ra due punti significava δ σ τ i; δ σ τ i ν si indicava coll'a. di ι ν variamente deformata. L'a. del plur. sioi è un raddoppiamento di quella del singolare.
18) Una linea obliqua da sinistra verso destra è l'a. di ι ν; due di uguale lunghezza o con la seconda più breve indicano la stessa terminazione con l'accento grave.
19) Il segno ddot{ζ} è un monogramma risultante dall'unione delle due vocali.
20) Un semplice ddot{α} si trova frequentemente come a. di π ρ °-° π ρ ω τ °-, occasionalmente con altro significato.
Tabella II. - Diamo a parte altri pochi esempi di a. col sistema della sospensione.
Alcune parole si indicavano aggiungendo alla lettera iniziale la più importante tra quelle omesse; o invertendo l'ordine delle lettere; o con un monogramma (combinazione delle prime due lettere di una parola). Il plurale occasionalmente si indicava raddoppiando l'ultima lettera espressa o ripetendo variamente l'a.
Tabella III. - Nei papiri e nei manoscritti si trovano, inoltre, non soltanto a., ma anche simboli, cioè segni che sostituiscono un'intera parola. Ne riportiamo alcuni dei molti usati.
Bias.: G. Zereteli. De Compendiis scripturae codicum graecorum, 2ᵃ ed., Pietroburgo 1904, con 30 tavv. in fototipia e annessa per ogni tav. una p. di spiegazioni delle a. riprodotte: E. M. Thompson, Introduction to Greek and Latin Palaeography, Oxford 1912, pp. 75-84; V. Gardthausen, Griechische Palaeographie, II, ²ᵃ ed., Lipsia 1913, pp. 319-52. Per i nomina sacra, L. Traube, Nomina sacra (Quellen und Untersuchungen zur lateinischen Philologie des Mittelalters, 2), Monaco 1907.
Mario Burzachechi
III. A. paleografiche latine. - Nell'età romana e fino ai secoli iv e v i codici di contenuto letterario o storico avevano pochissime a. derivate, com'è noto, dall'uso epigrafico.
Si incontrano le finali -bus e -que, indicate rispettivamente con B. e Q., e la -m finale espressa con una lineetta posta in alto dopo una vocale o sopra di essa; anzi in un primo tempo la -m finale abbreviata si trova in fine di riga e solo col sec. vi il suo uso si estende anche a parole all'interno delle righe. Però nei codici di contenuto scientifico, come le opere giuridiche, in cui si ripetono con molta frequenza termini tecnici ben noti al lettore, le a. erano molto più numerose costituendo un sistema complesso (notae iuris); cosi pure nei testi cristiani a partire dal sec. iv-v si trovano regolarmente abbreviate alcune parole di significato sacro (nomina sacra),

Trascrizione: un(de) si queratutr) q(u a) r(e) res aliena usu capit(ur), dic ne d(omi)nia rer(um) | sint i(n) ince(r)to. ff. [= Digestum] de usu cap(ione) l(ex) I. Si q(ue)ratu(r) q(u a) r(e) (r)ir(r)nia, dic q(uad) | ins placuit p(r)inizpi, ut l(x y) "No(n) o(mn)in(m) ", sic e(n)i(m) poterat plus | min(us)ex statuere. Osti(ensis). In glo(sna) ult(imu) ibi "Nemo» disti Osti(ensis), q(uad) lex uta intelligit(ur) cum ip(s)e imp(erato)r non r(espo)udit | s(ed) ei(us) p(ro)ceres, s(ecundum) Accur(sium), ibi in I glo(sna). (Con)cor(dant) B(ernardus) et Phy(lippus) h(ic) (et) Vinc(entius). | (Et) ibi "No(n) plures", d(r) q(n)o dic ut i(nfra), de cog(natione) sp(irit)u(ali), c(apitulo) ult(imo) i(n) p(r)in(cipio) l(ibri) VI. Cum ordinem. C(assa) Cyst(er)cientes p(er) r(escri)ptu(m), | quo n(ou) fit m(en)tio de ordi(n)e sua, (con)veniri n(on) possu(n)t. | Divisio(n)e no(n) eget sp(eci)aliter et sing(u)l(arite)r. N(ou) e(n)i(m) loquitu(r) | de indulto iur(ti) co(mmue)is, v(s)i c(um) p(er) p(r)ivil(eg)iu(m) (con)cedit(ur) id q(uad) de iure | co(m)petebat s(ecundum) Viuc (entium). "Indulsiı» o(nt) litt(er)e de iure co(mmue)i inp- | etrant(ur) (contra) Cyst(er)cienses sup(er) hiis sup(er) q(u i) b(u s) s(un)t p(r)ivil(eg)iati, (et) t(un)c | sufficit q(uad) fiat mentio de ordine. A(u t) i(m)petra <n> tu(r) litt(er)e v(s)i | indulgentie (contra) p(r)ivil(egiu)m q(uad) h(abe)et (et) t(un)c de p(r)ivil(eg)io m(en)tio | f(ier)i d(eb)et; i(nfra) de re iudi(cata) "I(n)t(er) mo(n)osteriu(m)" (et) no(ta) s(upra) c(aput) I (Com)po(stellanus). Ide(m) Osti(ensis).
mentre nei documenti le a. si limitano in genere a pochi termini tecnici (p. es. : heredes, successores, actum, subscripsi). Però esempi di nomina sacra abbreviati già si riscontrano in papiri cristiani del secc. II e III (v. beatty chester; nomina sacra).
Cessato sul continente europeo l'uso delle notae iuris in seguito alle ripetute proibizioni del senato e dell'imperatore di servirsene nei libri da presentare nei giudizi, il sistema abbreviativo romano continuò a svolgersi in modo particolare nelle scuole irlandesi, dove si coniarono nuove forme, di cui alcune, a partire dal sec. viIt, si diffusero nel resto d'Europa nei manoscritti d'ogni tipo. Da allora le a. divengono sempre più numerose fino a raggiungere il massimo della frequenza nella scrittura gotica del sec. xiv, e in modo particolare nei testi giuridici, teologici, filosofici e di medicina.
Lo studio delle a. ha dunque un duplice scopo : pratico, per leggere con esattezza gli antichi testi, e scientifico, come elemento importante per la critica del manoscritto mediante l'osservazione delle forme tipiche locali di certi determinati centri scrittori e della loro diffusione. Spesso attraverso lo studio delle forme abbreviate (e degli errori sistematici che derivano dalla loro falsa interpretazione) si riesce a determinare anche il tempo e il luogo di scrit-
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tura dell'archetipo che è servito per la copia di un determinato manoscritto.
Nonostante le varietà locali, anche le a. romane e medievali seguono regole fisse secondo due grandi sistemi: il troncamento e la contrazione; e per indicare l'a. si hanno segni di significato generale o particolare. Cosicché, per leggere con precisione una parola abbreviata occorre considerare successivamente due elementi: le lettere espresse e il segno abbreviativo.
