volume-01

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at humanam naturam multis aliis modis reparare" (Sum. Theol., 1^{°}, q. 1, a. 2) anche per rispetto alla terra.

Inoltre si dice : chi legga la storia della creazione nel libro di Mosè o i salmi di Davide o le parole ispirate di altri scrittori sacri, rimane con l'impressione che l'uomo terrestre è il vero centro morale dell'universo intoro e che tutto il resto : il sole, la luna, il firmamento sono stati creati per l'uomo. Popolare di altri uomini gli astri sembra detronizzare l'uomo della terra e negargli l'importanza concessagli da Dio. Si deve rispondere prima di tutto che la rivelazione contenuta nella S. Scrittura non ha lo scopo di ragguagliare sulle dottrine cosmologiche e astronomiche e che perciò l'autore ispirato si adatta, parlando, alle dottrine vigenti al suo tempo. D'altra parte l'uomo terrestre, anche nell'ipotesi di milioni di altri mondi, nobilitati dalla presenza dell'uomo, non perderebbe affatto l'insigne privilegio accordatogli di essere stato innalzato ad una sublime dignità per il fatto, che il Verbo si fece uomo sulla terra e assunse la natura dell'uomo terrestre.

E finalmente si oppone che alcuni scrittori ecclesiastici non vellero neppure, in tempi passati, ammettere l'esistenza degli antipodi sulla terra; tanto meno sarebbero disposti ad ammettere altri uomini negli astri. Il fatto che alcuni scrittori ecclesiastici siano

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stati avversi alla esistenza degli antipodi, è vero; ma la ragione derivò non dalla considerazione dell'a., bensì dalla supposizione che tali uomini non sarebbero stati discendenti di Adamo. Supposizione falsa, che non aveva nessun appoggio vero nella dottrina cattolica (v. ANTIPODI).

D'altra parte, alcuni vorrebbero trovare nella S. Scrittura allusioni favorevoli all'ipotesi della a. dei mondi e si riferiscono: 1) alla parabola delle 99 pecorelle lasciate dal buon Pastore per rincorrere quella smarrita. Gesù avrebbe lasciati gli abitanti degli astri, supposti innocenti, per scendere a salvare gli abitanti terrestri, peccatori; 2) alle parole di Gesù : "Ho molte altre pecorelle che non sono di questo ovile... anche queste è necessario che io raduni " (Io, io, 16). Le "altre pecorelle " sarebbero gli abitanti degli astri, dei quali anche è re Gesù Cristo; 3) alla frase di s. Paolo: "Piacque a Dio... di riconciliare tutte le cose in lui... sia quelle che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli" (Cof. 1, 20); poiché gli angeli buoni non furono certamente riscattati da Gesù Cristo, resterebbe che la frase "quelle che stanno nei cieli" si riferirebbe all'umanità degli astri; 4) e finalmente all'inno liturgico (di Venanzio Fortunato) : "Terra, pontus, astra, mundus quo lavantur flumine!" (Inno Lustra seu qui iam peregit, per le Lodi del tempo di Passione); il sangue redentore avrebbe rigenerato non solo la terra, cioè gli abitanti terrestri, ma anche i cieli, ossia gli abitanti celesti.

A tutte queste citazioni si deve rispondere : questi, e altri simili testi, non provano nulla quanto alla questione dell'a. dei mondi; altro è il loro senso primo, secondo la dottrina della Chiesa; si può tuttavia dire con alcuni teologi, che, posta la dimostrazione scientifica della pluralità dei mondi abitati, tali testi avrebbero anche alluso in termini velati alla esistenza di questi abitatori astrali.

Concludendo : il giorno in cui la scienza riuscisse a provare che anche in altri pianeti vicini o lontani e in altre stelle vi sono esseri ragionevoli come noi, la filosofia spiegherà l'origine di quegli uomini allo stesso modo che per gli uomini terreni; ricorrendo, cioè, all'argomento della causalità, che postula un Essere creatore. E la teologia ci inviterà a magnificare ancora di più la grandezza, la bontà, la prodigalità infinita di Dio.

Bini, A. Secchi, Le soleil, Parigi 1870; C. Flammarion, La pluralité dei mondi, vers. ital., Milano 1875; A. Secchi, Le stelle, Milano 1877; T. Ortolan, Études sur la pluralité des mondes habit o 2^{°} ed., III, Parigi 1893, pp. 21-53; A. Müller, Elementi di Astronomia, V, II, Roma 1906; J. Pohle, Die Sternennelten und ihre Bewahrer, Colonia 1910; Card. P. Maffi, Nei cieli, Torino 1923; H. Pinard de la Boulleye, La persona di Gesù, Torino 1935. conf. 1: F. Denza, Le armonie dei cieli, 4^{°} ed., Firenze 1935. pp. 248 sgg; G. Donat, Cosmologia, 100 ed., Innsbruck 1936, pp. 278-83.

Celestino Testore
ABITO, ABITUDINE. - Qualità stabile, per cui un agente, indifferente ad agire secondo diverse orientazioni, acquista facilità e prontezza ad agire nell'una o nell'altra. Quando, ad es., si dice che una persona si è abituata ad una dieta determinata, ad un clima particolare, ecc., si vuol dire che, grazie all'esperimento passato, può sopportare ormai con facilità e senza sforzo ulteriore quel cibo o quel clima.

Sommation: 1. Psicologia. - 2. Fisiologia. - 3. Etica. - 4. Pedagogia. - 5. Teologia morale.

L'a. (abitudine), chiamato ε ξ is dai greci, habitus dagli scolastici, è più che la semplice disposizione ( δ id θ ∈ σ ι ς ); mentre infatti la disposizione è di per sé instabile (Sum. Theol., 1^{°}-2^{° mathrm{C}}, 9,49, mathrm{a}, mathrm{I} ), l'a. invece è una qunilté stabile, cosi che Aristotele nel De memoria, lo dice una seconda natura, dot{ω} σ π ε ρ yá ρ ψ dot{σ} σ ι ς ń δ η тó ε θ os, e Cicerone nel

De finibus, asserisce "consuetudine quasi alteram quandam naturam effici". La divisione fondamentale degli a. li distingue in entitativi e operativi. L'a. entitativo è comunemente definito come una "qualitas stabilis secundum quam subiectum bene vel male se habet in seipso": tali sarebbero la salute, l'infermità; quello operativo modifica invece variamente le potenze nel loro modo di agire. L'a. operativo si divide in soprannaturale, che trascende cioè le pure possibilità della natura (es. la grazia), e naturale; questo a sua volta può essere innato: tale, ad. es., secondo s. Tommaso, l'a. dei primi principi (Sum. Theol., 1^{°}-2^{° mathrm{C}} 9. 31, a. 1), e acquisita, nato cioè dalla ripetizione degli atti. L'a. operativo, naturale, acquisito, del quale qui unicamente si parla, viene ancora variamente suddiviso, particolarmente dai moderni psicologi, a seconda del punto di vista prospettico dal quale l'osservano. Cosi si parla comunemente di a. buoni e cattivi, attivi e passivi (Maine de Brian), generali e speciali (Egger), speculativi e pratici, intellettuali e volitivi, morali, religiosi, professionali, ecc.

