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l rito antiocheno. Da quel momento lo si può chiamare molhūa, perché entrò in relazione più stretta con il rito dell'impero bizantino. Appare nel sec. vi s. Romano il Melode, creatore della forma di poesia sacra, chiamata più tardi hontahion, imitazione prosodica insieme della poesia siriaca di s. Efrem e della retorica ritmica delle omille greche del tempo (cf. P. Maas, Das Kontahion, in Byz. Zeitschr., 19 [1910], pp. 285-306), ma di grande effetto per la sua spontaneità e per la vivacità del dialogo (testo e trad. di G. Cammelli, Romano il Melode, Firenze 1920). Il kontahion del sec. vi completava o sostituiva l'omelia nella Messa, e nel mattutino commentava il Sinassario. Due secoli dopo, specialmente nel monastero di S. Sabba presso Gerusalemme, si coltivava un nuovo genere di poesia liturgica, il canone; sono noti i canoni di s. Giovanni Damasceno e di s. Cosma di Maiuma che i bizantini inserirono nella loro ufficiatura. A s. Giovanni si attribuisce la composizione o almeno la redazione dei seguenti libri liturgici bizantini: l'Ostoeche (v.), il Triadion (v.) e il Pentecostorion (v.). Finalmente il Typicon (v.), contenente l'ordinamento di tutta l'ufficiatura annuale del monastero di S. Saba, fu accettato dai bizantini ivi rifugiati e da loro portato a Costantinopoli, dopo la furia iconoclasts. E vero che quel Typicon fu notevolmente sviluppato per opera degli studiti e di altri, ma è tanto più necessario constatare che esso ricevette la sua forma definitiva a S. Saba nei secc. XI-xII e che sotto quel nome regola

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ancor oggi la liturgia bizantina di tutte le chiese dissidenti.

La riconquista della Siria nel sec. x, da parte di Bisanzio, rinforzando temporaneamente l'ellenismo nel patriarcato melkita di A., segnò il principio del quarto e ultimo periodo, quello della bizantinizzazione completa. In seguito alle Crociate, i patriarchi si allontanarono dalla loro sede e si rifugiarono a Costantinopoli. Uno di loro, il celebre canonista Teodoro Balsamon, rispondendo verso il 1195 a una domanda del suo collega Marco d'Alessandria, affermava che l'uso delle loro liturgie, quelle di s. Marco e di s. Giacomo, era illecito e doveva cedere il posto a quelle di s. Giovanni Crisostomo e di s. Basilio (cf. PG 138, 953). Così sparì il rito proprio del patriarcato di A.

Un altro fatto particolare del rito antiocheno non può mancare di essere mosso in rilievo: la lingua liturgica. Questa fu al principio la greca. Ma, probabilmente già nei secc. iv e v, prima nelle campagne, poi nei monasteri, si cominciò la traduzione in lingua siriaca, sebbene su minima scala. Ne abbiamo un esempio in un rito delle ordinazioni, conservato nel linguaggio palestinese (cf. M. Black, Rituale Melchitarum, Stoccarda 1938, e l'analisi fattane da H. Engberding, Eine uewerschlossene bedeutsame Urhunde zur Geschichte der östlichen Weihuriten, in Oriens Christianus, 3^{°} serie, 14 [1939], pp. 38-54). Ma si devono aspettare i secc. x-xi per assistere a un rinascimento della lingua siriaca nel rito melkita, che durò fino al sec. xv. Ai duecento documenti segnalati da C. Korolevskij se ne aggiungano alcuni altri (cf. A. Baumstark, Neue handschriftliche Denkmäler melchitischer Liturgie, in Oriens Christ., nuova serie, 10-11 [1923], pp. 157-58). Pochi fra questi testi appartengono ancora al rito antiocheno; altri segnano un periodo di transizione; la maggior parte rappresenta già il testo del rito bizantino.

Finalmente, una terza lingua, la lingua araba, introdotta in Palestina e in Siria dopo la conquista musulmana, fu abbastanza presto, ma in modo ristretto, utilizzata nella liturgia. Il Calendario di al-Birūni, del sec. xi, non è ancora bizantinizzato (cf. A. Baumstark, Ausirablungen des vorbyzautinischen Heiligenhalenders von Jerusalem, in Orient. Chr. Periodica, 2 [1936], pp. 129-44), come anche il rito dei funerali, conservato in due manoscritti dei secc. xi-xir (cf. A. Baumstark, Neue handschriftliche Denkmäler, cit.). La versione più antica della liturgia di s. Giovanni Crisostomo, in un codice del 1260, ha una epiclesi molto semplice e ignora il rito dello zeon (cf. C. Bacha, Version arabe inédite de la Liturgie de st. fean Chrysostome, in Chrysostomica, Roma 1908, pp. 405-71). D'altra parte, un Calendario, che si trova nel cod. Vat. ar. 76 dell'anno 1068, è già completamente bizantino. Questi testi arabi hanno talvolta servito di originale a una versione siriaca. L'uso della lingua araba trovò una approvazione formale presso Balsamon (PG 138, 957). Però fece progressi molto lenti, finché, nel sec. xv, cominciò a prevalere e, dal sec. xvir, esclude quasi ogni altra lingua. Ma tutto questo non appartiene più alla storia del rito antiocheno degli ortodossi, perché assorbito e definitivamente sostituito dal rito bizantino (v.) già dal sec. xili.

Bou.: F. E. Brightman, Liturgies Eastern and W'estern, I, Oxford 1896, pp. xvir sgg., 68, 464-503; C. Korolevskij, Histoire des Patriarchats melkites, III, Roma 1911, pp. 9-46; A. Baumstark, Liturgie comparée, Châveragne 1929; J. M. Hanssen, Institutiones liturgiene de Risibos orient., Roma 1930-32; A. Raca, Introductio in liturgiam orientalem, Roma 1947. Alfonso Raca
VII. A. dei Maroniti. - Patriarcato, sede residenziale. I Maroniti si costituirono in gerarchia con patriarca e vescovi nel 685. Questa tradizione, fissata da St. ad-Duwaihi, patriarca dal 1670 al 1704, il quale cita documenti anteriori (P. Dib, L'Eglise Maronite, Parigi 1931, pp. 147-48 e Le Quien, Or. Christ., III, Parigi 1740, pp. 50-76), vien confermata da Dionisio di Tell Mabró (m. nell'845), in Chronique de Michel le Syrien (cd. J. B. Chabot, II, Parigi 1901, p. 511). A quell'epoca la sede cattolica di A. era da lungo tempo vacante (L. Duchesne, L'Eglise au VIe siècle, Parigi 1925, pp. 372-73). I patriarchi Maroniti portarono sempre il titolo d'A., come risulta da due
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(14. Giravdon)

Antiochia - Coppa d'argento, detta "Calice d'A.", datato da G. de Ierphanion al sec. vi - Nuova York, Collezione Fahim-Koucha-Kji.
documenti rispettivamente del 1141 e 1154 (G. S. Assemani, Bibliotheca Orient., I, Roma 1719, p. 307 sg.). La bolla d'Innocenzo III, Quia Divinae, del 1215 riconosce ad essi questo titolo. La sede loro, che fu sempre nel Libano, mutò tuttavia di posto finché il Sinodo Libanese del 1736 la fissò a Qannābin, e poi quello di Bekorki del 1790 in Bekorki stessa presso Beirut (Codif. can. orientale, XII, nn. 1391 e 1155), che è oggi la residenza invernale, mentre l'estiva è ad-Dīmān.

