luce. Anche ammettendo un certo processo di idealizzazione, egli resta una delle più elevate personalità del primitivo Islām, unente a una profonda religiosità anche notevoli doti pratiche di uomo di governo. A lui si deve infine la prima raccolta delle rivelazioni coraniche, da lui promossa durante il suo califfato, ma rimasta di uso personale e privato, e poi soppiantata dalla raccolta canonica sotto 'Othraān.
Bibl.: L. Caetani, Amadi dell'Islám, I. II. III, Milano 1905, passim: H. Lammens, Le * trincvirat, Abaü Bahr, 'Omar et Abaü 'Ubaida in Mélanges de la Faculté Orientale, di Beirut, 4 [1910] pp. 113-138. Francesco Gabrieli
ABŪ 'l-BARAKĀT (Šams ar-Ri'āsah ibn Kabar). - Teologo copto monofisita del sec. xili-xiv, m. prima del 1327. Fu prete e forse medico, e fece da segretario e aiutante all'emiro Rukn ad-din Baybars.
Ha lasciato parecchie raccolte di carattere enciclopedico, delle quali la principale è intitolata: Lampada delle tenebre o Esposizione del servicio divino, vero manuale di scienze ecclesiastiche ad uso del clero, diviso in 24 capitoli. Più importante è la Risposta ai Mamlmani e agli Ebrei sul significato delle credenze cristiane in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo e uella divinitá di Gesù, figlio di Maria, specie di trattato apologetico in tre capitoli. Queste opere sono scritte in arabo. A. compilò un dizionario arabo-copto ad uso degli ecclesiastici, che intitolò Scala Magna. Questo lessico ha avuto la fortuna di essere pubblicato da A. Kircher nella sua opera Lingua aegyptiaca restituta (Roma 1643, pp. 41-272). Tranne alcuni capitoli della Lampada delle tenebre, le altre opere sono inedite, in manoscritti del fondo arabo della Vaticana. Esse costituiscono la migliore fonte per conoscere la storia e l'istituzione della Chiesa copta monofisita, alla quale hanno attinto illustri coptiologi come M. Vansleb e E. Renaudot.
Bibl.: E. Tisserant, Kabar, in DThC, VIII. coll. 2293296, dove si trova una analisi sommaria delle raccolte di A. con i titoli dei capitoli e l'indicazione delle parti edite della Lampada delle tenebre ad opera di diversi autori prima della pubblicazione dei due primi capitoli nella PO di Graffin, 20, 379680, con la traduzione francese di L. Villecourt, a cura di L. Villecourt, ed. E. Tisserant. L'opera intera è stata utilizzata da M. Juge per la redazione della voce Monofisita (Chiese copta), in DThC. X, coll. 2231-2306; E. Tisserant, L. Villecourt, G. Wat, Recherches sur la personnalité et la vie d'Abä'l-Barakät Ibn Kabar, in Revue de l'Orient chrétien, 22 (1921-22), pp. 373394.
Martino Judo
ABŪ 'l-FARAG 'ABDALLAH IBN al-ṬAYYIB. - Chiamato anche: ibn at-Tib e in latino Benattibus, fu monaco e sacerdote nestoriano dell' 'Irāq. Fiori nella prima metà del sec. XI (m. nel 1043) e fu segretario del patriarca della sua setta, Elia I (1029-49). Era stato segretario anche di Giovanni VII di Nazuk, eletto nel 1013 (Amr et Sliba, ed. Gismondi, 1897, p. 56 della vera. latina).
Cospicua fu la sua attività letteraria in arabo, ed è citato da Avicenna e da Averroè. Bar Ebreo accenna alle sue opere, ma più ne elenca Abū 'l-Barakāt, sacerdote copto monofisita (sec. xili-xiv). Fece una vasta raccolta di canoni orientali e occidentali, di cui nel ms. arabo 57 della Biblioteca Medicea si ha un elenco completo, riprodotto nel catalogo della medesima da S. Ev. Assemani con tutte le opere di A. a pp. 93-96. Questi canoni figurano nel ms. Vat. ar. 153 che non contiene il nome dell'autore perché mutilo, ma Abū 'l-Barakāt ne dà un sunto nel suo catalogo come opera di A. Inoltre la stessa raccolta è sotto il nome di A. nel Vat. borgiano 199. Essa è nota sotto il titolo di Figh an-Nayrāniyyah (Diritto della Cristianità). I mss. Vat. ar. 36 e 37 contengono i commenti di A. sul Vecchio e Nuovo Testamento, commenti che han per titolo Il Paradiso dii Cristiani. Il Vat. borg. 231 contiene
i commenti di A. sui Vangeli, il Vat. ar. 35 i commenti ai Salmi 33-60 e il Vat. ar. 157 un trattato sul matrimonio e il divorzio. Queste due ultime opere non sono menzionate né da Abū 'l-Barakāt né da Bar Ebreo; e dai commenti ai Vangeli i giacobiti, secondo Abū 'l-Barakāt, hanno tolto i passi che contengono dottrine nestoriane. A. scrisse ancora un trattato sull'eredità (Vat. ar. 150 e 160), uno sull'unità e tritititá e uno sulle Persone divine (Vat. ar. 145 dal f. 48 in pol). Un suo trattato di dottrina nestoriana contro chi affermava che Maria era genitrice di Dio, è nel Vat. ar. 115. Elia, metropolita di Nisibi, scrisse una disputa apologetica e prima di diffonderla la sottopose all'approvazione di A. Questa prolissa approvazione si legge nel Vat. ar. 180, f. 129 sg. A. "commentò di Aristotele libri di Logica e di Filosofia, e di Galeno i libri di Medicina", come dice Bar Ebreo.
Di tutte le opere vide la luce soltanto il commento ai Salmi (Cairo 1908). Secondo il Vat. borg. 250 e il manoscritto del patriarcato ortodosso di Gerusalemme, il Diatessaron (v.) fu tradotto dal siriaco in arabo da A. Anche A. Ciasca (v.), che pubblicò il codice mutilo Vat. ar. 14 (sec. xili-xiv) completandolo del detto Vat. borgiano 250 (sec. xv), propugna questa opinione (A. Ciasca, Tattiani Evangeliarum Harmoniae arabice, Roma 1888). Ma i fogli della Biblioteca dell'Università Cattolica di Beirut provano, secondo taluni, che la versione araba è anteriore ad A. (cf. L. Cheikho, in Yonrn. As., 90 serie, 10 [1897], p. 301, e al-Malriq, 4 [1901], pp. 100-103].
Bibl.: Bar Ebreo. Chron. Excl., ed. G. B. Abbeloos e T. Lamy, III. Lovanin 1872-77, col. 284; id., Chron. Syr., ed. P. Bedjan, Parigi 1890, pp. 226-27; id., Historia compendiosa Dymastiarum, arabice edita et latine versa ab F. Pocockia, Oxford 1663, p. 232 (ed. Sāthānī, 1890, pp. 330-31); Abū'l-Barakāt, Catalogo degli scrittori cristiani, ed. Riedel in Nachrichten der Ges. der Wissensb. zu Göttingen, Phil.-hist. Klasse, (1902), p. 633. Cf. G. B. Assemani, Bibl. Orient. III, 1, 244 sg.
