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di congiunzione tra l'organizzazione monastica orientale, eremitica e comunque separate dal mondo, e l'opposto criterio che informa il monachesimo occidentale. E pertanto non può costituire un «exemplum» di concezione architettonica programmatica. L'originaria a. casinese, del pari, essendo difficilmente ricostruibile, non fornisce elementi sicuri per l'inizio della storia della a.

Tuttavia i criteri architettonici fondamentali e le modalità esecutive sono contenuti nella Regola di s. Benedetto e confermati e documentati da un passo della «leggenda» del medesimo santo, dovuta a Gregorio Magno. Infatti nella Regola sono prescritte minutamente le singole mansioni dei monaci e l'organizzazione materiale della comunità e son preveduti gli sviluppi e le accidentalità della vita monastica. Così le funzioni sovrane dell'abate, le mansioni degli anziani, la figura del cellerario, come debbono esser considerati e agire gli studiosi e gli artigiani, i fornitori e i pellegrini, nonché i mutui rapporti fra i conviventi e gli estranei e, naturalmente, le norme per le manifestazioni del culto (dapprima strettamente monastico), tutto è pre-
cisato e descritto; ma ogni cosa è coordinata a un duplice fine : quello di costituire una comunità perfetta e di fornire a ciascun partecipante pienezza di vita, in modo che nessun monaco abbia necessità di uscire dall'a. (ut monachis non sit necessitas vagandi foris).

Tutto ciò non può che risolversi in una costituita unità architettonica, formata da vari edifici chiaramente caratterizzati. Come se, corollario alla Regola, fosse quasi un regolamento ", cioè quasi una scienza edilizia, che, ideata dal fondatore, fosse affidata a specialisti, cui doveva essere stata comunque trasmessa. Infatti la «leggenda» di s. Benedetto narra che due monaci giunti a Terracina per edificarvi una a. (ed ecco la prova della generazione del tipo, della moltiplicazione del nucleo originario di una forma stabilita una volta per sempre) non riescono ad attuare la costruzione se non dopo che s. Benedetto è apparso loro in sogno a dettare le precise norme esecutive.

Il più antico documento concreto, che, fuor d'ogni deduzione, ci rivela la forma del complesso abbaziale, è la planimetria, eseguita nell' 820 circa, per l'a. di San Gallo. Alcuni vogliono sia opera di Eginardo, architetto di Carlomagno; fu inviata per l'esecuzione all'abate Gozberto, accompagnata da una lettera che conferisce al fatto importanza notevole (v. la lettera in Mabillon, Ann. Bened., II, p. 571). Per quanto schematica, la planimetria certifica il carattere geometrico dell'assieme e conferma, attraverso la razionale connessione degli edifici, l'organizzazione della vita monastica.

Tale mirabile schema non trova essenziali varianti nelle più tarde a., pur obbedendo, ma sempre e soltanto estrinsecamente, all'evoluzione della scienza, del gusto e delle progressive necessità. Tuttavia caratteri particolari di talune a. lasceranno preponderare o la chiesa (Cluny), o gli edifici destinati al lavoro intellettuale (Clairvaux) o a quello manuale (Pontigny). Tanto che le maggiori differenze che si riscontrano tra le a. più antiche e quelle più tarde, anche attraverso le riforme cluniacense e cistercense, ove si astragga da ciò che meglio si inquadra nella storia generale dell'arte, non si riferiscono che all'estensione e allo sviluppo; pur non negando, ma assegnando a ragioni estrinseche, l'importanza, invero notevolissima, dell'azione monastica a favore della grande fioritura architettonica dei secc. xi e xir. (Si ricordi, a testimonianza di ciò, la scritte di Rudolph Glaber, monaco borgognone: De iunosatione ecclesiarum in toto orbe). Né tale azione potrà mai negarsi, se si ricorda che dalla fondazione dell'Ordine benedettino al Concilio di Costanza (1418) erano state fondate non meno di 15.070 a. in ogni parte del mondo.

Non valse la scarsa produttività architettonica del sec. x ad attenuare la vita dell'a.: nel 909 fu fondata dall'abate Bernone l'a. di Cluny. A Bernone seguì s. Oddone, il grande riformatore, il cui nome non puo andar disgiunto da quello del successore Ugo. L'azione di Oddone e di Ugo, seguita dai provvedimenti emanati dall'a. di Cîteaux (fondata nel 1098) valsero a potenziare l'autorità degli abati, in cui veniva accentrata giurisdizione più intensa e più estesa. Così i Cluniacensi e i Cistercensi, diversamente restaurando ed esaltando l'originario spirito benedettino, poterono significare le loro riforme in quei monumenti che per la loro importanza si sogliono raccogliere in due diversi e ricchi capitoli della storia dell'architettura. (v. cluniacense, architettura; cistercense, architettura).

La potenza che acquistò il centro monastico di Cluny, se anche non bastasse a provarla la storia politica, ebbe evidentissima manifestazione nello sviluppo delle a. dipendenti. A tal segno, che ebbe inizio l'accentrarsi attorno a tali a. di tutta l'economia delle regioni; e come le terre circostanti ne artichirono, cosi l'a. stessa si estese, per dir cosi, oltre l'ambito suo proprio: i laici furono in certo modo incorporati nella zona d'influenza del centro religioso e l'edificio monastico vide aggrapparsi intorno a sé le case e, via via, i centri abitati dei secolari. E nacquero vere e proprie città, che, pur perdendo alla periferia il carattere organico determinato dalle nor-

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(fol. Musci l'atitunil)
me planimetriche degli edifici abbaziali, a questi rimanevano in qualche modo collegati anche formalmente: per es. Cluny stessa, Charlieu, Vézelay, Clairvaux, Pontigny, e quelle che - numerosissime - nel nome conservano il ricordo della loro origine religiosa: Paray-le-Monial, Marcigny-les-Nonains, Badia, Monaco, Münster, ecc.

Nell'accresciuta importanza architettonica si attuano alcuni elementi propri degli edifici abbaziali, come ad esempio la gallica (v.) e il caratteristico nartece di inusitata ampiezza, e si conferma e meglio si dichiara il repertorio decorativo proprio delle a. Tra le opere di scultura e di pittura, che crebbero d'importanza e di numero fino alla reazione cistercense, erano notevoli e costanti le ricche sculture sulla porta d'ingresso della chiesa (quasi sempre il soggetto era tratto dall'Apocalisse) dominate dall'alto dalla figura del Redentore, e la rappresentazione del Giudizio finale nel refettorio.

Verso la fine del sec. xi Roberto, Alberico e Stefano, monaci di Molesmes, si ritirarono nella foresta di Cl teaux con l'intento di restaurare alla più austera severità la Regola benedettina: bandita ogni forma appariscente e decorativa nell'edilizia monastica, come volevano esser bandite le ingerenze politiche che via via si eran venute determinando presso le potenti a. cluniacensi, i santi monaci fondano quello che si è soliti chiamare il monastère de bois (1098-99).

Se questo movimento reazionario coincide con lo scadimento delle consuetudini e della potenza feudale, non segna in nessun modo un impoverimento architettonico delle a. Al contrario le chiese cistercensi iniziarono una rinascita architettonica. A Clairvaux, per opera di s. Bernardo, sorse la celeberrima a. che dettò le norme architettoniche perfino all'abbazia-madre di Clteaux. In essa si conferma come il cambiamento di alcune particolarità non alteri il più antico carattere dell'urbanistica abbaziale.

