prefigurazione del sacrificio eucaristico, il sacrificio d'A. si riscontra già in tre sarcofagi paleocristiani. In un mosaico di S. Vitale a Ravenna esso è, con identico senso, rappresentato accanto al sacrificio di Melchisedec. Ma in S. Apollinare in Classe (ivi, sec. viI), nel sacramentario di Drogone (Parigi, sec. ix) e negli smalti dell'altare portatile di Eilberto (Monaco-Gladbach, secolo xII) viene accompagnato anche da quello di Abramo. - Vedi Tav. IV.
Bibl.: Th. Ehrenstein, s. v. in D. Alte Test. im Bilde, Vienna 1923; K. Künstle, Jbanographie der christlichen Kunst. I Friburgo in Br. 1928, 280-81; I. Errera, Répertoire abrégé d'iconographie, Wetteren 1929, pp. 5-7; L. Roggers, s. v. in Reallessikon 2. deutschen Kunstg., I, pp. 18-27. Kurt Rathe
ABÈLE (legg. Ayele) SIJJÓN. - a Quelli che fanno lutto per Sion », tra gli ebrei.
Il termine ricorre dopo la conquista araba della Palestina ( 634-40 ), ma già nel Talmûd si parla di persone che dopo la caduta del secondo tempio rinunciavano in segno di lutto alla carne e al vino. Il 9 di 'abh si recavano con gli altri correligionari a piangere sulle rovine del tempio.
Sotto il dominio arabo parecchi A. si stabilirono a Gerusalemme e quivi costituirono un'associazione a carattere ascetico-mistico che viveva in attesa dell'avvento del Messia. La Pesiqtá rabbatî (verso l'845) parla di essi (ed. M. Friedmann, Vienna 1880, p. 158) con particolare venerazione. Gli abêlé beth 'olumlu o abêlé ha-hèhhêl (quelli che sono in lutto per il tempio) conducevano vita contemplativa e vivevano con le offerte della diaspora. La setta durò dalla metà del sec. vir alla fine del sec. xi. Cessata la setta come tale, non cessò il lutto. In Germania vivevano nei secoli seguenti a quelli che fanno lutto per Sion e Gerusalemme », e vestivano sempre di nero. Si astenevano inoltre dalla carne e dal vino taluni ebrei yemeniti e anche alcuni caraiti stabilitisi a Gerusalemme al principio del sec. ix.
Bibl.: J. Mann, The Jews in Egypt and in Palestine under the Fâtímid Colibita, I, Oxford 1920, pp. 47-49, 50-81; id., s. v. in Encycl. Judaica, I (1928), coll. 217-19. Eugenio Zolli
ABELLY, Louis. - Teologo e scrittore francese di cui non si conosce con esattezza né l'anno (1603, 1604, 1606) né il luogo di nascita (nel Vexin o a Parigi). M. il 4 ottobre 1691 a Parigi. Fu avversario dei giansenisti e dei gallicani. Fin dai primi anni del sacerdozio s'affidò alla direzione di s. Vincenzo de' Paoli, per il cui consiglio accettò di essere vicario generale del vescovo di Bayonne, Francesco Fouquet (1640-43). Trasferito questi ad Agde, l'A. tornò a Parigi, ove divenne parroco di Saint-Josse, quindi direttore spirituale dell'Ospedale Generale. Eletto vescovo di Rodez (1664), dopo un triennio, in seguito ad un attacco di emiplegia, diede le dimissioni. S. Lazzaro di Parigi lo ospitò per il restante della sua vita, trascorso nello studio e nella preghiera.
Compose una quarantina di opere, che possono riunirsi in tre gruppi principali : scritti teologici e ascetici, ai quali appartengono i suoi primi e più noti lavori; scritti polemici, in difesa della dignità e delle prerogative della S.ma Vergine, della gerarchia ecclesiastica e del culto eucaristico; scritti storici, soprattutto sulle eresie.
Tre opere gli meritarono particolare celebrità : i) la
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Medulla Theologiae... (approvata dai dottori della Sorbona, in 2 voll., Parigi 1650: 13 edizioni), che gli valse, da parte di Boileau (Lutrin, IV), un'ironica qualifica (le mielleux A.), ma che lo stesso s. Alfonso consigliava per la formazione del clero (cf. lett. a Di Costanzo, 17 genn. 1782: Lettere di s. Alfonso, II, Roma 1887, p. 623); 2) La Couronne de l'Année Chrétienne, ou Méditations sur les principales et les plus importantes vérités de l'Evangile de F. C. disparées pour tous les jours de l'année, in 2 voll. (Parigi 1657), costantemente ristampata fino alla seconda metà del secolo scorso: 45 edizioni; 3) La vie du Vénérable Serviteur de Dieu Vincent de Paul, in 3 voll. (Parigi 1664), giudicata dal Coste «la più pia e la più esatta», onde l'A. è passato alla storia come il primo biografo del grande santo.
Interessante per il metodo positivo adottato è l'opera sulla Madonna: La tradition de l'Eglise touchant la dévotion particulière des chrestiens envers la Très-Saincte Vierge Marie, Mère de Dieu... (Parigi 1652). Agli ecclesiastici diresse il Sacerdot christianus, seu ad visione sacerdotatem pie instituendam manuductio (Parigi 1656), ch'ebbe pure molte edizioni.
Per l'efficacia della sua azione e dei suoi scritti, l'A. deve considerarsi come uno tra coloro che, nel sec. xvir, più s'adoperarono a ristabilire la disciplina ecclesiastica in Francia.
Stat.: Horter, II, p. 586; M. U. Maynard, Saint Vincent de Paul, Parigi 1860, prefaz.: A. Vogt, s. v. in DIIG, I, coll. 97103 (con l'elenco delle opere); P. Coste, Le grand Saint du grand siècle: Monsieur Vincent, III, Parigi 1932, pp. 247-57; A. Rastoul, s. v. in Dict. de Biogr. Française, I, Parigi 1933, coll. 130-40.
ABELSATIM: v. SETTIM.
ABENESRA: v. IBN EzRa ABRAMO.
ABERCIO, santo. - Vescovo di Gerapoli (o Geropoli) in Frigia. Festa il 22 ott. Racconta la sua Vita che, uscito un decreto di Marco Aurelio e Lucio
## LA VIE <br> DV VENERABLE <br> SERVITEVR DE DIEV <br> VINCENT DE PAVL. <br> INSTITVTEVR
E T
PREMIER SVPERIEVR GENERAL
DE LA-CONGREGATION DE LA MISSION.
Diuilée en trois Liures.

A PARIS,
Cluze Florentin Lambert, ruë Gine Jacques, deuant-
tains Yves, à l'image Gine Paul.
M. D.C. LEIV.
adure Approbation of Primilige.
(Int. Enc. Catt.)
AbELLY - Vita di s. Vincenzo de'Paoli. Frontespizio dell'edizione originale (Parigi 1664).
