari del ge-
nere sono del sec. xiv, eseguiti sotto il duplice influsso francese e toscano per effetto dei rapporti con gli ambienti artistici della Napoli angioina. Così, pur senza che appaia sostanzialmente alterato il primitivo, arcaico schema compositivo, accenti e riflessi dell'arte gotica oltremontana e della plastica di Tino di Camaino si colgono nella famosa Madonna della Vittoria di Scurcola Marsicana e in quella bellissima di S. Silvestro dell'Aquila, capolavoro della scultura abruzzese del Trecento. Durante il sec. xv la composizione di questi gruppi si fa assai più libera e mossa, mentre nel Cinquecento essi furono eseguiti anche in terracotta policromata. Le correnti del Rinascimento furono rappresentate principalmente da Silvestro dell'Aquila (m. nel 1504), del cui stile sono state recentemente chiarite le ascendenze marchigiano-urbinati : la sua opera maggiore è il Mausoleo di S. Bernardino nell'omonima chiesa dell'Aquila.
Scarso sviluppo ebbe la pittura, ove si ecceltuino vari cieli di affreschi dei secc. xir e xili, d'impronta benedettina, nelle chiese della montagna aquilana (S. Pietro ad Oratorium di Capestrano, S. Maria ad Cryptas di Fossa, S. Pellegrino di Bominaco), e, in pieno Quattrocento, la briosa decorazione del coro del duomo di Atri, opera dell'eclettico Andrea Delitio: in compenso, tra le arti minori in ogni tempo intensamente praticate per sopperire

(Gob. Fotogr. Nuc.)
Abruzzo - Pastorale in argento di scuola sulmontina della fine del sec. xiv - Atri.
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Abruzzo - Donne di Scanno in costume festivo.
alle esigenze del culto, ebbe un notevole rilievo l'oreficeria, la quale, dal medioevo al sec. xvit, produsse reliquiari, ostensori, calici, pastorali e grandissima copia di croci processionali in argento sbalzato, con figurazioni, i cui più celebrati esemplari si debbono a Nicola da Guardiagrele (prima metà del sec. XV).
BibL.: V. Bindi, Monum. stor. e art. degli Abruzzzi, Napoli 1889: E. Bertaux, L'art dans l'Italie Mérid., Parigi 1904; I. C. Gavini, Storia dell'Architettera in Abruzzo, a voll., Milano 1026; U. Chierici, Saggio di Bibliografia per la Storia delle Arti Sgantive in Abruzzo, Roma 1947.
Enzo Carli
4. Folklore religioso. - La vita tradizionale del popolo abruzzese è permeata da un vivo sentimento religioso. Ricchissimo vi è, come nella contigua Umbria, il tesoro della poesia religiosa popolare, costituito specialmente da canti narrativi ispirati a episodi della vita di Cristo, da leggende agiografiche, da brevi preghiere contro le infermità, da invocazioni e canti lirici in cui un sincero ed acceso sentimento religioso si esprime con un linguaggio originale e commovente.