Ma crescono d'importanza i centri agricoli in qualche
modo dipendenti dall'a. I mutui rapporti di pratica influenza tra monaci e laici assumono ora, pertanto, il maggiore sviluppo. I granai, già chiusi nell'ambito abbaziale, estendono il loro ufficio dando luogo a vere e proprie organizzazioni laiche gestite da monaci o da conversi. E i nuovi centri rurali, individuati che siano dal nome di villae (dove non sempre erano necessari gli impianti cultuali) o sotto l'antico appellativo di grangie (v.), divengono a poco a poco villaggi, paesi e città indipendenti.

Ma come l'urbanistica abbaziale talvolta subisce alcune deroghe, massimamente dove si manifesta l'intento di sfruttare il terreno (Pontigny), le campagne (Vaux-de Cernay), o di organizzare industrie secolari (Fontenoy), cosi il carattere laico in alcuni casi prende il sopravvento sulla tipica configurazione delle a. Per esempio, quella di Mont-Saint-Michel, nella ricostruzione del 1203, assume decisamente l'aspetto di città militare.

Questo allontanamento dal carattere strettamente monastico, evidente nel mutato impianto planimetrico, accompagna lo scadimento delle peculiarità abbaziali cosi nella storia politica come in quella artistica. Tuttavia, a prova della vitalità dello spirito abbaziale originario si potrebbe citare ancor oggi, p. es., una scuola di pittura propria di alcune a. austriache e italiane, erede lontana della gloriosa pittura benedettina del medioevo; e, in complesso, sempre in ogni tempo è riconoscibile, sia nelle a. di nuova e anche recente fondazione (S. Anselmo di Roma, a. cistercense di Cordemois) e sia in quelle ricostruite, il criterio architettonico-urbanistico originario.

Ma è certo che, dal sec. xir in poi, tenuto conto anche degli apporti dei nuovi Ordini religiosi, la storia delle a. come entità artistiche non è più nettamente separabile da quella - maggiormente comprensiva - dell'arte.

Lo stesso può dirsi per le a. più lontane geograficamente da quelle francesi. Quelle italiane, poi, o costitui-

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(fot. Alinari)
STATUA DEL PROFETA ABACUC
nel campanile del duomo di Firenze. Donatello (ca. 1430).

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(fot. Abb. di Montecassino)
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(fot. Abb. M. Laach)
In alto: ABBAZIA DI MONTECASSINO, veduta dall'aeroplano prima della distruzione. In basso: ABBAZIA DI MARIA LAACH, veduta generale.

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scono indipendenti capitoli della storia artistica e civile, come, p. es., quella di Farfa (v., quindi, le singole voci), o si connettono indissolubilmente con trattazioni più generali; specialmente perché il loro stabilirsi (Fossanova fu consacrata nel 1208) s'inserisce (e in certo modo vi soggiace) nel grande movimento artistico del cosiddetto "gotico italiano", che si afferma come arte intrinsecamente autonoma. Basti ricordare che l'a. di Fossanova (cistercense) diede origine a quelle di Casamari, di S. Galgano, di Badia a Settimo, di S. Martino al Cimino, di S. Maria d'Aragona, delle due Chiarevalle, di Valvisciolo, di S. Clemente a Casauria, ecc. dove l'immutaco schema iconografico si risolve in un acquiescente manierismo esteriore che lascia prevalere, senza intralci di sorta, elementi di gusto e di stile propri dell'arte italiana. Vedi Tavv. II-III.

Bial: Per la generalità sull'architettura dell'a., oltre le opere: C. Enfort, Manuel d'Archéologie Francaise, I: Architecture religieuse, Parigi 1919-24; J. A. Brutails, Précis d'archéologie du moyen âge, Tolosa-Parigi 1923 ; P. Toesca, Storia dell'arte italiana - Il Medioevo, Torino 1927, vedi le trattazioni generali: A. Lenoir, Architecture monastique, Parigi 1852-56; E. Viollet-le-Duc, Dictionnolve raisonné de l'architecture française du XIr un XVIr siècle, I, Parigi 1867, s. v.: Architecture religieuse e Architecture monastique, pp. 186 312. - Vedi inoltre, per i rapporti con l'architettura laica, M. Hasak, Die romanische und die gotische Baukunst: Kirchenbau, in Handbuch der Architektur, II, iv, 3, 1913. Fondamentale lo scritto di J. Schlosser, Die abendländische Klosteranlage des früheren Mittelalters, Vienna 1889 : assai utile l'introduzione di G. Giovannoni, (pp. 261-203), al vol. I Monasteri di Sublince; P. Egidi, Natizic storiche, G. Giovannoni, L'architettura e F. Hermonin, Gli affreschi, I. Roma 1904.

Per i problemi urbanistici, cf.: P. Lavedan, Qu'est-ce que l'urbanisme?, Parigi 1926: G. Giovannoni, Vecchie città ed edilizia nuove, Torino 1931.

Vedi inoltre, per i riferimenti alle generalità : D. B. Camm, Pilgrim Paths in Latin Lands, Londra 1923; F. Behn, Die barolingische Klosterkirche von Larch an der Bergstrasse, Berlino 1934 (v. anche recensione di P. Versone, in Palladio, [1938], pp. 191-92); A. Gardner, An Introduction to French Church Architecture, Cambridge 1938; D. G. Morin, Pour la tapographie ancienne du Mont-Cassin, in Revue Bénédictine, 25 (1908), pp. 277 sgg., 468 sgg.; I. Schuster, A proposito d'una nota di tapografia cassinese in un codice del secolo undecimo, in Casinensia, 1929, 1, p. 65; E. Scaccia Scacafoni, L'atrio della chiesa di Montecassino, in Bollettino d'Arte (1932), pp. 22-33; id., Architetture cinquecentesche in Montecassino, in Bollettino d'Arte, (1938), pp. 9-24; A. Pantoni, Su di un'antica chiesa del Monastero cassinese, in Rivista di Archeol. cristiana, 13 (1936), pp. 305330 ; R. Bordonache, La S.ma Trinité di Venosa, in Splemerii Dacoronona, Roma 1937; E. Olivero, L'a. cistercense di Santa Maria di Casanova presso Carmagnola, Torino 1939. Per le a. spagande cf. B. Bavan, History of Spanish Architecture, Londra 1938. Per le a. orientali, cf. B. Gariador, Les anciens monastères bénédictins en Orient, Lilla-Parigi 1912.

Adriano Prandi
ABBAZIA, MARTIRI dell' : v. SETEMBRE, MARTIBI di.

ABBELLIMENTO. - Gli a., ornamenti o fioriture musicali (che i Francesi chiamano agréments, broderies, i Tedeschi Verzierungen, Manieren, Ornamente, gli Inglesi graces) sono dei moti melodici sovrapposti alla nota principale della melodia e servono ad aggraziarla, abbellirla, renderla più piacevole. Secondariamente tutta la enorme floritura di a. è nata anche dal fatto che gli antichi strumenti, nei quali soprattutto se ne sviluppò la tecnica, erano imperfetti, e quei moti melodici che ornavano la melodia servirono anche di necessario collegamento dei suoni fra loro.

Nel canto gregoriano sono formie di a. tutti i neumi liquescenti dal cephalicus all'oriscus, per i quali v. la tabella a fianco.

Simili formule dovevano anche trovarsi nella musica greco-romana con la quale il canto gregoriano ha molti punti di contatto.

