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ici (Arnobio, Prisciano) significa negazione. Nel latino ecclesiastico abnegatio sui (s. Girolamo) è il rinnegare se stesso, "idea sconosciuta ai Romani e intraducibile in latino classico" (H. Goelzer, Nouveau dictionnaire latin-fr., 5^{text {a }} ed. Parigi s. a., p. 9).

Voce e concetto etico esclusivamente cristiano, l'a. si fonda sulla ben nota frase del Salvatore (Mt. 16, 24; Mc. 8, 34; Lc. 9, 23): «Si quis ruit venire post me, abneget semetipsum et tollat crucem suam cotidie». 'Анаруеїабая є̇аитóv è la sintesi, in forma di paradosso, della conversione o μ ε τ dot{α} ν σ α, il cui fine (dedizione a Dio) è sommamente positivo.

Su questo testo s. Giovanni Crisostomo osserva che il cristiano, piuttosto che rinnegare la sua fede, deve esser pronto a subire il martirio, a seguire Gesù Cristo fino alla morte. S. Gregorio Magno insiste sulla mortificazione spirituale sotto triplice forma : rinunzia al peccato, rinunzia a tutto ciò che allontana dalla perfezione della carità, configurazione spirituale a Cristo crocifisso per la salvezza delle anime. S. Tommaso nel suo commento a Mt. 16, 24, dimostra che queste varie accezioni del termine derivano dal suo senso primordiale. L'a. non è precisamente una virtù speciale; non la si trova nella conimerazione delle virtù studiate da s. Tommaso (Sum. Theol., 2ʳ-2^{mathrm{dr}} ). E però una disposizione generale a praticare varie virtù per combattere l'amor proprio, l'egoismo, e per giungere al perfetto amor di Dio e del prossimo. Gli atti di a. procedono quindi dalla carità che impera e ispira tutti gli atti di umiltà, di mitezza, di penitenza, di pazienza, che comportino un sacrificio dei nostri interessi per la gloria di Dio.
2. Fondamento. Creatura essenzialmente subordinata a Dio e al piano della sua provvidenza, l'uomo non deve farsi centro, ma deve stimarsi mezzo per il conseguimento del bene comune, subordinandosi totalmente agli interessi del tutto. (S. Tommaso, Sum. Theol., 2ʳ-2^{mathrm{dr}}, q. 26, a. 3; cf. 1, q. 60, a. 5; cf. P. Rausselot, Pour l'histoire du problème de l'amour, Münster 1908, p. 23 sgg.; R. Garrigou-Lagrange, L'amour de Dieu et la croix de Jésus, I, Juvisy 1930, p. 111 sgg.; J. de Guibert, s. v. in DSp, I, col. 1031.

D'altronde, amando davvero la parte superiore di se stesso, l'uomo ama più ancora il suo Creatore, e cessare di volere la propria perfezione equivarrebbe a distogliersi da Dio.

Questo fondamento della a. ne fissa altresì i limiti; ciò che non hanno visto i quietisti, i quali da un lato trascuravano ogni mortificazione e dall'altro parlavano di sacrificio della salvezza eterna per venire all'amore puro (v.) pienamente disinteressato. Non possiamo sacrificare la nostra salvezza, né i mezzi necessari per raggiungerla, poiché ciò significherebbe sacrificare non soltanto la speranza, ma anche la stessa carità che tende a glorificare Dio eternamente. Ne consegue anzi che ogni sacrificio compiuto per un motivo proporzionato, per amor di mathrm{Cl}_{2}, sarà compensato dalle grazie di santificazione che Dio concederà.
3. Necessità. Occorre distinguere l'a., che è necessaria ad ogni cristiano per evitare il peccato mortale e per diminuire il numero dei peccati veniali, da quella necessaria per allontanare le imperfezioni volontarie e per tendere efficacemente alla perfezione della carità, data l'elevatezza del precetto supremo dell'amore di Dio cui ogni cristiano deve aspirare secondo la condizione propria.
A. e mortificazione sono dunque entrambe necessarie a causa degli effetti del peccato originale, delle conseguenze dei nostri peccati personali, della infinita altezza del fine soprannaturale che è Dio stesso da possedersi eternamente, del dovere infine di imitare Gesù crocifisso per cooperare con lui alla salvezza delle anime. Per raggiungere la per-

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fezione bisogna possedere, se non la pratica, almeno lo spirito dei tre consigli evangelici cioè lo spirito di distacco. Occorre soprattutto la mortificazione del vizio dominante.

L'io è quindi un frutto dell'amor di Dio già abbastanza forte per imporci tali sacrifici, e la sua pratica generosa è indispensabile per giungere all'amore eroico, alla vera santità, impossibile senza l'olocausto. Lo dimostra in particolare s. Giovanni della Croce, benché veda il sacrificio meno sotto l'aspetto negativo di distruzione che sotto quello di liberazione che conduce all'amore perfetto.

Bist.: S. Giov. Crisoncamo, In Mt. 16, 24 hom. 55 (56); s. Ambrogio, De poenitentia II, 10; s. Agostino, De agone christiano; id., De civitate Dei, XIV, 28; s. Gregorio, Hom. 32 in Evangelium (su Mt. 16, 24); s. Bernardo, Tratt. de grad. humilit., cap. 4; De diligendo Deo, cap. 12, 15; s. Bonaventura, De perfect. viisos... 1, 2, 3; s. Tommaso, De perfectione vitae spiritualis, 8-10; J. Tauler, Sermones, ed. L. Surius, Colonia 1603. 1, 3, 5, 14; s. Caterina da Siena, Dialogo, 4, 17, 51, 60, 63; De imitatione Christi, I, 3, 11; H, 1, 7, 8, 9, 10; III, 17, 32, 37; IV, 7, 8; L. di Blois, Institutio spiritualis, cap. 3; s. Ignasio, Esercizi, 2^{°} settimana, n. 189; s. Giovanni della Croce, Subida del Monte Carmelo, I, 5; id., Noche oscura, I e II; s. Teresa, Comenino della perfezione, 1-3, 9, 11, 12, 17; s. Francesco di Seles, Enteritano, in Oeuvres, VI, Annace 1895, n. 8, 14; s. Luigi M. Grignion de Montfort, Lettre circulaire aux amis de la croix, trad. it. C. Bonicelli, Roma 1943; S. Brienza, S. Tommaso spiritual Dottore ovvero Trattato della rionegazione di noi, 2 voll., Napoli 1752-53.
R. Garrigou-Lagrange

ABNER (ebr.: «il padre è luce»). - Cugino di Saul per parte paterna (I Sam. 14, 50 sg.; secondo I Par. 9, 9 ne sarebbe stato zio) e capo del suo esercito, stimato dal re che se lo teneva alla destra (I Sam. 20, 25).