L'a. può essere studiato dal punto di vista della psicologia, della fisiologia, dell'etica, della pedagogia, della teologia morale.
I. Psicologia. - a) Soggetto dell'a. - Discutono gli autori se gli animali siano capaci di acquistare a. operativi. L'opinione negativa è sostenuta non soltanto dai fautori del meccanicismo cartesiano, che nega ogni psichismo animale, ma anche da molti scolastici. In genere si ammette nei bruti soltanto la possibilità di formarsi una consuetudine ad operare in un determinato modo, la quale viene considerata come frutto di uno spontaneo perfezionarsi delle facoltà, oppure risultato dell'addestramento da parte dell'uomo. Comunque, come avvertiremo subito, la questione è legata al significato più o meno ristretto secondo cui si intende l'a.

Quanto alla possibilità per l'uomo di acquistare consuetudini operative, è opportuno premettere un principio direttivo. Poiché l'a. modifica la potenza, necessariamente esso suppone una certa durtilità nelle facoltà che quasi riplasma. Soltanto quindi le potenze che godono di una certa indifferenza sono capaci di a. in senso stretto (cf. Scoto, Opus Oxon., II, d. 3, q. 10, n. 18). Per questa ragione, concludevano gli scolastici, le potenze vegetative e sensitive non acquistano a. Pensano diversamente Pollaube e Chevalier, ma essi intendono l'a. in un senso molto più vasto di quello comunemente accettato dagli scolastici. Effettivamente, se per a. s'intende qualsiasi permanente modificazione d'ordine non soltanto psichico ma anche fisiologico, la quale determini nei principi dell'attività organica una inclinazione costante verso una data azione o serie di azioni, nulla vieta di estendere la possibilità di a. a tutte le attività vitali, comprese le sensitive e vegetative. E questo particolarmente nell'uomo dove lo sviluppo della vita organica e in specie sensitiva, non è totalmente soggetto alla necessità dell'istinto, ma in parte dipendente dalle libere determinazioni del volere.

E infatti nella volontà e nell'intelligenza, superiori principi dell'attività spirituale umana, dove le a. trovano il loro campo elettivo di formazione e di sviluppo. Ammessa la libertà ne viene di conseguenza che tutte le virtù e i vizi (che sono per definizione a. operativi buoni o cattivi) si costituiscono per determinazione o almeno sotto l'influsso della volontà. Quando la volontà si conforma ad un giudizio di valore, per questo stesso fatto si crea una tendenza a rifarsi al medesimo, e se questa conformità della volontà si produce con frequenza in relazione allo stesso oggetto, ne nasce un a. L'intelletto, poi, avendo non soltanto capacità ma anche indifferenza verso ogni genere di cognizioni, soltanto per mezzo dell'a. acquista facilità e pron-

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tezza nei determinati settori nei quali particolarmente si esercita. E l'a. che spiega il modo comune di dire : avere una mentalità, una visione individuale del mondo e delle cose; e così pure ogni specializzazione. Naturalmente, in questa acquisizione di a. l'intelletto, come le altre facoltà, subisce l'influsso del volere, il quale è così causa non soltanto degli a. propri, ma anche di quelli inerenti alle altre facoltà.
b) Le tre fasi vitali dell'a. - Psicologicamente si possono distinguere tre stadi nel decorso vitale di un a. e cioè la sua formazione, lo sviluppo, la cessazione. Gli a. si formano in forza della legge della reviviscenza degli stati psichici. "Gli stati psichici passati hanno una tendenza a riprodursi, e si riproducono di fatto nella misura in cui questa tendenza alla reviviscenza si compone con le tendenze che corrispondono allo stato di coscienza attuale" (Janet). La scolastica, piuttosto che ricercare il meccanismo psichico che induce alla ripetizione degli atti e conseguentemente all'acquisto delle consuetudini, afferma il fatto esperienziale dell'enorme importanza della ripetizione. La psicologia moderna, a sua volta, ha sottolineato un altro effetto della ripetizione e cioè il conseguimento dell'uniformità e della meccanizità esecutiva, importante principalmente quando l'a. importa la fusione degli elementi fisico e psichico (Baudin). Anche un atto isolato, come afferma s. Tommaso, può tuttavia, se sufficientemente intenso, stabilire un a. Occorre anche tener presente che il costituirsi degli a. testimonia spesso, se non sempre, di un'attitudine preesistente, molte volte ereditaria; se questa manca, non si avranno in pieno gli effetti che ordinariamente provengono dagli a. operativi, specialmente il senso di piacere che accompagna l'azione. Data la maggiore recettività e duttilità dell'uomo nel periodo evolutivo, si deve arguire, e l'esperienza lo conferma, che tale stadio è il più atto al formarsi degli a.

Per l'incremento dell'a. valgono, parzialmente, le leggi che regolano l'apprendimento, cosi che le prime ripetizioni hanno maggior valore fissativo, valore che gradatamente sminuisce fino allo stabilirsi di una specie di saturazione che produce uniformità e rende impossibile ogni ulteriore perfezionamento nell'agire. Tra i fattori psichici il cui influsso è evidente nel consolidamento degli a. sono importanti l'attenzione, la costanza e la tensione del volere (De Sanctis, Ferrari); su di essi emerge per primato di efficacia l'interesse, perché costituisce il motore che li alimenta. L'interesse è considerato qui in una significazione e comprensione generalissima, cosicché, analizzando l'affermarsi di una qualunque consuetudine, ne troveremo sempre l'intima ragione nel soddisfacimento di un interesse del soggetto. Le condizioni fisiologiche assumono una parte notevole quali coefficienti dello sviluppo degli a. che si esercitano mediante i sensi. Attraverso le ripetizioni si viene infatti a superare gradatamente la resistenza dell'organismo e si ottiene una più perfetta coordinazione dei movimenti, la quale si traduce in relativo automatismo fisiologico.

