dicamentose e psicoterapiche.
Bibl.: Oltre le opere cit. al n. I, vedi: O. Viana e F. Venza, L'ostetricia e la ginecologia in Italia, Milano 1933: E. Pestalozza, Il bilancio scientifico della sec. ital. di ostetricia e di ginecologia nel primo trentennio della sua attivita, Milano 1933: V. M. Palmieri, Medicina forense, Città di Castello 1947.
Giuseppe de Ninno
'ABOTH (Pirqā 'Abāth, "capitoli dei Padri»). Trattato IX del IV ordine della Mišnāh (v.), non seguito dal commento o ġémarā. Non ha relazione logica coi trattati in cui si inserisce, ma contiene sentenze morali, proverbi, consigli famigliari sulle labbra dei "Padri" (v. AB), cioè dei principali maestri che elaborarono il materiale giuridico della Mišnāh (sec. I-II).
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Il titolo consucto è modificato taloro in Messéhheth 'A. (Testo dei Padri) o Milinoth hasidim (Insegnamento dei pii). Ai cinque capitali originari, se ne aggiunse poi un sesto: il "Capitolo di Rabbi Meir", detto anche "L'acquisto della legge ".
I primi due capitoli, oltre lo scopo pratico di insegnamento morale, hanno quello di mostrare che la tradizione orale contenuta nella Miśnāh risale, per una serie ininterrotta di autorità, fino alla primitiva rivelazione fatta de Dio a Mosè: «Mose ricevette la legge sul Sinai e la trasmise a Giosuè, Giosuè agli Anziani, gli Anziani ai Profeti, i Profeti agli uomini della Grande Sinagoga. Essi dicevano tre cose: siate circospetti nel giudizio, allevate molti discepoli e fate una siepe intorno alla Legge" (Aboth, I, r). Da questo periodo (sec. IV-III a. C.), cominciando da Simeone il Giusto, "uno degli ultimi sopravvissuti della Grande Sinagoga ", si enumerano i capiscuola assegnando ad ognuno una sentenza. Molti altri nomi di celebri maestri compaiono negli altri capitoli, con un criterio di ordinamento non chiaro.
Oltre ad inculcare la venerazione per la Torāh, queste massime riguardano il metodo d'insegnamento, la condotta dei maestri, i doveri dei discepoli e dei maestri di fronte al popolo; molte, intorno ai doveri morali, la giustizia, l'amore del pres.imo, sono di alto contenuto etico. Perciò i Pirgé 'A. sono rimasti in grande onore nel giudaismo. E la parte della Miśnäh che più interessa la massa, ed è stata tradotta in latino più volte già nel sec. xvı e in molte lingue moderne.
'A. dè-Rabbi-Nutluin è un trattato simile per contenuto, cosi intitolato perché il primo detto riferito è del tannaito Rabbi Nathan.
BibL.: Testo e traduzione: H. L. Strack, Piraé 'A., "Sprūche der Väter", ⁴² ed., Lipsia 1912: traduzione italiana di V. Castiglioni, ed. E. Schreiber, La Misiona (parte IV, IV), 1927; J. Colombo, Pagine di morale ebraica, Lanciano 1931. - Studi: R. Travers Herford, commento in The Apocrypha and Pseudepigrapha of the Old Test, di R. H. Charles, II, Oxford 1913; id., Pirbe Abot, Nuova York 1923; id., Pirbe Abot, its Purpose and Significance, in Occident and Orient (Gaster Anniv. Vol., 1937), pp. 244-52; F. Masss, Formgeschichte der Mischna, mit besonderer Berücksichtigung des Traktats Abot, Berlino 1937; L. Finkelstein, Introduction Study to Pirbe Abot, in Journal of Biblical Literature, 57 (1938), pp. 13-50. Enrico Galbiati
ABOUT, Edmond. "Giornalista e romanziere, n. a Dienste, il 14 febbr. 1828, m. a Parigi, il 16 genn. 1885. Per le idee, i sentimenti e le qualità mordaci e polemiche di scrittore, fu detto il « nipote di Voltaire ". Bonapartista, informatore confidenziale di Napoleone III, fu poi orleanista e infine repubblicano. Dopo un soggiorno a Roma, stampò nel Belgio La Question romaine (1859), che in parte rifuse nella Rome contemporaine (1860). Vi sono le solite tirate contro il potere temporale e la corruzione romana, affermazioni calunniose e irriverenti contro Pio IX e l'Antonelli, aneddoti salaci e maliziosi.
Di che qualità sia in generale la sua opera di narratore, lo prova lo sconcio romanzo Madelon (1863).
Franceseo Coscati
ABRABANEL (Abravanel). "Una delle più potenti famiglie ebraiche della Spagna, ove trovavasi già nel 1310. Nel 1492, espulsi gli Ebrei da Ferdinando II (V), gli A. si stabilirono in Italia; ebbero molta influenza, anche presso la corte, nel regno di Napoli (specialmente Isacco e più il fratello Giacobbe, m. 1528). Nel ducato di Toscana, prima Samuele, figlio di Isacco, poi il figlio di Samuele Giacobbe, molto ottennero in favore del commercio ebraico da Cosimo I, la cui moglie Eleonora di Toledo era stata educata da Benvenida, cugina e moglie di Samuele. La famiglia si estinse in Italia con Abramo (m. 1618). Speciale menzione meritano, nel campo delle idee :
I. Isacco (Isaac ben fehudāh). "Filosofo ed esegeta, n. a Lisbona nel 1437, m. a Venezia nel 1508.
Accorto uomo di Stato, fu prima tesoriere di Alfonso V di Portogallo; sospettato di congiura, nel 1483 si trasferì a Toledo. Dopo il 1492 , visse alla corte di Ferdinando I e di Alfonso II di Napoli. Fuggito in Sicilia per l'invasione dei Francesi, dopo un soggiorno a Corfù e in Puglia si stabilì a Venezia. Dottissimo, compose molte opere sulla Sacra Scrittura, commentò tutti i libri della Toräh e i Profeti. Merito l'alta stima per cui gli Ebrei lo soprannominarono Hähēn (sapiente) e Nasi (principe). La sua esegesi è letterale, ricca di riferimenti grammaticali e storici, e si sforza con successo di mostrare il nesso tra le idee. E prolisso per le frequenti e minuzioze digressioni teologiche. Pur non essendo molto originale né profondo, A. chiude degnamente la serie dei grandi esegeti giudei. E assai utile agli studiosi di esegesi giudaica perché cita tutte le opinioni dei suoi predecessori, esaminandole minutamente.
L'entusiasmo della sua fede messianica non solo lo spinea, nella trilogia che chiamò Migéol yefuôt l'magnificans salutes ", Il Sam. 22, 51) - Le sorgenti della salvezza; L'araldo della salvezza; La salvezza del suo Mer. alo -, a raffrontare e commentare tutti i testi messianici della Scrittura, del Talmúd e dei Midraälm, ma gli fece sostenere fantastiche teorie ottimistiche sull'imminente (per l'anno 1303!) instaurazione del regno messianico. Isacco manifesta spesso la sua scredine anticristiana. Sostiene la trascendenza della Rivelazione e l'oggettività delle visioni profetiche; ma in vari punti segue il semirazionalismo di Salmonella.
Anche i suoi tre figli, Giuda, Giuseppe e Samuele, furono celebri.