Dopo la morte di Saul, l'ambizioso A. fece eleggere re, a Mahasaim in Transgiordania, il quarto figlio di Saul, Isbóscth, uomo inetto, destinato a essere un puro strumento nelle sue mani. Riconquistate le regioni di Issachar, Efrain e Beniamin, tentò di occupare anche Giuda che si trovava alle dipendenze di David. Dinanzi a Gabaon l'esercito di A. si scontrò con quello davidico comandato da Joab; dopo la morte dei 24 campioni dei due eserciti trafittisi a vicenda in singolar tensione, la battaglia si accese furibonda e terminò con la sconfitta di A. Per evitare le presenali inimicizie col feroce comandante nemico, A. tentò inutilmente due volte di far desistere dal suo inseguimento Asael fratello minore di Joab, finché, stancatosi, lo uccise col calcio della lancia, quasi a simulare un fortuito incidente (II Sam. 2, 12-32). Nel desiderio di accaparrarsi qualche diritto alla successione, prese in moglie Reda consubina di Saul, ma sdagnato per il rimprovero di Isbóscth, passò a David tentando di condurgli l'intera tribù di Beniamin. Perì, pianto da David (ibid. 3, 33 sg.), in un'imboscata tesagli a Hebron da Joab, che volle cosi vendicare la morte di Asael.

Faustino Salvoni
ABOAB, Isacco. - Rabbino vissuto verso il 1300 in Spagna. Nella sua opera Menördth ha-mâör ( il candelabro delle luci n), espone in forma popolare i passi talmudici e midrascici circa i principi e i do veri morali, rivolgendosi «a giovani e vecchi, sapienti e ignoranti, uomini e donne».

In sette capitoli (s luci n) A., seguendo Saadjā, divide i precetti della Torâh in precetti rivelati e razionali. I primi hanno per scopo «d'infondere la retta fede nell'esistenza del Creatore», gli altri servono «a nobilitare i nostri costumi ed a porre su basi solide il bene comune». A. è il primo in Spagna a ricorrere alle fonti aggadiche per mettere in rilievo il loro valore morale ed educativo, e muove ai suoi contemporanei il rimprovero di dedicare troppa cura alla casuistica talmudica trascurando la parte aggadica. Nel tempo in cui gli studi filosofici stavano per cedere il posto alle correnti cabbalistiche, A. da una parte segue l'osegesi biblica razionale di Ibn Ezra e di Maimonide, dall'altra trova nella Sacra Scrittura a misteri e allusioni segrete di altro genere che giungono sino all'infinito * seguendo cosi l'esegesi mistica di Nahmanide; cita anche il cabbalista Isaac ibn Latif. Scopo dell'esistenza terrena
è il perfezionarsi con lo studio e le opere buone. L'opera di A. ebbe lunga serie di edizioni e fu tradotta più volte in tedesco e in spagnolo.

Bist.: L. Zona, Die Ritus des synagogalen Gottesdienstes, Berlino 1859, pp. 204-10; L. Baeck, s. v. in Jewish Encycl. I (1901), pp. 73-74; B. A. Horodetzky, s. v. in Encycl. Judaica, I (1928), coll. 345-45.

Eugenio Zolli
ABOAB, Isacco, da Fonseca. - Rabbino, n. a Castries d'Aire (Spagna) nel 1605 , m. nel 1693.

Aveva appena 7 anni quando i genitori, per sfuggire l'Inquisizione, si dovettero trasferire a St-Jean-de-Luz presso il confine francese. Dopo la morte del padre, la madre lo portò ad Amsterdam dove studiò col celebre Manasse ben Jisrael presso Rabbi Isacco Usiel. A 21 anni fu nominato rabbino della comunità sefardita di Amsterdam. Nel 1642 emigrò con altri sorreligionari a Pernambuco nel Brasile, allora possesso olandese. Espulsi gli ebrei dal Brasile, A. tornò ad essere rabbino e direttore dell'Accademia talmudica ad Amsterdam. Nel 1656 fece parte del consiglio che pronunciò la scomunica contro Spinoza. Figura pure fra i firmatari d'un indirizzo d'omaggio rivolto allo pseudomessia Sabbataj Zevl. Era predicatore insigne; secondo la tradizione, il gesuita Antonio Vieyra, che assisteva alle prediche nella sinagoga, avrebbe detto: "Manasse dice quello che sa; A. sa quello che dice ".
A. tradusse dallo spagnolo in ebraico gli scritti cabbalistici Puerta del Cielo e Casa de Dios, e pubblicò una Parafrasis comentada sobre el Pentateucho, Amsterdam 1681.

Bist.: H. Graetz, Geschichte der Juden, X, Lipsia 1853-75, passim; J. N. Simhoni, s. v. in Encycl. Judaica, I (1928), pp. 347-48.

## ABOMINAZIONE DELLA DESOLAZIONE.

- Profanazione idolatrica nel Tempio devastato, all'approssimarsi del crollo di Gerusalemme, predetta da Gesù. Gesù si riferisce a Daniele ( 9,27 ; 11, 31; 12, 11) col monito d'indole apocalittica: «chi legge intenda !», aggiungendo il comando di fuggire dalla Giudea (Mt. 24, 15; Mc. 13, 14).

Daniele ha la formula figqûṣîm mêtê̂mêm ( 9,27 ; molti, dopo i Settanta, Teodozione, Volgata, leggono anche qui figqûs, al singolare), haš-fiqqûs mê̂̂̂mêm ( 11,31 ), sigqûs fêmêm ( 12,11 ), nel preannunciare la sopraffazione dei Romani ( 9,27 ; secondo M.-J. Lagrange, J. Göttsberger, B. Rigaux, P. F. Ceuppens, anche questo passo si riferirebbe a Antioco IV) o di Antioco IV Epifane (11, 31; 12, 11). Siqqûs esprime l'idea principale (in I Mach. 6, 7 appare solo: τ dot{δ} β δ ε λ ν γ μ α ) : « obbrobrio, orrore, cosa orrenda»; è designazione esecrativa degli dei o idoli pagani (I Reg. 2, 5; per lo più al plurale: Os. 9, 10, e spesso in Ier. e Ez.) o di quanto è connesso col culto idolatrico (Zach. 9, 7: le carni sacrificate). Mê̂̂̂mêm ( 9 , in forma contratta, fêmêm) è participio di senso attivo: «devastatore»; ma, potendosi intendere al passivo (Exdr. 9, 3-4: «inorridito, costernato»), Settanta, Teodozione e Volgata lo traducono come nome astratto ("desolazione» nel senso di devastazione). I Mach. e i due primi Sinottici riproducono la formula dei Settanta: τ dot{δ} β δ ε λ ν γ μ α τ tilde{ε} ς ε ρ η α ω σ α ω ς. Nelle antiche versioni latine è reso con efficacia: cceeratio vastationis (cf H. Bevenot, in Revue Biblique, 45 [1936], pp. 53-65).

Il senso è: «il culto idolatrico di un devastatore» sarà «eretto in luogo santo» (Mt. 24, 15) o «dove non si deve» (Mc. 13, 14). Daniele nei tre passi connette tale abominio idolatrico con la cessazione del sacrificio perenne d'Izraele: la sconascrazione comporta l'abbandono del Tempio.