Pietro Shir
ABŪ 'l- FARAG HIBATĀLLAH. - Scrittore copto del sec. xili, chiamato anche A b ū^{′} l-Farağ ibn al-' Assal, fratello di Abū Ishāq.
Si rese celebre per le sue "Concordanze evangeliche" fatte sui testi greco, copto, arabo e siriaco. E anche autore di una grammatica copta, di un trattato sullo a stato dell'anima dopo la morte e del a libro del maestro e del discepolo».
BibL.: I. Guidi, Le traduzioni degli evangeli in arabo ed etiopico, Roma 1888; A. Mallon e G. Graf, articoli ed. alla voce abū IsHāq.
Maurizio Gordillo
ABŪ HANĪFA, AN-Nu'MĀn IBN ThĀBIt. - Tradizionista è giureconsulto musulmano, fondatore di uno dei quattro principali sistemi o riti (madhhab) giuridici attualmente vigenti nell'islamismo. Di origine afghana, n. a Kūfa nell'Irāq il 670 d. C., ivi trascorse quasi intera la vita, dedicata allo studio e all'insegnamento orale, provvedendo al proprio sostentamento con il commercio delle stoffe. Vecchissimo, secondo tradizioni che non si possono con esattezza verificare, avrebbe tenacemente respinta la carica di giudice, proffertagli dal califfo 'abbāside alManṣūr, e sarebbe stato per tale rifiuto imprigionato e fustigato, morendo in carcere per i maltrattamenti subiti ( 767 d. C.).
Di suo ci resta solo un trattatello di dogmatica intitolato al-Kūf al-akbar (La somma conoscenza religiosa), importante per la sua alta antichità, ma di contestata autenticità. L'insegnamento di A. nel campo, in cui è soprattutto noto, del diritto, ci è giunto solo attraverso gli scritti dei suoi immediati discepoli Abū Tūsuf e Muhammad ash-Shaibānī. Caratteristica dell'opera di esegesi ed elaborazione giuridica banalita (cosiddetta appunto del caposcuola A. H.) è una meno rigorosa aderenza alla tradizione medinese (quale sarà invece poco dopo rappresentata dalla scuola milikita), e una maggior parte concessa al criterio personale ( mathrm{re}^{′} 3 ). Questo atteggiamento, in parte spiegabile con la minore possibilità pratica di disporre di un largo
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materiale della tradizione o hadith, che invece fu a disposizione della scuola mâlikita di Medina, è stato da storici europei frainteso nel senso di un maggiore intenzionale "liberalismo" di interpretazione e costruzione da parte della scuola hanafita. Anche questa, in realtà, tenne grandissimo conto del valore normativo della parola e dell'azione del profeta e della sua cerchia, solo integrando le lacune che la tradizione di cui era a conoscenza presentava, e risolvendo le contraddizioni e le discrepanze, con alquanto più largo uso di criteri interpretativi, contrapponendosi in ciò nettamente alla sola scuola giuridica hanbalita, strettamente fondata sulla interpretazione letterale della tradizione.
Sorta a Baghdād ad opera dei due ricordati giuristi discepoli di A. H., e presto diffusasi col favore dei califfi 'abbāsidi in Mesopotamia ed in Persia, la scuola hanafita finì col prevalere in modo assoluto nell'Asia centrale. Essa fu quindi accolta da quelle popolazioni turco-tartare islamizzate, e tra queste da quei Turchi Osmanli, che dovevano fondare l'ultimo grande stato musulmano, sul finire del medioevo, tra l'Asia e l'Europa.
L'impero ottomano diffuse il rito hanafita con valore ufficiale in tutto le province del suo dominio, pur ammettendo il sussistere accanto ad esso degli altri riti seguiti dalla popolazione indigena (p. es. il mâlikita nell'Africa del Nord). Ma con lo sparire di questo dominio, le varie regioni già sottomesse all'impero ottomano, e tra queste la Libia, hanno ripreso l'uso praticamente esclusivo dei loro riti, mentre nella Turchia stessa le leggi bilcizzatrici dello stato kanbalista han confinato l'uso del diritto musulmano hanafita alle sole pratiche private individuali del culto. Analoga abrogazione ha compiuto l'Unione Sovietica per le popolazioni turco-tartare comprese nel suo territorio. Cosicché i paesi musulmani ove la scuola hanafita è attualmente riconosciuta e praticata sono il Higiāz, la Siria, la Palestina, la Mesopotamia, l'Afghānistān, l'India e parzialmente l'Egitto; anche la Bosnia, la Bulgaria e la Romania, per la parte musulmana della loro popolazione, seguono con alcune limitazioni il sistema hanafita.
Alla pratica del diritto hanafita si accompagna nella dogmatica la professione delle dottrine teologiche di al-Ash'arī (del resto comuni anche ai seguaci di altre scuole giuridiche), e per i musulmani hanafiti turco-tartari di quelle di al-Māturidi, assai vicine alle ash'arite.
BibL.: L. W. C. van den Berg, Principes de droit musulman selon les rites d'Abeid Hanifah et de Châfif, trad. francese, Algeri 1816.
Francesco Gabrieli
ABU HENNIS (meglio Deyr Abū Hennis). Villaggio copto posto a sud-ovest di Sheikh 'Ibada (Antinoupolis), che conserva i resti di una importante basilica del sec. v, trasformata (forse nel sec. xiliXIV) in chiesa a cupole. Probabilmente era la chiesa principale di quella città cristiana le cui rovine, poste nelle vicinanze, hanno oggi il nome di al-Madina (cf. Somers Clarke, Christian Antiquities in the Nile Valley, Oxford 1902, pp. 181-87). In una valle presso il villaggio vi sono alcune antiche cave di pietra che furono adattate a cappelle cristiane sino dai primi tempi. Le pareti sono decorate con pitture del sec.v-vi, relativamente ben conservate, con figurazioni di episodi evangelici disposti secondo l'ordine cronologico degli avvenimenti e a narrazione continua. Sono edite da J. Clédat, Notes archéologiques et philologiques, in Bulletin de l'Institut Français d'archéologie orientale, 2 (Cairo 1902).
Ugo Monneret de Villard
ABŪ ISHĀQ IBN al-'ASSĀL. - Teologo ed esegeta copto del sec. xili. Fu figlio dello sceicco Fahr ad-Daula di gran fama nella letteratura copta; anche due fratelli di A. sono rimasti celebri.
Compiuti dei viaggi in Siria, ritornò al Cairo dove scrisse la "Raccolta dei fondamenti della religione { }_{n}, suo ca-
polavoro, terminato nel 1260 . Poi ne pubblicò un compendio. Scrisse inoltre l'"Introduzione alle epistole di s. Paolo", un commentario all' A pocalisse e un dizionario arabo-copto. Soltanto una piccola parte delle sue opere è stata pubblicata.
Bibl.: A. Mellon, Ibn al-'Assaf: les trois atricains de ce nom, in fournal Asiat., 10 (1902), pp. 509-20; id., Une école de savants égyptiens au Moyen Age, in Mélanges de la Fuc. Or., i (1906), pp. 109-32; G. Graf, Das Schrifterflorverzeichnis des Abū Ishāq ibn al-' Assōl, in Or. Christianus, 2 (1912), pp. 205-27; id., Die logitische Gelehrtenfamilie der Abalid al-'Assal, in Orientalia, I (1932), pp. 34-56, 129-48, 193-204; P. Shath, Vinet traités, Cairo 1929.
