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ella medicina nell'Università di Roma.
Pecchiai Pio, Dott. - Roma.
Pecikian Elia, Mechitarista, Dott. in 'Teologia - Roma.
Pellegrino Michele, Sac., Prof. straordinario di letter. cristiana antica nella Università di Torino - Torino.
Pellegrino de la Fuente, O.P. - Roma.
Penna Angelo, C.R.L., Licenziato in S. Scrittura - Roma.

Perito Maria, Prof. di Filosofia - Roma.
† Perrella Gaetano M., C.M.
Pesci Benedetto, O.F.M., Prof. di Storia ecclesiastica nel Pont. Ateneo Antoniano - Roma.
Peterson Erik, Prof. nel Pont. Istit. di Archeologia cristiana - Roma.
Picanyol Leodegario, S.P., Procuratore e Archivista Generale dell'Ordine - Roma.
Picard Novato, O.F.M., Prof. di Filosofia nel Pont. Ateneo Antoniano - Roma.
Pierotti Adamo, O.F.M. - Roma.
Pietro della Dedicazione, O.R.S.A. - Roma.
Pinto Raul.
Piolanti Antonio, Mons., Prof. nella Pont. Univ. di Propaganda Fide e nel Pont. Ateneo Lateranense - Roma.
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Prandi Adriano, Prof. incaricato di Storia dell'arte nella Univ. di Bari e di Letter. artistica nell'Univ. di Roma - Roma.
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Prete Serafino, Sac., Prof. di Storia nel Pont. Seminario di Fano.
Priero Giuseppe, Licenziato in Sacra Scrittura, Prof. nel Seminario Diocesano di Alba.
Provenzal Giulio, Dott., Presid. dell'Istit. Ital. di storia della chimica - Roma.
Pucci Adamo, Mons., Dott. in Teologia e Diritto - Roma.

Pugliese Francesco, Dott. in Teologia - Roma.
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Restante Domenico - Roma.
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Ricciotti Giuseppe, Abate dei Canonici Regolari Lateranensi - Roma.
Righetti Mario, Prof. di Liturgia nel Seminario Teologico di Genova.
Rinaldi Giovanni, Prof. di ebraico e lingue semitiche comparate nell'Univ. del S. Cuore di Milano - Como.

Riquelme Riccardo.
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Ronga Luigi, Ordinario di Storia della musica nella Università di Roma.
Rosati Salvatore - Roma.
Roschini Gabriele M., O.S.M., Prof. di dogmatica nel Collegio Internaz. S. Alessio Falconieri - Roma.
† Rossi Paolo - Milano.
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Rotta Paolo, Prof. emorito nell'Univ. catt. di Milano.
Ruggieri Ruggero, Prof. di Filologia romanza al Magistero di Maria SS. Assunta - Roma.
Salinari Giambattista, Prof. di Italiano e Latino nei Licei - Roma.
Salmi Mario, Ordinario di Storia dell'Arte nell'Univ. di Roma.
Salvoni Faustino, Dott. in Teologia, Licenziato in Sacra Scrittura - Treviglio (Bergamo).
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Santini Alessandro, O.F.M., Prof. nel Pont. Istit. di Musica sacra - Roma.
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Savino Paolo, Dott., Prof. (Fratel Emiliano) delle Scuole Cristiane - Roma.
Scaduto Mario, S.J., dell'Istit. Storico della Compagnia di Gesù - Roma.
Schilling Doroteo, O.F.M., Prof. nel Pont. Ateneo Antoniano e nel Pont. Istit. Missionario Scientifico di Propaganda Fide - Roma.
Schulien Michele, S.V.D., Direttore Scientifico del Pont. Museo Missionario Etnologico - Roma.
Schultze Bernardo, S.J., Prof. nel Pont. Istituto Orientale - Roma.
Sciacca Michele Federico, Ordinario di Filosofia teoretica nell'Università di Genova.

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Scola Alberto, Aiutante di studio nella S. C. Concistoriale - Roma.
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Silli Antonino, O.P., Direttore dell'Istituto "Beato Angelico" - Roma
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Staffa Dino, Prelato Uditore di Rota - Roma.
Starace Carmine, Dott. - Roma.
Stefanelli Alberto, Prof. straord. di Zoologia nell'Univ. di Cagliari; Incaricato di Istologia e di Embriologia nell'Università di Roma.
Stein Giovanni, S.J., Direttore della Specola Vaticana - Città del Vaticano..

Stumpf Miroslav, Prof. - Roma.
† Suñol Gregorio M., O.S.B., Abate, Preside del Pont. Ist. di Musica Sacra - Roma.
Tappi Cesarini Anselmo, O.S.B. - Roma.
Tarocchi Igino, O.F.M., Prof. di Teologia morale Siena.
Tentori Rosario Guido, Prof., Dott. - Roma.
Terribili Alessandro.
Tesio Agostino, S.J., Prof. di Teologia Morale - Chieri.
Testore Celestino, S.J., Scrittore de "La Civiltà Cattolica" - Roma.
'Tinello Francesco, Mons., Dott., Aiutante di Studio della S. Congr. dei Seminari ed Università degli Studi - Roma.
T'inivella Felicissimo, O.F.M., Prof. di Psicologia nel Pont. Ateneo Antoniano - Torino.
Toffoli Francesco, dell'Istit. Superiore di Sanità, Incaricato di Chimica farmac. nell'Univ. di Roma.
Toschi Paolo, Docente di Letterat. delle tradizioni popolari nell'Università di Roma.

Tragella Giovanni Battista, Archivista del Pont. Istit. delle Missioni Estere di Milano - Roma.
Tremblay Gerardo, S.J., Direttore Generale Delegato dell'Apostolato della Preghiera - Roma.
Turchi Nicola, Docente di Storia delle religioni nell'Università di Roma.
Umberto degli Innocenti, O.P., Prof. di Filosofia nella Pont. Università di Propaganda Fide - Roma.
Umile da Genova, O.F.M. Cap., Prof. emerito di Teologia dogmatica nel Seminario Teologico dei Cappuccini a Genova.
Vacca Giovanni, Prof. emerito di Storia e Geografia dell'Asia Orient. nell'Università di Roma, già incaricato di Storia della matematica nell'Università di Roma.
Vagaggini Cipriano, O.S.B., Prof. nel Pont. Ist. di S. Anselmo - Roma.
Valentini Giuseppe, S.J., già Consigliere del Reale Istit. di Studi Albanesi e del Centro Studi Albania della R. Accademia d'Italia - Milano.
van Hulst Cesario, O.F.M., Bibliotecario del Pont. Ateneo Antoniano - Roma.
Vian Nello, Dott. della biblioteca Vaticana - Città del Vaticano.
Vienney Bochet Maria, Suora Orsolina - Roma.
Viglino Ugo, I.M.C., Ordinario di Critica logica e Filosofia dell'arte nella Pont. Università di Propaganda Fide - Roma.
Vignola Bruno, Dott.
Visentin Pelagio.
Vivona Nicolò, Prof. - Roma.
Volbach W. Fritz, Prof. di Storia dell'Arte - Roma.
Walz Angelo, O.P., Prof. nel Pont. Ateneo Angelicum - Roma.
Widloecher Nicola, Dott., C.R.L., Abate di S. Pietro in Vincoli - Roma.
Wilches Felice Antonio, O.F.M., Prof. di Storia del diritto canonico e romano negli Atenei Lateranense e Antoniano - Roma.
Zaccaria Varalto da S. Mauro, O.F.M. Cap., Prof. nel Collegio Internazionale S. Lorenzo da Brindisi - Roma.
Zerwick Max, S.J., Prof. di Greco biblico nel Pont. Istit. Biblico - Roma.
Zingale Salvatore - Roma.
Zolli Eugenio, Prof. inc. di Ebraico e Lingue semitiche comparate nella Univ. di Roma.