I Mach. 1, 57 ravvisa il compimento del vaticinio di Daniele nella «costruzione» di un altare ( β ω μ δ ς ) idolatrico sull'altare degli olocauati il 15 cadeu del 168 a. C., altare che Antioco IV Epifane dedicò al suo dio-patrono Zeus Olimpio (II Mach. 6, 2), e nel sacrificio offerto(i dieci giorni dopo (I Mach. 1, 62). Per Dan. come per I e II Mach. tale sacrilegio segna il culmine dell'empietà. La versione siriaca di II Mach. 6, 2, ha Ba'al šamin; infatti fiqqûs fêmêm sembra parodiare Ba'al šamaim, equivalente semitico

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di Zeus Olimpio. Proposta da E. Nestle in Zeitschr. für alttest. Wiss., 4 (1894), p. 248, tale spiegazione della formula danielica è ritenuta da J. A. Montgomery (The Book of Daniel, Edimburgo 1927, p. 388) la sola adeguata. L'« obbrobrio " fu tolto con la solenne purificazione del 25 casleu nel 164 (I Moch. 4, 41-39; 6, 7).

Nei Vangeli è difficile precisare a quale fatto Gesù alluda predicendo «l'abominazione della desolazione" che "si erge" ( M c. ha il maschile ε σ τ χ κ dot{σ} τ α, costruzione a senso, che implica l'intervento d'un uomo) nel Tempio. I cristiani riconobbero il segno preannunziato fuggendo a Pella nel 67 (Eusebio, Hist. eccl., III, 5: PG 20, 221). Nel ciclo storico della distruzione del Tempio, che segna il trapasso definitivo dal culto mosaico all'economia cristiana, non si verificò l'erezione di un altare sul tipo della profanazione di Antioco. L'ordine analogo ( 38-40 d. C.) di erigere nel tempio la statua di Caligola non fu eseguito (Flavio Giuseppe, Ant. Ind., XVIII, 8, 8).

Tre spiegazioni sono più comuni, circa l'evento cui Gesù applica l'oracolo di Daniele: 1) gli eccessi sacrileghi degli zeloti che fecero del Tempio la loro fortezza (FI. Giuseppe, Bell. Ind., IV, 3, 10 e 3, 1; cf. VI, 3, fine); 2) la distruzione del Tempio dopo la presa di Gerusalemme; 3) i vessilli romani, recanti emblemi idolatrici, sull'area del Tempio (FI. Giuseppe, ibid., V, 6, 1). La prima è da escludersi perché non fu di natura idolatrica (il biblico β δ δ λ ν γ μ α, 6 volte nel Nuovo Testamento, indica sempre l'idolatria). Alle due prime si oppone l'attribuza "eretto", che deve riferirsi non ad eventi, ma a cosa o persona o simbolo che si esibisca nel Tempio. Né possono intendersi esclusivamente le insegne dell'esercito romano "erette di fronte alla porta orientale, mentre il Tempio bruciava, cui i soldati offrirono sacrifici" (FI. Giuseppe, loc. cit.), ché Gesù dà un "segno" anteriore alla presa e al disastro di Gerusalemme.

La chiave è data da Lc. 21, 20: "Quando vedrete Gerusalemme investita da un esercito, sappiate che la sua devastazione ( dot{ε} ρ hat{ρ} ρ ω σ ι ς ) è vicina ". Il dramma dell'« abominazione" si svolse in varie fasi progressive. La prima, che inizia "la grande tribolazione", fu nel 66 la comparsa delle insegne pagane dell'assediante Cestio Gallo che, accampato sul monte Scopo, attaccò il Tempio (FI. Giuseppe, ibid., II, 19). Allora, per effetto dello scempio degli zeloti, cessa il sacrificio e il culto. L'idolatria (" abominazione") trionferà infine nel 70 coi vessilli pagani sul Tempio distrutto, già da tempo privo d'altare efficiente. Il vincitore pagano in Gerusalemme era essenzialmente per gli Ebrei un profanatore idolatra.

La formula ha riferimento escatologico. Gesù unisce nello stesso quadro profetico gli eventi orrendi del 66-70 e quelli della persecuzione dell'Anticristo. Come Antioco Epifane è il tipo dell'Anticristo (v.), così l'empia profanazione del «devastante», mentre segna la fine del vecchio culto, inaugura l'opposizione messianica, aspetto negativo della nuova economia (cf. Apoc. 11, 2 e Lc. 21, 24). L'intervento dell'«uomo del peccato" che "s'insedia e si esibisce nel Tempio di Dio" (II Thess. 2, 3-4), accennato dalla forma maschile ( ε σ τ χ κ dot{σ} τ α ), caratterizza il trapasso fra le due ère. Come in tutta l'apocalisse sinottica (Mt. 24; Mc. 13), la prospettiva è doppia: la tribolazione prossima e transitoria figura e inizia la lunga e dolorosa gestazione del contrastato regno di Dio.

Bim...: L. Billot, La parousie, Parigi 1920, pp. 100-31; M.-J. Lagrange, Ev. selon St. Matthieu, 3^{°} ed., Parigi 1927, p. 461 sg.; id., Ev. selon St. Marc. 4^{°} ed., Parigi 1929, p. 340 sg.; H. Junker, Untersuchungen über literarische und exegetische Probleme des Buches Daniel, Bonn 1932, pp. 77-79; B. Rigaux, L'Amichrist et l'opposition au royaume messianique dans l'Anc. et le Nouv. Test., Gembloux e Parigi 1932, pp. 138-87, 238-47, 262-63; F. F. Ciuppens, De Prophetiis messianicis in Antiq. Testam., Roma 1935, pp. 503-505; M. A. Beck, "De gruwel der verwoesting": een nader onderzoek naar de z. g. poging tot helleniseering door Antiochus Epiphanes,

In Nieure theologischen Studiën, 29 (1940), pp. 237-52; F. M. Abel, in Vivre et penser, 1 (1941), p. 244; C. H. Kraeling, The Episode of the Roman Standards at Jerusalem, in Harvard Theol. Rev., 35 (1942), pp. 363-89; F. Segarra, Praecipane D. N. I. Christi arctostica eschatologica, Madrid 1942, pp. 393-404; J. van Dodewaard, De gruwel der vervoesting (Mt. 24, 13; Mc. 13, 14), in Studia Catholica, 20 (1944), pp. 153-55; J.-A. Ohate Oieds, El "Reino de Dio", tema central del discurso escatologico?, Madrid 1946, pp. 84-92, 176-80; C. H. Dodd, The fall of Jerusalem and the "illumination of Desolation", in Journal of Roman Studier, 37 (1947), pp. 47-54. Antonino Romeo

ABONDANCE (Abundance), Jehan d'. - Si pensa che questo non sia il vero nome, ma lo pseudonimo del famoso poeta drammatico francese morto nel 1550 ca., che spesso si firma anche Maistre Tyburce, demeurant en la ville de Papetourte... Fu uno dei più famosi uomini di legge di Parigi del suo tempo e notaio reale di Pont-Saint-Esprit.