La diminuzione o la cessazione di una qualunque di queste condizioni fisiche e psichiche e il formarsi di abitudini contrarie, provocano il rilassamento dell'a. (Sum. Theol., mathbf{I}^{2-2^{20}}, q. 53, a.3). Cessando la ripetizione degli atti, si attenua l'adattamento funzionale prodotto dall'iterarsi delle medesime azioni, e parimenti le tendenze e i bisogni generali degli a. si fanno sempre meno tirannici. Pedagogicamente, al riguardo, non dev'essere sottovalutato l'influsso della volontà, che può subitamente troncare consuetudini inveterate, come è dimostrato nelle repentine e durature conversioni. Come legge generale, tuttavia, può enunciarsi ed essere accettato il principio seguente:
l'affievolirsi o l'esaurirsi di un a. è in ragione inversa della sua vitalità e durata, cosicché le più recenti e meno dominanti sono anche più facilmente superabili. A parità di condizioni, gli a. dell'infanzia sopravvivono a quelli dell'età matura. La medicina moderna ha costituito tutta una terapeutica per curare gli a. dannosi alla salute come l'alcoolismo, il tabagismo, la morfinomania e simili. Accenniamo soltanto a quelle tra le cure che incontrano più largo favore e cioè l'ipnotismo, la suggestione, la psicoanalisi.
c) Effetti dell'a. - S. Tommaso (Quaest. disp. de virtut. in communi, q. unica, a. 1, c), trattando della necessità degli a., cosi ne compendia gli effetti : 1) si ottiene per essi uniformità nell'agire; 2) l'a. produce un'azione perfetta e spedita; 3) quest'azione verrà compiuta con diletto.

Gli autori moderni, specialmente gli psicologi, hanno trattato diffusamente degli effetti dell'a., ed è interessante constatare come la sua importanza venga sempre più accentuato. Maher asserisce che il carattere è la somma di tutti gli a. morali, ed è certo che la personalità individuale è forgiata e si palesa massimamente attraverso gli atti consuetudinari. Inoltre, nella vita psichica l'a. è un eminente fattore di conservazione e di progresso. Senza di esso saremmo incapaci di apprendere stabilmente, mentre invece per suo mezzo ogni azione sopravvive in noi sotto forma di tendenza, cosicché il passato è compendiato nel presente. Questa stessa azione conservativa è pure strumento di progresso. L'attività volontaria, dal momento che gli atti diventano consuetudinari, resta libera di fissarsi su altri oggetti, poiché l'attenzione è ormai in gran parte superflua. E vero che la stabilità e la facilità meccanizzano un poco l'agire umano perché importano una diminuzione della coscienza, ma non eliminano per questo la consapevolezza psicologica e quindi la volontarietà. Del resto il difetto è ampiamente compensato dalla rapidità e precisione che si accompagnano all'a.

Gli effetti dell'a. si riscontrano pure nella vita morale e sociale nello stesso senso di conservazione e di progresso (Peilloube). Ogni atto virtuoso lascia una traccia di virtù, che per legge di associazione diventa una facilitazione per la riproduzione. Logicamente questo si avvera pure per gli atti cattivi, ma non con la stessa intensità, perché alle inclinazioni e passioni della natura, fanno argine la grazia e le leggi naturale e positiva. Poiché poi la comunità non è che moltiplicazione di individui, è naturale il contributo dell'a. nella formazione del costume sociale. In quanto agente conservativo, per semplice legge d'inersia mantiene i limiti dell'ordine e le caratteristiche sia familiari che nazionali, onde non è errato dire che un popolo è guidato almeno altrettanto dai suoi morti che dai suoi vivi. L'effetto progressista poi degli a. nella vita sociale è determinato dal fatto che le idee, una volta acquisite e divenute patrimonio comune, permettono lo slancio verso nuove conquiste.

Bibl.: S. Tommaso, Sum. Theol., 17-20, qq. 49-55; Scoto, Opus Oxon., I, d. 17, qq. 2 e 3; III, d. 34, n. 8; IV, d. 45, q. 1; L. Morgan, Habit and Instinct, Londra 1898; W. James, Psicologia, trad. ital., ²² ed., Milano 1905; F. Ravassano, L'obitudine, trad. ital., Roma 1917; J. Chevalier, L'habitude, Parigi 1929; E. Baudin, Cours de Psychologie, 7 ed., Parigi 1931; trad. it., Firenze 1948; E. Peilloube, Caractère et personnalité, Parigi 1935; F. Guillaume, La formation des habitudes, Parigi 1936; G. Olivieri, Psicologia delle abitudini, Milano 1937. Felicissimo Tinivella
2. Psicologia. - La ripetizione costante degli atti, come già fu notato, deposita e cristallizza in noi, sia nei riguardi della nostra coscienza psicologica che del nostro organismo fisico, una maggiore facilità e addirittura il bisogno di compiere di nuovo l'atto in questione. Si sviluppa in tal guisa in noi una disposizione che finisce col divenire stabile, quasi immedesimandosi alla nostra natura sotto forma di a. Come i fatti di conoscenza rimangono nostro patrimonio sotto forma di ricordi nella fantasia e nella memoria, lasciando

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d'altra parte, in virtù della particolare natura mista del soggetto che li vive, tracce durature negli organi che costituiscono il nostro sistema nervoso, particolarmente encefalico (v. memoria), cosi avviene di tutte le nostre azioni, dalle più insignificanti o rare alle più importanti anche per la nostra vita di relazione, particolarmente se ripetute di frequente: "l'azione può fissare in a. la nostra energia" (G. Payot, op. cit., p. 187).
La questione dell'a. e dell'abitudine deve esser studiata, oltre che dal punto di vista della psicologia, anche da quello della medicina (biologia, neurofisiologia, neuropatologia).

Infatti una conoscenza più profonda del problema e del meccanismo del suddetto fenomeno può solo aversi studiando l'organizzazione e la funzione del sistema nervoso, particolarmente del centrale. Posto il principio che "quando anima e corpo sono uniti, i rapporti che hanno tra loro non sono estrinseci e superficiali, ma intimi e profondi" (A. Zacchi, op. cit., I, p. 441), già a priori dobbiamo ammettere nel fenomeno psicologico dell'a. e dell'abitudine una diretta, intrinseca compartecipazione strumentale dell'organismo fisico, in particolare del sistema nervoso. E, infatti, la fisiologia e la clinica ci fanno vedere la realtà di tale correlazione psico-somatica, dimostrandoci l'esistenza di particolari zone corticali e sottocorticali in cui è possibile localizzare il meccanismo senso-motorio di molti "atti simbolici " istintivi o non istintivi, ma automatizzatisi in forza di una continua ripetizione (correlazione tra pensiero o parola e mimica; atteggiamenti particolari d'investigazione, difesa; deambulazione; scrittura; abilità manuali, ecc.). La progressiva facilitazione che si sviluppa in rapporto all'abitudinarietà degli atti e che può giungere fino a un vero automatismo, è appunto collegata a mielinizzazione di fibre nervose, affiancamento di neuroni in gruppi sinergici, associazioni di centri in complessi coordinati, spostamento di funzioni dalla corteccia cerebrale alle zone sottocorticali (v. extrapiramidale, sistema). In questo ordine di fenomeni, basta pensare, ad es., al camminare, acquisito cosi faticosamente agli inizi della nostra vita di relazione per mezzo della costante ripetizione di determinati atteggiamenti e atti da prima sorretti e guidati dalla volontà, poi gradatamente passanti nel dominio della subcoscienza e dell'automaticità; il divenire automatico e abitudinario d'alcune particolari abilità professionali acquisite nel lavoro manuale dei più fini artigianati; il meraviglioso automatismo dei movimenti delle dita del pianista che può giungere a suonare i più difficili pezzi, conversando con le persone che gli sono vicine.

