volume-01

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ontro Innocenzo II.
24.     - Vittore IV, Gregorio, cardinale prete dei SS. Apostoli, 15 marzo - 29 maggio 1138. - Eletto dalla fazione dei Pierleoni; ma prestava obbedienza a Innocenzo II nel maggio seguente.
25.     - Vittore IV (V), Ottaviano da Montecelio (Tivoll), cardinale prete di S. Cecilia, 7 sett., consacr. 4 ott. 1159 - 20 apr. 1164. - Si proclama eletto ed è sostenuto dal partito dell'imparatore Fe derico Barbarossa contro Alessandro III.
26.     - Pasquale III, card. Guido da Crema, 22, consacr. 26 apr. 1164 - 20 sett. 1168. - Eletto dal partito imperiale alla morte di Vittore IV.
27.     - Callisto III, Giovanni, abate di Strumi, sett. 1168 - 29 ag. 1178. - Eletto dal partito imperiale alla morte di Pasquale III, si sottomise a Alessandro III il 29 ag. 1178.
28.     - Innocenzo III, Lando da Sezze, 29 sett. 1179 genn. 1180. - Eletto dal partito imperiale; catturato e relegato nel monastero di Cava.
29.     - Niccolò V, Pietro Rainallucci da Corvaro (Rieti), 12, consacr. 22 maggio 1328 -25 ag. 1330. - Fatto eleggere da Ludovico il Bavaro contro Giovanni XXII, cui prestò poi obbedienza il 25 ag. 1330.
30.     - Clemente VII, card. Roberto dei conti di Ginevra, 20 sett., consicr. 31 ott. 1378-16 sett. 1394. - Eletto a Fondi dai cardinali francesi, con la tacita approvazione di tre cardinali italiani, contro Urbano VI di cui impugnarono la legittimità dell'elezione, dalla quale è difficile oggi poter dubitare se si vuol tener conto spassionatamente di tutta la documentazione pro e contro e in particolare delle testimonianze di s. Caterina da Siena

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(cf. specialmente Lett. 310, 312, 313, 317, ed. cit., vol. IV), dello stesso card. Roberto e di tutti i cardinali (lettere all'imp. Carlo IV, 14 apr. e 8 maggio 1378) e dei cardinali d'Avignone (lettera a Urbano VI, ricevuta a Roma il 24 giugno 1378: cf. N. Valois, La France et le Grand Schisme d'Occident, I, Parigi 1896, pp. 64-65: Pastor, I, pp. 118-58, documenti, pp. 799-807). Con questa clezione incominciano le tristissime contese del grande scisma d'Occid nte e ha principio la cosiddetta obbedienza atignonese.
31. - Benedetto XIII, card. Pietro di Luna, 28 sett., cons:cr. 11 ott. 1394-23 maggio 1423. - Successore del precedente: deposto dal Concilio di Pisa il 5 giugno 1409 e dal Concilio di Costanza il 26 luglio 1417. Continuò la sua resistenza ritirandosi nel castello di Peñíscola, sorretto da Alfonso V di Aragona.
32. - Alessandro V, card. Pietro Filargo, 26 giugno, cons'cr. 7 luglio 1409 - 3 maggio 1410. Eletto dal Concilio di Pisa. Con lui s'inizia l'obbedienza pisano.
33. - Giovanni XXIII, card. Baldassarre Cossa, 17, cons:cr. 25 maggio 1410-29 maggio 1415. - Successore di Alessandro V, deposto dal Concilio di Costanza il 29 maggio 1415.
34. - Clemente VIII, canonico prevosto di Valencia, Egidio Sanchez Muñoz, 10 giugno 1423 - 26 luglio 1429. - Eletto dai cardinali di Benedetto XIII. Si sottomise a Martino V.
35. - Benedetto XIV, certo Bernardo Garnier di Rodez, come sembra, 12 nov. 1425-1430. - Eletto in segreto dal card. Giovanni Carrier, seguace di Benedetto XIII, per protesta contro l'elezione di Clemente VIII. Di questa buffa elezione (antipapa dell'a.) non si dovrebbe neppure tener conto, se non rappresentasse l'ultima caparbia resistenza del grande scisma. Nel territorio del Conte di Armagnac, fautore di quest'ultimo a., alcuni fanatici aspettavano ancora nell'anno 1467 la rivincita di Benedetto XIV (cf. Pastor, I, p. 253).
36. - Felice V, Amedeo VIII di Savoia, 5 nov. 1439, consrcr. 24 lug. 1440 - 7 apr. 1449. - Eletto dal Concilio di Basilea, contro Eugenio IV, deposto dal predetto Concilio. Si sottomise a Niccolò V, che lo creò cardinale vescovo di Sabina; morì il 7 genn. 1451.

## 2. - Antipapi dubbi.

1.     - Eraclio, 309 o 310. - Questo personaggio, non meglio identificato, avrebbe causato uno scisma nella Comunità romana, come si rileva dal carme damasiano in onore di papa Eusebio (cf. ed. A. Ferrua, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, n. 18, p. 131; cf. anche il carme in onore di papa Marcello, n. 40, p. 181).