Scrisse molte opere teatrali, tra le quali citeremo: Mystère, moralité et figures de la Passion de Notre-Seigneur Jésus Christ; Le Joyeux Mystère des trois reys; Force nouvelle très bonne, très joyeuse, de la Cornetfe, forza citata tra le migliori del teatro francese di quel secolo.

Bim.: E. Fournier, Le Théâtre Français avant la Renaissance (1430-1530), Parigi 1872, p. 438. Chiara Piva

ABONDIO, santo: v. abbondio.
ABORIGENI. - Indigeni originari del luogo in cui abitano (autocromi). In senso etnologico si chiamano a. quegli abitanti di una terra, la cui civiltà si dimostra la più antica fra quante intorno fioriscono.

Essi sono: in Africa i Pigmei dell'Ituri, ed alcuni gruppi dei medesimi più ad occidente, inoltre i Pignosidi Batwa (Congo Belga e Ruanda), e finalmente i Boscimani nel deserto del Kalahari; nell'America settentrionale alcune tribù Joshua e Selish nel nord-ovest, gli Algonchini (Lenàpe, Winnebago, Sauèx, Fexes, Arapaho, Cheyenne, ecc.), alcune tribù della California centrale (Maidu, Pomo, Wintu, ecc.), nell'America meridionale i Gè (Brusile) e poi i Fueghini (Terra del Fuoco); in Asia alcuni popoli artici come i Samoiedi, certi Coriachi, i Tungusi, gli Eschinomi, ed ancora gli Ainu nel Giappone, gli Andamanesi dell'arcipelago omonimo, i Semang della penisola di Malacca, e i Negritos delle Filippine; in Australia certe tribù della zona sudorientale del continente (Kurnai, Kulin, Kamilarsi, ecc.).

Tutte genti, dunque, che abitano in luoghi appartati, e spesso ai margini dei continenti, su isole, in oscure selve, fra monti di difficile accesso, in lande desertiche, lungi dalle grandi e obbligate vie di traffico, quasi come respinte a forza in naturali rifugi dall'impeto di successive ondate migratorie. Le loro culture si differenziano, in genere, dalle civiltà più progredite per l'assenza della ceramica, della tessitura, della lavorazione dei metalli e pel fatto che non praticano né l'agricoltura, né la pastorizia. Gli uomini provvedono agli alimenti faunistici con la caccia individuale semplice; le donne raccolgono erbe, radici, frutti spontanei. Si tratta, insomma, di quel tipo di culture, che vanno sotto la denominazione di Casciatori semplici e Raccoglitori. Hanno senso spiccato della famiglia, prevalentemente monogamica, con libera scelta per parte della ragazza. Sconosciuti il ratto o la compera della sposa. La donna ha eguali diritti, o almeno fruisce di relativa indipendenza in campo domestico. Alto l'indice di natalità nonostante il nomadismo. Assente l'infanticidio. Poche di quelle tribù sono rette da capi a causa della grande preminenza della famiglia. Vivo il rispetto dell'individuo, ignoti il cannibalismo e la schiavitù. Chiari i concetti di proprietà individuale e familiare. Spiccata la fede in un Essere supremo creatore, legislatore, giudice, proprietario di quanto occorre all'esistenza. Esso è oggetto di culto che si esplica con preghiere, cerimonie ed offerte (primizie della caccia e della raccolta). Ricchissimi i miti che trattano di

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Aborigeni - Indiano Zubi (America Settentrionale).
lui, dei suoi insegnamenti, della creazione, del paradiso, del primo peccato e della relativa sanzione: la morte. E questa la forma di civiltà che attraverso ampi confronti si rivela come la più antica, e ne abbiamo conferma dalla linguistica, che spesso ci dimostra come la parlata di molti di questi popoli costituisca un'isola fra le circostanti, e dall'antropologia, i cui cultori sono ormai d'accordo sulla vetustà di quelle genti. S'intende però che nel tipo di civiltà in questione non va veduta la civiltà assolutamente primordiale, bensì solo la più antica fra le note, cioè lo strato più antico delle civiltà oggi etnologicamente attingibili. - Vedi Tav. VII.

Bibs.: M. A. Czaplica, Aboriginal Siberia. A Study in Social Anthropology, Oxford 1914; J. Déniker, Les races et les peuples de la terre, 2^{°} ed., Parigi 1926; E. von Eichstedt, Rassenkunde und Rassengeschichte der Menschheit, 1^{°} ed., Stoccarda 1934; W. Schmidt, Die Stellung der Pyrodenvolber in der Entsichthungspesbichte des Menschen, Stoccarda 1910; id., Der Ursprung der Gottesidee, I-IV, Münster in W. 1926-32; id., Das Eigentum auf den ältesten Stadte der Menschheit, Münster in W. 1937. Michele Schulten

ABORTO. - 1. Teologia morale. - E l'espulsione dell'uovo o dell'embrione o del feto immaturo, cioè non viabile; in altri termini, non ancora capace, naturalmente od artificialmente, di vita estrauterina.

- Uovo » è il termine adoperato ad indicare il prodotto della concezione dall'inizio alla seconda settimana completa; "embrione" s'adopera per il tempo che va dalla seconda settimana alla quarta; "feto" per i mesi che intercorrono fra la quarta settimana e il parto regolare.

L'atto dell'a. va distinto : a) dalla semplice accelerazione del parto. Il feto non può vivere fuori del seno materno se non, generalmente, dopo il settimo mese completo di gestazione; eccezionalmente anche dopo il sesto, quando si hanno i mezzi per le cure speciali necessarie al neonato, ad es. l'incubatrice artificiale. Si deve notare però che a formare un giudizio sulla viabilità del feto separato dalla madre, non conta tanto il numero dei mesi, quanto il suo sviluppo fisico e le sue disposizioni. L'espulsione del feto tra il settimo (o sesto) e il nono mese di gestazione si indica col termine di parto prematuro o accelerazione del parto; b) dal feticidio od embriotomia nelle sue varie forme (craniotomia, sviscerazione, transito di corrente
elettrica) che uccide il feto nel seno materno per renderne possibile l'estrazione; c) dalle pratiche anticoncezionali, che mirano preventivamente ad impedire la fecondazione (v. NARCITE, CONTROLLO DELLE).

L'a. può avvenire spontaneamente per cause morbose varie del padre o della madre, ad es. la sifilide (a. incollontario o naturale) o per intervento dell'uomo (a. volontario o artificiale). In questo caso è diretto, se il mezzo che si adopera tende di sua natura a procurarlo; indiretto, se né l'intenzione, né l'atto compiuto mirano a questo, ma ad altro scopo, ad es. curare un'infermità della madre; di modo che l'a. sia soltanto una conseguenza permessa e non propriamente voluta, anche se prevista.