Interessante anche un gruppo di brevi leggende in prosa, fiorite intorno alla Sacra Famiglia, a Cristo, agli Apostoli. Notevole, poi, il fatto della localizzazione in A. di leggende relative a vari personaggi del Vangelo. Numerose vi sono anche le reliquie viventi del dramma sacro, e le processioni drammatiche, in cui l'elemento spettacolare è costituito da quadri plastici evocanti scene del Vecchio o del Nuovo Testamento. E il caso, ad. es., della festa dei talami di Orsogna (detta anche festa dei pazzi o della Madonna del Rifugio), che si svolge il secondo giorno di Pasqua. Dello stesso genere è pure la rappresentazione che si fa a Capistrello il venerdí santo e che rievoca episodi della Passione, dalla cattura di Gesù alla sua cronifissione. In altri paesi, come a Lanciano, sempre durante la settimana santa, l'elemento drammatico della processione è costituito dalla scena di Maria in cerca del Figlio, motivo che trova riscontro in molti luoghi dell'Italia centro-meridionale. In questo caso, però, si tratta di statue, non di persone in costume, e l'uso di statue sacre e simboliche è il più diffuso in queste processioni della settimana di Pasqua. Assai caratteristica è anche la festa della Madonna dei Turchi a Tollo (Chieti), durante la quale i fedeli, divisi
in due schiere e armati di puntali, frecce, lance, alabarde, rappresentano una scena di combattimento fra cristiani e saraceni. Particolare senso di poesia agreste, di candore e fervore religioso anima la processione del bove di s. Zopito, che si tiene a Loreto Aprutino il lunedi dopo la Pentecoste. Dietro la statua del santo protettore, portata in processione, segue un maestoso bove, mantenuto senza essere sottoposto ai lavori campestri, con le corna e la coda ornate di nastri dai vivaci colori; lo copre un manto rosso e lo cavalca un fanciullo vestito di bianco. Quando la processione rientra, il bove si inginocchia sulla soglia della chiesa e segue la statua anche nell'interno del tempio.
Carattere prevalentemente agreste hanno anche le processioni di Bugnara (Aquila) e Bisenti (Teramo), dove un asinello inghirlandato gira per il paese tra il suono delle musiche, seguito da una processione di fanciulle recanti sul capo canestre colme di grano. Ma la festa forse più tipica dell'A. è la processione dei serpari, che si tiene in onore di s. Domenico a Cocullo (tra Avezzano e Sulmona) il primo giovedì di maggio. Una settimana avanti, i paesani vanno sul vicino Monte Luparo a caccia di serpi, che poi custodiscono in sacchetti di tela, e il giorno della festa i serpari, che precedono e seguono la statua del santo, portano avvolte intorno al collo e alle braccia delle serpi vive, mentre altre serpi si annodano intorno alla statua. Poiché sul luogo ove si venera il santo si crede sorgesse anticamente un tempio dedicato ad Angizia, queste manifestazioni si vollero ricollegare col culto di tale dea. Così in alcuni tratti delle processioni agresti ora descritte si son voluti vedere rapporti con le feste di Demetra. Ma se anche in taluni casi la tradizione può far supporre un sostrato pre-cristiano, è certo che ora tutta la festività si svolge entro le forme regolate dalla Chiesa.
Manifestazioni interessanti, ma non molto dissimili da quelle di altre regioni italiane, hanno in A. le usanze e feste per s. Antonio Abate, s. Giovanni, il Natale; per esse rinviamo alle rispettive voci. Grande importanza anche coloristica rivestono nella vita popolare religiosa abruzzese i pellegrinaggi ai diversi santuari della regione, dedicati per lo più alla Vergine. Mete di questi pellegrinaggi sono i santuari della Madonna del Lago a Scanno (Aquila), della Madonna della Livera a Pratola Peligna, le grotte
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Abruzzo - "Il bove di San Zopito".
di S. Michele Arcangelo presso Civitella del Tronto, di S. Angelo presso Balsorano, di S. Colomba sul Gran Sasso ed altri. Alcune mete si trovano oltre i confini d'A., come la S. Casa di Loreto e il santuario dell'Arcangelo S. Michele sul Monte Gargano. - Vedi Tave. IX-X.
Bib.: A. De Nino, Usi abruzzesi, voll. I e II, Firenze 1879188r; G. Finamore, Credenze, uti e costumi abruzzesi, Palermo 1890; C. Guerrieri Crocetti, L'antica poesia abruzzese, Lanciano 1014; G. Pansa, Mot. leggende e superstizioni dell' Abruzzo, 2 voll., Sulmona 1924-27; E. Canziani, Through the Apemines and the Lands of the Abruzai, Cambridge 1928.