Non è chiaro se la sua fazione l'abbia eletto in contrapposizione al papa Eusebio, o se sia rimasto semplice capopartito; è però certo che ambedue furono mandati in esilio.
2.     - Bonifacio II, arcidiacono romano, 22 sett. - 14 ott. 530 , m. il 17 ott. 532. - Designato, ad onta delle norme canoniche vigenti, da Felice IV (III) come suo successore e accolto da una minoranza, mentre il diacono Alessandrino Dioscor ( 22 sett. - 14 ott. 530) venne eletto dalla maggioranza dal clero, di cui 60 presbiteri, senato e popolo. Buone ragioni militano per la legittimità di Dioscor, tolto di mezzo dalla morte 22 giorni dopo l'ele-
zione. Bonifacio fu allora riconosciuto da tutti come vero papa. Si rimane dubbiosi circa la legittimità della nomina fatta da Felice IV, quando si pensa che lo stesso Bonifacio, dopo aver eletto come suo successore il diacono Vigilio, alle rimostranze del clero che ciò era "contra conones", si credette in dovere di rescindere il suo atto, bruciando pubblicamente innanzi alla confessione di S. Pietro il chirografo di nomina (cf. Lib. Pontificalis, ed. Duchesne, I, p. 281).
3.     - S. Eugenio, del clero romano, 10 ag. 654 - 16 sett. 655. - Eletto vivente Martino I, prigione a Costantinopoli. Sembra che Martino non abbia protestato. Fu certo legittimo papa alla morte del predecessore ( 16 sett. 655).
4.     - Sergio III, vescovo di Cere (Cerveteri), primi mesi del 904. - Eletto nell'898 contemporaneamente a Giovanni IX che si fece subito consacrare, grazie al favore dell'imperatore Lamberto, Sergio riappare ai primi di genn. 904 per rovesciare l'a. Cristoforo: si fa consacrare il 29 dello stesso mese, ma probabilmente Leone V, imprigionato da Cristoforo, era ancora vivo. Nel qual caso gli inizi del suo pontificato sarebbero illegittimi. Da notare che Sergio considerava come a. il suo fortunato competitore Giovanni IX e i suoi successori.
5.     - Gregorio VI, Giovanni Graziano, arciprete di S. Giovanni ante Portam Latinam, 5 maggio 1045 - 20 dic. 1046. - Vedi notizia seguente. Ci sono buone probabilità perché sia vero Papa.
6.     - Clemente II, Suitgero dei signori di Morsleben e Hornburg, vescovo di Bamberga, 24 , consacr. 25 dic. 1045 - 9 ott. 1047. - Benedetto IX si era dimesso, sembra liberamente, nel genn. 1045, assicurandosi un vitalizio (altri dicono che vendette la sua carica) in favore del suo padrino, il pio sacerdote Giovanni Graziano, Gregorio VI, che fu salutato dallo stesso s. Pier Damiani come vero papa. Enrico III lo fece deporre (o si dimise? la cosa non è chiara) al Concilio di Sutri (dic. 1046) e impose Suitgero, di cui si può dubitare della legittima clezione, ammessa quella, certo non molto chiara, di Gregorio VI.
7.     - Benedetto IX, Teofilatto dei conti di Tuscolo, già vero papa, ma rinunciatario, 8 nov. 1047 17 luglio 1048. - Ammessa la spontaneità della sua rinuncia in favore di Gregorio VI, la sua riapparizione, alle date indicate, sulla sede di Pietro deve considerarsi come non legittima. Però in tutto questo triste affare di Benedetto IX si brancola nelle tenebre.
8.     - Antipapi impropriamente detti.
9.     - DioscorO, diacono alessandrino, 22 sett. - 14 ott. 530. - Non ci sono ragioni per ritenerlo a.; la sua memoria anatematizzata dal competitore Bonifacio, fu riabilitata poco dopo da Agapito I.
10.     - Pietro e Teodoro, arciprete e prete romani, 2 ag. -21 ott. 686. - Competitori nell'elezione alla morte di Giovanni V (2 ag.); il primo eletto dal clero, il secondo dal senato, nobiltà e esercito. Per togliere ogni discussione il clero procedette all'elezione da tutti ben accetta, di Conone (21 ott.).
11.     - Teodoro, di nuovo 21 sett. - 15 dic. 687. - Alla morte di Conone ( 21 sett. 687), Teodoro divenuto arciprete fu nuovamente eletto con l'arcidiacono Pasquale. Si procedette a una nuova slezione nella persona di Sergio I ( 15 dic.). Teodoro non insistette, mentre Pasquale si ribellò.

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4.     - Teofilatto, arcidiacono romano, fine apr.-mag. gio 757. - Il partito filobizantino tentò di eleggerlo, alla morte di Stefano III (II); ma la maggioranza proclamava Paolo I. La fazione fu dispersa con la forza.
5.     - Filippo, prete del monastero di S. Vito, 31 luglio 768. - Eletto, sede vacante, dal sacerdote Valdiperto, inviato del re Desiderio, dall'esercito longobardo e da alcuni romani, in seguito alla cattura dell'a. Costantino. Alla sera dello stesso giorno fu però ricondotto onoratamente al suo monastero e non se ne parlò più. Filippo non ha le caratteristiche di un vero a.
6.     - [Zinzino], prete romano, febbr. 824. - Alla morte di Pasquale I (11 febbr. 824) vi furono due concorrenti: Zinzino, cosi lo chiama il Panvinio (cf. Chronicon eccl., p. 72) mentre le fonti ne tacciono il nome, e Eugenio II, ambedue eletti : però dopo l'intervento del monaco Wula, Eugenio fu da tutti riconosciuto come papa, di Zinzino non se ne parlò più.
7.     - Giovanni, arcidiacono romano, genn. 844. Alla morte di Gregorio IV ( 25 genn. 844) ci furono nuovamente due concorrenti: Giovanni e Sergio, ambedue eletti, ma quest'ultimo fu subito consacrato. Dell'altro non è più questione.
8.     - Anastasio, il Bibliotecario, prete romano deposto nell'853, ag.-sett. 855. - Ludovico II non avendo riconosciuta l'elesione di Benedetto III, i suoi missi cercarono di imporre al clero la nuova candidatura di Anastasio; il clero non cedette e l'elezione di Benedetto venne riconfermata. Siamo quindi di fronte a un tentativo fallito.
9.     - Celestino II, Tebaldo Biscagecus, 15 -16 dic. 1124. - Eletto regolarmente dai cardinali, mentre i Frangipani patrocinavano per il card. Lamberto di Fagniano, vescovo di Ostia, e i Pierleoni per il card. Saxo. Tebaldo abdicò, fu allora eletto il card. Lamberto, Onorio II.

Bial.: Tra gli autori antichi ricordiamo soltanto: B. Platina. De viti Pontificum Romanorum, ed. curata da O. Panvinio, con l'aggiunta di un Pontificum Romanorum Chronicon, Lovanio 1572 (o ed. critica a cura di G. Gaida, in Rerum Ital. Scriptores, III, 1, Città di Castello (213-32); G. Panvinio, Chronicon ecclesiasticum, Lovanio 1573; L. A. Anastasio, Istoria degli Antipapi, 2 vall., Napoli 1754; G. Moroni, Diz. di erudizione storicoecclesiastica, v. Antipapi, II, Venezia 1840, pp. 181-215. - Il nostro elenco è stato compilato sulle notissime opere del Dutheanc, Herzennicher-Kirsch, Hefcle-Larferen, Caspar, Seppelt, Bertolini, Brezzi, sulla Storia della Chiesa, diretta da A. Fliche e V. Martin, e su quella già diretta da mons. J. P. Kirsch, che trattano del periodo che interessa la storia degli a. Abbiamo inoltre adoperato: Jaffé-Wattenbach; J. Creusen e F. van Eyen, Tabulae Pontium Traditionis cleristinque ad on. 1916, 2^{°} ed., Lovanio 1926 (cron. dei pontefici); H. Grotefond, Taschenbuch der Zeitrechnung des deutschen Mittelalters und der Neuzeit, 6^{°} ed., Hannover 1928, pp. 117-22 (cron. dei pontefici); A. Amanicu, s. v. Antipabe, in DDC, I, coll. 598-622; la cronotassi critica dei SS. Pontefici posta in capo all'Annuario Pontificio dal 1947, redatta da mons. A. Mercati.

A. Pietro Frutas
ANTIPATRIDE (Antipatris). - Città palestinese fondata sul posto dell'antica Aphec (v.) della pianura del Saron da Erode il Grande, che la denominò da suo padre Antipatro (Flavio Giuseppe, Bell. Iud., I, 21, 9); il lungo era prima chiamato (Papiro di Zenone n. 406, del 259 a. C.) Ileyzi («sorgenti»), per la ricchezza d'acque della contrada, e Chapharsabâ (Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XIII, 9, 2 e 15, 1; XVI, 5, 2). Fu poi importante stazione militare ("mutatio Antipatrids», Itinerarium Burdigalense: CSEL, 39 [1898], ed. P. Geyer, 25, 21) sulla strada Gerusalemme-Cesarea. S. Paolo prigioniero vi sostò dopo i 60 km . compiuti da Gerusalemme scortato dai fanti di Claudio

Lisia (Act. 23, 31). Durante la guerra giudaica fu espugnata, "con la torre chiamata Aphsku», da Cestio (Flavio Giuseppe, Bell. Iud., II, 19, 1). Ai tempi di s. Girolamo era un "semirutum oppidulum" (Epist. 108 ad Eustochium, 8).