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A. - Società segreta cattolica per la formazione dei giovani studenti laici e chierici. Il vero A. nome di questa società non è conosciuto; essa è nota con la misteriosa sigla Aa, che sembra significare "Assemblice des Associés». Le sue origini risalgono al 1632 nel Collegio dei padri Gesuiti di La Flèche (Francia), dov'essa si presenta come una congregazione segreta in seno alla Congregazione Mariana pubblica del Collegio, che si proponeva di creare un gruppo di associati che zelassero intensamente gli scopi della Congregazione, uso già invalso, ma sotto altri nomi (ristretto, colloquium marianum, sodalitas SS. omnium ecc.), in diverse congregazioni mariane gesuitiche d'Italia, Francia e Germania sin dalla fine del sec. xvi. Da La Flèche l'uso di associarsi in segreto passò al Collegio di Clermont (Parigi) nel 1643; qui l'A. si organizzò in modo definitivo e i suoi aggregati, vincolati dal più assoluto segreto circa tutto ciò che costituiva l'essenza della società, furono chiamati i Bons Amis dai simpatizzanti e Bagotiens (discepoli del celebre padre Bagot) dai maligni.

Il bretone Vincenzo de Meur, futuro primo superiore del Seminario delle Missioni Estere di Parigi, fondò nel 1658 l'A. di Tolosa, che divenne in seguito, e rimase sino al secolo scorso, il centro ideale di tutte le A. Nel 1676 l'A., secondo un progetto già vagheggiato dal de Meur, si scisse in due sezioni: una destinata agli studenti che si avviavano al sacerdozio, viventi fuori dei seminari (l'A. des clercs), l'altra per gli studenti non chiamati allo stato ecclesiastico (l'A. des laics). Anche così divisa l'A. conservò immutato il suo ideale primitivo ch'era di portare i suoi aggregati ad un alto grado di perfezione, mediante metodiche pratiche di pietà e l'esercizio delle virtù, soprattutto della carità (cf. l'interessante statuto). L'A. fu anche un semenzaio di vocazioni missionarie; tale ideale fu tenuto vivo in modo particolare dall'A. di Tolosa.

L'A. si diffuse in più di trenta città della Francia, del Canadà, dell'Italia, della Svizzera e della Germania, facendo sentire ovunque il suo salutare influsso specie tra gli studenti che si avviavano al sacerdozio, ma che compivano i loro studi fuori dei seminari. In Italia l'A. ebbe un centro assai attivo in

Torino, fondato nel 1781 da un certo chierico Murgeray, in rapporto con l'A. di Bordeaux. Ad esso appartenne il servo di Dio Pio Brunone Lanteri (v.) che ne fu ardente fautore per oltre un ventennio.

Bibl.: C. de Rochemonteix, Les Técnites de la NouvelleFrance au XVIIe siècle, II, Parigi 1896., pp. 247-72 (tratta dei Bons Amis) ; Comte de Bégouen, Une Société secrète émule de la Compagnie du St-Sacrement: l'Aa de Toulouse, Parigi-Tolosa 1913; G. Goyau, Les prêtres des Missions Étrangères, Parigi 1932, pp. 1-21; F. Cavallera, Aux origines de la Société des Missions étrangères: l'Aa de Toulouse, in Bulletin de littérature ecclésiastique (Tolosa), 1923, pp. 173-86, 206-26; 1934, pp. 17-31, 71-96; [A. P. Frutax], Positio super introductione Causae et super virtutibus Servi Del P. B. Lanteri (S. R. Congr. Sectio Historico, 63), Città del Vaticano 1942, pp. 123-72; E. Villaret, Les Congrégations mariales, I, Parigi 1947, pp. 412423. L'archivio della Postulazione degli oblati di Maria Vergine conserva preziosi documenti sull'A., dai biografi del Lanteri chiamata erroneamente Amicizia Anonima. A. Pietro Frutaz

AACHEN: v. AGUSGRANA.
'AB. - Quinto mese del calendario ebraico, di 30 giorni. Aveva inizio col novilunio di luglio. Il nome, corrispondente all'assiro abu, non ricorre nella Bibbia. E ricordato dalla Mišnāh (Pesahîm IV, 5) e dal lessicografo Esichio (Ed. Schmidt, Jena 1848, p. 1). In Flavio Giuseppe è detto corrispondere al Λ ω̂ α ς. Dopo l'esilio si praticava il digiuno del 5^{°} mese (Zach. 7, 2.5; 8, 19) per la distruzione del Tempio (II Reg. 25, 8; Jer. 52, 12), il giorno 9 di 'a.

La Mišnāh attribuisce altre quattro tristi commemorazioni al 9 di 'a. : "Quinque res luctuosae acciderunt patribus nostris die XVII mensis tammuz et totidem die IX ab" (Taanith, tr. Surenhusius, II, p. 385). Nelle sinagoghe si legge in tal giorno la Meghillah (v.) delle Lamentazioni. Altro lutto si celebra il 1^{°} di 'a. per la morte di Aronne, il cui anniversario ricorre "all'inizio del mese che è detto Hecatombaeon dagli Ateniesi, Loos dai Macedoni e Abba (forma aramaica) dagli Ebrei " (Flavio Giuseppe, Ant. Iud. IV, 4, 7). Invece il is di 'a. era giorno di giubilo popolare; in antico le fanciulle cantavano e danzavano nelle vigne; si offriva la legna per il fuoco sull'altare (Taanith, IV, 5. 8; Meghillath Taanith, V) : era la festa della Xylophoria (FI. Giuseppe, Bell. Iud. II, 17,6). La "corvée" della legna era però ripartita su 9 giorni, per famiglie. I Siri e gli Arabi cristiani, esclusi i copti, chiamano ora ' a. il mese di agosto.

Bibl.: E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes, II, ⁴² ed., Lipsia 1907, p. 316 ; III, ivi 1909, p. 378 ; J. N. Simchoni, M. Guttmann, S. Bialoblotzki. Ab, in Encyclopaedia Judaica, I (1928), coll. 93-104.

Antonino Romeo

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'AB. - Termine ebraico e aramaico (v. 'ABB bar{A} ), radicale comune a tutte le lingue semitiche, che significa "padre».

