volume-01

Back to Volumes
l'abbazia è religiosa, succede il capitolo, che deve, entro otto giorni, eleggere il vicario capitolare, il quale governerà l'abbazia fino alla nomina del nuovo a. Se l'abbazia fosse comunque impedita, si dovrebbe applicare la disposizione del can. 429.
v. elenco delle Abbazie nullius s. v. abbazia.

Per A. Commendatario - v. commenda.
BibL.: Benedetto XIV, De Rynodo dioces.. lib. II, cap. II ; lib. III, cap. 10, n. 3 sgg.; F. Dalmer, Tractatus de abbate. Ingolstadt rönt: A. Tamburini, De iure Abbatum et Praelatorum tam regularium quam saeculurium, Roma 1629 : P. Helyot, Histoire des Ordres monastiques religieux et militaires, Parigi 1838; I. B. Sägmüller, Lehrbuch des hotholischen Kirchenrechts, Friburgo in Br. 1904, § 190; R. Molitor, Religiosi iuris capita selecta, Ratisbona 1909 : T. Schaefer, De religionis ad normam Codicis iuris canonici, Roma 1947; F. X. Wernz-Vidal, II, n. 366 sgg.

Felice M. Cappello
ABATI, Alessandro. - Vescovo di Toscanella e Viterbo, n. a Roma, l'8 luglio 1681, m. a Viterbo nel 1748. Entrato nella prelatura, divenne segretario della Congregazione del Concilio e vescovo titolare di Filadelfia, poi vescovo di Toscanella e Viterbo ( 12 luglio 1731). Fu un restauratore della sua diocesi.

Restano di lui, fra l'altro, omelie e discorsi morali e le Constitutiones del primo sinodo diocesano. Sull'opera da lui svolta per onorare le reliquie di s. Savino e di altri cinque martiri ritrovate il 30 ag. 1746 v. Ragguaglio della prodigiosa incenzione de' curpi e reliquie di sei santi seguita nellinsigne collegiata di S. Angelo in Viterbo ecc. (1746).

BibL.: Mazzuchelli, I, p. 11 ; Cappelletti, VI, pp. 166-67. Pio Pecchiai

ABAUZIT, Firmin. - Teologo protestante, n. a Uzès nel 1679, m. nel 1767 a Ginevra, dove visse e lavorò molta parte della sua vita. Colto e studioso, scrisse di molte materie; ma nel campo teologico riscosse le più alte lodi dagli avversari della religione e viene considerato come il precursore della odierna critica liberale e del modernismo.

Infatti, secondo l'A., la religione, che contenga misteri incomprensibili, è solo ignoranza e orgoglio di scuola; il mistero, una volta rivelato nella sua esistenza, cessa di essere tale e diventa accessibile e comprensibile alla ragione umana. La Trinità, o l'Incarnazione, una volta capita bene la S. Scrittura, diventano verità pienamente naturali. Gesù Cristo è un
uomo come gli altri; avendo avuto una missione speciale da parte di Dio, si può dire che ha «incarnato" la sapienza divina. Voltaire (nel Dictionnaire philosophique) ne saccheggia le teorie; Rousseau nella Nouvelle Eloïse (p. v, let. i) lo esalta alle stelle e ne riporta i pensieri nella figura del Vicaire Savoyard.

L'Indice dei libri proibiti condanna (29 ag. 1774) le Réflexions inpartiales sur les Evangiles, suivies d'un essai sur l'Apocalypse (pubblicate postume da J. B. de Mirabaud [v.]), appunto per le teorie razionaliste, che vorrebbero considerare «il Cristianesimo una religione ragionevole» senza misteri e veramente degna di fraternizzare con la «filosofia» (Y. de la Brière, s. v. in DHG, I, col. 18).

BibL.: Oeuvres du feu Monsieur A., Ginevra 1770; Oeuvres diverses de M. A., I. Landra 1770, (ambedue con notizie biografiche); Y. de la Brière, in Recherches de science religieuse, 14 (1922), pp. 247-53.

Celestino Testore
'ABB bar{A}. - 1. Termine aramaico, stato enfatico di ' a b, "padre», che ricorre in senso vocativo nel Nuovo Testamento, seguito sempre da 6 π π τ dot{η}, in Rom. 8, 3 e Gal. 4, 6 ; Mt. 14, 36 (v. 'ab). Il senso di 'abbâ è "padre mio", conforme all'uso aramaico (G. Dalman, P. Joulon) riflettentesi nel IV Vangelo (8, 18 sgg.; 14, 6, II. 20). Il termine greco (al nominativo) è la traduzione letterale dell'aramaico. Secondo J. Knabenbauer, l'interpretazione greca fu aggiunta da s. Pietro nella catechesi orale, riferita poi da s. Marco; altri vi vedono una glossa dell'evangelista, ma in tal caso sarebbe introdotta da una formula esplicativa come in Io. 7, 34 (cf. 3, 41).
L'abbâ ( 6 π π τ dot{η} ), che si trova in s. Paolo, secondo Th. Zahn, sarebbe un rinvio alla preghiera ufficiale del Pater naster, recitata in aramaico nei primi tempi. L'origine della formula si può attribuire sia all'influsso esercitato dall'uso invalso nelle chiese etnico-cristiane, le quali aggiunsero al nome che Gesù dava a Dio il corrispondente greco, sia alla slancio di tenerezza verso Calus che ci adotta come suoi figli : «Padre, voi che siete il Padre!», M.-J. Lagrange la considera una giaculatoria tradizionale dei cristiani.

BibL.: P. Joulon, Abba, «le Père» et «non Père», in Recherches de Sz. Rel., 17 (1927), pp. 212-13. Vincenzo M. Jacono
2. Titolo che precede il nome di taluni dottori della Mišnāh, e va tradotto "padre» o "padre mio».

Secondo Maimonide, è equivalente a Rabbi (maestro mio). Ricorre anche come nome proprio tanto nel periodo dei Tannaiti (v.) quanto nel periodo seguente degli Amorei (v.). In Babilonia viene spesso contratto col titolo Rabh (maestro) facendo sorgere forme come Rabä, Rabbä. Secondo W. Becher, il termine sarebbe sorto da abbreviazione di Abraham; ipotesi poco probabile di fronte ad espressioni come "padre per saggezza" o "padre per anni».

BibL.: Z. Frankel, Mébhā ha-jerüshalnti, Berlino 1870, p. 122: Ad. Büchler, Der gallläische Am-Haarex des II. Jahrhunderts, Vienna 1906, p. 335 sgg.; G. Goldberger, s. v. in Encycl. Judaica, I (1928), col. 126.

Eugenio Zolli
ABBA AREKA (Arika o Ha-Ároki «il lungo »), Rabbi, detto (per onore) Rab. - Dottore ebreo, n. in Palestina verso il 160, m. a Sura nel 247. Discepolo di Giuda il santo (v.), fu il primo degli Amorei (v.), e portò la Mišnāh in Babilonia, ove nel 219 fondò la scuola di Sura (v.), che diresse per ventotto anni.