A questo patriarcato appartengono le sedi residenziali di Aleppo, Baalbek, Beirut, Cipro, Damasco, Gibail-Batrun, Sidone, Tiro, Tripoli (già di Siria e ora del Libano) e il Cairo. Secondo la Statistica... della gerarchia e dei fedeli di rito orientale (Città del Vaticano 1932) i fedeli sono 322.715 , mentre quelli sparsi nelle altre regioni del mondo ascendono a 43.300 . Il clero secolare è di 1.012 sacerdoti : quello regolare supera i 700 . Pietro Sfair
VIII. A. Dei Melkiti. - Il patriarca cattolico melkita di A. ha residenza in Damasco, Cairo, Alessandria. Al patriarcato appartengono 12 sedi residenziali: Tiro, Tolemside, Sidone, Cesarea di Filippo, Tripoli (Siria), Aleppo, Bosra, Damasco, Baalbek, Zahle, Beirut, Homs; 5 vicariati patriarcali : Alessandria, Cairo, Sudan, Gerusalemme, Costantinopoli. Inoltre vi sono 5 vescovi titolari. Istituti religiosi maschili sono i Basi-

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liani melkiti del S.mo Salvatore, Basiliani di S. Giovanni di Suwair, Basiliani melkiti aleppini, oltre la Congregazione ecclesiastica della Società dei Missionari melkiti di S. Paolo. Istituti religiosi femminili di rito orientale sono le Monache basiliane suwairite, le Monache salvatoriane, le Monache basiliane aleppine, le Suore della carità di Besançon (ramo melkita), Congregazione religiosa fondata recentemente dai Paoliati.

Il numero dei fedeli nel territorio patriarcale era nel 1932 di 150.155 , negli Stati Uniti 13.559, in altri luoghi ca. 2.500 , in totale 166.214 . Il numero dei sacerdoti secolari è di 167; del clero regolare (sacerdoti e diaconi): Basiliani melkiti salvatoriani 180, Suwariti 100, Aleppini 50; Missionari melkiti di s. Paolo 7. Le scuole e gli istituti di carità sono numerosi.

Il patriarcato greco dissidente di A. contava nel 1934: 5 diocesi in Siria e 6 nel Libano, ed il distretto di Laodicea (residenza Latakie), con un numero totale di 230.000 fedeli. A questi s'aggiungono gli emigrati : 10.000 negli Stati Uniti, Canadá e Messico; 120.000 nell'America del Sud; e 41.000 altrove. In tutto: ca. 500.000 .

E da notarsi che dalla fine del secolo scorso i patriarchi di A. dissidenti non sono più greci, ma arabi. Questo cambiamento accadde a causa di gravissime difficoltà. Un altro dissidio durato per due anni ( 12 dic. 1928-29 genn. 1933) sotto due patriarchi simultanei ebbe la sua origine dal conflitto dei due partiti religiosi, cioè di Damasco e di Libano, in occasione della morte del patriarca Gregorio IV Haddad (12 dic. 1928), e nonostante l'intervento dei tre patriarchi orientali greci che si erano pronunciati in favore del patriarca nuovo eletto dalla minoranza (Damasco), cioè di Alessandro Tahhan, poté esser risolto soltanto dalla morte dell'altro patriarca, Arsenio Haddad (9 genn. 1933).

Biel.: Statistica con cenniz storici della Gerurchia e dei fedeli di rito orientale, Città del Vaticano 1932. Giorgio Hofmann
IX. A. dei Siri. - Sede residenziale. I Siri convertiti dal giacobitismo elessero il primo loro patriarca nel 1661, ma la serie procede ininterrotta solo dal patriarca Garwah in poi, che fu eletto nel 1783 e fissò la sede a Mardin. Nel 1830 la sede fu trasferita ad Aleppo, ma nel 1850 fu riportata a Mardin. Durante il patriarcato di Rabmânî (1898-1929), fu trasferita a Beirut. Sarfah è la residenza estiva.

A questo patriarcato appartengono le sedi residenziali di Bagdad, Mossul, Aleppo, Beirut, Damasco, Emèsa, Mardin e Amidú, oltre a due vicariati in Egitto e Palestina. In queste diocesi vi sono ca. 50.000 cattolici assistiti da 150 sacerdoti, in mezzo a 174.000 giacobiti. Fuori di questi territori trovansi ancora 14.535 cattolici e ca. 25.000 giacobiti.

Biel.: Statistica con cenniz storici della Gerarchia e dei fedeli di rito orientale, Città del Vaticano 1932. p. 66. Pietro Mav
ANTIOCO. - Capo dell'esercito di Filippo re di Macedonia. Suo figlio Seleuco segui Alessandro Magno in Asia e, dopo la morte del conquistatore, fondò il regno di Siria e la dinastia dei Seleucidi (v.), della quale 13 re portarono il nome di Antioco. A molte città da lui fondate, anzitutto alla sua capitale Antiochia (v.) sull'Oronte, Seleuco I impose il nome di suo padre.

- A. I, figlio di Seleuco I, fu detto Sôtêr (Salvatore) per la sua vittoria sui Galati; regnò dal 280 al 261 a. C.; diresse la prima guerra siriaca contro Tolomeo Filadelfo d'Egitto.
- A. II (261-246 a. C.), figlio e successore di A. I, detto Theós (Dio) per aver liberato Mileto dal tiranno Timarchos, combatté per sette anni contro Tolomeo Filadelfo per riprendergli la Cilicia e la Celesiria (con la Palestina); nel 249 ne sposò la figlia Berenice che gli portò in dote la Celesiria. Fu avvelenato (246) con la complicità della prima moglie ripudiata Laodike,
che fece trucidare Berenice col suo figlio Antioco (pare alluda a ciò Dan. 11, 6).
- A. III il Grande (mentovato in I Mach. 1, 11; 8, 6-8), successe diciannovenne nel 223 al fratello ucciso Seleuco III. Represse le rivolte di Molone in Media (220) e di suo cugino Acheo in Asia Minore (213). Nel tentativo di riprendere la Celesiria (con la Palestina) fu battuto a Raphia (217) da Tolomeo IV, che dopo marciò su Gerusalemme; ma infine si assicurò quel territorio con la vittoria di Paneas (198) su Tolomeo V protetto da Roma.

Tre volte battuto dai Romani, dopo la sconfitta di Magnesia (189) perdette l'Asia Minore a nord del Tauro. In brillanti campagne aveva represso i Parti, i Battriani e gli Armeni, era giunto al bacino dell'Indo e alle coste del Golfo Persico. Fu benevolo verso i Giudei, di cui protesse il culto (Flavio Giuseppe, Ant. Ind., XII, 3, 3; A. Alt, in Zeitschr. f. altres. Wiss., 16 (1939), pp. 283-85). Fu ucciso dagli elamiti per aver saccheggiato un tempio di Bel (187). Il suo regno è simboleggiato in Dan. 11, 10-19 (cf. s. Girolamo, in h. l.). Ordinò nel 205 un sontuoso culto in tutte le satrapie del regno per sé e sua moglie Laodike, dèi, con sommi sacerdoti dei due sessi (editto d'Eriza, scoperto da M. Holleaux nel 1884).