Paolo Toschi
ABSALOM (ebr. 'Abbalôm "il padre è pace"). Terzogenito di David, ricco di naturali attrattive ma di ambizione sfrenata. Desideroso di primeggiare, tolse pretesto dallo stupro della sorella Thamar da parte di Amnon (v.), per uccidere due anni dopo il primogenito Amnon. Da Gessur, ove si era rifugiato presso il nonno materno Tholomai (Talmaj), si cattivo il perdono di David per mezzo di una saggia donna di Tecua, e, dopo due anni di permanenza a Gerusalemme, col favore interessato di Joab, poté riavere l'amicizia paterna e l'ingresso, tanto atteso, alla reggia.
Eliminati gli ostacoli, preparò con astuzia e costanza la sua ascesa al trono, sfruttando la simpatia procuratagli e dalla sua bellezza (gli ammiratori sborsavano 200 sicli per possedere la sua magnifica chioma tagliata una volta all'anno) e dall'affabilità con cui accoglieva gli uomini anche del volgo a lui ricorrenti, dando ragione a quanti chiedevano giustizia al re, e lamentando la scarsa probabilità di una loro benevola accoglienza a corte. Dopo quattro anni si proclamò re a Hebron, ribellandosi al padre, che, vista la scarsa possibilità di resistenza con le poche truppe fedeli, riparò in Transgiordania. Se il pubblico ingresso di A. presso le concubine lasciate dal padre rendeva ormai certo il popolo della impossibilità di una conciliazione, il rifiuto di inseguire subito (v. ACHITOFeL) le scarse truppe fuggitive fu l'inizio del crollo
di A. Quando egli si trovò di fronte all'esercito davidico rinforzato da schiere transgiordaniche e riorganizzato in tre corpi condotti da Joab, Abisai e dal geteo Ethai, le truppe di A., capeggiate da Amasa, vennero sbaragliate presso Mahanaim in Galaad. Nella vertiginosa fuga attraverso la circostante foresta di Efraim, il figlio ribelle penetrò tra i rami troppo bassi di un terebinto, ove la sua testa (non i soli capelli) rimase impigliata, mentre la sua cavalcatura continuava la corsa. Ivi venne da Joab ucciso, contro il divieto di David, con tre frecce, finito poi dai suoi servi a colpi di lancia, e seppellito, come i malfattori, sotto un mucchio di sassi, mentre egli ancor vivente si era eretto un monumento sepolcrale nella valle del Re. David lo pianse a lungo (II Sam. 13-18). Oggi, nella valle del Cedron, viene indicato come "sepolcro di Absalom" un monumento strano e di data imprecisata; al tempo di Flavio Giuseppe si mostrava come tomba di A. una stele marmorea a due stadi da Gerusalemme (Autiq. Ind. VII, io, 3).
Bib.: L. Desnoyers, Histoire du Peuple Hebreu, II, Parisi 1030. pp. 278 -303.
ABSIDE (dal gr. dot{α} dot{α} dot{ε} ε "giuntura" e poi anche "arco, vòlta"), ovvero exedra. - E una costruzione semicircolare a vòlta emisferica, in uso nell'architettura romana, sia in edifici pubblici (celle di templi, basiliche, biblioteche, terme, ecc.) che privati (sale o portici di palazzi e di ville, ninfei, sepolcri). Oltre che edifici ad una sola a. se ne hanno a due affrontate, ed anche a tre (trichorum), a quattro (tetrachorum), a cinque (pentachorum), a sei (hexachorum), a sette (heptachorum), a otto (octachorum).
I. Archeologia cristiana. - L'a. si trova impiegata nelle basiliche cristiane come parte terminale della navata mediana, di contro all'ingresso, e spesso anche in edifici a pianta centrale. Oltre la navata maggiore, anche le due laterali minori possono avere le rispettive a., da Paolino di Nola dette conchulae (Ep. 52, 13), comunemente usate per la conservazione (diaconicon) e la preparazione (prothesis) di quanto serviva al culto. Se le a. erano sopra il livello della chiesa e perciò fornite di gradini, venivano dette gradatae (s. Agostino, Ep. 203). La forma semicircolare varia a volte da regione a regione. In generale il nome di a. si adopera anche quando la parte terminale ha forma quadrata o poligonale. In talune basiliche l'edificio termina con un deambulatorio ad archi aperti, come a Roma nella Basilica Apostolorum in Catacumbas, e nella chiesa dei SS. Cosma e Damiano, o a Nola (v.) in S. Felice.