I suoi commenti orali furono poi riuniti nella Gemarah (v.) del Talmud babilonese. Gli sono spesso attribuiti i noti midrašim halachici Sifrē (v.) al Levitico, e Sifrē (v.) ai Nimuri e Deuteronomio.

BibL.: H. Strack, Einleitung in Talmud und Midrasch, ⁵² ed., Monaco 1921, pp. 126-27.

Angelo Penna
ABBA CORSAGLIA, Pietro. - Musicista, n. ad Alessandria il 20 marzo 1851, m. ivi il 2 maggio 1894. Organista e direttore della cappella del Duomo, ha scritto la cantata: Caino ed Abele, opere per teatro

## Page 39

ed una Messa di Requiem. Fra vari opuscoli di cultura musicale ha lasciato una Storia e Filosofia della Musica.

ABBADESSA. - Parola derivata dal basso latino abbatissa, a sua volta formata per analogia da abbas (abate, padre), titolo della Superiora preposta al governo di un monastero indipendente di monache. Possedevano l'a. i monasteri femminili degli antichi Ordini monastici; delle Canonichesse, tanto con voti quanto senza voti; delle Clarisse, le quali nella prima regola data loro dal card. Ugolino (1218-19) professarono formalmente la Regola di s. Benedetto, ma in realtà vivevano secondo la Regola di Ugolino; e anche delle Concezioniste fondate dalla beata Beatrice da Silva (sec. xv), dapprima Cistercensi, poi all'inizio del Cinquecento piuttosto Francescane.
I. Storia. - I primi esempi di questo titolo si hanno in iscrizioni sepolcrali, raccolte da E. Diehl (Inscriptiones latinae cluistianae veteres, I, Berlino 1925, p. 321, nn. 1650-53) e sono: quella di Roma, che ricorda Serena, a. di S. Agnese fuori le mura, dell'anno 514; di Capua Vetere, che ricorda Giustina, dell'anno 569; di Narbona, che cita Maria, del sec. vi; di Salona (Spalato) per Giovanna, del sec. vi. Nella letteratura questo titolo non appare prima degli scritti di s. Gregorio di Tours (m. nel 594) e dei registri di s. Gregorio Magno (m. nel 604), il quale nei Dialoghi (lib. IV, ed. U. Morieca, Roma 1924, p. 248) adopera però il nome più logico di mater (madre).

Con la propagazione della Regola di s. Benedetto (che naturalmente non parla che dell'abate), il titolo di a. si fece generale in tutto l'Occidente, anche tra le Canonichesse, le quali seguivano la regola data loro nel sinodo di Aquisgrana (816) o, dal sec. xi, quella di s. Agostino. Le a. di parecchi antichi monasteri, specialmente in Germania, divennero anche Principesse dell'Impero, con gli onori e gli oneri del grado; e potevano assistere o farsi rappresentare nelle diete dell'Impero e nei sinodi. Tutte le a. elette a vita ricevevano, c, per lo più, ancora oggi ricevono, dal vescovo la benedizione liturgica, come le antiche diaconesse; alcune anche il pastorale abbaziale. Le a. delle Clarisse, per molto tempo pure elette a vita ma poi solo per un triennio, non hanno mai ricevuto la benedizione liturgica, né sembrano avere avuto il pastorale. Da notare ancora che le a. delle monache certosine usano il manipolo e la stola. I canonisti e gli storici moderni disputano se le anzidette a. canonichesse, si possano annoverare o no tra il clero.

Il Concilio di Aquiagrana del 789 , ordina ai vescovi di vietare alle a. di benedire gli uomini, e di imporre il velo alle vergini (can. 75).

Innocenzo III, (Registro XIII, n. 187: PL 116, 356) condanna severamente l'abuso intollerabile di certe a. delle diocesi di Burgos e di Palencia in Spagna, le quali ardivano di benedire le proprie monache, di ascoltare le loro confessioni, di leggere il Vangelo e di predicare. Interdicendo questo abuso il Pontefice osserva giustamente che la B. Maria Vergine era certamente più degna e più eccellente degli apostoli, ma a questi non a quella il Signore ha dato le chiavi del regno dei cieli.

In alcuni monasteri doppi (v. anche coabitazione), l'a. aveva il comando sui monaci e sulle monache, come nel monastero di Fontevrault in Francia (fondato nel 1099), e nell'Ordine del S. Salvatore fondato da s. Brigida di Svezia in Vadstena.

Vi sono anche alcuni esempi di monasteri femminili, in cui l'a. sembra avere avuto una giurisdizione quasi
episcopale sul clero e sul popolo del suo territorio, eccettuate sempre le funzioni in cui si richiedeva il Sacramento dell'Ordine, le quali venivano esercitate da un Vicario sacerdote. In questi casi l'a. nominava ai benefici ed esercitava giurisdizione disciplinare sul popolo e sul clero. Quando nel 1222 le Canonichesse ed il clero di Quedlinburg (Sassonia) si rifiutarono di obbedire agli ordini dell'a., perché essa non poteva costringerli con la scomunica, questa si rivolse ad Onorio III, il quale le diede mano forte con la risposta inserita nelle Decretali di Gregorio IX (cap. 12, X, I, 33), disponendo che le Canonichesse ed il clero abbastanza praefatae obedientiam et reverentiam debitam impendentes, eius salubria monita et mandata obsercent.

In Italia è famosa l'abbazia di S. Benedetto di Conversano nelle Puglie, data nel 1266 a monache cistercensi, profughe dal vicino Oriente, la cui a. esercitava per mezzo di un vicario una giurisdizione quasi episcopale nel feudo abbaziale di Castellana, fin quasi ai tempi moderni. Quando morì l'ultima a. (1809), che aveva esercitata tale giurisdizione, se ne fecero le esequie come si trattasse di un vescovo (v. Moroni, Di-
zionario, vol. 95 [1859], p. 183). Il regalismo senza dubbio contribuì molto a mantenere per tanti secoli un siffatto istituto, che il Baronio chiamò monstrum Apuliae.

Nel 1258 Alessandro IV concesse l'abbazia vallombrosana nullius di Fucecchio alle Clarisse di Gattaiola a Lucca, le quali cedendo nel 1299 il terreno ai Frati minori, si riservarono il diritto di nominare ai benefici ecclesiastici dell'antica abbazia. (Cf. il documento in Archivum franc. hist., 10 [1917], p. 469 sg.). Difatti l'a., mediante un vicario in spiritualibus esercitò la giurisdizione su Fucecchio fino al 1622, quando il territorio fu incorporato alla nuova diocesi di San Miniato (ibid., 1 I [1918], p. 284).

Un altro monastero la cui a. esercitava la giurisdizione temporale e, nella maniera detta, anche la spirituale, fu quello cistercense di S. Maria de las Huelgas vicino a Burgos, in Spagna, fondato nel 1187, e fin da principio insignito di grandi privilegi. Forse lo prendeva già di mira Innocenzo III nella costituzione sopracitata. Anche qui il regalismo e l'alta nobiltà, a cui le a. spesso appartenevano, contribuirono a mantenere fino al secolo scorso una posizione così straordinaria. Cessò quando Pio IX con la costituzione Quam diversa, 12 luglio 1873, soppresse nella Spagna tutte le giurisdizioni ecclesiastiche quasi-episcopali, cioè non sottoposte all'autorità dei vescovi diocesani; misura resa effettiva il 20 maggio 1874.