- A. IV (175-163 a. C.) detto Epiphanès (vil manifesto [dio] -), ma chiamato talvolta dai sudditi Epimanés * il pazzo * (Ateneo, Δ ε ι σ ν σ ν ρ ι σ τ ε i, 10), è il Seleucide di cui più parla la Bibbia (Dan. 11, 11-45; I Mach. 1, 11-67; 2; 3; 6,1-16; II Mach. 4,7-9,29). Fu il più esecrando persecutore d'Israele. Figlio minore di A. III, nel 189 fu portato ostaggio a Roma (ove rimase 13014 anni), consegnato dal padre in esecuzione d'una clausola del trattato di Magnesia. Liberato (176175) dal nipote, il futuro re Demetrio I che gli si sostituì come ostaggio, mentre era nel viaggio di ritorno, suo fratello Seleuco IV Filopatore (187-75) fu ucciso dal suo ministro Eliodoro. Salito al trono (175), A. fu re abile, ma emisuratamente orgoglioso (Dan. 11, 36; II Mach. 5, 21; 9, 28), come dimostrano le sue monete (dopo il 166) in cui si dà il titolo divino di "manifestazione" (della divinità, Apollo o Zeus), di Niceforo (vittorioso), di Theós (Dio); nelle iscrizioni è detto Theós e Sôtêr (J. Dittenberger, Orientis graeci inscr. tel., n. 223).

Tito Livio (XLI, 20) e Giovanni di Antiochia (in C. Müller, Hist. Graec. fragm., IV, Parigi 1868, p. 558) attestano la frode con cui, cacciato l'usurpatore Eliodoro, A. s'impadroni del regno che spettava legittimamente a Demetrio, figlio di Seleuco IV. Educato a Roma, al suo istinto despotico seppe unire maniere democratiche. Il suo carattere e i suoi metodi sono descritti da Polibio (XXVI, 10; XXIX, 9, 13; XXXI, 30; XXXVIII, 18, 3) : principe prodigo, vanitoso, amante del fatto e della popolarità, delle spese pazze, delle costruzioni e degli spettacoli sontuosi, ma per sacrifici e onori resi agli dèi, sorpassò tutti i re anteriori». Diodoro Siculo, XXIX, 32; XXXI, 16; XXXIV, 1, 3-5 parla bene di A., forse per odio antigludaico.

Smanioso di arte e di cultura, volle livellare i Giudei agli altri suoi sudditi, imponendo loro «i lumi» dell'ellenismo. Venne due volte in persona a Gerusalemme (174 e 169), Qui si era costituito, sotto il governo egiziano dei Tolomei, il partito ellenizzante dei nobili, con a capo il fratello del sacerdote Onia III, Gesù, che prese il nome greco di Giasone (v.) e comprò da A. il sommo pontificato (174-71). Dopo una spedizione in Cilicia, A. aggredì (verso il 170) l'Egitto

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e fece prigioniero Tolomeo V. Giasone, cui A. aveva sostituito Menelao nel pontificato, profittando dell'assenza di A., assali il rivale e lo assediò nella cittadella di Gerusalemme. Ma A., tornando vincitore dall'Egitto (169), piombò nella città santa e cominciò a trattare i Giudei quali sediziosi e ribelli. Guidato da Menelao, penetrò nel Tempio e lo saccheggiò; lasciò in carica Menelao, circondato da ufficiali siriani che trucidarono 40.000 ebrei (I Mach. 1, 20-29; II Mach. 5, 11-21; Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XII, 5, 3; C. Apioneu, 2, 7).

In una seconda spedizione (168), A. stava per impadronirsi dell'Egitto; ma il legato romano Popilio Lemate lo chiuse entro un cerchio tracciato sul suolo intimandogli la resa immediata: "delibera qui entro". A. si sottomise (T. Livio, XLIV, 19; XLV, 12), ma tornò irritato, deciso a conservare la Celesiria e la Palestina. Fece costruire una fortezza in Gerusalemme (v. ACHA), per reprimere ogni insurrezione.

Deciso, per principio politico e filosofico (II Mach. 6, r), a e tirpare il jahwismo, mediante i suoi governatori di Celesiria e suoi inviati speciali perseguì con violenza e pur con metodo l'apostasia dei Giudei, per ridurli alla religione, alla cultura, alla politica del suo regno. Incaricò con un editto Apollonio (v.) di imporre con la forza l'ellenizzazione, victando la circoncisione, il sabato, le feste sacre, punendo di morte gli osservanti della legge mosaica. In tutta la Giudea s'innalzarono altari pagani. Il 25 di casieu (metà dic. 168 a. C.) ebbe luogo la formale profanazione del Tempio mediante la consacrazione alle divinità pagane dell'altare degli olocausti, su cui furono offerti sacrifici a Giove olimpico (v. abomimazione della desolazione). Con A. IV, l'iniquità è al colmo. Quasi tutti i re delle Genti avevano perseguitato Israele; ma in A. IV più che coefficiente di mire politiche, era accanimento contro l'unico vero Dio. La corruzione morale dilagava dalle terme, teatri, ginnasi, con la connivenza di ricchi Giudei «dalle idee larghe». Molti Giudei apostatavano o vacillavano. Ma rifulse l'eroismo dei martiri. Da Modin muoveva intanto la riscossa di Mattatia e dei suoi cinque figli detti, da Giuda, Maccabei (v.).

La sollevazione giudaica essendo divenuta minacciosa, A., impegnato nell'infelice impresa contro i Parti (I Mach. 3, 31), affidò a Lisia la guerra di Giudea. Vi furono battuti i generali siriani Nicanore e Gorgia.

La morte di A. è narrata in modo diverso : I Mach. 6, 1-16 e II Mach. 9, 1-28 concordano; la narrazione di II Mach. 2, 10-17 è errata, ma si tratta di mera citazione (J. Döller). Dopo aver tentato di saccheggiare un tempio d'Artemide nell'Elam, nei pressi di Echatana (II Mach. 9, 3; F. X. Kugler: Aspadana, oggi Ispahan), fu colto da crisi viscerale, cadde dal carro, e morì tra le montagne (II Mach. 9, 28) nella vicina T'abae di Persia (Polibio, XXXI, 11 [9], che lo dice impazzito [ left.δ ε ι μ ν ν jmath σ α ςright] e forse colpito da "castigo divino"; Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XII, 9, 1), l'anno 149 dell'èra dei Seleucidi, 164-163 a. C. (probabilmente fra il 17 marzo e il 4 apr. 164 a. C.). Tacito sintetizza (Hist., V, 8) : «Il re A., risoluto a estirpare la super. stizione e a impiantare la civiltà greca, fu impedito dalla guerra dei Parti di migliorare una razza infetta". Era invece la vittoria della fede e di Dio (II Mach. 6,12-17 ).

- A. IV, il nemico di Dio, è profeticamente descritto in Dan. 7, 20-25; 8, 1-27; (9, 24-27[?]); 11, 36-45; 12, 1-11. L'apocalittica imiterà Daniele : (III) Enoch etiop., 83-90. Il tardivo Megillath Antiochos esprimerà l'esecrazione rabbinica, incurante peraltro della sto-
ria. In II Thess. 2, 3-11 si ha «la riproduzione cristiana della descrizione giudaica di A. Epif., mostro d'empietà" (B. Rigaux, p. 289). I Padri quindi vedono in A. IV il più espresso tipo dell'Anticristo (v.); cf. Girolamo, In Dan. 7-12.