I segni abbreviativi più antichi erano costituiti dal punto e dalla linea, che avevano un valore generico, ma a poco a poco, con l'adozione di altri derivati dalle scritture tachigrafiche, si giunse ad un complesso di segni che si possono così classificare:
i) il punto, posto di solito a mezz'altezza dopouna lettera, è il segno tipico del troncamento, d'uso però limitato. In alcune sigle di formazione irlandese si hanno lettere fra due punti ; raro è il punto soprascritto (v. tabella I, n. i);
2) la lineetta orizzontale, segnata sopra una o più lettere, indica talvolta un troncamento (p. es. : bar{u n}= unde), ma più spesso una contrazione (p. es. : overline{overline{mathrm{oc}}}= omue) ; posta su vocale indica la mancanza di una -m (-n). E largamente usata in unione con consonanti (al di sopra oppure tagliante l'asta ascendente o discendente) per indicare particolari troncamenti sillabici. Nelle scritture cancelleresche la lineetta diviene curva e forma un nodo (v. tabella I, n. 2);
3) l'epastrofn, derivato dal punto e segnato in alto dopo una lettera, ricorre specialmente nelle notae iuris; è raro nel medioevo ( v. tabella I, n. 3);
4) i due punti o il punto e virgola o un segno derivato somigliante ad un 3, indicano un troncamento generico (v. tabella I, n. 4);
5) la linea obliqua tagliante una consonante indica pure un troncamento generico. Spesso la linea è unita alla consonante con un nesso corsivo, specialmente in -rum (v. tabella I, n. 5);
6) una linea ondulata traversante una lettera, o una lineetta ondulata (verticale o orizzontale) posta sopra una lettera indica la mancanza di una -r- nella sillaba (v. tabella I, n. 6);
7) una lineetta ondulata terminante ad uncino o un segno simile a un 2, posti sopra una lettera, indicano la mancanza di -ur -er -tur (v. tabella I, n. 7);
8) i segni tachigrafici di et, cum (con), -us (v. tabella I, n. 8).
Spesso si usava anche mettere, in luogo del segno abbreviativo, una piccola lettera soprascritta, esprimente l'ultimo elemento della parola o della sillaba abbreviata (v. tabella II).
Le lettere p e q dànno luogo a particolari a. molto comuni (v. tabella III).
Notevoli sono i segni irlandesi passati nell'uso comune (v. tabella IV).
BIBL.: Per uno studio generale sulle a. e per una bibliografia molto accurata v. L. Schiaparelli, Avviamento allo studio delle abbreviature latine nel medioevo, Como 1925. Sulle notae iuris: L. Schiaparelli, Le "notae iuris" e il sistema delle abbreviature medievali, in Archivio Storico Italiano, 73,1 (1915), pp. 273322. Per uno studio critico delle a. anteriori alla metà del sec. Ix si veda: W. M. Lindsay, Notae latinae. An Account of Abbreviation in Latin Mss. of the Early Minuscule Period (c. 700-830), Cambridge 1905. Utilissimo a scopo pratico: A. Cappelli, Dizionario di abbreviafure latine ed italiane, 3^{°} ed., Milano 1920. Giulio Battelli
'ABDE'. - Nome arabizzato dell'antica città nabatea della "Palaestina tertia» Eboda (Tolomeo, V, 16, 4) o Oboda (Stefano di Bisanzio, Onomast., 525, 23), a 50 km . in linea d'aria a sud di Bersabea e a
35 km . a nord-est di Cades, sull'altipiano (delle dimensioni di m. 1000 × 800 ) di un colle roccioso. Fu costruita dai Nabatei nel sec. I a. C. intorno al sepolcro del loro re Oboda II (onde il nome), morto probabilmente nel 47 a. C. e poi divinizzato.
Vi si sovrappose una fortezza romana, poi (sec. v o vi) una città bizantina con circa 300 abitazioni nelle antiche caverne della necropoli, con un monastero fortificato e due chiese, sotto le cui rovine sono gli avanzi del tempio nabateo probabilmente dedicato a Oboda. Sul fianco sudorientale del colle, tra 24 sepolcri, spicca un vasto ipogeo decorato di simboli pagani, nel quale il p. Vincent vede la tomba di Oboda. A sud è un alto-luogo con un altare costituito nella roccia da un' enorme stella a 9 punte del diametro di circa 70 m ., e sulla roccia accanto 12 sandali votivi e graffiti nabatei incisi dai pellegrini. Il luogo di culto era sacro alla stella del mattino, molto venerata dagli antichi Arabi col nome di al-'Uzza.
Le epigrafi greche del luogo ci conducono al 1^{°} luglio 581 , tempo in cui le scorrerie dei nomadi devastavano la remota città, posta a guardia delle strade tra il Mediterraneo, il Mar Morto e il golfo di Ailat. L'invasione musulmana distrusse 'Abdé', oggi disabitata.
BibL.: J.- A. Jaussen, R. Savignac, H. Vincent, Abdeh, in Revue Biblique, nuova serie, I (1904), pp. 403-24; 2 (1903), pp. 74-80, 235-44; A. Musil, Arabia Petrate II (Edom), Vienna 1908, pp. 103-51; F. M. Abel, Abdeh, in DBs, fasc. 1-2, colonne 1-8.
Antonino Romeo
ABDENAGO (ebraico 'abedh-nēghô, da leggersi, supponendo un errore di copista, 'abedh-nebhô "servo del dio Nabux), - 'Abedh-nebhô, che ricorre in un'iscrizione assiro-aramea (E. Schrader, Die Keilinschriften und das Alte Test., Giessen 1872, p. 429), corrisponde al nome babilonese dato ad Azaria (v.), uno dei tre compagni di Daniele deportati in Babilonia nella prima depredazione di Nabucodonosor ( 606 a. C.) ed educati alla corte di questo re (Dan. 1, 7). A. ricompare come sovrintendente della provincia di Babilonia (Dan. 2, 49) e nel noto episodio dei tre giovani nella fornaso (Dan. 3, 12-97). Enrico Gabiani
ABDERHALDEN, EMIL. - Fisiologo e chimico biologo svizzero (1877-1946), professore all'Università di Halle. Accademico pontificio dal 1936. Oltre che per l'opera di chimico biologo, va ricordato per aver fondato e diretto dal 1922 al 1938 la rivista Ethik intesa a combattere alcune malattie sociali, e per l'appello ad entrare nella lega medica tedesca per la morale sessuale (1918). Si oppose alla propaganda antireligiosa.
BibL.: Annuario della Pontificia Accademia delle Scienze, Roma 1937, p. 24 sgg.
Luigi Scremin
ABDIA (ebr. «servo di Jahweh»; nel testo massoretico 'Obadyāh, forma ritenuta dagli Ebrei e da Lutero e seguaci). - Quarto dei profeti minori del canone biblico, autore del più breve libro del Vecchio Testamento (21 versetti), contenente un oracolo contro Edom.
I. L'oracolo. - Il Signore invita le nazioni a unirsi in lotta contro Edom (1), di cui distruggeranno i borghi annidati sulle rocce dilapidandone il tesoro, mentre gli amici di un tempo si ritireranno, lasciandolo in preda alla strage (2-9). Tale castigo gli spetta perché Edom agì empiamente con Giuda, unendosi con "la gente di fuori che gli portava via ogni bene, mettendo le mani sui suoi beni e massacrandone i fuggiaschi» (10-14). Tutte le nazioni berranno nel giorno del Signore la coppa del castigo e scompariranno, mentre Giuda e Israele riavranno la salvezza distruggendo Edom, allargheranno i loro confini e festeggeranno il ritorno dei prigionieri (15-21).