Vero, col quale si ordinava di fare dappertutto sacrifici, A., ammonito da una visione, si recò di notte nel tempio di Apollo e con un gran bastone vi fece a pezzi ogni cosa. Mentre la città è per ciò in fermento, egli si mette a predicare nel Foro ai fedeli : sopravvenuta la moltitudine infuriata dei pagani, egli sana davanti a loro alcuni indemoniati e così li ammansisce, anzi ne converte molti al battesimo. La sua fama si propaga nelle province vicine; risana dalla cecità anche la madre di un primario cittadino, Eusseniano, amico dell'imperatore, e libera molti indemoniati. Il demonio per vendicarsi si caccia nella figlia stessa dell'imperatore, protestando che ne può essere espulso solo da A. di Gerapoli. Marco Aurelio scrive ad Eusseniano di mandargli A., e questi, salpato da Adalia, arriva a Porto Romano e presentatosi all'imperatrice (essendo M. Aurelio al campo contro i barbari), ne fa condurre la figlia all'ippodromo. Ivi ne caccia solennemente il demonio e, come pena per avergli fatto fare quel viaggio, gli comanda di pigliarsi in spalla una pesante ara marmorea che era colà e di portarla a Gerapoli presso la porta meridionale. All'imperatrice chiede per grazia di far costruire delle terme presso Gerapoli, e prima di tornare in patria fa un giro per la Siria, la Mesopotamia e l'Asia Minore, beneficando tutti. Vive ancora qualche anno e scrive un libro; avvisato della morte prossima, si prepara la tomba e detta l'epitaffio da incidere sopra di essa, in quell'ara che aveva fatto portare da Roma. Essendo poi stato eletto a succedergli un altro A., egli stesso lo consacra.
Questa leggenda era in passato ritenuta di nessuna autorità, e totalmente fantastico anche l'epitaffio poetico del santo che essa riferisce. Solo l'Hallois (Illustrium scriptorum ecclesiae orientalis vicae, II, Douai 1630, p. 137), e più dottamente il Pitra (Spicilegium Salesmense, III, Parigi 1856, p. 352) ne difesero l'autenticità sostanziale. Altri, come il Garrucci (La Civ. Catt. [1856, I), p. 686), ci videro delle larghe interpolazioni. Ma sul principio del 1882 il Ramsay trovò presso l'antica Gerapoli (poco a mezzogiorno di Sinnada, capitale della Frigia Seconda o Salutaris) una bella iscrizione metrica di un certo Alessandro, del 216, nella quale tosto il De Rossi e il Duchesne riconobbero tratti notevoli dell'epitaffio di A. L'anno seguente lo stesso Ramsay ritrovò poi nello stesso luogo, incastrati nelle pareti di antiche terme, due notevoli frammenti dell'epitaffio originale di A., concordanti quasi alla lettera col testo della leggenda. Il loro carattere, più antico di quello della sede di Alessandro, si deve far rimontare almeno alla fine del sec. II, anche questo in concordanza con l'età risultante dalla leggenda, la quale poi non assegna erroneamente per sede ad A. la più nota Gerapoli ad Lycum, nella Frigia Prima o Pacatiana, giacché parla espressamente di una città vicina a Sinnada. Cosi il valore della Vita non si può negare, in quanto essa si fonda sull'epitaffio, e probabilmente anche riguardo a parecchi altri particolari più notevoli che ci dà sul santo.
Riportiamo il testo dell'iscrizione ( 22 vv . esametri) criticamente ricostruito, riferendo in maiuscole le parti tratte dalla stele di Alessandro e tra parentesi quadre ciò che è attestato solo dalla vita:
¿JKAEKTHZ ПO[A]E Ω Σ O ПOAEI[тnS] TOTT { }^{°}
ζ bar{ω} ν IJN'EX Ω ФANEP[ bar{ω} ς ] Σ Ω M A T O Σ EN Θ A Θ E Σ I N OTNOM' ['A β ε ́ ρ α 10 ς Ǵ ν Ǵ] MAӨHTH Σ ПOIMENO Σ AINOT
[ δ ς ßó σ κ ε ı про β dot{α} τ ω ν ả γ ε λ α ς ǒpe σ ı ν me δ loıs τ ε, dot{ρ} ρ θ α λ μ ° hat{ς} ς ǒs ε χ ε ı μ ε γ α λ λ 0 ι ς тá ν τ η к α θ ρ ρ ω ω̂ ν τ α ς, α hat{σ} τ o ς γ dot{α} ρ μ^{′} ε δ i δ α ξ ε ldots γ ρ α μ μ α τ α mı σ τ dot{α}^{′} ] ε i ς P ω μ η[ν ǒs ε π ε μ dot{ω} ε ν] dot{α} μ dot{ε} ν β α σ Ω[ε ι^{′} dot{α} ν α θ ρ η σ α ι] χ α i β α σ i λ ı σ σ[α ν i δ ε i ν γ ρ ι σ σ σ] тo λ 0 ν γ ρ ∪[σ 0 π ε δ λ λ 0 ν ·]
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λ α dot{text { ov }} δ^{′} ε i ̂ δ o v ( left[κ ε i ̃ ~ λ α μ π ρ dot{α} vright] σ varrho ρ α γ ε i ̂ δ α v ~ ε dot{ε}[χ o v τ α] ~ 9 varkappa α i Zopíıs π ε[δ o v ~ ε i ̂ δ α] xai α dot{α} σ τ ε α π α v[τ α, Ní σ ι β ι v] Eú varrho ρ α dot{τ} τ η v δ ι α β[α dot{α} ς · π α v] τ η δ^{′} ε σ χ o v σ ∪ v o[ldots Π α u̇ λ 0 v ε ε χ ω v ε dot{ε} π[ldots] · π i σ τ ι ς π[α dot{α} τ τ η δ dot{ε} π ρ o η η γ ε 12 varkappa α i π α ρ ε dot{θ} θ η κ ε[τ ρ o varphi η η v] π α v τ η i χ θ dot{ω} v α dot{α}[π dot{α} π η η η η ζ] π α ν μ ε γ ε θ η, α α θ[α ρ dot{σ} v, o hat{imath}] ε δ ρ α dot{ζ} α τ o π α ρ θ ε[τ o ς α dot{α} γ ν η] varkappa α i тoú τ o v ε ε ε ε ε ε ρ ° α α α α α dot{α} ρ α σ μ α δ ι δ o tilde{ω} σ α μ ε τ^{′} α dot{α} ρ τ o v, τ α dot{τ} τ α π α ρ ε σ τ ω ς ε ε i π o v ' α β ε dot{ε} ρ α ι ς ς ω̂ δ ε τ ρ α varphi η η α α ε dot{ε} β δ ° μ η κ σ σ τ o ́ v ε ε τ o ς α α i δ ε dot{τ} τ ε ρ o v η η γ o v α dot{α} λ η θ ω̂ ς . 18 τ α dot{ω} θ^{′} dot{θ} ν ω ω̂ v ε hat{imath} α dot{ζ} α τ o dot{α} π ε ρ α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α α
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1907, pp. 41-42; A. Taylor, s. v. in DHG, I, coll. 108-109; The Encyclopaedia Britannica, I, 13* ed., Londra-Nuova York 1926, col. 48; Universal Knowledge, Dictionary and Encyclopaedia, I, Nuova York 1927, pp. 47-50; Official Catholic Directory, Nuova York 1940 .
Cesario van Hulst
L'università di Aberdeen. - E la terza della Scozia, dopo St. Andrews e Glasgow. Deve la sua esistenza al vescovo William Elphinstone (1483-1514), educato nelle Università di Glasgow, Parigi e Orléans. Questi, a nome del re Giacomo IV, chiese al Papa uno bolla di fondazione, che Alessandro VI concesse il 24 febbr. 1494 (Fasti Aberdanenses, ed. C. Innes [Spalding Club], Aberdeen 1854, p. 6); la bolla però fu pubblicata solo nel 1496 o 97.