Si può quindi supporre che questi procedimenti melodici si trovassero nelle più antiche e diverse epoche della musica e che, anzi, siano nati con la musica stessa. I musicisti dell'epoca trovadorica dei secc. xir e xiri non li ignc-

| NOME | FIGURA | SCRITTURA MODERNA |
| :--: | :--: | :--: |
| Cephalicus |  |  |
| Epiphonus |  |  |
| Ancus |  |  |
| Torculus liquescente |  |  |
| Correctus liquescente |  |  |
| Quilismo |  |  |
| Strofici |  |  |
| Pressus |  |  |
| Oriscus |  |  |

(die. Ene. Catt.)
Abbellimento - Neumi liquescenti, come figurano nei manoscritti e secondo la trascrizione moderna.
ravano. Nel sec. xiv Francesco Landini, il Cieco degli Organi, e i maestri suoi contemporanei, raggiungevano molta spontaneità e spesso eleganza nell'arte di ornare la melodia, e nelle loro musiche non è difficile scorgere varie forme di a. come il gruppetto, il trillo, ecc. Lo stile della polifonia classica imponeva di non ornare troppo la melodia, perciò l'arte dell'ornamentazione è bandita in questa specie di musiche. Vi appare, invece, nei secoli xv e xvi con le cosiddette diminuzioni : i cantori, nella pratica corale, abbellivano le proprie parti con ornamenti vari e gorgheggi di ogni genere contribuendo anche non poco allo sviluppo della tecnica e dell'arte del canto.

Lo sviluppo dello stile vocale e strumentale, che nel sec. xvir ebbe i suoi maggiori esponenti rispettivamente in Claudio Monteverdi e Girolamo Frescobaldi, dette un grande impulso allo sviluppo della tecnica dell'a., e con le prefazioni alle Nuove Musiche, raccolta di madrigali e arie di Caccini, e il Transilvano, dialogo sopra ilvero modo di suonar Organi e Strumenti a penna, del Diruta, nasce anche la teoria di quest'arte. Per quanto le due opere riguardino due diverse correnti, l'una, cioè, l'arte del canto e l'altra l'arte del suonare strumenti, pure sono fra loro concordi nell'indicare il modo di eseguire le principali forme di a.: trilli (tremoli, tremoletti) e groppi. Da altri autori contemporanei, E. De Cavalieri, M. Praetorius, Mersenne ecc., ne vengono citate alcune andate poi in disuso, quali la monachina, lo zimbelo, la ribattuta di gola, la tirata, la cascata, l'accento. In quest'epoca appaiono i primi segni di abbreviazione degli a., che ben presto dovranno moltiplicarsi assai. Pare che il Frescobaldi non li conoscesse o almeno non usò altri segni di abbreviazione con qualche rara volta. Per l'uso che se ne faceva si distinguono nettamente due scuole: la francese e la italotedesca. I compositori di scuola francese infarcivano le proprie composizioni con ogni genere di a., pure essendo molto diligenti nell'indicare con esattezza il segno e il punto preciso dove l'a. doveva essere applicato; mentre

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gli autori di scuola italo-tedesca furono assai meno diligenti nell'annotazione, ma molto più sobri nell'uso.

Quasi tutti lasciarono tavole esplicative dei segni di abbreviazione più spesso usati: C. Simpson ( 1639 ) di tredici; M. Locke nel Melothesia (1673) di cinque; H. Purcell (1658-95) di nove; M. Mace nei Music's Monument di quindici. L'argomento fu più estesamente trattato da F. Couperin in L'Art de toucher le Clavecin (1717), e lo stesso G. S. Bach nel Klavier-Büchlein von Wilhelm Friedemann Bach, angefungen in Cöthen den 22. Januar A. 1720 ci lasciò una tavola, per quanto incompleta, di quelli che usava più spesso.

In tutto questo periodo dell'antica ornamentazione, gli a. sono come qualcosa di sovrapposto alla melodia, non sempre intimamente aderenti alla profondità del pensiero musicale e il loro scopo principale era di ornare il substrato melodico spesso semplice e mudo. Coll'invenzione del pianoforte, lo strumento dalla potente sonorità, nel quale è anche possibile legare rigorosamente i suoni tra loro, tutto quel groviglio di ornamenti si rendeva superfluo e d'impiccio alla stessa naturalezza e spontaneità del pensiero, oltre che difficile e dannoso nell'esecuzione. A poco a poco caddero tutti quelli che non apportavano un reale contributo di espressione e rimasero, nel linguaggio musicale moderno, l'appoggiatura, il mordente, il trillo, il gruppetto e pochi altri. In questo periodo della moderna ornamentazione, le note di a. vengono spesso scritte con note reali di determinato valore: circostanza che ha contribuito, almeno in parte, a far sì che rimanessero in uso solo quegli a. che sono espressione viva e parte integrale del pensiero musicale.

Biel.: G. Diruta, Il Transilvano, Venezia 1293; C. Caccini, Nuove Musiche, Firenze 1601; K. Ph. E. Bach, Versuch über die wahre Art, das Klavier zu spielen, Berlino 1752; H. Germer, L'ornement musical, Bruxelles 1892; A. Merzaux, Les claveciniers, Parigi 1867; E. Dannreuther, Musical Ornamentation, Londra 1893 ; L. A. Villanis, L'arte del Clavicembalo, Torino 1901; A. Neri, Degli abbellimenti musicali, Padova 1922; P. Brunold, Traité des Signes et Agréments, Lione 1925.

Alessandro Santini
ABBONDANZA DELLO STATO ECCLESLASTICO, CONGREGAZIONE di: v. CONGREGAZIONI PONTIFICIE.

ABBONDI, ANTONIO : v. SCARPAGNINO.
ABBONDIO, santo. - Quarto vescovo di Como, patrono della diocesi. E particolarmente noto per la missione che esplicò a Costantinopoli nel 450 , come legato di Leone Magno presso l'imperatore Marciano, essendo nel frattempo morto Teodosio II, e presso il patriarca Anatolio. A., insieme con Euterio (Asterio, secondo l'arbitrio degli editori), vescovo di Capua, e i preti Basilio di Napoli e Senatore di Milano, doveva trattare della professione di fede cattolica del patriarca costantinopolitano Anatolio, già apocrisario del patriarca alessandrino Dioscoro, successore del deposto Flaviano, e, nel caso di ostinazione di Anatolio, della convocazione di un concilio generale da tenersi in Italia (cf. le lettere di Leone a Teodosio II e a Pulcheria del 16 luglio 450, in Jaffé-Wattenbach, 452-53). La missione di A. e dei suoi compagni riusci: Anatolio convocò il 21 ottobre dello stesso anno un sinodo che si tenne nel battistero di S. Sofia, al quale dovettero partecipare tutti i vescovi del patriarcato, anatematizzò le dottrine di Nestorio e di Eutiche e sottoscrisse il Tomo di Leone a Flaviano.

Di ritorno in Italia, A. e Senatore portarono a Milano una lettera, con cui Leone chiedeva probabilmente ai vescovi di manifestare la loro fede nei riguardi delle dottrine di Nestorio e di Eutiche. La lettera fu letta e sottoscritta dai suffraganei di Milano, raccolti
in sinodo dall'arcivescovo Eusebio (primo semestre del 451 ) ; A. sottoscrisse anche a nome del vescovo di Coira. Morì il 2 apr. d'un anno che oscilla tra il 462 e il 489 ; i Bollandisti ritengono che sia il 468 . Fu sepolto nella basilica degli apostoli Pietro e Paolo, che fu poi chiamata col suo nome, dove è tuttora conservato un frammento della lapide sepolcrale con l'iscrizione (CIL, V, II, n. 5402). Il card. Tolomeo Gallio, l'8 gemn. 1587, fece trasportare il corpo di A. cella cattedrale. La sua festa si celebra il 2 apr.