2. Epoca di composizione. - Non pochi, da Knabenbauer a Theis, pongono al sec. Ix l'oracolo, che alluderebbe
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all'invasione di Gerusalemme sotto Joram verso l'845 a. C. ad opera di Arabi e Filistei (cf. II Reg. 8, 20-22; II Par. 21, 8-17), e adducono le seguenti ragioni letterarie: la dipendenza di Geremia (49, 7-22) da A. (5-17) e di Amos ( 1-2 ) da Gioele ( 4,16 ), che a sua volta dipende (3, 5) da A. (17). Perciò A. sarebbe anteriore ad Amos, e il più antico dei profeti. Ma sembra preferibile assegnare l'oracolo all'epoca esilica (sec. vi). La descrizione del crollo di Gerusalemme (ro-14) piuttosto che ad antecedenti devastazioni fa pensare alla distruzione totale da parte di Nabucodonosor nel 587, quando, secondo Lam. 4, 21 ed Ez. 25, 11; 35, 3-15, Edom plaudi e si arricchì delle spoglie. A. rispecchierebbe perciò l'odio ebreo contro gli Idumei, accresciutosi con l'esilio (Ps. 136, 7; Eccli. 50, 58). La dipendenza di Gioele da A. andrebbe rovesciata, e tanto Geremia quanto A. forse dipendono entrambi da un ignoto oracolo anteriore. Th. H. Robinson pone arbitrariamente le varie parti di A. tra il 520 e il 350 , e la redazione finale poco prima del 300.
L'ipotesi d'un Proto-Abdio (vv. 1-10) e di un DeuteroAbdia (vv. 11-21), il primo risalente a Joram, il secondo

Anda - A. profeta; statua in marmo di Nanni di Bartolo detto il Rosso (1422) - Firenze, Campanile di Giotto.
all'esilio babilonese, è esclusa dall'evidente unità letteraria del libro.
3. Senzo messianico. - Gli esegoti cristiani riferiscono generalmente a Gesù Cristo e alla Chiesa la chiusa, dal v. 17 (v E sul monte Sion sarà la salvezza... ) al 21 (vI salvatori saliranno sul monte Sion per giudicare il monte di Esau, ed a Jahweh apparterrà il regno "). Cf. J. Knabenbauer, In Prophetas minores, I, 2ᵃ ed., Parigi 1924, pp. 354-56.
Il corpo di A. era venerato a Samaria-Sebaste almeno dal sec. Iv; s. Paola sostò nel 385 dove "siti sunt Helisaeus et Abdias prophetae..." (s. Girolamo, Epist. 108: PL 22, 536); lo afferma ancora verso il 725 Willibald (T. Tobler e A. Molinier, Itinera Hierosolymitana, 1-2 [1880], p. 269).
Bibl.: A. Condamin, L'unité d'Abdias, in Revue Biblique, 9 (1900), pp. 261-68; I. A. Bewer, The Book of Obadiah (International Critical Commentary), Edimburgo 1912; S. O. Isopescui, Historisch-kritische Einleitung zur Weisengang des Abdias, in Wiener Zeitschr. f. d. Kunde d. Morgenlandes, 27 (1913), pp. 141-62; 28 (1914), pp. 149-81; W. Cannon, Israel and Edom. The Oracle of Obadiah, in Theology, 15 (1927), pp. 129-26, 191-200; W. Rudolph, Obadia, in Zeitschrift für die alttestamentliche Wissenschaft, 49 (1931), pp. 222-31; J. Thoin, Die Weisragung des Abdias, Treviri 1917, e in Die zwidf Kleinen Propheten, t. Hälfte, Bonn 1937; B. Kutal, Libri propheturam Amos et Abdiae, Olomouc 1933; Th. H. Robinson, The structure of the Book of Obadiah, in Journ. of theal. Studies, 17 (1912-16), pp. 402-408; id., Die zwidf Kleinen Propheten; Hasro-Michah, Tubinga 1937; J. M. Rinaldi, In librum Abdiae, in Verbum Demim, 19 (1939), pp. 148-58, 174-9; id., In Abdiam Prophetam ibid., pp. 221-6. Faustino Salvoni-Antonino Romeo
ABDIA (Pseudo). - Primo vescovo (immaginario) di Babilonia, eletto dagli apostoli Simone e Giuda.
Verso la metà del sec. xvi l'erudito viennese Volfango Lazius gli attribuì la paternità di una raccolta di leggende apostoliche, ch'egli intitolò De historia certaminis apostolici, pubblicata a Basilea nel marzo 1552 (la prefazione reca la data del 1^{°} ag. 1551). A. avrebbe scritto in ebraico quest'opera tradotta poi in greco da Eutropio, suo discepolo, e in latino da Giulio l'Africano.
Ma si tratta, in realtà, di un'opera anonima scritta in Gallia nel sec. vi in due tempi. La prima redazione doveva contenere le sole passioni dei dodici apostoli ispirandosi alla raccolta di Leucio Carino per Pietro, Paolo, Giovanni, Andrea, Tommaso, ad altri racconti per gli altri apostoli (Gregorio di Tours vi allude nella prefazione al suo Liber de miraculis s. Andreae); la seconda, alle passiones aggiunge le virtutes et miracula, in particolare per Andrea e Tommaso, ispirandosi alle opere omonime attribuite a Gregorio di Tours. Di qui la varietà del suo contenuto nei manoscritti e i vari nomi con cui viene chiamata: Passiones, o Miracula, o Virtutes Apostolorum.
Il revisore d'Auxerre (592-600) del Martirologio geronimiano (cf. p. es. le notizie del 1^{°} luglio e 28 ott. relative alle feste dei ss. Simone e Giuda) e Venanzio Fortunato (Carm., VIII, vv. 147-50) si sono ispirati a questa raccolta. Dal punto di vista letterario, l'opera di A. è utile per la conoscenza della trasmissione di vari apocrifi apostolici.
Bibl.: Edizioni: F. Nausea, Anonymi Philalethi Eusebiani in citas, miracula, passionesque Apostolorum Bhapandiae, Colonia 1531; l'ed. citata del Lazius (1552) fu più volte ristampata (p. es. Parigi 1560, 1566, 1571, 1583; Colonia 1566, 1569, 1576); J. A. Fabricius, Codex apocryphus Novi Testamenti, ²² ed., II, Amburgo 1719, pp. 388-742 (con dotte annotazioni); III, ivi, pp. 568-90 (aggiunta e annotazioni); versione ted., ²² ed., Stoccarda 1835 e vers. francese in Dictionnaire des Apocryphes, II, Parigi 1858 (Migne); R. A. Lipsius, Die apokryphen Apostelgeschichten, I, Brunswick 1883, pp. 117-78; L. Duchesne, Acta XX. Novembris II, 1, Bruxelles 1892, pp. [Lxxviit-ix]; id., Les anciens recueils de légendes apostoliques, in Compte rendu du III Congrès scientifique international des catholiques tenu à Bruxelles en 1894, V, ivi 1895 (estratto pp. 8-10); E. Amann, Apocryphes du N. T., in DBs, I, coll. 112-14. A. Pietro Frutas
ABDICAZIONE. - Questa parola che, nell'antico diritto romano, valse a indicare ogni specie di rinunzia, e più tardi prese il significato specifico di rinunzia a un pubblico ufficio, e anche di espulsione
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del filiutfamilias dalla famiglia, venne infine riferita solo alla rinuncia al potere regio, e in tal senso fu accolta dal diritto moderno.