Nelle basiliche cristiane di Roma l'a. è semicircolare, spesso senza finestre, prominente dal muro di fondo della navata. In taluni edifici a influenza orientale, come S. Pietro in Vincoli, S. Stefano in Via Latina, S. Giovanni a Porta Latina, ovvero officiati da orientali, come S. Maria in Cosmedin, S. Maria in Domnica e S. Saba, si trovano anche le due a. laterali. Le a. sono decorate all'interno a mosaico o ad affresco.
Nelle basiliche cristiane della regione di Ravenna e della costa adriatica, l'a. è molto profonda, in genere con grandi finestre e ornata di ricca decorazione musiva, poligonale all'esterno e fiancheggiata dal diaconicon e dalla prothesis. Nelle basiliche della Gallia e della Spagna si ha o un'a. isolata o tre a. profonde con esterno poligonale. Nella Grecia e a Costantinopoli si trova il tipo semicircolare o inscritto nel muro di fondo o sostenuto da contrafforti. Maggiore varietà si ha nell'Africa settentrionale, dove si trovano a. semicircolari isolate, a. quadrate, ed edifici a due a. affrontate
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alle due estremità, nel qual caso i due vani possono essere di grandi dimensioni e superare la linea del muro esterno; a volte l'intero edificio è inscritto nel rettangolo perimetrale : all'interno l'a. può essere ornata di nicchie e di colonnine. Nella Siria si ha in genere il sistema dell'a. centrale affiancata dal diaconicon e dalla pratlesia, ma spesso non sporge oltre il muro perimetrale: a volte l'esterno è decorato con pilastri e mezze colonne. L'Asia Minore presenta vari tipi : a. semicircolare, a ferro di cavallo, poligonale, o sporgente, o inserita nel muro di fondo, spesso con il diaconicon e la prathesia.
A. decorate con musaici o affreschi si trovano pure nei battisteri e nei sepolcri cristiani, sia sopraterra che sottoterra; per i primi le forme derivano da ambienti termali o ninfei, per i secondi da mausolei sepolcrali pagani.
Bibs.: C. Promis, Vocaboli lutini di architettura posteriori a Vitvicia appare a lui sconosciuti, in Memorie della R. Acced. delle Scienze di Torino, 28 (1843), p. 208; G. B. De Rossi, in Roma sati., III, Roma 1877, pp. 457-50; A. Mau, Apsis, in PaulyWisawa, Realese. der klass. Altertums, II, 1, col. 283; H. Lederer, a. v. in D.ACL, I, coll. 183-97; G. P. Kirsch, Gli edifici sacri cristiani nell'antichità, in A. Fliche-V. Martin, Storia della Chiesa, vers. ital., III, Torino 1939, pp. 237-63; A. M. Schneider, a. v. in Reallesikan für Antike und Christentum, I, col. 371; D. Malterde, L'esedra nella basilica cristiana, in Riv. d'arch. trist., 22 (1946), pp. 191-211.
Enrico José
2. Arte medievale e moderna. - Nelle chiese romaniche d'Italia l'a. continua generalmente la forma che aveva nelle basiliche; spesso è fiancheggiata da due a. minori, che ripetono la struttura di quella centrale. La chiesa di S. Fedele a Como presenta un grande corpo triabsidato, il quale rammenta le grandi aule terminate da tricore (uno spazio quadrato aperto su tre lati da a. semicircolari), che si vedono in edifici classici. Alcune costruzioni renane (S. Maria del Campidoglio a Colonia) imitano questo tipo, che fu ripreso in S. Maria del Fiore e in S. Pietro in Vaticano.