La Vita Abundi, pubblicata dal Mombrizio (Sanctuarium, Milano 1478), riprodotta dai Bollandisti, è tarda (sec. viI-X, xili I) e contiene scarsi e non sempre attendibili dati biografici ; l'autore ha però conosciuto gli atti del sinodo costantinopolitano del 450 , cui A. prese parte. Di questo sinodo, conosciuto sinora dalla sola Vita Abundi, P. Mouterde ha ritrovato in un manoscritto siriaco della biblioteca Vaticana e pubblicato un frammento importante dei suoi atti (Fragments d'actes d'un synode tenu à Constantinople en 450, in Mélanges de l'Université de Saint-Joseph, Beirut 1930, pp. 35-50).

Biel.: Acta SE Apella, I, Anversa 1675, pp. 90-94; Lanzoni, pp. 978-79; F. Savio, Antichi vescovi d'Italia. La Lombardia, parte II, vol. I, Bergamo 1929, pp. 218-85; R.
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S. Abbondio - Altare del santo (sec. xvi) - Como, Cattedrale.

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Maioechi, Storia dei vescovi di Como, Milano 1920, pp. 42-67; P. Mouterde, Saint Abundius de Côme et ses trois compagnons à un senode de Constantinople en 450, in Analecta Ballandiana, 48 (1930), pp. 124-29; C. Silva-Tarouca, Nuovi studi sulle antiche lettere dei Papi, Roma 1932, pp. 111-17, 141 (estratto dal Gregorianum, 12, [1932], pp. 403-409, 353). A. Pietro Frutas

ABBONDIO e ABBONDANZIO, martiri : v. migNANO fLaminio.

ABBONE di Fleury (Abbo o Abo Floriacensis), santo. - N. nel territorio di Orléans, tra il 945 e il 950 . Dai pii genitori fu offerto fanciullo (oblato) al monastero di S. Benedetto a Fleury-sur-Loire, ove, terminati gli studi, divenne insegnante ancor giovanissimo. Per perfezionare la sua cultura si recò a Parigi, a Reims e, per la musica, a Orléans. Riprese quindi l'insegnamento, e combatté coloro che annunciavano la fine del mondo per l'anno mille (cf. Apologeticus, in fine: PL 139, 471).

Nel 985 , su richiesta di s. Osvaldo, arcivescovo di York e già monaco a Fleury, restauratore ardente (insieme a s. Dunstano, arcivescovo di Canterbury) della vita monastica in Inghilterra, fu inviato nell'isola per dirigere la scuola abbaziale di Ramsay. Vi rimase due anni, cattivandosi la stima dell'episcopato e del re Etelredo; da s. Osvaldo fu ordinato sacerdote. Richiamato a Fleury, nel 988 ne fu eletto abate. Il suo governo segna una rifioritura della celebre abbazia, la cui scuola divenne una delle più famose e frequentate di Francia.

Sostenne una lunga lotta con l'episcopato per difendere i diritti dei monaci, specie quelli del suo monastero, insidiati da Arnolfo, vescovo di Orléans. Ebbe cosi gran parte nel sinodo di Saint-Denis, tenutosi nel 992 o 993 (cf.Hefele-Leclercq, IV, 1403-1406), dopo il quale diresse al re Ugo Capeto e al figlio Roberto il suo Apologeticus.

Si adoprò molto per restaurare la disciplina monastica in vari cenobi secondo la riforma cluniacense. Recatosi in Guascogna per riordinare il priorato di La Réole (dipendente da Fleury), quivi, essendo accorso a metter pace tra Guasconi e Francesi in lotta, fu gravemente ferito di lancia e mori il 13 nov. del 1004. Fu venerato come martire, e, dal 1031, ebbe culto pubblico in varie località della Francia (festa il 13 nov.). Ne scrisse la vita il discepolo Aimoino, suo compagno nell'ultima missione a La Réole.

Scritti. - Manca l'edizione completa e critica delle sue opere, alcune delle quali sono ancora manoscritte; la meno incompleta è quella che si trova in PL 139, 375-378. Il Berlière (in DHG, I, col. 50 sg.) dà indicazioni precise di 15 opere autentiche.

Oltre il già citato Apologeticus, notiamo: l'Epistolario (importante la lunga lettera XIV, che Pierre Pithou pose in fondo all'antico Codice dei Canoni della Chiesa Romana, e l'VIII all'abate Odilone di Cluny sui "canoni" o principi per una armonia dei Vangeli); la Vita di s. Edmondo, il martire re d'Inghilterra (855-70); l'Epitome delle vite di 91 Pontefici romani; il Liber de computo (mano-

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scritto); alcuni scritti grammaticali e astronomici; le Poesie (quasi tutte manoscritte), tra cui un carme acrostico all'imperatore Ottone III.

Ma l'opera a cui la fama di A. principalmente si raccomanda e la Collectio Canonum, conosciuta nella storia del diritto canonico sotto il nome di Collectio Abbonis Floriacensis. Essa contiene, in quarantadue capitali, testi della S. Scrittura, di concili, di decretali, di capitolari, di fonti del diritto romano o romano-barbarico e di Padri; e, nonostante l'epoca in cui venne compilata (verso il 993), non stente l'influsso delle decretali pseudo-isidoriane. Molti testi di questa colazione passarono nel Decretum di Graziano (Aem. Friedberg, Corpus Iuris Can., I, p. xxxviI, ne elenca 20; e A. Amanieu, in DDC, I, 74, ne aggiunge altri 32).

In complesso, può dirsi che A. fu uno degli uomini più colti e più influenti del suo tempo (cf. il giudizio del suo abate: Vita, 6: PL 139, 393): difensore dell'autorità pontificia, assertore dell'indipendenza dei monasteri e promotore della riforma del clero secolare e regolare. Si recò due volte a Roma per incarico del re di Francia ; al ritorno, indusse Ugo Capeto (nel 996) a ristabilire a Reims il deposto arcivescovo Arnolfo, e due anni dopo convinse il re Roberto a sottomettersi al pontefice Gregorio V, che gli aveva comminato l'interdetto per l'incestuoso connubio con la cugina Berta.

Nella sua spiritualità, Gesù Cristo occupa un posto centrale. Egli ama designarsi "amatorum Christi amator Abbo" (cf. Epist.: PL 139, 423.433.438.440), ed augura ai monaci di giungere a "gustare quanto sia dolce il Signore ed il suo Cristo, in cui noi abbiamo la vita, l'essere e il movimento" (Epist.: PL 139, 429).

Definisce la vita monastica un "laboriosum spiritualis philosophiae otium" (Apol., init.: PL 139, 461), e la considera come tutta dedita alla contemplazione (cf. Epist. 8; Apol. verso la metà ; Coll. Can., 23: PL 139, 430. 464. 489). Raccomanda la carità fraterna e l'«assidua lotta» contro le passioni, rilevando a questo fine l'alto valore ascetico dello studio: "multum prodesse censebat litterarum studia, maximeque dictandi exercitia" (Vita, 8: PL 139, 393).