Nel Vecchio Testamento 'ab (plurale 'abhoth, testi di el-Amarna abûti) assume molti significati derivati, in base alle nozioni di origine, allevamento e autorità, connesse semanticamente sulla paternità: 1) Nonno (Gen. 28, 15), antenato (I Reg. 15, 11. 24 ; al plurale è frequente: Gen. 15, 15; Num. 14, 18; ecc.), onde 'abhôtihénu «i nostri padri» (Eccli. 44,1) frequente nelle preghiere dei giudei (cf. Reracheth, IX, 1), equivale a "Israele». 2) Capostipite d'un popolo (Gen. 10, 21; 17, 5; 19, 37; 36, 9. 43), iniziatore d'un mestiere o arte (Gen. 4, 20 sg .). 3) Creatore (Job 38, 28 ; cf. Ier. 2, 27), quindi Dio (Deut. 32, 6; Is. 63, 16; Eccli. 51, 10). 4) Benefattore (Job 29, 16), chi prende cura di altri (Is. 9, 5; 22, 21). 5) Maestro ('a. è titolo onorifico, dato ai sacerdoti e ai profeti anche dai re: II Reg. 6, 21; 8, 9; 13, 14; Judc. 17, 10; 18, 19), come nel titolo del trattato A b a t h(v.); onde il maestro chiama spesso il discepolo "figlio" (Prov. 4, 10. 20; 5, 1. 20; 6, 1. 3; 7, 1.24; Ps. 44 [45], 11; Eccli. [ebr.] 3,8.12.17; 4, 1. 20; ecc.). 6) Consigliere (Gen. 45, 8: uso egiziano secondo H. K. Brugsch), come in Esth. 3, 13 8sùтepoc π α τ η̂ p (aggiunta dei Settanta); in Abigar 55 (ediz. Nau) il consigliere del re è detto "padre di tutta l'Assiria». 7) Più genericamente: capo, superiore, padrone (II Reg. 3, 13); onde i titoli: 'ab beth-din ("presidente del tribunale"), π α τ η̂ p ouvx γ ω γ η̂ ς ( = 'ab hak-kênéset) che ricorre 10 volte nelle iscrizioni giudaiche di Roma.
'A. entra nella composizione di molti nomi propri ebraici, per lo più nello stato costrutto 'äb hat{imath} con l'i di legamento (Abram e Abiram, Abner e Abiner, Abšai e Abišai, Abšalom e Abišalom; ma 'äb hat{imath}= "padre mio", onde incertezza di significato: Abimélech "padre del re" o "mio padre è re"), o all'inizio come soggetto (Abiel, Abia e Abiu "mio padre è Dio, Jahweh "), oppure alla fine come predicato (Eliab, Ioab «Dio, Jahweh è padre") o determinazione ('Ohâtiab "tenda del padre"). In tali composti 'a. può indicare il possesso di una qualità (Abinoam "padre di venustà o "bello"; Abihail "padre di valore" o "valoroso"; Abinadab "padre di nobiltà o o "nobile»; Abi' ezer "padre di aiuto" o "acccorritore"). Ma si rimane spesso perplessi : Abner «il padre è luce» o "padre di luce (luminoso) ", Abigail, Abišag, Abišai, ecc.

Tali nomi sono spesso teoforici : come in Abiräm (Abramo) «mio padre è eccelso», "padre» equivale a Dio (Abimélech, el-Amarna Abi-milhi e Milhili; Abner, A b i^{′} ezer, ecc.), e indica (come a h «fratello») la parentela con Dio; il nato è così designato come appartenente a una famiglia che ha Dio come origine, patrono e protettore.

Quest'uso di 'a. nei nomi teoforici, invalso presso i più antichi assiro-babilonesi (abu-ithm = Abiel), vige presso tutti i semiti fin dagli inizi del 2^{°} millennio a. C., come risulta dai nomi dei principi asiatici nei testi egiziani (ib = 'ab) di proscrizione della dinastia XII e nei testi di Ras Samra. L'uso perdura tra gli antichi Arabi (iscrizioni sabee: Abijada'a "mio padre [Dio] sa» accanto a Bijada'a "il mio Dio sa»). Nelle varie lingue semitiche, ai nomi propri con 'a. fanno riscontro quelli con ben (figlio) riferentesi a Dio (aramaico bar, p. es.: Bar-Rehub; assirobabilonese apil, p. es.: Apil-Sin).

Bibs.: M.-J. Lagrange, Etudes sur les religions sémitiques, Parigi 1903, pp. 109-18; M. Noth, Die israelitischen Personennamen im Rahmen der gemeiniemitischen Namengebung, Stoccarda 1928: J.-B. Frey, Corpus inscriptionum iudaicarum, I. Roma 1936, p. 207 sg.; G. Posener, Noutenux textes hitratiques de proscription, in Mélanges Dussaud, I (1939), p. 313 sgg.: I. Miklos, Az istenség mint az ember rakona az üsémi személynevabben (Divinità imparentate agli uomini nei nomi propri degli antichi semiti), Budapest 1941: N. Schneider, Die Ilum Personennamen, in Mélanges L. Th. Lefort (Le Muséon, 59 [1946]), pp. 67-88.

ABACO. - 1. Nella liturgia. - Dal gr. dot{α} β α ξ - tavoletta, è il piccolo tavolo che, secondo il Caeri-
moniale Episcoporun, deve essere collocato vicino all'altare, dalla parte dell'Epistola, discosto, se possibile, dal muro, per posarvi quanto occorre nella Messa, specialmente cantata : candelieri, calice, ampolle, messale, bacile col manutergio ecc. Non deve avere alcun ornato, non gradini, né croce, né immagini, ma sarà ricoperto di tovaglia di lino, scendente fino a terra. Nelle Messe di regniem, e nella funzione del venerdi santo, è senza tovaglia.

Bibl.: R. Aigrain, Liturgia, Euc. populaire des connoissances liturgiques, Parigi 1933, p. 223.

Enrico Dante
2. In PEDAGOGIA. - L'a. con formola generalissima può essere definito uno strumento per calcolare. Così almeno nel significato che può dirsi storico del vocabolo; infatti il pallottoliere moderno, pur costituendo un sussidio didattico di pratica abituale, non è l'erede dell'a. nell'uso utile e commerciale, al quale questo principalmente era in origine destinato.

Nella sua attuazione più rudimentale e primitiva l'a. è probabilmente una varietà delle tavolette per scrivere. Una differenziazione perfettiva le doti di scanalature, nelle quali si potevano agevolmente allineare pietruzze (calcoli), e poi di aste (orizzontali o verticali), atte allo scorrere di elementi mobili (palline, dischi, gettoni). Questi indicavano unità di ordine diverso se in aste diverse, eguali se nella stessa. Molte volte il valore unitario dei gettoni era inciso sugli stessi, il che facilitava ulteriormente l'uso dell'a. Il metodo semplicissimo permetteva operazioni fino al milione.