Bibl.: Le opere di A. ebbero molte edizioni e ristampe dal sec. xvı al xviri, e furono parzialmente tradotte in latino. Cf. I. Gutmann, Die religionsphilosophische Lehre des I. A., Breslavia 1916; S. A. Horodezky, e s. v. in Encycl. Judaica, I. coll. 388-96. Nel quinto centenario della sua nascita (1937) sono stati pubblicati molti studi su Isacco A., tra cui, oltre varie trattazioni in Manatschrift I, Gesch. u. Wissenschaft, des Judentums, 81 (1937); P. Goodmann, Isaac A., Cambridge 1937; A. Hesche, Don Jizshah A., Berlino 1937; E. I. J. Rosenthal, Don Is. A., in Bull. of T. Rylands' Library, 21 (1937), pp. 443-78; J. Sarachek, Don Isaac A., Nuova York 1938.
2. Giuda (fehudāh), detto Leone Ebreo. - Figlio primogenito di Isacco A., medico, filosofo e poeta, n. a Lisbona verso il 1465 , m., pare, tra il 1530 e 1532. Dopo l'espulsione del 1492, emigrò a Napoli, poi dimorò a Genova, indi a Barletta, Napoli, Roma, Venezia. Con l'Elegia sopra il destino pianse il distacco del figlio d'un anno, battezzato per forza. L'opera sua principale, Dialoghi d'amore, fu redatta a Genova(1502), in ebraico (perduto) e in italiano; ma la prima edizione conosciuta è quella di Roma (1535) poi Venezia 1541, ecc. a cura di Mariano Lenzi.
E un trattato (dialoghi tra Filone e Sofia) che divulga le dottrine platoniche sulla natura (I), l'universalità (II) e l'origine (III) dell'amore. Il sistema, detto "philographia", dall'uomo si estende al mondo e a Dio; l'amore vi è principio gnoscologico, logico, ontologico, cosmogonico, etico. L'opera, forse suggerita dal Dialogo sopra l'amore di Marsilio Ficino e dall'ebreo platonizzante Johanan Alemanno, è originale e profonda. Il successo e l'influsso ne furono grandi; fu presto tradotta in latino, francese e spagnolo. Bembo l'imitò negli Asolani. Vari scrittori marici spagnoli, come Luis de León, Malón de Chalde, Nieremberg, se ne sono ispirati. Spinoza ne trasse motivi metafisici ed etici.
Bibl.: Ediz. di S. Caramella, Bari 1920. E. Solmi, Ben. Spinoza e Leone Ebreo, Modena 1903; H. Pfiaum, Die Idee der Liebe: Leone Ebreo, Tubinga 1926 ; G. Saitta, La filosofia di Leone Ebreo, in Filosofia italiana e umanistica, Venezia 1928 ; C. Gebhardt, Leone Ebreo (Bibl. Spinozann. III), Heidelberg 1929; id. in Encycl. Judaica I, coll. 596-602; J. Klausner, Don fehudāh Abravanel e la sua filosofia dell'amore, in La Rassegna morale di Israel, (1932, nn. 11-12); L. Tonelli, L'amore nella poesia e nel pensiero del Rinascimento, Firenze 1933, pp. 276-80; P. Siwok, Spinoza, Parigi 1937, p. 24. Antonino Romeo
ABRA DE RACONIS, Charles-Francois d'. " Teologo francese, n. a Raconis, diocesi di Chartres,
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ca. il 1580 , m. il 16 luglio 1646 , di famiglia calvinista, ma convertita al cattolicismo. Fu professore di filosofia nel collegio di Plessis dal 1609; poi di teologia dal 1615 in quello di Navarra.
Nel 1618 fu nominato predicatore e cappellano del re; e nel 1637 vescovo di Lavour. Deve la sua notorietà soprattutto alle sue numerose opere polemiche contro i protestanti calvinisti francesi, prima, e poi, spinto da s. Vincenzo de' Paoli, contro i giansenisti, in particolare contro Pierre de Moulin. Difese anche il primato del Papa contro Martino de Barcos nipote di Saint-Cyran. Speciale menzione merita l'opera sua per la confutazione e la condanna del libro dell'Arnauld (v.), "La fréquente communion", che gli suscitò contro da parte dei giansenisti tempeste furibonde.
Bibl.: V. Oblet, s. v. in DThC, I. coll. 93-94: Hurter, III. col. 992 .
Antonio Gismboni
ABRAHAM di Nisibi: v. narsal.
ABRĀHĀM ben DĀVĪD HA-LĒVĪ. - Filosofo e storiografo giudeo-spagnolo, n. a Toledo, m. intorno al 1180. Figura notevole nella storia della filosofia giudaica e araba del medioevo per una sua opera filosofica, redatta nel 1161 in lingua araba sotto il titolo al-'Aqidah ar-raft'ah (La credenza elevata), perduta nell'originale arabo, ma conservatasi in due traduzioni ebraiche, delle quali una è ancora inedita, e l'altra è stata pubblicata nel 1852 a Francoforte.
A. segue il sistema aristotelico; si sforza però, e in ciò è abbastanza originale, di conciliare la filosofia greca coi concetti religiosi e teologici del giudaismo. Egli è da riguardare quale precursore di Maimonide. Inoltre ha scritto una storia del giudaismo in senso anticarnitico.
Bibl.: 1. Husik, History of Mediaeval Jewish Philosophy, Nuova York 1916. pp. 197-235.
Giuseppe Furlani
ABRAHAM ibn EZRA: v. ibn ezRa abraham.
ABRAM, Nicolas. - Umanista ed esegeta gesuita lorenese, n. a Xaronval nel 1589 , m. a Pont-à-Mousson il 7 dic. 1655. Entrato nella Compagnia ( 1606 ), studiò presso le facoltà di Lettere e di Teologia di Pont-à-Mousson, poi vi insegnò umanità: la sua Epitome praeceptorum graecorum versibus latinis comprehensorum (Pont-à-Mousson 1612) ebbe circa 50 edizioni fino al 1645 . Dopo 8 anni di attiva predicazione ( 1623-30; nel 1625 collaborò con s. Pietro Fourier), insegnò Sacra Scrittura 9 anni a Pont-à-Mousson (dopo l'invasione francese del maggio 1635, espulso da Richelieu dalla Lorena, vi rientrò solo nel 1643) e 2 anni a Digione (1651-53). Lasciò incompiuta la storia dell'Università di Pont-à-Mousson (pubblicata dal p. Augusto Carayon, 1870).
Eruditissimo, utilizzò lettere e scienze profane per interpretare il Vecchio Testamento. Oltre commenti alle orazioni di Cicerone (2 voll. in fol., Parigi 1631) e a Virgilio ( 3 voll. in 8^{°}, Pont-à-Mousson 1632-36 e molte ristampe), ancor oggi utili, pubblicò : Nonni Panopolitani paraphrasis sancti sec. Johannem Evangelii (Parigi 1623) con la traduzione in versi latini (vi supplì l'episodio dell'adultera con suoi 73 esametri greci); nel commento a Virgilio inserì (1636) Diatriba de quattuor fluvis et loco paradisi (che pone in Palestina) ad explicationem v. 290 I. IV Georgicon. Ingegnosa è l'Epitome rudimentorum linguae hebraicae (Parigi 1645) in versi latini. Principale sua opera esegetica è il Pharus Veteris Testamenti sive sacraram quaestionum II. X V (in fol., Parigi 1648), in cui risolve in elegante forma dialogica, dall'Esamerone alle 70 settimane di Daniele, le obiezioni mosse dalle scienze naturali e storico-cronologiche. Al Pharus seguono De veritate et mendacio II. IV, anch'essi in forma dialogica, circa le menzogne reali o apparenti riferite dalla Bibbia. L'opera ascetica di A., Axiomata vitae christianae (Pont-à-Mousson 1654), ebbe rapida diffusione.