I casi accennati, giudicati diversamente dai canonisti e dai teologi, formano la grande eccezione, spiegabile in parte con le condizioni del tempo e le idee feudali, oggi felicemente superate. La Chiesa tollerava queste anomalie, ma in nessun documento pontificio si trova esplicitamente il termine abbadessa nullius (dioecesis).

Nel corso dei secoli vi sono state tra le a. molte sante, figure di donne altamente benemerite e di grande influenza religiosa e culturale. Al tempo della pseudoriforma alcune resistertero eroicamente ai novatori come le a. di Gandersheim (Germania) e Carità Pirkheimer O. S. Cl. a Norimberga.

Bibs.: B. Albers, Consuetudines monasticae, I: Consuetudines Furlanon, Stoccarda 1900; K. H. Schäfer, Die Kanonissenstifter im deutschen Mittelalter. Stoccarda 1907; id., Kanonissen und Diakonissen, ivi 1910; e ancora in Römische Quartalschrift, 24 (1910), pp. 49-90; Feusi, Das Institut der gottgesceihten Jungfrauen, Friburgo (Svizzera) 1917; C. Butler, Benedictine Monachism, Londra 1919. 2* ed., ivi 1924; L. Hanser, Abbatisae Nullius?, in Studien und Mittellungen zur Geschichte des Bene-
dicituerordens, 43 (1926), pp. 219-21; J. Baucher, s. v. in DDC, I, coll. 62-71.

## Page 40

Per Conversano: Ughelli, VII, 2* ed., pp. 700-11; G. Moroni, Dizionario, vol. 93 (1839), pp. 161-64; S. Simone, Il mostro della Puglia, ossia la storia di S. Benedetto di Conversano, Bari 1885 ; D. Merea, Chartularium del monastero di S. Benedetto di Conversano, I, Montecassino 1892. Continuazione presso D. Merea - F. Muciaccia, Le pergamene di Conversano, Trani 1942.

Per S. Maria de las Huelgas: H. Flórez, España Sagrada, XXVII, 2^{°} ed., Madrid 1824, pp. 287-308, 466-69; A. Rodriguez López, El Real monasterio de las Huelgas de Burgos y el Hospital del Rey, 2 voll., Burgos 1907; P. I. Postius y Saba, El Código canónico aplicado en España, Madrid 1926; J. M. Escrivá, La abadesa de las Huelgas, estudio histórico canónico, Madrid 1944.

Per i monasteri doppi: M. Saché, Les abbesses de Fontevrault, Angers 1921; S. Hilpisch, Die Doppelbläster, Münster 1928; P. Debongnie, Brigittins, in DHG, X, coll. 728-31.

Livario Oliger
2. Benedizione dell'A. - La nuova a., dopo la conferma della sua nomina, riceve la benedizione dal vescovo della diocesi nella Messa, in domenica o in altro giorno festivo. Dopo l'epistola, l'a., accompagnata da due suore anziane, si muove dal suo stallo in coro e va davanti al vescovo seduto in faldistorio, ove pronunzia la formola di fedeltà e giura tenendo le mani appoggiate sul Vangelo. Al vescovo consegna poi una dichiarazione firmata di questa fedeltà e sottomissione. Seguono le litanie dei Santi, durante le quali l'a. giace distesa in terra. Infine il vescovo si leva in piedi e benedice la nuova a., la quale poi sorge e si genuflette davanti al celebrante, che, tenendo le mani stese sul capo di lei, pronunzia una preghiera a forma di prefazio cui seguono varie orazioni. Tornata l'a. al suo posto, il vescovo prosegue la Messa. All'offertorio l'a. fa al celebrante l'offerta di due ceri accesi, e alla fine, dopo la intronizzazione nello stallo corale, si canta il Te Deum.

Bim.: E. Martène, De antiquis Ecclesiae ritibus, II, Anversa 1763, pp. 142 sgg.; M. Andrieu, Les ordines Romani du moyen âge, Loranio 1931, p. 284.

Silverio Mattei
3. Diritto Canonico. - A norma del can. 488, n. 8, l'a. deve considerarsi quale superiora maggiore, e quindi sono applicabili ad essa le speciali disposizioni concernenti i superiori maggiori. Viene eletta dalla comunità, secondo le norme stabilite dal Codice e dalle costituzioni legittimamente approvate. Deve essere nata da legittimo matrimonio, dell'età di 40 anni compiuti, e professa almeno da 10 anni nella religione in cui attualmente si trova. L'elezione si fa ordinariamente per scrutinio segreto e dev'essere confermata dal vescovo, se il monastero non è esente, dal superiore regolare o dalla S. Sede, se è esente. Secondo la lettera circolare della S. Congregazione dei Religiosi del 2 marzo 1920, l'a. dura in carica tre anni e non può essere ridetta immediatamente, cioè senza una qualche interruzione, salvo speciale dispensa della S. Sede. Ha potestà dominativa sulle proprie suddite, a tenore delle costituzioni e del diritto comune. Le sue attribuzioni e i suoi doveri riguardano specialmente l'ammissione alla religione, la professione religiosa, la clausura, l'osservanza delle regole e costituzioni. Va soggetta a particolari sanzioni per i casi previsti dai cano. 2412-14.

Bim.: A. Tamburini, De iure Abbatiasarum et monialium, Roma 1638; F. Pellizzari, Tractatus de monialibus, ivi 1725; B. Molino, Religiosi iuris capita selecta, Ratisbana 1909; L. G. Fanfani, Il diritto delle religiose conforme al Codice di diritto canonico, Torino-Roma 1931; T. Schäfer, De religiosis ad normam Codicis iuris canonici, Monaco in W. 1931.

Felice M. Cappello
ABBADIA S. SALVATORE - Abbazia benedettina sulle pendici del Monte Amiata, fondata nel 743 ; passò nel 1230 ai Cistercensi che la tennero fino al 1792. Recenti restauri hanno ridato il suo antico aspetto alla chiesa, costruita nel 1036 e ampliata nel xir sec., il cui interno era stato totalmente trasformato nel
sec. xvir. E stata contemporaneamente sistemata la cripta, resto dell'edificio del sec. viII, con le sue 28 colonne - fino a pochi anni fa ricoperte da affreschi notevoli per le singolari forme di capitelli tra cui prevalgono i panieri di foglie di loto e acanto alternate con figure di mostri. Sono anche degni di nota gli affreschi del Nasini, del xvir sec., nella chiesa e nel chiostro, oltre a un crocifisso ligneo del ' 200 e un busto-reliquario del papa a. Marco, del ' 300.

Bim.: F. Brogi, Inventario degli oggetti d'arte, Siena 1897; C. Volpini, La basilica di S. Salvatore, Abbadia S. Salvatore 1029; G. B. Manucci, La cripta di Abbadia S. Salvatore, in Arte Cristiana, 18 (1930), pp. 34-41; I. Imboriadori, Benedettini e popolo nel Monte Amiata, in Bull. Senese di storia patria, (1940), pp. 30-50.