Bou.: E. R. Bevan, House of Seleucus, II, Londra 1902, pp. 126-77; U. Mazo, Antisco IV Epifane re di Siria, Sassari 1907; M. Bouché-Laríereq, Hist. des Seleucides, I, Parigi 1913, pp. 243-203; J. Döller, Der Tod des Königs Ant. IV Ep., in Theol. Prahr. Quartalschrift, 68 (1915), pp. 929-31; M. Holbaux, La mort d'Ant. IV Epiphanès, in Revue des études anciennes, 17 (1916), pp. 77-102; F. X. Kugler, Von Moses bis Paulus, Monaco 1922, pp. 330 sg., 387-90; B. Morzo, Saggi di storia e letteratura giudea-ellunistica, Firenze 1924, copy. 2 e 3; J. Vandervorst, Israël et l'Ancien Orient, 2^{text {e }} ed., Bruxelles 1929, pp. 123-63; M.-J. Laorange, Le Judaisme avant 3.-C., Parigi 1931, po. 47-61, 65-66; B. Rigaux, L'Antéchrist et l'opposition au royaume messianique dans l'A. et le N. T., Gembloux 1932, pp. 151-73, 260-62, 289-90; G. Ricciotti, Storia d'Israe'a, II, 2^{text {e }} ed., Torino 1935, pp. 237-74; E. Bikerman, Un document relatif à la persécution d'Ant. IV Ep. (Ant. Iud., XII, 232), in Revue d'Hist. des Rel., 113 (1937, 1), pp. 188-223; F. Reuter, Beliväge zur Beurteilung des Königs Antiochus Ep., Monaco 1938; M. Zervich, Quomodo in concordium redigantur quae de morte Ant. IV Ep. in II. Machabaeorum triplici diverso modo narrantur, in Verbum Domini, 19 (1939), pp. 308-14; F.-M. Abel, Antiochus Epiphane, in Vivre et Penser, 1 (1941), pp. 231-54; H. L. Jansen, Die Poliith von Antiochos IV, Oslo 1943.

- A. V, Eupatore ( = di nobile padre < ), figlio del precedente, cui successe a 9 o 12 anni, regnò due anni (164-162 a. C.) e fu mero strumento di Lisia (v.).

Presentendo la difficoltà della successione, il padre A. IV l'aveva affidato alla tutela del generale Filippo; ma questi era trattenuto con l'esercito in Oriente.

I Romani irruppero in Siria; il loro legato Cneo Ottavio fu trucidato e Lisia ebbe da espiarne le conseguenze. Nel 162 Lisia mosse di nuovo contro i Giudei; questi, sgominati a Beit-Zaharia ( 14 km . a sud di Betlemme), si ritirarono in Gerusalemme. Essendo intanto il suo rivale Filippo tornato ad Antiochia, Lisia dové levar l'assedio e far la pace con Giuda Maccabeo, concedendo ai Giudei piena libertà religiosa (I Mach. 6, 57-63; II Mach. 13, 23-26), e vinse Filippo (secondo Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XII, 9, 7, lo uccise). Ma tosto A. V con Lisia fu ucciso dalle truppe per ordine del cugino Demetrio I, fuggito da Roma e proclamato re (I Mach. 6,17-7,4; II Mach. 10, 10-14,2; Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XII, 9, 2 sgg.; Polibio, XXXI, 12).

- A. VI, Epiphanes Dionysos, figlio di Alessandro Balas (v.), al quale i Giudei professavano gratitudine (I Mach. 10, 47), e di Cleopatra Thea, ebbe da questa man forte nella lotta che dovette condurre nei tre anni del suo regno ( 145-142 a. C.) contro il competitore Demetrio II Nicatore.

Dall'Arabia, ove viveva dopo l'assassinio del padre, lo trasse ancora fanciullo un ufficiale di Balas, Diodoto nominato Trifone (v.), che lo proclamò re ad Antiochia, opponendolo al re legittimo ma crudele Demetrio II. Questi si era servito di Gionata Maccabeo per reprimere una sedizione, ma violo i patti e le promesse fattegli; sicché i Giudei passarono dalla parte di A. VI e di Trifone. Questi costitui Gionata generale della regione; ma, dopo catturato Demetrio II dai Parti, a Tolemaide uccise Gionata a tradimento ( 143 a. C.). Ritornato in Siria, Trifone uccise il giovane re A., suo pupillo, con la complicità dei medici ( I Mach. 11,39-74; 12,24-13,32; Diodoro, XXXII, 4; Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XIII, 5, 1 sgg.).

- A. VII, Sidete (perché nato e cresciuto a Side di Panfilia) o Esergete (e benefattore < ), fratello di Demetrio II, e ultimo re di Siria (139-129 a. C.) di cui si occupano i Maccabei. Avendo Mitridate I (Arsace VI) imprigionato Demetrio II, A. partì dall'isola di Rodi,

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si proclamò re a Tripoli e sposò Cleopatra Thea, che era stata moglie di Alessandro Balas e di Demetrio II. Dalle isole scrisse a Simone Maccabeo per averne l'amicizia, confermandogli i privilegi concessigli da Demetrio II, tra cui quello di battere moneta. Ma essendo divenuto padrone della situazione, dopo aver sbaragliato l'usurpatore Trifone, divenne ostile ai Giudei.

- A. VII impose a Simone di restituirgli Gazara, Joppe, la fortezza Acra, esigendo perfino una multa di 500 talenti. Nel 138 inviò Cendebeo con un esercito contro i Giudei; ma Giovanni Ircano, figlio di Simone, lo sconfisse (I Mach. 15, 26-41; 16, 1-10: ultimo avvenimento riferito dal Vecchio Testamento).

Sotto il successore di Simone, Giovanni Ircano I, A. stesso marciò contro i Giudei, e dopo lungo assedio espugnò Gerusalemme ( 134 a. C.). Entrato a Gerusalemme, A. VII fu piuttosto mite : impose un tributo alle città da poco assoggettate, oltre 500 talenti per spese di guerra, e fece distruggere le mura di Gerusalemme (Flavio Giuseppe, Antiq. Ind., XIII, 8, 2 sgg.). Rispettò la religione e il Tempio, cui anzi durante l'assedio aveva mandato vittime per i sacrifici. Forse a tale omaggio di un re delle Genti allude Testamento di Beniamin, IX, 2.

Valoroso e ambizioso, nel 130 mosse contro i Parti, per liberare il fratello Demetrio II e riconquistare le province dell'alta Asia. Dopo averlo sconfitto quattro volte, i Parti rinviarono A. ad Antiochia, ma poco dopo lo uccisero (secondo alcuni, A. si uccise). Cf. Giustino, XXXVI, 1-3; XXXVIII, 10; Diodoro, XXXIII, 4 e 28; Appiano, Syriaca, 68.

Per gli altri sei re di Siria di nome A., v. seleucidi. Antonino Romeo
ANTIOCO, santo, martire. - In Sulci, nell'isola di S. Antioco (Sardegna), erano venerate sin dal sec. vi le reliquie di un s. A., come fa fede una iscrizione del sec. viII o Ix, scoperta nel 1615 nella catacomba sottostante la chiesa dedicata al martire (CIL, mathrm{X}, 7533 ). Di origine orientale, A. sarebbe stato inviato dall'imperatore Adriano in Sardegna e quivi martirizzato. Ma la tardiva Pasio, alla quale dobbiamo questa notizia, porta tracce che rivelano la sua dipendenza da documenti greci, aventi rapporto con altro martire orientale dello stesso nome. Di qui la questione, tuttora insoluta, se l'A. di Sulci sia un martire locale, come suppone il Delehaye, ovvero sia da identificarsi, secondo il Lanzoni, col martire orientale, venerato in Galazia nel sec. vi, le cui reliquie in questo caso sarebbero state trasportate in Sardegna. La festa ricorre il 13 dic.

Bibl.: Martyr. Romanum, p. 581. - A. Poncelet, Catalogus codicum hagiographicorum latinarum bibliothecae Vaticanas, Bruxelles 1910, pp. 181-82: Lanzoni, pp. 667-71; H. Delehaye, Les origines du culte des Martyrs. ²² ed., Bruxelles 1933, p. 313 .