Maurizio Gordillo
ABUKARA, Teodoro (Thâsodūrūr). - Il suo nome in arabo suona Abu Qurrah, "padre della gioia". Era vescovo di Harrān (Mesopotamia). Si hanno indizi che egli sia vissuto tra il sec. viII e il ix d. C. (A. Guillaume, A Debate between Christian and Moslem Doctors, in Centenary Supplement to the "Journal of the R. Asiatic Society", [1924], pp. 233-44, e G. Graf, Die arab. Schriften des T. Abu-Kurra, in Forschungen zur christl. Literatur und Dogmengesch., X, Paderborn 1912, p. 77, nota 2). G. Graf (ibid., p. 20) ed altri dopo di lui hanno concluso che A. visse dal 740 all'820.
A. fu confuso con il vescovo di Caria che nel Concilio ecumenico VIII passò alla parte di Ignazio. Ma A. fiorì un secolo prima di questi e fu vescovo di Harrān, non di Caria, come risulta dai manoscritti arabi, da Bar Ebreo (G. S. Assemani, Bibl. Orient., II, p. 292, ove però scrive Haran invece di Harrān), da A. Mai (Bibl. Nova, VI, p. 169), dal Migne (PG 97, 1455) e da altri ancora. Per la stessa ragione non è nemmeno vescovo di Qārah. Si vuole identificare A. con Abū o Puggālā, menzionato nella Chron. de M. Le Syrien (ed. Chabot, III, pp. 29, 32-34) e con Epicuro del racconto di Vardan, presso Erw. Ter-Minassiantz (Die armenische Kirche in ihren Beziehungen zu den syrischen Kirchen, 1904, p. 29). Circa questa duplice identificazione, cf. Theol. Revue (marzo 1906, pp. 149-50) e Rev. Or. Christ., (2a serie, I [1906], pp. 103-04).
Delle dissertazioni di A., che sono una forte polemica contro gli infedeli e gli eretici, 42 furono pubblicate in greco e in latino nel xhok, interpretibus P. Torriano et J. Gretsero, e ripubblicate dal Migne con l'aggiunta di un trattato De Unione et Incarnatione (PG 97, 1461 sgg.). Il suo De cultu imaginum libellus fu pubblicato nel 1697 per cura di G. Arendzen dal ms. arabo di Londra Or. 4930. Degli altri suoi scritti arabi, C. Bāšā, in al-Maśriq 6 (1903), pp. 633 sgg., 800 sgg., pubblicò, da un manoscritto di Dair al-Mukhallis presso Sidone, un trattato sulla verità della religione cristiana, che pubblicò poi a Tripoli in francese nel 1903. L. Ma'ūf (ibid., pp. 1011-33) pubblicò dal suddetto ms. Or. 4950, che è il più antico degli arabi cristiani, una dissertazione sull'Incarnazione, che però Bāšā, nell'opera francese citata (p. 7), nega che sia di A.; lo stesso Bāšā pubblicò poi a Beirut (senza data) altre 9 dissertazioni, e finalmente L. Cheikho nel 1912 pubblicò, in al-Maśriq, da un manoscritto di Dair-ash-Shir presso Beirut, un trattato sull'esistenza di Dio e la vera religione, da G. Graf tradotto in tedesco, in Beiträge zur Gesch. der Philosophie des Mittelalters(XIV [1913, fasc. 1]). A. scrisse anche 30 dissertazioni, in siríaco, come egli afferma nella ³ᵃ delle 9 dissertazioni, pubblicate da Bāšā (p. 60). I manoscritti delle versioni georgiana e slava sono da esaminarsi (Brosset, Hist. et Lit. de la Géorgie, Pietroburgo 1837, p. 135; e Karckovski, Christianshij Vastak, 1916, p. 360). Pietro Shir
ABU'T KHAIR IBN al-TAYYIB. - Scrittore copto del sec. xili, medico e sacerdote, collaboratore con Abū Ishāq nella Raccolta (v. ABŪ isHĀQ) e più tardi autore dell'opera L'illuminazione delle intelligenze, attribuita fino a poco tempo fa ad Abū 'l-Barakāt, sintesi teologica secondo la dottrina monofisitica dei copti.
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BibL. G. Graf, Zum Sshriftum des Abä'l-Barabilt und des Abä'l Khair, in Oriens Christ. 8(1933), pp. 133-43; M. Khouanm, L'illumination des intelligences dans la science des fondements, Roma 1941.
ABULIA. - Dal gr. á privativo e [vid.è «volontà«; l'a. è una alterazione patologica della volontà, che consiste in una più o meno notevole diminuzione dei normali processi volitivi (come negli stati di comune indecisione) o addirittura nella loro totale abolizione.
I. Medicina. - Dalla maggior parte degli studiosi il meccanismo patogenetico dell'a. è ritenuto dipendente da due elementi fondamentali, che agirebbero contemporaneamente o separatamente: povertà di ideazione e abbassamento del tono affettivo. Con ciò s'intende dire che se l'a. è considerata o detta "malattia della volontà", non è che la facoltà volitiva, potenza spirituale, sia lesa in maniera diretta ed intrinseca; ma che nel suo libero gioco è debilitata o paralizzata da malattie o da modificazioni dell'organismo e delle facoltà sensibili, sia conoscitive che affettive.
Si distinguono varie forme di a., ognuna delle quali va connessa con diverse manifestazioni morbose: a) a. per difetto di attenzione e riflessione: ad es. in un adulto le passioni sono cosi forti, i sentimenti cosi accesi, che esplodono senza possibilità di resistenza (a. esplosiva); b) a. per difetto di decisione: si discute o si esamina senza venire mai al punto; eccesso quindi di analisi (idee fisse degli scrupolosi, dei maniaci, dei paurosi); c) a. per incapacità o difficoltà grave di passare all'azione (velleità, desideri di agire, che sfumano al primo sforzo o al primo disagio o alla più lieve contrarietà, arrendevolezza a tutti i venti che spirano nell'ambiente dove si vive).
Queste diverse forme di a. sono più o meno gravi e quindi l'inaxione, che ne rappresenta la manifestazione esteriore, è più o meno accentuata nelle singole malattie, di cui l'a. è uno dei sintomi (nevrastenia, isteria, epilessia, anienza, sindromi melanconiche, demenza precoce, demenza senile, ecc.).
A queste espressioni diverse di grado e di gravità dell'a., un'altra se ne deve aggiungere, nota col nome di a. morale. Questa consiste in una più o meno accentuata impotenza della volontà di fronte all'azione morale. La persona cosi affetta, pur avendo chiara la conoscenza del bene e del male e del dovere, di cui sente l'obbligatorietà, non è in grado d'impegnare la sua energia per operare il bene. I poteri volitivi sono come paralizzati e si arrendono senza lotta di fronte alle difficoltà e agli istinti che si sovrappongono allo sviluppo dell'azione etica.