Secondo l'opinione più diffusa, per la sua validità non è necessaria una formale accettazione da parte del parlamento, bastando che la volontà del sovrano risulti chiaramente espressa in un atto autentico. Ciò non toglie, tuttavia, che particolari disposizioni, da emanarsi per mezzo di una legge speciale, possano rendersi opportune, soprattutto allo scopo di dichiarare le conseguenze giuridiche della a. nei riguardi della futura discendenza del re abdicante. E ammesso da tutti, inoltre, che l'a. non può essere sottoposta a condizione o a termine e che non esercita alcuna influenza sull'ordine della successione al trono.
L'istituto della a. non è sconosciuto al diritto canonico; fu oggetto, anzi, di viroce disputa durante il medioevo la questione se il Papa potesse o meno rinunziare all'esercizio della sua autorità (v. sommo pontefice).
BibL.: O. Ramelleri, Istituzioni di diritto pubblico, Milano 1932, p. 219: V. E. Orlando, A., in Nuovo Digesto Italiano, I. Torino 1937, p. 23 : J. Chelodi-P. Ciprotil, Ius de personis, ³² ed., Vicenza 1942, p. 249.
Ferruccio Lincei
ABDINGHOF. - Abbazia benedettina a Paderborn in Vestfalia, fondata nel rors dal vescovo Meinwerk, che vi chiamò monaci eluniacensi, e consacrata nel 1031. Fu importante centro culturale e dalla sua scuola uscirono i Carmina Abdinhafensia (fine sec. xi); manoscritti dello scriptorium di A. si conservano a Paderborn e a Kassel. La chiesa monumentale, che, in seguito ad un incendio, venne parzialmente ricostruita verso il roSo è del tipo basilicale. Degli antichi arredi rimane tuttora il celebre altare portatile, ultimamente attribuito a Rogherus di Helmwardshausen. L'abbazia, in decadenza a partire dal sec. xim, trovò nell'abate H. de Peine (1479-91) un valoroso riformatore: fu secolarizzata nel 1803.
BibL.: L. Schmitz-Kallenberg, Monasticon Westfuliae, Münster 1909, pp. 63-66: U. Berlière, s. v. in DHO, I, coll. 64-65; P. Frankl, Die Baukunst des Mittelalters, Potsdam 1918, pp. 72 e 94 ; I. Baum, Die Malerei u. Plastik des Mittelalters, II, ivi 1930.
Kurt Bathe
ABDISHO: v. ebEDIESU.
ABDON. - Uno dei giudici minori, figlio di Hillèl, oriundo da Fireathon, l'attuale Far'ata a 10 km . a sud-ovest di Naplusa. Ricco possidente, aveva 41 figli e 30 nipoti cavalcanti 70 asini, indizio di agiatezza e nobiltà (Indc. 5, 10; 10, 4). Giudice per otto anni, probabilmente nella regione di Efraim, venne dopo la morte seppellito nella città natale presso un monte, che forse dà una antica colonizzazione o da un episodio bellico era chiamato Amalecita (Indc. 12, 13-15).
Faustino Salvoni
ABDON e SENNEN, santi, martiri. - Secondo la Passio, di nessun valore storico, furono re della Persia, catturati da Decio e uccisi in un anfiteatro di Roma. In realtà sono martiri romani del sec. III, sepolti nel cimitero di Ponziano sulla via Portuense, dove una pittura del sec. vi o vir li rappresenta, vestiti all'orientale, nell'atto di ricevere la corona dal Salvatore. I loro nomi ricorrono nella Depositio Martyrum, nel Martirologio geronimiano e nei Sacramentari romani antichi. Papa Adriano I (772-95) restaurò la basilica cimiteriale ad essi dedicata e papa Niccolò I (858-6x) il loro sepolcro, già ornato, come sembra, da papa Damaso. I corpi dei due martiri furono poi trasportati nella basilica di S. Marco, e più tardi, parte di essi, ad A.les-sur-Tech (Francia). Vicino al Colosseo esisteva una chiesa a loro dedicata. Festa: 30 luglio.
BibL.: Martyr. Hieronymianum, p. 405: Martyr. Romanum, p. 314: R. Valentini e G. Zucchetti, Codice topografico della Città di Roma, (Fonti per la St. d'Italia, 88), II, Roma 1942, pp. 21-22; A. Ferrua, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, n. 3, pp. 96-97.
Cesario van Hulst
ABECEDARI. - Composizioni poetiche in cui i versi e le strofe incominciano secondo le lettere dell'alfabeto nella loro successione naturale.
Ne abbiamo esempi già nella poesia ebraica (Lam. 1-4; Ps. 33 ; 36; 118 ; Prov. 31,10-31). Fra gli antichi autori cristiani, ne troviamo in Commodiano (Instruct., I, 35; II, 19: CSEL, XV, [1887]), in Sedulio, con l'inno

(da Wilpert, Pitture, too, 152)
ABDON e SENNEN - Incoronazione dei martiri (al centro). Affresco nel Cimitero di Ponziano.
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Abbon e Sennen - Pergamena delle reliquie dei santi deposta dal card. Marco Barbo l'anno 1474 nell'altar maggiore della Basilica di S. Marco. - Roma.
A solis ortus cardine (PL 19, 765-70; I. Huemer, in CSEL, X [1885]); in Ilario, con gl'inni Ante saecula qui manes e Fefellit saevam; in Fulgenzio di Ruspe, contro gli Ariani (pubblicato la prima volta da D. C. Lambot, Rev. Bénéd., 48 [1936], pp. 221-34); in Venanzio Fortunato (Carm. I, 16: PL 88, 81 sgg.).
Ma il più noto è il Psolmus contra partem Donati di s. Agostino (PL 43, 23-32; M. Petschenig, in CSEL, LI [1908], pp. 3-15; D. C. Lambot, Rev. Bénéd., 47 [1935], pp. 319-30). E una storia polemica del donatismo (v.) ad uso del popolo, scritta in ritmo popolare che prescinde affatto dalla metrica classica; i versi sono ottonari accentuativi, tutti terminanti in e(σ), distribuiti in 20 strofe che cominciano con le lettere dell'alfabeto da A a V, più un verso introduttivo che si ripete come ritornello e una conclusione di 30 versi.
Bibl.: H. Vroom, Le psaume abécédaire de s. Augustin et la poésie latine rhythmique (Latinitas Christianarum primaeva, fasc. 4). Nimega 1933; A. Vaccari, in La Civiltà Catt. 1947, I, pp. 214220.
Michele Pellegrino
ABEL (ebr. Äbhél «prato»; forse però è aramnizzazione dal cananeo öbil «canale»). - Nome di cinque località palestinesi o transgiordaniche.
1. Abel beth-Maacha "A. della casa di Mascha (v.)", - Abel Majim "A. dell'acqua», o semplicemente A. Città fortificata alla frontiera nord del territorio israelitico nelle vicinanze di Dan. Vi si attestò Seba, inseguito da Joab; ma la città, "madre in Israele», proverbialmente savia e pacifica, gettò da sopra le mura la testa di Seba a Joab, che tolse l'assedio (II Sam. 20, 14-19). Benhadad la prese al re d'Israele Baasa (I Reg. 15, 20; II Por. 16, 4). Teglatfalasar l'occupò con le altre città di Neftalí e ne deportò gli abitanti in Assiria (II Reg. 15, 29). Oggi è probabilmente Abil el-Kameh, a ovest di Banias.