Abramo - Sacrificio di A. Particolare del sarcofago di Giunio Basso (sec. iv) - Grotte Vaticane.
Bibl.: A. Carayon. L'Université de Pont-ì-Mousson, Parigi 1870, Introd., pp. xxxi-liv; Sommervogel, I, coll. 16-21: VIII. col. 1362: Hurter, III, col. 1050 sgg.; E. M. Rivicre, s. v. in DHG. I, cell. 190-91. Antinino Romeo
ABRAMITI. - Due sèttz portarono questo nome : 1) alcuni eretici del sec. ix, sparsi in Siria, i quali, accogliendo le idee di Abramo di Antiochia, negavano la divinità di Gesù Cristo; 2) una sètta protestante di poca importanza e di breve durata, apparentata agli ussiti (v.), sorta sul finire del sec. xviri nei pressi di Pardubice, in Boemia.
Questa può considerarsi una setta di deisti. I suoi adepti, reclutati misteriosamente soprattutto tra contadini ebrei e protestanti, predicavano di volersi conformare alla religione professata da Abramo prima della circoncisione. Ripudiavano la S.ma Trinità, il peccato originale, l'incarnazione e le altre verità contenute nelle Scritture, di cui ritenevano appena i dieci comandamenti a loro modo interpretati, e l'orazione domenicale. Ammettevano soltanto l'esistenza di Dio, l'immortalità dell'anima, le ricompense e le pene della vita futura, senza l'eternità dell'inferno. Unicamente allo scopo di evitare le possibili persecuzioni facevano battezzare i figli e contraevano matrimonio religioso. Invitati da Giuseppe II ad iscriversi in una delle confessioni riconosciute dall'Editto di tolleranza (1780), si rifiutarono di ubbidire; Giuseppe allora li disperse (1783), organizzandone forzatamente gli uomini, in battaglioni di frontiera.
Bibl.: Meusel, Nachrichten u. Bemerkungen, Erlangen 1816. p. 63 sgg.; L. Guilloreau, s. v. in DThC, I. col. 118.
Antonio Giamboni
ABRAMO. - Patriarca del Vecchio Testamento, figlio di Tare, discendente di Sem. La sua storia, ricca di particolari, è narrata in Gen. 11, 26 - 25, 11.
I. A. nella S. Scrittura. - Per la determinazione dell'epoca in cui visse A. si era soliti ricorrere al sincronismo con Hammurabi, il re babilonese vissuto intorno al 2000 a. C., che si identificava con 'Amrāphel, re di Shin'ar, contro cui combatté A. (Gen. 14, 9); ma avendo recenti scoperte permesso di fissare la data del regno di Hammurabi tra il 1728 e il 1685 a. C., l'identificazione con 'Amrāphel appare sempre più problematica. Secondo i dati della Bibbia, A. è
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nato 1200 anni prima della fondazione del T'empio, fissata al 968 a. C., cioè nel 2168 a. C. (cf. Gen. 21, 5; 25, 26; 47, 9; Ex. 12, 40; I Reg., 6, 1). L'ambiente del racconto biblico su A. trova corrispondenza e conferma nelle notizie che abbiamo dell'Oriente mesopotamico contemporaneo.
La famiglia di A., nata in Ur (v.), era idolatra (Ios. 24, 2; Indt. 5, 7-9; cf. Gen. 31, 19, 35), e alcuni discendenti di Tare portano nei loro nomi tracce del dio funare Sin, il cui culto aveva la sua sede centrale ad Ur. Tare, che apparteneva alle tribù semitiche seminomadi stanziate nella bassa Mesopotamia, al tempo dei torbidi seguiti alla caduta della mathrm{II}^{2} dinastia di Ur nel 1940 a. C. si trasferì verso il nord, a Haran o Harran, stazione di transito per passare in Canaan e città devota, come Ur, al dio Sin. In mezzo al politeismo e all'immoralità della sua patria A. si era mantenuto, non senza particolare aiuto divino, fedele al Signore Jahweh. Dopo la morte del padre, Dio gli rivolse l'invito definitivo (già gli aveva parlato ad Ur, cf. Act. 7, 2) di abbandonare la sua parentela e il suo paese per andare verso la terra che Egli gli avrebbe indicato. In questa occasione, Dio benedisse per la prima volta A. accordandogli il suo favore e la sua assistenza, e gli promise una sterminata discendenza di vasta rinomanza. A. sarà inoltre fonte di benedizione per tutte le genti (Gen. 12, 3), in quanto tra i suoi posteri sarà il Messia salvatore del mondo.
A 75 anni A., con la moglie Sara e il nipote Lot figlio di Aran (Hārān) suo fratello, già morto, lasciò Haran dirigendosi con le sue ricchezze ed i suoi servi - alcune centinaia di persone (cf. Gen. 14, 14) - verso sud-ovest sulla terra di Canaan che attraversò da nord a sud, spostandosi in varie direzioni. Lo troviamo a Sichem, al querceto di Morēh nel cuore del paese, nella gola tra i monti Hebal e Garizim, poi più a sud, a Bethel, e infine nell'estrema regione meridionale del Negheb. Al querceto di Morēh gli apparve il Signore che promise di dare a lui ed ai suoi posteri la terra in cui si trovava, ed A. innalzò in quel luogo ed a Bethel un altare (Gen. 12,5-9). In occasione di una carestia dovette scendere in Egitto, che il Nilo salvava dalla siccità, e per impedire che il re, sbarazzandosi del marito, si impadronisse di Sara per il suo harem, le consigliò di dichiararsi sua sorella come era difatti per parte solo del padre, Gen. 20, 12 - ma il Signore provvide a che la donna non subisse oltraggio e l'incidente giovasse ad A.
Ritornato in Canaan, per evitare dissapori con suo nipote Lot a cagione dei rispettivi armenti che avevano bisogno di vasti pascoli, si divise da lui lasciandogli il territorio della Pentapoli. Dio, allora, rinnovò le promesse (Gen. 13, 14-17). A. rizzò le sue tende al querceto di Mambre presso Hebron dove dedicò al Signore un altare, santificando il luogo già dedicato al culto cananeo. Una spedizione militare permise ad A. di saggiare la sua forza. Dopo dodici anni di tributo al re di Elam, che in quel tempo primeggiava in Mesopotamia e nell'Asia anteriore, i cinque re della Pentapoli palestinese tentarono di scuoterne il giogo, ma contro di loro mossero quattro re orientali: 'Amrāphel re di Sennaar (o Sin'ar), Arioch re di Ellāsār, Chodorlahomor re di 'Elām, Thadal re di Gōim. Tra i prigionieri che essi fecero si trovò anche Lot, che A., dopo aver a lungo inseguito le truppe vittoriose, liberò con un fulmineo attacco notturno. Molti tentativi sono stati fatti per ritrovare i nomi dei quattro re orientali nei documenti contemporanei, la cui scarsezza non permette conclusioni definitive.