L'a. può volersi e praticarsi per motivi egoistici indegni e perversi (a. criminale) o per indicazione medica per salvare la madre (a. terapeutico) o per impedire la nascita di creature tarate (a. eugenico) o per salvare l'onore o evitare danni economici (a. a indicazione sociale).

E dolorosamente noto quanto sia diffusa la pratica dell'a. nei nostri tempi, fino a diventare la soluzione più comune di tante situazioni e la prima a cui si ricorre; fino ad essere in alcuni Stati legalizzato. Il che si deve soprattutto alla irreligiosità crescente e alla concezione materialistica della vita, che spinge a ricercare il piacere sempre, ad ogni costo, con qualsiasi mezzo e a sottrarsi a qualunque dovere che pesi.

PRINCIPI. - a) E gravemente illecito uccidere direttamente l'uovo o l'embrione o il feto nel seno materno. Questo in forza della legge naturale confermata dal 5^{°} comandamento divino: "Non ucciderai». La creatura innocente che si apre alla vita, ha il diritto di vivere come qualunque altra persona umana. Quest'uccisione rimane gravemente illecita anche quando la si intende solo come mezzo per salvare la madre, perché il fine non giustifica i mezzi, né è mai lecito fare il male perché ne derivi un bene. Resta perciò proibito il feticidio o embriotomia in tutte le sue specie. Così le risposte del S. Uffizio del 28 maggio 1884, 19 ag. 1889, 25 luglio 1895 (Denz.-U., nn. 1889, 1890, 1890 a. Cf. anche l'encicl. Casti connubii di Pio XI, 31 dic. 1930: Denz-U., nn. 2242, 2243).
b) È gravemente illecito procurare l'a. diretto dell'embrione o del feto vivente (se il feto fosse già morto, naturalmente è lecito estrarlo). Perché ciò equivale ad un'uccisione diretta; si espelle infatti dalla madre una creatura che separata dalla madre non può vivere. L'illecità rimane anche quando l'a. è procurato come mezzo per salvare l'onore della giovane, o evitare l'infamia della madre o la vendetta del marito o il peso della prole, o assicurare la salute stessa della madre; ciò sempre in forza dello stesso motivo che il fine non giustifica il mezzo e non si deve fare il male per ricavarne un vero o presunto bene. Resta quindi condannato non solo l'a. criminale, ma ogni altro a. diretto ad indicazione terapeutica, sociale o eugenica. Così il S. Uffizio nella sua risposta del 25 luglio 1895 (Denz-U., n. 1890 a. Cf. anche le gravissime parole, da alcuni stimate definizione infallibile, dell'encicl. Casti connubii, Denz.-U., nn. 2242, 2243, 2244). Sono anche gravemente illeciti, almeno per la cattiva intenzione, tutti i tentativi di a., ai quali si suole ricorrere con i più diversi mezzi e rimedi, anche se poi di fatto non si approda a nulla.
c) L'accelerazione del parto non è illecita in se stessa, purché esista una causa grave e si compia in tempo e condizioni che assicurino la vita del feto e della madre (S. Uffizio, 4-6 maggio 1898, 5 marzo 1902: Denz.U., n. 1890 b-1890 c). La causa grave può consistere nel salvare la vita della madre o del feto, quando l'accelerazione del parto è l'unico o il migliore rimedio per conseguire il fine. La causa deve sempre essere