Sembra che Elphinstone sia stato l'ispiratore del The Scot Act del 1496, che faceva obbligo ai nobili e ai liberi proprietari di educare i figli nelle arti liberali e nel diritto. Nel 1497 il vescovo ottenne anche la royal charter (regia potente), con cui assicurava alla nuova università alcuni proventi ecclesiastici e i privilegi goduti dalle Università di Parigi, St. Andrews e Glasgow.
Quella di A. si può considerare come l'ultima università medievale. Nel suo insegnamento diede largo sviluppo alla filosofia e al diritto, nel qual campo poi si rese particolarmente celebre. Ne fu, nel 1500 , primo principal lo storico senzese Ettore Boece (Beyce), già professore di filosofia a Parigi, che per primo portò in Scozia le idee del Rinascimento francese.
L'università ebbe la sua sede, nella Old A., nel College of Holy Virgin in Nativity, detto poi King's College, e fu provveduta anche di un'istituzione ospedaliera. La vittoria militare della Riforma ne arrestò per qualche tempo lo sviluppo. Una «novella erezione», protestante, ebbe luogo nel 1560 . Nel 1593 Giorgio Keith, quinto conte maresciallo di Scozia, fondò, nella nuova A., una seconda università, il Marischal College, cui assegnò gli antichi edifici dei soppressi ordini religiosi : Black (Neri, o Domenicani), Grey (Grigi, o Francescani) e White Friars (Bianchi, o Carmellitani).
Le due università furono unite per un certo tempo (dal 1640 alla Restaurazione), e un progetto di unione permanente fu proposto nel sec. xviri; ma la loro definitiva fusione ebbe luogo solo nel 1859 , dopo forti opposizioni locali.
Oggi la University of Aberdeen conta 5 facoltà : quelle di Arti (Lettere) e Teologia nel King's College, e quelle di Scienze, Diritto e Medicina nel Marischal College.
BibL.: J. M. Bulloch, A History of the University of Aberdeen, Londra 1895; A. O. Anderson, Notes on the Evolution of the Arts Curriculum in the University of Aberdeen, Aberdeen 1908; A. Gray, The Old Schools and University of Scotland, in Scottish Hist. Review, 9 (1912), pp. 13 sgg.; J. B. Coissac, Les Institutions Scolaires de l'Ecosse (1410-1560), Parigi 1913; S. d'Irsaz, Histoire des Universités, I, Parigi 1933, p. 218 sg.; II, ivi 1933, p. 21 ; H. Rashdoll, The Universities of Europe in the Middle Ages, 2ᵃ ed., a cura di F. M. Powicke e A. B. Emden, II, Oxford 1936, pp. 318-20.
Igino Cecchetti
ABERLE, Moritz von. - Teologo e biblista, n. il 25 apr. 1817 a Rottum presso Biberach, sacerdote il 29 ag. 1842, m. il 3 nov. 1875 a Tubinga, ove dal 1850 era ordinario di teologia morale e di esegesi del Nuovo Testamento nella facoltà teologica cattolica. Dal 1891 fu collaboratore principale della Theologische Quartalschrift.
Come moralista segue s. Alfonso, approfondisce il probabilismo, sviluppa la speculativa anziché la casuistica. I suoi studi sul Nuovo Testamento, contenuti in lunghi articoli, concernono i Vangeli (specialmente la Cena, la Passione, la Resurrezione), gli Atti, la I^{2} a Timoteo, l'Apocalisse. Innovatore nei metodi ma tradizionalista nel fondo, tentò di provare che gli
evangelisti ebbero uno scopo apologetico antigiudaico. Fu sacerdote pio, maestro amato, ricercatore indefesso. La sua Einleitung in das Neue Testament fu edita postuma dal suo successore P. Schanz (Friburgo in Br. 1877).
BibL.: F. de Himpel, Einiges über die wissenschaftliche Bedeutung und theol. hiechl. Stellung des Prof. A., in Theol. Quartalschrift, 28 (1876), pp. 177-228; Ph. Funk, Ein literar. Parität von Kuhn. Hefele und Aberte, ibid., 103 (1927), pp. 209-20. Pietro De Ambrozgi
ABERNETHY, John. - Teologo presbiteriano irlandese, di idee liberali, n. da un ministro protestante nell'Ulster, secondo alcuni a Brigh, secondo altri a Coleraine, nel 1680 e m. nel dic. 1740.
Dopo aver studiato con successo nelle Università di Glasgow e di Edimburgo, venne destinato quale pastore ad Antrim, dove lavorò con zelo e carità, intento ai doveri del proprio ministero. Le sue belle doti lo fecero stimare da altre comunità presbiteriane che ne fecero richiesta. Il sinodo presbiteriano gli ordinò allora ( 1717 ) di assumere la cura della congregazione di Usher's Quay a Dublino. A. si rifiutò, sotto pretesto che la sua coscienza gli vietava di allontanarsi da Antrim; anzi, protestando contro l'esercizio tirannico del potere ecclesiastico, si mise in opposizione con l'autorità della sua Chiesa. Molti si associarono alla sua protesta e formarono con lui una società di ministri presbiteriani indipendenti (non subscribero) decisi a rivendicare i diritti della coscienza individuale contro l'oppressione dei sinodi - la Belfast Society - la quale, nel 1726, separatasi dal corpo della Chiesa presbiteriana irlandese, formò un presbiterio a parte. Quest'atto alienò da A. buon numero di fedeli di Antrim, onde egli, rammaricato, decise di allontanarsi ed accettò nel 1750 la cura della comunità di Wood Street a Dublino. Da allora data la sua fama di valente oratore. Celebri i suoi Discorsi sugli attributi di Dio (Dublino 1743). Nel 1731 si schierò contro le leggi con le quali si volevano privare i cattolici e i non-conformisti dei diritti politici, non potendo egli ammettere che un cittadino fosse escluso dal servizio del proprio paese, unicamente a motivo delle sue convinzioni religiose. Datano da questa epoca i suoi Scarce and Valuable Tracts (Londra 1751).
BibL.: A. B. Grosart, s. v. in Dictionary of National Biography. I, p. 48; J. Scaton Reid, History of the Presbyterian Church in Ireland, III, Belfast 1867, p. 231 sgg.; J. de la Servière, s. v. in DHG, I, coll. 111-12.
Cesare Bertola
ABERT, Friedrich Philipp. - Teologo tedesco, n. il 19 maggio 1852 a Münnerstadt, m. a Bamberga il 23 apr. 1912. Tenne la cattedra di teologia dogmatica a Ratisbona nel 1885; occupò nel 1890 a Würzburg la cattedra di Hettinger e il 30 genn. 1905 fu eletto arcivescovo di Bamberga. Tutta la sua attività scientifica fu rivolta quasi esclusivamente allo studio di s. Tommaso ed alla soluzione dei vari problemi sociali, specialmente in rapporto alle questioni operaie.