2. Abel-satim (Volgata; ebr. Abel ha-sittim "A. delle acacie" o anche solo Settim [Sittim]). Accampamento degli Israeliti prima di passare il Giordano (Num. 25, 1; 33, 49; Jos. 2, 1; 3, 1; Mich. 6, 5); oggi Tell Kefrein a 11 km . a est del Giordano, in direzione di Gerico (secondo pochi Wadi es-Sejale, a 5 km . più a sud).
3. Abel-ktramim "A. delle vigne». Villaggio degli Ammoniti (Iudc. 11, 33) situato, secondo l'Onomastico di Eusebio (32, 14-16), a 6 o 7 miglia (ca. 10 km .) da Filadelfia (v. RABBÂH); forse è l'attuale Na'ur o, secondo altri, Abel es-Zait.
4. Abel-mehula (ebr. Abel Meholâh "A. della danza»). Patria di Eliseo (Iudc. 7, 22; I Reg. 4, 12; 19, 18); forse è l'odierno Tell Abu Sifri, a ca. 15 km . a sud di Beisan.
5. Abel Misrajim "A. d'Egitto ", interpretato da Gen. 50, 11, per "lutto ('ébel) degli Egiziani», perché ivi
Giuseppe e i fratelli piansero la morte di Giacobbe. Situato ad est del Giordano, forse è l'odierno Tell el-Ağlah o Hirbet Gharbe.
L'Abel magnus (della Volgata) in I Sam. 6, 18 corrisponde all'ebr. Abel ha-gédholôh; ma con i Settanta e Targum va letto ében ha-gédholôh, cioè "la pietra grande (cf. vers. 14 sgg.).
Bibl.: A. E. Mader, s. v. in LThK, I, p. 16; F. M. Abel, Géographie de la Palestine, II, Parigi 1938, p. 253 sgg., 274. - Su Abel beth-Mascha: R. Kittel, Geschichte des Volkes Israel, II, Stoccarda 1925, pp. 226, 364 sgg.; J. Braslawski, A. b.-M. in the Inscriptions of Tiglathpilever III, in Bulletin of the Jewish Palestine Explor. Soc., (genn. 1935), pp. 4344. - Su Abel-satim: F. M. Abel, Expäoration du sud-est de la vallée du Yourdain, in Revue Biblique, 40 [1931], pp. 216-20, 375-82.
Gaetano M. Perrella
ABEL, HEINRICH. - Gesuita, nipote del celebre ministro di stato K. Abel, n. a Passau il 15 dic. 1843, m. a Vienna il 23 nov. 1926. Entrato nell'Ordine nel 1863 e compiuto il corso degli studi, insegnò dapprima parecchi anni letteratura e storia nel collegio di Kallsburg, indi passò a Vienna, dedicandosi al ministero tra gli uomini. Vi fondò la prima Congregazione mariana (1890), quella dei mercanti, cui seguirono, durante la sua vita, altre 330 , formate da persone di ogni ordine e qualità, con 5 periodici; promosse i pellegrinaggi di uomini al santuario di Mariazell e i corsi maschili di esercizi spirituali. Ma l'opera che lo fece proclamare l'apostolo di Vienna furono i suoi corsi di prediche apologetiche e sociali, tenute agli uomini. Già vi aveva predicato fin da quando era professore a Kallsburg; ma ora, nella chiesa di S. Agostino, iniziò una predicazione vibrante e serrata, dalla forma popolare e attraente, tutta pervasa dai concetti della Rerum novarum, che segnò nella capitale una splendida rinascita cattolica. Nell'azione sociale affiancò il movimento di massa guidato dal dott. Lunger. Ai suoi funerali presero parte, con il cardinale di Vienna, più di 10.000 uomini, di cui 300 sacerdoti.
Scrisse fra l'altro: Zurüch zum praktischen Christentum, ( 4ᵃ ed., Vienna 1900); Der Katholische Mann, (Vienna 1923); e per rispondere alle accuse di chi era punto dalle verità proclamate dal pulpito, l'opuscolo: Wie ich Jesuit wurde, (Vienna 1926).
Bibl.: P. H. A. s. 7., Festschrift zu dessen 25 jähr. Priesterjubiläum, Vienna 1899: G. Leb. P. H. A., Rïn Lebensbild, Innsbruck 1926.
ABEL, KARL. - Ministro di Stato in Baviera, n. a Wetzlar il 17 sett. 1788, m. a Monaco il 3 sett. 1859. La carriera di funzionario lo portò fino alla carica di consigliere di Stato e poi di ministro degli interni e
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del culto (1837); nella quale, per la durata di dieci anni, si rese assai benemerito della religione e della Chiesa. Lavorò, tra l'altro, alla restaurazione della scuola, promosse e favori l'crezione di case religiose, massime di suore insegnanti, rese libera la corrispondenza tra i vescovi e la S. Sede, interpretò benignamente gli articoli organici vessatori, aggiunti dallo Stato al concordato del 1817 . Non gli mancarono perciò le opposizioni dei protestanti e dei liberali, che resero difficile l'opera sua; finché alcune esagerazioni, e soprattutto il rifiuto di concedere «l'indigenato» alla danzatrice Lola Montez, favorita del re Luigi I, lo fecero cadere in piena disgrazia. Nel 1847 fu per breve tempo ambasciatore alla corte di 'l'orino; poi fu messo a vita privata ( 1850 ).
Bib.: IM. Strödll, Kirche und Staat in Bayern, unter dem Minister d. a. scinem Nachfolger, Scieffusa 1849; G. Goyau, L'Allemagne religieuse, 1800-1850, vol. II, Parigi 1905; M. Staudinger, Die Katholische Bewegung in Bayern, Monaco 1925.
Celestino Testore
ABEL (Able, Abble), Thomas, beato. - 'l'eologo inglese, m. a Smithfield il 30 luglio 1540 . Nel 1516 fu «Magister artium» a Oxford e divenne cappellano domestico della regina Caterina di Aragona, prima moglie di Enrico VIII.
Strenuo difensore del vincolo matrimoniale, cooperò a riaffermare nelle medesime idee la regina. Contro Enrico VIII scrisse prima Invicta veritas (Luneberg: luogo finto di stampa, 1533), e poi un Tractatus de non dissolvendo Henrici et Cœelastinae matrimonio (1534). Dopo sei anni e mezzo di carcere fu condannato con altri, tra cui Edward Powel e Featherstone, alla decapitazione. Da Leone XIII fu beatificato nel 1886.
Bib.: B. Camm, Lives of the English Martyrs, I. Londra 1904, pp. 463-83; J. H. Pollen, Acts of the English Martyrs, I. Londra 1904, pp. 462-83; J. Spillmann, Geschichte der Katholikunterfaltung in England, I. ³ᵉ ediz., T'elburgo in Br. 1910, pp. 276-83
Cesare Bertola
ABEL, Vasiliev. - Monaco russo (al secolo Basilio Vasiliev), n. nel 1757 ad Akulov, nel governo di Mosca, m. nel 1841 nel monastero di Spasso-Evfimiev. Si atteggiò a mistico e profeta, ciò che gli procurò numerosi seguaci, ma da ultimo gli valse molte amare delusioni. Si narra infatti che, avendo predetto la morte di Caterina II, questa lo fece rinchiudere in una fortezza. Paolo I voleva liberarlo, ma, dopo averlo ascoltato, lo rimandò in prigione. Alessandro I lo rimise in libertà e Nicola I gli assegnò per dimora il monastero di Spasso-Evfimiev, dove morì. A. lasciò una serie di scritti nei quali la narrazione delle sue avventure è accompagnata da commenti mistici, affini alla letteratura massonica. Citiamo: Vita e prove di P. Abel; Discorsi sull'Essere; Ciò che è l'essenza divina; Libro primo sull'esistenza del monaco Abel; ecc.