2. Valutazione morale. - Se l'a. è totale (idiozia, demenza precoce, ecc.), toglie ogni responsabilità ed ogni imputabilità; se invece è parziale, diminuisce e responsabilità ed imputabilità, specialmente quando si tratti di azioni esteriori; però si resta pienamente responsabili di quei gruppi di azioni, che non entrano nel campo di questa a. parziale. Inoltre : si può essere responsabili, se non delle singole azioni di un'a. totale o parziale, della loro origine e della loro causa (volontario in causa): le a. ad es., provocate da abitudini colpevoli, quali l'abuso degli alcoolici, degli afrodisiaci, dell'oppio, ecc., almeno oscuramente previste. Non è sempre facile giudicare la responsabilità degli abulici, a volte può anche essere impossibile; Dio soltanto può conoscerla e pesarla.
L'a. può essere talora incurabile (a. ereditaria o dipendente da malattie organiche insanabili); ma nella maggior parte dei casi può diminuire tanto da permettere una vita normalmente morale, e può anche
scomparire. Il trattamento sarà nel medesimo tempo e fisico e psicologico, dosato variamente secondo l'entità e la diversità dei casi.
BibL.: P. Janet, Névroses et idées fixes, Parigi 1898; id., Obsessions et psychosthénies, Parigi 1908; E. Tanzi - E. Luperb, Trattato delle malattie mentali, Milano 1923; E. Hlogon, Les maladies de la volonté, Parigi 1924; A. Eymieu, Le gouvernement de soi-même, 2^{°} scr., Parisi 1927.
Annuino Pio Gacra
ABUNA. - In arabo «padre nostro»; cosi i cristiani dei paesi arabi chiamano il sacerdote. In Etiopia è il titolo del capo della Chiesa dissidente.
A. è poi il cognome di Simeone IV, che fu patriarca dei nestoriani (1437-77), e nel 1450 fece del patriarcato un diritto ereditario. Nel 1776, Elia X A. (1722-78) consacrò vescovo Giovanni Hormez suo nipote in età di 16 anni perché gli succedesse invece dell'altro suo nipote Jesu-Yab. Hormez però, convertitosi al catholiciamo all'indomani della morte di Elia X, non gli successe, e solo nel 1830 fu preconizzato patriarca dei caldei cattolici. Con lui, nel 1838 , cessa la serie dei patriarchi della famiglia A. divenuta cattolica.
BnL.: J. Zönkdji, L'Église chaldéenne catholique (estratto dall'Annuaire pontifical catholique di Battandier), Parigi 1914, pp. 13-15; St. Bolla, La Congregation de S. Hormiades et l'Église chaldéenne dans la première moitié du XIXr siècle, in Orient. Christ. Analecta, CXXII, Roma 1939. Pietro Sfair
ABUSO. - E l'uso illecito, irragionevole, di una cosa o di un diritto. La teologia morale non ha elaborato finora una vera dottrina dell'a.; questa pertanto deve essere ricavata dai principi che si pongono a base dell'ordine morale. Comunque, in termini generali si può dire che ogni qual volta l'uomo, usando inmoderatamente degli esseri, non ne rispetti la natura o faccia dei medesimi un uso irragionevole, al di fuori cioè di un fine onesto, commette un peccato di a.
I. Legislazione canonica. - Nel campo giuridico, assume particolare importanza, tra le varie forme di a., quella che si suole indicare con l'espressione a. d'autorità o di potere o d'ufficio, e che consiste nell'eccedere maliziosamente, sia quanto al fine, sia quanto alla sostanza od al modo, i limiti imposti dalla legge all'esercizio di certe facoltà, per lo più inerenti ad una carica pubblica. Siffatto a. - che presuppone da parte del soggetto il legittimo ed effettivo possesso dell'autorità o dell'ufficio, e non è quindi da confondersi con l'usurpazione di titoli o di poteri viene, in genere, considerato sotto diversi aspetti, a seconda che si presenti: a) come elemento costitutivo di quei delitti che non possono commettersi se non da persone investite di determinate funzioni; b) come circostanza aggravante speciale di taluni delitti; c) come aggravante comune, applicabile cioè a qualsiasi violazione della legge penale; d) come delitto a sé stante.
Il Codice di diritto canonico prevede la prima ipotesi nei canл. 2334 n. I (promulgazione di leggi o di decreti contro la libertà e i diritti della Chiesa), 2364 e sgg. (arbitraria amministrazione di sacramenti), 2369 (violazione del sigillo sacramentale), 2373 (illegittimo conferimento degli ordini sacri), 2406 (falso documentale commesso dal parroco o da un ufficiale di curia) e in altre simili disposizioni, intese a salvaguardare, oltre ai beni giuridici da esse direttamente protetti, il normale esercizio della potestà d'ordine e di giurisdizione.
Come circostanza aggravante speciale, l'a. d'autorità o d'ufficio è contemplato, ad esempio, dai canл. 2331, § 2, e 2342, n. 2, per i quali la qualità di chierico o di religioso in chi istiga i sudditi alla disobbedienza e in chi viola la clausura monacale, determina l'applicazione di più severe sanzioni.
Come circostanza aggravante comune se ne oc-
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cupa il can. 2207, dove è detto che "praeter alia adiuncta aggravantia, delictum augetur: .. 2^{°} ex abusu auctoritatis vel officii ad delictum patrandum ". Non è chiaro in dottrina se il termine autorità debba qui intendersi nel suo più ampio significato (e comprendere, quindi, anche l'autorità derivante da rapporti privati, come quella del padre sui figli, del padrone sui servi, del maestro sugli scolari, ecc.), o riferirsi soltanto alla esplicazione di pubbliche funzioni, legislative, amministrative o giudiziarie. E opinione diffusa che, agli effetti dell'aggravante di cui si tratta, venga in considerazione anche l'a. di un ufficio puramente civile; ed è certo che l'aggravante stessa in tanto può e deve applicarsi, in quanto l'a. dell'autorità o dell'ufficio abbia agevolato la consumazione del delitto.
L'a. di potere come delitto a sé stante è previsto dal can. 2404, il quale testualmente prescrive che qualsiasi a. della potestà ecclesiastica venga punito secondo il prudente arbitrio del legittimo superiore in proporzione della gravità della colpa, salvo che particolari disposizioni di legge stabiliscano per taluni a. una pena determinata. Nella generica formulazione di questo canone - dove le parole potestatis ecclesiasticae indicano abbastanza chiaramente l'esclusione di ogni potere che non sia pubblico rientrano tutti quegli a., difficilmente inquadrabili in altrettante specifiche configurazioni criminose, che per il diritto delle decretali andavano sotto il nome di excessus praelatorum. Tali, ad esempio, l'imposizione ai sudditi di oneri troppo gravi; la comminazione di ingiuste censure; il conferimento di benefici a persone indegne; l'arbitraria concessione di indulgenze, ecc. Se l'autorità della quale l'agente è investito deriva da un privilegio (v.), il fatto di abusarne può importare, oltre alle congrue pene da stabilirsi di volta in volta dal superiore, la perdita del privilegio medesimo (can. 78 ).