Mario Scaduto
ANTIOCO, vescovo di Tolemaide (Fenicia). Celebre oratore, chiamato da alcuni "Crisostomo". Fattosi amico di Severiano di Gabala e di altri avversari di s. Giovanni Crisostomo, vescovo di Costantinopoli, fu uno dei più accaniti accusatori contro di lui nel conciliabolo ad Quercum (405). Ritornato il Crisostomo dal primo esilio, A. continuò tenacemente nell'avversarlo e fu a capo della delegazione che dall'imperatore Arcadio chiese ed ottenne il suo secondo esilio (20 giugno 404). A. tentò invano di avere l'approvazione del papa Innocenzo I. Morro il patriarca antiocheno Flaviano, A. consacrò Porfirio, noto per la sua animosità contro il Crisostomo. Morì non oltre gli inizi del 408 .

Molti contemporanei hanno dato un giudizio assai severo nei riguardi di A. E stata però citata con onore qualche sua opera dal Concilio di Calcedonia (Mansi, VII, 469), da Teodoreto (Eranistes, II: PG 83, 205), da s. Cirillo di Alessandria (De recta fide ad regnum, I, 10: PG 76, 1213) e da Leonzio di Bizomia (Rerum sacrarum, II: PG 86, 2044). E tutto quello che resta delle sue opere. Gennadio (De viris inlustribus, 20) registra ancora un Adverous avaritiam e un'om:liz In curatione sueci, oggi scomparsi.

BibL.: G. Bardenhewer. Geschichte der altbirchlichen Literatur, III. Friburgo in Br. 1923, p. 363.

Ignazio Ortiz de Urbina
ANTIOQUIA, diocesi di. - Il dipartimento di A., che è il più popoloso della repubblica di Colombia, comprende la regione montuosa che si affaccia sul golfo di Darien.

La diocesi, che è suffraganea di Medellín, capoluogo del dipartimento, ha una estensione territoriale di 2100 kmq., con una popolazione di 184.82 mathrm{2} mathrm{ab}., quasi tutti cattolici. Si divide in 21 parrocchie, alle quali attendono 45 sacerdoti del clero secolare.

Fu eretta da Pio VII il 31 ag. 1804; il 5 febbr. 1917 fu unita alla diocesi di Jericó, da cui venne separata il 3 luglio 1941.

BibL.: Annarín de la Iglesia Cutilira en Colombia, Bogotá 1938.

Pietro Gomez
ANTIPA, santo, martire. - Pati il martirio a Pergamo, probabilmente sotto Domiziano, certamente in data anteriore all' Apocalisse di s. Giovanni, giacché la lettera all'«angelo» di Pergamo ricorda il suo martirio: "Antipas testis meus fidelis, qui occisus est apud vos, ubi satanas habitat" (Apoc. 2, 13). Non è provato che fosse vescovo. La Passio, parto di fantasia ma antica, descrive il suo martirio, avvenuto dentro un bue di bronzo infocato (BHG, 138). I Menologi greci ed il Martirologio romano indicano la sua festa all' 11 di apr.

Bibl.: Martyr. Romanum, p. 134. - Tillemont, H. Venezia 1722, pp. 119. 523. Benedetto Pessi

ANTIPA (Antipas: forma contratta di Antipater, 'Avtinacpoc), Julius Herodes. - Tetrarca, figlio di Erode il Grande e della samaritana Malthake, nel Nuovo Testamento sempre chiamato Erode (come nelle sue monete). N. nel 20-22 a. C., fu allevato insieme a Manahen (Act. 13, 1), poi educato a Roma. Designato dal padre nel secondo testamento successore al trono in luogo di Archelao (v.) e Filippo, calumniati dal fratello Antipatro, e spalleggiato da quasi tutti i parenti, contestò il valore del codicillo aggiunto in favore di Archelao. Ma Augusto costituì Archelao etnarca e confermò ad A. la tetrarchia di Galilea e Perea, di cui prese possesso nell'estate del 4 a. C. ( 750 di Roma), assumendo il nome dinastico di Erode. Mt. (14, 9) e Mc. ( 6,14.22 ) lo chiamano "re", probabilmente secondo il linguaggio popolare. Le sue entrate ammontavano a 200 talenti ( 2 milioni di dracme).

Coinvolto nell'accusa dell'anno 6 d. C., fu assolto a stento dall'imperatore insieme con Filippo, mentre Archelao fu esiliato. A difesa della frontiera fortificò a Nord Sefforis, facendone la capitale della Galilea col nome di Aôtnapátnqcç (Caesarea o Diocaesarea), a sudest la ricostruita Betharamphta (Beth-Haram di Ios., 13, 27, odierna Tell er-Râmeh), cui diede il nome dell'imperatrice, Livias. Flavio Giuseppe la chiama Iulias dal secondo nome dell'imperatrice. In onore di Tiberio fondò verso il 17 d. C. la nuova capitale Tiberiade. Essendo il luogo cosparso di sepolcri, e quindi impuro, lo popolò con gente d'ogni razza e condizione, adescata con privilegi o condottavi di forza. Vi costruì lo stadio, il suo palazzo ornato di figure zoo-

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morfiche (distrutto nel 66 d . C.) e una grande sinagoga. Secondo Flavio Giuseppe, Bell. Jud., II, 9, 5 (178), fu accusato da Agrippa 1 presso Tiberio, ma senza conseguenze, poco dopo che Pilato aveva introdotto le insegne in Gerusalemme. Facilitò l'accordo di Vitellio con Artabano re dei Parti. Riguardo al banchetto dato allora sull'Eufrate, differiscono Svetonio, Tacito, Dione Cassio. Per aver voluto precedere la relazione ufficiale dell'incontro si ingrazio l'imperatore, ma si inimicò Vitellio, che si vendicherà poi sotto Caligola.

Aveva sposato la figlia di Areta IV, re dei Nabatei, per assicurarsi le frontiere verso l'Arabia. Le relazioni amichevoli tra i due monarchi furono turbate dall'intervento di Erodiade, moglie del suo fratellastro Erode Filippo (v.). Invaghitosene durante un viaggio alla volta di Roma, le fece proposta di matrimonio. Erodiade accettò, dietro promessa di divorzio dalla moglie, e convenne che l'avrebbe seguito al ritorno da Roma. La figlia di Areta, scoperto il piano, si recò a Machernotte, da dove, d'intesa con gli "strategoi» nabatei, raggiunse il padre che decise di vendicarla. Pretesto alla guerra fu una contesa di confini intorno alla regione di Gamala. Gravemente sconfitto, A. si rivolse al suo protettore Tiberio, che ingiunse a Vitellio di muovere guerra ad Areta e di consignarglielo in catene, o, se morto, di spedirgliene la testa. Con due legioni e molte truppe ausiliarie Vitellio lentamente si mosse (primavera del 37). Mentre sostava con A. a Gerusalemme in occasione della Pasqua, ricevuta al quarto giorno la notizia della morte di Tiberio e dell'elezione di Criligola ( 16 marzo 37), sospese la spedizione e rimindò l'esercito ai quartieri d'inverno. Si era vendicato !