Possiamo quindi ammettere che ogni forma di allenamento abitudinario, dai più bassi organici a quelli più elevati nel campo delle nostre attività d'ordine psicologico, sia sempre un fenomeno di natura mista, fisio-psicologico, come ci dimostra l'osservazione del loro modificarsi o addirittura perdersi in rapporto a danneggiamento organico o funzionale del sistema nervoso (intossicazione, stanchezza, ecc.) o in rapporto a particolari stati passionali negativi dell'individuo (dolore, disperazione, paura, ecc.). (v. passioni).

BibL: G. Payot. L'educazione della volontà. Palermo 1907; A. Zacchi, L'uomo, Roma 1921; U. Cerletti. Malattie nervose e mentali, Roma 1946.

Giuseppe de Ninno
3. Etica. - Il principio sopra enunziato che l'a., se pure attenua, non toglie di per sé la libertà dell'atto umano, ha importanti riflessi nel campo etico, in rapporto principalmente al grado di imputabilità, e quindi di merito o demerito, inerente alle azioni
poste sotto l'influsso di una buona o cattiva a. Normalmente dunque l'a. morale non raggiunge un carattere di automatismo talmente forte da compromettere, con la libertà, la moralità essenziale immediata dell'atto; tuttavia è certo che, in un grado più o meno intenso, essa la riduce. Il valore etico dell'atto va allora giudicato in base al principio della moralità mediata, dipendente dalla volontarietà indiretta e causale.

E certo che un'a. contratta inconsciamente - e lo stesso deve dirsi di ogni disposizione psico-fisiologica puramente naturale e involontaria - non modifica né in senso positivo né in senso negativo la moralità attuale dell'atto, il quale avrà quel valore etico conferitogli dal grado di avvertenza e libertà con cui viene effettivamente compiuto. L'a. inconscia e involontaria (s'intende, tale può essere anche solo riguardo al carattere morale del suo oggetto), finché resta tale, può considerarsi per rapporto all'atto umano e nella misura in cui su di esso influisce, allo stesso modo dell'ignoranza incolpevole. Ben diversamente deve dirsi dell'a. contrasta con piena coscienza (quanto si suo carattere morale) e deliberatamente. Allora anche le conseguenze di detta a. sono in certo qual modo previste e volute almeno nella loro causa: il valore etico che investe il sorgere e il formarsi dell'a. si riversa cosi di riflesso su tutti gli atti su cui l'a. stessa farà sentire il suo influsso o il suo impero. Trattandosi di un'a. buona (virtù), conquistata sovente con intenso e diuturno sforzo morale, gli atti, divenuti poi spontanei e quasi naturali, avranno lo stesso valore, la stessa dignità umana, lo stesso merito che accompagnò il faticoso formarsi dell'a. Analogamente, trattandosi di a. cattiva (vizio), gli atti che ne derivano avranno la stessa piena responsabilità dell'a., fino a che non intervenga un atto libero della volontà che efficacemente rinnoghi, con un ritorno morale, l'a. stessa : efficacemente, ossia con un sincero rifiuto dell'animo e insieme con l'uso pratico dei mezzi che si impongono per la graduale distruzione dell'a. Quando quest'azione del volere interviene, è rotto il vincolo di responsabilità che legava l'atto all'a., e il suo valore etico verrà allora determinato unicamente dal grado di avvertenza e deliberazione con cui è attualmente compiuto. Praticamente non occorre avvertire che, oltre ai due cosi estremi analizzati, la responsabilità delle a. e quindi degli atti che ne derivano, ammette gradi infiniti, secondo il variare e l'intrecciarsi dei molteplici fattori che vi concorrono oltre il libero volere, quali il temperamento, l'educazione, il grado di cultura individuale e le altre innumeri circostanze dell'ambiente educativo-sociale.

Per rapporto alla vita morale occorre infine rilevare il forte valore negativo che le a. cattive, ove non vengano contrastate, esercitano, a lungo andare, sulla rettitudine stessa della coscienza morale (v. coscienza). Per quel legame che stringe in unità la vita spirituale dell'uomo, le deviazioni nel campo etico, fissatesi con lunghe a., finiscono col riflettersi sulla ragion pratica, determinando il graduale oscuramento, fin quasi, talora, alla estinzione, almeno parziale, della coscienza morale (v. VIRTÙ; vIZIO; VOLONTÀ).

Bim.: Aristotele, Eth. Nicom., specialmente II e VI: M. D. Roland-Gosselin, L'habitude. Parigi 1920; H. Renard. The Habit in the System of St. Thomas. in Gregorianum. 29 (1948), pp. 87-117.

Ugo Viglino
4. Pedagogia. - Le osservazioni psicologiche e fisiologiche precedenti suggeriscono le più utili applicazioni nel campo della pedagogia. Le restringiamo nei punti seguenti : a) Il primo dovere dell'educatore è di arricchire i suoi alunni di un complesso di a.,