Oggi A. è identificata con Qal'at Râs el-'Ain ( = castello del capo della sorgente -), alle 14 sorgenti del fiume el-'Auğā, a 17 km . a nord di Lidda; ivi si trovano le imponenti rovine del castello arabo Abâ Fatras ( = Antipatris?), dove 'Abdallāh ibn 'All nel 750 fece uccidere 80 membri degli Omayyadi. L'odierno Rās el-'Ain è un nodo ferroviario; è vicino alle opere di presa dell'acquedotto di Gerusalemme.
A. fu sede vescovile della Palestina I, dipendente da Cesarea; il suo vescovo Polychronios firmò gli atti del Concilio Efesino (431). Nel 743 A. fu teatro d'una vasta strage di cristiani (Teofane Cedreno, Chronographia, ed C. de Boor, I, Lipsia 1883, p. 427).

Bial.: A. Alt. in Zeitschr. d. deutschen Polästina-Ver., 45 (1922), pp. 220-23; L. Hoidet, s. v. in DBs, I (1926), col. 303 sg.; A. E. Mader, s. v. in LThK, I, col. 302 sg.; F.-M. Abel, Mirabel et la tour d'Aphec, in Revue Biblique, 36 (1927), pp. 390-400; id., Géogr. de la Palestine, II, Parigi 1938, pp. 172. 243 sg.; J. Ory, Excavations at Räs el 'Ain, in Annual Amer. Soc. Or. Res., 3 (1936), p. 111 sg.; J. H. Iliffe, Pottery from Räs el 'Ain, ibid., pp. 113-26; M. Avi-Yonah, ibid., p. 152 sg. Antonino Romeo
ANTIPATRO. - Tre membri della famiglia erodiana.
I. Capostipite della famiglia idumea degli Erodi, spesso confuso a torto col padre di Erode il Grande. Ricco ed influente, da Alessandro Janneo (v.) fu costituito governatore (strategós) dell'Idumea.
2. Figlio del precedente e padre di Erode il Grande. Si chiamava Antipos per distinguersi dal padre, finché questi visse. Flavio Giuseppe (Bell. Iud., I, 6, 2) lo dice idumeo di nobili natali; ma si formò la leggenda che fosse ascalonita (s. Giustino, C. Tryph., cap. 52), e Giulio Africano (presso Eusebio, Hist. Eccl., I, 7, 11) aggiunge che suo padre fu ierodulo del tempio di Apollo in Ascalon e A. rapito bambino e portato in Idumea. Astuto e ambizioso, A. riuscì, da semplice governatore dell'Idumea, a dirigere le sorti della Palestina.

Nella lotta civile tra Ircano II e Aristobulo, tenne le parti del primo, per il quale effettivamente governava, prestando man forte ai Romani nelle campagne del 63-62, piegando al loro ossequio i Nabatei, sovvenendo di biade, armi e danaro il governatore di Siria Gabinio nella spedizione di Egitto del 55, inducendo gli altri a prendere in Egitto le parti dei Romani. Nell'insurrezione di Alessandro (55) fece ogni sforzo per distogliere gli Ebrei dalla lotta contro Gabinio; il quale li batté al Tabor. N'ebbe in ricompensa che Gabinio ridispose ogni cosa secondo i suoi desideri, nell'amministrazione della Giudea.
A. realizzò la sua rapida ascensione principalmente per essersi rivolto a Giulio Cesare, dopo Farsaglia e la morte di Pompeo in Egitto ( 28 sett. 48 a. C.). Rese possibile la vittoria del dittatore, facilhandogli l'arrivo ad Alessandria dell'esercito ausiliare di Mitridate e avendo parte preponderante nella vittoria su Tolomeo Dionisio, fratello di Cleopatra. Cesare, riconoscente, diede ad A. la cittadinanza romana, l'esenzione dai tributi e il titolo di procuratore (di finanza) della Giudea. Mentre si industriava a procurare il trono al figlio Erode, fu avvelenato da Malico, cortigiano di Ircano (43 a. C.). Pur essendo "straniero" e senza patriottismo giudaico, aveva ottenuto da Cesare favori agli Ebrei.
3. Figlio primogenito di Erode il Grande, nato dal suo primo matrimonio (con Doris). Fu il démone male-

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fico che sconvolse la vita del padre. Per congiura e attentato parricidio, poco prima di morire Erode lo fece giustiziare (4 a. C.). Giovanni Ongaro

ANTIPATRO, vescovo di Bostra. - Fu consultato nel 457 dall'imperatore Leone I sull'autuclità del Concilio di Calcedonia. La risposta non ci è pervenuta. Sulla sua vita non abbiamo nessun altro ragguaglio, se non che era legato d'amicizia con s. Eutimio di Palestina (473). A. si è distinto come predicatore e come polemista.

Due sue omelie, conosciute per un lungo periodo di tempo solo nella traduzione latina, sono state pubblicate nel testo originale da A. Ballerini, Sifloge monumentorum ad mysterium Conceptionis immaculatae Virginis Deiparae illustrandum, II, Roma 1856, pp. 1-26, 411-69. L'una celebra la nascita del Precursore ed anche i misteri che l'hanno preceduta; l'altro, in onore della Vergine, commenta il Vangelo dell'Annunciazione e quello della Visitazione. Pronunciate tutte e due di domenica, a una settimana di distanza, ci richiamano due elementi di quello che si può chiamare l'Avvento primitivo orientale, due feste preparatorie alla Natività del Signore. Nessuna seria ragione sussiste per dubitare della loro autenticità. Cf. M. Jugu, Le première fête mariale. L'Avent primitif, in Echos d'Orient, 22 (1923), pp. 129-52. Di altre sue omelie non si posseggono che citazioni.

Come polemista, A. è ricordato per una Confutazione dell' Apologia di Origene di Eusebio di Cesarea, in diversi libri : opera smarrita, della quale troviamo qualche interessante frammento negli atti del VII Concilio ecumenico (Mansi, XIII, coll. 177-80), e nei Paralleli sacri di s. Giovanni Damasceno (PG, 96, 468, 488-505). Gelasio, abate della Grande Laura presso Gerusalemme (537-46), la faceva leggere in chiesa per distogliere i suoi monaci dagli errori origenisti. La Chiesa bizantina onora A. come santo il 13 giugno.

BibL.: Si troverà in PG ciò che ci resta degli scritti di A. : 85,1755-96 ; 86,2045-54,2077 ; 96,468,488-505. Cf. O. Bardenhewer, Geschichte der altbireblichen Literatur, IV. Friburgo in Br. 1924, pp. 304-307. Martino Jugu

ANTIPODI. - Coloro che abitano una parte della terra diametralmente opposta a un determinato luogo. Perciò, ammettere l'esistenza degli a. equivale per noi, ora, ad ammettere la sfericità della terra. Per gli antichi, invece, gli a. erano uomini che abitavano le regioni situate sotto i loro piedi e che, separati da loro da un'immensa distesa insuperabile d'acqua, sarebbero stati di origine diversa. Circa la loro esistenza, come circa la sfericità della terra, i pareri dei santi Padri erano diversi; più arrendevoli riguardo alla sfericità; meno, molto meno, riguardo alla loro reale abitabilità. Di questo fatto gli avversari della Chiesa traggono motivo per dedurre che i santi Padri condannavano la credenza negli a., e, per conseguenza, nella sfericità della terra. E adducono il fatto di papa s. Zaccaria, il quale in una lettera a s. Bonifacio, vescovo e apostolo della Germania, l'avrebbe dichiarata falsa ed eretica. Prova di più, che la mentalità della Chiesa è sempre retriva di fronte alla conquista della scienza.