BibL.: J. F. Abert, s. v. in LThK, I, coll. 54-26; A. Chrousé, Lebenslibife aus Franken, Monaco 1919. Cesare Bertola
ABESAN (ebr. 'Ibsan «veloce», equivalente all'arabo 'abus). - Giudice minore, governò Israele per 7 anni. Oriundo da Betlehem (probabilmente di Zabulon, ca. 12 km . a nord-ovest di Nazaret), fu capo di un'influente famiglia e allacciò relazioni matrimoniali con numerose altre famiglie per mezzo dei suoi 30 figli e 30 figlie. Questi uomini ebbero probabilmente il merito di attenuare le barriere tra i vari clan nomadi, formando una nazione israelita più omogenea (Judè, 12, 8-10).
BibL.: L. Desnoyers, Histoire du Peuple Hébreu, I, Parigi 1922, p. 188 sg .
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ABGAR. - Nome di diversi re dell'Osroene. I più noti sono:
1^{°} Abgar V Ukhama (s il nero ", secondo Tacito), il quale regnò dal 4 a. C. al 7 d. C. e poi di nuovo dal 13 al 15 d. C. A lui si riferisce una leggenda, la cui prima redazione è contenuta in due lettere che Eusebio trovò nell'archivio di Edessa e tradusse dal siriaco in greco: si tratta della corrispondenza di A. con Gesù (Hist. eccl. I, 13).
Nella prima lettera, che sarebbe stata portata dal corriere Anania, A. prega Gesù di venirlo a trovare per guarirlo. Nella seconda, Gesù risponde scusandosi di non potersi recare personalmente presso di lui e promettendo di inviargli, dopo la sua Ascensione, il discepolo Taddeo (Addai). Tracce del Diatessaron di Taziano, ritrovate nella lettera di A., sono uno dei migliori argomenti per provare il carattere spurio delle lettere e fissare la loro cronologia verso gli inizi del sec. III. Una forma più sviluppata della leggenda si ha nella siriaca Dottrina di Addai (ed. Phillips, Londra 1876), del sec. Iv, nella quale Gesù non risponde più per iscritto, ma a viva voce. A., guarito da Addai, diventa cristiano. Il corriere di A. è qui un bravo pittore, che fa il ritratto del volto di Gesù.
2^{°} Abgar IX, re dal 179 al 216 d. C., fattosi tributario dei Romani nel 195. La sua corte, visitata da Giulio Africano (cf. Kestoi, I. VII, ed J. R. Vieillefond, Parigi 1932, p. 49), era frequentata dal capo gnostico Bardesane. Recenti indagini dimostrano che la conversione di A. al cristianesimo insieme al suo popolo è molto problematica, contro il parere quasi universale sostenuto finora dai dotti.
Bibl.: R. A. Lipaius, Die edessenische Abgarsuge, Brunswick 1880; L. J. Tiseront, Les origines de l'Eglise d'Edesse et la légende d'Abgar, Parigi 1888; I. Ortiz de Urbina, Le origini del cristianesimo in Edesso, in Gregorianum, 14 (1934), pp. 82-91. Ignazio Ortiz de Urbina
ABGAR di Edessa, Lettera di: v. addai, dottrina di; edesseni, atti.
ABGAR DPIR. - Detto anche Safar, nobile armeno di Senekerim re di Sebaste, n. in Eudocia (Tokat). Nell'anno 1561, A. in un incontro con il kathelikos Michele I ricevette l'incarico di una missione politico-religiosa a Roma, ove fu accolto benevolmente dal papa Pio IV il quale per mezzo di lui invitò il patriarca armeno a Roma, per trattare delle questioni armene.
A., per desiderio del Papa, mise in iscritto la professione della fede armena, con una chiara esposizione del dogma e della disciplina, richiamando infine l'attenzione del Pontefice sul popolo armeno gemente sotto il giogo dei musulmani turco-persiani.
Suo figlio Sultanšah (chiamato Marcantonio dal Papa) godette i favori del Pontefice e coprì mansioni delicate a Roma. A. ha avuto il merito di inaugurare l'uso dell'arte tipografica per le edizioni armene.
Bibl.: Alishan, Memorie armene, II (in arm.), Venezia 1922; Theodik, Tiputar (stampa e caratteri armeni), Costantinopoli 1912 (in arm.).
Giacomo Giontain
ABHIDHAMMA PITAKA: v. TRIPITACA.
ABIA. - Nome di vari personaggi biblici (ebr. Abiyäm in Reg., 'Abiyāhu e 'Abiyāh in Par., "Jahweh è padre").
1. Figlio di Roboam e suo successore sul trono di Giuda, regnò tre anni - esattamente due anni e pochi mesi - dal 912 al 910 a. C. Sua madre era Maacha; aveva 27 fratelli e 60 sorelle da parte del padre, ma solo tre fratelli anche per parte materna (II Par. 11, 20 sg.). La preferenza di Roboam per A. è conseguenza della predilezione del re per Maacha. Per impedire che i fratelli dessero ombra all'eletto, diede ad ognuno il comando di una piazzaforte (ibid. 11, 21-23). A. si dava bel tempo nella reggia di Ge-

Abia - Particolare dell'affresco di Michelangelo - Vaticano. Cappella Sistina.
rusalemme e lasciava che l'idolatria si diffondesse. Poiché «il suo cuore non fu perfetto davanti a Jahweh», sarebbe stato sterminato se Dio non gli avesse usato misericordia per le promesse fatte a David (I Reg. 15,3 mathrm{sg}. ).
La guerra, che covava fin dall'inizio della separazione di Israele da Giuda, divampò sotto A., e l'urto fu tremendo. Prima di dar battaglia a Jeroboam, A. arrangò le schiere avversarie affermando l'inallerabilità dei diritti della casa di David a regnare su tutto il popolo di Dio (II Par. 13, 4-12). In occasione di questa guerra, A. fece un voto, soddisfatto poi da Asa suo figlio con ricchi doni al tempio (I Reg. 15, 15; II Par. 13, 16-19). A. ebbe 14 mogli, 22 figli e 16 figlie. Alla sua morte, fu sepolto nella città di David.
Salvatore Garofalo
2. Figlio di Jeroboam I re d'Israele, morto in età imprecisata a Thersa per castigo dell'empietà del padre. Jeroboam inviò la regina travestita da povera, con modesti doni (ro pani, miele, una torta) al vecchio profeta Ahia (v.) in Silo. Questi, benché cieco, la riconobbe, le predisse la morte del figlio (al momento in cui la madre varcherà la soglia del palazzo, come poi avvenne) e la distruzione della sua famiglia e del regno d'Israele. A. fu sepolto fra il pianto del popolo (I Reg. 14, 1-18).
3. Uno dei figli di Becher figlio di Beniamin (I Par. 7, 8).
4. Secondo figlio di Samuele, che se l'associò col fratello Joel nell'amministrare la giustizia; ma diede pessima prova e il popolo richiese un re (I Sam. 8, 2; I Par. 6, 28).
5. Discendente di Elezzaro figlio d'Aronne, capo dell'80 delle 24 famiglie sacerdotali stabilite da David; da lui discendeva Zaccaria padre di Giovanni Battista (I Par. 24, 10; Lc. 1, 5).
6. Uno dei sacerdoti che firmarono con Neemia il rinnovo del Patto (Neh. 10, 7).
7. Donne bibliche: A. moglie di Hesron nipote di Giuda, madre di Ashur (I Par. 2, 24). - Moglie di Achaz e madre d'Ezechia, re di Giuda (II Reg. 18, 2 è detta Abi: forma contratta; II Par. 29, 1).