2. Lesilslazione secolare. - Sostanzialmente analogo al sistema vigente nel diritto canonico è quello seguito dalla legislazione secolare. Il Codice penale italiano considera infatti l'a. dei poteri inerenti ad un pubblico ufficio e, in genere, l'a. d'autorità, non solo come elemento integrante di determinati delitti (e segnatamente di quelli elencati sotto la rubrica "Dei delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione": art. 314 sgg.), ma anche come aggravante speciale di taluni reati (es.: violazione di domicilio, art. 615), come circostanza aggravante comune (art. 61, n. 9) e come delitto a sé stante (art. 323). A differenza del codice abrogato - che dedicava un capitolo speciale, giustamente considerato lesivo della dignità ecclesiastica, ai cosiddetti a. del clero (consistenti principalmente nel fatto del ministro del culto che, prevalendosi della propria qualità, eccitasse i fedeli al dispregio delle istituzioni o all'inosservanza delle leggi, o costringesse taluno ad atti o dichiarazioni ad esse contrarie) - il codice vigente si limita a considerare il ministro di un culto - qualunque esso sia, dunque anche di un culto acattolico - alla stessa stregua del pubblico ufficiale e dell'incaricato di un pubblico servizio, così agli effetti dell'aggravante comune di cui all'art. 61, n. 9, come per quel che riguarda il reato di "eccitamento al dispregio e vilipendio delle istituzioni, delle leggi e degli atti dell'autorità ", preveduto dall'art. 327. L'a. dell'ufficio ecclesiastico è pertanto pacificato, a quest'effetto, all'a. del pubblico ufficio.
Tra le altre particolari figure di a., contemplate dalla legge penale secolare, ricorderemo: l'a. dei mezzi
di correzione o di disciplina (art. 571); l'a. della credulità popolare (art. 661); l'a. di foglio in bianco (art. 486); l'a. di sostanze stupefacenti (art. 729).
Un cenno merita infine il cosiddetto a. del diritto; il quale, secondo una recente dottrina, ispirata a motivi altamente morali ed accolta, almeno in parte, da qualche moderna legislazione (es. : l'art. 135 del Codice delle obbligazioni per la Polonia), si verifica quando il titolare di un diritto ne usa al solo scopo di nuocere altrui (a. sobiettivo, atti d'emulazione) o esplicando atti contrari alla finalità del diritto medesimo (a. obiettivo). E da notare, a questo proposito, che il progetto ministeriale del nuovo Codice civile italiano (parte generale) conteneva un articolo, ove era detto: "Nessuno può esercitare il proprio diritto in contrasto con lo scopo per cui il diritto medesimo gli è riconosciuto ". Nel Codice civile il principio è rimasto solo per il diritto di proprietà, stabilendo l'art. 833 che "il proprietario non può fare atti i quali non abbiano altro scopo che quello di nuocere o recare molestia ad altri ".
BibL.: Per il diritto canonico, cf. E. Magnin, Abus de pouvoir, in DDC, I, coll. 133-42; F. Ruberti, De delictis et poenis, I. I. Roma 1930, p. 171 sgg.; G. Michiels, De delictis et poenis, I. Lublino-Bresschust 1934, p. 229 sgg. - Per il diritto secolare: M. Rorandi, L'a. del diritto, in Riv, di diritto civile, (1923), pp. 104 sgg., 208 sgg., 416 sgg.; V. Manzini, Trattato di dirito penale italiano, 10 voll., 2^{°} ed., Torino 1932-39, passim; E. Jusurrand, De l'esprit des droits et de leur refaticité. Théorie dite de l'abus des droits, 2^{°} ed., Parigi 1939.
Ferruccio Liuzzi
ABU 'I-WALID MARWĀN ibn GANĀH: v. JONA IBN GANACH.
ACAB : v. ACHAB.
ACACIA. - Albero della famiglia delle mimose, mimosa nilotica del Linnco o acacia arabica; è la spina aegyptiaca degli antichi. Molto diffuso in Egitto e nella penisola sinaitica, è raro in Palestina dove si trova solo vicino al Giordano. Dà la gomma arabica. Il suo legno (adoperato dagli Egiziani per la costruzione delle navi sacre) è durissimo, molto leggero e quasi incorruttibile. Di colore giallognolo, col tempo diviene nero come l'ebano.
In ebraico il nome è usato al plurale šittim (šittāh solo in Is. 41, 19); dall'egiziano šudt, più tardi sonte, probabilmente "spina". Gli antichi traduttori ne hanno ignorato il significato preciso: i Settanta hanno 50 λ ov δ α η σ τ o v "legno incorruttibile"; la Volgata, ligna setim.
Di acacia furono fatte le tavole e le colonne del Tabernacolo, l'Arca (v.) dell'Alleanza, gli altari, la mensa dei pani di proposizione e le traverse per trasportare questi oggetti sacri (Ex. 25-38; Deut. 10). Il fatto che Mosè adopera per la suppellettile del culto non il nobile cedro, ma il solo legno adatto che avesse nel deserto del Sinai e che era quasi ignoto in Palestina, conferma la storicità dei libri sacri del Pentateuco, ed esclude che il Tabernacolo sia un'idealizzazione del tempio salomonico.
BibL.: Th. Hasseus, De ligno Sittim, in R. Ugolini, Thesaurus Antiquitatum Sacrarum, VIII, Venezia 1747, coll. 351-68; E. Naville, The shittim wood, in Proceedings of the Soc. of bibl. Archaeology, 34 (1912), pp. 180-90. Francesco Spadafora
ACACIANI : v. ACACIO di CESAREA.
ACACIO (Acalbius Acacius), santo, martire. - Soldato, probabilmente vittima della persecuzione dioclezianea. Secondo gli Atti del suo martirio, non autentici, A. era centurione in Cappadocia, ma fu per la sua fede cristiana condotto a Costantinopoli, dove, dopo un commovente interrogatorio, venne decapitato. Godeva d'una grande venerazione in Costantinopoli; fu anche incluso nel gruppo dei 14 Santi Ausiliatori (v. ausiliatori, santi), ma si deve notare che fu spesso confuso con santi omonimi. La festa di A. è fissata
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dai Martirologi geronimiano e romano all's maggio, giorno della sua morte, dai Sinassari al 7 dello stesso mesc.
Bibl.: Acta SS. Mnii, II, Parigi 1866, pp. 200-99 e append., pp. xxxviit-xli; PG 115, 217-40; P. Bedjan, Acta Martyrum, VI, Parigi 1896, pp. 168-82; Martyr. Romanum, p. 179; Synax. Constantimp., coll. 661, 664, 825, 834; S. Salaville, Les églises de Saint Acace à Constantinople, in Echos d'Orient, 9 (1909), pp. 102-108; H. Delehaye, in Amel. Holland., 31 (1912), pp. 22, 228-32, 240; id., Les origines du culte des Martyrs, ²² ed., Bruxelles 1923 pp. 233-36, 240.
Cesario van Hulst
ACACIO (Achatius, Acacius, detto anche AGATANGELO), santo, martire. - Confessore della fede sotto l'imperatore Decio (250-51) ; viene spesso confuso con il vescovo omonimo di Melitene, che prese parte al Concilio di Efeso (431). Lo si ritiene anche, ma senza prove, vescovo di Antiochia, che si crede generalmente quella di Pisidia.