Anche se avvolto nell'oscurità quanto all'origine, l'a. ci è noto nella sua espansione storico-geografica così da poterne con sicurezza affermare l'esistenza e l'uso nelle antiche civiltà cinese e assiro-babilonese, come, attraverso una più ricca documentazione, presso i Greci e i Romani. Famosi, tra gli altri, l'a. greco detto di Salamina, e quello romano dell'ex museo kircheriano. Il medioevo segnò una nuova fioritura nell'uso dell'a., quantunque il vocabolo tenda ad assumere significato più ricco e diverso dall'originale. Così Gerberto (papa Silvestro II), nel suo De numerorum divisione (PL 139, 84-92), pur asserendo di vider rationes numerorum aboci explicare, in realtà discorre di una nuova e diversa metodica di computazione. Così anche il Liber abaci (1202) di Leonardo Fibonacci pisano tratta dell'introduzione, valore, ecc. dei numeri arabici. Si venne in tal modo, progressivamente, sia nella terminologia scientifica come in quella usuale, quasi a identificare la parola a. con quella di aritmetica, e alle volte fu usata pure come sinonimo delle prime classi della scuola elementare.

A., infatti, è pure detto il piccolo libro di poche pagine che insegna a fare i primi calcoli; ora sostituito generalmente da libri compilati con metodi più moderni, che ricorrono anche a disegni intuitivi per meglio rappresentare e imprimere la numerazione e le operazioni.

Bibl.: C. Daremberg e E. Saglio, s. v. in Diction. des antiquités grecques et romaines, I, Parigi 1877; A. Martinazzoli e L. Credaro, Diction. illustr. di Pedagogia, I, Milano s. d., pp. 1-2. Felicissimo Tinivella

ABACO (Architettura) : v. ORDINI ARCHITETTONICI.

ABACO, santo, martire: v. MARIO, MARTA, AUDIFACE e ABACO, santi, martiri.

ABACUC (ebr. Häbaqqûq; Settanta: 'A μ β α × α dot{α} μ confondendolo col personaggio di Dan. 14, 32). Ottave fra i profeti «minori» del Vecchio Testamento. Il nome si riallaccia all'assiro hambaguqu (pionta cassia tora), o alla radice ebraica hâbaq che significa "amplesso ».

1. Vita. - Della persona di A. sappiamo solo che visse in Giudea (Hab. 3, 17) alla fine del sec. vir a. C., e scrisse una profezia di tre capitoli in stile elegante e ricco di immagini audaci desunte in gran parte dalla natura. Infondata è la deduzione (da 3, 19) che fosse un cantore del Tempio, poiché le indicazioni

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corali del cap. 3 sono probabilmente aggiunte tardive; leggendaria la sua identificazione con l'omonimo di Dan. 14, 32-38, che si deve assegnare ad epoca diversa.
2. La profezia. - a) Contenuto. - Al profeta che lamenta l'ingiusta oppressione dei buoni da parte degli empi ( 1,2-4 ) il Signore risponde annunziandone la futura punizione per mezzo dei Caldei ( 1,5-12 ). Il profeta, ancor più turbato per questi invasori insaziabili, lamenta che Dio assimili tutti gli uomini ai « pesci del mare ed ai rettili che non hanno un Signore per difesa" ( 1,1 mathrm{r}-mathrm{r} 7 ). Ma Dio assicura che i giusti saranno da lui protetti e salvati, mentre gli invasori saranno infine anch'essi abbattuti ( 2, mathrm{r}-5 ). Seguono cinque imprecazioni destinate a sollevare i buoni oppressi (2,6-20) : i nemici succhiarono il sangue umano, ma le vittime si risveglieranno a tormentarli ( 2,6-8 ); l'edificio della loro potenza costruito coi delitti griderà vendetta ( 9-mathrm{rr} ); sulla magnificenza delle loro città sanguinarie si eleverà la gloria di Dio (12-14), che agli invasori porgerà la coppa dell'infamia ( 15-17 ) facendone scomparire la stolta idolatria ( 18 -20). Una poetica descrizione dell'avvento di Dio giudice (Cantico di A.) chiude il libro (3, 1-19).
b) Date. - Seguendo O. Happel, B. Duhm propende per il periodo delle conquiste di Alessandro Magno (336-24 a. C.). Per sostenere ciò in 1,6 si correggono gli invasori Caldei (Kaldim) in Kitim (Macedoni) e yaya (vino: 2, 5) si muta in ievani (Joni). Ma K. Budde, che vuol veder predetta nel libro la distruzione degli Assiri e non dei Caldei, lo colloca anteriormente al 612 a. C., anno della caduta di Ninive. Dal «blocco erratico» di 1, 5-11 (invasione caldea) che è fuori posto, e che vuol solo indicare nei Caldei i futuri punitori del popolo assiro, egli trae anzi una prova in base alla quale vorrebbe risalire al 625 a. C., anno in cui ebbe inizio la potenza caldea. Junker propende invece per il 612 . Più probabilmente A. pronunciò e scrisse i suoi oracoli poco dopo la battaglia di Carchemish (605), quando, battuto l'Egitto nei pressi dell'Eufrate (Ier. 46), i Caldei, divenuti onnipotenti, stavano nel 602/r per intraprendere con Nabucodonosor la campagna contro la Giudea. La profezia, che secondo P. Humbert sarebbe un servizio sacro da pronunciarsi nel tempio di Gerusalemme, stigmatizzante il sovrano Joiskim (il «tiranno» di 2,6), vuol consolare i connazionali, asserendo la futura rovina della feroce potenza caldea. Per argomento ed età il libro di A. si pone a fianco del libro di Nahum (v.).
3. La dottrina. - A. insegna l'unità di Dio (2, 18-20), la sua santità e giustizia ( 1,12 mathrm{sg}.); si pone il problema del male - perché Dio permette l'oppressione del suo popolo da parte dell'iniquo "che divora un più giusto di lui "? ( 1,13 ) - ed insiste sulla Provvidenza del Signore universale, dominatore della natura e dei popoli, difensore d'Israele in cui stabilirà il suo regno. La restaurazione messianica non è descritta di proposito ("il tuo unto" di 3, 12 non è il Messia); ma è accennata in 2, 14: «la terra si riempirà della conoscenza della gloria di Jahweh» e più ancora in 2, 4 "il giusto nella sua fede vivrà ", nucleo di tutto il libro, citato tre volte da s. Paolo (secondo i Settanta) come "Scrittura" (Rom. 1, 17; Gal. 3, 11 ; Hebr. 10, 37-38). L'Apostolo cita inoltre (Act. 13, 41) il passo 1,5 tra il gruppo dei libri "profetici».

Bibl.: B. Duhm, Das Buch Habakhuk, Tubinga 1906 ; contro cui cf. J. M. Gruenthaner, Caldeose or Macedonian, in Biblica, 8 (1927), pp. 129-60, 227-89; H. Bávenez, Le cantique d'Habacuc, in Revue Biblique, 42 (1933) pp. 499-523; id., Nahum and Habakhuk, in The Old Testament; Westminster Version, Londra 1937; H. Junker, Das Buch Habakuk, in Die zwölf Kleinen Propheten, II, Bonn 1938, pp. 29-61; P. Humbert, Problemes du livre d'Habacuc, Neuchâtel 1944.