Antonino Romeo
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ABIATHAR (ebr. 'Ebhīathār = padre di abbondanza»). - Sommo sacerdote, pronipote di Heli per Finees, figlio del sommo sacerdote Achimelech, scampó alla strage che Saul fece del padre, dei sacerdoti e degli abitanti di Nob per aver ospitato David perseguitato dal maniaco re, e si rifugiò a Maspha (Moab) presso David. Rimase poi fedele a fianco di David ramingo, e con l'cphod che aveva portato seco gli significava la volontà divina (I Sam. 23, 6-13). Presenziò e diresse, con Sadoc, il solenne trasferimento dell'arca a Gerusalemme (I Por. 15, 11 sg.).
La simultaneità di due sommi sacerdoti costituisce un problema singolare. Quando David, durante l'insurrezione di Absalom, dovette abbandonare la capitale, A. vi restò con Sadoc e fornì al re preziose notizie (II Sam. 15, 24-29. 35-37; 17, 15). Negli ultimi anni della vita di David appoggiò Adanio nel suo tentativo di usurpazione del trono (I Reg. 1, 7, 19); ma Salomone, succeduto a David, fu generoso col traditore e si limitò, in ricordo dei servigi prestati a suo padre, a confinarlo (I Reg. 2, 26 sg.).
In Mt. 2, 26 l'epinodio dei pani della proposizione mangiati da David è riferito al tempo di A. anziché di Achimelech (v.) o per errore di copista, o perché A. portava due uomi, o perché il nome di A. domino tutto il tempo di David.
Salvatore Garofalo
'ABIB (Settanta: μ dot{η} ν τ dot{α} ν ν α dot{α} ν; Volgata: mensis novarum fruguin). - Primo mese dell'antico calendario ebraico (Ex. 13, 4; 23, 15; 34, 18; Deut. 16, 1), detto 'ablb <spiga> (Ex. 9, 31; Lev. 2, 14; Ez. 3, 15: «Tell Abibs) : coincideva con l'inizio della primavera. Cominciava alla nuova luna di marzo e durava 30 giorni. Fu poi denominato nisān (v.), alla babilonese. In questo mese avvenne la liberazione degli Ebrei dall'Egitto e l'istituzione della Pasqua.
Angelo Penna
ABIDJAN, prefeitura apostolicA. - La missione della Costa d'Avorio, nell'Africa Occidentale, affidata alla Società per le Missioni africane di Lione ed eretta in prefettura apostolica il 28 giugno 1895 , per smembramento della prefettura della Costa d'Oro (v.), fu elevata a vicariato il 17 nov. 1911. Alla rettifica di confini (decreto 18 sett. 1905) con il vicariato del Sahara nel Sudan francese (v. RpaktUM) seguirono due importanti mutazioni territoriali: venne, cioè, staccata la parte settentrionale della Costa d'Avorio per erigcrla in prefettura apostolica di Korhogo (v.); indi la parte occidentale fu eretta in vicariato di Sassandra (v.), mentre la residua mis-sione-madre assumeva la denominazione di A. (dalla sede dell'ordinario), come dal breve Quo intra fines, del 9 apr. 1940. La superfice del territorio è di kmq. 200.000; e la popolazione totale (computo approssimativo dal 1941) di circa 680 mila ab., tra cui oltre 500.000 pagani, 75.100 cattolici ( 4.500 europei, con pochi siro-libanesi) e 36.976 catecumeni ; 48.000 protestanti, circa 25.000 musulmani. Le 18 quasipartocchie sono coadiuvate da 391 catechisti sparsi nelle 507 stazioni secondarie; chiese e cappelle 523.
Il personale consta di un sacerdote secolare e 33 missionari, compresi due fratelli delle Missioni africane della provincia di Lione, con 54 suore di N. S. degli Apostoli (Venissieux). L'istruzione, affidata a religiose e a 103 insegnanti laici, si svolge in scuole distrettuali ufficialmente riconosciute e in altre libere e presso gli orfanotrof e collegi: complessivamente in 91 elementari ( 3.095 alunni) e 19 secondarie ( 3.291 ). Oltre un seminario preparatorio, esiste quello minore, istituito nel 1936 e passato in nuova sede a Birgerville ( 28 alunni).
Dalla tipografia embrionale di Grand-Bassam esce il periodico La Côte d'Ivoire Chrétienne ( 1.500 copie). Quasi tutti i villaggi sono stati evangelizzati, eccetto nei distretti di Bouaké e Dimbolro; il movimento di conversioni si accentua rapidamente, anche tra i Baule, prima refrattari.
Scuole e opere caritative e sociali (specie nel centro operaio di Treicheville) e associazioni giovanili di azione cattolica concorrono al progresso spirituale, pur tra difficoltà e ostacoli (scarsezza di personale, distanze enormi, mancanza di comunicazioni, proselitismo musulmano, dovuto specialmente ai commercianti di razza Diule, provenienti dal nord).
BILL.: AAS, 3 (1911), pp. 653-54; 32 (1940), pp. 476-77; Arch. Pres. Fide, Prospectus Status Missionis, 30 giugno 1941: Guide delle Missioni Cattoliche: Africa Occidentale, Divisioni occi.: (G. Monticone), Costa d'Avorio, Roma [1935], p. 240; MC, pp. 1-2.
Giuseppe Monticone
ABIEZIONE. - In ascetica, secondo l'etimologia del termine (abicere), significa la generosa rinuncia alla propria personalità o dignità, non solo procurandosi o accettando umiliazioni, ma ricercando uno stato abituale di vita tenuto in dispregio dagli uomini. Così intesa l'a. è pertanto un atteggiamento di umiltà eccellente, anzi eroica. Ne è stimolo l'esempio di Cristo (Phil. 2, 6-7), quindi la si incontra spesso nella vita dei santi e viene proposta dalla dottrina di perfezione (Imit. di Cristo, I, 2, 9; II, 2; III, 13, 20, ecc.).
A formare lo stato d'a. concorre di frequente Dio, specie per le anime da lui chiamate all'unione mistica. Queste vengono sottoposte a prove particolarmente penose e indipendenti dalla loro libera elezione: prove esterne (malattie ripugnanti per cure assai incomode e disgustose al prossimo, persecuzioni degli uomini, calunnie, privazione dei beni temporali o della libertà, ecc.) e prove interne (tentazioni veementi, oscurità di coscienza, vivo sentimento dei propri peccati o difetti, desolazione e tristezza, ripugnanza al bene, dubbi d'illusione circa i doni divini, timore della propria dannazione, ecc.). «Sono stati nei quali l'anima sembra soccombere, decomporsi, andare in rovina o svanire. Le sue potenze divengono inerti, tutte le molle della sua vita sono afflosciate : è come una paralisi spirituale. L'anima ha solo il sentimento di un annullamento totale» (C. Gay). Cf. purificazioni passive, notti dei sensi e dello spirito, nella dottrina di s. Giovanni della Croce. In tale stato però l'anima dev'essere ben lungi dail'inersia volontaria: deve anzi più che mai lottare corrispondendo alla grazia attuale e rimaner con Gesù nelle tribulazioni (cf. Lc. 22, 28). Come nell'a. esso muore ed è sepolto con Cristo, così con lui risorgerà libera dai molti impedimenti all'unione con Dio, specialmente dalla vanità e dall'orgoglio.