BibL.: J. Mabillon, Acta SS. Ord. 1. Bened., VI, i, pp. 37 58: Histoire Littéraire de la France, a cura dei Maurini, VII, ²² ed., Parigi 1867, pp. 159-82; E. Pardiac, Histoire de Saint Abbon, Parigi 1872: H. Bradley, On the Text of Abbo of Fleu. ry's "Quarstiones grammaticales", in Proceedings of the British Acad., 10 (23 febbr. 1922); M. Manitius, Gesch. der lat. Liter. des Mittelalters, II, Monaco 1923, pp. 664-72; A. Fliche, La Réforme Grégerienne, I, Lovanio-Parigi 1924, pp. 47-60; H. Leclercq, Saint-Benoît-sur-Loire, Parigi 1925, pp. 41-56; G. Chenevau, L'Abbaye de Fleury à Saint-Benoit-sur-Loire, Parigi 1931, pp. 19-21; P. Fournier-G. Le Bras, Histoire des collections canoniques en Occident, I, Parigi 1931, pp. 320-30; A. van De Vyver, Les Oeuvres inédites d'Abbon de Fleury, in Revue Bénédictine, 47 (1925), pp. 125-69. Igino Cecchetti

ABBONE di san Germano. - Monaco di Saint-Germain-des-Prés (metà del sec. Ix). Di lui si hanno poche notizie e spesso è stato confuso con l'omonimo di Fleury.

Scrisse un poema in tre libri (versi esametri) De Bellis Parisiacae Orbis, ove descrive l'assedio di Parigi da parte dei Normanni (885-87). Tutte le edizioni anteriori al Migne (PL 132, 721-61) e al Pertz (MGH, Scriptores, II, 776-805) non riportano il 3^{°} libro molto più imperfetto degli altri e infarcito di digressioni e allegorie con glosse oscurissime. Difettoso per lo stile e per la lingua, il poema ha un singolare valore storico. A. è anche autore di cinque sermoni (PL 132, 761-78), e di un'epistola (Bibl. Patrum, V).

BibL.: R. Ceillier, Histoire générale des auteurs sacrés et ecclésiastiques, XII, 2^{°} ed., Parigi 1862, pp. 789-92; J. Petitjean, Abbon l'bumble, son poème sur le siège de Paris par le Normande: 223-22, in Annales de la Faculté des Lettres de Caen, (1888), pp. 61-74; A. Molinier, Les sources de l'histoire de

France, I, Parigi 1901, p. 255 : M. Rouziès, s. v. in DHC, I, coll. 51-52. Giuseppe Sanita

ABBOT, Ezra. - Teologo riformato degli Stati Uniti, n. a Jackson, Maine, il 26 apr. 1819, m. a Cambridge, Massachusetts, il 21 marzo 1884.

Dal 1856 lavorò nella biblioteca dell'Università Harvard a Cambridge, Mass. e, oltre un ottimo catalogo alfabetico e sistematico (forse il primo del genere), vi compilò The Literature of the Doctrine of a Future Life (elenco di 5300 opere, con note), Nuova York 1864. Dal 1871 insegnò (vi critica del Nuovo Testamento e pubblicò detti articoli in riviste, ma specialmente (oltre 400) nell'edizione ampliata del Dictionary of the Bible di W. Smith (Nuova York 1868-70). Fu con Hort revisore del Nuovo Testamento nella Revised Version (1871-81); dal 1878 alla morte aiuto Gregory (v.) nel preparare i Prolegomena all'80 edizione del Nuovo Testamento di Tischendorf.

L'opera sua migliore è la valida difesa dell'autenticità del IV Vangelo (The Authorship of the Fourth Gospel: External Evidences, 5^{text {a }} ed. curata dal seguace J. H. Thayer, Boston 1889), in cui esamina le testimonianze degli antichi scrittori ecclesiastici, specie di a. Giustino, rilevando il loro valore probativo.

BibL.: C. R. Gregory, in Realeuc. fïr prot. Theol. u. Kirche, I (1896), pp. 27-28; E. Jacouinc, Histoire des livres du Nouvemu Test., IV, 2^{°} ed., Parigi 1921, p. 35. Antonino Romeo

ABBOT, GEORGE. - Protestante inglese, n. a Guildford, da un fabbricante di stoffe, nel 1562 , e m. il 4 ag. 1633. Studente ancora, si fece notare per le sue idee puritano-calviniste, e quando fu eletto vicecancelliere di Oxford procurò che fossero distrutte le vetrate con immagini sacre. Fu conciliante con i puritani scozzesi, ma acerrimo nemico dei cattolici. Mentre era vice-cancelliere, fu scelto tra i membri dell'università per la versione della Bibbia, chiamata "Versione Autorizzata" (v.), con l'assunto speciale di curare, con altri otto, la revisione dei Vangeli, degli Atti degli Apostoli e dell'Apocalisse. Come cappellano del conte di Durbax, tesoriere del regno di Scozia e grande amico del re Giacomo I (1603-25), andò in Scozia ove fu di grande aiuto nello stabilire l'episcopato. Per questo il re lo promosse nel 1609 al vescovato di Lichfield, e nel 1610 a quello di Londra. Alla morte dell'arcivescovo di Canterbury, R. Bancroft ( 1604-10 ), A. fu, per volere del re, nonostante le sue dottrine calviniste, in ricompensa del lavoro compiuto in Scozia, e per la raccomandazione del conte di Durbax, eletto alla sede primaziale. Sotto il suo governo il partito puritano crebbe di numero e d'importanza, con tristi conseguenze per il re Carlo I ( 1625-40 ) e per il successore di A., W. Laud.

BibL.: W. Laud, The Autobiography, Oxford 1839; Ch. Anderson, The Annals of the English Bible, 2 voll., Londra 1845; W. Benham, The Dictionary of Religion, Londra 1887; A. E. Mc Killiam, A Chronicle of the Archbishops of Canterbury, Londra 1903; Th. Raleigh, Annals of the Church of Scotland, Londra-Edimburgo 1921.

ABBREVIATORE. - Era un funzionario della Cancelleria Apostolica, cui veniva affidato l'incarico di stendere la minuta (notam facere) degli atti pontifici. In 24 sotto l'antipapa Benedetto XIII, gli abbreviatori salirono a 70 con Pio II, che li costituì in collegio (1463), al quale l'anno seguente Paolo II diede nuova sistemazione. Sisto IV (1479) li portò a 72, distribuiti in questo modo: 12 de parcu maiori per la preparazione della minuta dei documenti; 22 de parcu minori per la loro tassazione e spedizione (parco si chiamava quella parte della sala della cancelleria circondata da una balaustra); 38 de prima visione. La carica di a. si poteva acquistare, di conseguenza l'ufficio era chiamato venale. Sono note le disavventure del Platina (v.) in seguito al licenziamento degli a. da parte di Paolo II.

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Pio X, con la costituzione Sapienti consilio del 1908, soppresse del tutto il collegio degli a. e ne trasferì le attribuzioni al collegio dei Protonotari Apostolici di numero partecipanti.

BIBL.: 1. Ciampini, De abbreviatorum de parcu maiori... autique statu, illusconce in collegium erectione, munere, dignitate, praerogativis ac priculegiu, Roma 1691; id., Abbreviatoris de Curiu compendium multos, Roma 1697; Pastor, II, pp. 304-305; W. v. Hofmann, Forschungen zur Geschichte der horisiten Behörden, Roma 1914.

Niccolò Del Re
ABBREVIAZIONI. - Negli antichi manoscritti e nelle lapidi si usò spesso abbreviare le parole per scrivere più rapidamente e per guadagnare spazio, risparmiando anche la materia scrittoria. L'uso e la frequenza delle a. varia secondo i tempi, secondo le regioni e secondo la natura del testo.
I. A. lapidarie. - Nella scrittura monumentale epigrafica si riscontrano a. di due specie, consistenti nella omissione di parte delle lettere finali della parola ovvero di quelle centrali (i Latini dicevano le prime sospensiones e le seconde contractiones). Un'abbreviazione ridotta ad una sola o due lettere (iniziale; iniziale e finale) si dice spesso sigla (sigla equivale a piccolo segno). Vore sigle sono per esempio le cifre romane dei numeri. L'uso delle a. è naturalmente sempre limitato per ragioni di chiarezza.