Bib.: Conferenze alla Società di storia e d'archeologia russa dell'Università di Mosca, 4 (1863), pp. 217-22; Rushoja Starina, 1 (1875), pp. 414-35; Dizionario biografico russo (Rushij biogre. ficeshij Slovar), I. Pietroburgo 1896, p. 33. Martino Jugie
ABELARDO (Abaelardus, Abailardus), Pietro. Filosofo e teologo francese.
1. Cenni biografici. - N. nel 1079 a Pallet (Palatium), villaggio della Bretagna minore, a ca. 20 Km . ad est di Nantes, m. il 21 apr. 1142 nel monastero di Saint-Marcel-sur-Saône. Dal padre Berengario che aveva trascorso, prima di abbracciare la carriera delle armi, qualche anno sui libri, ereditò un vivo amore per le lettere, e, giovanissimo, secondo il costume del tempo, si dette a frequentare le scuole dei più celebri maestri di dialettica.
Ardeva in quell'epoca la controversia intorno al valore degli universali, che era un problema specificamente filosofico del sec. xir, ed A. ebbe la sorte di avere per insegnanti i capi delle due scuole rivali : Roscellino (mominalista) e Guglielmo di Champeaux (realista). Il giovane bretone manifestò ben presto un ingegno sottile e prodigiosamente facile ad apprendere le arti del trivio e quadrivia, un'indole orgogliosa ed esuberante, una passione fervida per le battaglie dell'intelletto.
Dopo aver percorso varie province della Francia si stabili a Parigi, nella scuola della cattedrale, sotto la disciplina di Guglielmo di Champeaux. Ma lo spirito suo, inquieto e presuntuoso, lo portò a muovere critiche all'insegnamento del maestro e ad attirarsi così l'inimicizia di lui e di molti condiscepoli. Non ancora ventitreenne, aprì allora a Melun, residenza della corte, una propria scuola, che poi trasportò a Corbeil, per avvicinarsi alla capitale. Ma un esaurimento, procuratogli dalla smodata applicazione alle studio, lo costrinse a tornare nella sua provincia e lo obbligò, per alcuni anni, ad un relativo riposo.
Ristabilitosi in salute, si trasferì a Parigi per studiare retorica sotto la direzione dello stesso Guglielmo. Li riprese la lotta contro il suo professore, e lo costrinse, a quanto A. stesso afferma, a ritrattarsi e ad abbandonare la sua posizione nello questione degli universali (Historia calamitatum: PL 178, 119). Questa capitolazione rovinò la fama del vecchio maestro, che pure aveva un passato glorioso, e rese celebre il giovane professore, che non tardò a fondare fuori le mura della città, in cima a S. Genoveffa, una scuola, a cui ben presto arrise grande successo.
Battuto il suo maestro in dialettica e in retorica, A. volle mietere allorì anche nella scienza sacra, e si recò a Laon, nella scuola di teologia dell'illustre Anselmo. Trovò quest'insegnante inferiore alle voci che di lui correvano, facendo sì, ma debole nel raciocinio: «Accendeva il fuoco, e invece di far luce alla casa, la riempiva di fumo. Alberò, che ai riguardanti da lungi appariva tutta una pompa di foglie, ma agli avvicinatisi a ben scrutarlo, risultava invece infruttifero" (ibid., 125). Tentò di fargli subire la stessa sorte di Guglielmo e pretese tenere nella sua scuola alcune lezioni sopra Ezechiele. Ma le proteste e l'ostilità di Anselmo furono tante che egli dovette abbandonare Laon.
Riparò di nuovo a Parigi, dove ottenne la direzione della scuola di Notre-Dame e dove insegnò filosofia e teologia. Tra gli scolari che da ogni parte di Francia e di Europa occorrevano a lui, si contarono 19 cardinali, oltre 50 futuri vescovi, ed uno (Celestino II) che giunse al papato. Anche il tribuno Arnaldo da Brescia frequentò le sue lezioni.
Ma proprio nel periodo di tempo del suo insegnamento a Notre-Dame avvenne il romanzo d'amore con Eloisa e l'atroce vendetta che ne prese il canonico Puberto, sio della fanciulla. Il clamore che si levò attorno al fatto l'obbligò a ritirarsi nell'abbazia di S. Dionigi, mentre Eloisa prendeva il velo nel monastero di Argenteuil. I due non ruppero completamente i loro rapporti, ma il noto carteggio epistolare che avrebbero in seguito scambiato, alle ultime indagini della critica, risulta una finzione letteraria dell'irrequieto maestro. Il szio monastico non cambiò il suo carattere ed egli, dietro invito dei suoi allievi, riprese le lezioni e le battaglie per la filosofia.
Ebbe una polemica violenta con Roscellino (Epist., 19 e 15: PL 178, 356-72), e fu colpito da una condanna del Concilio di Suissone, a causa del suo trattato De unitate et trinitate divina (1121). Rinchiuso, per punizione, nel convento di S. Medardo, fu, dopo pochi giorni, liberato dal card. legato Conone d'Urrach, che aveva presieduto al concilio, e rimandato a S. Dionigi. Più tardi lo troviamo nella solitudine del Paracleto, presso Troyes. Ma il deserto, nel quale aveva cercato rifugio, divenne presto una frequentatissima scuola. Nel 1125 fu eletto abate di S. Gilda a Rhuys in Bretagna, e, in seguito (1129), tornò al
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Paracleto, già ceduto ad Eloisa e alle sue compagne, cacciate da Argenteuil dall'abate Sigieri. Là si occupò della loro assistenza. Giovanni di Salisbury ce lo mostra di nuovo nel 1136 in cattedra sul colle di S. Gienoveffa, intento a lottare contro la setta dei cornificiani. Erano però gli ultimi trionfi della sua carriera didattica: una grave tempesta si addensava sul suo capo. Accusato ancora una volta di eresia, ebbe in questa occasione come avversario s. Bernardo e fu chiamato a giudizio dal Concilio di Sena (giugno 1141). A. avrebbe voluto discutere, ma fu invitato a sconfessare le proposizioni incriminate ed a ritrattarsi. Egli preferì appellarsi al Papa e partì per Roma dove contava potenti amici. Ma avendo saputo che Innocenzo II aveva confermato la sentenza e la condanna, si fermò a Cluny. Quivi lo accolse con bontà Pietro il Venerabile, che riusci a riconciliarlo con s. Bernardo, ad allontanargli dal capo gli effetti della condanna pontificia e ad ispirargli una ritratrazione sinceramente cattolica.
Là A. piamente morì. La sua salma fu fatta trasportare dallo stesso abate di Cluny al Paracleto. Oggi i resti mortali di A. e di Eloisa, trasferiti al PèreLachuise di Parigi nel 1817, riposano riuniti in un unico sepolcro.