A questo proposito non sono mancati in passato gravi e funestissimi errori : cosi Lutero, per la sua concezione pessimista della natura decaduta e per aver confuso il peccato originale con la concupiscenza, affermò che tutti i movimenti di questa son già peccati : e siccome tali movimenti sono inevitabili, sarebbe pure inevitabile il peccato. Così i quietisti, il cui principale esponente è Michele de Molinos (v.), facendo consistere la vita perfetta in uno stato di totale annientamento delle potenze dell'anima e di volontaria inattività ( v voler agire è offender Dio, mentre Egli vuol da solo agire in noi v; chi è giunto alla morte mistica «non ha più volontà e Dio gliel'ha tolta») sono giunti alla irresponsabilità morale, traendone apertamente la conseguenza che è lecito abbandonarsi alla tentazione e compiere azioni nefande, giovando questo alla umiliazione (Propp. 1-4, 41-52, 55-57, 61, ecc., condannate da Innocenzo XI). Tali enormità non hanno nulla a che fare con lo stato di a. nella concezione della dottrina cattolica : perciò la Chiesa ha condannato il quietismo sotto le diverse forme in cui s'è presentato, specialmente quella di passività nelle tentazioni.
Nel sec. svil il p. Giov. Crisostomo di Saint-Lô, del Terz'ordine francescano, fondò in Francia la Società della santa a.
BILL.: G. B. Scaramelli, Direttorio mistico, Venezia 1754, trattato V; P. Dudon, Le quietiste espagnol Michel Molinos, Parigi 1921; id. in Recherches de science religieux (maggio-giugno 1914); P. Guerrizi, I Pelagici di Lombardia, in Scuola Cattolica, 50 (1922), pp. 267-86; 358-81; A. Poulain, Delle grazie d'orazione, trad. ital., Torino 1926, cap. 24; J. de Guibert, Docu-
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Abigall - A. chiesta in sposa da David. Arazzo del sec. xvi. - Firenze, Pal. Pitti.
menta ecclesiastica christianae perfectionis, Roma 1931, pp. 269310; C. Gay, Vita e virtù cristiane considerate nello stato religioso, trad. it., I. Padova 1937, pp. 452-56. Ambrogio M. Fioechi
ABIGAIL. - Nome di due donne della Bibbia.
1. Moglie di Nabal, residente a Maon, che possedeva vasti campi e greggi sul Carmelo, al limite del deserto di Faran, o meglio (secondo il miglior testo dei Settanta) di Ma'ôn (Giudea meridionale).
David, allora ramingo coi suoi 600 uomini nel deserto, mandò alcuni armati a chiedere cibarie al ricco Nabal che festeggiava la tosatura del gregge. Al rifiuto insolente di costui, David stava per prenderne vendetta, quando gli si presentò la "bella ed assennata» A. preceduta dai servi recanti vistosi doni : 200 pani, 2 otri di vino, 5 montoni cotti, 5 misure di grano, uva e fichi secchi. Il bel discorso di A. (I Sam. 25, 24-31) disarmò David. Anzi, morto Nabal dieci giorni dopo, egli subito prese la vedova in moglie (I Sam. 25). A. seguilil nuovo marito nella sua vita avventurosa a Geth ed a Siceleg; qui fu catturata dagli Amaleciti, poi liberata da David (ibid. 30, 5. 18). In Hebron partorì un figlio a David di nome Cheleab (II Sam. 3, 3) ovvero Daniele (I Par. 3, 1).
2. Sorella di David e madre di Amasa, capo delle milizie di Absalom ribelle. Mentre in I Par. 2, 13-17 è detta figlia di Isai, in II Sam. 17, 25 appare figlia di Naas. Tale Naas da alcuni è identificato con Isai, da altri è ritenuto nome della madre di A.; ma forse è glossa dipendente dal v. 27, ove si parla di un figlio di Naas.
Angelo Penna
ABIGNENTE, Filippo.- Uomo politico, n.a Sarno (Salerno) il 9 apr. 1814, m. a Roma il 13 giugno 1887. Fu eletto nel 1848 deputato alla Camera napoletana. Esule poi a Nizza, tornò a Napoli nel 1860 e fu no-
minato professore di storia della Chiesa in quella città. Deputato al parlamento italiano dal 1867 al 1886 sostenne, nella seduta del 27 genn. 1871, in sede di discussione generale del progetto di legge sulle guarentigie alla Sede Pontificia, l'impossibilità di addivenire ad una conciliazione col Papato secondo la formola «libera Chiesa in libero Stato» dopo la proclamazione del dogma dell'Infallibilità pontificia, in seguito alla quale ormai era possibile solo «una soluzione cattolica» la quale equivaleva, secondo l'A., a «la mancanza di ogni libertà».
BinL.: R. Mariano. P. A., Napoli 1888; Discorsi parlamentari e scritti politici e scientifici di P. A. raccolti e pubblicati a cura dell'On. Prof. Giovanni Abignente, Roma 1902. Silvio Forlani
ABILA : v. abllene.
ABILENE (Volgata : Abilina). - Tetrarchia (Lc. 3. 1), cosi denominata dalla capitale Abila, spesso menzionata da Flavio Giuseppe come Abila di Lisania.
Abila sorgeva a est dell'Anti-Libano, presso il fiume Barada (v. abana), a 26 km . a nord-ovest di Damasco (cf. Itinerarium Antonini, n. 198, 5-6: Itineraria Romana, ed. O. Cuntz, Lipsia 1929, p. 27), sulla via di Eliopoli (Baalbek). Vi corrisponde oggi Sûh Wadî Barnâd, presso cui furono scoperte le antiche rovine; di essa è conservato un ricordo onomastico nel vicino Weli Abil, o preteso (dagli Arabi) sepolcro di Abele, figlio di Adamo.
L'A. fece parte, almeno fino alla morte di Erode il Grande, del regno di Calcide, dove regno Tolomeo ( 85-40 a. C.) figlio di Menneo, a cui successe il figlio Lisania, ucciso da Antonio ad istigazione di Cleopatra, la quale entrò in possesso di gran parte di quei domini. Dopo il 4 a. C., l'A. fu costituita in tetrarchia (come risulta non solo dal citato passo di Luca, ma anche da un'iscri-
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zione recentemente scoperta: cf. Revue Bibl., nuova serie, 9 [1912], pp. 533-540), che durante l'anno xv di Tiberio (1437 d. C.) troviamo retta da Lisania junior, poi da Erode Agrippa I (37-44), dai procuratori romani, e infine da Erode Agrippa II (53-93). Alla morte di costui, l'A. fu definitivamente annessa alla provincia romana di Siria.
Bim.: E. Schürer, Geschichte des iädlichen Volkes, I, 2* ed., Lipsia 1920, pp. 716-20.
Guctano M. Pernella
ABIMELECH. - Nome proprio, che in ebraico significa: «il Padre» oppure: « mio padre (nome divino?) è re». Dalle lettere di El-Amarna è noto A b i milhi di Tiro (sec. xiv a. C.). Nella Bibbia si ricordano :
1. Abimelech re di Gerara, il quale compare nella storia di Abramo e d'Isacco. Recatosi a Gerara, Abramo dissimulò che Sara era sua moglie, chiamandola sorella (era tale solo per parte di padre, cf. Gen. 20, 12), sicché A. la poté rapire in buona fede ma, avvertito da un sogno cui segui una malattia, restitui Sara al marito con proteste di riparazione e di stima (Gen. 20). In seguito, a Bersabea, composto un dissenso per un pocao, strinse alleanza solenne con Abramo (Gen. 21, 22-33).
