oll. 419427; VIII, col. 166r; P. Bernard, s. v. in DHG. III, coll. 823-24; P. Klug, s. v. in DSp. I, col. 723; A. Degert, Hist. des séminaires français, II, Parigi 1912, pp. 262-64; J. Zürcher, Die Bearbeitung von Antoine's Moralthoologie für Missionäre durch den Franziskaner Philipp von Carbignano, in Neue Zeitschr. f. Missionacissenschaft, 1 (Schöneck 1945), pp. 108-12. Edmondo Lamalle
ANTOLINEZ, Agusyln. - Teologo agostiniano, n. a Valladolid il 6 dic. 1554, m. a Compostella il 19 giugno 1626. Fece professione religiosa nel convento agostiniano della sua città nel 1571; nel 1582 era maestro degli studenti nel convento di Salamanca.
Professore di teologia all'Università di Valladolid e poi di teologia e di S. Scrittura nella Salmanticense, fu anche superiore della fiorente provincia di Castiglia dal 1598 al 1607. Riprese l'insegnamento fino al 1623 , anno in cui fu preconizzato vescovo di Ciudad Rodrigo. Il 26 ag. 1624 fu trasferito alla metropolitana di Compostella, dove morì in odore di santità.
Scrisse: Tractatus de Deo, de gratiae auxiliis et de praedestinatione; Is I-II circa 99, de voluntaria; In sup. 2 libri Iob; Expositio Bullae cruciatne Sciti V; commenti su alcuni salmi; Vida de s. Juan de Sahagún (Salamanca 1605); Historia de S. Clara de Montfalco (Salamanca 1613); Regla dada par N. S. Agustia a sus morfas con las constituciones para la nueva recolección de illas (Madrid 1616); storie di altri santi del suo Ordine, rimaste inedite; Amores de Dios y el alma, commento alle canzoni missiche di s. Giovanni della Croce (Madrid, Bibl. naz., mss. 2037, 6895,7072 e 13505 ).
BibL.: G. de Santisén Vela, Ensayo de una li'li. ibero-americano de la Orden de s. Aventin, I, Madrid 1913, pp. 146-64. Davide Gutierrez
ANTOLINI, Gianantonio. - Architetto, n. a Castel Bolognese nel 1754. Iniziata la sua educazione artistica a Bologna, passò a Roma, dove si dedicò allo studio dei monumenti antichi. Fu membro dell'Accademia Romana della Pace, ai cui canoni si mantenne fedele attraverso il suo stile, espresso o in forme semplici e severe d'ispirazione greca, o grandiose d'ispirazione romana. Le sue tendenze, più che dalle scarse opere - disegno del 1804 per il Foro Bonaparte a Milano, per le Procuratie nuovissime a Venezia - risultano dagli scritti teorici : dall'Ordine dorico ossia il Tempio di Ercole nella città di Cori del 1785, alle Osservazioni e aggiunte ai principi di architettura civile di F. Milizia del 1817 o Le rovine di Velleja del 18191822. Dal 1815 alla morte (1842) fu professore all'Accademia di Brera, contribuendo a diffondere anche negli edifici sacri le forme paganeggianti proprie dell'accademismo neoclassico.
Bibl.: L. Malvessi, Le glorie dell'arte lombarda, Milano 1882; Anon., s. v. in Thieme-Becker I, p. 565 . Maria Donati
ANTOLOGIA. - Giornale scientifico e letterario, fondato a Firenze da Gian Pietro Vieusseux nel genn. 1821 e soppresso nel 1833 dal Governo di Toscana. Sorse come una raccolta di traduzioni da riviste straniere, ma ben presto vi apparvero anche scritti originali, rivolti soprattutto (com'ebbe a dichiarare il Vieusseux) a far conoscere l'Italia a se stessa, a difenderne le glorie, e a incoraggiare gli sforzi. Per lunghi anni l'A. fu palestra di vivaci polemiche. Vari gli argomenti trattati (letteratura, storia, filosofia, pedagogia, economia politica, legislazione sociale) e numerosi e illustri i collaboratori : dal Lambruschini al Colletta, dal Romagnosi al Leopardi. Notevole, soprattutto, una garbata cortesia, un senso di moderazione e di equilibrio che mai mancavano, neanche nelle più accese discussioni. Ma in seguito a due scritti (di cui uno del Tommaseo) pubblicati anonimi nell'ultimo numero del 1832 e che parvero ispirati a idee troppo liberali, gli ambasciatori di Austria e di Russia presentarono una protesta al Governo granducale di Toscana il quale, con decreto 25 marzo 1833 , ordinò la cessazione del periodico. Rinacque nel 1866 a Firenze col titolo di Nuova Antologia (v.).
Bibl.: P. Prunas. L'A. di G. P. Vieusseux, Roma 1906: A. De Rubertis, L'A. di G. P. Vieusseux, Foligno 1922; A. Baldini, Il sor Pietro, Cosimo Paboreschi, + Tuttodinati, ²ᵃ ed., Firenze 1943. Riccardo De Santis
ANTOLOGIO ( τ dot{α} é ν δ α λ dot{α} γ ω ν ). - È presso i Greci una raccolta dei principali uffici del santorale e del temporale sparsi nei vari libri liturgici.
La prima edizione conosciuta fu stampata a Venezia
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Antonelli, Alessandro - Mole antonelliana (1863) - Torino.
nel 1587 per cura di Manuele Glinzunios, più volte riprodotta nei secoli seguenti. Riveduto da Antimo Mazaraki, il testo fu pubblicato da ultimo a Venezia nel 1882. Di questo libro esiste anche un'edizione slava del 1643 , ed un'altra, slava e rumena, del 1703. Di altra natura è l'A. composto da Antonio Arcudia, arciprete di Solito, dietro suggerimento del card. G. A. Sanctorio, protettore del Collegio greco, nel 1398, e stampato nella Tipografia Vaticana. Questa edizione, severamente censurata da Leone Allacci, non fu mai usata fuari d'Italia. Ad imitazione dell'A. sorsero non poche raccolte di uffici estratti dai libri liturgici, così in greco come in slavo ed in rumeno, ad uso del clero e del laicato.
Bibl.: E. Legrand. Bibliographie hellénique du XVIIr siècle, I e II, Parigi 1885; J. Bianu-N. Hodes. Bibliografia romdoésed Vechd, I. Bucarest 1903.
Placido De Meester
ANTOMMAKCHI, Francesco. - Medico, n. a Morsiglia (Corsica) nel 1790, m. a Santiago de Cuba il 3 apr. 1838. Fu scelto dal card. Fesch e da Madama Letizia a sostituire O'Meara in qualità di medico di Napoleone nel suo ultimo esilio. Raggiunta S. Elena nel sett. 1819 l'A. vi rimase fino alla morte dell'imperatore, rifiutandosi di firmare l'atto di autopsia, poiché riteneva non essere stato determinato il decesso da un cancro allo stomaco, come ivi si sosteneva. Nel 1830 fu al servizio degli insorti polacchi, a Varsavia. Poco dopo si decise a pubblicare la maschera presa sul volto dell'imperatore defunto, ma sollevò tale scalpore da farla considerare una mistificazione; perciò dovette lasciare l'Europa per l'America, dove passò gli ultimi anni della sua vita, prima a
Nuova Orleans poi all'isola di Cuba. Scrisse Les derniers moments de Napoléon (Parigi 1825); e Mémoires et observations sur le choléra regnant à Varsovie (Parigi 1831).