Di ritorno dalla spedizione A. si incontrò con Melchisedec (v.), re di Salem e sacerdote del «Dio altissimo ", il quale offrì alle truppe esauste e in sacrificio al Signore pane e vino, benedicendo A. che gli offrì la decima parte del bottino (Gen. 14, 17-24). In una nuova teofania A. chiese a Dio che la sua promessa si concretasse in un erede, gli riaffermò la sua illimitata fede "e Dio glielo contò a giustizia ", avvalorando la sua parola con un solenne patto concluso secondo la conoscendine babilonese : Dio, nel simbolo di un fuoco ardente, passò attraverso le vittime del sacrificio tagliate in due (Gen. 15). Sara, irrimediabilmente sterile, per avere un figlio si giovò del diritto che le dava la legge babilonese (cf. Codice di Hammurabi, 144-47) e offrì ad A. la schiava Agar perché gli desse un erede che sarebbe stato, per diritto, considerato figlio della padrona. Ad 86 anni, A. ebbe cosi Ismaele (Gen. 16). Quando ebbe 99 anni, in una importante apparizione, Dio precisò ulteriormente i termini del patto interceduto tra lui ed A. Il Signore ripeté la promessa di numerosissima discendenza (Gen. 17, 2. 4-6) e di una terra (v. 8), mentre A. si dovette impegnare ad adorare Jahweh come unico vero Dio (v. 7), a mantenersi fedele alla norma di perfezione da lui stabilita (v. i) e ad aver fede nella stabilità delle promesse (vv. 1, 17-19). Si tratta di un'adesione consapevole a Dio, verso cui si orienta tutta la propria vita e nelle cui mani si abbandona l'avvenire. Segno visibile del patto è la circoncisione (v.) nel maschio (vv. 11-14), con la quale i discendenti di A. diventano eredi delle promesse fatte al patriarca (v. 12). Finalmente, il Signore annunciò imminente la nascita di un figlio di Sara, che sarà l'erede diretto delle promesse divine. Anche Ismaele ebbe la sua parte di benedizione (vv. 15-22). In quella circostanza, A. praticò la circoncisione a sé, a Ismaele tredicenne, e a tutti gli uomini di casa sua compresi cento stranieri di origine (vv. 25-27).
Il nuovo orientamento della vita di A. fu espresso col cambiamento, voluto da Dio, del nome del patriarca e di sua moglie. A. non sarà più 'Abhrām (il nome si trova attestato in Mesopotamia all'inizio del II millennio sotto le forme A-ba-am-ra-ma, A-ba-ram a, A-ba-am-ram e probabilmente significa "E grande quanto al padre " cioè di nobili natali), ma 'Abhrāhām che la Bibbia (Gen. 17, 5) interpreta "Padre di una folla di popoli" per l'assonanza tra la finale -hām e l'ebraico hamān "folla". Sara, fino allora detta Sarai (assir. Sa-ra-ai) ha il nome mutato nella forma più recente Sārāh, "principessa ", corrispondente al babilonese Šarratu "regina ". Più tardi, al querceto di Mambre, in una misteriosa apparizione di tre uomini che A. ospitò, Dio gli confermò la promessa dell'erede nonostante l'incredulità di Sara. In quell'occasione Dio confidò al suo amico il proposito di distruggere la Pentapoli peccatrice. La generosa intercessione di A. non valse a scongiurare il flagello, da cui scampò il solo Lot (Gen. 19, 29). Da Mambre, A. si trasferi nel Negheb, stabilendosi a Gerar filistea, dove ancora una volta riusci a sottrarre Sara alle voglie del re Abimelech, col quale A. strinse amicizia (Gen. 20, 1-18).
Quando contava 100 anni, A. ebbe l'atteso erede : Isacco (Gen. 21, 1-7). Regolarmente circonciso, il suo slattamento fu sontuosamente festeggiato (v. 8). Più tardi il bambino accese la gelosia di Sara, che volle la espulsione di Ismaele dalla sua casa. A., obbedendo al Signore, si separò dal suo primo figlio (Gen. 21, 1-21; cf. 25, 12-16). In Filistea A. fu rispettato e temuto, ed ebbe modo di assicurarsi, con una transazione giuridica, il diritto di proprietà sul pozzo di
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Bersabea, importante per la prosperità dei suoi greggi, a 40 km . in linea d'aria da Gerar. Ma Dio mise a dura prova la fede di A.: gli ordini di recarsi su di un monte nella "terra di Morià " per immolarvi Isacco. Lungo la via le innocenti domande del figlio gli straziano il cuore, ma non ne intaccano la fede e lo spirito di assoluta ubbidienza e di amore. Comandando l'uccisione del figlio crede delle promesse, Dio chiedeva ad A. un atto di eroica fede, e impedendone, per intervento di un angelo, il compimento, condannava la pratica dei sacrifici umani in uso presso i Cananei fra cui viveva A. (v. isacco).
Sara mori, in età di 127 anni, a Hebron. Per darle sepoltura, A. acquistò dagli Hittiti la grotta di Macpelah. La pratica per l'acquisto è narrata con abbondanza di particolari precisi, perché fu quello il primo fondo stabilmente posseduto da Ebrei in Canaan (Gen. 23, 1-20). Un'altra narrazione ricca di folklore orientale riproduce le trattative condotte dal servo fedele di A. per scegliere ad Isacco una moglie. La prescelta fu una parente : Rebecca, nipote di Nachor fratello di A., perché il patriarca, per motivi etnici e religiosi, non volle per suo figlio una straniera (Gen. 24). Dopo la morte di Sara, A. prese un'altra moglie di nome Cetura (Gen. 25, 1-6) da cui nacquero i capostipiti di varie tribù dimoranti a sud e sud-est della Palestina, nelle steppe. Provvide poi, secondo il diritto del tempo, ad assicurare ad Isacco la sua eredità allontanando da lui gli altri figli.
A 175 anni A. "mori in buona canizie, vecchio e sazio di vivere" e fu sepolto da Isacco e Ismaele nella grotta di Macpeläh, accanto a Sara (Gen. 25, 7-11). La memoria di A. fu viva in tutti i secoli della storia del popolo eletto, che da lui ereditò la promessa messianica.
Nel Nuovo Testamento, Maria Vergine e Zaccaria cantano le promesse ed il patto di Dio con A. (Le. 1, 55. 73) che si verificano in Gesù, "figlio" del patriarca (Mt. 1, 1; Lc. 3,34). Gesù stesso dà ad una malata e a Zaccheo questo titolo "figlio di A. " di cui gli Ebrei erano particolarmente fieri (Le. 13, 16; 10, 9; Mt. 3, 9; L c .3,8 ; 2 mathrm{k}, 8,39 ), ma dichiara che non è la discendenza carnale, bensì la imitazione delle opere di A. che vale (Io. 8, 33-44). A. è in cielo (Lc. 13, 28) e giudei e gentili riposeranno nel suo "seno" (Lc. 13, 28; 16, 22-30).
Pietro, Stefano e Paolo ricorderanno le promesse abramitiche (Act. 3, 25; 7, 2-8, 17; Hebr. 6, 13; II Cor. 11, 22) che si sono compiute in Cristo su quanti, per la fede, sono figli del grande patriarca (Rom. 9, 7-9; Gal. 3, 29; 4, 22-31). A. è l'esponente dell'economia della promessa ( ε ε χ χ χ χ^{′} λ α ) - opposta al patto bilaterale mosaico - che ha piena attuazione nel Nuovo Testamento (Gal. 3, 16-18). L'esaltazione della fede di A. (Rom. cap. 4; Gal. 3, 6-9; Hebr. 11, 8-19; Jac. 2, 21-23) e la dimostrazione della superiorità del sacerdozio di Cristo su quello aaronitico in base all'accaduto tra A. e Melchisedec (Hebr. cap. 7), sono due capitoli classici della predicazione paolina.