La risposta è facile: 1) Non si può far colpa ai santi Padri, se, prima dell'epoca delle grandi scoperte del sec. XVI e dei viaggi di Magellano, quando nessun argomento dimostrava scientificamente la sfericità della terra, ne rimasero in dubbio (ad es. s. Agostino, Confess., I, 16, 9) o la negarono come assurda (ad es. Lattanzio, Div. Instit., I, 3, 24). L'opinione però era libera e parecchi altri Padri la ritenevano vera (ad es. s. Clemente papa, Epist. I ad Corint., 20; s. Ilario di Poitiers, Tract. in pasimum, II, n. 32: PL 9, 281). 2) D'altra parte i due argomenti, sfericità della terra ed esistenza degli a., che pur potevano essere discussi separatamente, spesse volte interferivano, in
quanto potevano sfociare in asserzioni contro il dogma fondamentale della universalità del genere umano e della redenzione; perché alcuni ne deducevano che gli a., di razza diversa e non derivata da Adamo, non avrebbero avuto bisogno di battesimo e di redenzione, posto che non partecipavano del peccato di Adamo. 3) Per quello che riguarda la condanna pronunciata da papa s. Zaccaria, sappiamo storicamente molto poco. Tutto quello che ci è noto, è contenuto nella lettera (Epist. II { }^{text {a }}, dal 1^{°} maggio 748: 3^{8} .89,946-47 ) del papa a s. Bonifacio; dalla quale venivano a conoscere che questi aveva invocata la censura papale contro un certo Virgilio, missionario tra i Germani, fra l'altro per la teoria da costui professata che "sotto la terra c'era un altro mondo e altri uomini, altro sole e altra luna ". Qualora ciò fosse stato vero, Bonifacio "doveva convocare un concilio, scomunicare Virgilio e privarlo della dignità di sacerdote, se sacerdote era ". E il Papa proseguiva con queste parole: «Tuttavia anche noi scriviamo al suddetto duca (di Baviera, Otilone) che in forza della nostra lettera di intima, diretta a Virgilio, questi si presenti a noi per sottoporlo ad un accurato esame e se risultasse essere infetto di errore, sarà condannato con le sanzioni canoniche». Null'altro. Se, ammettendo la sfericità della terra, Virgilio ne avesse dedotto soltanto l'esistenza degli a., altro non avrebbe fatto che seguire l'opinione di Ilario e non sarebbe stato certamente condannato; tanto più che Bonifacio era lettore assiduo delle opere del venerabile Beda, il quale anch'egli aveva insegnato quella opinione (De rerum natura, cap. 46). Se invece Virgilio riteneva che gli a. appartenevano ad una razza diversa da quella discendente da Adamo, la quale perciò non avrebbe ereditato il peccato originale, sarebbe stato giustamente condannato, perché avverso alla dottrina della Chiesa, la quale insegna che tutti gli uomini discendono da Adamo e tutti sono stati redenti da Gesù Cristo.

Chi fosse in realtà questo Virgilio, non si sa esattamente; alcuni lo vorrebbero identificare col monaco irlandese V. Ferghil, missionario e poi vescovo di Salisburgo nel 760 e venerato come santo; ma questo è ben lontano dall'essere provato (v. VIRGILIO). E neppure si conosce se abbia avuto luogo l'inquisizione e la condanna di Virgilio, né presso il concilio che Bonifacio avrebbe dovuto convocare, né presso il tribunale supremo del Papa. Ciò però nulla toglie al valore della risposta. La Chiesa non ha dunque mai condannato la teoria della sfericità della terra, né quella degli a., quando fu bene intesa.

BibL.: D. Bartolini, Di s. Zaccaria papa e degli anni del suo pontificato, Ratisbona 1879; F. Betten, St. Boniface and St. F., Washington 1927; C. Hamard, s. v. Siphéricité de la terre, in DPC. IV, coll. 1476-77; J. F. Longhlin, s. v. in Cath. Eurycl., I, pp. 581-82; M. Schellhorn, s. v. Virgilius, in LThK, X. coll. 640-41.

Celestino Testore

## ANTISCHIAVISTA, SOCIETÀ ITALIANA.

La fondazione delle società antischiaviste in Europa si collega con il movimento dell'antischiavismo e con la parte che vi prese Leone XIII. Il Papa, ricevendo nel 1888 un pellegrinaggio africano guidato dal card. Lavigerie (v.), arcivescovo di Cartagine, affidava a lui il compito di iniziare una campagna contro la tratta degli schiavi. Subito il cardinale si metteva all'opera in Francia, in Inghilterra, Belgio, Olanda, Germania, Spagna, e promoveva la costituzione di gruppi (designati con nomi diversi) di azione antischiavista. Tali gruppi erano cosa nuova, perché solo a Londra esisteva una S. a. (fondata nel 1859). La propaganda del Lavigerie si concluse in Italia, con conferenze a Palermo, a Napoli, a Milano e a Roma, nel dic. 1888. Nel genn. 1889 si costituì a Roma, per iniziativa di

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Filippo Tolli (v.), un gruppo, che nell'apr. prese il nome di S. A. I., coordinando l'azione dei comitati già esistenti e fondandone altri nelle principali città italiane.

Le possibilità di azione delle s. a. vennero definite nel congresso libero antischiavista che il Lavigerie organizzò a Parigi (sett. 1890) ed al quale intervennero le delegazioni delle società di Austria, Belgio, Francia, Germania, Italia, Portogallo e Spagna, più quella della società inglese. Il congresso libero seguiva le conferenze antischiavista di Bruxelles (pure nel 1890), che il re dei Belgi, su invito dell'Inghilterra, aveva convocato e a cui parteciparono 19 Stati. Tale conferenza riconosceva alle missioni religiose, alle "associazioni nazionali e alle iniziative individuali" (art. 4), alle "fondazioni per il rifugio" per le donne e i fanciulli liberati (art. 88), la facoltà di coordinare l'attività dei governi. In base a tali disposizioni, le società fondate dal Lavigerie (organizzate e dirette da cattolici, ma aperte a tutti) ferarono un programma di azione e determinarono le zone di vigilanza secondo i possedimenti e le influenze degli Stati rispettivi; cosi alla S. i. toccò la vigilanza della "Tripolitania, dell'Etiopia e di alcune vie del vicino Oriente. La S. fondò subito un comitato a Tripoli e agenzie a Bengasi, Derna, Misurata, Zliten, Tobruk, Solonicco, Smirne, Pirco, La Canea. La conferenza di Bruxelles autorizzava la società a far visitare le navi sospette dai consoli delle nazioni firmatarie a trame via gli schiavi che vi fossero nascosti e a farli dichiarare liberi.