Bibl.: F. Masson, Les médecins de Napoléon, e Le cas du chirurgien A., in Autour de Sainte-Hélène, ³ᵉ serie, 2^{°} ed., Parigi 1912, p. 227 sgg., e 1^{°} serie, 4^{°} ed., ivi 1909, p. 127 seg.
Silvio Furiani
ANTON, Gabriel. - Psichiatra tedesco (1858-1944) professore all'Università di Halle. Fu il relatore della famosa "Dichiarazione" della Facoltà medica di Halle (1917) sulla innocuità della continenza sessuale g'ovanile che provocò le critiche dei medici immoralisti tedeschi.
Bibl.: Münchener Medizin. Wochenschrift, 24 (1917), pp. 798799; Hauptmann, G. A. zum siebzigsten Geburtstage, in Klinische Wochenschrift, 1928, II, 26 ag., p. 1669 sg. Luigi Seremin
ANTONACCI, Pietro. - Scrittore gesuita, n. a 'lolentino il 1^{°} luglio 1801 e m. a Roma il 31 ott. 1874. Ricevuto nella Compagnia come fratello coadiutore nel 1828, dopo aver fatto studi di medicina, fu per molti anni infermiere e farmacista nel Collegio Romano. Per le sue ampie conoscenze scientifiche fu fatto membro di varie accademie.
Si rese benemerito delle missioni con varie pubblicazioni, destinate ai missionari: Manuale pratico di medicina, chirurgia e farmacia per commodo delle missioni straniere (Roma 1845 ; 5^{°} ed., 4 voll., 1866), completato da un Catechismo medico... per commodo specialmente delle missioni estere (Roma 1854); Repertorio generale delle più varie e utili operazioni fisico-chimiche ed industriali per commodo di tutti ma specialmente delle missioni straniere (2 voll., Roma 1858). Per ordine di Pio IX, compilò e pubblicò un Codice farmacentico romano teoricopratico (Roma 1868) con un apposito Formulario (ivi 1869).
BibL.: Sommervogel, I. coll. 427-29; Streit, Bibl., I, passim. Edmondo Lamalle
ANTONELLI, Alessandro. - N. a Ghemme (Novara) nel 1798, ingegnere, allievo del Bonsignore, poi docente all'Accademia Albertina dal '36 al '57. Costrul la cupola del S. Gaudenzio a Novara, alta m. 125, con ordini di pilastri alternati a colonne e freccia fusiforme, e la più nota mole antonelliana a Torino, alta m. 168, intenzionalmente destinata a sinagoga. Ambedue le opere sono l'espressione di un grande ardimento tecnico ed emulano con le loro strutture murarie le coeve costruzioni in ferro, rivelando il gusto, tipico in quegli anni, di trarre dal puro tecnicismo le forme artistiche; tale errore di concezione privò l'architettura dell'A. di quella unità compositiva che è essenziale in una opera d'arte. Di scarso interesse sono altre sue opere, come il duomo di Novara, le chiese di Bellinzago e di Oleggio, ecc. Morì il io ott. 1888.
Bibl.: N. Tarchiani, Architettura italiana dell'Ottocento, Firenze 1937; A. M. Brixio, Ottocento e Novecento, Torino 1939; A. Daverio, Attualitú di A., in Metron (1948), pp. 24-28.
Guglielmo Matthiae
ANTONELLI, Giacomo. - Cardinale, n. il 12 apr. 1806 a Sonnino da modesta famiglia arricchitasi negli appalti governativi e nei lavori di bonifica delle paludi pontine e mantenutasi fedele al Pontefice durante la dominazione francese, m. in Vaticano il 6 nov. 1876. Studiò al Seminario romano e poi alla Sapienza, ed uscitone diacono e addottorato, ebbe dal padre Domenico il fondo necessario per costituirsi una prelatura di famiglia. Si volse subito ai pubblici affari, dimostrando acutezza d'ingegno, abilità nel disimpegnarsi e rare doti di amministratore. Gentile, imperturbabile, fine ed obbligante nel tratto ed insieme pronto a scorgere la giusta via di uscita nelle più intricate e controverse questioni, non tardò ad essere validamente sostenuto in particolar modo dai cardd. Zurla e Lambruschini, che gli aprirono la via a brillantissima carriera.
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Fu così, successivamente, referendario di Segnatura, assessore al tribunale criminale di Roma, delegato apostolico in Orvieto, Viterbo e Macerata. Le critiche condizioni dell'erario ed il malcontento destatosi in alcune province a causa dell'epidemia colerica del 1837 , gli offrirono il destro di dimostrarsi chiaramente dotato di intuito amministrativo e di sensibilità politica. Divenne presto sostituto del card. Mattei al dicastero dell'interno (1841), mentre di li a poco Gregorio XVI lo nominava canonico di S. Pietro, protonotario apostolico, ed il 5 genn. 1843 lo chiamava a succedere al card. Antonio Tosti nella carica di protesoriere della Camera apostolica, inviandogli nel marzo il biglietto di tesoriere generale. Appena un mese dopo, riusciva all'A. di liquidare felicemente l'arduo pro-

(Iut. Enc. Gali.)
Antonelli, Giacomo - Ritratto - Roma, Museo del Risorgimento.
blema dei beni di Eugenio Beauharnais, ricorrendo ad un prestito e giungendo al frazionamento di quella massa terriera in piccoli lotti da cedersi a poveri agricoltori sudditi pontifici.
Vicino a Pio IX sin dall'elezione, ne fu, unico, intimo e devoto consigliere e collaboratore per le cose temporali, ovviando, con la tenacia nell'operare, la calcolata freddezza e l'insuperabile fermezza, alle non comuni difficoltà politiche interne ed estere. Cardinale diacono del titolo di S. Agata de' Goti e poi di S. Maria in via Lata, l'11 giugno 1847, seguì con convinzione e validamente collaborò al vasto disegno di riforme, che Pio IX aveva in animo di attuare onde rendere lo Stato Pontificio capace di validamente sostenersi nei tempi nuovi. Presidente della Consulta di Stato sostenne il disegno d'una lega difensiva fra gli Stati italiani; contribuì alla compilazione ed alla promulgazione dello Statuto; appoggiò largamente il programma e l'opera di Pellegrino Rossi; ma si oppose, invece, con forte chiaroveggenza, a tutto quello che, con la richiesta dichiarazione di guerra all'Austria, poteva comunque ledere la piena sovranità del Papato e della Chiesa. Fra il io marzo ed il famoso 29 apr.