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proporzionata al pericolo (Cf. L. A. Muñoyerro, p. 92 e la ricca bibl. corrispondente).
d) L'a. indiretto è lecito quando vi sia una causa grave. Ciò in virtù del principio della doppia causalità : è lecito porre un'azione buona o indifferente, dalla quale segua direttamente un doppio effetto: l'uno buono, al quale si mira; l'altro cattivo, che solo si tollera o si permette, quando però ci sia un motivo proporzionatamente grave. E quindi lecito somministrare alla madre gravemente inferma un rimedio, anche se questo fosse pregiudiziale al feto, quando si verificano queste condizioni : la malattia della madre dev'essere tanto più grave quanto maggiore è il pericolo dell'a.; manchino altri rimedi inoffensivi; il rimedio adoperato serva direttamente in beneficio della madre e quindi la morte eventuale del feto non s'intenda, ma si eviti al possibile. Il feto, qualora avvenisse l'a., dev'essere battezzato (cf. L. A. Muñoyerro, p. 93).
e) Lo stesso principio si può applicare in parecchi altri casi di grave pericolo di morte per la madre; quando il pericolo non si può scongiurare altrimenti che con un intervento chirurgico. Così : i) quando si tratta di utero gravido canceroso o di un tumore, che non si possa asportare senza nel medesimo tempo asportare anche l'utero gravido, l'isteroctomia è lecita, perché la conseguente morte del feto non è né lo scopo a cui si mira (finis operationis; si mira a togliere l'utero non in quanto gravido, ma in quanto infetto), né l'oggetto dell'azione (finis operis; l'oggetto, qui, non è che l'organo da asportare). Cf. J. Aertnys e C. A. Damen, Theol. mor., I, 14a ed., Torino 1944, pp. 471-72. 2) quando si tratta di idramnios acuto o di utero incarcerato e retroflesso, che altrimenti non possa ricollocarsi a posto, non consta essere illecita la puntura dell'involucro per farne uscire il liquido amniotico e quindi facilitare le manovre necessarie. Cf. ibid., pp. 472-73; H. Davis, II, p. 189. - 3) quando si tratta di gravidanze estrauterine o feti ectopici. Si ha gravidanza estrauterina quando l'uovo fecondato si è impiantato nella cavità peritoneale, sull'ovala o più frequentemente nella tromba uterina. Questa gravidanza difficilmente giunge a termine e anche in questi casi è necessario l'intervento chirurgico; di solito si interrompe ai primi mesi per il manifestarsi di un'emorragia, o la rottura della tromba e il distacco della placenta. Tutto ciò provoca la morte del feto e costituisce un pericolo molto grave per la madre. Quale condotta tenere? Se il feto ectopico è già viabile, si può ricorrere all'accelerazione del parto (S. Uffizio, 4-6 maggio 1898: Denz.-U., n. 1890 b). Se il feto non è viabile e si presume vivo e non urge il pericolo di emorragia, bisogna aspettare e vigilare attentamente per potere intervenire in tempo. Quando l'emorragia è avvenuta o è imminente, allora si può intervenire direttamente contro l'emorragia e asportare il tumore, anche se è un sacco fetale e ne seguirà la morte del feto. In questo caso l'eventuale a. non è né il finis operis, né il finis operantis (cf. H. Davis, II, pp. 171 sgg.; L. A. Muñoyerro, p. 93 e append. XVI, p. 191; J. Aertnys e C. A. Damen, op. cit. I, pp. 472-73, E. Bon, pp. 395 sgg., e le loro eccellenti citazioni. V. anche col. i i i, n. 4: Indicazioni ostetriche). Naturalmente non è mai lecito agire direttamente sul feto e ucciderlo, perché allora si avrebbe un omicidio diretto.
f) Altre operazioni sono lecite quando si tratta di feto viabile, perché non sono direttamente uccisive del feto (taglio cesareo, operazione di Porro, sinfisi. tomia, laparatomia e simili); ma si richiedono le seguenti condizioni : che non si possa ovviare altrimenti
alla morte della madre o del figlio; che vi sia probabile speranza di salvare la madre e si provveda alla salute spirituale e temporale della prole (cf. L. A. Muñoyerro, p. 94, con le relative citazioni).
2. Apologetica. - Per coonestare in qualche modo il grave delitto dell'a., si fa ricorso a molti pretesti. Alcuni di essi si richiamano alla teoria del controllo delle nascite (per i quali c. naSCITE, CRNTIbILLO DELLE): altri toccano più da vicino il nostro argomento: a) L'embrione, e il feto nei primi tempi, non è ancora animato dall'anima razionale; in questo caso, procurando l'a., non si commette omicidio. Si risponde: Già il S. Uffizio (4 marzo 1679: Denz.-U., nn. 1184-85) ha dichiarato illecito l'a. diretto col pretesto che il feto sia inanimato. Ed a ragione; perché è sentenza oggi largamente condivisa quella che ritiene che l'anima razionale informa l'uovo fin dal primo momento della avvenuta fecondazione. Se le facoltà superiori dormono, gli è che l'organismo non permette loro ancora di agire, perché non ancora sufficientemente sviluppato. Ma i più moderni studi istologici sui fenomeni che avvengono nell'ovulo fecondato, rivelano che è presente un principio vivificatore che tutto coordina e orienta. In tutti i casi si deve ragionare cosi : Se l'uovo o l'embrione o il feto già sono animati dall'anima razionale, l'omicidio diretto c'è; tanto più deprecabile in quanto molto spesso si priva la creatura incipiente della vita eterna; se eventualmente non fosse ancora animato, c'è un omicidio imperfecto, se si vuole, ma sempre omicidio, perché si strenca un processo vitale naturalmente preordinato a sboccare in un essere umano. (Cf. R. Biot, pp. 121-23); b) Il bambino è una semplice appendice della madre; ora è lecito tagliarsi una mano per salvare una vita. No; il bambino dimostra fin dal principio un organismo in formazione, ma autonomo, con la sua circolazione, col suo proprio sangue, e le proprie pulsazioni; attinge dalla madre, ma elabora da sé, in forza di un principio vitale suo proprio. E dunque non un'appendice, ma un individuo sui turis; c) Il feto è un ingiusto aggressore che attenta alla vita della madre. Si deve rispondere: No. Allo stesso modo e con maggior ragione si dovrebbe dire aggreditrice la madre che non è sana, ha insufficienze epatiche, disfunzioni endocrine, per cui il feto non trova nell'organismo materno le condizioni necessarie al suo sviluppo; del resto il feto non ha nessuna colpa se è venuto alla vita. (Cf. enc. Casti connubii: Denz.-U., n. 2242; R. Biot, p.123); d) Si dovranno dunque perdere due vite? No, ma si devono salvare tutte e due; la formola esatta non è «o la madre o il bambino», ma «e la madre e il bambino». I diritti della madre e del figlio sono i diritti di due persone umane pari grado; non si può ucciderne una per salvare l'altra. Non si può in un naufragio strappare il salvagente a uno per darlo a un altro; e) Ma è un orrore lasciar morire una madre e privare la famiglia del suo più forte sostegno. Si deve rispondere: Ci vogliono tutte le cure e le premure e le assistenze possibili per scongiurare questo doloroso pericolo; e se queste sono ben condotte, generalmente si salvano e la madre e il figlio. Ma nel caso deprecabile che non esista rimedio alcuno, non c'è che abbassare il capo e rimpiangere la impotenza umana. In un incendio, nell'affondamento di un sottomarino, non è sempre possibile salvare tutti; si è costretti talora a contemplare la morte altrui senza potere intervenire. Lasciar morire, non è uccidere; e si deve lasciar morire, ma non mai uccidere. In nessun caso. (Cf. R. Biot, p. 124 sgg.; G. Clément, 35 sgg.); f ) Nel caso di gravidanze estramatrimoniali ne va di mezzo l'onore di una fanciulla o di una donna sposata e delle loro famiglie. E non solo l'onore, ma la pace, l'armonia, ecc. L'a., in questi casi, salverebbe tutto. Dobbiamo però osservare che l'onore si salva evitando il male; e non raddoppiandolo; g ) «La donna ha il diritto di abortire come ha il diritto di tagliarsi i capelli e le unghie, di ingrassare o dimagrire" (Madd.na Pelletier, in L'émancipation sexuelle de la femme, presso R. Biot, p. 118). L'obiezione è troppo volgare e indegna; nessun paragone possibile fra i capelli, le unghie, ecc. e una creatura umana, massime considerata come destinata ad essere figlia di Dio e a godere la felicità eterna.

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Per la valutazione delle obiezioni derivanti dalle indicazioni mediche, v. col. 111, n. 4 : medicina pastorale.

Bib.: Prima di tutto i trattati di Teologia morale. In particolare: K. Cappelmann e W. Berman, La Médecine pastorale, 19* ed., Parizi 1926; E. Hubert, Le devoir du médecin, Parigi 1926; J. Pujula, Controversia sobre el aborto terapentico, Murcia 1930; Id. Es lacio el aborto?, Barcelona 1932; I. Antonelli, Medicina pastoralis, ⁵² ed., Roma 1932; A. Gemelli e A. Vermesrsch, in Nouvelle Revue Théologique, 60 (1933), pp. 200-27; 277-640; 677-92; L. A. Muñozvito, Deontologia Medica, Madrid 1934; F. Marconcini, Culle vuote, Torino 1935; G. Payen, Deontologie médicale d'après le droit naturel, 2^{°} ed., Parizi 1935; A. Lanza, La questione del momento in cui l'animo razionale è infuso nel corpo, in Bollettino filosofico, a (1938), pp. 211-66; 335-67; 3 (1939), pp. 58-97, 206-73; B. M. Merkelbach, Quaestiones de embriologia, in Quaestiones pastorales, II, Liegi 1937-38; R. Biot, A arriccio della persona umana, vers. ital., Torino 1939; G. Clément, Il diritto alla nascita, vers. ital., Roma 1943; E. Bon, Medicina e religione, vers. ital., 2^{°} ed., Torino 1946; H. Davis, Moral and Pastoral Theology, II, 2^{°} ed., Londra 1946, pp. 166-98; L. Serenin, Appunti di morale professionale per i medici, 3^{°} ed., Roma 1947, pp. 7-39; 133-38; 199-200; 203-99. Celestino Testore
3. Diritto. - Il primo accenno all'a. come delitto, lo troviamo in un passo della Bibbia (Ex. 21, 22), dove esso, peraltro, viene considerato più come conseguenza di una lesione personale che come reato a sé stante. Nella Grecia antica, la imperante rilassatezza dei costumi non solo tollerava, ma finaceo favoriva l'a., come è facile rilevare da taluni scritti di Ippocrate e di Aristotele. I Romani, convinti che il feto rappresentasse semplicemente una porzione delle viscere materne, non punirono l'a. procurato come tale (sorrendo, cioè, dal danno e dall'ingiuria eventualmente arrecati alla madre) né durante la repubblica né nei primi tempi dell'impero; e soltanto dall'epoca di Settimio Severo in poi lo assimilarono al vaneficium, reprimendolo con la multa, con l'esilio, coi lavori forzati ed anche con la pena capitale se avesse causato la morte della gestante.