2. Le opere: 1. Opere filosofiche: è invalso l'uso, col Geyer, di distinguere tre gruppi degli scritti di logica di A.: a) Glosse letterali di trattati isolati, che l'autore chiamava Introductiones parvulorum. Cousin ne raccolse e pubblicò da diversi manoscritti, ma non tutti hanno avuto l'onore della stampa. Sono anteriori al 1121.
b) Esposti coordinati di tutta la logica, composti tra il 1113 e il 1120 . Questa logica sistematica ci è pervenuta in duplice forma, secondo i due Incipit: Ingredientibus e Nostrorum petitioni sociorum. Il Geyer ha pubblicato le Glosse su Porfiria, nonché le Glosse sulle categorie e le Glossulae super Porphirium.
c) La Dialettica, trattato completo di logica, regolare e metodico, personale e non commentario del pensiero altrui. Sono menzionati in esso Guglielmo di Champeaux e Roscellino, morti nel 1121, e questo accenno fa supporre che l'opera sia stata scritta dopo il detto anno, perché l'autore non nomina mai in altri lavori questi maestri, mentre erano ancora viventi. Il trattato fu pubblicato in gran parte dal Cousin.
2. Opere teologiche: De unitate et trinitate divina, operetta condannata dal Concilio di Soissons, giunta a noi in doppia redazione. - Theologia christiana, ²² ed. riveduta ed ampliata del precedente trattato. E la rivincita di A. contro il concilio. - Theologia, rielaborazione del secondo trattato. Ne possediamo la prima parte sotto il falso titolo di Introductio ad theologiam. - Sic et non, compilazione di testi, come dice l'autore, in apparenza contraddittori, estratti dalla Scrittura e dai Padri, per risolvere numerosi problemi teologici. Abbiamo di quest'opera edizioni tedesche riportate dal Migne e l'edizione del Cousin. L. Tosti, servendosi di un manoscritto di Montecassino, aggiunse nuovi ed importanti frammenti.
3. Opere esegetiche ed apologetiche: l'Expositio in Hexadmeron e i Commentariorum super s. Pauli epistolam ad Romanos libri quinque. - Scito te ipsum, trattato di morale più filosofico che religioso. - Dialogus inter philosophum et christianum, apologia originale del cristianesimo. - Sermones, conferenze ascetiche, in gran parte indirizzate alle monache del Paracleto.
Citiamo inoltre: l'Historia calamitatum, e le Lettere, interessanti per la biografia di A.; Problemata, l'Apologia o Apologeticus, memoriale giustificativo composto dopo la condanna del Concilio di Sens per essere inviato a Roma, ed infine il Carmen ad Astrolabium, pubblicato integralmente da Barthélemy Hauréau in Notices et extraits des manuscrits de la Bibliothèque nationale, XXXIV, ²² parte, Parigi 1893, p. 153 sgg. Per ultimo gli Hymni.
Importante è il contributo dato da A. tanto alla filosofia quanto alla teologia scolastica. Nel campo strettamente filosofico il suo nome è legato alla soluzione della questione degli universali. Nessuno meglio di lui ha compreso ed assimilato negli inizi del sec. xit la dottrina aristotelica della conoscenza. Egli distingue fra percezione sensibile e immaginativa, comune agli uomini e agli animali, e percezione astrattiva, propria della creatura ragionevole. Il contenuto di quest'ultima è dato dai sensi, e costituisce il processo necessario all'intelletto per afferrare la rassomiglianza comune degli individui, cioè la natura stessa degli esseri e degli oggetti. L'universale è il risultato dello sforzo di questa astrazione. Esso non è una cosa (rei), né una parola (sex), ma un concetto (sermo). A. è il primo nel medioevo a considerare nettamente il valore ideale degli universali.
A. fu anche uno dei principali moralisti del suo tempo. Il Connect te stesso è un trattato di morale non privo di originalità. Vi si enunciano due principi importanti: che l'intenzione può rendere buone e cattive le nostre azioni e che l'errore nel giudizio diminuisce la colpa.
Né minori sono i suoi meriti sul terreno teologico. Egli fu uno degli antesignani del movimento dottrinale che portò la dialettica nel cuore stesso della più alta speculazione teologica. Errori anche gravi non mancano nelle sue opere, ma certamente egli ha dato un opporre notevole alla scienza dell'età di mezzo con la proclamazione della distinzione tra filosofia e teologia. Perfezionò inoltre il metodo d'insegnamento nella scienza sacra. Il trattato Sic et non in cui si riuniscono testimonianze contraddittorie tratte dalla Scrittura e dai Padri, a questo riguardo, ha un'importanza storica. E il processo didattico dell'addurre gli argomenti in favore e poi quelli in contrario, e infine la soluzione. Il processo si sviluppò e prese forma più definita in Alessandro di Hales e in s. Tommaso d'Aquino.
E non bisogna esagerare il razionalismo di questo forte pensatore: tra fede e ragione egli stabilisce uno stretto legame. "Non voglio esser filosofo", scriveva ad Eloisa, "se devo ribellarmi a Paolo, nè divenire Aristotele, se devo staccarmi da Cristo" (Ep., 17: PL 178, 375).
I più recenti storici del pensiero medievale tendono a riabilitarlo. Più che nei principi che sembrano oggi inattaccabili, egli talora ha mancato nell'uso e nell'applicazione di essi (cf. M. Grabmann, Storia della teologia cattolica, vers. it., Milano 1932, p. 41 segg.).
Bim.: Edizioni: V. Cousin, Genovano iudito d'Abclard, Parigi 1836; Petri Abaelardi opera, 2 voll., Parigi 1849-59; R. Stülcle, Abaelards 1121 zu Soissoni verurtheilter Troctatus de unitate et trinitate divina, Friburgo in Br. 1891; B. Geyer, Peter Abaelards philosophische Schriften, 1 : Die Logica "Ingredientibus ", Beiträge, XXI, 1-3, Münster (W.) 1919-21-27; P. Ruf e M. Grabmann, Ein neaufgefundeues Bruchstich der Apologia Abaelards, Monaco 1930, Theologia "Summi Beni" - Theologia christiana, ed. H. Oelender : Beiträge XXXV, 2-3, Münster in W. 1939.
Studi: Ch. Rémusat, Abélard, 2 voll., Parigi 1845; L. Tosti, Storia di Abelardo e dei suoi tempi, Napoli 1851; M. Grabmann, Die Gesch. d. scholast. Methode, II, Friburgo in Br. 1911, pp. 168-229; B. Gever, Die Stellung Abaelards in der Universalleufrage nach neuen handschriftlichen Texten, in Beitr. z. Gesch. d. Philos. d. Mittelall.: Suppl. Festgabe zum 6o. Geburtstag Cl. Baeumhers, 1912, pp. 101-27; F. Ueberweg-B. Geyer, Grundrius der Geschichte der Philosophie: Die parristische und scholastische Phil., ²² ed., Berlino 1928, pp. 213-26; C. Ottaviano, Pietro Abelardo. La vita, le opere, il pensiero, Roma 1931; G. De Giuil, Abelardo e la morale, in Giornale critico della filos. ital., 12 (1931), pp. 3344; G. Delagneau, Le Concilie de Sens. de 114 n. Abélard et S. Bernard, in Rev. apologétique, 22 (1931), I pp. 389-408; J. G. Sickes, Peter Abaelard, Cambridge 1932; J. Cottiaux, La conception de la théologie chez Abélard, in Rev. Hist. eccl., 28 (1932),
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In alto: ABBAZIA DI POMPOSA, facciata della Chiesa (sec. xit). In basso: ABBAZIA DI FOSSANOVA, chiostro (secc. xit-xIII).