1848, si convinse che s'appressava il momento critico, nel quale si rendeva necessario romperla con i novatori, che vedevano nel Papa soltanto il principe italiano, o tendevano a minarne definitivamente l'autorità al cospetto dei sudditi e del mondo, per poi spodestarlo. E però, dopo l'uccisione del Rossi e l'assalto al Quirinale ( 15 -16 nov.) seppe A. molto abilmente giovarsi dell'opera dei rappresentanti delle maggiori potenze, concordi nel volere l'allontanamento di Pio IX da Roma, ma discordi circa il luogo d'esilio, che ognuno voleva fosse nel proprio territorio per avvalersene o in senso liberale, o in senso reazionario, e riusci a far pervenire il Pontefice in Gaeta di dove poté, con l'aiuto della Francia e di altri, ricondurlo a Roma alla caduta della Repubblica.
Pio IX lo premiò nominandolo Segretario di Stato, e tale rimase sino alla fine della vita, sforzandosi all'interno, e non senza successo, di ammodernare la compagine governativa con illuminare e ben intese riforme, di mantenere l'ordine pubblico, e di costituire un buon nucleo di forze militari; all'estero, di premere sui governi a favore del Pontefice per mezzo della sempre più influente opinione pubblica cattolica. A. sentiva, infatti, come già Consalvi e Bernetti, che presto o tardi il gran moto liberale avrebbe finito per prevalere, travolgendo il principato civile della Chiesa ma, appunto per questo, sapeva che il Papa non doveva e non poteva patteggiare. E furono ventun anni di resistenza ad oltranza condotta con raro accorgimento per mezzo di note e proteste sempre più intransiganti, volte a far constatare l'uso della violenza da parte degli avversari, e a salvar l'onore della millenaria istituzione, senza che l'avvenire ne restasse compromesso e leso il diritto, in modo che salvo trionfasse quel principio di effettiva e visibile sovranità, su cui sostanzialmente ai nostri giorni ha potuto attuarsi la Conciliazione. Anche dopo il 1870 continuò a battersi, non accettando la soluzione unilaterale rappresentata dalla legge delle Guarentigie, e puntando ancora e più sulle forze del gran mondo cattolico, specialmente nel rendere manifesta la pericolosa assurdità del trattamento fatto al Pontefice.
Di molte accuse e di molte critiche fu ed è tuttora oggetto la complessa personalità politica dell'A., che da tanti punti di vista ricorda certi grandi statisti ecclesiastici dei secoli precedenti, forse anche a causa della simpatica e gradevole presenza, cui non poco concorreva l'esile persona e l'occhio vivo e penetrante, del gusto per la conversazione e per la società, dell'amore per le arti belle e per certa sua raccolta di pietre e marmi preziosi. Privo di cuore non era, e lo si vide, fra l'altro, nei soccorsi generosamente largiti alla misera famiglia del cappellato Antonio De Felici che nel 1835 tentò di ucciderlo in Vaticano. Fu amico devotissimo di s. Giovanni Bosco e benefattore delle opere salesiane. Favorì largamente fratelli e familiari. La serie di equivoci col De Merode spiegasi attraverso l'opposto temperamento dei due contendenti, tanto generoso, impulsivo ed aperto l'uno, quanto ermetico, freddo e calcolatore l'altro. E del resto tutti i rilievi mossi, per essere di natura polemica e privi di documentazione, si vanno gradualmente estinguendo, come l'intrigo ordito intorno alla causa Fausti-Venanci, che ad altro non pervenne se non a rafforzare l'influenza di A. presso Pio IX, il quale probabilmente, più che prediligerlo, sentiva tutta l'importanza della sua opera.
Brec.s V. Vetere, I ventidue anni del card. A., Roma 1871; D'Ideville, Pie IX, Parigi e Bruxelles 1878; G. M. Villefranche, Pie IX, ivi 1879; P. Bohn, Continuazione della storia universale della Chiesa dell'abate Roderbacher, dall'elezione al pontificato di Pio IX nel 1846 sino ai nostri giorni, 3 voll., Torino 1879; R. De Cesare, Roma e lo Stato del Papa dal ritorno di Pio IX al se sett., 2 voll., Roma 1907; G. B. Pelczar, Pio IX e il suo pontificato, 3 voll., 1909-11; B. Labanca, A., in Saggi storici e
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biografici, Palermo 1011: J. Schmidlin. Papstgeschichte der neuesten Zeit, II, Monaro 1934, passim; G. De Chambrun. Un projet de séjour en France du Pape Pie IX, in Revue d'histoire diplomatique, ott.-dic. 1936: P. Dalla Torre, L'opera riformatrice ed amministrativa di Pio IX dal 1850 al 1870, Roma 1943. - Sull'amore per le belle av.1. di A. cf. P. Dalla Torre, Le plastiche a soggetto indigeno nordamericano del Pettich nel Pont. Museo Mitis. Etn. Vicende e significato d'una raccolta romana dell'Ottocento (Con documenti inediti), in Annali Lateranemi, 4 (1940). Ed in genere, poi, le ottime voci A, di A. De Waal, in Kirchenlexikon, I, coll. 978-80; di P. Richard, in DHG, III, coll. 832-837; di M. Rosi, in Res. del Riv. Nesi., II, pp. 83-87; di E. Soderini, in Euc. Ital., III, pp. 547-48.
Paolo Dalla Torre
ANTONELLI, Giovanni. - Scicnziato scolopio, n. a Candeglia, sobborgo pistoiese, il 10 genn. 1818, m. a Firenze il 14 genn. 1871. Divenuto scolopio il 7 nov. 1834, fu discepolo del p. Giovanni Inghirami, al quale succedette nella cattedra di matematiche superiori ed astronomia e nella direzione della Specola Ximeniana in Firenze. Nel magistero scientifico, l'A. continuò le belle tradizioni scolopiche, distinguendosi con le sue particolari osservazioni astronomiche e meteorologiche. Genialissima viene (a tutt'oggi) giudicata la sua idea di trarre sussidio dallo stato ottico dell'atmosfera per indagarne lo stato meteorico. Nel 1855 pubblicò un'opera di grande valore matematico sul concetto dell'infinito e degli infinitesimi applicato al calcolo differenziale: Di un nuovo modo di trattare il calcolo differenziale col principio infinitesimale. L'anno appresso comunicò all'Accademia dei Georgofili un originale saggio d'ideologia geometrica.
Con spirito galileiano, cercò di attuare praticamente i suoi principi teorici, applicandoli, nella loro copiosa varietà, ai problemi di alta matematica, alla fisica e alla meccanica. Degni di nota i suoi studi per il perfezionamento della celebre invenzione del motore a scoppio, dovuto al confratello Eugenio Barsanti, e dell'altra ingegnosa macchina per meglio utilizzare la forza del vapore, ideata da lui stesso, in collaborazione col p. Cecchi.
Come astronomo, effettuò il diligente ripristino in S. Maria del Fiore del famoso gnomone di Paolo Toscanelli; precorse il Clarck nell'osservazione del satellite di Sirio ed attese all'interpretazione dei problemi scientifici della Divina Commedia, compilando le classiche note inserite dal Tommaseo nel suo commento al poema.