Mario Ducati
ABBADIE, ANTOINE d'. - Esploratore, geografo, astronomo, n. a Dublino, da famiglia francese emigrata, il 9 genn. 1810, e m. a Parigi il 19 marzo 1897. Rimpatriato a Tolosa, si preparò a viaggi d'esplorazione in Africa, insieme col fratello Arnaud di cinque anni più giovane di lui, che lo precedette al Cairo (1838), mentre egli andava per incarico statale in Brasile. Raggiunto poi il fratello, s'incontrò a Massaua col missionario lazzarista G. Sapeto (v.) e iniziò (1840) la grandiosa rilevazione geodetica e cartografica dell'Etiopia. Come il fratello - divenuto ras egli si fece amare dagli indigeni come nessun altro tra i viaggiatori - attesta il Massaia (v.) - "per le assidue fatiche e la incorrotta morale ", si che fu ritenuto monaco o prete. Spintosi fino al Kaffa, scrisse alla Congregazione di Propaganda Fide una lettera, nella quale, dopo aver descritto le condizioni dei Galla, invocò la fondazione di una missione cattolica, che Gregorio XVI subito istituì, creando un vicariato e affidandolo a mons. Massaia. Il Papa, che già lo aveva fatto cavaliere di S. Gregorio, gli inviò un caloroso ringraziamento. Tornati in Francia (1848), i fratelli d'A. continuarono negli studi e nei viaggi scientifici. Arnaud pubblicò il primo volume di Douze ans dans la Haute-Ethiopie ou Abyssinie (1868) e Antoine il classico lavoro Géographie d'Ethiopie. Ce que j'ai entendu faisant suite à ce que j'ai su (1899).

Bim.: G. Massaia, I miei trentacinque anni di missione nell'Alta Etiopia, J. Roma 1885; G. Derboux, Notice hist. sur A. d'Abbadia, in Etique académique, Parigi 1912, pp. 173-177; E. Martire, Massaia da vicino, Roma 1937.

Eglberto Martire
ABBADIE, Jacques. - N. a Nay nel Béarn nel 1654 o 1658 , m. a Londra nel 1727. Studiò nelle Università protestanti di Saumur e di Sudan e in questa, a 17 anni, ottenne il grado di D. D. (Doctor Divinitatis). Nel 1680 era pastore della colonia francese calvinista di Berlino, e godeva il favore dell'elettore Federico ( 1640-88 ). Alla morte di questo si trasferì in Inghilterra, dove si mostrò contrario al governo di Giacomo II. Dal nuovo re Guglielmo III fu nominato cappellano della agognata cappella di Savoy e gli fu concessa anche la cappellania irlandese di Killalon, che conservò, benché assente, fino alla sua morte a Marylebone (Londra).

Fu uomo molto erudito e mantenne relazioni con Bossuet, Malebranche e Bayle. Scrisse molte opere: i suoi sermoni e panegirici formano tre volumi; il suo L'ouverture des sept sceaux par le Fils de Dieu, ou le triomphe de la providence et de la religion (Amsterdam 1723), è considerato dai protestanti uno dei più audaci commentari dell' Apocalisse; ma le sue opere più famose furono il Traité de la vérité de la religion chrétienne (Rotterdam 1674) e il Traité de la Divinité de N.-S. Jésus Christ (Rotterdam 1689), scritte entrambe contro gl'increduli e gli atei. Da principio furono ben accolte anche da alcuni cattolici; ma in

## Page 41

seguito, sottoposte ad csame, furono messe all'Indice (rispettivamente nel 1695 e 1702).
V. Oblet (DThC, I, col. 8) osserva che secondo l'A. la fede e la ragione, la teologia e la filosofia differiscono essenzialmente tra di loro e gli sforzi fatti dai Padri della Chiesa e soprattutto dagli scolastici per arrivare ad una conoscenza più profonda dei misteri della Trinità, dell'Incarnazione, della Grazia e della Predestinazione sono stati tentativi orgogliosi e vani.

Contro la dottrina cattolica scrisse: Réflexions sur la présence réelle du corps de 7. C. dans l'Eucharistie (L'Aia 1685) e la Vérité de la religion réformée (Rotterdam 1718).

Bibl.: J. Darling, s. v. in Cyclopaedia Bibliographica, Londra 1834; W. Benham, s. v. in The Dictionary of Religion, Londra 1887; A. Noyon, s. v. in DIIG, I, coll. 19-22; V. Oblot, s. v. in DThC, I, coll. 7-9.

Camillo Crivelli
ABBÄHU, Rabbi. - Dotto amoreo palestinese, del «collegio dei dottori di Cesarea», vissuto alla fine del sec. III e all'inizio del 10.

Egli stabili il sistema tuttora vigente per i suoni della buccina nel giorno del capo d'anno. Halakhista e haggadista, oratore, matematico, conoscitore del greco, godeva stima fra le autorità romane presso cui interveniva per migliorare le sorti dei suoi correligionari. In seguito ai suoi rapporti coi Romani sostenne dispute contro i cristiani, opponendosi (Talmud palest., Ta'anith. II, 65, 59) alla divinità di Cristo, alla dottrina trinitaria e all'Ascensione.

Bibl.: Z. Frankel, Mibhō ha-jeräshalmi, Breslavia 1870, pp. 58b-60a; Jasac Hirsch Weiss, Dor dor wee-doreshavo, III, Vienna 1883, pp. 103-105; W. Bacher, Agada der palästinensischen Anweder, II, Strasbourgs 1806, pp. 88-142; J. Halévy, Därät harishdaha, II, Francoforte s. M. 1901, pp. 350-52; H. Graetz, Geschichte der Juden, IV, Lipsia 1908, pp. 284 sgg., 288, 291; A. Hyman, Töledät tanndim wa-anardim, Londra 1910, pp. 62-71; H. Strock, Jesus, die Häretiker und die Christen nach den ältesten jüdischen Angaben, Lipsia 1910, p. 37; V. Larrañaga, L'Ascension de Notre Seigneur dans le Nouveau Test, Roma 1958, p. 11 sg. (cfr. p. 96 sgg.). Eugenio Zulli

ABBANDONO. - I. Ascetica. - I. Noxioni. -
L'a. (virtù, spirito, atto di a.) è un atteggiamento di vita spirituale d'alta perfezione, la cui natura, gradi, esercizi e deviazioni sono oggetto di studio soprattutto dal sec. xvI. L'a. in senso attivo vien definito: «completa conformità al beneplacito di Dio in tutto, sgorgante da amore e dedizione».

Gli antichi parlavano di resignatio (Imit. Christi III, 15. 17. 37; IV, 8), cioè il rimettere (quasi restituire nelle mani) la propria volontà a Dio.