Secondo Flavio Giuseppe, nella sconfitta i Giudei videro il giusto castigo per l'uccisione del Battista. Essendo stato rimproverato da Giovanni Battista per l'unione incestuosa e adulterina con Erodiade, A. temette che il sentimento religioso del popolo, forte dell'autorità dell'uomo di Dio, esplodesse per condannarlo. Lo volle prevenire imprigionando il Battista, poi l'allontanò dalla Galilea relegandolo a Macheronte. D'altra parte, lo venerava e l'ascoltava volentieri, benché i suoi discorsi lo mettessero in imbarazzo (Mc. 6, 19 sg.). Per timore del popolo non osò ucciderlo e le difese dalle insidie di Erodiade. Ma nel banchetto dato agli ottimati e ai capi di Galilea per il suo genetlirco, nei fumi del vino, e ritenendosi vincolato dal giuramento fatto a Salome, ordinò che fosse decapitato e la testa portata nella sala del convito (Mt. 14, 1-12; Mc. 6, 14-20).

Per divergenze di dettaglio nei confronti di Flavio Giuseppe (nome del marito di Erodiade, Erode-Filippo [Mc. 6, 17], età di Salome, motivo dell'uccisione) e per la somiglianza del racconto di Esth. 5, 6, M. Dibelius (Die urchristliche Oberlieferung von Johannes dem Täufer, in Forschungen zur Rel. u. Lit. des A. u. N. Test., 15 [1911], pp. 123-29), e A. Loisy (Les évangiles synoptiques, I, Parigi 1893, p. 917 sgg.), mzttono in dubbio la storicità del racconto dei Sinottici. Li confutano: D. Buzy, St. Jeon-Baptiste, Parigi 1922, pp. 344-57, e M.-J. Lagrange, Ev. selon st. Marc. 3^{text {a }} ed., Parigi 1927, p. 163; M., L'Evangelo di Gesù Cristo, trad. ital., Brescia 1930, pp. 197-99.

Si è tentato di determinare la data del viaggio di A. a Roma, mettendolo in relazione alla congiura di Seiano (30-31 d. C.). Ma W. Otto propone l'anno 15, Lagrange il 26. La connessione tra l'intervento di Vitellio e la morte di Tiberio da una parte, e il ripudio della figlia di Areta dall'altra, è molto incerta. Quindi
anche la data della decapitazione del Battista è basata su mere ipotesi.

I Vangeli sinottici descrivono A. corrotto e superstizioso. In un primo tempo desiderava vedere Gesù, credendolo il Battista redivivo (Lc. 9, 7-9); poi, intravvedendovi un nuovo pericolo, da alcuni farisei lo fece minacciare di morte se non lasciava la Galilea (Lc. 13, 31-33). Pilato glielo inviò quale suddito durante il processo, mentre A. era a Gerusalemme per la Pasqua. Deluso nella speranza di vederlo operare qualche prodigio - Gesù non rispose alle molte domande rivoltegli - gli manifestò il suo disprezzo e per beffa lo rimandò a Pilato avvolto in una veste splendida ( 2 π μ- π ρ hat{σ} ν, ma volg. "alba"; Lc. 23, 6-12). Questo scambio di cortese a spese del Redentore riconcilió Erode e Pilato che erano nemici (se per abuso di autorità di Pilato in confronto del tetrarca [come in Lc. 13, 1] o per le delazioni di A. a Tiberio nei riguardi di Pilato, è questione incerta).

Erodiade, invidiosa della fortuna di Agrippa I (v.), dalla miseria elevato alla corona regale, si adoperò per indurre A. a domandare altrettanto. Questi, dopo aver resistito a lungo, infine cedette e, fatti grandi preparativi, si mise in viaggio per Roma insieme con Erodiade. Agrippa, forse per vendicarsi di chi una volta gli aveva rinfacciato la miseria (Antiq. Jud., XVIII, 6, 2 [150]), causò la sua rovina: egli (secondo Bell. Jud., II, 9, 6 [183]) o il suo liberto Fortunato (Antiq. Iud., XVIII, 7, 2 [274 sgg.]) sarebbe arrivato contemporaneamente a Pozzuoli, e, mentre A. presentava i desiderata all'imperatore a Baia, l'avrebbe accusato di aver cospirato con Seiano contro Tiberio e con Artabano contro Caligola stesso. Un armamento sufficiente per 70.000 uomini nei magazzini di A. ne era la prova. Caligola ritenne vera l'accusa e condannò A. all'esilio perpetuo nel 39-40, secondo Antiq. Jud. (XVIII, 7, 2 [252]) a Lugdunum (Gallia), secondo Bell. Jud. (II, 9, 6 [183]) nella Spagna (Lugdunum Convenarum, oggi forse Saint-Bernard de Comminges). La tetrarchia, con tutti i possedimenti privati, fu da Caligola donata ad Agrippa. Erodiade volle seguire colui che aveva amato e rovinato. E ignota la data della morte di A., dopo il suo governo di 42-43 anni.

Gesù lo definì «una volpe» (Lc. 13, 32). Con l'astuzia infatti guadagnò Antipatro, il padre Erode, quasi tutto il casato e perfino Tiberio; superò il pericolo che fu fatale ad Archelao. Tre capisaldi ne reggevano la politica: vassallaggio verso i Romani dominatori, amicizia con Areta, deferenza per le credenze religiose dei sudditi, sebbene egli fosse pagano nell'animo. Del suo ellenismo testimoniano anche due iscrizioni trovate a Coo e a Delo. La resistenza al piano di Erodiade dimostra che non fu di carattere debole. L'espressione di Antiq. Jud., XVIII, 7, 2 (245) "amante del quieto vivere» è esagerata. Ma fu dominato dalle passioni : il vino gli fece perdere l'amicizia di Agrippa (Antiq. Jud., XVIII, 6, 2 [150]), l'amore incestuoso l'accecò e lo perdette.

BibL.: 1) Fonti. - Nicola Damasceno, in Historiarum Graeorum Fragmenta, ed. C. Müller, III, Parial 1840, p. 35 sg.; Flavio Giuseppe, Bellum Iudaicum, I, 28, 4 (362); 33, 7 (664); 33, 8 (668); 28, 1 (521); II, 1, 3 (19); 2, 1-7 (14-38); 6, 1-3 (80100); 9, 1 (187 sg.); 3, 1 (68); 21, 6 (818); 9, 5 (178); 9, 6 (183); III, 10, 10 (539); id., Antiquitates Iudacae, XV, 9, 3 (320 sgg.); XVII, 1, 3 (20); 6, 1 (146); 7, 1 (187); 8, 1 (188); 8, 4 (202); 9, 1 (209); 9, 4-7 (224-49); II, 1-4 (299-320); I, 2 (121 sgg.); XVIII, 2, 1 (27); 2, 3 (26 sg.); 4, 5 (102 sgg.); 5, 1-3 (109-26); 5, 4 (133 sg.); 6, 2 (150); 7, 1-2 (240-58); id., Vita, 9 (37); 12 (65 sgg.): 17 (92); 54 (277); Strabone, XVI, 46; Tacito, Ann., VI, 37; Svetonio, Augustus, 101, 2; id., Caligula, 14; 17, 43-49; Dione Cassio, LV, 27, 6.

2) Studi. - Braun. De Herodis, qui dicitur magni, filiis pa-

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trem in imperio seculis, I, Breslavia 1873; D. Brown, Herod the Tetrarch, in Expositor, IV, 6 (1892, 11), pp. 305-12; E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes im Zeitalter 7. Christi, I, Lipsia 1901, pp. 3, 418 sge., 431 sge.; G. Felten, Storia dei tempi del N. T., trad. ital., I, Torino 1913, pp. 223-37; W. Otto, in Pauls-Wissowa, Bredencjel, der bhns. Altertumssitz., Suppl., II, (1913), pp. 168-91; G. Ricciotti, Storia d'leroele, II, Torino 1934, pp. 422-29; U. Holzmeister, Historia uetalis N. T., { }^{24} ed., Roms 1958, pp. 69-76; J. Gutmann, in Encyclopaedia indalca, II (1928), 947-51; A. H. M. Jones, The Herods of Indaea, Oxford 1958.