I Greci ne usarono molto meno dei Latini, i quali abbreviarono correntemente i nomi che designano uffici colati(ale), ep(iscopus), titoli ufficiali c(lavissimus) v(iv), d(om(iel)o), culto d(eus), s(a n) e(n o), parentela f(ilius), m(ater), formole di affetto o cortesia b(ene)m(erenti), a(nima) s(uncta), formole di sepoltura k(i c) s(i / n e) e(si), d(e)p(ouitin), p(umerunt), f(esir), gli elementi della data III k(a) l (endos) ap(viles), e dell'età vissuta vix(it) an(nos) V m(entes) X, i prenomi e qualche volta i nomina più usati Q(nisitus) Aor(elius); nomi di città e varie frasi fatte sono pure dati spesso in sigle. Specialmente numerose sono le a. dove lo spazio è molto ristretto, come sulle monete e nei bolli.

Un sistema di a. del pieno medioevo dà solo le iniziali di ogni sillaba. A. particolari sono i nessi che fondono insieme elementi di due lettere successive ed i monogrammi (v.), specie di nessi multipli; affine l'uso di lettere minori, più alte o più piccole, spesso inscritte dentro altre per guadagnare spazio. Esempi celebri di a. sono il criptogramma IX@YE (v.), che in greco significa pesce ed è da leggere ' Γ η σ σ tilde{ς} ς Xpı σ τ tilde{ς} @coü Yí̀s Σ ω τ η η ed i sibillini ξ e XMI (palma feliciter e Xpı σ τ tilde{ς} ς Mı χ α dot{η} λ l'a β ρ ι tilde{η} λ ?). Segni delle a. sogliono essere l'interpunzione in fine, la sbarra sovrapposta, o il taglio trasversale.

BIBL.: L. Traube, Nomina sacra, Monaco 1907; R. Cagnat, Cours d'épigorphie latine, Parigi 1914, p. 399 sg.; F. Grossi Gondi, Trattato di epigrafia cristiana, Roma 1920, pp. 53 sg. e 479 sg.; V. Gordthausen, Bild, Schriftbild und hybride Monogramme, in Philologische Wochenschrift, 46 (1926), pp. 467-77.

Antonio Ferrus
II. A. paleografiche greche. - Generalmente si sogliono distinguere due specie di a.: per sospensione o troncamento, se si omettono lettere in fine di una parola; per contrazione, se si omette la parte interna di una parola, lasciandone il principio e la fine.

Nella scrittura dei papiri letterari precristiani in maiuscolo (unciale) non compaiono quasi mai a. : l'unica che appare con una certa frequenza è la sostituzione del v in fine di tipo con una linea orizzontale posta in alto: Π Ω Λ Γ^{′}, TOTTio { }^{text {m }}. Questa forma di a. continuerà nei secoli successivi.

Molto più largamente usate sono le a. nei documenti (ricevute, conti, atti pubblici e privati), il cui formulario, quasi uniforme, rendeva inutile la scrittura per esteso di molti termini che ricorrevano frequentemente ed erano facilmente comprensibili ai contemporanei.

Il sistema più antico e più semplice di a. è quello
della sospensione: le parole erano indicate dalla sola lettera iniziale con un segno di a. secondo l'antico uso greco di indicare i numerali: Π ( ε v τ ε ), Δ ( ε κ α ); cosi: checkmark=checkmark v i, γ^{′}=γ dot{α} ρ, μ^{′} oppure μ^{′}=μ ε τ dot{α}, ecc.; o con le prime lettere, alle quali si aggiungevano, in scrittura più piccola sopra la riga, quelle che precedevano immediatamente la parte omessa: τ ε ε=τ ε ε v α, α δ ε= α δ ε λ η dot{ς} ς, τ τ dot{α} ε=τ σ λ ε μ ν ς, ecc. Questo sistema di a. subirà in seguito molte varianti (v. tabella II).

Più tardi, in età cristiana, si usò abbreviare col sistema della contrazione parole di carattere sacro - i nomina sacra - che ricorrevano anch'esse assai spesso nelle Sacre Scritture (v. nomina sacra).

Poi, con l'introduzione del minuscolo come scrittura letteraria (ix sec.), l'antico sistema della sospensione (che non ha soluzione di continuità nella storia della paleografia greca) appare arricchito, oltre che dalle contrazioni d'uso cristiano, da molti segni - derivati per lo più dalla tachigrafia - che sostituiscono in parte o per intero una parola; e le a., in principio non troppo frequenti, diventano sempre più numerose fino ai xili-siv sec. e acquistano un carattere così personale che è difficile fissarne una forma. Ci limiriamo, perciò, ad indicare i segni più comuni o più caratteristici di a. (v. tabelle annesse), aggiungendo brevi cenni di spiegazione per alcuni di essi.

Tabella I. - i) α anticamente è rappresentata con una semplice linea orizzontale -, segnata accanto o sull'ultima lettera espressa; successivamente si ag-
![img-1.jpeg](img-1.jpeg)

Art. Bibl. Vaticani
Abbreviazioni paleografiche greche.-Cod. Vet. gr. psa, fol. 146 parte inf. della ²² colonna - Membranaceo, anno 1103, scrittura minuscola: s. Massimo, De voluntatiibus et operationibus capitula.