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che siano utili alla vita. Il bambino e il fanciullo, gradatamente, possono acquistare determinate a. della vita fisica (pratica delle norme igieniche, freno alla ghiottoneria, sentimento del proprio decoro, regole del galateo); della vita intellettuale (attenzione, riflessione, applicazione allo studio) ; della vita volitiva e morale (pratica del dovere, coraggio nel superare le difficoltà, ardimento, vittoria sull'inerzia). b) Si deve riflettere che il bambino possiede una grandissima capacità di adattamento, per cui contrae le a. con somma facilità; è materia estremamente plastica. Perciò le a. contratte nell'infanzia hanno radici più forti e più durevoli. Donde la vigilanza a che non si contraggano a. cattive o disordinate, perché difficilmente si sradicheranno nell'età adulta; e la cura che se ne contraggano molte, buone e utili. c) Si devono trasformare le a., a poco a poco, in atti coscienti, di modo che il fanciullo e il giovane comprendano sempre meglio che le debbono mantenere, conoscerne e apprezzarne sempre meglio il valore morale e formativo. d) Non si deve tollerare nessuna eccezione prima che l'a. sia ben radicata; in altre parole, il processo di formazione dell'a. dev'essere costante : se un gomitolo in formazione cade a terra, perde molti più giri di filo, di quanti se ne facciano nello stesso spazio di tempo. e) Con l'avvertenza, però, di non diventare schiavi dell'a. e di sapersene svincolare quando vi sia un motivo conveniente o si dia in eccessi. L'a. della parsimonia può degenerare in avarizia; l'a. dell'ordine nelle proprie azioni ci può far diventare sgarbati, quando dovessimo interrompere o capovolgere l'ordine per incidenti sopraggiunti. f) Cogliere sempre la prima occasione che si presenta per agire conforme alla deliberazione presa. Tergiversare, procrastinare rende sempre più difficile il passaggio all'azione. g) Formare nei fanciulli l'a. allo sforzo volontario. Nessun giorno dovrebbe passare senza qualche sacrificio volontario impostosi da sè: sacrificio non straordinario; basta il superamento di una seccatura; ciò è sufficiente a mantenere allenati i poteri inibitori e volitivi per resistere alle passioni. Del resto questo è appunto il vero spirito cristiano : "vincere se stessi». h) Ogni a. non è termine di arrivo, ma punto di partenza per l'acquisto di a. nuove. Quindi la cura di rendere sempre più spontanei il maggior numero possibile dei nostri atti abituali. In questo modo le energie superiori della nostra mente diventeranno sempre più libere e più facilmente riusciranno a compiere il loro ufficio.

BibL.: W. James, Principles of Psychology, Londra 1890; J. de la Vaissière, Psicologia pedagogica. Il fanciullo, l'adolescente, il giovane, trad. ital., Roma 1921 (con ampia bibliografia); F. W. Förster, Il Vangelo della vita, Scuola e carattere. Educazione ed Auto-educazione, L'anima della gioventù, L'istruzione etica della gioventù, Torino, più volte ristampate; F. Guillaume, La formation des habitudes, Parigi 1936; A. Gemelli e A. Sildauskette, La psicologia dell'età evolutiva, Milano 1942; C. Lagajean, Comment combattre les mauvaises habitudes, Avignone 1946. Cf. anche le opere citate sopra, nello svolgimento della parte psicologica. Celestino Testuro
5. Teologia morale. - Le questioni riguardanti l'a. interessano anche la teologia morale, particolarmente in rapporto al sacramento della penitenza (v.). E infatti evidente che l'a. nel peccato, e più ancora, la ricaduta nell'a. (da quasi due secoli i moralisti distinguono cosi l'abitudinario dal recidivo) determinano uno stato particolare nel penitente il quale esige speciali condizioni per una fruttuosa amministrazione del sacramento.

Circa l'assoluzione degli abitudinari affermano generalmente i moralisti : "Possono essere assolti ogni volta che si mostrano veramente e sinceramente di-
sposti a usare i mezzi necessari per vincere la loro a. n. Fra i mezzi, alcuni sono generali, quali la preghiera, la meditazione, il ricordo della presenza di Dio, la fuga delle occasioni, l'uso frequente dei sacramenti; altri particolari, e cioè quelli opposti direttamente all'a. Colui che rifinti di usare dei mezzi necessari per correggersi, non può regolarmente essere assolto, essendo mal disposto in quanto conserva attaccamento alla propria cattiva a. Ma se il rifiuto non riguarda altro che certi mezzi che gli vengono suggeriti e che egli non crede necessari, pronto a ricorrere ad altri, egli non cesserebbe di essere disposto, e potrebbe essere assolto e lasciato per un certo tempo in buona fede, sebbene questi altri mezzi sembrassero meno efficaci a giudizio del confessore.

E obbligato il penitente ad accusare le sue cattive a.? Fra le proposizioni condannate da Innocenzo XI, con decreto del 2 marzo 1679 , la 58^{2} dice: Non tenemur confessario interroganti fateri peccati alicuius consuetudinem; quindi, nel caso che il penitente venga appositamente interrogato dal confessore circa la sua a., egli deve sinceramente rispondere: all'infuori di questo caso, non sembra che il penitente debba accusarsene. L'a. infatti può essere una circostanza che aggrava il peccato, ma non ne cambia la specie; ora, secondo il Concilio di Trento (sess. XIV, cap. V e can. 7) si è tenuti a confessare soltanto il numero e la specie dei peccati mortali (v. BECIDIVITÀ).

BibL.: T. Orsdon, Habituiln noutralien, in DThC, VI, coll. 2016-17; id., Habitudinaires, ibid., coll. 2019-26; E. Génicord, Salsmans, Institutiones Theologiae Moralis, I, 16a ed., Bruxelles 1946, n. 23; A. Piscetta-A. Gennaro, Elementa Theol. Moralis, V, ⁴ᵃ ed., Torino 1939, nn. 867-71. Adamo Pucci

ABITO ECCLESIASTICO. - Vestito portato ordinariamente dal clero secolare e regolare; da distinguere dalle vesti (v.) liturgiche, che i ministri del culto indossano durante le funzioni sacre. Nei primi secoli l'a. ecclesiastico non si distingueva in nulla, né per la forma né per il colore, dal vestito dei laici. Ma quando, a partire dal sec. v, cominciarono a diventare di moda per i laici gli abiti corti, introdotti dai barbari, i concili li proibirono agli ecclesiastici e prescrissero che questi portassero sempre vestiti lunghi, chiusi, senza ornamenti superflui, di colore non chiassoso, ma piuttosto oscuro : «Humilitatem, quam corde gestant,... habitu demonstrent» (Conc. di Aix-la-Chapelle dell'816, can. 124; cf. anche Conc. germanico del 742, can. 7). Però nessuna norma universale fu emanata in proposito fino al IV Concilio Lateranense (1215) e al Concilio di Verona (1312), che vietarono ai chierici alcune forme e colori di abiti (riprodotti nel Corpus Iuris Canonici : cfr. c. 15, X, III, 1; c. 2, III, 1, in Clem.). Il colore nero, importato dai Benedettini, non divenne obbligatorio che nel sec. xv e più nel sec. xvi, sotto l'influenza di a. Carlo Borromeo e del Concilio di Trento. Il quale comminò pene contro i chierici che non portassero abito appropriato, rimettendo agli ordinari e alle consuetudini ulteriori determinazioni (sess. XIV, de ref., cap. 6). Sisto V (cout. Cum sacrosanctam, 9 genn. 1589) prescrisse per tutti i chierici l'abito talare; ma leggi particolari e consuetudini locali hanno in molte regioni determinato forme diverse.