Il poliedrico ingegno dell'A. si distinse anche nella risoluzione dei problemi idraulici per la benifica del padule di Fucecchio e per la sistemazione del lago di Orbetello. Speciale caratteristica dell'attività scientifica antorelliana è quella di avere applicato i suoi studi di matematica e geodesia alla redazione di progetti per nuove strade ferrate. Sostanzialmente suoi sono i progetti delle linee da Firenze al Trasimeno per Arezzo e da Firenze a Fidenza.
BibL: N. Tommaseo, Commemorazione di G. A., Firenze 1872left(2ᵃ mathrm{ed}right. con varianti e giunte inserite dell'autore, Firenze 1939, per cura del p. V. Vieil; A. Stiattesi, Intorno alla vita e agli scritti del p. G. A., in Boll. di Bibliografia e di Storia delle scienze matematiche e fisiche, Roma 1873; G. Giovannozzi, Il p. G. A., Pistoia 1910.
Bruno Bruni
ANTONELLI, Leonardo. - Cardinale, n. a Senigallia il 6 nov. 1730, m. ivi il 23 genn. 1811. Dopo essere stato segretario della Cifra e prefetto di Castel S. Angelo, fu segretario del Conclave che portò alla elezione di Clemente XIII (1758) e compose un diario dello storico evento. Nominato nel 1766 assessore del S. Ufficio, dovette esaminare il libro di Febronio, denunciandone le massime giurisdizionaliste. Pio VI, nel primo concistoro del 24 apr. 1775, lo creò cardinale, assegnandogli il titolo di S. Sabina. Nel 1780 divenne prefetto della Congregazione di Propaganda Fide, ne-
goziò con la Russia per l'organizzazione delle diocesi polacche giungendo all'erezione dell'arcivescovato di Mohilew. Diventato vescovo di Palestrina nel 1794, fu benemerito di quell'antica sede suburbicaria. A Roma istituì quattro oratori notturni. Durante la Repubblica romana, il 6 febbr. 1798, l'A. fu arrestato e rinchiuso nel carcere delle Convertite, dove gli fu proposto di rinunciare al cardinalato. In tale circostanza, egli fu esempio di intrepido coraggio apostolico. Inviato a Civitavecchia, poté raggiungere il Monte Argentaro. Espl絔one, si rifugiò a Castro. Dopo la morte di Pio VI prese parte al Conclave di Venezia. Nel 1800 optò per la sede suburbicaria di Porto e S. Rufina e, nell'anno seguente, fu nominato penitenziere maggiore ed arciprete della Arcibasilica lateranense.
L'A. partecipò attivamente alle discussioni che condussero alla stipulazione del Concordato con la Francia e fu presidente della commissione incaricata di esaminare il progetto di concordato per il Regno italico. Accompagnò Pio VII a Parigi nel viaggio per l'incoronazione di Napoleone, in qualità di prosegretario di Stato. Nel 1807 divenne vescovo di Ostia e Velletri, decano del S. Collegio e segretario della Congregazione del S. Ufficio. Durante l'occupazione napoleonica l'A., arrestato da un drappello di dragoni, fu inviato prima a Spoleto, poi a Macerata e a Senigallia, dove lo sorprendeva la morte.
Tra i suoi studi sono da ricordare le Memorie storiche delle sacre teste dei ss. Apostoli Pietro e Paolo e della loro ricognizione nella Basilica lateranense (Roma 1803).
BibL.: F. Cancellieri, Cevataphium Leonardi Antonelli Cardinalis, Pesaro 1823; G. Moroni, Dixionaris di erudizione sto-rico-ecclesiastica, II, Venezia 1840, p. 217; I. Rinieri, La diplomazia pontificia nel sec. XIX, Roma-Torino 1902-1906; C. Gendre, Pie VI, sa vie, son pontificat, Parigi 1906; P. Richard, s. v. in DHG, I, coll. 838-40; J. Schmidlin, Histoire des Papes de l'époque contemporaine, I, Lione 1938 (vers. franc.). Mario de Camillis ∼ ANTONELLI, Nicola Maria. - N. a. Senigallia 1'8 luglio 1698, m. a Roma il 24 sett. 1767. Cardinale, storico, canonista e orientalista. Fu anche segretario di Propaganda Fide e consultore membro e prefetto di varie congregazioni.
Scrisse: De Titulis quos s. Evaristus Romanis Presbyteris distribuit (Roma 1725), per difendere il carattere parrocchiale delle chiese della Roma primitiva; e sotto il nome di Emmanuele de Acevedo S. I. : Vetus Missale Romanum Monasticum Lateranense (Roma 1752). Le Dimostrazioni pubblicate da lui sotto il titolo Sermones s. Petris Iacobi ep. Niabeni (testo armeno e traduzione latina), seguendo l'errata indicazione di Gennadio di Marsiglia, furono più tardi riattribuite, nel loro testo siriaco, ad Afraste siro, dal Cureton.
BibL.: Hurter, V, coll. 112-13. Noemi Crostaroza-Scipioni
ANTONELLO da Messina. - Pittore, n. a Messina ca. il 1430 , m. ivi nel 1479. La sua attività comincia a essere nota nel 1457, quando ricevette incarico di un dipinto per Reggio Calabria. Del 1465 è l'opera sua più antica a noi nota, il Cristo che benedice, ora nella Galleria Nazionale di Londra. Nel 1475 A. si trovava a Venezia e vi dipingeva la pala di S. Cassiano, conservata mutila nel Museo di Vienna. Nel medesimo torno di tempo Galeazzo Maria Sforza le chiamò a Milano come ritrattista di corte. Nel 1478 era a Messina e si obbligava a dipingere un gonfalone per S. Maria di Randazzo.
Incerta è la formazione artistica di A.: a Napoli egli poté certamente conoscere l'arte fiamminga da originali e da pittori locali influenzati da quelli, come Colantonio, anche senza il viaggio in Fiandra narrato dal Vasari; il quale gli attribuisce pure il merito di
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(prese. B. irtacebari)
Antonello da Messina - Disegno per ritratto di ragazzo. Vienna. Albertica.
aver introdotto in Italia la pittura a olio, che invece vi era già nota e che da lui ricevette soltanto ampia diffusione. A. dové conoscere inoltre le opere di Piero della Francesca e così poté vincere, mediante lo studio della prospettiva e il senso del volume, il particolarismo fiammingo tanto evidente nel giovanile S. Girolamo della Galleria Nazionale di Londra.
Questo apprendimento arricchì il linguaggio pittorico di A., che infatti impostò i suoi ritratti in maniera nuova e insolita nel Quattrocento, evitando la tradizionale disposizione di profilo o di fronte e introducendo invece la rappresentazione di tre quarti : questo tipo divenne norma per la ritrattistica italiana e si diffuse universalmente.
Chiarissimo esempio del senso volumetrico dell'artista è il Martirio di s. Sebastiano della Galleria di Dresda; qui A. sembra ridurre, quasi anticipando tendenze modernissime, la figura umana ai suoi essenziali valori di solido geometrico; le membra del santo sono saldamente modellate secondo una forma tendenzialmente cilindrica, che è un arditissimo tentativo, del resto ben inquadrato nel gusto umanistico, di stilizzazione matematica della realtà. Ma il pericolo della fuga dal reale è vinto da A. mediante il suo innato senso dell'equilibrio, e la concezione puramente stilistica si contempera con la realtà dell'oggetto rappresentato e, quindi, col soggetto che egli deve rendere; il carattere religioso del quadro, pertanto, non viene mai perduto di vista dal pittore.