La natura dell'a. nei suoi caratteri specifici si rivela nel confronto col concetto proprio delle virtù vicine o affini di rassegnazione, accettazione, acquiescenza, conformità, indifferenza, dalle quali differisce per delicate, ma essenziali sfumature. La rassegnazione dice accettazione "conseguente" di condizioni o eventi che si subiscono, mentre l'a. è atteggiamento spontaneo di accettazione "antecedente». E però qualcosa di più che semplice accettazione, la quale inferisce una posizione di parte quasi contrastate e quindi un certo senso di parità e non di subordinazione. L'acquiescenza implica una previa leggera discussione interiore, che non è invece nell'a., mentre la conformità significa uno "stato" che sembra però supporre precedentemente una sorta di aggiustamento piuttosto laborioso. L'indifferenza al contrario è disposizione preliminare all'a., preparando l'anima a ricevere tutti i divini ordinamenti, non opponendo resistenza, ma non rende il concetto di a. che dice donazione positiva di sé, piena e ineffabile a Dio ed alla sua volontà appresa come l'unica totalmente buona (C. Gay, De la vie et des vertus chrétiennes, II, Parigi 1883, pp. 372 sgg.). Tuttavia s. Francesco di Sales identifica l'a. con l'indifferenza perfetta.

Alla base della virtù dell'a., è la dottrina del duplice principio causale della perfezione cristiana, ossia delle due volontà, di Dio e dell'uomo (cf.

Conc. Cartagin. XVI, cann. 3-5: Denz. U. 103-105; Conc. d'Orange II: Denz. U. 176-80; Conc. Trid. sess. 6, can. 4: Denz. U. 814, e cap. 7: Denz. U. 799). La divina volontà infinitamente santa, identificata con l'infinita sapienza, ha l'iniziativa e la parte principale nell'opera della santificazione della creatura; questa nulla può far di meglio che aderire completamente a quanto da questa altissima volontà è desiderato o disposto. Bene osserva s. Vincenzo de' Paoli : «La perfezione consiste nell'unire talmente la nostra volontà a quella di Dio che la sua e la nostra non siano più che uno stesso volere e non volere; e chi eccellerà di più in questo punto, sarà il più perfetto" (Entretiens, ed. Coste, t. IX, p. 318).

Oggetto dell'a. sono tutti i voleri divini, espressi sia dalla voluntas beneplaciti sia dalla voluntas signi, pur con un accento speciale su quelli del divino beneplacito. La volontà divina di beneplacito è quella per cui Iddio vuole in una maniera assoluta che siano le cose che veramente saranno. In questo senso tutti gli avvenimenti cadono sotto la sua volontà, non escluso il peccato, il quale pur essendo proibito e disapprovato da Dio, vien lasciato materialmente come evento possibile, per i beni che ne conseguiranno (s. Agostino, De libero arbitr. III, 5: PL 32, 1276). La volontà di Dio significata è invece quella per cui Iddio prescrive tutto ciò che manifesta la sua volontà, anche se non ne consegua l'esecuzione, come i comandamenti, precetti, consigli, ispirazioni.

L'a. si esercita soprattutto circa le disposizioni divine nascoste passate, presenti e future; la conformità ai segni manifesti del volere divino merita piuttosto il nome di obbedienza (Lehodey, I, 4). Gli oggetti dell'indifferenza proposti da s. Ignazio di Loyola «desolazione e consolazione, malattia e sanità, povertà e ricchezza, disprezzo e onore, vita breve e vita lunga" (Exerc. Spir., Principium) sono anche oggetti propri per l'esercizio dell'a. in Dio.

I fondamenti teologici di questa virtù sono nell'insegnamento e negli esempi di Gesù Cristo, il quale la raccomandò per le cose temporali e spirituali (Mt. 6, 25-34; Lc. 11, 9; 12, 31; 22, 42; Mt. 26, 39, ecc.) e la esercitò in tutta l'esistenza mortale, che volle chiudere con le incomparabili parole : «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc. 23, 46). Anche s. Pietro e s. Paolo inculcano la stessa dottrina (I Pet. 5, 7-8; Rom. 8, 28). Essa si fonda sul dogma della Provvidenza di Dio con i due punti essenziali, che nulla avviene in questo mondo se non per sovrana volontà di Dio, secondo la frase di s. Agostino: «Non- ergo fit aliquid nisi Omnipotens fieri velit, vel sinendo ut fiat vel ipse faciendo", e che tale volontà è infinitamente buona e benefica sicché compie i suoi disegni benefici anche attraverso i mali della vita e le volontà stesse cattive degli uomini malvagi.
2. Pratica. - La pratica perfetta dell'a. è certo una sintesi di tutte le virtù teologali e cardinali (Bernies, Amour et abandon, Parigi 1912, pp. 136 e 162). Bossuet vi trova in un solo atto l'unione "della fede più perfetta, della speranza più alta e della carità più pura e fedele" (Instruct. sur les états d'oraison, tr. I, IX, n. 18). A. Piny sostiene che l'a. rappresenta la più perfetta pratica del puro amore di Dio, perché abbraccia la rinunzia ed il distacco totale da sé per affidarsi anima e corpo completamente a Dio (Le plus parfait, capp. 7-19). Perciò s. Francesco di Sales chiama l'a. "virtù delle virtù : crisma della carità, odore dell'unultà, merito della pazienza e fiat della perseveranza " (Entretiens II). Tutti i Maestri di spiritualità lo

## Page 42

mettono tra i punti di perfezione che conducono le anime ad una grande santità (Surin, Catéchisme spirituel, I, p. 4, col. 8). I suoi frutti principali sono libertà, gioia, e pace di spirito.

L'esercizio dell'a. nel senso di far accettare all'anima tutto ciò che Dio vuole, come lo vuole e perché lo vuole, è da inculcarsi a tutti i cristiani. Tale pratica ha gradi sempre più perfetti a misura della donazione di sé. Si presuppone negli stati mistici più alti. Come stato abituale non si raggiunge che da pochi, non perché Dio non vi chiami le anime, ma perché poche corrispondono a tale grazia. Nella storia letteraria della spiritualità sono note varie formole e preghiere che esprimono lo spirito di a. (cf. J. B. Saint-Jure, Connaissance et amour de 7. C., III, 1, cap. 8, §9; J. P. Caussade, L'abandon à la Divine Providence; ecc.).
3. Deviazioni. - Il falso a. è l'esagerazione consistente nel lasciare a Dio la cura di quanto concerne l'uomo sia nell'ambito temporale sia nello spirituale. Nella gestione degli interessi materiali, l'imprevidenza porta subito le sue conseguenze sensibili che servono a dissipare l'illusione. Ma ben più pericolose sono le deviazioni nell'ordine spirituale. La Chiesa ha condannato le dottrine che insinuano l'assoluta passività ed inerzia nell'orazione o nel combattimento spirituale. Così non si possono accettare i propri peccati prima dell'evento, né la propria dannazione. Falso a. è pure l'indifferenza circa le virtù e la propria perfezione, nel senso insegnato da Bernières (v.) condannato nel 1689 , oppure il pretendere d'avvertire in sé la mozione divina prima di agire (v. quietismo). Pericolo di tali errori si trova in tutte le mistiche di cattiva lega, che esagerano la passività dell'anima (cf. Pio XII, enc. Mediator Dei).