Nei primi 25 anni di vita la S. a. poté liberare cosi oltre 2000 schiavi. Con la conquista italiana della Libia, essa fiancheggiò tanto l'azione del governo quanto quella dei missionari, specie favorendo l'apostolato del p. Apolloni (v.). Nel Benadir gli organi di vigilanza segnalarono gravissime accuse di schiavismo a carico di una impresa industriale e, mentre s'alternavano polemiche clamorose, la S. a. inviò un suo consocio, l'esploratore Luigi Ro-becchi-Bricchetti, il quale mise in luce la verità in un libro documentario (1904), e il governo intervenne con energia. Fu pure sollecitata la costituzione di una prefettura apostolica, affidata ai Trinitari, eretta, in mezzo a difficoltà insuperabili, dal p. I eandro dell'Addolorata. Nella colonia Eritrea la S. a. accertò che gli arabi esercitavano la tratta nel Mar Rosso: in una razzia venivano rapiti 32 bambini i quali, liberati dalle armi italiane, vennero ricoverati, con il concorso della S., a Massaua, presso i Cappuccini e le Figlie di S. Anna.

Con la stampa, con i congressi nazionali (1905, 1907, 1921, 1926), con l'azione politica, la S. ha fatto sentire la sua voce alla Conferenza di Algesina (1906), e dal 1920 ha seguito, anche con largo contributo di studi, le iniziative ginevrine della Società delle nazioni e dell'Ufficio internazionale del lavoro. La guerra del 1914 condusse alla violazione di non poche disposizioni antischiaviste della Conferenza di Berlino (1885) e di quella di Bruxelles; il Patto di Versailles e la Convenzione di St-Germain (1919) le ripristinarono, ma in misura insufficiente. La Società delle nazioni costitui pertanto una commissione per lo studio della schiavitù, che preparò la convenzione antischiavista di Ginevra (1926), con la quale si operava una revisione radicale della materia, affrontando lo studio del lavoro forzato, considerato come virtuale ritorno allo schiavismo. Nei congressi del 1921 e 1926 della S. a. tali problemi vennero studiati e le soluzioni prospettate accolte dal governo italiano.

La S. a., cui la S. Sede prepone un cardinale protettore, ha sempre proceduto nel più stretto collegamento con le missioni cattoliche e, spesso, con l'Associazione nazionale per soccorrere i Missionari italiani. Specialmente prezioso fu il contributo dei missionari nella educazione degli schiavi liberati e, in genere, degli indigeni, al lavoro libero. A tal fine, la società ha promosso la fondazione di «villaggi di libertà» nel Sudan anglo-egiziano (con i Figli del S. Cuore) e in Etiopia (con i Missionari della Consolata) : a parte la struttura, variabile, si tratta di stazioni o scuole di istruzione agricola e professionale, che hanno
dato ottimi frutti. La collaborazione col governo italiano - che nei primi anni della S. a. fu resa difficile da diffidenze politiche - dopo il 1900 divenne continua e progredi con lo sviluppo delle colonie italiane.

La S. a. partecipò alle esposizioni ed ai congressi coloniali e geografici e pubblicò la rivista Antischiavismo e monografie varie. Essa non fu estranea alla missione pontificia, affidata ad un suo consocio, il p. Giovanni Genocchi (v.), la quale aveva lo scopo di studiare le condizioni dei lavoratori indigeni nel Pucumayo (1911) : missione che dette origine alla enciclica Profondamente commosso ( 7 giugno 1912), nella quale Pio X denunciava orrori schiavistici sorpassanti "gli esempi più estremi della turpitudine pagana". Nelle stesse regioni, un altro consocio, l'esploratore d. Giuseppe Capra, tornava nel 1937 e pubblicava una relazione. Nel 1935 la S. a. costituiva nel suo seno un Comitato di studi coloniali e missionari. La S. a. i. è la sola, tra quelle fondate dal Lavigerie, che ancora sussista; le altre scomparvero con la guerra del 1914.

BibL.: Bollettino antischiavista (poi rivista Antischiavismo) cdito dalla S.A.I.. Roma (dal 1888): Atti dei Congressi Nazionali della S.A.I., 4 voll., 1905, 1907, 1921, 1926, editi dalla S.A.I., Roma. - Actes du Congrès libre antieschizopiste, Parigi 1891; C. Bianchetti, L'antischiavismo alla fine del sec. XIX, Torino 1893; L. Rebecchi-Bricchetti, Dal Benadir, lettere illustrate alla S.A.I., Milano 1904; F. Tolli, Nel XXV della S.A.I. (ricordi), Roma 1912; G. Capra, Schiavità e lavoro libero negli Stati del Sud America, Roma 1932; E. Martire, L'Italia contro la schiavitù (discorso), Roma 1936.

Egittoente Martire
ANTISEMITISMO. - Avversione al popolo giudaico, verificatasi nei tempi antichi e moderni, basata su motivi sociali più che religiosi. Il termine è molto improprio (dovrebbe dirsi «antigiudaismo "), anche perché gli ebrei sono tradizionalmente odiati dal maggior popolo semitico moderno, gli Arabi; coniato pare - da W. Marr nel 1880 e diffusosi in Germania e in Austria sulla base di antitesi etnico-sociali, suole oggi significare l'ostilità agli ebrei, derivante da qualunque motivo. "La parola è nuova, ma la cosa è vecchia... Designa uno stato d'animo, una teoria sociologica (conflitto di razze e lotta di classi), un partito politico, principalmente una legislazione" (S. Deploige, p. 6).

Sommario: i. A. nel mondo antico. - 2. A. nel mondo cristiano. - 3. A. nel mondo moderno. - 4. A. e morale cattolica.
i. A. nel mondo antico. - Il fenomeno dell'a. si è esteso dovanque i Giudei si sono stabiliti in comunità fra altri popoli. "L'ebraismo e l'odio degli ebrei hanno attraversato per secoli la storia come compagni inseparabili" (L. Pinsker, p. 29). Con la diaspora giudaica, dal sec. v a. C., comincia la «sempre presente questione" (D. Goldstein).

Il primo noto episodio di a. è narrato da Esther, sotto Assuero (Serse I). Alla fine dello stesso secolo un sollevamento popolare antigiudaico produsse il saccheggio, poi la distruzione del tempio d'Elefantina (dal 412 al 404 ca. a. C.), nell'alto Egitto, e l'uccisione della colonia ebraica col sommo sacerdote Iedonia. Il mondo ellenistico avversò i Giudei, per il motivo già espresso in Esth. 3, 8, "quando vide che quella strana razza si estendeva su tutta la terra abitata, ma senza fondersi coi vari ambienti" (G. Ricciotti, p. 231). I testi degli scrittori greci e romani (raccolti da Th. Reinach) intorno ai Giudei manifestano un'antipatia in cui domina il disprezzo e la diffidenza dinanzi a un popolo che appare troppo diverso . "L'a. corrisponde all'esclusivismo ebraico" (E. Zolli, p. 32).