La Chiesa fin dai primi secoli considerò il procurato a. alla stessa stregua dell'omicidio (si ricordino: il Concilio Hiberitano, a. 306, can. 63; il Concilio Ancirono, a. 314, can. 21; il Concilio Trullano, a. 692, can. 91; il Concilio di Worms, a. 869, can. 35), distinguendo però tra la soppressione del feto animata e quella del feto inanimata (can. 8; C. XXXII, q. 2). Tale distinzione venne ribadita da Gregorio XIV nella costituzione Sedes Apostolica del 31 maggio 1591, ma fu poi abbandonata da Pio IX con la costituzione Apostolicae Sedis del 12 ott. 1869.

Il vigente CIC (can. 2350, § i) contempla il procurato a. fra i delitti contro la vita risolvendo così nel modo più consono alla tradizione e alla dottrina cattolica la controversia lungamente agitatasi, e non ancora sopita, circa la obiettività giuridica del reato in parola. Il bene tutelato dalla norma penale è, dunque, per il canonista, la vita del nascituro, a nulla rilevando che si tratti di vita intrauterina e che il feto non possa propriamente chiamarsi soggetto di un diritto alla vita. Qualsiasi fedele, non esclusa la madre, può rendersi responsabile di questo delitto, il cui elemento materiale è costituito dalla violenta interruzione della gravidanza. Indifferente è la natura dei mezzi (interni o esterni, chimici, meccanici, morali) usati per commetterlo.

Il momento consumativo coincide con la distruzione del prodotto del concepimento, verificatasi in conseguenza delle manovre abortive; si tratta pertanto di delitto materiale, che ammette il tentativo sotto il duplice aspetto del frustrato e del conato. L'elemento psicologico consiste nel dolo, ossia nella coscienza e volontà da parte del delinquente di provocare l'a.; onde, ad integrare il delitto, non basta l'a. cosiddetto indiretto.

Le pene comminate dal CIC sono le seguenti : «Procurantes abortum, matre non excepta, incurrunt, effectu secuto, in excommunicationem latae sententiae, Ordinario reservatam; et si sint clerici, praeterea depo-
nantur» (can. 2350, § i). Per incorrere nella scomunica si richiedono dunque tre condizioni: a) che si tratti di vero a. diretto (perciò non cadono sotto la pena l'accelerazione del parto, l'embriotomia e altre operazioni illecite). Nulla conta la distinzione tra feto animato e inanimato; e indifferente è il mezzo che si adopera, purché sia la vera causa dell'a.; b) che si tratti di un a. procurato, voluto cioè e attuato a bella posta: quindi sotto il termine di "procurantes» si devono intendere tutti coloro, senza dei quali non si sarebbe potuto ottenere l'a., cioè la madre, il medico, l'infermiera che coopera, il mandante (can. 2209 S I, 3; 2231); c) che l'a. sia realmente avvenuto.

Inoltre, alle stesse condizioni, i chierici colpevoli divengono irregolari (can. 985, n. 4) e devono essere deposti (can. 2350, § i).

Circa le cause modificatrici della imputabilità deve notarsi che trattandosi di actus intrinsece malus, lo stato di necessità (di cui è tipico esempio il caso del medico, il quale ritenga di non poter salvare la vita della gestante se non procurandole l'a.) non fa venir meno il delitto, ma costituisce una semplice attenuante valutabile di volta in volta a seconda delle circostanze (v. can. 2205 , §§ 2 e 3). Quando si tratta di timore grave, i colpevoli dell'a. diretto peccano gravemente, ma, secondo parecchi teologi, non incorrono nella scomunica. E tuttavia da tener presente, agli effetti pratici, che anche per questo, come per ogni altro delitto ecclesiastico, vige il principio sancito dal can. 2218 , § 2, in virtù del quale va esente da pena chi risulti non essere gravemente imputabile.

Gli elementi costitutivi del delitto di procurato a. si ritrovano pressoché identici nella maggior parte delle legislazioni civili, sebbene diversa, per variare di tempi e di luoghi, apparisca la sua classificazione giuridica. Alcuni codici (come quello toscano del 1853 e quello germanico) lo collocano tra i delitti contro la vita; altri (ad es. il Codice francese) tra i delitti contro la persona; altri ancora (Codice sardo del 1859 e Codice belga) tra i delitti contro l'ordine delle famiglie; altri, infine (come il Codice cineso) tra i delitti contro il buon costume.

Il Codice penale vigente in Italia, innovando rispetto a quello abrogato, pone il procurato a. nel titolo X, tra i «delitti contro la integrità e la sanità della stirpe». Esso distingue, anzitutto, l'a. di donna non consenziente (art. 545) dall'a. di donna consenziente (art. 546) prevedendo in entrambe le ipotesi un notevole aggravamento di pena per il caso che dall'a. sia derivata la morte della gestante o una lesione personale (art. 549); più mitemente punisce la donna che si procura essa stessa l'a. (art. 547); considera come reato a sé il fatto di chi istiga una donna incinta ad abortire, somministrandole mezzi idonei (art. 548); ed assimila inoltre, quoad pomum, ai delitti di lesione personale e di omicidio preterintenzionale le pratiche abortive commesse su donna erroneamente ritenuta incinta, qualora da esse derivi una lesione o la morte della donna (art. 550). Aggrava, in ogni caso, il reato la circostanza che il colpevole sia persona esercente una professione sanitaria (art. 555); mentre le pene, varianti da un minimo di sei mesi a un massimo di quindici anni di reclusione, vengono diminuite dalla metà ai due terzi se il fatto sia stato commesso per salvare l'onore proprio o di un prossimo congiunto (art. 551).

Bib.: Oltre ai trattati di carattere generale, si consultino: per il diritto canonico: J. Teodori, Abortus, in Apollinaris, (1932), p. 251; J. Delmaille, Avortement, in DDC, I, coll. 1236 sgg.; R. Woyvod, The Crime of Abortion, in Hamilistic and Pastoral Review, (1938), pp. 385 sgg.; M. Cabrera, Sanción canónica del aborto, in Ilustración del Clero, (1939), p. 67; J. Palazzini,

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Jus fetus ad vitam cimque tutela in fontibus ac doctrina canonica usque ad saeculum XVI. Urbania 1943: per il diritto secolare: S. Du Moriez, L'avortement, Parigi 1912: A. Visco, L'u. criminoso nel diritto penale, nella medicina legale, nella politica demografica, Milano 1941.