Ai tempi di papa Damaso (366-84) il nome di A. fu inserito nel canone della Messa, e la sua memoria è segnata nei martirologi dal sec. Ix in data 9 ott. E anche invocato nelle preci per l'agonia.
Seno di A. - Nella nota parabola del ricco epulone, gli angeli portano Lazzaro il mendico, dopo la sua morte, "nel seno di A." ( L c .16,21 sg.). L'espressione, rara e antica negli scritti rabbinici, è frequente nella letteratura patristica, nelle liturgie dei defunti di tutti i riti e nelle iscrizioni cristiane. Tranne poche eccezioni, gli scrittori ecelo-

Abramio - Sacrificio di A. Maestro d'Isacco (sec. xili) - Assisi, Chiesa superiore di S. Francesco.
siastici antichi ne hanno compreso il significato metaforico e l'hanno riferita al Limbo (v.) dei patriarchi per il tempo precristiano e poi al Paradiso (s. Agost., Qumett. evang., II, 38: PL 35, 1330). S. Tommaso ha giustificato quest'ultimo uso (Sum. Theol. Suppl. 9, 69 a. 4 in corp. e ad 2).
Secondo gli esegeti moderni, la metafora può avere un duplice valore. Per alcuni essa si riferisce al banchetto celeste nel quale A. è il capotavola; chi siede alla sua destra, sdraiato nel basso lettuccio e appoggiato sul gomito sinistro, può reclinarsi agevolmente sul suo petto: in sim (Io. 13, 23; Pirnio, Ep. 4, 22, 4). Altri autori preferiscono vedere nel riposossul seno di A. la paterna protezione e tenerezza del patriarca dei credenti (Rom. 4, 16 sg .) che riceve nella felicità eterna i suoi figli, a lui intimamente uniti (cf. Io. 1, 23; Lc. 15, 28; e l'apocrifo IV Mnch. 13, 17 dove però «il seno» è una interpolazione probabilmente cristiana).
In questo secondo senso "seno" è usato nella lingua babilonese (Coll. di Hammurabi, NL, 49 sgg.: il re porta nel grembo i suoi sudditi) e nella lingua ebraica (Num. 11, 12; I Reg. 3, 20; 17, 19; Lam. 2, 12).
Bibl.: L. Prox. Abraham, in DBs. I, coll. 8-28; P. Dhorme. A. dans le cadre de l'histoire, in Revue Biblique, 37 (1928), pp. 367-85, 481-511; 40 (1931), pp. 364-74; 503-18; G. Ricciotti, Storia di Iseusis, I, Torino 1932, nn. 122-39; L. Woolley, Abraham, Recent Discoveries and Hebrew Origins, Londra 1936 (cf. S. Garofalo, in Biblica, 20 [1939], pp. 109-13); A. Shrinjer, De inculis Ternae promissae Abrahue aequalibas, in Verbum Domini, 17 (1937), pp. 268-79; M. Noth, Die syrische-palästinische Bevölkerung des II. Jahrtausends, in Zeitschrift des deutschen Palästina-Vereins, (1942), pp. 15 sgg.; R. De Vaux, Les Patriarches hébreux et les découvertes modernes, in Revue Biblique, 53 (1946), pp. 321-48. - Per le promesse messianiche: F. Couppens, De prophetis messianicis in A. T., Roma 1935, pp. 43-61; M. Colacci, Il «senon Abraham" alla luce del V.e ed del N. T., in Biblica, 21 (1940), pp. 6-12. - Per la cronologia: A. Bea, De Pentateucho, ²ᵃ ed., Roma 1933, pp. 189-97; R. De Vaux, art. cit., pp. 32836; id., s. v. in DBs, col. 731 sgg. - Per il «Seno di A.»: E. Mangenot, s. v. in DThC, I, coll. 111-16; H. L. Strack-P. Billerbeck, Komm. a. N. T. aus Talmud v. Midrasch, II, Monaco 1924, pp. 223-27; M. Miess, Im Zohane Abrahami, in Oriental. Literaturzeitung, 34 (1931), coll. 1018-21; J. B. Frey, in Rev. Bibl., 41 (1932), pp. 100-103; P. Meyer, in G. Kittel, Theologisches Wörterbuch z. N. T., I, Stoccarda 1938, p. 825 sg.; W. Starch, in Reallex. J. Antike u. Christentum, Lipsia, fasc. I (1940), coll. 27-28.
2. A. nella leggenda aggadica. - Il padre di A., secondo questa leggenda, era generale dell'esercito di Nimrod, e si diede di propria iniziativa alla ricerca della verità,
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giungendo alla conoscenza dell'unicità di Dio. Nimrod, re e astrologo, convinto per parte sua di essere Dio, e prevedendo la nascita di un fanciullo destinato a detronizzarlo, raduno settantamila gestanti e ne fa uccidere i neonati; ma A. resta salvo, nascosto in una grotta. Cresciuto, A. fu discepolo di Sam da cui apprese l'arte di fissare l'anno bisestile. Non partecipò al peccato della torre di Bálele, ma con la rinuncia alla preda bellica dopo la vittoria sui re della Pentapoli, santificò il nome di Dio. Poiché, secondo le sue previsioni astrologiche, credette di non dover avere discendenza, ne fu rimproverato dal Signore. Il quale poi gli indicò i quattro imperi che in avvenire avrebbero asservito Israele. La colpa dell'asservimento va ascritta ad A., che aveva presentato al re d'Egitto Sara come sorella, anziché come moglie. A. amò la terra di Canaan perché si augurava che i suoi discendenti fossero un popolo di agricoltori. I pastori di Lot non si facevano scrupolo di far pascolare le greggi nei campi altrui, non cosí i pastori di A. Donde i dissensi e la separazione. Il cambiamento del nome di Abram in Abraham dà luogo a varie interpretazioni : padre, eletto, benamato, re, potente, fedelissimo fra le genti. I tre angeli ospiti di A. furono: Micael, Rafael, Gabriel, che per visitare A. assumero sembianze umane. A. scelse la grotta di Macpelah per luogo della sua sepoltura, perché ivi si era rifugiata la pecorella destinata per il banchetto agli angeli; e vi riposavano Adamo ed Evo, con delle torce accese vicino al loro capezzale, mentre un soave odore riempiva tutta la grotta.
Bim.: B. Beer, Das Leben Abrahams nach Auffassung der jüd. Sage, Lipsia 1820; Tomkin, The life of A., Londra 1880; id., A. and his age, Londra 1897; M. Gutmann, s. v. in Eur. Todsiss. I (1928), coll. 578-84; J. D. Eisconson, Ozar Yisrael, I, 2^{°} ed. Londra, Berlino e Vienna 1924, pp. 83-87; id., Ozar Midnushim, I, Nuova York 1928, pp. 1-9; M. J. Bin Gorion, Die Sagen der Juden, I, Berlios 1922, p. 208 sgg.