Alcuni edifici presentano una sola a.: più spesso si hanno tre a.; nella cattedrale di Acqui v'erano cinque a., benché l'edificio avesse solo tre navate; la chiesa cistercense di Chiaravalle della Colomba ne conta sette. A. sorsero anche alle estremità del transetto, come nella chiesa del S. Sepolcro a Milano e nella cattedrale di Parma. Si ebbero anche a. opposte, come in S. Pietro a Civate e in S. Giorgio di Valpolicella.
Nelle costruzioni a pianta centrale, circolari o poligonali, dell'Italia settentr. si vedono un'a. principale, che può essere sostituita da una grande nicchia, e a. alternate a nicchie lungo il perimetro poligonale (S. Ponso Canavese; battistero della cattedrale di Novara).
In poche chiese appare una disposizione dovuta a influenze straniere: nella chiesa di S. Antimo in Toscana, in S. Maria a piè di Chienti (Marche), nella S.ma Trinità di Venosa e nel duomo di Acerenza si ha intorno all'a. il deambulatorio, motivo limitato fra noi a questi esempi, e qualche altro come il duomo di Aversa, dove il deambulatorio presenta vòlte a costoloni, diverse perciò da quelle degli altri deambulatori, coperti da vòlte a crociera. Tale motivo avrà nell'età gotica assai vasta applicazione.
Esternamente la decorazione dell'a. appare simile a quella delle altre parti della chiesa, e presenta loggette, archetti pensili, lesene e altri motivi propri delle scuole locali. Ricordiamo, tra le tante, l'a. mediana trilobata a loggetta esterna della chiesa della Sagra di S. Michele in Val di Susa; le tre a. finemente decorate di S. Secondo di Cortazzone (Piemonte); l'a. della cattedrale di Verona, divisa per tutta la sua altezza in

(da Atti II Congr. Intern. Archeologia)
Abside - Ammacdara, basilica nell'interno della cittadella bizantina (sec. vi).
zone rettangolari da lesene che corrono parallele tra loro; quella di S. Maria Maggiore di Bergamo, aperta da serrate arcature che contengono le finestre ed in alto abbellita da una elegante galleria; quella del duomo di Murano, nel primo ordine decorata da nicchie alla bizantina e nel secondo aperta da logge lombarde. In Sicilia il duomo di Monreale ha tre a. che presentano una ricchissima e vivace decorazione policroma. In Roma l'unico esempio esistente è dato dall'a. con loggetta della chiesa dei SS. Giovanni e Paolo.
All'interno l'a. continuò a essere ornata con mosaici e pitture ; ricordiamo l'affresco nell'a. della chiesa di S. Elia presso Nepi (sec. xi); il mosaico nell'a. di S. Maria Nova a Roma (sec. xir); quello nell'a. di S. Clemente a Roma (sec. xir); quelli nelle a. di S. Maria in Trastevere (sec. xit), di S. Maria Maggiore, di S. Giovanni in Laterano (sec. xili) parimenti in Roma. E ancora i mosaici absidali di maniera bizantina di Cefalù e di Monreale, quelli del duomo di Trieste (sec. xit), gli affreschi dell'a. di S. Vincenzo a Galliano (sec. xi), il mosaico di S. Miniato a Firenze (sec. xiII), gli affreschi di S. Silvestro a Tivoli (sec. xili).
L'architettura gotica sviluppa maggiormente i motivi impiegati da quella romanica, e il santuario nelle chiese maggiori acquista grande ampiezza. Non mancano però chiese prive di a. e terminate semplicemente da un muro piatto. Il deambulatorio attorno all'a., con o senza cappelle, diventa comunissimo. Un'a. quadrata fiancheggiata da cappelle è caratteristica delle chiese cistercensi. In Italia, dove il gotico prese forme particolari rispondenti al genio della stirpe, non si trovano spesso le disposizioni delle costruzioni straniere neppure nell'a. Hanno un deambulatorio il duomo di Milano, S. Francesco di Bologna (con nove cappelle raggiate), S. Antonio di Padova e S. Lorenzo Maggiore a Napoli (ambedue con cappelle raggiate).