L'a. ecclesiastico si chiama "sottana", perché si deve indossare sotto i paramenti sacri. E, ora, nero per i sacerdoti; violaceo per i vescovi; rosso per i cardinali (da Paolo II, 1464-71); bianco per il Papa.

Il Codice di diritto canonico impone ai chierici di indossare sempre un conveniente a. ecclesiastico, della foggia stabilita dalle leggi o consuetudini locali (can. 136),

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Abito ecclesiastico - Veste talare piana con ferraiolo.
dovendo però in ogni caso essere talare l'a. del sacerdote quando celebra la Messa (can. 811, § 1); e si religiosi di indossare l'a. proprio di ciascuna religione, salvo autorizzazione del superiore (can. 596). Vieta inoltre a chiunque altro di indossare l'a. ecclesiastico o religioso (can. 492, § 3 e 683); il quale neanche può essere usato dai chierici ridotti allo stato laicale (can. 213, § 1), e da quelli a cui l'uso ne sia stato vietato in pena di qualche delitto (cann. 2300, 2304, 2305), e inoltre, per l'a. religioso, dai religiosi csclaustrati o secolarizzati (cann. 639-640).

Gravi sanzioni canoniche esistono contro i chierici che abusivamente non indossino l'a. ecclesiastico prescritto (cann. 136 § 3, 188, n. 7, 2379); dal che giustamente si deduce che trattasi di disposizioni che producono una obbligazione morale grave, quantunque, come è ovvio, possano esservi delle ragioni plausibili che consentano loro di vestire altrimenti, come, ad esempio, uno stato di persecuzione, o un viaggio in regione di diverso costume.

L'art. 498 del Cod. penale italiano, riproducendo sostanzialmente (ma, secondo l'interpretazione più comune, estendendola anche alle chiese acattoliche) la disposizione
dell'art. 29 i del Concordato, punisce con la multa da lire 1000 a 10.000 (ora da moltiplicare per otto) chiunque indossa abusivamente in pubblico l'a. ecclesiastico. Sebbene, in base al Concordato, per l'applicabilità di tale pena ai chierici o ai religiosi privati dell'uso dell'a., occorresse che il provvedimento di privazione fosse stato notificato all'autorità civile, ora tale notificazione non sembra più necessaria, dato che il Codice penale non ne fa menzione. - Vedi Tav. VI.

Bres. : J. B. Sagmüller, Lehrbuch des katholischen Kirchenrechts, I, ⁴ᵃ ed., Friburgo in Br. 1922, pp. 281-64 (con abbondanti indicazioni di fonti e di bibliografia); L. Cristiani, Etcui sur les origines du costume ecclésiastique, in Orientalia christ. period. 13 (1947), pp. 69-80.

Pio Ciprotti

ABITUALE, GRAZIA: v. GRAZIA.
ABITUALITA : v. delitto.
ABIU (ebr. 'Ablluï = mio padre è Egli»; Settanta: 'Aßıvó8). - Secondogenito di Aronne (Ex. 6, 23), segui Mosè sul Sinai con Aronne e i 70 anziani (Ex. 24, 1-9). A. e i suoi tre fratelli sono i primi sacerdoti israeliti. Mentre assistevano il padre Aronne sommo sacerdote nei primi sacrifici, nell'ottavo giorno della sua e loro consacrazione (Lev. 8-9), A. e il fratello Nadab posero nel turibolo, per offrire l'incenso al Signore, del fuoco "estraneo" o profano, non tolto cioè dall'altare, come era prescritto (Ex. 30, 9). Fulminati per tale sacrilegio dal "fuoco di Jahweh" (uscito probabilmente dal Santo dei Santi), furono sepolti fuori dell'attendamento, con le loro vesti di lino. Mentre Aronne taceva, Mosè rilevò il terribile monito (Lev. 10, 1-5). Fu concesso al popolo, ma non ai sacerdoti, di partecipare alla sepoltura e di portare il lutto. Francesco Spadafora

ABIURA. - Ritrattazione dell'errore in materia di fede. Nel latino classico e nella bassa latinità (cf. Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis, Parigi 1840), i termini abiurare e abiuratio furono usati nel senso proprio di negare con giuramento: ab-iurare. Nel linguaggio odierno significa rinuncia o ritrattazione di un'idea o di una dottrina e, nel linguaggio giuridico ecclesiastico, ritrattazione dell'errore da parte di un acattolico per poter essere ammesso o riammesso nella comunione della Chiesa.

La vigente disciplina canonica impone un formale atto di a. a tutti coloro che, dopo essersi macchiati, in foro esterno, del delitto di apostasia, eresia o scisma, desiderino venire riammessi nella comunione dei fedeli (CIC, can. 2314, § 2) ed all'uso dei sacramenti (can. 731, § 2). La ragione è che quando l'eresia, lo scisma o l'apostasia hanno carattere pubblico, sono di scandalo agli altri, e lo scandalo esige una adeguata riparazione; mentre se non appariscono esteriormente, bastano il pentimento e la confessione.

1. Soggetto dell'a. - L'a. è imposta soltanto agli adulti, perché solo gli adulti sono stimati capaci di aver dato all'errore un'adesione piena e vera. I fanciulli e gli impuberi, prima di ricevere il battesimo, fanno soltanto una professione di fede alla presenza di testimoni (S. Uffizio, 8 marzo 1882). E questi adulti devono essere cristiani. Per i pagani, i maometrani, gli ebrei, che desiderano entrare nella Chiesa cattolica basta il battesimo. Ora i casi nei quali al cristiano adulto si domanda l'a. sono due: o si tratta di un cattolico che è diventato pubblicamente eretico, scismatico o apostata (passando al giudaismo o al protestantesimo, o ad una Chiesa dissidente, ecc.) oppure di un cristiano non cattolico, battezzato cioè nell'eresia o nello scisma, che vuole convertirsi al cattoliciamo. Nel primo caso, poiché il colpevole è incorso ipso facto nella scomunica (CIC, can. 2314, § 1), si segue questo processo: a., quindi assoluzione dalla scomunica in