Faustino Salvoni
4. A. nell'arte. - Le più antiche rappresentazioni di questo profeta, ispirate al tono tragico e veemente
![img-2.jpeg](img-2.jpeg)
(Art. Alluari)
Abacuc - Scultura di Gianlorenzo Bernini - Roma, S. Maria del Popolo, Cappella Chigi.
del testo biblico, si hanno nel sec. v, quasi contemporaneamente in Oriente ed in Occidente. A., in aspetto senile, barbato e pensoso, appare nel mosaico absidale di Hosios David a Salonicco, in una teofania che sarà di tipo comune nell'area culturale bizantina, e, contemporaneamente con gli stessi caratteri, ma accompagnato dall'angelo, in una delle formelle della porta lignea di S. Sabina in Roma. Nel fantastico repertorio della plastica romanica A. trova nuovo favore, prima in un portale di S. Fedele di Como, poi in un capitello del pontile del duomo di Modena ed infine, per opera di seguaci dell'Antelami, in un capitello del battistero di Parma ed in un rilievo nella cattedrale di Fidenza. Fra gli esempi coevi fuori d'Italia merita di essere ricordato quello in un capitello del chiostro di Arles. Si trova spesso unito agli altri profeti, come in una cupola di S. Marco a Venezia e forse nel duomo di Milano e nelle formelle di S. Petronio a Bologna, benché in questi ultimi esempi la mancanza di iscrizioni non permetta una sicura identificazione di A. fra personaggi aventi press'a poco le medesime caratteristiche. Senza alterare i dati della tradizione, Donatello conferì alla statua scolpita per una delle nischie del campanile di Giotto una insolita intensità di pensiero e drammatica vitalità. Più tardi la rappresentazione di A. diviene assai rara. Fra le poche presenta un certo

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Abacuc - A. rapito dall'angelo - Particolare della porta della Basilica di S. Sabina (sec. v).
(fol. Andecano)
interesse il bel gruppo del Bernini nella cappella Chigi a S. Maria del Popolo in Roma. v. 'tav. I.

Per A. nell'archeologia cristiana, v. daniele.
Bibl.: K. Künstle, Ikonographie des Christlichen Kunst, I, Friburgo in Br. 1928, p. 308; F. van der Meer, Majestas Domini, Città del Vaticano 1938; R. Giullian, L'éveil de la sculpture italienne, I, Parigi 1943.

Guglielmo Matthise
ABADDON. - Termine ebraico (perdizione, da 'abhad "perire"), che ricorre nella letteratura sapienziale del Vecchio Testamento ( 6 volte) e in Apoc. 9, II.

Al primitivo senso generale (conservato in Iob 31, 12) subentra di solito il significato metonimico "dimora dei morti, feol»: Iob 26, 6 e Prov. 15, 11; 27, 20 (parallelo con feol); Ps. 88, 11 (con "sepolcro "). A. in senso di feol (inferno) rimase comune: cf. Enoch etiop. 10. 18. 90; Solmo di Salomone 14; Ascensione d'Isaia 10; Apoc. d'Abramo 21; " ecc. Nell'epoca rabbinica designerà l'infimo posto nella Geenna (Midraš Tehillim 97, 2; Qohsletli Rabbd 5, 9). In Iob 28, 22 il termine (congiunto con "morte") è personificato (come "Cielo" in Dan. 4, 23 e "Hades" in Apoc. 6, 8; 20, 14). I Settanta traducono sempre dot{α} π dot{α} λ α α (eccetto Iob 31, 12 ove leggono un testo diverso dal massoretico).

In Apoc. 9, 11 è nome proprio del re dell'inferno ("angelo dell'abisso") a capo dei demoni che affluiscono dal baratro, simboleggiati in mostruose locuste simili a feroci centauri-scorpioni. E tradotto ' λ π σ λ dot{σ} α α ( "distruttore"; Volgata: exterminant), forse con allusione sarcastica ad Apollo ( λ π σ λ λ α α ). Nel Talmud (Sabbath, 55^{°} ) A. è preposto (con la morte, cf. Apoc. 20, 14) ai sei "angeli della distruzione". Sembra che A. si identifichi colla stella caduta di Apoc. 9, 1, forse anche colla bestia abissale (Apoc. 11, 7), col dragone (Apoc. 12, 3-4) e con Satana (Apoc. 20, 7). Simile personificazione è in Sap. 18, 25 ( dot{α} ' dot{α} λ dot{α} dot{α} dot{α} α α; cf. I Cor. 10, 10).

Asmodeo (v.) "distruttore", ebr. Aēmedai (da tamad "distruggere "), che nella tradizione talmudico-cabbalistica è il principe dei demoni, equivale ad A. Nell'Apocalisse A. è il principe delle potenze mortifere, implicitamente contrapposto al "Salvatore".

Nelle leggende giudeo-cristiane A. figura come diavolo (Fr. Barret, The Magus, Londra 1801) o come angelo ( A b a d dona, nella Mestiade di Klopstock).

Bibl.: J. C. Schoettgen. Horae hebraicae et talmud. in unicersum Novum Testamentum, Dresda 1733, p. 1115; R. H.

Charles e O. C. Whitehouse, in Hastings, Dict. of the Bible, I (1898), pp. 3, 123; H. Gressner. Ursprung der israel.-jüdischen Eschatologie, Gottinga 1903, p. 188; B. Allo. L'Apocalypse, 3^{°} ed. Parigi 1933, pp. 128, 132, 319.

ABAD y LASIERA, Agustín Ignacio. - Benedettino spagnolo, n. a Estadilla (Aragona) nel 1745, m. nel 1813. Trascorse undici anni a Portorico, raccogliendo documenti sulla storia e la geografia del luogo, dai quali trasse una Historia geográfica, civil y política de la isla de San Juan de Puerto Rico (Madrid, 1788).

Bibl.: L. Serrano, s. v. in DHG, I, coll. 8-9; Streit, Bibl., III, 1927, p. 320.

Benedetto Gioia
ABAD y QUEIPO, Manuel José. - Magistrato e prelato spagnolo, n. nelle Asturie (Spagna) nel 1749, m. nel 1825. Andato come giudice a Michoacán (Nuova Spagna) e poi nominato vescovo, cercò di promuovere una politica di conciliazione per evitare il distacco del Messico dalla Spagna, perorando la causa degli indigeni contro i soprusi dei dominatori spagnoli. Prevalso il moto di indipendenza, fu richiamato a Madrid e dopo drammatiche vicende morì confinato in un convento (cf. DHG, I, col. 10). Enrico Costanzi

ABA MAR: v. MAR ABA.
ABANA (ebr. 'ābhānāh "pietroso", da 'ébhen "pietra").- Fiume di Damasco, nominato dal generale siro Naaman (II Reg. 5, 12) che ne contrappone l'importanza al modesto corso del Giordano. Alcuni manoscritti, il qêrê del testo massoretico e la versione siriaca, leggono 'Amanah (onde il Talmud bab., Gittin 8^{°} : 'Amanon) perché il monte da cui proviene è l'Amānāh di Cant. 4, 8. I Settanta, come la Volgata, hanno 'A β dot{α} v α (A Nax β α v α, L A β ρ α v α ).