Eugenio Zolli
3. Iconografia. - L'arte cimiteriale preferisce rappresentare A. nel sacrificio d'Isacco, secondo vari schemi: A. che brandisce nella destra il coltello, mentre la sinistra riposa sul capo d'Isacco o conduce questo per mano; Isacco, invece, si trova in ginocchio accanto all'altare, o porta la legna. Esempi sporadici presentano padre e figlio oranti, o A. che addita il fuoco. Un ariete, la mano divina ovvero un gruppo di colombe completano la scena. La scultura talvolta rappresenta Isacco sull'ara assieme con l'angelo. Il tema appare già nella sinagoga di Dura Europa (anno 245) e in mosaici, vetri, lucerne, anelli, gemme, cucchiai e medaglie. Se, in origine, adombrò l'idea della salvezza, l'arte costantiniana, in seguito, ne fece un tema parallelo a quello della scena della passione del Signore, interpretandola quindi nel senso tipologico, da molto tempo diffuso. La decorazione basilicale ravennate, infine, gli prestò il senso eucaristico ben noto. E presumibile che a Milano e a Nola adombrasse lo stesso significato, come pure nel primo quadro musivo di S. Maria Maggiore a Roma in cui è rappresentato l'incontro di A. e Melchisedech, al quale fanno seguito le scene storiche della separazione di Lot da A., e la visione di Mambre.
Fra i grandi artisti del Rinascimento, hanno trattato il sacrificio di A., oltre al Gozzoli nel Camposanto e il Sodoma nel duomo di Pisa, Tiziano in S. Maria della Salute a Venezia, il Tiepolo nel palazzo arcivescovile di Udine e il Tintoretto (Galleria degli Uffizi); ricordiamo anche il quadro di C. Allori nella Galleria Pitti. La scena del sacrificio d'A. fu assegnata come tema per il concorso (1402) per la seconda porta del Battistero fiorentino.
Tra le raffigurazioni di artisti stranieri, notevoli quelle dei Rembrandt e del Rubens. - Vedi Tav. VIII.
Bim.: Wilbert, Pitture, passim; id. Monaihen, passim; A. M. Smith, The Ironography of the Sacrifice of Isnac in Early Christian Art, in American Journal of Archaeology, ser. 2^{4}, 26
(1922), p. 139 sgg.; K. Künstle, Ihonsographie der christlichen Kunst, II, Friburgo in Br. 1928; V. Casagrande, L'arte a servizio della Chiesa, II, Torino 1632. Luciano De Bruyne
4. Poesia popolare e teatro. - La figura di A. ha ispirato un poemetto in 30 ottave, di cui si conoscono stampe dei primi dell'Ottocento. Nel teatro, sono da ricordare un mistero medievale francese e una Réppreseatazione di Abraam e Isac dovuta a Feo Belcari.
Bib.: G. Giannini, La poesia popolare a stampa del secolo XIX: I, Udine 1938. Paolo Toschi
5. Apocalisse di A. - Apocrifo della fine del sec. I d. C., conservato in slavo. La ¹ᵃ parte (capp. 1-8) contiene la storia di Abramo e di suo padre Tare, conforme alla leggenda ebraica (cf. B. Beer, Leben Abrahams nach Auffassung der jüdischen Sage, Lipsia 1859). La ²ᵃ parte (capp. 9-32) è un'amplificazione di Gen. 15, I sgg.
La tradizione ebraica - presupposta forse anche in Io. 8, 56 - parlare di una rivelazione ad Abramo durante il suo sacrificio (Gen. 15,9 sgg.). I testi sono stati raccolti in H. Strack e P. Billerbeck, Das Evangelium nach Markus, Luhas und Johannes und die Apostelgeschichte, II, Monaco 1924, p. 525 sg. (cf. anche I, 468; IV, 1065, 1115). L'Apocalisse di A. è uno scritto giudaico; p. es. l'albero della scienza nel paradiso è la vita (cap. 23) in conformità a credenze giudiziche (Strack-Billerbeck, op. cit., III, pp. 250, 609, 646); l'angelo Azazel è una figura della demonologia giudaica (Strack-Billerbeck, op. cit., III, p. 781 sgg.). L'angelo Isoel (specie di precedente di Metatron) accanto a Michael (così anche in una tabula devotionis di Pozzuoli del II-III sec. d. C.) dimostra tendenza alla speculazione gnostica. Verso la fine (c. 29), certi accenni suppongono la revisione di un cristiano (gnostico).
L'Apocalisse di A. slava differisce dal Libro di Abramo, detto anche "Apocalisse " presso i sethiani gnostici (Epifanio, Haer., 39, 5, 1: ed. Holl, II, p. 75, II sg.) : le citazioni dall' Apocalisse di A. presso gli audiani, date da Teodoro bar Koni (C. H. Puech in Mélanges Cumont, Bruxelles 1936, p. 951 sgg.) rivelano tutt'altro carattere.
Bim.: N. Bonwetsch, Die Apocalypse Abrahams (Studien zur Geschichte der Theologie und Kirche, I. II, Lipsia 1897; L. Ginsberg, s. v. in The Jewish Encycl. I (1901), 91 sg.: J. B. Frey, s. v. in DB. I, 28-33; G. H. Box e I. T. Landmans, Apocalypse of Abraham. Ed. with a Translation from the Slavonic Text and Notes, Londra 1928. Erik Peterson
6. Testamento di A. - Apocrifo, il cui testo greco fu pubblicato da M. R. James in Texts and Studies, II, n. 2 (Cambridge 1892) in due recensioni. Traduzioni arabe, etiopiche, slavoniche e romene dimostrano l'interesse delle Chiese orientali per esso.
Il titolo Testamento non è adatto: si tratta di una leggenda della morte di A., che è modellata in parte sulla leggenda della morte di Mosè. Michele sostituisce l'angelo della morte, in quanto A. non meritava che la morte lo avvicinasse, ma non riesce a portar via l'anima del patriarca; infine arriva l'angelo della morte. Prima di morire A. vede però tutto il mondo, i segreti del cielo, i luoghi di castigo e il paradiso. Al cielo portano due vie, all'incrocio delle quali si trova il trono aureo di Adamo ; Abele giudica i morti e accanto a lui stanno due angeli, che segnano le opere umane buone o cattive e le pesano. Il materiale del Testamento di A. è, almeno parzialmente, di origine giudaica: Abele come giudice dei morti sarebbe assai strano in un'opera cristiana; d'altronde però l'escatologia vi è influenzata dall' Apocalisse di Paolo.
Bim.: J. B. Frey, in DBs I, coll. 33-38. Il testo greco d'un ms. di Vienna (recensione E) è stato edito da A. Vasiliev, Anedota: greco-èpaentina, I, Mosca 1893, pp. 292-308. Com. danna ecclesiastica dell'apocrifo: K. Krumbacher, Der M. Georg (Abhandlungen d. Bayr. Akademie der Wissenschaften, XXV, 5), Monaco 1911, p. 144. - Per un originale giudaico (contro James): L. Ginzberg, s. v. in The Jewish Encycl., I (1901), p. 93-96; Ad. Harnack, Geschichte der altchristl. Literatur bis Eusebien, I, p. 857 sgg. - E probabile che l'Inguistio Abrahae menzionata da Niceta di Remesiana non abbia alcun rapporto col Testamento di A. (cosi G. Morin in Revue Biblique, 6 [1897],
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pp. 284 sge.). - Sulla dipendenza dall' Apocalisse di Paolo: A. Casey, in Journal of Theol. Studies, (1935), p. 28, n. 5; Visio S. Pauli, ed. Theod. Silverstein (Studies and Documents, IV), Londra 1935, passim. Erik Peterson
ABRAMO I Albathantzi. - Katholikos armeno, dal 607 al 6io-11. Sali al trono patriarcale, vacante già da un triennio, durante il quale ne aveva avuta la direzione Verthanes, la cui pertinacia nell'accusare Kurion, katholikos degli Iberi, di favorire l'eresia nestoriana e di aderire alla formula calcedonese, fu ripresa da A. e portò in fine alla separazione degli Iberi. A., infatti, dopo aver inviato a Kurion tre lettere di protesta, nell'ultima delle quali prendeva chiaramente posizione contro il Concilio di Calcedonia, scomunicò Kurion che era rimasto saldo nella sua posizione ortodossa.