Conosciamo il contenuto del lungo interrogatorio fattogli subire dal consolare Marciano dagli Acta disputationis Acocii, documento di buona nota, ma in seguito fortemente rimaneggiato. Nel Martirologio geronimiano il nome di A. ricorre al 29 marzo, data dell'interrogatorio, come risulta dagli Acta disputationis, non già della morte; i Sinassari lo ricordano al 27, 30, 31 marzo e al 16, 17, 18 aprile.
Bibl.: Acta disputationis Acocii, in Acta SS. Martii, III, Parigi 1865, pp. 899-900, ripubblicati in R. Knopf-G. Krüger. Ausgewählte Märtyrerakten, 3a ed., Tubinga 1929, pp. 57-60; Martyr. Hieronymianum, p. 166; Synax. Constantimp., coll. 564602; P. Allard, Storia critice delle persecuzioni, II, vers. ital. E. Lari, Firenze 1918, pp. 386-93; H. Delehaye, Les passions des martyrs et les genres littéraires, Bruxelles 1921, pp. 344-64.
Cesario van Hulst
ACACIO, vescovo di Berea. - N. verso il 332, si diede da giovane alla vita eremitica nei dintorni di Antiochia. Distintosi nell'opposizione agli ariani, apollinaristi e macedoniani, fino a subire un esilio, fu creato vescovo di Berea dal patriarca di Costantinopoli Melezio (378), dal quale fu anche inviato poco dopo a Roma come latore a papa Damaso degli atti di un concilio celebrato ad Antiochia. Presenziò al Concilio di Costantinopoli (381). Avendo preso parte alla illegittima consacrazione episcopale di Flaviano, successore di Melezio, fu scomunicato da papa Damaso, ma poi reintegrato dal successore Innocenzo I.
Sebbene godesse grande fama di santità fu duro avversario di s. Giovanni Crisostomo, del quale chiede la deposizione nel Concilio della Quercia. Ma, dietro intimazione di Innocenzo I, dovette ritrattarsi e inserire nei dittici il nome del Crisostomo. Visse oltre i cento anni, morendo ca. il 433. Ci restano di lui alcune lettere (PG 77, 1445 sgg.).
Bibl.: Sozomeno, Hist. eccl., VII, 28; Teodoreto, Hist. eccl., V, 4, 8; Palladio, Vita Chrysostomi, 6, 8; PG 47, 22-29; G. Bardy, in Storia della Chiesa, diretta da A. Fliche e V.Martin, vers. ital., IV, Torino [1941], p. 131 sg.
Gaetano Corti
ACACIO, vescovo di Cesarea. - Discepolo e poi, dal 340 , successore di Eusebio, lo storico, nella sede di Cesarea di Palestina. Nella controversia ariana non fu per l'ortodossia nicena, ma non si schierò neppure in modo esplicito e costante in favore di Ario. In un concilio tenuto a Costantinopoli ( 360 ) e da lui stesso diretto, riusci, protetto dall'imperatore Costanzo II, a far adottare la formula di fede del Concilio di Rimini, nella quale il Figlio di Dio era proclamato simile al Padre, vietando l'uso dei termini usia e ipostasi. Nel Concilio di Antiochia (363) si avvicinò alla fede nicena ammettendo che il Figlio fosse nella sostanza simile al Padre ( dot{α} μ ω ς ς α τ dot{α} cśaizv; cf. Epistola synodalis, in Mansi, III, 372), opportunisticamente deferente all'ortodossia dell'im-
peratore Gioviano; ma ripassò tosto alla sua prima idea sotto il successore Valente. Morì verso il 366.
Da lui si denominarono scaciani coloro che nella controversia ariana si rifiutavano di ammettere sia la consustanzialità del Figlio col Padre, definita dal Niceno, sia la somiglianza sostanziale, sostenuta dai semiariani, sia la dissomiglianza affermata dagli anomei, limitandosi ad asserire che il Figlio era simile al Padre, persuasi di essere con ciò fedeli al linguaggio della Sacra Scrittura. Furono perciò chiamati ammiati (dal greco ξ μ ω τ α ). S. Girolamo (De Viris illustr., 98) e Socrate (Hist. eccl., II, 4) segnalano alcuni dei numerosi scritti di A., tra cui una biografia del suo maestro e antecessore Eusebio, alcuni commentari all'Ecclo. e delle «Qucationi varie» ( Σ α μ μ τ τ dot{α} ζ η τ ξ μ α τ α ).
Bibl.: O. Bardenhewer, Geschichte der altbirchlichen Literatur, III, Friburgo in Br. 1923, p. 262; G. Bardy, in Storia della Chiesa, diretta da A. Fliche e V.Martin, vers. ital., III, Torino [1940], p. 169 sgg.
Gaetano Corti
ACACIO, patriarca di Costantinopoli. - Dal 471 al 489. Quando Basilisco, usurpatore del trono imperiale, impose ai vescovi di sottoscrivere una sua lettera enciclica nella quale condannava la dottrina del Concilio di Calcedonia, A., spinto dal sentimento popolare e dai monaci di Costantinopoli, si rifiutò e in segno di lutto velò di nero la cattedra e l'altare di S. Sofia. Ciò gli valse la nomina a legato da parte di papa Simplicio, ed egli approfittò di questa carica per deporre molti vescovi eretici, protetto anche dal favore dell'imperatore Zenone, che era tornato sul trono dopo averne scacciato l'usurpatore Basilisco (476).
Non era però zelo disinteressato, per la verità, quello che animava A.: egli aspirava a conquistare l'assoluta indipendenza da Roma e la supremazia su tutte le Chiese orientali. Da lui infatti fu probabilmente compilato senza alcuna previa consultazione con Roma, e certamente sottoscritto, l'Emetica, emanato da Zenone (482) ; formola di fede intesa a unire, come dice il nome, tutti i sudditi dell'impero. In essa era professata la fede sancita a Nicea e a Costantinopoli, ma era tacitamente rinnegata quella del Concilio di Calcedonia.
Papa Felice III (II), per mezzo di legati, intimò ad A. di rendere ragione del suo operato a Roma; fallita questa intimazione, lo scomunicò e lo depose. La sentenza papale, portata a Costantinopoli, fu da un audace monaco appuntata sul pallio di A. mentre ufficiava in S. Sofia. Per vendetta A. cancellò dai dittici il nome di Felice III e inaugurò quello scisma, che da lui appunto fu denominato scaciano. Esso durò dal 484 al 519, quando, il giorno di Pasqua, il patriarca Giovanni accettò solennemente la professione di fede proposta da papa Ormisda e radiò dai dittici sacri A., Zenone ed altri.
Bibl.: S. Salaville, L'affaire de l'Hénatique... Le schisme Acacien, in Echos d'Orient, 18 (1918), p. 255 sgg.; 19 (1920), p. 49 sgg.; E. Schwartz, Publizistische Sammlungen zum Aracianischen Schisme, Monaco 1936; G. Bardy, in Storia della Chiesa, diretta da A. Fliche e V. Martin, vers. it., IV, Torino [1941], p. 281 sgg.
Gaetano Corti
ACACIO, vescovo di Melitene. - Buon letterato, figura come lettore a Melitene verso il 390. L'anno 431 è già vescovo di quella città e come tale assiste al Concilio ecumenico di Efeso. Contando sui suoi rapporti personali con Nestorio, tentò dapprima di ottenere, benché inutilmente, la resipiscenza di lui; poi diventò focoso antinestoriano.
