a conquista del volume. Forse A. sotto l'influsso mediato o diretto di Piero della Francesca già sentiva l'esigenza di un rigore geometrico, che espresse negli affreschi di poco posteriori ( 1470 ca.) di S. Maria della Consolazione in Roma, di cui recentemente si sono ritrovati i frammenti i u situ. Verso il 1480 A. collaborò con Melozzo da Forlì alla decorazione della biblioteca Vaticana, e ne fu

(1ut. Aisnato)
Antonio - Cristo in maestà - Roma, abside di S. Croce in Gerusalemme
tanto influenzato per tutto il resto della sua attività che per parecchie opere è dubbia l'attribuzione all'uno o all'altro pittore. Così, ad es., per il Giudizio finale dipinto sopra alla tomba di Juan de Coca nella chiesa della Minerva, per l'Annunciazione del Pantheon, e per quella di S. Onofrio al Gianicolo. Dalla collaborazione con Melozzo A. derivò quel maggiore respiro della composizione, ampiezza di forme e freschezza di colore che caratterizzano le sue opere successive : tra le quali sono notevoli il trittico degli Uffizi (r485), la Madonna del Sodalizio dei Piceni (Roma) e quella del Louvre, entrambe del 1494.
Tra le molte opere attribuite ad A., ma in cui ha certamente avuto molta parte la sua versatile scuola liberamente operante, sono, in Roma, gli affreschi dell'abside di S. Croce in Gerusalemme ( 1492 ca.) illustranti il rinvenimento della Croce, con vive reminiscenze umbre, particolarmente peruginesche e pinturicchiesche, e quelli del convento delle Oblate a Tor de' Specchi (r468). Particolarmente interessanti, questi ultimi, per il vivace gusto narrativo con cui sono ingenuamente raccontate, con semplicità di mezzi espressivi, le storie di s. Francesca Romana sul realistico sfondo delle piazzette e dei vicoli della Roma quattrocen-
tesca. Nell'àmbito della scuola di A. si inserisce pure il cielo di affreschi dell'oratorio di S. Giovanni Evangelista a Tivoli. Delle piture eseguite da A. con i suoi lavoranti nel Castello di Bracciano (1491) e di cui parla egli stesso in una lettera al principe Virginio Orsini, nulla è rimasto immune da restauri. - Vedi Tav. CXXI.
BibL: Per il catalogo delle opere, cf. : A. Venturi, Storia dell' Arte Italiana, VII, 2, Milano 1913, pp. 247-86 (con bibli, precod.); R. van Marle, Indias Schouh, XV, 1934, pp. 244 304; B. Berenson, Pittoreitaliane del Rinascimento, trad. E. Cocchi, Milano 1936, pp. 22-23. Per la valutazione critica di A., cf. il fondamentale studio di R. Loeghs, Le festure di A. R., in Vita artistica, (1927), pp. 226-33. Della vasta bibliografia sulle numerose opere di A., sicure o attribuite, si confronti, oltre gli studi citati dal Venturi: A. Rossi, Le opere d'arte del Mmuntoro di Tor de' Specchi in Rome, in Boll. d'Arte 1927, fasc. viII, pp. 4-22; fasc. 21, pp. 1-12; e: F. Lucano, Le antiche storie di s. Francesca Romana nell'Oralurin di Tor de' Specchi, in L'Illustrazione Vaticana, 1934, pp. 615-18. - G. Cantalamessa, L'Annunciazione al Pantheon, in Boll. d'Arte, 1900, pp. 281287: F. M. Perkins, Dipinti della Collezione Piatti, in Rassegna d'Arte, 1911, p. 6; id., Tre dipinti di A. R., in Rassegna d'Arte undra, 1911, pp. 36-38; A. Sacchetti Sassetti, A., Marc'Antonio e Giulio Aquili a Rieti, in L'Arte, 1916, pp. 88-98; V. Mariani, Un dipinta di A. R. nella chiesa di S. Nicolo in Carcere, Roma 1929; V. Pardici, Un cith d'affreschi di Melozzo da Forli, in Atti e memorie della Societa Tibericae di storia e d'arte, 1931-32, pp. 161-80; Su questo ciclo, cf. anche: A. Rossi, Opere d'arte a Tivoli, in L'Arte, 1904, pp. 146-57; E. Gerlini, Un dipinta antonicizzecca nella chiesa dello Spirito Santo dei Nupolstani, in: Roma. 1941, esir. dal fasc. x, pp. 3-5. Elsa Gerlini