Il soggiorno di A. a Venezia fu decisivo per la sorte di quella pittura ed opera efficacemente anche su Giambellino e su Carpaccio : l'influenza del Mantegna cedette davanti ad A., il quale recò con sé, anche per la tecnica a olio, nuove raffinatezze coloristiche, che non intaccarono la saldezza della forma.
Tra le altre opere sacre di A. più note sono: l'An. nunziata del Museo di Palermo; la Madonna e Santi del Museo di Messina; l'Annunciazione del Museo di Siracusa; la Crocifissione di Anversa. Celebri sono i suoi ritratti, come il Condottiero del Louvre, il Ritratto di ignoto della Galleria Borghese in Roma. - Vedi Tav. CXX.
Bibl.: R. Longhi, Piero dei Franceschi e lo sviluppo della pit tura veneziana, in L'Arte, XVII (1914), pp. 198-221 e 241-26; A. Venturi, Storia dell'Arte Italiana, VII, iv, Milano 1915 (con bibl.); L. Venturi, s. v. in Thieme-Becker, I, pp. 267-72; B. Berenson, Pittore italiane del Rinascimento, trad. ital. di E. Cecchi, Milano 1936, pp. 21-22; S. Bottari, A. da M., Messina 1939: J. Laute, A. da M., in Pantheon, 23 (1939), pp. 181-90; C. Brandi, Musica dei dipinti di A. da M.: Catolago, Roma 1942; B. Berenson. Metude e attribuzioni, Firenze 1947. Vincenzo Golzio
ANTONELLO da Saliba. - Pittore, n. a Messina intorno al 1466, m. verso il 1535 , nipote di Antonello da Messina. Fu allievo di Iacobello di Antonio e dimorò, come sembra, a Venezia; mostra degli influssi del maestro, dello zio e di Cima da Conegliano. Dal 1497 operò in Sicilia e si attenne alla tradizione isolana.
Citiamo: Cristo sul sarcofago nel Palazzo Ducale di Venezia e la Madonna in trono (1497) del Museo di Catania, suo capolavoro.
Bibl.: R. Remisi, A. da S. nel Quattrocento e Cinquecento, in L'Azione, 9 febbr. 1910; B. Van Marle, The Development al Italian Schools of Painting, XV, L'Azi 1934, pp. 352-68; S. Bottari, Antonello da Messina, Messina-Milano 1939. Vincenzo Golzio
ANTONELLO da Serravalle. - Pittore veneto del xv sec. di cui mancano notizie precise; firmò nel 1485 un affresco rappresentante la Madonna in trono col Figlio e due Santi in S. Andrea a Serravalle e dipinse forse un'altra Madonna col Figlio nel portico di palazzo Tedesco nella stessa città. Fu più volte confuso con Antonello da Messina e con Antonello da Saliba.
Bibl.: H. V., s. v. in Thieme-Becker, I, p. 573.
Maria Donati

(ha. Albani)
Antonello da Saliba-Madonna in trono con il Bambino(1497). Catania, Museo.
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ANTONIA. - Fortezza che sorse a Gerusalemme, sul colle orientale, a nord-est del Tempio, ai piedi della roccia del Bezeta. Suo scopo era di proteggere il lato più vulnerabile della città, quello settentrionale, mentre gli altri tre lati erano protetti da valli naturali (Cedron ad est, Gecnna a sud, el-Meise ad ovest).
Fu primitivamente la "torre di Hanancel ", esistente ai tempi di Ier. 31, 38 (cf. Nehl. 3, 1; 12, 39, e Zach. 14, 10). Restaurata poi dal principe asmonco (135-104) Giovanni Ircano I (Flavio Giuseppe, Antiq. Ind., XVIII, 4, 3), fu chiamata senza altro Bira, "fortezza" (aramaizzato in Birtā, e da Flavio Giuseppe grecizzato in Baris: Antiq. Ind., XIII, 11, 2; Bell. Ind., I, 5, 4, ecc.). Erode il Grande la ricostruì con straordinaria potenza e splendore, e la denominò dal suo protettore Marco Antonio (Antiq. Ind., XV, 2, 4). La sua grandiosità, già a noi nota dalla descrizione di Flavio Giuseppe (Bell. Ind., V, 5, 8), è stata confermata dagli scavi diretti in quella zona dal p. Vincent nel 1931-32.
Nel 70 d. C., Tito la espugnò e la distrusse (Flavio Giuseppe, Bell. Ind., II, 17, 7). Sui rapporti dell'Antonia col pretorio di Pilato, v. pretorio.
BinL.: L. H. Vincent, L'A. et le Prétoire, in Rev. Bibl., 42 (1932), pp. 83-114; id., Autour du Prétoire, ibid., 46 (1937), pp. 563-70; M. Burrows, The Fortress A. and the Praetorium, in The Biblical Archaeologist, 1 (1938), pp. 17-19.
Gaetano M. Perrella
ANTONIA di Brescia. - Mistica domenicana, n. a Brescia verso il 1407, m. a Ferrara il 27 ott. 1507. Della famiglia Guaineri, crebbe virtuosissima fin dall'infanzia. Entrata nel monastero delle Domenicane di S. Caterina Martire in Brescia, visse appartata, amante delle umiliazioni. A 40 anni però fu posta a capo d'un gruppo di religiose incaricate del ripristino dell'osservanza nel monastero di S. Caterina martire a Ferrara.
La sua saggia direzione trasformò la casa ferrarese in un modello di piena vita regolare, che trasfuse in altri monasteri. Ma la severità di A. suscitò qualche scontento; il vicario generale la depose dall'uffizio priorale, assegnandole l'ultimo posto in comunità dopo le converse. A. ne fu lieta; in seguito fu rimessa in carica. Partecipe di divini favori eccezionali (visioni, voci), morì centenaria. Il culto subito resole non è stato finora sancito ufficialmente dalla Chiesa. I bollandisti hanno inserito le sue gesta al 27 ott.
BinL. Acta SS. Octobris, XII, Parigi 1867, pp. 407-409, con la biografia di Serafino Razzi: Année Dominienne. Octobre. Lione 1902, pp. 768-83; X. Faucher, s. v., in DIIG, III. col. 846. Angelo Viale
ANTONIANI. - Sono i discepoli di s. Antonio abate. Nella Vita Antonii scritta da s. Atanasio, si parla di una colonia di eremiti postisi verso il 306 sotto la direzione del santo, che essi veneravano come "padre». Raccolti e orientati verso un tenore di vita in certo qual modo societario, formarono una specie di comunità cremitica, di cui Antonio fu la guida; guida tuttavia prettamente spirituale, nella quale la libera volontà di ognuno era alla base della perseverante dipendenza da lui, o, dietro suo consiglio, del più provetto dei componenti la colonia. Impropriamente quindi si parla degli a. come di una famiglia religiosa, né il Santo intese fondare una comunità cremitica. Ma per l'opera da lui prestata e soprattutto per gli ampi ammaestramenti nella vita ascetica corroborati col suo esempio, egli fu lo strumento di Dio per l'ulteriore sviluppo ed organizzazione del monachismo antico. L'opera cosi iniziata fu continuata dai suoi imitatori : nel corso del sec. Iv si costituirono in Egitto colonie di solitari composte da principio di 2-10 persone, incrementare in seguito fino a raggiungere il numero di 6000 monaci, secondo la testimonianza di Rufino. Vi-

(pp. 31 m. F.)