Dal sec. III al I a. C. gli scrittori ellenisti Manetone, Mnasea di Patara, Posidonio d'Apamea, Apollonio Molone,

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combattono i Giudei. Si rimprovera a questi l'esclusivismo ( dot{α} μ mathrm{s} ξ(α), sia religioso (Ecatco d'Abdera, Strabone, Varronc, Dione Cassio, Petronio, Marziale; Plinio, Hist. nat., XIII, 4, 46 "gens contumelia numinum insignis"; Tacito, Hist., V, 4-8; Giovenale, Satira 6, 542-47; 14. 96-106), sia sociale e nazionale (Posidonio, Trogo Pompeo, Seneca, Persio, Tacito), per cui sono stimati "contrarii ceteris mortalibus, inimici generis humani" (Tacito), " perniciosa ceteris gens" (Quintiliano, Inst. Orat., III, 7, 21). Si fermarono quindi leggende saluoniosc circa pratiche immorali e atroci dei Giudei; al tempo di Caligola gli alessandrini Chaeremon, Lysimachos e soprattutto Apione (v.) le diffondevano, e Filone doveva confutare queste accuse d'inumanità ( dot{α} τ α ν θ pacíx). Già la rivalità economica si profila: Trogo Pompeo denunzia le loro ricchezze. Contro le isole chiuse e impenetrabili di questi orientali che urtavano il senso classico e patriottico del mondo civile di allora, cresceva l'impopolarità; già per Cicerone (Pro Flacco, 28) "giudeo" equivaleva a "turbolento", quasi a "sedizioso"; si ricordava che nel 139 a. C. il pretore Hispalus aveva espulso "Judaeos, qui Sabaeii ( = Sabaoth) Jovis cultu Romanos inficere mores conati sunt" (Valerio Massimo, I, 3, 2). "L'orgoglio di razza ispirava ai Giudei sentimenti e atteggiamenti di odio, di disprezzo, di separazione, di cui i pagani risentivano vivamente l'ingiuria e a cui rispondevano con un antigiudaismo abbastanza generale" (J. Bonsirven, Le Judaïene palestinien, I, Parigi 1934, p. 104).

Giulio Cesare fu amico dei Giudei, che alla sua morte lo onorarono con lamenti funebri per più notti. L'atteggiamento ufficiale, nell'Impero, fu loro generalmente benevolo, anche perché molti ricchi Giudei erano influenti alla corte. Ma il popolo li aborriva, anche per i privilegi di cui godevano, tra cui l'esensione dal servizio militare e da certi tributi, e per il loro proselitismo tra gente altolocata.

Ad Alessandria furono spesso malmenati e vessati, specie sotto il governatore d'Egitto A. Avillio Flecco (32-37/38 d. C.; Filone, Contra Flaccum), e Filone (Legatio ad Calum) diresse l'ambasceri; giudaica a Caligola (inverno 38/39). Claudio inviò la lettera (rinvenuta nel 1924) agli Alessandrini (a. 41) per ricondurli alla calma. A Roms furono espulsi ( 4000 deportati in Sardegna) sotto Tibario (19 d. C.), il cui ministro Seiano, che li odiava, lasciò per dieci anni Ponzio Pilato a capo della Giudea. Claudio, che doveva il trono a Agrippa I (v.), era loro favorevole, ma non seppe impedire una nuova espulsione da Roma (Act. 18, 1-2) dei Giudei (che erano ritornati sotto Caligola) «assidue tumultuantes" (Svetonio, Claud., 25,4). Nerone li protesse; Vespasiano e Tito, dopo aver debellato la rivolta giudaica (66-70), non incrude!irono, bensì l'ultimo Flavio, Domiziano, che, coi successori Traiano e Adriano, rimase in esecrazione nei libri rabbinici come persecutore.

L'ostilità antigiudaica era dunque diffusa nel mondo molto prima della Crocifissione. I pagani rimasero antigiudei, da Giustino e Flutarco (De superstitione) ad Ammiaco Marcellino e Rutilio Namaziano (sec. Iv); questi rimprovera a Pompeo e a Tito di aver conquistato la Giudea, e conclude: "Latius excisae pestis contagia serpunt-Victoresque suos natio victa premit" (Itinerarium, V, 385 sg.).
2. A. vgl. sondo cristiano. - I cristiani, memori del precetto della carità, non ebbero a riguardo degli ebrei alcun pregiudizio sociale di nazione o di razza; opposero anzi l'universalismo evangelico-paolino al loro particolarismo. Ma, dopo il Calvario, l'odio giudaico contro i cristiani era molto attivo, come attestano, oltre i libri sacri del Nuovo Testamento (I Thess. 2, 15-16; B. Allo, L'Apocalypse, Parigi 1921, p. Iv : "Les ennemis les plus actuels sont encore les Juifs"),
il Martyrium Polycarpi 12, 2; 13, 1; 17, 18; Ad Diognetum 5, 17; Giustino, I Apol., 31. 36; C. Tryph. 16.95 . 110 ("a nessun cristiano voi lasciate la vita»). 133: onde Tertulliano, Scarpiace, io (cf. Apol. 7), chiama le sinagoghe giudaiche "fontes persecutionum". Nel sec. It «il giudaismo conservava l'antico atteggiamento d'inimicizia, mentre d'altra parte la sua dottrina e le sue usanze penetravano qua e là nella cerchia cristiana, rendendo necessaria un'attività di difesa e di chiarificazione" (R. Altaner, Patrologia, trad. it., Torino 1940, p. 66). Perciò fin dal sec. i era messa in rilievo la riprovazione divina d'Israele (Epist. Barnabae 4, 6-8; 14, 1-4; ecc.). Verso il 200 le Omelie Clementine IV, 6: PG 2, 161, lodano Apione alessandrino per aver difeso la cultura ellenica contro "l'empietà giudaica». La polcmica antigiudaica dei Padri (bene esposta da F. Vernet e da A. L. Williams) fu continua, da s. Giustino al prete Evagrio in Gallia (430).

Origene, s. Efrem, s. Gregorio Nazianzeno, s. Giovanni Crisostomo, n. Girolamo (In Iainos 2, 8), si lamentano di persecuzioni e oltraggi da parte dei Giudei. Al tempo di s. Ambrogio "la ricchezza e il proselitismo degli ebrei provocarono, un po' dovunque, rappresentic antinemite" (A. Paredi, S. Ambrogio, Milano 1940, p. 377); incendiata dal popolo la sinagoga di Callinico sull'Eufrate, Teodosio I ordinò al vescovo di Callinico di riedifestola; ma Ambrogio (Epist. 40-41 a Teodosio, a Marcellina) costrinse l'imperatore a concedere l'impunità a tutti. La sinagoga di Roma fu incendiata verso il 395 . Agostino li cercan (Serma 62, 17-18) di irrigare pagani ed erotici contro i cattolici, e parla spesso della diffidenza dei cristiani verso i Giudei (ad es. Contra ostverarios legis et prophet.: PL 42, 600 sgg.). Nel 417 il patriarca s. Cirillo non si oppose alla loro espulsione da Alessandria. Teodosio II soppresse le scuole rabbiniche palestinesi (425). Sotto i Goti si attribuirono le atrocità degli ultimi anni di Teodorico ai Giudei (A. Amelli, Cassiodoro e la Volgata, Grottaferrata 1917, p. 14 sg.). Nel 521 si riaccesero in Roma le persecuzioni contro i Giudei, che ricorsero ad Allgero, legato di Teodorico.

Le leggi restrittive, emanate da Teodosio II (tra il 425 e il 439) e da Giustiniano (Nacella n. 146 del 353; Codice I, 8: De inducis et coelicalis), rimasero in vigore nelle nazioni cristiane fino ai tempi moderni.