Storicamente il falso a. si è manifestato, in Occidente, nei bagardi eterodossi e nei Fratelli del libero spirito del sec. xiv, negli alumbrados (v.) di Spagna del sec. xvi influenzati remotamente dalle dottrine panteistico-predeterministiche della tradizione arabo-islamica (Corano XXXV, 9; XXXVII, 94). Falso a. si trova nella dottrina luterana della fiducia nell'imputazione dei meriti di Cristo, e nella dottrina sull'orazione e vita spirituale dei quietisti e semiquie. tisti particolarmente spagnoli (Molinos), italiani (Falconi, Petrucci), francesi (Lacombe). E celebre a proposito di esagerato a. la controversia (v. amore puro) tra Bossuet, Fé. nelon e M.me Guyon, terminata con la condanna dell'opera di Fénelon Maximes des Saints (1699). Contro il quietismo, e specialmente contro gli errori di Molinos (v.) lottarono in Italia i pp. Paolo Segneri, Giuseppe Agnelli e Gottardo Belluomo. Per l'Oriente cristiano, v. esicasmo; palamas.

Bull. Bened. de Canfeld, Regula perfectionis compendiase redacta ad unicum punctum voluntatis divinae, Colonia 1610 (la versione italiana per via del quietismo fu messa all'Indice nel 1689); K. Drusbicki, Tractatus de brevissima ad perfectionem via, hoc est, de perenni divinae voluntatis intentione, executione, apprehensione, Opera I, Poznan 1686: J. E. Nieremberg, Vida divina y camino real de la perfección, Madrid 1633; P. de Lagny O. Cap., Le chemin abrégé de la perfection chrétienne dans l'exercice de la volonté de Dieu, Parigi 1682; A. Piny, Le plus parfait, ou des voies intérieures la plus glorifiante pour Dieu et la plus sanctifiante pour l'âme, Parigi 1683 (nuova ed. di E. P. Noël, ivi 1918; trad. it. di S. G. Nivoli, Torino 1923); id., Etat du pur amour, ou conduite pour bientôt arriver à la perfection par le seul + Fiat +, Lione 1676; S. Francesco di Sales, Il Testimo, II, viII-IX; S. Alfonso de' Liguori, Uniformità alla volontà di Dio(1761); id., La vera Spesa di Gesù Cristo o la religina santificata, cap. 7; Luis de Granada, De oratione 1, 2; id., De Devotione (Opusc. 233); N. Grou, Le don de soi-même à Dieu, Londra 1796; M. Viller, Abandon, in DSp, fasc. I, coll. 2-23; P. Pourrat, Le faux abandon, ivi, capp. 23-49; V. Lehodey, Le saint abandon, Parigi 1919; J. Schrijvers, Le don de soi, Bruxelles 1923; J. Bremond, Le courant mystique au XVIII siècle. L'abandon dans les lettres du P., Milley, Parigi 1943; T. Gräf, Si, Padre (tr. it.), Brescia 1238; A. Tanquerry, Précis de théologie ascétique et mystique, 2^{°} ediz., Parigi-Tournai 1923, n. 479; O. Zimmermann, Lehrbuch der Aisestih, Friburgo in Br. 1932, §§ 12, 68. Arnaldo M. Lanz
II. Diritto. - E, in senso stretto, il negozio giuridico unilaterale mediante cui taluno si distacca da una cosa con l'animo di rinunciare definitivamente al proprio dominio su di essa. Come la derelictio del diritto romano, ha per effetto principale la perdita della proprietà; onde la cosa abbandonata diventa res nullius ed è suscettibile di acquisto per occupazione.

Non è questo però il solo significato della parola a.; la quale viene usata altresì come sinonimo di rinuncia, desistenza, abdicazione, recesso, a seconda della natura dell'oggetto cui si riferisce.

Nel diritto statale hanno particolare importanza le figure giuridiche dell'a. di fondo, di nave o aeromobile, di coniuge, di domicilio domestico, nonché i reati di a. d'infante, di persone minori ad incapaci, di animali, di pubblico ufficio, di posto.

Nel diritto canonico meritano di essere menzionati : 1) l'a. della residenza, che viene considerato per legge (CIC, can. 188, n. 8) come tacita rinuncia all'ufficio da parte del chierico, ed assume in determinate condizioni (cf. can. 2381) il carattere di vero e proprio delitto (v. Residenza) ; 2) l'a. dell'abito ecclesiastico (v. abito ecclesiastico); 3) l'a. dell'ufficio, per il quale è prevista (can. 2399) la pena della sospensione a divinis per un tempo da determinarsi di volta in volta dall'ordinario, in rapporto alla gravità del caso; 4) l'a. di istanza, che si verifica a norma del can. 1736 allorché per un biennio, nel giudizio di primo grado, o per un anno, nel giudizio di appello, le parti in causa non pongono in essere alcun atto processuale.

Ferruccio Liuzzi
ABBAS ANTIQUUS. Con questo nome viene comunemente designato, per distinguerlo da Niccolò de' Tudeschis detto l'Abbas siculus o panormitanus o modernus, un canonista provenzale della seconda metà del sec. xili, di cui fino a qualche anno fa si sapeva con certezza soltanto che fu discepolo di Pietro di Sampson, e autore di una Lectura alle Decretali di Gregorio IX, di un'altra a quella di Innocenzo IV, e di alcune Distinctiones. La prima di queste tre opere fu scritta non prima della fine del 1259 né dopo l'inizio del 1266, e di essa si conoscono due edizioni (Strasburgo 1510, e Venezia 1588) ; le altre due invece, tuttora inedite, sembra siano state scritte nel 1260 o 1261.

Recentemente l'A. A. è stato identificato con Bernardo di Montmirat (presso St-Mamert, a nord-ovest di Nîmes). Costui (da non confondersi con Bernardo Compostellano junior, al quale fu pure dato erroneamente il nome di Bernardus de Monte Mirato) studiò a Bologna, non più tardi del 1240 circa; insegnò poi nello studio della stessa città, almeno dal 1260 al 1266. Entrò nell'ordine dei Benedettini, forse prima di divenire professore a Bologna (non si sa se anche prima di essere ivi studente).

Nel sett. 1266 troviamo menzione di lui come camerlengo dell'abbazia di Aniane (presso Montpellier) e come inquisitore al processo contro Raimondo, vescovo di Tolosa. Il 15 ott. 1266 fu nominato dal Papa abate dell'abbazia di Montmajour; poi, in data imprecisata tra il 17 giugno 1277 e il 31 ott. 1278, fu nominato da Niccolò III rettore della Marca Anconitana (carica che lasciò tra il 4 marzo e il 12 giugno 1281), pur rimanendo, almeno fino al luglio 1286, abate di Montmajour. Il 20 giugno 1286 il papa Onorio IV lo nominò vescovo di Tripoli di Siria, ma egli rimase in Italia, dove ebbe vari altri incarichi da Niccolò IV, che nel 1291 o 1292 lo inviò anche in Inghilterra e in Svezia per organizzare una crociata; il 14 dic. 1295 Bonifacio VIII lo nominò amministratore dell'abbazia

## Page 43

![img-6.jpeg](img-6.jpeg)

Abratini - Affresco nella Cappella Pio (sec. XVII) - Roma, Chiesa di S. Agostino.
(Itot. Eist. Catt.)
di Montecassino; ove mori, probabilmente il 20 luglio dell'anno seguente.