Trascrizione: Ma ξ i uou xepá λ α ı α me(pi) θ ε λ η- μ dot{α} τ(ω ν), δ γ ° u v      κ α τ dot{α}      γ(ω ω ν) λ ε γ(ε dot{ε} ν) τ(ω ν)      ε ν θ ε λ λ η μ α dot{ε} τ i      τ(σ tilde{ω})      α(τ μ i) ν      α(α i)      θ(ε σ) tilde{ω}      α(α i) σ(ω τ η) ρ(σ) ς      η μ(ω ω ν)      Γ(η σ σ) tilde{ω}      λ(ρ ι σ τ σ) tilde{ω} .-· λ ξ ι σ tilde{ω} μ(ε v) σ α ρ^{′}      dot{α} μ(ω ω ν) μ α θ(ε i ν), dot{α} τ σ tilde{ω}(σ τ ω) dot{α} ρ α β σ tilde{α} λ ε σ θ ε λ ε dot{ε} γ(ε ε ν) τ dot{α} τ o ι σ tilde{τ}(τ ω) dot{α} μ(ω ω ν) θ ε i λ η μ α, θ ε i σ ν tilde{η} dot{α} π δ ρ ω π) ν ν ν ν ν varphi ∪ σ ι α(dot{ε} ν) tilde{η} dot{α} σ σ τ α τ ι α(dot{ε} ν), dot{α} π λ(σ tilde{ω} ν) tilde{η} σ tilde{ω} ν θ ε τ(σ ν), mid γ v(ω) μ ι α(dot{ε} ν) tilde{η} θ ε σ α i ν η τ(σ ν), κ α τ^{′} ε α v i κ η σ(τ ν) tilde{η} κ α τ dot{α} μ ε τ α δ σ σ(imath ν) . mid<α>i μ(ε dot{ε} ν)(σ tilde{σ} σ) θ ε i σ ν α dot{α} τ dot{α} τ dot{α} ε dot{ε} ν θ ε λ η μ α λ ε dot{ε} γ ε τ ε, θ(ε dot{ε}) ς dot{ε} ν ε i π η α(α i) μ dot{ε} ν(σ ν) dot{δ} λ(ρ ι σ τ δ) ς dot{δ} θ ε i(σ ν) mid ε χ ε ω ν α(α i) τ dot{δ} θ ε λ η μ α, α(α i) σ dot{α} γ ε τ α ν(ε ν) α(α) τ dot{α} α dot{α} λ λ η θ ε ι α ν α dot{α} ν(θ ρ ω σ) σ ς      α(σ tilde{ω}) γ(dot{α} ρ) τ dot{α} τ ε λ λ ε ι α(ν) mid τ(tilde{η} ς) τ ε λ ε i(α ς) α dot{α} τ(σ tilde{ω}) δ ω σ σ τ ε α dot{α} ν(θ ρ ω σ) σ τ η τ o ς ; ε i δ ε dot{α} dot{α} ν(θ ρ ω σ) ν ν ν α dot{α} τ dot{α} α(α i) μ dot{ε} ν(σ ν) varphi α dot{α} σ ε τ ε. dot{α} α(θ ρ ω σ) dot{ς} ε dot{ε} σ τ ι μ dot{ε} ν(σ ν) dot{α} dot{α} λ(δ ς) α(α i) σ dot{α} ρ i θ(ε dot{ε}) ς dot{δ} μ dot{η} τ(tilde{η} ς) θ ε i(α ς) α dot{α} τ(σ tilde{ω}) varphi dot{ε} ρ(ω ν) dot{ε} ν ε α ∪ τ dot{α} mid τ dot{η} ν dot{α} θ ι dot{α} τ η τ α. ε i(δ ε dot{ε}) varphi ∪ σ ι α(dot{ε} ν) λ ε dot{ε} γ ε τ ε τ(σ tilde{ω}) τ σ, μ i(α ν) α(α i) μ dot{ε} ν(η ν) dot{ε} ν α dot{α} τ(tilde{ω}) varphi dot{α} σ(imath ν) mid δ α ξ α ζ ε τ ε α dot{α} ν ω τ ε ρ ω γ(dot{α} ρ) oi π(α τ ε dot{ε})- ρ ε ς ω ρ i σ(α ν) τ σ, δ τ ι dot{α} τ(σ ι α) μ i α θ ε λ η σ(ι ς) mid α α i ε dot{ε} ν dot{ε} ρ τ α ι α, μ i α dot{ε} σ τ i α(α i) tilde{η} varphi dot{α} σ(ι ς). ε i δ ε dot{ε} dot{α} σ σ τ α τ ι α(dot{ε} ν) α dot{α} τ dot{α} varphi α i σ α ε τ ε, τ(tilde{ω} ν) δ dot{α} σ τ dot{α} dot{ε} τ ε ρ(σ ν) δ ω σ τ ε τ ε      tilde{η} δ ι α τ(dot{α} ς) τ ρ(ε i ς) dot{α} σ σ τ α σ(ε ι ς) τ(tilde{η} ς) dot{α} dot{α} η(α ς) θ ε dot{ε} mid τ η τ(ς) τ ρ i α α(α i) θ ε λ dot{η} μ α τ α λ ε dot{ε} ε τ ε ε dot{ε} ν α dot{α} τ tilde{η} α(α τ α dot{α} τ dot{α} ν) dot{α} ρ ε ι σ ν, tilde{η} δ ι α dot{α} τ dot{α}

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![img-2.jpeg](img-2.jpeg)
(dir. Enc. Cett.)
Abbreviazioni lapidarie - 1) Bolsena, Iscrizione del reliquiario di S. Cristina: (ic) r(e)plu(s)c(il) c(ar)plus) b(elast)ae) X(ristinae) m(art)rris). 2) Iscrizione di Vibius Pimus dell'anno 200, in Callisto: Vibiu(s) Pimus r(eddidil) VII hallendas) sept(midres) D(s)pl(est)ane) IIII et M(er)im(enu) co(n)t(ulibus). 3) Stoneta dell'imperatore Costanzo II: d(ominus) m(aster) Constantius p(ius) f(et)ce, Aug(ustus). - felle templorum) reparatio. - Triever(1). 4) Bollo dell'ave: X(quav)c) M(quan) I'v(ib)min) I'v. Ru(au)v. X(quav)c). 5) Epitaffio del papa Gaio: I'v(ien) ensau(1)enu: K(vi)r(ib)j nge I'K(ab)avbav) palus (m. nel 206). 6) Iscrizione di donatore in un mussico pavimentale: Urelu(s) v(ir) d(am)tus) cum con(iuge) c(ela) Ursina pro (s)uto c(ariel,epi)o (eser(a)nt loc. 7. Ultima riga dell'epitaffio damasiano per Prolecta: v(ix)t ann(as) XVI m(enses) IX dies XXV, deplinitas III hallendas) ian(narias) Pl(avio) Merobaude et
F(au(a) Saturnin(a) cons(ulibus).

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![img-3.jpeg](img-3.jpeg)

Abbreviazioni paleografiche greche - Tab. I: Riproduzione dei segni di a. più comuni in uso nella paleografia greca, e delle forme corrispondenti nella trascrizione integrale. Per taluni di essi (nn. 1, 2, 3, 5, 6, 9, 11, 13, 19, 24, 25, 27, 28, 29, 30, 32) si riporta anche qualche esempio che figura con maggior frequenza nei manoscritti.

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| T A B E L L A II |  | T A B E L L A III |
| :--: | :--: | :--: |
| K | = KE varphi á λ aıov | ξ, ξ ξ=dot{α} ε imath vartheta μ o ́ s, dot{α} ε imath vartheta μ o i |
| mathbb{E} | = б η μ ε i ́ | Ψ ψ ψ=ddot{α} ε o v ε α |
| Φ π | = oaoi | α= a α σ τ dot{η} ε |
| Φ π | = opoi | += ö ε α × μ dot{η} |
| K | = Kata | L= ๕̊TOs, ๕̊TOUS, 亡̇T tilde{ω} ∨ |
| λ | = λ dot{ε} χ ε imath ν | σ= ŋ́ λ ios |
|  | = teómos | σ= ŋ̀ μ dot{ε} ε α |
| λ | = λ óyos | y= vú ξ |
| mathbb{E} | = öotos | oplus= Kó σ μ os |
| η | = móvos | odot= Kú κ λ os |
| σ_{i}^{text {ot }} | = と ε β α σ tós | (○) =λ α β u ́ ε imath v vartheta os |
| τ^{text {m }} | = тumıkóv | -, ·s, ÷= ö β o λ óv |
| π | = meós | = = ö ω β dot{ε} λ iov |
| * | = Xeóvos, Xeıotós | bigcirc= teı ω β o λ ov |
| Φ | = ũ ε α, ũ ε aĩov | ρ= т ε τ ε ω dot{β} β o λ ov |
| π α ι^{b b} | = maĩbes | ρ= т ε τ ε ω dot{β} β o λ ov |
| σ τ i^{x x} | = otíxoı | ρ= т ε v τ ω dot{β} β o λ ov |
| Φ λ λ | = Ф λ áouĩoı | square square= övo μ α |
| λ π π tilde{π} | = àmootó λ ω v | ρ ρ= ö varphi vartheta α λ μ oí |
| μ hat{μ} | = μ α vartheta η τ α i | mathbb{C}=6 η λ dot{η} ∨ η |
| μ hat{μ} | = μ dot{α} ε τ v ε ε s | λ λ mathrm{T}= t dot{α} λ α ∨ τ o v |
| vartheta vartheta | = vo μ i ́ σ μ α τ α | ∇= teí χ ω ∨ o v |

[⁰]
[⁰]:    [diz. Enc. Catt.]