Nel medioevo, come sempre, la Chiesa, badando solo ai principi morali e religiosi, proteggeva apertamente gli ebrei contro le persecuzioni, ma proibiva che esercitassero influsso nella società cristiana; "ha impedito, per quanto ha potuto, che si usasse loro violenza; ha impedito, per quanto ha potuto, che si confidasse in essi» (M. Landrieux, p. 86). Il III Concilio di Toledo ( 589 ) proibì loro ogni carica pubblica e il possesso di schiavi cristiani, decretando la confisca dei beni dei convertiti che tornassero al giudaismo; il VI Concilio di Toledo (633) presieduto da s. Isidoro di Siviglia, confermò ciò, ma biasimò il re Sinebut che forzava i Giudei a farsi cristiani; il X (656) e il XVII (694) aumentarono i rigori. Paolo Alvaro (m. nell'861) resta in questa linea.

In Oriente s. Massimo il Confessore (380-662) e s. Giovanni Damasceno (670-749), in Occidente s. Gregorio di Tours (520-93) e Raterio di Verona (896-974) denunziavano gravi pericoli provenienti dagli ebrei. I vescovi di Liane Amulio (Contra Iudaeos ad Carolina regem: PL 116, 141184, nell' 846 , chiede a Carlo il Calvo di applicare le leggi del Concilio di Meaux dell'845) e soprattutto il suo predecessore Agobardo (m. nell'840) si opposero alla crescente influenza ebraica; questi mandò all'imperatore Ludovico il Pio quattro dotti scritti in questo senso (il De Induicis superstitionibus fu redatto con altri vescovi) e a Nebridio vescovo di Narbona il De covenido consistio et societate iudaica (PL 104, 9-353). Ma dopo vari gravi delitti a danno degli ebrei (nella prima crociata [1096], stragi

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di ebrei a Colonia, Spira e Magonza; nel 1147 il monaco Radulfo eccita il popolo di Magonza a massacrare gli ebrei, e questi sono uccisi dai crociati in partenza a Carentan e altrove), s. Bernardo (Epist. 323 all'arcivescovo Enrico di Magonza, Epist. 363 ad alerun et populum Galliae orientalis) insorse condannando questi metodi feroci, raccomandando di convertire i Giudei, ma di non ucciderli.

Purtroppo le crudeltà continuarono, e Innocenzo IV pubblicò due bolle (all'arcivescovo di Vienna in Francia, 28 maggio 1247; agli arcivescovi e vescovi di Germania, 5 luglio 1247) per proibire che si infierisse contro gli ebrei non rei di delitti personali. Intanto a Parigi (1244), a Tolosa (1248) e altrove si bruciavano i libri talmudici.

Il Diritto Canonico proibiva (Decretali di Gregorio IX, I. V, tit. vi, capp. 1-18), che gli ebrei esercitassero pubblici uffici, che tencssero servi cristiani, che costruissero nuove sinagoghe; imponeva loro di portare un vestito o contrassegno speciale. Ma prescriveva altresi: "Principes saeculares excommunicari debent, qui Iudaeos baptizatos suis bonis spoliare pracsumum" (cap. 5) e: "Iudaei inviti non sunt baptizandi, nec ad hoc cogendi, vel in suis festivitatibus molestandi, nec ipsorum coemeteria violanda" (cap. 9).

Dal sec. xit si va progressivamente aggravando la legislazione ant giudaica. Gli ebrei sono, secondo il diritto pubblico civile, " perpetuae servituti addicti ".

In Francia, s. Luigi IX (Ordannance di Melun, dic. 1230, art. 2) sancl le disposizioni di Filippo Augusto e di Luigi VIII : gli ebrei erano considerati servi della gleba, e non potevano spostarsi. S. Tommaso, De resimine Iudaeorum ad comitissum Flandriae (o ad Ducissam Brabantiae), verso il 1270 , ammette queste leggi, ma le interpreta nel modo più benigno.

Le passioni e gli egoismi però prevalevano; Edoardo I espulse gli ebrei dall'Inghilterra (1290), ove potranno rientrare, ma a stento e isolatamente, solo sotto Cromwell (1653). Le cronache del tempo registrano uccisioni in massa di ebrei a Fulda, Magonza, Monaco, Oberwest, Roppard, Coblenza e in Turingia (MGH, Scriptores, XV, 31; XVII, 77, 255; XVIII, 415; XXV, 717); simili stragi furono frequenti in Spagna dal 1390 al 1473 . Tommaso di Cantimpre, poi Pietro di Blois (Contra perfidus Iudaeos), Bertoldo da Ratisbona, s. Vincenzo Ferreri presentano al popolo i pericoli della convivenza giudeica. Il popolo si difendeva dalle sètte da cui si sentiva minacciato (ad es. i catari) col linciaggio, considerandole un pericolo sociale tanto più grave quanto più erano chiuse in sé, scurete e inafferrabili; quest'uso barbaro (Lex Whigothorum, nov. tit. II) fu energicamente riprovato dalla Chiesa. Niccolò V (Bolla del 2 nov. 1447) condanna i mani antigiudaici di Spagna; Paolo III (Bolla del 12 maggio 1540) quelli di Ungheria, Boemia e Polonia.

Il papato fu un potere essenzialmente moderatore, come appare fin dalla Bolla d'Innocenzo III Licet perfidia iudaeorum ( 15 sett. 1199: Bullarium Romanum, III, Torino 1858, pp. 330-31,) e da varie lettere in cui raccomanda di reprimere la loro "insolentia" ma proibisce di vessarli solo perché ebrei (PL 214, 864 sg.; 215, 301 agg., 617 sg., 694 sgg.). Ma "la società laica diede il più miserando spettacolo d'inintelligenza, d'incoerenza, d'inumanità, fatte poche ed occasionali eccezioni... Mentre le masse brutali non sapevano che gettarsi sulle sinagoghe e sui ghetti mettendoli a fuoco e a sangue quando qualche più grave provocazione veniva da un centro israclitico o quando il disagio economico s'inaspriva troppo, i poteri costituiti, grossi e piccoli, signoriali o comunalisti, ondeggiavano tra espulsioni in massa, con completa impreparazione dell'ambiente economico cui bruscamente si sottraseva il mercato finanziario ebraico, e le più imprevidenti transazioni col ghetto, più padrone che mai della situazione economica. C'è in tutto ciò l'imprevidenza e l'impulsività propria del barbaro" (U. Benigni, p. 108). "La politica ebraica del mondo medievale, tanto dei governi
quanto delle masse, è qualche volta un delitto, è quasi sempre uno sbaglio colossale... nonostante le insistenze dell'autorità ecclesiastica per una politica tanto più avveduta quanto più umana" (id., p. 113).
"La questione giudaica presentava, nel medioevo, un aspetto economico importantissimo, a causa della concentrazione del commercio del danaro nelle mani d'Israele" (S. Deploigt, pp. 34-48). Tra ebrei e non ebrei fu una continua sitalena di reciproche reppresaglie. Filippo il Bello e Luigi X aggravano la condizione degli ebrei in Francia, donde Carlo VI li espelle definitivamente il 17 sett. 1394. Il medioevo si chiude con l'espulsione dalla Spagna (1492) e dai territori dipendenti (Sardegna) dei Giudei, che debbono consegnare tutte le loro ricchezze. Giovanni II di Perragallo li accoglie nel suo regno, donde poi Emanuel I li caccia (1496). Nel 1510 sono espulsi dal regno di Napoli; ma il medico "mastro Leone" (v. Abrabanel giudi) ottiene dal viceré che fra Francesco de l'Agnelina non più predicasse "contra zudei". Cosimo I Medici li espelle dalla Toscana (ott. 1541), s. Pio V dallo Stato Pontificio eccettuale Roma e Ancona (1569); verso il 1650 li espelle il Brasile.