A partire dal rinascimento, sparite le forme romaniche e gotiche, le a. offrono caratteristiche che sono essenzialmente quelle delle antiche basiliche cristiane, ma con maggior sviluppo di forme, e, spesso, con ricca decorazione interna (es. S. Maria delle Grazie a Milano), in armonia con le restanti parti dell'edificio. La chiesa di S. Carlo al Corso in Roma, dell'età barocca, presenta un singolare esempio di deambulatorio.
L'a., specialmente quando assume un notevole sviluppo architettonico, è parte importantissima della estetica dell'edificio : spesso caratteristiche e imponenti sono le terminazioni absidali delle chiese fornite di deambulatorio con cappelle a raggera. Anche nel rinascimento raggiungono effetti grandiosi le a. bramantesche di S. Maria delle Grazie a Milano, quelle di S. Pietro in Vaticano; in età barocca notevole l'a. di S. Maria Maggiore a Roma, in cui si ha un bellissimo esempio di facciata absidale.
Bibs.: v. architettura ecclesiastica.
Vincenzo Golzio
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AbRIDE - 1. Manoppello, S. M. d'Arabona (sec. xiII). (Gavini, St. dell'Arch. in Abruzzo). - 2. Chiusi, S. Vittore (sec. xi). (Toesca, St. dell'arte ital.). - 3. Sempierdareva, S. Bartolomeo (sec. xit). (Toesca, op. cit.). - 4. Porto, Basilica del cosiddetto Xenodochio di Pammachio (sec. iv). (Rivolta, Origini dell'Arch. lombarde). - 5. Bari, Duomo (sec. xit). (Toesca, op. cit.). - 6. Como, S. Fedele (sec. xi). (Toesca, op. cit.). - 7. Carignano, SS. Giov. Battista e Remigio (sec. xvili). (Brinchmann, Baukunst des 17. u. 18. Jahrh).
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Abbide - 1. S. Marie di Portonovo (sec. xi). (Toesca, op. cit.). - 2. Parma, Cattedrale (sec. xi). (Toesca, op. cit.). - 3. Castiglione a Castoria, S. Clemente (sec. xit). (Gavini, op. cit.). - 4. Pisa, S. Paolo a Ripa (sec. xit). (Toesca, op. cit.). - 5. Egitto, Basilica del Convento Rosso (sec. v). (Wulff, Altschr. u. kyzant. Kunst). - 6. Roma, antica basilica di S. Pietro (sec. iv). (Wulff, op. cit.). 7. L'Aquila, S. Domenico (sec. xili). (Gavini, op. cit.). - 8. L'Aquila, S. Bernardino (sec. xv). (Gavini, op. cit.). - 9. Basilica di Turmanin (sec. v-vi). (Wulff, op. cit).
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3. Arte contemporanea. - Quando non viene soppressa, a causa della mutata concezione dello spazio e dei nuovi sistemi costruttivi, nell'età moderna l'a. prende spesso caratteri monumentali propri, tornando ad assumere prevalente importanza scenografica, in funzione del complesso urbanistico in cui si trova.
Non manca in essa talvolta qualche elemento che sembra una semplificazione di particolari decorativi romanici, ma i materiali costruttivi impiegati vi sono in genere esaltati per se stessi. La presenza di finestre dipende dal sistema d'illuminazione dell' interno ed esse possono anche mancare, quando, come in molti esemplari italiani o stranieri, il fondo della chiesa viene lasciato nella penombra, addensando la luce nelle navate.
Particolari materiali da costruzione ed esigenze funzionali (acustica, illuminazione, ecc.) che l'architettura contemporanea valorizza come elementi formali, suggeriscono forme particolari legate, più che al carattere peculiare dell'a. in senso tradizionale, al gusto che genericamente presiede alle varie correnti attuali. v. architetTURA Ecclesiastica. - Vedi Tavv. XI-XIIXIII-XIV.