Nella storia di Isacco compare ancora un re di Gerara di egual nome che, senza aver commesso il ratto come nel caso precedente, rimprovera ad Isacco una simile dissimulazione (Gen. 26, 7-22), e più tardi, ancora a Bersabea, dopo altre controversie a proposito di pozzi, stringe un patto con Isacco (Gen. 26, 28-31). Ragioni cronologiche sembrano escludere che si tratti di un sol personaggio; A. poteva essere un nome usuale nella dinastia dominante in Gerara. I critici della scuola di Wellhausen vedono in questi due episodi un unico fatto trasmesso con confusione di nomi, in due redazioni, la prima nel documento elohista, l'altra nel jahrista (duplicati). Contro tale osserzione basti osservare che il carattere statico della civiltà patriarcale rende verosimile un ripetersi di circostanze, luoghi e persone; d'altronde, la teoria dei duplicati ammette che il documento jahrista ripeta se stesso, poiché allo stesso documento è attribuito l'episodio simile di Gen. 12, 10-20 (cf. A. Bea, De Pentateucho, 2* ed., Roma 1933, p. 81).
2. Abimelech, figlio di Gedeone (Iudc. 8, 31-9, 57). Dopo la morte del padre, con l'aiuto dei parenti della madre dimoranti in Sichem, uccise i 70 suoi fratelli, considerati concorrenti pericolosi, e si fece proclamare re. Regnò in Sichem per tre anni, ma in seguito ad una ribellione suscitata da Jostham (v.), unico figlio di Gedeone scampato alla strage, represse crudelmente i Sichemiti, capitanati da Gaal, distruggendo la città e incendiando le terre. Ma poco dopo fu ferito a morte da una pietra scagliata da una donna nell'assedio della vicina Tebes, e si fece uccidere dal suo scudiero. Più che come giudice, deve considerarsi come il primo che abbia tentato di organizzare un regno in Israele.
Bib.: L. Desnoyers, Histoire du Peuple Hébreu, I, Parigi 1922, pp. 171-77, 392-97; G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, 4* ed., Torino 1941, pp. 125, 201-303. Enrico Galbiati
ABINA, Rabbi (abbreviato in Rabinà, secondo l'uso talmudico). - Dottore ebreo della scuola di Sura sull'Eufrate, l'ultimo degli Amorei (v.). Fu discepolo di Rabbi Aši ben Simai (v.), che aveva iniziato il lavoro immenso di scrivere la Gemarà (v.). Collaborò nella compilazione del Talmûd babilonese, e, succeduto al maestro, ne completò l'opera. Morì verso il 490 .
Enrico Galbiati
ABINAL, Antoine. - Missionario gesuita, n. a Chânac il 10 genn. 1829, m. l'11 nov. 1887 nel Madagascar. Pubblicò, col p. La Vaissière, l'opera Vingt ans à Madagascar (Parigi 1881) e col p. Malzac un Dictionnaire malgache français (Tananariva 1888).
Tradusse in malgascio molti libri del Nuovo e del Vecchio Testamento e l'Init. di Cristo.
BibL.: Sommervogel, I, col. 14 e append. I, p. I; E.-M. Rivière, s. v. in DHG, I coll. 123. Benedetto Gioia
"AB IPSIS". - Prime parole della lettera apostolica che Pio XI indirizzò il 15 giugno 1926 ai vicari e prefetti apostolici della Cina sul dovere di mostrare sempre, con la parola e con l'opera, la universalità e la soprannaturalità della Chiesa, i cui missionari non hanno né debbono avere alcuna mira terrena, e, pur essendo stranieri, non sono per nulla emissari dei loro rispettivi paesi. Positivamente poi, i vicari e prefetti apostolici, e con essi i missionari, vengono interessati a favorire, per parte loro e secondo la loro vocazione, l'opera morale costruttiva della nuova Cina. Solo essi si potranno sfatare le prevenzioni di molti Cinesi, specialmente tra la gioventù, che l'opera delle missioni sia una longa manus dei rispettivi paesi e governi.
BibL.: Testo in AAS, 18 (1926), pp. 303-307; commento: G. B. Tragella, La lettera : Ab ipsis, in Il Pensiero Missionario, I (1929), pp. 165-70. Giovanni B. Tragella
ABIRON: v. CORE.
ABISAG (ebr. "padre di errore» [?]). - Ragazza di Shûnem (oggi Sôlem), località alle pendici meridionali del piccolo Hermon. Di rara bellezza, fu scelta dai cortigiani (dai medici, precisa Flavio Giuseppe, Ant. Ind. VII, 14, 3) per dare calore al corpo del re settantenne David, che ne ricevê, finché visse, le cure affettuose, ma ne lasciò intatta la verginità (I Reg. 1, 1-4). Alla morte del pio re, A., ultimo ornamento del suo harem, passò in possesso di Salomone, al quale Adonia (v.), fratello maggiore ed incauto competitore, la richiese due volte in sposa. Salomone vide nella domanda un maneggio politico - il possesso anche parziale dell'harem regale attestava un diritto al trono (cf. II Sam. 3, 7 sgg.; 16, 22) - e fece uccidere Adonia (I Reg. 2, 13-25). Francesco Spadzfora
ABISAI (ebr. 'Abī̄̄̄i). - Nipote di David, figlio, al pari di Joab, della di lui sorella Sarvia. Fedele collaboratore dello zio, lo accompagnò di notte nella tenda del nemico Saul (I Sam. 26, 6-9), lo preservò dal micidiale colpo della pesante lancia del filisteo Jesbibenob (II Sam. 21, 15-17) e lo segui nella sua fuga da Gerusalemme, dopo il colpo di mano di Absalom. Durante la fuga fu a stento trattenuto perché non uccidesse il beniaminita Semei per le ingiurie lanciate al re (ibid. 16, 9 sg.; 19, 21 sg.). Per l'audacia con cui si slanciò, sbaragliandoli, contro 300 nemici, fu incluso nella seconda triade degli eroi di David e merito il comando di parte dell'esercito davidico contro gli Ammoniti (ibid. 10, 9-14), contro Absalom (ibid. 18, 2 sg.), contro Seba (ibid. 20, 6 sg.) e contro gli Idumei (I Par. 18, 12). Per le personali inimicizie di Joab con Abner, aiutò il fratello nell'eliminazione del generale nemico, già riconciliatosi con David (II Sam. 3, 30).
Faustino Salvoni
ABISSINIA: v. ETIOPIA.
ABITABILITA DEI MONDI. - 1. SECONDO LA scienza. - Per a. dei mondi si intende un complesso di condizioni adatte alle forme di vita esistenti sulla terra, senza negare l'assoluta possibilità di forme di vita adatte a biosfere totalmente diverse dalla terrestre.