Bibl.: S. Kuttner, Decretalistica, in Zeitschr. d. SavignyStiftung f. Rechtsgesch., Kan. Abt., 26 (1937), pp. 461-63; S. Kuttner, Wer war der Dehretalist - Abbas Antiguas -?, in Zeitschr. d. Savigny-Stiftung J. Rechtsgesch., ibid., pp. 471-89, e la bibliografia ivi citata.

Pio Ciprotti
'ABBÄSIDI: v. ISLAMISMO.
ABBAS MODERNUS, (PANORMITANUS, SICULUS) v. DE' YUDESCHI, NICOLO.

ABBATE CICCIO: v. SOLIMENA.
ABBATINI, Antonio Maria. - Musicista, n. a Città di Castello nel 1597 (?), m. ivi tra il 1679 e il 1680. Dal 1628 fu maestro di cappella della basilica Lateranense, poi ritornò in patria dove assunse il posto di maestro di cappella in cattedrale. Vi rimase fino al 1632 allorché andò ad Orvieto, ma nel 1635 era già tornato a Città di Castello. Nel 1640 fu a Roma maestro di cappella a S. Maria Maggiore; poi a S. Lorenzo in Damaso, poi di nuovo a S. Maria Maggiore, che lasciò nel gennaio del 1657 . Nel 1667 -68 fu a Loreto, donde ritornò a S. Maria Maggiore rimanendovi fino al 13 giugno 1677 .

L'A. fa parte di quella schiera di musicisti i quali intendevano sviluppare le premesse della polifonia cinquecentesca aumentando i mezzi corali fino a 16 , a 32 , a 48 e più voci. Questo indirizzo, proprio della scuola romana di quel tempo, porterà necessariamente la musica di chiesa ad effetti sonori imponenti, ma anche ad un eccessivo impiego di mezzi, caratteristico dell'epoca barocca. Forse il merito maggiore dell'A. fu quello di essere stato maestro di una eletta schiera di allievi, tra i quali Marcantonio Cesti e Giov. Paolo Colonna.

Bibl.: F. Corradini, Antonio Maria Abbatini: notizie biografiche, Arezzo 1922.

Francesco Corradini
ABBATINI, GUIDOBALDO. - Pittore, n. a Città di Castello nel 1600 o 1605 , m. a Roma nel 1656 . Dopo una non precisabile educazione in patria, venne a Roma alla scuola del Cavalier d'Arpino; poi fu collaboratore,
spesso umile, del Bernini. Dopo i chiaroscuri nelle cappelle della crociera di S. Pietro, genericamente manieristici, affresca in Vaticano la sala di Carlomagno e quella della Contessa Matilde, la seconda in collaborazione col Romanelli. La sua maniera si giova di suggerimenti berniniani, diretti e indiretti, nella vòlta della cappella Cornaro in S. Maria della Vittoria e in quella della cappella Pio in S. Agostino, ma ricade altrove, come nella decorazione della sacrestia di S. Spirito in Sassia, sua ultima opera, nella genericità cortonesca e romanelliana.

Bibl.: G. B. Passeri Vite, ed. J. Hess (Die Künstlerbiographien von G. B. P.), Lipsia-Vienna 1934, pp. 234-40; H. Posse, s. v. in Thieme-Becker, I, p. ir; L. Grassi, Bernini pittore, Roma 1945.

Guglielmo Matthise
ABBAZIA. - I. Definizione e storia. - Abbatia nel corso dei secoli ha assunto vari significati, sempre però in relazione con la parola abbas da cui è etimologicamente derivata. Di origine probabilmente irlandese, nacque in Francia, donde passò in Italia e poi in Germania, ma fu poco in uso fino agli inizi del sec. viri. Comparve allora con frequenza per indicare la carica o dignità abbaziale, anche se abbas (secondo una facile derivazione o analogia), era usato per designare il capo di un clero basilicale e nel suo concetto implicava tutte le funzioni spirituali e materiali connesse con tale ufficio.

Gradatamente il significato subì una restrizione, specie sotto l'influsso della consuetudine per cui i re solevano distribuire in larga misura si loro fedeli, anche secolari, i monasteri che essi stessi avevano fondato o ricevuto "per commendationem " da altri fondatori. Se infatti i possedimenti monastici restavano sempre in teoria e in radice proprietà del monastero, le rendite passavano in pieno uso del titolare in carica, il quale era libero di provvedere ai monaci nel modo e nella misura che credeva. Ne derivò quindi che la parola abbatia fu limitata ad indicare i beni del monastero posti a disposizione dell'abate, quasi in

## Page 44

pratica annessi e appartenenti alla sua carica, nonché il loro godimento: nell'abbatia si vedeva quasi un beneficio. E infatti con la distinzione fra abbatia e monasterium si veniva appunto formando quel concetto di godimento e di possesso che è alla base del beneficio ecclesiastico.

A questo significato se ne aggiunse presto un altro che divenne di uso più corrente. Già alla fine del sec. IX la parola abbatia veniva impiegata nel senso, ancor oggi più comune, di comunità cui presiede un abate, e si attribuiva pure all'edificio da essa abitato. Abbatia e monasterium venivano ad avere funzione di sinonimi : l'abbatia era un monasterium posto sotto l'autorità di un abate e il monasterium veniva concepito come un'abbatia, poiché era affidato alle cure di un abate. A far sempre più coincidere i due termini contribuì il fatto che dalla seconda metà del sec. si in poi i signori secolari vennero rilasciando le a., già da loro ritenute, ai monaci o al monastero o al suo santo patrono. Il concetto però di abbatia come distinta dal monasterium non scomparve, anzi ad esso si fece ricorso ogni qualvolta si volle conferire la carica abbaziale, come un beneficio, ad estranei alla vita monastica.

Oltre questi significati principali, il termine ne ha assunti altri derivati e secondari. Il territorio appartenente al monastero e su cui l'abate esercitava la sua giurisdizione; la riunione di tutti gli abati di una regione; una chiesa parrocchiale, per lo più una volta monastica, furono detti pure abbatia.

Anche oggi nel linguaggio usuale si intende per a. una comunità di canonici o, più spesso, di monaci cui compete il diritto di avere a capo un abate. E sono tuttora detti a. gli edifici claustrali, il territorio della giurisdizione abbaziale, alcune chiese anticamente monastiche.

Le caratteristiche e le prerogative delle a. si ricavano dal diritto particolare, ossia dalle peculiari costituzioni e dai documenti, poiché il CIC, pur trattando degli abati di monasteri mi iuris, non considera espressamente la figura giuridica delle semplici a.

Più esplicito, sebbene anche qui non lo faccia direttamente, è nel caso delle a. nullius (v. Abate e abbazia nullius sotto la voce abate), la cui fisionomia è varia e talora anzi del tutto peculiare, secondo la diversità di origine. Alcune infatti, ad es. Montecassino, si sono formate affidando ad un monastero la giurisdizione su una preesistente diocesi che ne ha costituito il nucleo centrale; altre derivano la loro esistenza da esenzioni patrimoniali, altre ancora da dirette concessioni. Comunque tutte, anche quelle attualmente esistenti, sono o furono monasteri.