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STORIE DI CAINO E ABELE
Palermo, Cappella Palatina, musaico (sec. xit).
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Abele - Caino che uccide A., del Tintoretto - Venezia, Galleria dell'Accademia.
pp. 247-92, 233-31, 788-828: J. Rivière, Les "capitula" d'Abélard condamnés au concile de Sens, in Recherches de Théol. Ancienne et Médiévale, 5 (1933), pp. 5-22: M. De Wulf, Histoire de la philosophie médiévale, I, 6^{°} ed., Parigi 1934, pp. 200-11, vers. it., I. Firenze 1944, pp. 193-204: H. Wandel, Peter A., Londra 1932.
Ugo Mariani
ABELE (ebr. Hébel; greco dei Settanta "A δ ε λ ). 1. Nella Sacra Scrittura. - Secondo figlio di Adamo, il cui nome è interpretato dai rabbini "soffio", con l'allusione alla sua vita effimera, mentre il vocabolo richiama il sumero ibila, riprodotto nell'assiro aplu, ablu (figlio, erede).
Mentre il primogenito Caino (v.) si dedicava all'agricoltura, A. curava il suo gregge. Allo scadere di un certo tempo, forse a fine d'anno, entrambi offrirono le primizie a Dio; ma il Signore rifiutò l'offerta di Caino ed espresse gradimento per il sacrificio (olocausto o, piuttosto, offerta delle parti grosse dei capi scelti: Gen. 4, 4; cf. Num. 18, 27; Leo. 3, 3) di A., facendo forse cadere, secondo l'interpretazione di Teodozione, il fuoco dal cielo ( dot{ε} v ε π hat{ρ} ρ ι σ ε ν ). Il motivo della compiacenza divina era l'interna religiosità del sacrificante sorretta (Hebr. 11, 4) da una viva fede. Caino, adiratosi, uccise il fratello, che venne poi sostituito da Seth (Gen. 4, 1-16). La S. Scrittura afferma che A. "dopo morto ancora parla" (Hebr. loc. cit.), essendo la sua morte tipo del sacrificio di Cristo, che lo chiama "giusto", e lo pone a capo dei martiri che han sofferto per il trionfo del bene (Mt. 23, 31-35; cfr. Hebr., 12, 24). A. è anche ricordato nel canone della Messa, in cui si prega Dio di "accogliere il nuovo sacrificio come quello del giusto suo servo Abele». Il sangue di A. grida dal suolo verso Jahweh (Gen. 4, 10) da cui esige vendetta (II Mach. 8, 3; Apoc. 6, 10).
Bibl.: Oltre i commenti a Genesi, cf. W. Schmidt-A. Lomonnyer, La Révolution primitive, Parigi 1914, pp. 230-35: J. M. Ibero, Las origines de la humanidad, Madrid 1935, pp. 119-23. Faustino Salvoni
2. Nell'Archeologia. - Ignota nella pittura cimiteriale, l'offerta di A. e Caino è rappresentata da 14 sculture funerarie. Di solito i due fratelli si presentano con i loro doni innanzi a Dio, rappresentato con la barba,
seduto sopra una roccia in atto di parlare. Il dono di A. è sempre un agnello o un capretto; quello di Caino, che è un grappolo d'uva nell'esempio più antico, diventa presto un manipolo di spighe (cf. Gen., 4, 2). Eccezionalmente la divinità è rappresentata da Gesù, o da due o tre persone. La scena figurava probabilmente tra i mosaici della cupola di S. Costanza in Roma. Se, in origine, l'arte funeraria sembra vi vedesse rappresentato il giusto del Vecchio Testamento, poco dopo Costantino l'interpreta come il prototipo del sacrificio sulla croce. Non sembra che le altre interpretazioni allegoriche del tempo patristico, secondo le quali il giudaismo raffigurerebbe il cristianesimo, e A. pastore il Bonus Pastor, si siano rispecchiate nell'arte antica. A. e Caino figurano tra i titoli del Dittochanon di Prudenzio. Il fratricidio figurato nelle miniature della Bibbia di Cotton inaugura l'ulteriore sviluppo di questo ciclo storico.
Bibl.: Wilpert, Sarcofagi, I-II, Roma 1929-32, pp. 10, 83. 213, 223, 228-29, 275: K. Kaufmann, Handbuch der christlichen Archbologie, Friburgo in Br. 1922, pp. 300 e 419.
Luciano De Brusco
3. Nella letteratura rabbinica. - La letteratura rabbinica ravvisa in A. e Caino il simbolo della rivalità fra agricoltura e pastorizia. La salma di A. è custodita da un cane che scaccia gli uccelli rapaci (Pirqê R. Eliezer, 21). Un corvo copre di sabbia il corpo della compagna morta e Adamo decide di fare altrettanto con la salma di A. Uccelli ed animali puri seppellirono A. Perciò si pronuncia una benedizione all'atto in cui vengono trattati. Secondo una tradizione (Midraš Cant., ed. Schechter) raccolta da s. Girolamo (In Ez. 27, 18), l'uccisione avvenne nel luogo dove poi sorse Damasco (dans "sangue", šogak "bere").
Bibl.: I. Aptowitzer, Kain und Abel in der Legende, Vienna 1922: I. Chanach, in Enc. Tudaica, I (1928), col. 211: M. J. bin Gorion, Sagen der Juden, Berlino 1932, p. 93 sgg.: A. Rosmarin, Kain, in Enc. Tudaica, IX (1933), col. 776 sg. Eugenio Zolli
4. Nell'Arte. - La storia d'A., che nel cod. vati-
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Abelle. - A. uceiso, bronzo di G. Dupré - Firenze. Galleria d'Arte antica e moderna.
cano di Cosma Indicopleuste (sec. viI-viII) compare come pastore virgiliano, offrì alla fantasia artistica, con le scene di Caino ed A. nell'atto del sacrificio e del susseguente fratricidio, un soggetto cui s'informarono innumerevoli opere d'arte dalle miniature del Pentateuco d'Ashburnham (sec. vir, Parigi) fino ai quadri di Tiziano (Venezia, S. Maria della Salute) e del Tintoretto (ivi, Galleria dell'Accademia). Ambedue le scene sono raffigurate a Hildesheim (porta di bronzo, 1007-15), a Modena (facciata del Duomo, 1106), a Schöngrabern (sec. xiII). Una più esplicita illustrazione del racconto biblico dànno i mosaici di S. Marco a Venezia, della cappella Palatina a Palermo e del duomo di Monreale (sec. xiII), i rilievi del Ghiberti nella porta orientale del Battistero fiorentino e quelli del Bellano nella basilica del Santo a Padova (1484-88). Con significato simbolico, cioè come prefigurazione del sacrificio eucaristico, il sacrificio d'A. si riscontra già in tre sarcofagi paleocristiani. In un mosaico di S. Vitale a Ravenna esso è, con identico senso, rappresentato accanto al sacrificio di Melchisedec. Ma in S. Apollinare in Classe (ivi, sec. viI), nel sacramentario di Drogone (Parigi, sec. ix) e negli smalti dell'altare portatile di Eilberto