Un primo esame riguarda le nostre vicinanze immediate: il sistema solare. Si può dire che generalmente gli astronomi sono d'accordo nel ritenere che i pianeti con i loro satelliti nelle loro condizioni attuali non sono abitabili da esseri organizzati come i terrestri. Mercurio non ha un'atmosfera, e rivolgendo sempre la medesima faccia al sole, la faccia nel centro
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ha una temperatura di circa 350^{°} mathrm{C}., mentre nella faccia opposta regna la notte perpetua e un freddo fino quasi allo zero assoluto. Venere è coperto di nubi dense di acido carbonico, mentre lo spettroscopio ha mostrato l'assenza di vapore acqueo e di ossigeno. Essendo la rotazione molto probabilmente assai lenta, i raggi solari penetranti fino alla superficie vi causano nel centro una temperatura come di acqua bollente. L'assenza di vapore acqueo nell'atmosfera è segno che non vi sono occani, e probabilmente neppure acqua. Ora un pianeta senz'acqua non può essere un terreno adatto alla vita, e la mancanza di ossigeno e l'abbondanza di acido carbonico confermano questo parere. Su Marte si trovano delle condizioni più simili alle terrestri. La temperatura media di -40^{°} mathrm{C}. sale all'equatore, nell'estate, fino a una diecina di gradi sopra zero, mentre durante le notti invernali discende fino a -90^{°} mathrm{C}. Ma l'atmosfera, assai tenue, contiene un'esigua quantita di ossigeno e di acido carbonico, e forse neppur questa: quindi non vi è possibile una vegetazione paragonabile a quella terrestre, ma al più qualche vegetazione muscosa, di cui sarebbe indizio il cambiamento dal verde al bruno osservato in alcune macchie oscure col variare della stagione di Marte, verso il solstizio estivo. Sembra però che nello spettro delle macchie oscure manchi la riflessione tipica della vegetazione terrestre, cioè la clorofilla. Insomma neppure Marte presenta un terreno adatto ad una vita superiore. La Luna non ha aria e neppure acqua, e la temperatura varia fra 120^{°} mathrm{C}. e -80^{°} mathrm{C}. Su Giove con la sua atmosfera mefitica di metano e ammoniaca senza ossigeno, senza acido carbonico o umidità, con una temperatura di -130^{°} mathrm{C}., è affatto esclusa ogni forma di vita. Lo stesso vale per Saturno, Urano, Nettuno, Plutone, le cui temperature sono ancora assai più basse di quelle di Giove. Uno dei principali costituenti delle loro atmosfere è il metano, in minor grado l'ammoniaca, la quale, congelata a quelle bassissime temperature, sparisce dall'atmosfera. La temperatura di Nettuno è così bassa che l'azoto vi può essere soltanto allo stato solido.
Circa l'esistenza di pianeti nello spazio celeste fuori del sistema solare non abbiamo notizie. Le stelle, anche più vicine, sono tanto distanti da noi che eventuali pianeti, anche delle dimensioni di Giove, cadono fuori della portata dei più potenti telescopi.
Quindi l'a. dei mondi fuori del sistema solare è una questione di pura fantasia.
Bibl. J. Pohle, Die Sternenwelten und ihre Bewohner, Colonia 1910; H. Shapley, Life in Other Worlds? Radio Talk, in The Unicers of Stars, Cambridge 1929; H. Spencer Jones, Life on Other Worlds, Londra 1940; L. Gialasella, La vita nell'universo in Scientia, 75 (1946).
Giovanni Stein
2. Secondo la religione. - Intorno alla questione dell'a. dei mondi nulla di categorico afferma la dottrina cattolica; sotto quest'aspetto resta quindi piena la libertà di opinione e di discussione. Si trovano, infatti, e filosofi e scienziati cattolici, i quali propendono a considerare abitati se non tutti, una parte almeno degli astri; altri che, negando l'a. per il presente, la ritengono tuttavia probabile in un avvenire più o meno prossimo, quando i singoli astri avranno raggiunto il grado di evoluzione e trasformazione richiesto a soddisfare le esigenze dell'uomo quanto all'atmosfera, all'ambiente, al nutrimento, ecc. Appunto com'è avvenuto per la terra, che non prese ad albergare l'uomo, se non dopo molti e molti secoli di esistenza (cf. Secchi, Denza, Pohle, Müller, nelle opere citate nella bibliografia).
La questione tuttavia è stata trasportata sul terreno religioso, dove s'è voluto trovare argomenti pro o contro l'a. dei mondi. Alcuni, ad es. C. Flammarion (op. cit., pp. 343-46) asseriscono che non mai la Chiesa ammetterebbe la pluralità dei mondi abitati, perché ne andrebbero di mezzo i misteri della Incarnazione e della Redenzione. Della Incarnazione, perché non si dovrebbe più dire che il Verbo si è incarnato, abbassandosi infinitamente e quasi annichilaridosi, secondo la frase di s. Paolo (Phil. 2, 7), per un pugno di uomini, sparsi sulla terra, atomo di polvere in confronto degli altri innumerevoli astri, e che non ha più nemmeno il privilegio di essere il centro del nostro sistema solare. Il pugno d'uomini terreni si dissolverebbe nella moltitudine degli abitanti astrali e il mistero perderebbe assai della sua grandiosità, della sua forza e della sua grandezza d'amore.
Si può rispondere che il mistero della Incarnazione rimarrebbe sempre lo stesso incomprensibile abisso di umiliazione e di dedizione, anche se il Verbo si fosse incarnato per una moltitudine stragrande di uomini, perché "tutte le genti sono dinanzi a Lui, come se non fossero" (Is. 40, 17). Ciò che rende grande il mistero di umiliazione e di amore non è il maggiore o minore numero di uomini, che ne trassero o traggono o trarranno frutto, ma il fatto in se stesso di un Dio che si abbassa a prendere forma di uomo. Si trattasse anche di un uomo solo, il mistero nulla perderebbe; si dovrebbe anzi dire che guadagnerebbe, perché sarebbe la prova di quanto immenso sia l'amore divino per l'uomo.
Né la pluralità dei mondi abitati metterebbe in pericolo il dogma della Redenzione. Storicamente Gesù Cristo si è immolato sulla terra, si obietta; ora se anche gli altri astri fossero abitati, come avrebbero potuto quegli uomini conoscere il mistero e parteciparne gli effetti? Anche qui la risposta è semplice: ammesso pure che anche presso gli abitanti degli altri mondi avesse avuto luogo una defezione dall'ubbidienza a Dio, come avvenne per Adamo, come si potrebbe asserire che la mano di Dio onnipotente si sia abbreviata cosi da non trovare anche per essi un modo di redenzione? Tanto più che "Deus per suam onnipotentem virtutem poterat humanam naturam multis aliis modis reparare" (Sum. Theol., 1^{°}, q. 1, a. 2) anche per rispetto alla terra.
Inoltre si dice : chi legga la storia della creazione nel libro di Mosè o i salmi di Davide o le parole ispirate di altri scrittori sacri, rimane con l'impressione che l'uomo terrestre è il vero centro morale dell'universo intoro e che tutto il resto : il sole, la luna, il firmamento sono stati creati per l'uomo. Popolare di altri uomini gli astri sembra detronizzare l'uomo della terra e negargli l'importanza concessagli da Dio. Si deve rispondere prima di tutto che la rivelazione contenuta nella S. Scrittura non ha lo scopo di ragguagliare sulle dottrine cosmologiche e astronomiche e che perciò l'autore ispirato si adatta, parlando, alle dottrine vigenti al suo tempo. D'altra parte l'uomo terrestre, anche nell'ipotesi di milioni di altri mondi, nobilitati dalla presenza dell'uomo, non perderebbe affatto l'insigne privilegio accordatogli di essere stato innalzato ad