Le odierne a. nullius sono, secondo l'Annuario pontificio, anno 1948: 1) Montecassino (mon. ben.) con annessa la prepositura di Atina; 2) Monte Oliveto Maggiore (mon. ben. oliv.); 3) Monte Vergine (mon. ben.); 4) Ndanda (mon. ben. nelle missioni Afr. sett.); 5) Nonantola (già mon. ben., ora unita in perpetuo alla sede arc. di Modena); 6) Nuova Norcia (mon. ben. nelle missioni Austral.); 7) Peramiho (mon. ben. nelle missioni Afr. centr.); 8) Pietersburg (mon. ben. nelle missioni Afr. mer.); 9) S. Martino al Monte Cimino (già mon. ben., poi cisterc., ora unita in perpetuo alla sede vesc. di Viterbo); 10) S. Martino sul santo Monte della Pannonia (mon. ben. in Ungheria); 11) S. Maurizio di Agaune (dei Can. reg. nella Svizzera); 12) S. Paolo fuori le Mura di Roma (mon. ben.); 13) S. Pietro di Muenster (mon. ben. nel Canadà); 14) S. Alessandro di Orosci (già mon. ben. in Albania); 15) S. Maria Ausiliatrice di Belmont (mon. ben. nelle Caroline); 16) S. Maria di Gruttaferrata (mon. bas.); 17) S.ma Trinità di Cava dei Tirreni (mon. ben.); 18) S.ma Vergine Maria di Einsiedeln (mon. ben. nella Svizzera); 19) SS. Vincenzo ed Anastasio alle Tre Fontane di Roma
(mon. ben., poi cisterc. trappista); 20) Subiaco (mon. ben.); 21) Tokugen (mon. ben. nelle missioni della Corea); 22) Wettingen-Mehrerau (mon. cisterc. in Germania).

Per la parte di Diritto Canonico v. ABATE.
Bibl.: Per la storia della parola: K. Blum. Abbatia: Beitrag zur Geschichte der kirchlichen Rechtsproche. Stuezzella 1914: per lo studio dell'istituzione anche E. Lesnc. Ecdque et abbé, in Revue d'bist. de l'Eglise de France, 2 (1914), pp. 3-20; id. Histoire de la propriété, II, fasc. 1, Lilla 1022 : T. Mc. Laughlin, Le très ancien droit monastique de l'Occident, Liguge 1032: A. Fliche e V. Martin, Histoire de l'Eglise, VII, Parigi 1940.

Tummasc Leccisoti
2. L'A. NELL'arte. - Il criterio che distingue, dal punto di vista della storia dell'arte, l'a. dal monastero (denominazione più comprensiva) è l'accentuata organicità e la maggior costanza dei caratteri formali. Quindi, se la storia dell'a. si confonde, nei tempi più antichi, con quella del monastero (v.), l'a. vera e propria, cioè avente una individualità formale, si delinea quando la diffusione della Regola di s. Benedetto, esigendo lo stabilimento di numerose sedi dei monaci, segna l'affermazione di un tipo architettonico particolare. Ciò avviene a partire dall'viIt, e specialmente dal IX sec., ed è favorito dall'incremento costruttivo che fa capo al movimento carolingio.

Tuttavia il carattere precipuo delle a., cioè la volontà programmatica e preconcetta, "razionale", che ne informa la costruzione, non evita, ma anzi stabilisce un rapporto intimo coi monumenti coevi: sia perché nelle a. vengono conservate e potenziate le forme acquisite, sia perché queste ne vengono diffuse nel tempo e nello spazio.

L'alvolta nelle chiese abbaziali si determinano originalmente alcune forme stilistiche (basti ricordare che nel priorato cluniacense del Wast, fatto erigere da s. Ida, madre di Goffredo di Buglione, comparvero
![img-7.jpeg](img-7.jpeg)
(fol. Abb. Maria Laach)
AbbaZIA - Facciata della chiesa abbaziale di Maria Laach.(sec. xit).

## Page 45

i primi esempi francesi di arco acuto ; a Vézelay, sembra, si adottarono i primi archi rampanti) ; e si rendono essenziali, e perciò formalmente precisati, alcuni elementi architettonici, fra cui, principalissimo, il chiostro (v.).

Di qui le opinioni estremiste di alcuni critici, che vogliono attribuire all'a. il merito esclusivo di aver promosso, per esempio, l'architettura gotica, o di essere stata l'unica o la preponderante causa della diffusione nel mondo di alcune forme stilistiche; o che ritengono (Viollet-le-Duc) esclusività dei monaci la sapienza costruttiva, come concezione e come attuazione, o, al contrario, limitano ai monaci le mansioni esecutive o tutt'al più amministrative (Hasak) ; oppure, scegliendo una soluzione intermedia, ma non per questo meno vaga e più definitiva, ammettono una mutua ingerenza tra monaci e corporazioni laiche (Springer).

Si nota, fin dalle lontane origini del monachesimo orientale, che allo stabilirsi d'una convivenza monastica sono preposti tre criteri fondamentali: la scelta del luogo (che poi si svilupperà nello sfruttamento delle risorse locali) ; la discriminazione ben chiara delle unità architettoniche o semplicemente costruttive, in funzione della loro destinazione; l'assenza o la scarsczza (specialmente in Occidente) di essenziali comunicazioni all'aperto tra i vari edifici, soprattutto nei tipi più antichi. Onde il corollario che il monastero doveva tanto individuarsi, cioè essere comunque in rapporto con l'ambiente circostante, quanto risolversi nel suo interno in una caratteristica organicità ; quanto più era separato dal mondo esterno, tanto più attuava, nel suo interno, un efficiente complesso di risorse naturali atte a garantire la vita e l'attività spirituale dei monaci.

Tali criteri rivelano subito che il carattere formale dell'a. fa capo, più che alla storia dell'arte, a quella dell'urbanistica. Di conseguenza, ecco subito differenziarsi l'urbanistica abbaziale dall'urbanistica dei centri laici. Questi, nel clima artistico medievale, appaiono come lente formazioni di complessi dove l'attuazione delle caratteristiche è affidata a criteri diversi nelle persone e nel tempo, giacché manca unità di concezione e contemporaneità di esecuzione. Al contrario le a. si qualificano per il carattere geometrico, rettilineo, cioè unitariamente e razionalmente preconcepito, che informa la loro planimetria.

Delle più antiche costruzioni monastiche benedettine scarse sono le notizie e incerte risultano le ricostruzioni monumentali. Il Sacro Speco sublacense, nato dalla primitiva dimora di s. Benedetto, costituisce per sua natura un anello di congiunzione tra l'organizzazione monastica orientale, eremitica e comunque separate dal mondo, e l'opposto criterio che informa il monachesimo occidentale. E pertanto non può costituire un «exemplum» di concezione architettonica programmatica. L'originaria a. casinese, del pari, essendo difficilmente ricostruibile, non fornisce elementi sicuri per l'inizio della storia della a.

Tuttavia i criteri arc