L'A. è da identificarsi col Nahr Baradā. La versione araba di II Reg. 5, 12 pone Barda (Stefano di Bisantio: Bap8ivn5 π ° τ α μ δ ς ) cioè "il freddo". Dai Greci (Tolomeo V, 15; Strabone) è detto, come il Nilo, Chrysorrhóas "corrente aurea" per la fertilità che procura alla regione damascena, la quale può dirsi "dono del Barada". Il Barada sgorga sull'Amānāh (negli annali assiri del sec. viII a. C. Am-

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mana), oggi Gebel Zebdāni (m. 1066) nell'Antilibano, traversa l'antica Abila (Sāq Wadi-Baradā) e, ricevuto il copioso affluente 'Ain Figēh (gr. Π_{7} γ dot{η} "sorgente»), lambisce a nord Damasco. Diramatosi (un ramo si chiama oggi Nahr Banias, vestigio dell'antico nome), sfocia, a circa 20 km . da Damasco, nel lago Bahrat el-'Atēbe. Fin da remota antichità l'A. irrigava la pianura con molti canali derivati da esso, di cui sette erano i principali.

Il Pharphar ("veloce»?), che Naaman associa all'A., è l'odiemo Nahr el-A'uağ che scende dal Hermon (v.) e sfocia nel lago Bahrat el-Hiğāne.

Antonino Romeo
ABARBANEL: v. ABRABANEL.
ABARIM (ebraico har o harē hd-'abhārlm: «il monte o i monti dei passaggi»; così la Volgata in Deut. 32, 49). - Catena di monti nella regione di Moab, che si estende per circa 100 km . lungo la riva orientale del Mar Morto, tra l'Arnon e la foce del Giordano fin verso Esebon (cf. s. Girolamo, De situ et nominibus locorum hebr.: PL 23, 867 e 913). Le vette principali sono al nord: il Nebo (v.), il Phasga (Pisgali) e il Phogor (Pe'or), dai quali si vedeva la «terra promessa». Fra questi monti ebbero luogo gli oracoli di Balaam (v.) e gli ultimi fatti dell'esodo dall'Egitto (Num. 27, 12; 33,47sg.; Deut. 32, 49; 34, 1). Angelo Penna

ABASGL - Aborigeni del Caucaso occidentale, residenti nella regione compresa tra il Singames e il Pityus: semidipendenti da Roma sin dai tempi di Adriano. Sotto Teodosio l'Ala prima Abasgorum aveva il suo quartiere nella grande oasi della Tebaide. Procopio attesta che fino al suo tempo questi barbari adoravano i boschi, credendo che gli alberi fossero divinità. Secondo il costume delle popolazioni del Caucaso trafficavano con Bisanzio e l'impero vendendo fanciulli avvenenti già resi eunuchi. Giustiniano interdisse quest'uso inumano, servendosi di un eunuco di palazzo, Efrata, absago anche lui, e nello stesso tempo provvide all'evangelizzazione di quel popolo inviando missionari, e più tardi insediandovi anche un vescovo. Si distinsero in quest'opera s. Massimo il Confessore e, dopo di lui, s. Stefano il Giovane. Durante la spedizione persiana di Eraclio, gli A. abbandonarono l'imperatore ma rimasero sempre attaccati alla fede cattolica.

Bou.: Procopio di Cesarea, La Guerra Gotica, libro IV, ed. Comparetti, III, in Panti per la St. d'Italia, n. 25, Roma 1898. pp. 18-21, 24, 57 sg., 63.; Theophanes, Chronographia, ed. Clausen, in Corpus Scriptorum Hist. Byz. I, Bonn 1839, pp. 476-78; Anastasius Presbyter, Epist. ad Theod. Gungr.: PG 90, 173 sgg. Mario Scaduto

ABATE (o AbBate). - Parola di origine aramaica, Abba, che significa Padre. Si trova parecchie volte nel Nuovo Testamento (Mc. 14, 36; Rom. 8, 15; Gal. 4, 6); ogni volta viene indirizzata a Dio e seguita della traduzione: Padre. Nostro Signore se ne serve quando parla del Padre. Nella lingua siriaca viene scritta anche con un solo b(A b a); nei monasteri dell'Egitto: Apa.
I. Storia. - Tra i primi monaci dell'Egitto e della Siria indicava il padre spirituale dei piccoli gruppi di monaci, o anche i monaci specialmente venerati per la loro età e santità. Questo senso è sopravvissuto per parecchi secoli anche nell'Occidente. Il titolo fu naturalmente dato al superiore di parecchi gruppi di monaci riuniti nello stesso monastero. Nei conventi basiliani il superiore si chiamava: hegoumenos. Con la regola benedettina (capp. III, Lxv) la parola a. prende un senso che a poco a poco eliminerà gli altri. L'a. è il superiore del monastero sui iuris, con autorità generale
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(fot. Esc. (att.)
Abate - S. Benedetto Abate
Miniatura del Cod. Vat. lat. 1202, fol. ²ᵛ (sec. xI).
e suprema. Però la parola verrà ancora usata per designare venerabili monaci, come la parola Padre si è conservata per nominare i sacerdoti delle famiglie religiose.

Non abbiamo a dilungarci sulle varie forme che prese la parola nel medioevo, ad es. Abbas cardinalis, Abbas cupellanus, Abbas castrensis, ecc. In alcuni paesi come la Francia, il Belgio, tutti i chierici secolari che non hanno una dignità ecclesiastica vengono chiamati Monsieur l'Abbé. L'origine di quest'uso si deve cercare nell'abuso che fece conferire durante i secoli a semplici tonsurati, anzi a laici, una o più abbazie in commenda.
S. Pacomio (292-346) fu il primo organizzatore della vita cenobitica, nella quale i vari gruppi di monaci hanno un superiore o a. comune. In pochi anni questa forma di vita perfetta venne estesa all'Asia orientale e nei paesi occidentali. Nei monasteri bene-

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(lat. Alineri)
Abate - L'a. fondatore dedica a s. Clemente il Monastero (sec. xit) - 'Torre de' Passeri, S. Clemente a Casauria, lunetta.
dettini, nei quali regnano la stabilità e una vita quasi famigliare, l'autorità dell'a. dirige tutta la vita spirituale e materiale della famiglia monastica. Nel principio egli poteva essere un laico, benché esercitasse dei poteri che più tardi furono riservati ai sacerdoti, ad es. dava alcune benedizioni, pronunziava una certa forma di scomunica, ecc. Ma dal sec. v in Oriente, dal vir in Occidente quasi tutti furono scelti tra i sacerdoti. Nel diritto ecclesiastico occidentale, il titolo di a. diventerà una dignità ecclesiastica maggiore, che segue immediatamente l'episcopato.

Gli a. venivano eletti dal gruppo dei monaci, ma in alcune regioni il popolo che dipendeva dalla abbazia ebbe anche la sua parte nella nomina dell'a. Dal sec. vir ed viri in poi i principi intervengono indebitamente nelle elezioni abbaziali, però non sempre a danno della vita religiosa del monastero, almeno sotto Carlomagno. Il feudalismo, prima e dopo gli abusi della commenda (v.), ebbe anche nei monasteri un cattivo influsso, a tal punto che l'officio abbaziale in taluni monasteri diventò un beneficio.