## Page 57

| T A B E L L A I | 8^{′} | = sed | 8) 7= | = et |
| :--: | :--: | :--: | :--: | :--: |
| 1) q - | = que (più raramente quae) | t^{′} | =-tur | 7= etiam |
| quib. | = quibus | δ^{′} | =- dem (dum) | deb7 = debet |
| nob. | = nobis | 4) atq: | = atque | 17= licet |
| id. | = idem (o anche idus) | neg: | = neque | 3= cum (con-) |
| fcripfim | = scripsimus | q: d | = quid | 3^{t^{2}}= continentia |
| · n | = enim | quib: | = quibus | cirs = circum |
| ·f. | = scilicet | ufq: | = usque | 3=-u s |
| · e | = est | quod: | = quodque | τ imath τ^{′}= titulus |
| ·c. | = caput | bar{m} overline{mathrm{f}} : | = mensis | le3im = legimus |
| h | = hoc | omnib: | = omnibus | p^{′}     = post |
| v | =u t | qnq: | = quinque | h^{′}= huius |
|  |  | hab3 | = habet |  |
| 2) bar{n} | = non | 13 | = licet | T A B E L L A II |
| bar{s} | = est | na3 | = nam |  |
| overline{Δ N} | = anno (anni) | 03 | = oportet | h= hoc |
| overline{text { nat }} | = natus | qfq3 | = quisque | ū= unde |
| lib | = liber | overline{mathrm{CO}} 3 | = causam | ū= vero |
| poñ | = pontifices | 5) d | = die | bar{q}= ergo |
| qm | = quoniam | d | = dixi | bar{q} ā bar{m}= quodammodo |
| overline{n bar{r}} | = noster | a x | = autem | figctm= signaculum |
| tpe | = tempore | k | = legitur | incrrit = incurrit |
| overline{text { aia }} | = anima | ot | = omnis | overline{mathrm{q}} overline{mathrm{c}} mathrm{s}= quicumque |
| overline{text { ee }} | = esse | fialt | = frater |  |
| eni | = enim | tutt | = tutis | TABEL L A III |
| cü | = cum | begin{aligned} & text { in } \ & text { in } end{aligned} | = inluster | begin{aligned} & mathrm{p}=text { per } \ & mathrm{p}=text { prae (pre) } end{aligned} |
| overline{text { cö }} | = condicione | overline{mathrm{CH}} | = erit | begin{aligned} & overline{mathrm{p}}=text { pro } \ & overline{mathrm{q}}=text { qui } end{aligned} |
| iperiü | = imperium | ett | = etiam | overline{mathrm{q}}= que (quae) |
| overline{text { noñ }} | = nomen | overline{text { dioci }} | = diocesis | overline{mathrm{q}}= quod |
| overline{text { me }} | = mense | eov | = eorum | q_{2}= quia |
| operatorname{tam} | = tamen | overline{text { fCOV }} | = sanctorum | overline{mathrm{q}}= quantum |
| propt | = propter | 6) ψ ra | = terra | overline{mathrm{q}}= quam |
| operatorname{dix} | = dixit | overline{text { tult }} | = brevi | overline{mathrm{q}}= quem |
| aüm | = autem | ctici | = clerici |  |
| overline{text { dicit }} | = dicitur | overline{text { cdt }} | = credunt | TABEL L A IV |
| lib | = liber | overline{text { obü }} | = verbum |  |
| t | = vel | fuit | = fuerit | 3= eius |
| nob | = nobis | funt | = fuerunt | H= enim |
| pp | = propter | fint | = dicuntur | h^{′}= autem |
| overline{text { notü }} | = notum | 7) overline{text { dict }} | = agitur | 3= contra |
| overline{text { nfi }} | = nostris |  | = numeratur | == esse |
| overline{text { a }} | = actio | cetro | = cetero | begin{aligned} & overline{mathrm{v}}=mathrm{est} \ & overline{mathrm{r}} mathrm{e}=mathrm{currere} end{aligned} |
| 3) p^{′} | = post | g^{f} | = generis | 4= id est |
| c^{′} | = cum | c^{′} r^{′} e= | c^{′} |  |
| e^{′} | = eius | c^{′} r^{′} e= | c^{′} | (dir. Enc. Catt.) |

[⁰]
[⁰]:    Abbreviazioni paleografiche latine - Tabella I: Esempi di a. paleografiche latine classificate secondo il segno abbreviativo. (1. punto). 2. linea orizzontale; 3. apostrofe; 4. due punti o punto e virgola; 5. linea obliqua: 6 e 7. linea ondulata; 8. segni tachigrafici). - Tabella II: A. caratteristiche con letterina soprascrita. - Tabella III: Compendi della { }^{a} mathrm{p}=mathrm{e} della { }ᵃ mathrm{q} · mathrm{r}. Tabella IV: Segni irlandesi in uso nel continente.

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giungono a questa linea due punti ÷ (questo segno, però, si usava prima per indicare la sillaba τ α ); quindi viene espressa semplicemente coi due punti :.
3) L'a. di α_{1} ς è il raddoppiamento di quella di ε ς, di identica pronunzia.
8) L'a. di γ dot{α} ρ è la combinazione di un γ con un ρ rovesciato.
12) Il segno di a. di ε ι ν dapprima è lo stesso di quello di η ν o ι ν (che si distingue soltanto per aver sopra due puntini), due sillabe foneticamente corrispondenti; poi, per distinzione, il segno si trova raddoppiato o coll'aggiunta di una striscia diagonale; e finalmente indicato soltanto con due strisce diagonali da destra verso sinistra.
13) Anche il segno di a. di ε ι ς è il raddoppiamento di quello di η ς o ι ς (che, come in ι ν, ha due puntini per distinzione).
15) Il segno η è la forma corsiva del π.
16) L'a. normale di ε ς è ⊃, ma spesso vi si trovano aggiunti due punti che tachigraficamente indicavano il τ nelle terminazioni τ ε ς; così che il segno ⊃ è rimasto alla fine, come il semplice ⊃, ad indicare soltanto ε ς.
17) Una striscia diagonale semplice o tra due punti significava δ σ τ i; δ σ τ i ν si indicava coll'a. di ι ν variamente deformata. L'a. del plur. sioi è un raddoppiamento di quella del singolare.
18) Una linea obliqua da sinistra verso destra è l'a. di ι ν; due di uguale lunghezza o con la seconda più breve indicano la stessa terminazione con l'accento grave.
19) Il segno ddot{ζ} è un monogramma risultante dall'unione delle due vocali.
20) Un semplice ddot{α} si trova frequentemente come a. di π ρ °-° π ρ ω τ °-, occasionalmente con altro significato.

Tabella II. - Diamo a parte altri pochi esempi di a. col sistema della sospensione.

Alcune parole si indicavano aggiungendo alla lettera iniziale la più importante tra quelle omesse; o invertendo l'ordine delle lettere; o con un monogramma (combinazione delle prime due lettere di una parola). Il plurale occasionalmente si indicava raddoppiando l'ultima lettera espressa o ripetendo variamente l'a.

Tabella III. - Nei papiri e nei manoscritti si trovano, inoltre, non soltanto a., ma anche simboli, cioè segni che sostituiscono un'intera parola. Ne riportiamo alcuni dei molti usati.

Bias.: G. Zereteli. De Compendiis scripturae codicum graecorum, 2ᵃ ed., Pietroburgo 1904, con 30 tavv. in fototipia e annessa per ogni tav. una p. di spiegazioni delle a. riprodotte: E. M. Thompson, Introduction to Greek and Latin Palaeography, Oxford 1912, pp. 75-84; V. Gardthausen, Griechische Palaeogra