Guglielmo Matthiae
## " ABSTINENTES " : v. encratiti.
ABŪ 'l-'ALĀ al-MA'ARRI. N. da genitori musulmani in al-Ma'arrah o Ma'arrat an-Nu'mān (Siria) nel 973, e m. nel 1058. E rinomato come poeta e come pensatore; perdette la vista all' età di quattro anni.
Tra le sue opere, le più note sono una collezione di poesie giovanili (Soqṭ az-Zand) e un'altra di poesie dell'età matura (Lacshmiyyāt), celebri per il loro pessimismo; ma quella che più interessa è la Risälat al-Ghufrân ossia l'«Epistola del perdono", ai giorni nostri additata tra le fonti della Divina Commedia. Asin Palacios osserva che il modo con cui il viaggiatore terreno inizia il colloquio con le anime in paradiso, il fatto che egli ve le trova divise in gruppi, e il criterio secondo cui Dio le ammette in esso, sono identici in ambedue le opere. Inoltre l'incontro di Dante con la Pia, Piccarda, Cunizza, Virgilio, Adamo e Matelda, hanno analogie e riscontri nell'epistola suddetta. Si noti però che, a differenza di Dante, A. è miscredente, e l'epistola è una parodia dell'escatologia musulmana. Si crede che abbia parodiato anche il Corano; ma in merito a ciò vedasi A. Fischer, Der "Koran" des Abū 'l-'Alā al-Ma'arrf, Lipsia 1942.
Bibl.: Ibn Hailikān, Wafayāt al-a'yän, I, Parigi 1843, trad. incl. di B. Mc Guckin; De Slane, Biographical Dictionary, pp. 94-98; R. A. Nicholson, in Years, R. Aviat. Society, (1900), p. 637 sg.; (1904), passim (ove traduce buona parte dell'Ep.); M. Asin Palacios, La ecratologia musulmana en la D.C., 2^{°} ed., Ma-drid-Granada 1943, pp. 89-108 (addita A. come fonte della Divina Commedia); F. Gabrieli, Una Divina Commedia musulmana, in Bilycban, febbr. 1928 (nega che Dante dipenda da A.). Pietro Sfair
ABUBACER (Abū Bahr Muhammad ibn Abd al-Malih ibn Muhammad ibn Tufail). - Medico, matematico e filosofo arabo-spagnolo di religione islamica, n. verso il 1100, m. nel Marocco nel 1185. E noto specialmente per la sua Risälat Hayy ibn Yaqzān, in cui vuol dimostrare che la filosofia e la religione vanno perfettamente d'accordo, poiché la prima, frutto della speculazione razionale discorsiva, è riservata alle menti superiori, mentre la seconda, contesta di immagini e di parabole, è adatta per il popolo. La mistica è riservata agli spiriti eletti e non deve essere data in pasto al volgo: essa è fonte di delizie ineffabili, e all'uomo è possibile indicare soltanto il metodo che conduce ad essa.
A. descrive il modo con cui Hayy, abbandonato da bambino sopra un'isola deserta, perviene da solo, per gradi, alla filosofia, ossia al sistema aristotelico come era stato esposto dai filosofi arabi. Hayy ascende
poi alla vita ascetica e mistica. Un certo Asāl, religioso islamico, gli insegna le dottrine del credo musulmano, nel quale Hayy non riscontra nessuna contraddizione con le dottrine filosofiche alle quali è pervenuto, ma vi trova alquanto immagini, parabole e norme di vita pratica. Tutti e due si recano quindi nell'isola abitata da Asāl e da altri musulmani, ma l'esposizione delle dottrine di Hayy non trova buona accoglienza da parte della popolazione. Ritorna quindi nella sua isola e si dedica del tutto alla vita mistica. A. riecheggia in questo suo scritto idee sui rapporti tra la filosofia e la religione che erano professate anche da altri filosofi arabi musulmani.
Bibl.: L. Gauthier, Ibn Thafail, Parigi 1000.