Il vescovo diocesano conservò per secoli un certo potere di conferma nelle elezioni abbaziali, tanto più che a lui spettava il diritto di benedire o di consacrare l'a. Questo potere, del quale alcuni vescovi abusavano, per arrogarsi nel monastero una autorità non sempre disinteressata, fu molto diminuito man mano che si estendeva il privilegio della esenzione (v.). Questa fu favorita dalla disciplina propria dei monasteri irlandesi, che s. Colombano trasferì sul continente ( 585 -90). In quei monasteri si trovavano uno o due vescovi, che come gli altri monaci erano totalmente soggetti alla autorità dell'a., che perciò neanche doveva ricorrere ad un vescovo diocesano per le ordinazioni dei suoi monaci. Di più in Irlanda l'a. esercitava la sua autorità su un territorio più o meno esteso, come lo faranno gli a. nullius.

Già nei primi secoli gli a. di diversi monasteri uniti tra loro dalla origine comune o per altri vincoli spiri-
tuali, si radunavano per discutere dei mezzi adatti a mantenere o a rinnovare la disciplina religiosa. Quando si costituirono le congregazioni monastiche, queste adunanze diventarono più regolari. Il Concilio di Trento le impose ai monasteri che non facevano parte di una congregazione monastica (Sess. XXV, De Regularibus et Monialibus, cap. 8). Leone XIII si mostrò molto favorevole alla istituzione di congregazioni monastiche, anzi contribuì molto alla costituzione della federazione di tutti i monaci benedettini neri con un a. primate a Roma.

Gli a. ebbero nel medioevo un grande influsso sulla vita religiosa, ad es. nelle elezioni dei vescovi, nell'appoggio dato agli sforzi di riforma di parecchi papi, nella diffusione della vita cristiana tra i dipendenti dal monastero, ecc. A cagione della loro dignità, prendevano parte ai sinodi e ai concili sia particolari che generali. Prima della laicizzazione degli Stati, alcuni a. erano membri di diritto degli organi di governo. Ad es. l'a. di St. Denis era membro del parlamento di Parigi, un buon numero di a. erano membri del parlamento inglese.

Bial.: A. Tamburini, De iure Abbatum, Lione 1640; C. D. Du Cange, s. v. in Glossarium mediae et infimae latinitatis, I. Parigi 1840; J. M. Besse, Les moines de l'ancienne France, Parigj 1906; M. Heimbucher, Die Orden u. Kongregationen der bath. Kirche, ³⁴ ed., Paderborn 1932; T. P. McLaughlin, Le très ancien droit monastique de l'Occident, Parial-Lignac 1935; J. M. Besse, s. v. in DACL, I, coll. 39-42; J. Boucher, s. v. in DDC, I, coll. 29-62; F. Schmitz, S. Benedicti Regula Monachorum, Maredsous 1946.

Giuseppe Creusen
2. BENEdizione DElL'Abate. - Per la benedizione degli a. la Chiesa ha stabilito un rito speciale, già noto nel sec. vi, ma più ampiamente sviluppato nell'viit. Competente a conferire tale benedizione è sempre il vescovo nella cui diocesi si trova il monastero, ma che deve in ogni caso essere autorizzato con mandato pontificio.

Il rito comincia con la lettura del mandato; dopo di che l'eletto presta giuramento di fedeltà alla Chiesa e di adempimento dei suoi doveri verso l'Ordine o il mona-

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stero. Dopo un esame fatto dal vescovo si dà principio alla Messa, che è celebrata dal vescovo stesso con rito pontificale all'altare maggiore, mentre l'eletto la celebra ad un altare attiguo. Dopo il Graduale l'eletto viene condotto dai due a. assistenti davanti all'altare maggiore, a sinistra del faldistorio, dove il vescovo sta inginocchiato, e quivi rimane prostrato. Si dicono i sette salmi penitenziali e le litanie dei santi, durante le quali l'eletto riceve la benedizione del vescovo officiante. L'eletto rimane quindi inginocchiato davanti al vescovo, il quale, con una preghiera in tono di Prefazio, invoca la grazia del Signore sul benedetto perché possa con la saggezza e con l'esempio condurre i suoi sudditi al premio celeste. L'officiante dice ancora tre altre orazioni, poi presenta all'eletto il libro delle regole monastiche, il pastorale e l'anello benedetto. Ripresssi la Messa e letto l'Officitario, il nuovo a. lascia il suo altare e con gli a. assistenti si ripresenta all'altar maggiore, dove offre al vescovo due candele accese, due pani e due piccoli barili di vino. D'ora in poi, il nuovo a. non ritorna più al proprio altare, ma continua la Messa inginocchiato davanti all'altar maggiore, leggendo insieme al vescovo celebrante; non pronuncia le parole della Con. sccrazione e riceve la comunione delle mano del celebreate sotto la specie del pane. Alla fine della Messa, dopo la benedizione pontificale, il vescovo gli impone la mitra ed i guanti e lo conduce al suo stallo, nel coro, dove, mentre si canta il Te Deum, i monaci fanno atto di ubbidienza al loro nuovo padre e superiore. Finito il Te Deum, il vescovo dice l'orazione super Abatem; quindi, il neo-a. impartisce la sua prima benedizione pontificale e rende omaggio al vescovo con l'acclamazione Ad multos annos. Francesco Monar
3. Diritto Canonico vigente. - L'a. può essere religioso o secolare. Gli a. religiosi si dividono nei seguenti gradi e categorie: 1) a. primate, che presiede a tutte le congregazioni religiose di uno stesso ordine, riunite in confederazione; 2) a. generale d'una congregazione monastica; 3) a. d'un monastero sui iuris, che vien detto anche a. de regimine. Tutti questi vengono compresi sotto il nome di superiori maggiori e di ordinari (cann. 198, § i; 488, n. 89). Tuttavia l'a. primate ed il superiore della congregazione monastica, come stabilisce il can. 501 § 3 del CIC, non hanno tutta la potestà e la giurisdizione che il diritto comune attribuisce ai superiori maggiori, ma godono soltanto di quella potestà e giurisdizione che viene indicata dalle costituzioni dell'ordine e dalle speciali norme fissate dalla S. Sede, salvo quanto dispongono i canoni 655 e 1594 S 4.

L'a. primate e l'a. superiore della congregazione monastica hanno diritto d'intervenire con voto deliberativo al concilio ecumenico; e, qualora siano impediti, devono giustificare la propria assenza ed inviare un loro procuratore (cann. 223 § i n. 4^{°}, 234 § i). L'a. sui iuris governa con piena autorità, nel foro interno ed esterno, il proprio monastero. In alcuni casi è anche a. nullius, ed allora, come vedremo più oltre, ha gli stessi diritti e doveri del vescovo residenziale.