Antonia - Muro dell'A. sotto il Convento delle Flagellazione, sede dello studio Biblico Fiancescano - Gerusalemme.
vente Antonio l'anacoretismo si diffuse nel basso Egitto, nella parte nord e ovest del deserto e ai due lati del delta del Nilo. Note principalmente le colonie cremitiche della Nitria e di Scete. Ogni solitario viveva col lavoro delle proprie mani, che durava dal mattino alle tre dopo il meriggio: ora in cui nelle celle aveva inizio il canto dei salmi. Il servizio divino era riservato al sabato e alla domenica. Il più anziano di otto sacerdoti, assistito dagli altri sette, offriva il sacrificio della Messa e spiegava il Vangelo. Gli anacoreti provetti dovevano abbandonare dopo qualche tempo la colonia, per ritirarsi in celle separate e sistemate a una certa distanza l'una dall'altra, in modo che nessuno potesse sentire e vedere il proprio vicino. Fondatore delle colonie di Nitria è s. Ammonio (morto prima del 356), mentre in quelle di Scete si distinse s. Macario detto l'Egiziano o il Vecchio, m. nel 391.
BinL.: St. Schiwirtz, Das morgendindische Münchtum, I, Maconza 1904, pp. 68-118; M. Heimbrecher, Die Orden und Kongregationen, I, ³² ed., Paderborn 1933, pp. 68-75; K. Heussi, Der Ursprung des Münchtums, Tubinga 1936, pp. 78-108; A. Fliche e V. Martin, Storia della Chiesa, trad. ital., III, Torino 1940, p. 309 sgg., con ampi riferimenti bibliografici sul monachismo. Mario Scaduto
ANTONIANI di Vienne. - Quest'Ordine si ricollega con le epidemie di "fuoco sacro", cosi frequenti nel medioevo. Il "fuoco sacro "o "fuoco di s. Antonio ", malattia oggi conosciuta col nome di "ergotismo cancrenoso ", era una intossicazione dovuta all'uso di pane fatto con farina infetta di segala cornuta, e che si manifestava con cancrene alle estremità, producenti mutilazioni letali. Verso la fine del sec. x e all'inizio dell'xi scoppiò in Francia una tremenda epidemia di questo male. Alcuni infermi, che pregavano s. Antonio abate, si dice che guarissero miracolosamente; onde il santo venne ad acquistare una particolare protezione taumaturgica sopra questo male. Un tal Gastone, si-
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gnore di Vienne, il cui figlio era stato guarito per intercessione del Santo, fondò un ospedale presso il priorato di La Motte-Saint-Didier, per la cura dei malati di questo genere. Sorse allora una prima congregazione di sette laici (1905), che venne poi da Bonifacio VIII trasformata in Ordine religioso con la regola di s. Agostino. L'Ordine, ora scomparso, venne detto dei Canonici regolari di s. Antonio del Viennait, ma più comunemente degli "A". Essi ebbero il vestito nero ed una "T"» azzurra sul mantello e sul lato sinistro della veste. Gli ospedali degli A. crebbero ben presto in numero ed in potenza, diffondendosi per tutto il mondo.
All'Ordine degli A. fu anche affidato l'ospedale mobile della Curia romana. Doveva seguirla nei suoi vari spostamenti e serviva anche per coloro che erano attirati nel luogo dalla presenza del Pontefice. In Roma questo ospedale aveva la sede davanti al Patriarchio lateranense, ma in seguito si trasferì presso la Basilica liberiana sull'Esquilino dove già esisteva un ospedale, detto di S. Andrea "de Piscina", che mutò il titolo in quello di S. Antonio. Ospedali a. erano anche in Salerno, insieme con quelli benedettini.
Bibl.: L. Cibrario, Descrizione storica degli Ordini religiosi, Napoli 1847; S. De Renzi, Storia della medicina in Italia, Napoli 1849; V. Advielle, Histoire de l'Ordre hospitalier de s. Antoine, Parigi 1883; A. Canezza, Gli arciospedali di Roma nella vita cittadina, nella storia e nell'arte, Roma 1933; A. Pazzini, I seati nella storia della medicina, Roma 1937. Adalberto Pazzini
ANTONIANI ARMENI. - Istituto monastico, ora estinto, iniziato nel sec. xviri dai quattro fratelli Murradian, durante la persecuzione da parte dei patriarchi armeni di Costantinopoli contro i fautori della corrente che voleva l'unione con Roma. Ritiratisi sul Monte Libano, ricevettero in dono la località di Creim, presso Beirut dove fu costruito il primo monastero (1716), sotto il titolo di S. Salvatore. Non essendo riuscito il tentativo di collegare la fondazione libanese con quella fatta dall'abate Mechitar a Venezia, gli A. di S. Salvatore di Creim adottarono (1752) la regola detta di s. Antonio, già approvata da Clemente XII per i Maroniti (1732) e nel 1761 trasferirono il noviziato a Roma. Un apostolato così bene iniziato finì nella seconda metà del sec. xix, quando la controversia tra hassunisti e anti-hassunisti portò i monaci armeni allo scisma. I beni superstiti e la ricca biblioteca furono incorporati nell'istituto armeno di Bzommar (Libano).
Bibl.: M. Ormanian, Le Vaticane et les Arméniens, Roma 1873; I. Srabian, La fondazione della Congregazione Autoniana, nella rivista armena Handes Aussorya, Vienna 1902, p. 287 sgn., e 1906, p. 367 sgs.
Gersbed Amadani
ANTONIANI CALDEI di SANT'ORosizDA. - In Mesopotamia e in Persia il monachismo, un tempo assai fiorente, era del tutto scomparso alla fine del sec. xviri. Gabriele Danbû (1784-1832) nativo di Mârdîn, da giovane era dedito al commercio; caduto gravemente malato, fece voto di farsi religioso qualora fosse guarito. Nel 1808 con due religiosi entrò nel monastero di Rabban Hormizd, presso Alqôš, e così diede inizio al suo Ordine. Il vescovo Henanîsô, della famiglia Abûna, creditaria della dignità patriarcale nestoriana, aveva concesso questo monastero al p. Danbû, ma poi se ne pentì e gli Abûna presero a perseguitare i monaci in tal modo, che il fondatore intavolò trattative con il patriarca maronita per trasferirli nel Libano. L'Ordine però era così necessario ai cattolici caldei che, nei suoi primi 17 anni di vita, offrì loro cinque vescovi. Nel 1830 la S. Congregazione di Propaganda ne approvò le costituzioni, e nel 1845 Gregorio XVI, col breve Monachorum instituta le approvò
di nuovo. Come dice il breve, esse sono quelle degli a. maroniti di s. Isaia, con poche modificazioni. Secondo la Statistica, pubblicata dalla S. Congregazione Orientale nel 1932, i monasteri sono 3 od i monaci 35.