ANTIPAPA. - E colui che, elevato al Papato in modo non canonico, se ne attribuisce la dignità e l'autorità. Si tratta quindi d'un usurpatore (talvolta in buona fede) che, arrogandosi un potere che non ha, privo com'è di legittima missione per il governo della Chiesa, crea in essa non solo una scissione elettorale, ma, in caso di ostinatezza, un vero scisma tra i fedeli.

La parola a. è entrata nell'uso comune negli ultimi secoli del medioevo (cf. G. Villani, Nuova Cronica, IV, 18, 21, 26; X, 73, in Rerum Ital. Scriptores, XIII, 1728, coll. 112, 118, 121, 643; Lettera dei Fiorentini, 22 maggio 1328 : «ipse Bavarus cum ydolo suo [Niccolò V], quod antipapam nominat», in E. Baluze, Vitae Paparum Avenionemium, ed. G. Mullat, II, Parigi 1928, p. 201; s. Caterina da Siena, Lett. 310, 317, 322, ed. L. Ferretti, IV, Siena 1927, pp. 376, 437; V, ivi 1930, p. 15; s. Vincenzo Ferrer, De moderno ecclesine schismate tractatus, ed. A. Sorbelli, in Atti... R. Dep... di Romagna, Bologna 1905, p. 345; s. Antonino, Chronicorum, parte III { }^{2}, tit. xxit, cap. i, ed. Lione 1486, c. 390 ecc. La si trova anche in alcuni manoscritti del Chronicon di Prospero d'Aquitania, ma si tratta di annotazioni marginali in manoscritti del sec. xv: cf. ed. Th. Mommsen, in MGH, Chronica minora, I, 1892, pagine 458, 469). Il Baluze adopera per Niccolò V l'espressione Pseudantipapa (cf. ed. cit., I, 1916, p. 143).

La parola classica nell'antichità e nell'alto medioevo per a. e in genere per intruso era: Invasor; Invasor Sedis Apostolicae dice il Liber Pontificalis (cf. ed. Duchesne, I, pp. 465, 471, 472, 475; II, 143, 290: Card. Deusdedit, Coutra invasores et symoniacos et reliquos scismaticos, ed. Sackur, in MGH, Libelli de lite, II, 1892, pp. 300-365). Nella Collectio Avellana (ed. O. Günther, in CSEL 35, 1, pp. 59, 80) si legge che Bonifacio I ed Eulalio « episcopatum romanae Urbis contentionis ambitu pervoserunt e si accenna alla "Eulali usurpatione». Il diacono Giovanni (iniz. sec. vi) adopera per Lorenzo l'espressione: Romanae ecclesiae pervasor et schismaticus (cf. A. Thiel, Epistolae Rom. Pont., I, Braunsberg 1868, p. 697). Schismaticus è molto frequente come pure Apostolicus e Antichristus (cf. Niccolò II, in Hefele-Leclercq, IV, 2, 1911, p. 1146; s. Bernardo, Lett. 124, 126, 127, I, ed. Venezia 1726, pp. 129, 133, 138; Libelli de lite, passim, vi si trova l'espressione: antiabbates e antiepiscopi [I, p. 357], non a.; s. Caterina, Lett. 306, 310, 312, ed.cit., IV, pp. 348, 373, 374; s. Vinc. Ferrer, ed. cit., pp. 345-88, istruzione ai confessori, p. 432); Intrusus (cf. Martino de Alpartil, Chronica actitatorum temporibus Domini Benedicti XIII, ed. F. Ehrle, Paderborn 1906, passim, adopera di frequente la parola anticardinales, non a.; s. Vinc. Ferrer, ed. cit., pp. 340, 388); Contendentes (cf. Atti Concilio di Pisa 1409 : Mansi, XXVI, passim); Competitor, Pseudo Papa, Adulterinus Papa (cf. Platina, passim, anche lui adopera la parola anticardinales, non a.; cf. ed. critica, p. 312). Dai diversi autori citati e da moltissimi altri ancora si potrebbe trasere tutto un lungo elenco di epiteti polemici al riguardo degli a., ma ciò sarebbe qui fuori luogo.

La storia degli a. - che è insieme storia tristissima della prepostezza laica sulla Chiesa e del servilismo o dell'ambizione di taluni membri del clero - incomincia agli inizi del sec. III con s. Ippolito e termina alla metà del sec. xv con Felice V.

Voler precisare il numero degli a. è cosa oggi molto ardua; infatti gli autori oscillano tra 25 e 40 . Ciò è dovuto ai vari criteri seguiti per determinare il concetto di a. (per es. gli storici protestanti annettono valore alla deposizione d'un papa legittimo per motivi
politici, il che è rigettato dai cattolici) e alla scarsezza e spesso anche alla parzialità dei documenti. D'altra parte alcune elezioni furono cosi involute e faziosamente tumultuarie che neppure i contemporanei furono sempre in grado di chiarire la legittimità del vero Pontefice nei confronti del competitore, come si verificò, ad es., in occasione del grande scisma occidentale con le due obbedienze: avignonese e pisana, in contrasto con la romana, rappresentata da Urbano VI e dai suoi successori.

A scasso di equivoci, per distinguere fra papa e a. occorre tener presente:
1) se la Sede Apostolica divenne vacante per la morte o la libera rinuncia del Pontefice, uniche cause legittime per la vacanza;
2) se i legittimi elettori poterono liberamente assolvere il loro mandato; oppure se gli stessi sanarono con un atto pubblico successivo i vizi dell'elezione non canonica o per lo meno dubbia come accadde, ad es., per Vigilio.
3) se le norme canoniche vigenti per le singole elezioni furono osservate. E infatti noto che l'elezione dei Pontcfici (v. papa) è passata per successive fasi: nell'antichità si seguivano le norme correnti per l'elezione dei vescovi, alle quali i Concili romani del 498 e 499, sotto Simmasco (Hefele-Leclercq, II, 2, pp. 947 949, 1349-66; cf. anche Concilio romano del 465 , ibid., pp. 903-904); del 769 , sotto Stefano III (ibid., III, 2, 1910, pp. 734-35; cf. Constitutio romano dell'824: MGH, Capitularia, I, p. 323); del 1059, sotto Niccolò II (cann. 1 e 2: Mansi, XIX, 897; ibid., IV, 2, 1911, pp. 1139-67); del 1179, sotto Alessandro III (can. 1: ibid., V, 2, 1913, pp. 1087-88); e quello di Lione del 1274, sotto Gregorio X (can. 2: ibid., VI, 1, 1914, pp. 183-86), portarono precisazioni o importanti modifiche.

Gli stessi Concili comminarono pene severissime agli a. e ai loro fautori (cf. ad es. le sanzioni del Sinodo romano del 769: Lib. Pontificalis, ed. Duchesne, I, p. 476 e gli anatemi del 1059, can. I : « non papa, sed satanas, non apostolicus sed apostaticus ab omnibus habeatur et teneatur»: Mansi, XIX, 897) pene che nel CIC odierno sono contemplate nel can. 2314 e al cap. b della Costituzione Vacautis Apostolicae Sedis di Pio XII dell'8 dic. 1945 (AAS, 38 [1946], pp. 94-96).