Nella ¹² seduta del concilio ( 22 giugno 431 ) spiegò il suo voto a favore della ²² lettera di s. Cirillo a Nestorio e insieme biasimò costui per la sua lettera contro Cirillo. Quando poi nella ⁴² seduta fu citato a comparire Giovanni di Antiochia per la condanna da lui pronunciata contro Cirillo, A. fece rilevare la nessuna autorità degli antiocheni. A. fu uno degli otto legati inviati dal Concilio in Calcedo-
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nia per informare Teodosio II, da parte degli ortodossi, delle mene degli antiocheni, i quali in quell'occasione l'accusarono di fare passibile la divinità in Cristo. L'accusa era infondata come appare anche dall'omelia detta da A. nel Concilio (PG 77, 1467-72). L'assistenza alla consacrazione del successore di Nestorio, Massimiano, valse ad A. da parte di Giovanni di Antiochia, la deposizione dalla sua sede. Il suo antinestorianismo aumentò ancora fino a criticare la riconciliazione avvenuta fra Cirillo e gli Orientali (Synodicon adversus tragoediam Irenaei, capp. 83 e 213 : PG 84, 693, 838).
Possiamo domandarci se A. non si sia contaminato di monofisismo. Nella sua campagna contro Teodoro di Mopsuestia trovò in Rabbula di Edessa un valido alleato. Essi misero in allarme i vescovi armeni. A. morì prima del 449 .
BibL.: U. Rouziès, s. v. in DHG., 1. coll. 242-43.
Ignazio Ortiz de Urbina
AGAIA, Provincia della penisola Ellenica: v. GRECIA.
ACAICO ('Ayzıxós; lat. Achaicus). - Cristiano di Corinto, uno dei primi convertiti da s. Paolo nell'Acaia.
Il nome romano, perpetuatosi nella famiglia di L. Mummio conquistatore di Corinto ( 146 a. C.), lascia supporre che A. fosse libero o cliente dei Mummi. Con Stefanos e Fortunato venne ad Efeso per far visita a s. Paolo, "rinfrancandogli lo spirito" (I Cor. 16, 17). Ma non risulta che i tre gli recassero le notizie (furono "quelli di Cloe", I Cor. 1, 11) e neanche - ciò che tuttavia potrebbe sostenersi - la lettera in cui la comunità di Corinto proponeva casi da risolvere (ibid. 7, 1), notizie e lettera che indussero l'Apostolo a scrivere la ¹ᵃ lettera ai Corinti.
Come Stefanas, A. aveva lavorato con molto frutto per la comunità di Corinto (ibid. vv. 12-18: "hanno sup. olito ciò che vi mancava"); B. Allo li suppone carismatici. Era la terza "primizia" di Corinto, costituito pertanto nel "ministero ( δ imath α α σ v α ) dei santi ", cioè in una dignità gerarchica "conferita dagli apostoli", come chiarisce Clemente Romano ( I^{a} ad Cor. 42).
Bibl.: A. Robertson, s. v. in Hastings' Dict. of the Bible, I (1898), p. 23; B. Allo, Première ép. aux Coriath., Parigi 1934, pp. 339, 464-66; L. Hertling, I Kor. 16, 13 und I Clem. 42, in Biblica, 20 (1939), pp. 276-78. Antonino Romeo
ACARDO (Achardus), beato. - Abate di S. Vittore, poi vescovo d'Avranches. Discendente da nobile famiglia normanna, stabilitasi in Inghilterra al seguito di Guglielmo il Conquistatore nella spedizione del ro66, n. nella prima metà del sec. xit, secondo alcuni nell'isola inglese, secondo altri in Normandia presso Domfront (Orne). M. il 29 marzo 1171.
Ricevuta la prima educazione tra i canonici regolari di Bridlington (diocesi di York), passò, per perfezionarsi negli studi, a Parigi. Quivi abbracciò la vita religiosa nella novella abbazia di S. Vittore, dove l'esempio del celebre Ugo gli fu di sprone nello studio e nella virtù. Morto l'abate Gildulno (1155), gli successe quale secondo abate di S. Vittore. Nel 1157 fu eletto vescovo di Séez, ma Enrico II d'Inghilterra si oppose alla sua consacrazione perché, a quanto riferisce s. Tommaso di Canterbury, il papa Adriano IV ne aveva favorito la scelta. Nel 1161 fu nominato vescovo di Avranches. Pio e benefico, per la sua amicizia col monarca inglese ottenne molti favori per la sua diocesi e per l'intera regione di Normandia. Fu sepolto nella chiesa dell'abbazia premostratense di La Lucerne, di cui era stato il principale benefattore e di cui aveva benedetto (1164) la prima pietra.
Nelle fonti ha il titolo di maestro (magister Achardus) e il suo epitaffio lo dice famosus doctor Achardus (PL 196, 1779). Ma i suoi scritti, non ancora del tutto individuati, sono rimasti inediti.
L'abbazia di Maredsous si è assunta l'impresa dell'edizio princeps, e fin dal 1899 ha raccolto i materiali necessari. In base a questi il Morin rileva il "suo genio sottile e insieme lucido, la sua ardita analisi dei misteri dell'essere umano, unita al misticismo vittorino, in uno
stile vivace, talora eloquente, molto più efficace dello stile scolastico dell'età posterine", e gli riconosce la paternità del trattato De discretione animne, spiritus et mentis, già falsamente attribuito ad Adamo di S. Vittore. Nel 1935 lo ha pubblicato, secondo il cod. Paris. Mazar. 1002 (942), del sec. xili, proveniente da S. Vittore. Importante è il suo trattato o sermone De abnegatione sui ipsius, detto anche, meno esattamente, De tentatione Domini in deserto, perché ha per assunto Matt. 4, 1. Fine dell'autore è di condurre l'anima alla perfezione attraverso i sette gradi dell'abnegazione evangelica, che la fanno entrare come in sette deserti. Spogliandosi cosi di se stessa e di tutte le cose, l'anima si unisce intimamente a Dio. L'opuscolo si dirige a tutti, ma specialmente ai religiosi.
Nel Migne si hanno di A. solo due brevi Epistolae (PL 196, 1381-82). Alcune sue opere sono perdute, come il De Trinitate, di cui qualche tratto è riportato nell'Eulogium ad Alexandrum III di Giovanni di Cornovaglia (PL 199, 1054 sE.), e le Ousestiones de peccato, citate nelle Allegoriae in Novum Testamentum attribuite ad Ugo di S. Vittore (ma posteriori).
Profondo teologo, campione della dottrina tradizionale, propugna il realismo dell'unione delle due nature in Cristo contro i nominalisti di tutte le tinte.
Erroneamente dal Vossio gli è stata attribuita la Vita B. Geazelini o Schetzelonis edita (Douai 1626) dal Raisse (cf. Acta SS. Augusti, I, Venezia 1741, pp. 172-73, 175-80): probabilmente è opera del suo omonimo e contemporaneo Acardo di Clairvaux.