Bibl.: Ustanes, Storia, ecc. (in arm.), Valarsapat 1871 ; Asolik, Storia, ecc. (in arm.), Pietroburgo 1881, trad. ted. di Gelser e Brerchardt, Lipsia 1907; Iavakhov, Sripua, fra la Georgia e l'Armenia al principio del rer. VII (in russo), in Bull. Ac. Sciences de S. Pétersbourg, (1908); F. Tournebize, Hist. politique et religieuse de l'Arménie, Parigi 1900; V. Hatzuni, Questioni importanti della storia della Chiesa armena, Venezia 1927. Garabed Amaduni
ABRAMO II (Adamo Pietro I) Arzivian (Aintaptzi). - Patriarca armeno cattolico, n. ad Aintab il 12 apr. 1679 , m. il 1^{°} ott. 1749 . Ordinato sacerdote e poi vescovo di Aleppo (1710) ebbe a subire le angherie della corrente eretica, e fu in prigione due volte. Superiore del convento armeno cattolico di Kreim, assistette al Concilio maronita del 1723 insieme al legato apostolico Giuseppe Assemani. Fu eletto katholikos nell'anno 1740 , e chiese a Roma la conferma e il pallio che ivi ricevette da Benedetto XIV, il quale, in segno di particolare benevolenza, gli donò una statua d'avorio dell'Immacolata. Ritornato in Oriente, andò a risiedere sul Monte Libano continuando la sua attività apostolica fino alla morte.
Bibl.: S. Davidian, Biografia di Abramo Pietro I, Cairo 1881; A. Alessandran, Compendio storico dei dodici patriarchi di Cilicia, Venezia 1906; L. Dayan, Abramo Pietro I, in Pazmaveb (1939), p. 4 sg. Garabed Amaduni
ABRAMO di Balmes (Ben Meir). - Grammatico ebreo, n. a Lecce nel sec. xv, m. a Venezia nel 1523. Celebre medico, formatosi nell'Università di Padova, si rese benemerito della cultura occidentale traducendo in latino opere arabe filosofiche e scientifiche, specialmente di Averroè, derivandole dalle versi mi ebraiche medievali.
Sua opera originale è la grammatica ebraica Miquèh Abram («Possessione di Abramo»), completata e pubblicata postuma a cura di R. Calonimos ben David (1523) a Venezia, per i tipi di Bomberg, in ebraico e latino. In essa A. dimostra grande erudizione e spirito critico, ma il metodo da lui propugnato di applicare le categorie della grammatica latina ad una lingua semitica, non ebbe giustamente successo. Enrico Galbiati
ABRAMO di Bèth Rabbàn. - Dottore siriaco, vissuto dal 449 al 569 . Fu direttore per circa 60 anni della scuola di Nisibi nella quale successe (secondo Mari, p. 39) al fondatore Narsai di cui fu discepolo e parente e di cui adottò il nome (anche il soprannome di Bèth Rabbān significa «della casa del nostro maestro - cioè di Narsai). La scuola sotto di lui ebbe grande sviluppo.
Secondo Barhadbšabbā (fine del sec. vi), in PO 4, 389 e 9, 628, le sue opere sono: commentari sui profeti, sull'Eccli. Ior. e Judc., nonché una epistola scritta per ordine di Giustiniano, in cui esponc la sua fede nestoriana e risponde a domande dottrinali mossegli dai suoi nemici. Ma il catalogo di Ebediesu (Assemani, Bibl. Orient., III, 71) gliene attribuisce molte altre. Il ms. di Diarbekir, II, gli attribuisce degli inni liturgici che sarebbero gli unici suoi scritti giunti fino a noi. Tale ms. è ora al patriarcato di Mossul (Vosté, in Muséon, 50 [1937], p. 349).
Bibl.: Barhadbšabbā, in PO, 4, 387-89; 9, 616-31; Mari, ed. Giamondi, 1899, versione lat. pp. 39, 41 e 47; J. B. Chabot, in Journal Asiat., 9^{°} serie, 8 (1896), pp. 52 e 53 ; Cronaca di Arbela, ed. Mingana, in Sources syrioues, I, Lipsia 1907, p. 73 del siriaco e pp. 134-35 della versione francese; ed. Zovell (in latino), in Orientalia Christiana, 16 (1927), p. 196; ed. Sachau, Berlino 1912, p. 91. Pietro Siair
ABRAMO, abate di Clermont, santo. - N. in un paese sull'Eufrate e m. nel 485 . Avendo intrapreso un viaggio per visitare i solitari dell'Egitto, fu arrestato dai persecutori persiani, percosso e incarcerato. Liberatosi dopo cinque anni, visitò, oltre l'Egitto, anche l'Occidente e si fermò in Alvernia, nella città poi chiamata Clermont, in cui nel 473 eresse un monastero accanto alla basilica di S. Ciriaco o Quirico, detto comunemente Cyr. La sua festa cade il 16 e nel martirologio romano il 15 giugno. Nell'alto medioevo il suo nome era invocato nella benedizione degli occhi.
Bibl.: Sidonio Apollinare, Epp. VII, (PL 58, coll. 598-99); s. Gregorio di Tours, Vitae Potrum, 3; Acta SS. Iunii, II, Anversa 1698, pp. 1058-59; C. Baronio, Annal., ad annum 480 , 12-14. Pietro Sfair
ABRAMO, vescovo di Eefso. - Forse successore di Hypatios, ancora vivente nel 542 , o di Andrea, presente al V Concilio ecumenico (553). Dapprima monaco e fondatore di due monasteri, a Costantinopoli ed a Gerusalemme secondo Giovanni Mosco (Pratum Spirituale: PG 87, 2956), egli divenne vescovo di Efeso sotto Giustiniano. Ha lasciato due omelie; l'una per la festa dell'Hypopante o l'resentazione di Nostro Signore al Tempio, l'altra per la festa dell'Annunciazione o Evanghelismos, il 25 marzo (pubblicate in PO 16, Parigi 1922, pp. 442-54, da M. Jugie). Nella prima si trova una chiara allusione alla controversia origenista del tempo di Giustiniano; nella seconda che la festa dell'Annunciazione al 25 marzo, ben distinta dalla primitiva festa di Maria o Memoria di s. Maria, fu istituita soltanto sotto il regno dell'imperatore stesso o per lo meno dopo il principio del sec. vi.