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Abiura - A. di Enrico II' de Francia in presenza del card. Alessandro de' Medici (1596). Particolare del monumento dell'Algardi a Leone XI (1643-50) - Basilica di S. Pietro in Vaticano.
foro esterno, e per conseguenza anche in foro interno (can. 2251); infine il colpevole potrà domandare l'assoluzione sacramentale del suo peccato a qualsiasi confessore (can. 2314, §2). Nel secondo caso: a) se il convertito ha ricevuto un battesimo certamente invalido, non c'è bisogno di a., basta amministrare il battesimo; b) se il battesimo è certamente valido, si segue il proresso seguente: a., assoluzione dalla censura in foro esterno, confessione sacramentale; c) se il battesimo è dubbio, si ha invece: a., battesimo sotto condizione, confessione sacramentale, assoluzione sotto condizione.
2. Cerimonie e formola dell'a. - L'a. può essere ricevuta soltanto dall'Ordinario del luogo (escluso il vicario generale sprovvisto di mandato speciale) o da un suo delegato caso per caso. E deve essere fatta alla presenza di almeno due testimoni (can. 2314, §2). Il rito da seguire, le formalità e precauzioni sono esposte nel Pontificale romano (Par. III, tit. Ordo ad reconciliandum apostatam, schismaticum vel haereticum) e in alcuni documenti del S. Uffizio, tra cui ricorderemo quelli del 20 luglio 1859, del 28 marzo 1900, del 19 febbr. 1916. A dette formalità e precauzioni si riferisce l'inciso "aliisque servatis de iure servandis" del citato can. 2314, §2. Alcune formole furono approvate dal S. Uffizio nel 1925, 1933, 1936 rispettivamente per i dissidenti (e particolarmente per i Russi) e per i protestanti. L'Ordinario del luogo, d'altronde, resta libero di prescrivere una formola anche più breve.

Anche per gli infedeli (pagani, ebrei, musulmani) si trovano formole di a. (cf. Rituale Romanum, tit. II, cap. Iv: Ordo baptismi adultorum), ma evidentemente non si tratta di a. in senso proprio.

Bibl.: F. Deshayes, Abjuration, in DThC, I, coll. 74-76; E. Magnin, Abjuration, in DDC, I, coll. 76-92; T. Slater, Sacramental Ministration to non-Chatholics, in The Ecclesiastical Review, (1921, 1), pp. 225-60; A. Vermeersch, Practica diagolalite de sacramentis conferendis vel negandis acatholice, in Periodica de re morali, canonica, liturgica, 18 (1929), pp. 97-148; N. Papafava dei Carraresi, Ad can. 2314 quaestio
quaedam circa hueresim, in Jus Pontificium, " (1031), pp. 5223; F. Bohm, Taufe und Absolution von der Hueresie bei Konversionen, in Theologische prohtische Quartalschrift, (Lins. 1933), pp. 382-790.

Agatangelo da Langasco
ABLEGATO. - Si indica con questo nome un ecclesiastico destinato dal Pontefice a compiere particolari missioni come: 1) recare ai sovrani le fasce benedette per i neonati principi creditari; 2) consegnare le insegne dello stocco e del berrettone benedetti ai nuovi sovrani o a condottieri di eserciti che si siano resi benemeriti della Chiesa in difesa della religione; 3) portare la berretta cardinalizia a nuovi cardinali assenti da Roma; 4) recare la rosa (v.) d'oro a principesse o ad altri personaggi segnalatisi per servizi resi alla Chiesa, oppure a santuari insigni ed a chiese cattedrali. Per quest'ultima cerimonia, oggi rara, si designano solitamente i nunzi o vescovi, accompagnati da un principe scelto tra i due delegati quali latori della rosa d'oro, e appartenenti l'uno alla famiglia Barberini, l'altro alla famiglia Lancellotti.

Più frequente, e pressoché unico ufficio degli a. è, al presente, la consegna della berretta cardinalizia. Quando viene creato cardinale un nunzio apostolico in funzione, il Pontefice gli invia la berretta rossa a mezzo dell'a., che è, o diviene in questa occasione, cameriere segreto. Particolarmente officiato a tale missione sarebbe il cameriere segreto partecipante, che ha appunto il titolo di Nuntius; ma il Pontefice può incaricare altre persone ed anche, eccezionalmente, un laico.

Bibl.: E. Fournier, s. v. in DDC, I, coll. 94-96.
Vittorio Bartoccetti
ABLUZIONE (lat. ab-luo, gr. ε ε σ-λ σ ω̂ ω = porto via lavando % ). - L'a. è un rito diretto a mettere un individuo o un gruppo in stato di purità rituale nei riguardi della divinità o di una persona, di un oggetto, di un luogo investiti di sacralità. Prima del contatto con ciò che è sacro l'a. serve ad asportare l'immondizia accumulata nella persona; dopo serve a liquidare il contatto con il "sacro" e a riportare l'individuo nella condizione normale. Essa si distingue dalla purifica-

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FRAMMENTI DEL CIPPO CON ISCRIZIONE DEL VESCOVO ABERCIO (fine ecc. it) Museo Cristiano Lateranense.

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(pst. Palos)
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zione (v.) che vuole detergere un miasma fisico o morale, e dalla lustrazione che ha carattere espiatorio collettivo.
i. Nelle religioni non cristiane. - L'a. si fa specialmente con l'acqua o per immersione o per infusione com'e documentato dal rituale di tutte le religioni. L'acqua corrente, specialmente dei fiumi, è quanto mai opportuna ad asportare le impurità. Di qui le frequentissime a. degli Indù nel Gange e la loro preoccupazione di morire nelle sue onde o sulle sue rive o almeno con il pensiero volto al fiume sacro; nello shintoismo il lavaggio delle mani e della bocca prima di entrare nel tempio a pregare; nell'islamismo le a. prima della preghiera, della lettura del Corano, o prima di toccare una copia di esso, per liberarsi da impurità sorte dal normale funzionamento del corpo. Ma non sono esclusi altri mezzi, come la sabbia del deserto per i musulmani, che sono lontani da una fonte (Corano 4, 46; 5, 9), l'orina di bue per gli antichi Persiani e per i moderni Indù.

L'a., dunque, come rito religioso non ha uno scopo igienico nel senso moderno; essa è diretta a detergere la sporcizia, in quanto questa quasi deteriora e sciupa la condizione della persona o della cosa, che dal lavacro esce rigenerata a nuova vita, ed è considerata possibile ricettacolo di miasmi che importa allontanare; come si vede dall'uso dei Greci (Eschilo, Cueph. 95) di volgere indietro gli occhi nel gittare il recipiente delle immondizie e dall'uso delle vestali romane di gittare dal clivo capitolino (Varrone, De lingua lat., VI, 32) o nel Tevere la spazzatura del tempio di Vesta (Ovidio, Fast., VI, 228. 713).

BibL.: Van den Leeuw, Einfübrung in die Phänomenologie der Religion, Tubinga 1933, p. 320 seg. Nicola 'Turchi
2. Etnologia. - A. a sfondo religioso, o almeno rituale, si trovano presso i primitivi e presso popoli progrediti in diverse forme, con diverse materie, e sotto diversi significati. E raro però rinvenirne tra i popoli culturalmente più antichi, alcuni dei quali recitano al mattino le loro preghiere al Creatore lavandosi il volto: in questo caso l'a. non ha carattere religioso, ma costituisce solo una preparazione alla preghiera. Un certo aspetto rituale hanno, invece, le lavande che altri popoli dello stesso livello culturale praticano al primo manifestarsi della pubertà e si accompagnano con insegnamenti etici, spesso uniti a richiami alla volontà del Creatore; e però siamo qui in presenza di un substrato religioso.