Ferruccio Liuzzi
4. Medicina Pastorale. - Due episodi eminentemente fisiologici nella vita della donna, la gravidanza e il parto, possono in particolari condizioni svolgersi in maniera anormale, fino a divenire causa di malattia e perfino di morte. In tali condizioni, prescindendo dal problema morale, la medicina, preoccupata di salvare almeno la vita della madre, giunge all'a. terapeutico.

Per una retta comprensione del problema dal punto di vista medico legale e morale, è necessario: conoscere le condizioni fisiologiche attraverso cui si svolge la gravidanza e il parto (v. le voci corrispondenti); le circostanze che possono viziarne i meccanismi, fino a qual punto e con quali conseguenze dannose per la madre e per il feto; quale sia in simili casi l'opera della medicina, preoccupata solo di salvare la minacciata vita della madre; condurre un esame critico diretto a mostrare quale sia la gravità reale del pericolo corso dalla madre e la presunta necessità medica della provocazione dell'a.

L'a. provocato per fini terapeutici (curativi) di cui s'interessa la medicina, ha lo scopo di riparare ai danni e ai pericoli cui la madre può andare incontro in rapporto a una gravidanza che non si svolga in maniera fisiologica.

Si distingue un triplice ordine d'indicazioni all'a. terapeutico: ginecologiche, ostetriche, mediche.

Indicazioni ginecologiche quando l'ostacolo al normale svolgimento e compimento del parto è costituito da anomalie congenite o malattie acquisite dell'apparato riproduttore della madre, particolarmente le viziature pelviche e i neoplasmi (tumori) dell'utero e degli annessi (ovaie e trombe). Le viziature pelviche, alterando la forma e le dimensioni della strettoia ossea attraverso cui deve espletarsi il parto, se di alto grado, possono rappresentare un grave impedimento all'espulsione d'un feto sviluppato a termine, donde conseguenze anche mortali per esso e per la madre. L'a., provocato in passato in un periodo precoce dello sviluppo fetale, perché la minore grandezza ne permettesse l'estrazione per le vie naturali, viene attualmente sostituito, permettendolo le condizioni d'ambiente e d'abilità tecnica del medico, da operazioni dirette ad aumentare i diametri delle vie che dovranno essere attraversate dal feto (sinfisiotomia, pubiotomia, resezioni pelviche) o volte a estrarlo direttamente dall'utero senza farlo passare dalle suddette vie (laparatomia ostetrica o taglio cesareo); così può evitarsi insieme il danno della madre e del figlio.

I neoplasmi maligni (cancri) che si sviluppino in uno degli organi che costituiscono l'apparato riproduttore della donna, particolarmente il cancro del collo dell'utero, richiedono una vasta demolizione chirurgica di tali parti che, nell'eventualità di concomitante gravidanza che non abbia ancora raggiunto almeno il centottantesimo giorno di gestazione, coinvolge il sacrificio della vita fetale (a. indiretto).

Le indicazioni ostetriche all'a. sorgono dall'anormale svolgersi della gravidanza: emorragie a ripetizione per distacchi parziali di placenta, spontanei o in seguito a tentativi d'a. criminoso; inserzioni ectopiche dell'ovulo con svolgimento di gravidanze extrauterine (particolarmente gravidanza tubarica). In questa eventualità, la madre è esposta, con il progredire della gravidanza, di solito nel secondo o terzo mese, allo scoppio dell'organo sede dell'impianto ovulare, in-
capace di seguirne lo sviluppo così come avverrebbe dell'utero; da ciò gravi emorragie interne più o meno subitanee, tali da interrompere la gravidanza e porre la madre, da un momento all'altro, in grave pericolo di vita. Soltanto un prontissimo intervento laparatonico diretto ad asportare nel suo insieme l'annesso lacerato (ovaio e tromba) con il suo contenuto fetale (il che equivale a determinare l'a. se il feto era ancor vivo) può salvare la madre da morte per anemia acuta.

Per quanto riguarda la sorte del feto nelle varie eventualità della gravidanza ectopica, va ripetuto quello che già è stato accennato al n. 1, cioè che in casi eccezionali esso può giungere al termine del suo sviluppo; è esclusa però la possibilità della sua espulsione per le vie naturali, per cui se non viene estratto per via laparatomica è condannato a morire nella sede del suo impianto. Al contrario, l'esito ordinario d'una gravidanza extrauterina è la morte del feto (a. interno) nei primi mesi della gravidanza ( 2^{0}-3^{0} ).

Per evitare il grave rischio, accertata la diagnosi, se la donna non può esser mantenuta sotto un continuo controllo per l'eventualità d'un tempestivo e rapido intervento nel caso d'improvvisa rottura della tromba e di emorragia interna, viene permessa l'asportazione preventiva della sacca gravidica, donde l'interruzione abortiva della gravidanza.

Le indicazioni mediche all'a. sono legate o a malattie di cui la donna già soffriva e che peggiorano per il sopravvenire della gravidanza, oppure a disturbi d'indole medica, a volte anche assai gravi, che riconoscono come causa un'intossicazione legata allo stato gravidico. In tal caso, la madre era o appariva sana prima della gravidanza che si dimostra fattore causale diretto dei mali sopraggiunti.

Nel primo gruppo sono comprese alcune gravi malattie nervose e mentali, la tubercolosi polmonare e laringea, le malattie cardiache; nel secondo gruppo l'iperemesi o vomito incoercibile delle gravide (v. intossicazioni gravidiche). A differenza di quanto era detto in passato, viene attualmente ammesso che nei casi del primo gruppo le statistiche dimostrano che "nel complesso si salva un numero maggiore di vite umane non interrompendo mai la gravidanza, che interrompendola" (Scremin, op. cit., p. 34), salvando così insieme l'interesse del feto e quello della madre e può sostenersi che "l'applicazione della norma etica salvi più vite umane di quante ne siano realmente salvate o risparmiate dall'a. terapeutico ", pur non potendo "negare che l'applicazione di quella norma in alcuni casi particolari richieda anche il sacrificio della vita e che il rifiuto dell'a. terapeutico da parte della gestante sia in dati casi un atto eroico" (Scremin, op. cit., pp. 35-36). Per quanto riguarda le intossicazioni gravidiche, può dirsi che nella quasi totalità dei casi queste possono esser vinte da cure medicamentose e psicoterapiche.

Bibl.: Oltre le opere cit. al n. I, vedi: O. Viana e F. Venza, L'ostetricia e la ginecologia in Italia, Milano 1933: E. Pestalozza, Il bilancio scientifico della sec. ital. di ostetricia e di ginecologia nel primo trentennio della sua attivita, Milano 1933: V. M. Palmieri, Medicina forense, Città di Castello 1947.

Giuseppe de Ninno
'ABOTH (Pirqā 'Abāth, "capitoli dei Padri»). Trattato IX del IV ordine della Mišnāh (v.), non seguito dal commento o ġémarā. Non ha relazione logica coi