Bibl.: M. Jugie, Abraham d'Éphèse et ses écrits, in Byzantinische Zeitschrift, 22 (1913), pp. 37-59, e PO 16, 429-34, dove si trovano esposte le opinioni sull'epoca in cui visse A., discussione chiusa dal contenuto stesso delle omelie. Tuttavia ciò non ha impedito a M. Krauccninnikov, di far vivere A. in pieno sec. v. Sancti Abraneli, archieplicapl Ephesii sermones duo: I. In Annuntiationem Deiparae; II. In secursam Domini, adiecta interpretatione slaviva, Dorpat 1911 (pubblicato in realtà nel 1913, contemporaneamente all'ediz. di M. Jugie nella Byzantinische Zeitschrift); S. Vailhé, s. v. Abraham d'Éphèse e Abranèies, Concord des, in DHG, I, coll. 172-73, 188-90. Martino Jugie
ABRAMO di Harran (o di carrhes), santo. N. nella diocesi di Ciro verso la metà del sec. iv, si ritirò ancora giovane nel deserto della Calcio. Trasferitosi poi in un villaggio pagano presso Emesa nel Libano riuscì a convertire i suoi persecutori. Contro i suoi desideri di ritornare nella solitudine, fu consacrato vescovo di Harran, in Mesopotamia, dove si segnalò per la sua austerità. Chiamato da Teodosio II alla corte di Costantinopoli fu accolto con grandi manifestazioni di stima. A. morì poco dopo l'anno 42 I .
Bibl.: Acta SS. Februarii, II, Anversa 1698, pp. 767-68. Iepazio Ortiz de Urbina
ABRAMO di Kaškar. - N. l'anno 491 a Kaškar, oggi al-Wāsit, in Mesopotamia, viene chiamato il Grande e padre del monachismo presso i nestoriani. M. nel 588 .
Riformò la vita monastica che si era molto rilassata, e scrisse per i suoi monaci le regole (571), che poi furono rinnovate dal suo successore Dadiesu (588). J. B. Chabot pubblicò questi due documenti con una versione latina nei Rendiconti dell'Accademia dei Lincei (Roma 1898, p. 51 sg.). L'Ufficio dei Caldei attribuisce ad A. degli inni,
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(fot. Exe. Catt.)
Abramo di S. Chiara - Der Narrempiegel: incisione in rame dall'edizione di Norimberga del 1709.
come risulta da J. A. Maclean, Enst. Syr. Daily Offices, Londra 1894, p. 251. A. fu il primo a prescrivere per i monaci l'abito e la tonsura.
Bial.: G. S. Assemani. Bibl. Orient., III. 132; Tummaso di Marsa, ed. Budge, f. I. cap. 4, e Introduzione p. cxxxiit sgg.; Cron. di Seert: PO 7, col. 133; J. Labourt, Le Christianisme dans l'empire Perse, 2e ed., Parigi 1904, pp. 316-18; Maria. Amri et Shbae. De patriarchis Nestoriumrum commentaria, ed. H. Gismondi, I. Roma 1897, p. 41; Liber castitatis, ed. Chabot, in Melanges d'Archòologia et d'Histoire, 16 (1897), e ed. Bodian sotto il titolo di Liber fundatorum monasteriorum in regno Persorum, Parigi 1901, § 14; J. B. Chabot, in Journ. Anat., ser. 9*, 8 (1896), pp. 53-54. Pietro Shair
ABRAMO da Santa Chiara (Abraham a Sancta Clara, al secolo Johann Ulrich Megerle). - Uno dei più grandi predicatori e moralisti popolari della Germania, n. a Kreenheimstetten (Baden) il 2 luglio 1844, m. a Vienna il 1^{°} dic. 1709. Dopo i primi studi nel ginnasio dei Gesuiti a Ingolstadt (1656-59) e in quello dei Benedettini a Salisburgo (1659-62), nel 1662 entrò fra gli Agostiniani scalzi a Maria-Brunn (presso Vienna); vi emise i voti il 14 ag. 1663 col nome di "Abraham a Sancta Clara ". A causa del pericolo turco iniziò gli studi di filosofia e di teologia a Praga, per proseguirli dal 1665 a Vienna. Ordinato ivi sacerdote l'8 giugno 1668, si distinse presto come oratore di talento eccezionale.
Dopo due anni di predicazione nel santuario di Taxa (presso Augusta in Baviera), dal 1670 al 1672 , fu mandato a Vienna, ove fu vice-priore e priore del convento (16771683). Leopoldo I lo nominò nel 1677 predicatore della corte imperiale ("Concionator Aulicus Caesareus»). In occasione della peste ( 1679 ), si rivelò scrittore popolare di gran vigore col suo Merh's Wien! (Vienna 1680), drammatica descrizione degli orrori vissuti e commovente monito ai superstiti. Dal 1683 al 1689 è a Graz, dove, all'avvicinarsi dei Turchi, lanciò l'ardente appello al mondo cristiano Auff, auff, ihr Christen! (Vienna 1683), che servì di modello a Schiller per la famosa predica del cappuccino nel Wallenistau Lager (1795). Nel 1686 fece un primo viaggio a Roma, un altro nel 1689. Tornato a Vienna, fu per tre
anni provinciale. Dopo un terzo viaggio a Roma (1692), fu per due anni a Maria-Brunn maestro dei novizi e vicepriore, per rimanere dal 1695 definitivamente a Vienna.
Uomo di eccezionale attività e vasta cultura letteraria, dotato di ardente immaginazione e feconda originalità inventiva, poeta, scrittore, umorista, e insieme teologo sicuro e psicologo profondo, A. mise le sue rare doti al servizio dell'apostolato. Il fascino della sua persona, l'immediatezza e la plasticità dello stile, la calda sincerità e la fine seguzia attraverso le folle. Nelle sue prediche e nei suoi scritti, adopera scienza sacra e profana, erudizione ed esperienza personale, favole e giuochi di parole (di cui era maestro insuperabile), all'unico scopo dell'elevazione morale del popolo.
Tra i suoi numerosi scritti (dai cui titoli stessi appare la briosa vivacità) citiamo solo i principali: Reimb dich oder ich las dich (Salisburgo 1684), raccolta di prediche e vari opuscoli, fra cui Merh's Wien (di cui K. Bertsche curò una nuova ed., Lipsia 1926), e Auff, auff, ihr Christen! (nuova ed. a cura di A. Sauer, Vienna 1883). In Judas der Erzecheha (Giuda l'arcifurfante), in 4 volumi (Salisburgo 1686-95), narra le vicende del traditore e ne trae lo spunto per applicazioni morali alle più varie circostanze della vita quotidiana; Grammatica religiosa... (Salisburgo 1691), raccolta di esortazioni per i principianti nella vita spirituale, trattato di ascetica di carattere pratico; Etwas für alle... (Würzburg 1699); Wunderlicher Traum von einem grossen Narrennest (Salisburgo 1703, nuova ed. di K. Bertsche [Universal-Bibliotheb, n. 6399], Lipsia 1923); Heilsames Gemisch-Gemesch... (Würzburg 1704), di cui si ha una traduzione italiana (Missuglio salutare, Trento 1709); Ein Karren voller Narren (Salisburgo 1704, nuova ed. di K. Bertsche [Hausens Bücherei, Band 83], Saarlouis 1919); Huy und Huy der Welt... (Würzburg 1707, trad. ital.: Coraggio e ciltà, Trento 1717); Centifolium stultorum... (Vienna-Norimberga 1709; nuova ed. di K. Bertsche, Der Narrenspiegel von Abraham a s. Cl., München-Gladbach 1925); Wohlongefällter Weinkeller... (Norimberga 1710); Besonders möblierte und gezierte Totenkapelle (Norimberga 1719; nuova ed. di K. Bertsche, München-Gladbach 1922); Geistlicher Kramerladen (2 voll., Würzburg 1710), raccolta di prediche. Abrahamisches Bescheidessen... (Vienna 1717) e Lueberhält... (3 voll., Vienna 1721-23) sono raccolte di prediche lascia