Il primo intervento imperiale in favore d'un a. è quello di Costanzo per Felice II. Tali interventi poi si moltiplicarono sotto gli imperatori teutonici da Ottone I a Federico Barbarossa. Dall'a. Costantino (767-68) all'a. Anacleto II (1130-38) la nomina degli a. è spesso dovuta a fazioni capeggiate da nobili famiglie romane, desiderose di aver in mano le sorti e le sostanze del dominio temporale, in via di costituruzione e di assestamento : nobiltà (exercitus romanus), burocrazia patrimoniale ecclesiastica con la tua milizia agricola (familia s. Petri) e clero (venerabilis clerus con a capo i processi Ecclesiae) si trovarono spesso in contrasto per questa ragione.

Tenendo presenti i termini della nostra definizione e i principi enumerati, abbiamo cercato di compilare un nuovo elenco di a., diviso in tre sezioni : 1) a. autentici ; 2) a. dubbi; 3) a. impropriamente detti. Gli a. sono dubbi quando vi è difficoltà di assodare la legittimità della loro elezione. Impropriamente sono detti a. quelli ai quali mancano le caratteristiche che abbiamo elencate e non furono causa di vero scisma; il più delle volte sono dei semplici competitori sopraffatti o assoggettatisi spontaneamente dopo l'elezione.

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Ogni singolo a. avrà la sua voce a parte per i dati biografici. Indichiamo soltanto gli elementi che caratterizzano il loro pseudo pontificato.

## 1. - Antipapi autentici.

1.     - S. Ippolito, prete romano, 217-35. - Capo partito contro Callisto per motivi dottrinali; si riconcilia con Ponziano e muore martire con lui.
2.     - Novaziano, prete romano, 251-c1.258. - Eletto dai seguaci di Novato, contro Cornelio per motivi di persona, poi di dottrina.
3.     - Felice II, arcidiacono romano, 355-22 nov. 365. - Imposto dall'imperatore Costanzo al momento dell'esilio di papa Liberio. Confuso col martire romano omonimo del cimitero di via Portuense, ricordato nel Martyr. Hierosynianon al 29 luglio.
4.     - Ursino, diacono romano, 366-67 (espulso). Eletto dai fautori del precedente a. contro Damaso m. dopo il 38 r .
5.     - Eulalio, arcidiacono romano, 27, consacr. 29 dic. 418 - 29 marzo 419. - Eletto dai diaconi, mentre i preti e parte del popolo eleggevano Bonifacio I. Fu espulso con la forza; se ne perdono, in seguito, le tracce.
6.     - Lorenzo, arciprete romano, 498, di nuovo 501507. - Eletto dalla fazione del patrizio Festo contro Simmaco.
7.     - Vighlio, diacono romann, 29 marzo-1 i nov. 537, m. 7 giugno 555. - Fatto eleggere da Belizario dopo la violenta deposizione di Silverio, riconosciuto come Papa legittimo alla morte di Silverio (II nov. 537).
8.     - Pasquale, arcidiacono romano, fine 687. - Eletto, come Teodoro, da due partiti; non volle dimettersi alla nuova elezione di Sergio ( 15 dic. 687), fatta dalla maggioranza. Chiuso in un monastero, mori nell'ostinatezza nel 692.
9.     - Costantino, laico, di Nepi, 28 giugno, consacr. 5 luglio 767-1^{°} ag. 768. - Eletto dal duca Totone di Nepi e dai suoi pattigiani alla morte di Paolo I ( 28 giugno). Vizio nell'elezione e nello stato laicale del candidato.
10.     - Cristoforo, prete romano, ott. 903 -genn. 904. - Impriajiona Leone V e ne prende il posto.
11.     - Leone VIII, laico protoscriniario, 4, consacr. 6 dic. 963-1^{°} marzo 965 . - Eletto, benché laico, nel Sinodo romano del 4 dic. 963 , dopo la deposizione di Giovanni XII voluta da Ottone I più per politica che per amore dei buoni costumi. Giovanni XII mmi il 14 maggio 964 ed ebbe per successore Benedetto V ( 22 maggio), deposto un mese dopo ( 23 giugno) da Ottone e Leone, morto a Amburgo il 4 luglio 9650966.
12.     - Bonifacio VII, Francone, diacono romano, giu-gno-luglio 974, di nuovo ag.984-luglio 985. Col favore di Crescenzio soppresse dapprima Benedetto VI (giugno 974), poi, scacciato dal mismo imperiale Sicco e di ritorno da Costantinopoli, Giovanni XIV (20 ag. 984).
13.     - Giovanni XVI, Filagato, vescovo di Piacenza, apr. 997-febbr. 998. - Elevato al trono da Crescenzio figlio del precedente, contro Gregorio V, cacciato poi da Ottone II. Morì probabilmente a Fulda nel ior3.
14.     - Gregorio, ioi2. - Eletto dalla fazione di Crescenzio contro Benedetto VIII; se ne perdono, in seguito, le tracce.
15.     - Silvestro III, Giovanni vescovo di Sabina, 20 genn.-10 marzo 1045. - Eletto tumultuariamente
dai romani in agitazione contro Benedetto IX, il quale riapparve a Roma nell'apr. seguente.
16.     - Benedetto X, Giovanni, vescovo di Velletri, 5 apr. 1058-24genn. 1059. - Eletto dalla nobiltà romana mentre il clero responsabile dell'elezione con a capo s. Pier Damiani e Ildebrando elesse Niccolò II, intronizzato in S. Pietro il 24 genn. 1059. Benedetto X fu deposto nel sinodo di Sutri (genn. 1059).
17.     - Onorio II, Cadalo, vescovo di Parma, 28 ott. 1061-1072. - Eletto a Basilea col favore dell'imperatrice Agnese, reggente, contro Alessandro II. Persistette nello scisma fino alla morte (1072).
18.     - Clemente III, Guiberto, arcivescovo di Ravenna, 25 giugno 1080, consacr. 24 marzo 1084 8 sett. iroo. - Eletto nello pseudo sinodo di Bressanone ( 25 giugno 1080) per volere di Enrico IV contro Gregorio VII.
19.     - Teoderico, vescovo di S. Rufina, sett.-dic. i ioo. - Eletto dai fautori del precedente. Pasquale II nel iior lo relegò nell'abbazia di Cava, dove mmi nel 1102.
20.     - Alberto, vescovo di Sabina, febbr.-marzo i 102 - Eletto dai fautori di Guiberto. Pasquale II lo relegò nel monastero di S. Andrea di Aversa.
21.     - Silvestro IV, Maginulfo, arciprete di S. Angelo, 18 nov. 1105 - 12 apr. 1111. - Eletto dal partito imperiale contro Pasquale II, cui, abbandonato da Enrico IV, presiò obbedienza nel 1111.
22.     - Gregorio VIII, Maurizio Burdin, arcivescovo di Braga, 8 marzo 1118 - apr. 1121. - Imposto da Enrico V contro Gelasio II. Catturato a Sutri nel 1121, mori relegato verso il 1136.
23.     - Anacleto II, Pietro Pierleoni, cardinale prete di S. Maria in Trastevere, 14, consacr. 23 febbr. 1130-25 genn. 1138. - Eletto e sostenuto dalla fazione dei Pierleoni contro Innocenzo II.
24.     - Vittore IV, Gregorio, cardinale prete dei SS. Apostoli, 15 marzo - 29 maggio 1138. - Eletto dalla fazione dei Pierleoni; ma prestava obbedienza a Innocenzo II nel maggio seguente.
25.     - Vittore IV (V), Ottaviano da Montecelio (Tivoll), cardinale prete di S. Cecilia, 7 sett., consac