In culture più recenti, sempre presso i popoli primitivi, appaiono a. religiose, o almeno rituali, con diversi significati. A., certo rituali, nel mare o nei fiumi, si notano in quasi tutte le cerimonie di iniziazione della gioventù; ma oscuro ne resta lo scopo. Un tipo particolare di a. è quello che si manifesta quasi esclusivamente nell'iniaiazione della gioventù femminile, allorquando la madre versa birra (Africa) o "chicha" (America) sul corpo della figliuola, come augurio di ogni felicità e, forse anche, di numerosa prole.

Altre a. si fanno con medicine o con sangue al fine di guarire malattie, o di difendersi da ogni sorta di funesti influssi. Lo stesso scopo ci si sforza di raggiungere con unzioni, aspersioni e simili. Ci sono, finalmente, a. volte a rimuovere impurità sia materiali, sia morali, sia immaginarie, spontaneamente provenienti da stati o fasi importanti dell'esistenza, come pubertà, matrimonio, parto, vedovanza, passaggio a nuove nozze ecc., ovvero contratte da contatto con cose impure (cadaveri), o derivanti da forze occulte cattive, o da responsabilità morali.

Bibl.: P. D. Chantepie de la Saussaye, Lehrbuch der Religionsgeschichte, ⁴² ed., Tubinga 1925; R. H. Codrington, The Me-
lonesians, Oxford 1891; J. A. Dubois, Mours, institutions et cérémonies des Peuples de l'Inde, nuova ed., Pondichéry 1921; H. A. Junod, The Life of a South-African Tribe, 2^{°} ed., Londra 1927: W. Schmidt, Der Ursprung der Gasteridee, 6 voll., Münster 1926-40: L. von Schroeder, Aricche Religion, Lipsia 1923: G. Woblbermin, Das Wesen der Religion, Lipsia 1923. Per la presa di posizione della Chiesa di fronte alle a. superstizione in India cf. il decreto di Benedetto XIV del 12 sett. 1744, Dubio 14, in Collectanea S. Congreg. de Propaganda Fide, Roma 1907.

Michele Schulien
3. Nella Liturgia. - In molte regioni dell'Occidente era uso, nel medioevo, di lavarsi la testa durante la funzione della domenica delle Palme (Capitilavium), forse come ultimo residuo del bagno che i catecumeni facevano prima del battesimo nella Settimana santa. Secondo l'esempio dei pagani e dei giudei, anche i primi cristiani, prima di entrare in chiesa, si lavavano le mani nella fontana (cantharus) posta nell'atrio, perché dovevano ricevere in mano l'Eucaristia per comunicarsi poi da se stessi. Così facevano pure i sacerdoti. Ultimo vestigio di quest'uso è rimasto l'a. delle mani o delle dita, che i sacerdoti fanno, recitando una preghiera adatta, prima di indossare i paramenti sacri, e per i fedeli l'acqua benedetta all'ingresso del tempio. Un'altra lavanda delle mani, nella Messa, era, all'Offeritorio, dovuta al bisogno del sacerdote di lavarsi le mani dopo aver ricevuta dai fedeli l'offerta del pane e del vino, o anche perché nel licenziare i catecumeni aveva loro imposto le mani.

Nella odierna liturgia è rimasta l'a. delle dita del celebrante all'Offeritorio, mentre recita il salmo Lavabo. Dopo la Comunione, per rispetto al Sacramento che ha toccato (e così sempre quando ha avuto contatto immediato con l'Eucaristia), già dal sec. 2 il celebrante usa purificare il calice che è servito per
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(fot. Sansoni)
Abluzione - Cantaro per a. (sec. 211) - Roma, Chiostro della basilica dei SS. Quattro Coronati.

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ida M. Hurlimann, I'Inde)
Abluzione - Immersione di Indù nel sacro Gange.
i santi misteri, prima col solo vino, che consuma come una purificazione del calice e della bocca, poi con vino ed acqua, purificando insieme le dita che hanno toccato la santa ostia, e dicendo i due antichi Postcommunio Quod ore sumpsimus e Corpus tuum. Anticamente con questa a. terminava la Messa, benché nel rito antico romano l'a. si ripetesse dopo la Messa in sacrestia, come avviene ancor oggi nei riti mozarabico e greco-bizantino.

Fino al sec. xir il modo di praticare l'a. variava secondo i luoghi ed i tempi. Generalmente il calice veniva purificato una volta con solo vino; le dita invece, con solo vino o con sola acqua. Con l'andare del tempo finalmente si affermò l'uso di fare l'a. prima col vino e poi con vino ed acqua. Questi liquidi venivano quindi gettati nella piscina o in altro luogo decente; talvolta però erano chiesti con gran devozione dai fedeli, per usarli o per berli come una specie di sacramentale, da cui si ripromettevano favori celesti per il corpo e per l'anima. La seconda a., dove era in uso, si faceva non all'altare, ma in sacrestia o presso la piscina. In molti luoghi l'a. non era accompagnata da preghiere; in altri da una, da due o anche da tre. Il rito odierno venne stabilito da Pio V nel 1570. I vescovi, gli abati e quanti hanno il privilegio dei pontificali, si lavano le mani anche dopo l'a. del calice e delle dita, come nel sec. xi erano soliti fare tutti i sacerdoti.

Biss.: E. Martène, De antiquis Ecclesiae ritibus, I, Anversa 1763. p. 142; P. Le Brun, Explication de la Merse, Liegi 1781; I. C. Wichmannhausen, De lotione manuum, in Thesaurus commentationum, Lipsia 1847.

Filippo Oppenheim
ABNEGAZIONE. - Disposizione a sacrificarsi per altri, disinteresse che si attua nella rinunzia al vantaggio personale.
I. Il termine non esiste nelle lingue classiche; nel latino decadente abnegatio presso i retori e grammatici (Arnobio, Prisciano) significa negazione. Nel latino ecclesiastico abnegatio sui (s. Girolamo) è il rinnegare se stesso, "idea sconosciuta ai Romani e intraducibile in latino classico" (H. Goelzer, Nouveau dictionnaire latin-fr., 5^{text {a }} ed. Parigi s. a., p. 9).

Voce e concetto etico esclusivamente cristiano, l'a. si fonda sulla ben nota frase del Salvatore (Mt. 16, 24; Mc. 8, 34; Lc