Bibl.: P. Martin, La Chaldie, Roma 1867; Rašû, Hayât al-ab Daubâ, estratto di al-Nadjina, 1932; S. Belba, in Orientalia Christiana Aunteria, 122 (1939), con ampia biblioteca82.
Pietro Sfair
## ANTONIANI MARONITI Aleppini e Baladiti.
- Nel 1694 tre giovani maroniti d'Aleppo, Gabriele Eva, Abdullah Qavi'ali e Giuseppe al-Bârnî, chiesero al patriarca il permesso di fondare un Ordine religioso. Il Libano, come sempre per l'innanzi, era allora disseminato di monasteri a. acefali. Ottenuto il monastero di S. Maura, i tre giovani lo restaurarono per abitarvi. Nel 1695 il patriarca impose loro la cocolla e l'abito, e un anno dopo fu dato loro il monastero di S. Eliseo. Nel frattempo avevano compilato le regole e costituzioni, desumendole da libri orientali e occidentali, come dicono Qavi'ali e G. Assemani nella lettera premessa al libro delle regole. Il 10 ott. 1698 fu tenuto il primo capitolo e il p. Eva fu eletto generale.
Non tardò però a manifestarsi un dissenso circa il fine dell'Ordine, se cioè fosse per la vita attiva o per quella contemplativa. Evi, con due monaci, fu per la prima, gli altri per la seconda. Fu perciò tenuto il capitolo innanzi tempo, e Qavi'ali fu eletto generale. Eva visse alcuni mesi con i dissidenti a S. Mauro e poi porti nel 1701 per Roma, dove, dopo alcuni anni, Clemente XI gli affidò la chiesa dei SS. Pietro e Marcellino, fabbricandogli accanto una casa come ospizio e come collegio per i monaci. Costoro però solo nel 1724 ne presero definitivamente possesso per ordine della S. Congregazione di Propaganda Fide. Il 18 giugno 1700 il patriarca ad-Duvaïht approvò la regola, e i monaci emisero i tre voti solenni, ai quali nel 1705 aggiunsero quello dell'umiltà, prendendone la formola ai Carmelitani scalzi. Nel 1706 cambiarono il nome di Ordine aleppino con quello di Ordine libanese, e il patriarca G. Auwad approvò la regola con le aggiunte che nel frattempo vi erano state fatte, ma solo il 31 marzo 1731 Clemente XII approvò con il breve Apostolatus le medesime regole e costituzioni, già da G. Assemani considerevolmente ampliate, come risulta da scritti del medesimo pubblicati da L. Blaibel, e nel 1735 esse videro la luce in Roma, in arabo e in latino. Lo stesso Clemente XII nel 1732 approvò, con il breve In supremo, le regole per il collegio dei SS. Pietro e Marcellino, che nel 1753 fu trasferito in piazza S. Pietro in Vincoli. (v. anche i brevi di Benedetto XIV, Inimectum, del 7 ott. 1744, e Apostolatus, del 7 nov. 1745.).
L'attività missionaria, agli albori dell'Ordine, fu sancita nei suddetti brevi e nella lettera che mons. Assemani, come delegato del Papa, indirizzò ai monaci nel 1736, e oggi è in piena attuazione. Ben presto gravi contrasti cominciarono a serpeggiare fra i libanesi e i nativi di Aleppo, contrasti pslesatisi infine nel 1744 con il ricorso dei primi al patriarca. I libanesi, irritati specialmente da quelli - e non erano pochi che prima di entrare nell'Ordine non erano maroniti, persistettero a vivere separati anche dopo la proibizione di Benedetto XIV (Suprentum, 17 maggio 1757), finché Clemente XIV (Ex iniuncta, 19 luglio 1770) confermò la divisione in congregazione antoniana aleppina e congregazione antoniana baladita (indigena). Gli Aleppini fondarono una missione in Damietta nel 1745, dove, in un primo tempo, assistevano i fedeli di tutti i riti. In seguito assunsero l'assistenza dei Maroniti di tutto l'Egitto, eccetto Alessandria, e del Sudan.
Secondo la Statistica pubblicata nel 1932 dalla S. Congregazione Orientale, la congregazione aleppina conta 132 monaci, 10 monasteri, 14 residenze o ospizi (compreso un collegio in Roma e una parrocchia a Montevideo) e un eremo, mentre i Baladiti, che si diffusero solo nel Libano,
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contano 645 monaci (fra i quali alcuni eremiti), 31 monasteri, 25 residenze o ospizi (di cui uno in Cipro) e un collegio a Beirut. Per queste due Congregazioni, e per quella di s. Isaia, nel 1938 furono promulgate nuove costituzioni, che sono ora sotto esperimento.
Biel.: G. Farbāt (che fu secondo professo dopo i fondatori), Te rib ar-rabhda al-lubadaijjia, ms. 98 del Collegio ospizio maronita di Roma. A. Qarə'ali, fondatore, scrisse senza titolo la medesima storia, contenuta nel ms. 84 della stessa rollazione. Ambedue i manoscritti sono di proprio mano degli autori, morti rispettivamente nel 1731 e 1742. L. Blaibel, Ta rib ar-Rabhdaijjah al-murdaijjah al-lubadaijjah (Storia dell'Ordine maronita libanese), Cairo 1924 ; P. Huwairi, Ta'rib ar-riullah al-murdaijjah H'l-Outr al-Mijsi (Storia della Missione maronita in Egitto), Cairo 1927.
Pietro Sfair
ANTONIANI MARONITI di Sant'Isaia. - Gabriele di Blauzā (m. nel 1705), monaco di vita assai austera, fu nel 1663 consacrato vescovo d'Aleppo e nel 1704 eletto patriarca. Come allora era uso, sebbene vescovo d'Aleppo, egli continuò a risiedere nel Libano. Nel 1673 fondò il monastero (acefalo) di Tämis e vi abitò con dei monaci. Ai primordi del 1700 fece gettare le fondamenta del monastero di S. Isaia e, dopo alcuni mesi, vi mandò tre monaci, ai quali nel 1702 si aggiunsero altri tre. Da allora il numero dei monaci andò sempre aumentando. Per darsi una regola, costoro nel 1703 consultarono il vescovo fondatore, che li mandò dal patriarca ad-Duwaihi. Questi ordinò che assumessero le regole e costituzioni dei monaci libanesi, da lui approvate nel 1700 , ed essi le accettarono "sicuri che erano state raccolte dalle regole del grande anacoreta s. Antonio" (Ba'abdātī, Tärib ar-rabhdaijjah al-antiatijjah, 107). Nello stesso anno 1703 il patriarca le approvò, come poi fecero i suoi tre successori prima del 1740, anno in cui Clemente XII, il 17 genn., fatte poche modifiche in lecibus rebus, le approvò anch'egli con il breve Misericordiarum Patio. Nel frattempo, altri monasteri venivano affiliati a S. Isaia, e la Congregazione si propagò in tutto il Libano.