La nomina dell'a. primate e dell'a. generale della congregazione monastica è regolata dalle costituzioni del rispettivo Ordine e da speciali disposizioni della S. Sede. L'a. de regimine viene eletto dal capitolo del monastero a voti segreti. Deve avere l'età di 30 anni compiuti; dev'essere nato da legittimo matrimonio, e professe almeno da 10 anni nella medesima religione a cui appartiene al momento dell'elezione. La conferma dell'avvenuta elezione spetta al superiore immediato o alla S. Sede, secondo i casi. L'a. de regimine, ordinariamente, secondo le proprie costituzioni, deve ricevere entro tre mesi dall'elezione la solenne benedizione (Pontif. Rom., De benedictione Abbatis). Dopo ricevuta la benedizione, anche se non è insignito del carattere episcopale, può conferire ai propri sudditi la prima tonsura e gli ordini minori, usare nel proprio territorio le insegne vescovili, non escluso il trono
e il baldacchino, portare la croce pettorale, l'anello con gemma e lo zucchetto, non però violaceo. Per diritto comune, la benedizione dev'essere data dal vescovo della diocesi in cui si trova il monastero (can. 625). Qualche ordine, p. es. il Benedettino, gode del privilegio che tutti gli a. possano, in certi casi, ricevere la benedizione auctoritata apostolica da qualunque vescovo cattolico (Benedetto XV, Lett. Apost. Pro benedictione Abbatum, 19 giugno 1921; AAS, 13 [1921] pp. 416 sgg.).

L'a. de regimine non ha diritto d'intervenire né al concilio ecumenico né al concilio pienario o provinciale; deve invece intervenire al sinodo diocesano, con semplice voto consultivo; e se è impedito deve notificare al vescovo il motivo della sua legittima assenza, ma non può farsi rappresentare da un procuratore (cann. 358 § i n. 80 , 359 § i).

Gli a., essendo superiori maggiori, devono essere temporanei, qualora le costituzioni non dispongano altrimenti (can. 505). La cessazione dell'ufficio avviene nei modi e casi consueti, determinati dai sacri canoni o per diretto intervento della suprema autorità della Sede Apostolica.
A. e abbazia «nullius», - L'a. nullius è un prelato che esercita la giurisdizione ordinaria sul clero e sul popolo di un determinato territorio proprio, separato da qualunque diocesi, per cui si dice territorio nullius, cioè di nessuna diocesi. A seconda che la chiesa sia insignita della dignità abbaziale o semplicemente prelatizia, colui che è preposto al governo del predetto territorio si chiama a. o prelato nullius. Esso è un vero e proprio ordinario del luogo, a cui, pertanto, si devono applicare tutte le disposizioni del CIC riguardanti gli ordinari dei luoghi.

Per avere abbazia nullius propriamente detta si richiedono tre condizioni: 1) territorio proprio, avulso e separato totalmente da qualunque diocesi ; 2) clero e popolo soggetto al prelato; 3) piena giurisdizione di foro interno ed esterno su tutto il territorio. Se l'abbazia non comprende almeno tre parrocchie singulari iure regitur, e conseguentemente non sono ad essa applicabili le norme del codice concernenti l'abbazia nullius (can. 319 § i). L'abbazia può essere religiosa e secolare. Se è religiosa, l'a. è sempre un religioso; se è secolare, ordinariamente è un sacerdote secolare. Sotto il nome di diocesi, nel codice e nei vari documenti pontifici, viene anche l'abbazia nullius; come pure, sotto il nome di vescovo, s'intende compreso anche l'a., nisi ex natura rei vel sermonis contextu aliud constet (can. 215 § 2). L'erezione dell'abbazia, la sua circoscrizione, la divisione, l'unione, la soppressione spettano esclusivamente al Somme Pontefice. Anche la nomina dell'a. appartiene unicamente al Papa, salvo il diritto di elezione o presentazione, se eventualmente compete a taluno per legittima concessione pontificia. Tuttavia, anche in questo caso, la conferma o istituzione canonica spetta esclusivamente al Romano Pontefice.

Il candidato deve avere le stesse qualità che sono richieste per il vescovo (v.). Se l'eletto ex praescripto apostolico vel ex propriee religionis constitutionibus (can. 322 § 2) deve ricevere la benedizione di cui nel Pontificale romano (tit. De benedictione abbatis), è tenuto a riceverla entro tre mesi dopo ricevute le lettere apostoliche, purché non sia legittimamente impedito; e, qualora non lo faccia, rimane ipso facto sospeso dalla giurisdizione (cann. 322 § 2, 2402). L'a. deve prendere possesso della propria abbazia, a norma dei sacri canoni; e prima di tale possesso non può, né direttamente né indirettamente, per nessun titolo o motivo, ingerirsi nel governo di essa. Può liberamente designare il vicario generale.

L'a. ha gli stessi poteri ordinari e le medesime obbligazioni che spettano al vescovo residenziale nella propria diocesi. Perciò possiede la potestà legislativa, giudiziaria, coattiva ed amministrativa, tanto per il foro interno

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quanto per il foro esterno. Anche se non ha il carattere episcopale, può tuttavia, dopo ricevuta la benedizione abbaziale, qualora sia obbligato a riceverla, impartire le benedizioni riservate al vescovo, consacrare calici, patene, altari mobili ed immobili e chiese, con gli olii benedetti dal vescovo; concedere l'indulgenza di roo giorni e la benedizione papale con l'indulgenza plenaria due volte all'anno, designare e dichiarare privilegiato un altare anche quotidiano e perpetuo: tutto questo soltanto nel proprio territorio e munere durante. Parimenti, con la stessa clausola restrittiva concernente il territorio e la durata nell'ulficio, e ciò sotto pena di nullità, può conferire il sacramento della Cresima, la tonsura e gli ordini minori; concedere ai propri sudditi le lettere dimissorie per il conferimento degli ordini sacri e, se abbia il carattere episcopale, può egli stesso conferirli. Nel proprio territorio ha diritto di portare le insegne pontificali e di usare il trono ed il baldacchino, di celebrare i divini uffici col rito pontificale; fuori del proprio territorio può portare la croce pettorale, l'znello con gemma e lo zucchetto violaceo. Come il vescovo residenziale, è tenuto alla legge della residenza, all'applicazione della messa pro papulo, nelle feste sia di precetto sia soppresse, alla visita canonica dell'abbazia, alla visita ad limina, ecc., secondo le norme stabilite dal diritto comune.

L'a. nullius ha diritto d'intervenire con voto deliberativo al concilio ecumenico, al concilio plenario e provinciale, alle conferenze episcopali che si devono tenere almeno ogni cinque anni (cann. 223 S I n. 3^{°}, 282,286, 292). Il codice non dice espressamente se possa convocare il sinodo diocesano, ma, considerati i cann. 215 § 3 e 323, deve ritenersi come indubitato che tale facoltà competa all'a. nullius. Durante la vacanza, se l'abbazia è religiosa, succede il capitolo, che deve, entro otto giorni, eleggere il vicario capitolare, il quale governerà l'abbazia fino alla nomina del nuovo a. Se l'abbazia fosse comunque impedita, si dovrebbe applicare la disposizione del can. 429.
v. elenco delle Abbazie nullius s. v. abbazia.

Per A. Commendatario - v. commenda.
BibL.: Benedetto XIV, De Rynodo dioces.. lib. II, cap. II ; lib. III, cap. 10, n. 3 sgg.; F. Dalmer, Tractatus de abbate. Ingolstadt rönt: A. Tamburin