I Papi difendono i cristiani contro lo strozzinaggio giudaico (Conc. Lateranense IV, cap. 67: "Brevi tempore christianorum exhaustiunt facultates") incoraggiando i Monti di pietà, promossi nel sec. xv dai francescani beato Bernardino da Feltre, s. Giacomo della Marca, Michele da Milano; raccomandano di evitare gli ebrei, ma proibiscono di maltrattarli; anzi vietano ai predicatori di occuparsi troppo di loro (Martino V, Bolla del 3 febbr. 1429). Però quando Giov. Reuchlin loda i libri giudaici, il suo Augenspiegel (1511) è condannato da Leone X come "pericoloso, sospetto, pieno di parzialità per gli ebrei" (1520). Giulio III fa bruciare il Talmud (1554), e Paolo IV (Bolla del 14 luglio 1555) ne ordina l'annientamento: a Cremona l'ebreo convertito Sisto da Siena ne distrugge gran numero di esemplari, e così Salomone Romano (dal 1552 al 1558) a Roma e nelle Marche. Misure di rigore adottò anche Clemente VIII (1593).

I Papi si lamentano degli ebrei, da Gregorio IX, deplorante che, "ingrati gratiae ac beneficiorum obliti", si sono resi insopportabili (Bolla del 5 marzo 1233 ai vescovi tedeschi : Bull. Romanum, III, Torino 1858, p. 479), a s. Pio V (Bolla Hebraeorum gens 26 febbr. 1569): "Cognitum satis et exploratum habemus quam indigne Christi nomen haec perversa progenies ferat, quam infesta sit omnibus qui hoc nomine censentur" (Bull. Romanum, VII, Torino 1862, p. 740). I pericoli per i cristiani sono enumerati da J. Balmes. Il protestantesimo paragonato col Cattolicismo nelle sue relazioni con la civiltà europea, trad. it. A. Orioli, 2^{°} ed., Napoli 1849, I, pp. 217-20; II, pp. 231-42, 301-10. Cf. G. Fabiani, Gli Ebrei e il Monte di pietà in Ascoli Piceno, Ascoli 1942.

Il ghetto obbligatorio, iniziatosi nel 1412, si diffuse; a Roma rimase fino al 1870 (L. Wirth, The Ghetto, Chicago 1928). Le leggi che vietavano agli ebrei intimi rapporti coi cristiani erano nell'interesse di ambo le parti. L'ebreo J. Darmesteter (Essais orientaux, Parigi 1883, pp. 262-70) osa tuttavia affermare: "L'odio del popolo contro il giudeo è opera della Chiesa ", e prosegue: "Eppure solo la Chiesa nel medioevo proteggeva l'ebreo... Si è che essa ha, nello stesso tempo, bisogno dell'ebreo, e paura di lui", (cit. da U. Benigni, p. 102, n. 1). Questa tesi che la Chiesa è responsabile delle ingiustizie sofferte dagli ebrei è assai diffusa tra gli ebrei moderni (H. Grsetz, Th. Reinach, I. Loeb, Bernard-Lazare, fino a A. Spire, Quelques Juifs et demi-Juifs, II, Parigi 1928, p. 183), e la massoneria denunzia l'a. come una "manovra cle-

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ricale" (P. Nourrisson, Le Club des Jacobins sous la 3me République, Parigi 1900, p. 13). Eppure dovrebbero ricordare che l'odio antigiudaico esisteva prima della Chiesa ed esiste fuori della Chiesa (D. Goldstein, p. xit: "The anti-Semitic spirit has never been absent where Jews abide»). Roma papale fu sempre ospitale agli ebrei, e cosi Avignone papale, come ben dimostra C. F. Heman in Realenc. für prot. Theol. u. Kirche, IX (1901), pp. 500-502, mentre è ingiusto il severo giudizio di G. J. Hoogewerff, Felix Roma, Zutphen 1928.
3. A. nel mondo moderno. - L'emancipazione civile degli ebrei, iniziata con l'editto di tolleranza di Giuseppe II (1782), fu promulgata dalla Rivoluzione Francese. "Troncando con la politica di tutto il medioevo cristiano, la Rivoluzione Francese ha risolto la questione giudaica con la libertà, cioè negandone, praticamente, l'esistenza" (S. Deploige, p. 50). L'abbé Grégoire, il 27 sett. 1791, fece votare all'Assemblea Costituente la loro piena uguaglianza di diritti civili. Ma l'" emancipazione" non fece diminuire l'odio antigiudaico. Anzi, da H. Heine a I. Zangwill, a L. Pinsker e Th. Heral, ebrei rappresentativi hanno deplorato il contrario. Causa di ciò fu l'acuirsi del senso nazionale in molta parte d'Europa, e la reazione, fra cattolici e protestanti, contro il liberalismo e il materialismo. "L'emancipazione giudaica amplificò la propaganda delle teorie rivoluzionarie» (R. Lambelin, in DFC, IV [1920], col. 1015); il gran rabbino J. Weill proclama: "Le Messie, c'est le triomphe de la Justice, le règne de la Liberté et de la Fraternité. Ce règne a commencé avec la Révolution Française" (cit. da P. Loewengard, Le splendeur catholique, Parigi 1910, p. 99). "L'a., poi, è uno dei modi con cui si mmifesta il principio di nazionalità" "Bernard-Lazare, L'Antisénitisme, II, p. 137). L'a. è anzi un prodotto del sec. xix, in quanto sistema dottrinale tendente a giustificare scientificamente, all'infuori di considerazioni religiose (rimaste solo presso i popoli islamici e i russi "ortodossi»), l'avversione tradizionale. Sorse una "Weltanschauung" antisemitica nel mondo slavo e tedesco, dove i contatti con gli ebrei erano più larghi e le crisi sociali più frequenti. Leggi internazionali imposero l'uguaglianza civile tra ebrei e altri cittadini (Trattato di Berlino 1878, art. 44); ma, in pratica, Russia, Romania, Ungheria, Polonia, le applicarono solo in parte.

La Chiesa russa dissidente, al tempo degli zar, fomentava un a. teologico: il popolo giudaico incarnerebbe il male, le potenze sataniche, contro cui si scatenava il cieco e brutale pogrôm (russo: «devastazione "), dal 1882 fino al più feroce del 1905. Il sorgere del panslavismo rafforzò tale a. con motivi politicosociali, ritenendosi il giudaismo ispiratore di democrazia anarchica, e di capitalismo e d'industrialismo meccanico.

In Germania, col sorgere del nazionalismo tedesco in contrasto con l'ideologia rivoluzionaria, si basò l'a. sul concetto di razza, già con J. G. Fichte (cf. E. L. Schaub, Fichte and Anti-Semitism, in The Philosophical Review, 1940, pp. 37-52), con F. Rühs e J. F. Fries (Berlino 1816), poi con H. H. E. Paulus