Giuseppe Furlani
ABŪ BAKR. - Il primo successore di Maometto come capo della comunità musulmana : primo quindi della serie dei cdiffi (v. califfo), e in particolare dei primi quattro, noti nell'Islam col titolo di rāshidän ("ben guidati» od «ortodossi»). Coetaneo, o forse di qualche anno più giovane di Maometto, appartenente a una famiglia meno in vista dei Qurashiti meccani, egli si legò di amicizia col futuro profeta, sembra, prima ancora che questi iniziasse la sua missione. Del verbo di Maometto, A. B. fu uno dei primissimi adepti (secondo una poco attendibile tradizione, addirittura il primo), e nel penoso periodo iniziale della predicazione alla Mecca, e delle ostilità presto manifestatesi dei suoi concittadini verso il profeta, la fede e l'appoggio morale di A. B. furono tra i più saldi aiuti su cui poté contare Maometto. Il suo carattere dolce e fermo a un tempo, la sua lealtà e fedeltà che divennero proverbiali e dovevano meritargli l'epiteto di as-siddiq ( « il leale » ), gli permisero di superare senza vacillare le più difficili prove cui furono sottoposti in quel tempo i seguaci della nuova fede. Nel momento culminante di questa crisi, l'ègira (v.) o abbandono della Mecca per Medina da parte di Maometto, A. B. fu sempre al suo fianco, e lo accompagnò nell'avventuroso viaggio, e nel rifugio della caverna per sottrarsi agli inseguitori. Da allora egli fu noto anche col nome di «Amico della caverna», e il Corano stesso, in un celebre passo, fa allusione a lui quale compagno della storica migrazione.
A Medina, nell'organizzazione della giovane comunità musulmana, A. B., pur senza rivestire speciali cariche ufficiali, fu costantemente nella cerchia dei più fidi e intimi «compagni» (Sobjaba) del profeta, al quale si unì anche con vincoli di parentela allorché questi sposò la sua figliuola 'A'isha, che doveva diventarne la moglie preferita. Fu accanto a Maometto in tutte le grandi giornate del giovane Islām, a Badr, a Uhud, nella guerra del Fosseito.
Il califfato di A. B., al quale assurse nel giugno 632 , durò poco più di due anni, ma si rivelò decisivo per il consolidamento dell'embrionale Stato musulmano, il debellamento delle forze centrifughe, e l'inizio delle grandi conquiste fuori dell'Arabia. Con inflessibile fermezza, il nuovo capo della comunità islamica represse la secessione di varie tribù arabe di recente convertir. Superato questo moto di apostasia (ridda), si iniziarono le spedizioni sia contro l'impero bizantino sia contro la Persia sassanide. In ambedue queste imprese, grandi decisive vittorie dovevano essere riportate dagli Arabi sotto il secondo califfo 'Omar, ma A. B. stesso fece in tempo a vedere i primi successi, come la conquista di Hira nella Babilonide (633) e la vittoria di 'Aǧnādain in Palestina (luglio 634). Poco dopo quest'ultimo trionfo, il 23 ag. dell'anno stesso, egli moriva, designando a succedergli quell' 'Omar a cui doveva agli stesso in gran parte la sua elezione, e sotto il quale l'Islām arabo doveva assurgere a potenza mondiale.
Fuor che presso gli Sciiti, che lo considerarono come il primo usurpatore dei legittimi diritti di suc-
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cessione di 'Alī (v.), in tutto l'Islām ortodosso il primo califfo è venerato come uomo di pietà, probità e saggezza straordinarie, che innumerevoli sentenze e aneddoti tendono a mettere in luce. Anche ammettendo un certo processo di idealizzazione, egli resta una delle più elevate personalità del primitivo Islām, unente a una profonda religiosità anche notevoli doti pratiche di uomo di governo. A lui si deve infine la prima raccolta delle rivelazioni coraniche, da lui promossa durante il suo califfato, ma rimasta di uso pers