Bibl.: R. C. Quelin, Notitia in Achardum: PL 196, 13711374; PP. Maurini, Histoire littéraire de la France, NIII, 2^{°} ed., Parigi 1869, pp. 453-56; B. Haurésu, Histoire littéraire du Moine, I, Parigi 1870, pp. 1-20; G. Morin, Un traité fausement attributé à Adam de Saint-Victor, in Revue Bénédictine, 16 (1899), pp. 218-19; id., Un traité inédit d'Achard de SaintVictor, Ldus der Gesteswelt des Mittelalters: Studien und Texte Martin Grabmann gewidmet, 1), Münster 1935, pp. 251-62. Iejino Cecchett
ACARIE: v. MARCHERITA DEL S.MO SACRAMENTO; MARIA DELL'INCARNAZIONE.
ACATALESSIA. - Dal gr. dot{α} α α τ α λ η dot{η} dot{α} α ( α priv. e α α τ α λ α μ ξ dot{α} ν ν, percipio, comprehendo), è l'impossibilità di apprendere il vero. Nella forma del sostantivo il vocabolo appare la prima volta in Cicerone, (Att. 13, 19, 3), poi in Sesto Empirico e in Diogene Laerzio (cf. prooem. 16), ma il corrispondente aggettivo dot{α} α dot{α} τ δ λ η τ τ o s è più antico e risale agli stoici, che lo usavano unito a varphi α ν τ α α i α (rappresentazione) per distinguere quella non corrispondente al reale o di oggetto addirittura non esistente da quella proveniente da oggetto reale e ad esso corrispondente, detta appunto α α τ α λ η τ τ ι η o α α τ α δ η dot{η} α ς (Cic., Acad., II, 145 «Zeno... nomen... quod ante non fuerat, %. imposuit»). Fuori di quest'uso tecnico dot{α} α α τ α dot{α} η η τ o s valeva «non conoscibile nella sua realtà». Che tali fossero tutte le cose insegnarono contemporaneamente Pirrone di Elide (primi del sec. III a. C.), fondatore della Scuola scettica, e Arcesilao (319-241), che diede alla Media Accademia l'indirizzo scettico ch'essa mantenne fino a Filone di Larissa, che fu maestro di Cicerone. Conseguenza diretta dell' x. era la sospensione del giudizio ( δ π ν χ η ), e, nel campo pratico, la ricerca dell'atarassio o assenza di turbamento, detta anche apatia. Il vocabolo è ripreso da Bacone nel significato di dubbio scettico, a cui egli oppone il dubbio metodico: cf. Neo. Org., I, 126: «nos vero non acatalepsiam sed eucatalepoiam meditamur».
Bibl.: F. Ueberweg-K. Praechter, Grundriss der Gesch. der Philosophie, I, 12* ed., Berlino 1926, \ \ 55,63,64; V. Brochard, Les sceptiques grecs, Parigi 1887; L. Credaro, La scetticismo degli Accademici, Milano 1889-93; A. Goedeckmeyer, Die Gesch. d. griech. Shapikism., Lipsia 1909.
ACATISTO. - Inno della liturgia greca che celebra il mistero dell'Incarnazione. Il primo significato, da dot{α} α dot{α} θ ι σ τ o s ( dot{α} α α θ η̂ η μ α mathrm{l} ), indica che du-
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(fot. Alineri)

(propr. E. Jost)
In alto: ABSIDE DI S. APOLLINARE IN CLASSE (sec. vi) - Ravenna. In basso: ABSIDE DI S. GIOVANNI A PORTA LATINA (sec. viII) - Roma.
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(Inl. Alinori)
In alto: ABSIDE DEL DUOMO DI VERONA (sec. xII). In basso: ABSIDE DELLA PARROCCHIALE DI UTA IN SARDEGNA (sec. xili).
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(Art. Alinari)
ABSIDE DEL DUOMO DI MILANO (sec. xiv).
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ABSIDE DELLA BASILICA DI S. PIETRO IN VATICANO
Michelangelo (a. 1550-60).
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rante il suo canto si sta in piedi. Secondo altri la parola alluderebbe alla vigilia notturna che ne accompagnava l'esecuzione nel palazzo imperiale di Costantinopoli. Esso appartiene all'antica innologia bizantina, e precisamente al gruppo dei π α ν α dot{α} α (da π α ν τ α dot{α} = rotolo) e si compone, come gli altri kontakia, di una strofa a guisa di proemio ( π ρ ° η dot{α} μ mathrm{ov}, detto anche π α ι α dot{α} λ ι ν ν ) e di altre 24 strofe, ognuna delle quali comincia con una lettera dell'alfabeto. Le strofe sitemativamente terminano col ritornello: χ α i ρ ε, δ i ρ μ varrho η dot{α} v dot{α} μ varrho ε ν τ ε.
Il suo tema principale è la narrazione evangelica dell'Annunciazione (Lc. 1, 26-36). Le prime 12 strofe ne dànno la glossa con abbondanza di figure poetiche: nelle 12 seguenti invece, sono numerati i benefici dell'Incursazione attraverso la parte corredentrice e correntiuratrice della Madonna. In epoca difficile a determinarsi (forse con la sostituzione del proemio originale), l'a. è servito a ringraziare la Vergine per aver liberato Costantinopoli da diversi assedi.
L'autore dell'a. non è conosciuto e molti ne reclamano la paternità. Sergio di Costantinopoli ( 6 ro638), G. Pisides, s. Giovanni Damasceno (sec. viII), la portessa Casiana (sec. ix), il patriarca Fozio (810898). Pare però che il vero autore sia Romano il Melode, vissuto sotto Anastasio I (491-518), o al più un suo discepolo od imitatore (Byzant. Zeitschrift, 16 [1907], p. 406; S. Eustratiades, ' T ω μ α ν δ ς è Ma λ ι α δ δ ς xal δ 'A α dot{α} vartheta ι σ τ o ς, Salonicco 1917, e Θ ε α λ σ γ i α, 7 [1919], pp. 257-81).
Attualmente l'a. è cantato per una quarta parte nei primi quattro venerdi di Quaresima e durante l'apodipno (compieta), e tutto intero il venerdi sera o la mattina del quinto sabato. Inoltre è cantato in chiesa a richiesta dei fedeli ed in caso di calamità pubblica. Non v'è cristiano in Oriente che non lo sappia a memoria, e si può dire che rappresenti il riscontro popolare al rosario degli Occidentali.
Biml.: P. De Meester, I. Inno A., Studio storico letterario, in Byzantine, 2^{°} ser. 6 (1904) e 7 (1905); id., testo e versione italiana con tutta l'ulliciature della Lesta, Roma 1903. Dopo il 1905 la controversia fra A. Papadopoulos-Kerameus e M. Thearvis, in Echos d'Orient, 7 (1904), pp. 203-320; 8 (1905), pp. 164-66; G. Cammelli, Romuno il Melode, Firenze 1930. Edizioni della opere di Giorgio di Pisidia: PG 92, 1535-48 e testi greci relativi all'inno: 1347-72; ed. Pitta, in Analecta Sacra, 1 (1876), pp. 250-62; elenro dei manoscritti e bibliografia completa di P. F. Kryniakiewicz, De hymni ascetistici auctore, in Byzantinische Zeitschrift, 58 (1909), pp. 357-82; P. Maas e A. Baumstark, ibid., 14 (1905), p. 644; 15 (1906), p. 19; 16 (1907), pp. 636-38; C. Del Gra