Secondo la Statistica della S. Congregazione orientale del 1932, essa conta 130 monaci e 25 monasteri; alcuni furono soppressi nel 1938. A Roma hanno un collegio, non ancora aperto.
Biel.: E. Ba'abdātī, Tärib ar-rabhdaijjah al-antiadjiah (Storia dell'Ordine antoniano), 1806: P. J. Khairallah, Histoire résumée de l'Ordre Antonio Maranite de la Cangrégatiau de s. Isnic, Beyrouth 1939. Pietro Sfair
ANTONIANO, Silvio. - Cardinale, umanista, pedagogista, n. a Castello (diocesi di Penne) il 31 dic. 1540, m. il 16 ag. 1603 a Roma. Di umili origini, avendo fin da fanciullo rivelato particolari doti di ingegno e di capacità negli studi, trovò aiuto e protezione, e poté compire gli studi giuridici a Ferrara, dove si addotterò, e nel cui ginnasio, appena sedicenne, dal duca Ercole fu posto ad insegnare eloquenza e umanità. Chiamato da papa Pio IV a Roma ad insegnare lettere, di qui, per la benevolenza dimostratagli dal card. Carlo Borromeo, si recò a Milano, e successivamente seguì in Germania il card. Morone, legato pontificio. Ritornato a Roma, dove compì gli studi di teologia sotto la direzione di s. Filippo Neri e fu ordinato sacerdote, ricoprì alte cariche in Vaticano, e il 3 marzo 1599 ricevette il cappello cardinalizio.
Rappresentante del tardo Umanesimo, formatosi sullo stile di Cicerone, fu' fecondo scrittore di carmi ed orazioni latine. Purista, criticò aspramente la Gerusalemme liberata del Tasso, e ne voleva purgata la forma, in modo che potesse esser data in lettura anche alle monache. Lo scritto che, dopo vari secoli, dà ancor ampia risonanza al suo nome, è il pregevole trattato di pedagogia, in tre libri, De Christiana pue-
rorum educatione, tradotto forbitamente in italiano (Dell'educazione cristiana dei figliuoli), che è un'ordinata esposizione dei principi fondamentali cui si è ispirata la controriforma nel campo educativo. S. Carlo Borromeo, per arginare la riforma protestante e porre la istruzione popolare e la superiore sul piano del nuovo indirizzo educativo espresso dal Concilio di Trento, spinse l'A. a scrivere quest'opera, e a darci con essa, fondata sulle verità della dottrina teologica, una sicura guida a genitori e maestri nell'educazione dei fanciulli.
Il libro fu pubblicato a Verona nel 1383, e, per il grande successo che ebbe, fu ristampato più volte fino al 1852 , e un'ultima volta ancora recentemente nel 1928, a cura di L. Pogliani. Mentre l'A. scriveva il suo trattato, i Gesuiti organizzavano la loro «Ratio studiorum». Con il trattato l'A. si rivolge specialmente, come poi il Calasanzio, fondatore della Scuole Pie, all'educazione delle classi popolari. Mentre è innegabile l'influsso di Plutarco, di Quintiliano, di Cicerone e di altri scrittori latini, anche per ciò che concerne le dottrine pedagogiche, sulle spirito umanistico dell'A., il suo trattato rispecchia, in modo particolare, le affermazioni morali del Concilio di Trento. Non vi mancano, però, spunti di nuove teorie, che hanno poi trovato ampio sviluppo nella pedagogia moderna: così, sulle inclinazioni e reazioni naturali, sull'indurimento fisico, sul metodo diretto nell'insegnamento delle lingue, sulla legge di graduazione didattica, ecc.
Nel piano degli studi è data la preferenza al latino sul volgare, e fine unico di tutta l'educazione è considerato quello di «allevare eristianamente i figliuoli conforme al timor santo di Dio e alle norme della santa sua legge». E perciò tutto un libro, il secondo, tratta dell'efficacia educativa della preghiera e dei Sacramenti. L'ultimo libro è invece dedicato agli aspetti civili dell'educazione, con una anticipazione anche delle necessità moderne dei nuovi tempi. L'opera dell'A., per l'indirizzo dell'educazione e istruzione elementare, non ha mancato di esercitare la propria influenza sui porto-realisti e su G. B. De la Salle.
Bim.: G. Castalone, S. A., S. R. E. Cardinalis cita a Josepho Castalione LV.D. exsscripta: Silvili Orationes XIII, Roma 1610; G. Carafa, De Gymnasio romano et de eius professoribus, 1791; L. Kuna, nella biografia premessa alla traduzione di De l'educazione dei figliuoli, Lucerna 1888; G. B. Gerini, Gli scrittori pedagogici italiani del sec. XVI, Torino 1897, pp. 439-84; M. Carbonera, S. A. o un pedagogista della riforma cattolica, Sondrio 1902; B. Peroni, Le prime scuole elementari governatice a Milano (1773-96), Pavia 1908; A. Benini, Un pedagogista del Rinascimento. S. A., in Annuario del R. Liceo Ginnasio Dante Alighieri di Ravenna, 1918-29; G. Vidari, L'educazione in Italia. Dall'Umanesimo al Rinascimento, Roma 1930, p. 99 seg.
Rosario Guido Tentori
ANTONIANUM: v. istituti di studi superiori. ANTONIAZZO Romano. - Pittore, n. in Roma, m . ivi dopo il 1508 . La sua formazione avvenne a contatto con i pittori umbri e toscani chiamati a Roma dal mecenatismo papale. Fiorenzo di Lorenzo, Benozzo Gozzoli, il Pinturicchio e soprattutto Meiozzo da Forlì formarono fondamentalmente la maniera di A. Sebbene la critica non ne abbia ancora ben chiarito la personalità, A. ha una notevole importanza per aver determinato l'ambiente pittorico romano del Quattrocento, poiché egli assimilò e tradusse in forme compostamente solenni la tradizione romana, e ne fece elemento di stile che trasmise alla sua numerosa bottega. Questa, operando largamente nel Lazio e nei confinanti paesi umbri, produsse opera stilisticamente discontinue, ma fu unitariamente caratterizzata dall'intento di monumentalità del suo maestro. E incerta l'attribuzione di molte delle numerose opere che vanno sotto il suo nome. Tra le poche firmate, la più antica pervenutaci è il Trittico della Quadteria civica di Rieti, cataio 1464, nel quale un certo squilibrio tra il gruppo centrale, aderente per l'asprezza del segno e il distacco dei piani alla maniera del Gozzoli, e i due pannelli
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laterali di più libera fattura fa credere a due fasi di esecuzione. Maggiore padronanza d'impianto della composizione è nel trittico di Subiaco, firmato e datato 1467 , in cui la semplificazione dei mezzi espressivi va a vantaggio della conquista del volume. Forse A. sotto l'influsso mediato o diretto di Piero della Francesca già sentiva l'esigenza di un rigore geometrico, che espresse negli affreschi di poco posteriori ( 1470 ca.) di S. Maria della Consolazione in Roma, di cui recentemente si sono ritrovati i frammenti i u situ. Verso