ANTONIEWICZ (BoloZ-AntONIEWICZ), KAROL. - Predicatore e scrittore ascetico gesuita polacco, n. da nobile famiglia di rito armeno il 6 nov. 1807, a Skvarzawa (distretto di Zóikiew, Leopoli), m. a Obra il 14 nov. 1852 in fama di santità. Studiò diritto all'Università di Leopoli. Fu ufficiale di cavalleria dell'esercito polacco nella guerra contro la Russia del 1830-31. Sposò nel 1833 Sofia Nikarowicz, da cui ebbe cinque figli. Dopo la morte della moglie e di tutti i figli entrò nella Compagnia di Gesù l'i i sett. 1839; fu ordinato sacerdote nel 1844. Nei tumultuosi anni 1846-48 fece molto per calmare le falle, distinguendosi come predicatore. Svolse poi la sua opera apostolica a Cracovia, in Posmania ed in Slesia, dove morì per colera, contratto assistendo i moribondi in una grave epidemia. Un monumento gli fu eretto nella chiesa di Obra. Ebbe parte rilevante nella fondazione in Polonia dei conventi delle Dame del S. Cuore. Scrittore distinto, pubblicò quasi cento opere in prosa e in versi, quasi tutte d'indole religiosa.
BibL.: F. Spell, P. Karl A., Missionar der Gesellschaft fern, Breslavia 1872, trad. franc. di Th. Moccand, Le p. Charles A., de la C. de 7., 2 voll., Parigi 1879; I. Badeni, Ksiada K. A.,Cracovia 1896; L. Finkel, Bibliografia Historyi potdesi, III, Cracovia 1904, col. 2025 e passim; L. Koch, Fesnitedesibon, Paderborn 1934, p. 73; Sommervogel, I, coll. 429-41; VIII, coll. 1661-64. Valsriano Mevzenowicz
ANTONII, Pietro e Giovanni Battista degli. Pietro, musicista, n. a Bologna nel 1648 , e m. ivi nel 1720. Maestro di cappella in varie chiese della sua città, scrisse messe, salmi, mottetti, gli oratori S. Rocco e l'Innocenza depressa, oltre varia musica strumentale e per organo.
Giovanni Battista, fratello di Pietro, n. a Bologna nel 1660 , lasciò notevoli composizioni per organo.
BibL.: F. Vatielli, Arte e vita musicale a Bologna, I, Bologna 1927, p. 27 so.
ANTONINI, Giovanni Battista. - Scultore del xvir sec. che operò a Roma; è ricordato dal Titi come facente parte del gruppo di artisti che, per volere di Clemente XI, completarono la decorazione del colonnato di piazza S. Pietro eseguendo le 44 statue di traversino, allora mancanti. Gli viene attribuito anche un busto di s. Antonio nella Galleria Pallavicini di Genova. BibL.: B. Magni, s. v. in Thieme-Becker, I, p. 577.
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Antonino, santo - Statua bronzea di fra' Domenico Portigiani (sec. xvI) - Firenze, Chiesa di S. Marco.
ANTONINI EGIDIO da Viterbo: v. egidio da viterbo.
ANTONINO, arcivescovo di Firenze, santo. - Domenicano, della famiglia Pierozzi, n. a Firenze nel marzo 1389, m. a Montughi, presso la stessa città, il 2 apr. 1459. L'ambiente familiare ispirò al gracile ragazzo amore alla pietà e allo studio, specialmente del diritto. Sotto l'influsso del beato Giovanni Dominici, vestì nel 1405 l'abito dei Domenicani, passando il noviziato a Cortona. Dal 1406 al 1409 abitò il convento riformato a Fiesole, eretto dal Dominici. Durante lo scisma pisano, gli osservanti di Fiesole, fedeli a Gregorio XII, dovettero rifugiarsi in varie parti dell'Umbria, massimamente a Foligno. Dopo 7 anni di studi - A. era come il Dominici autodidatta - fu ordinato sacerdote a Cortona nel 1413 e nominato vicario a Foligno nel 1414. Mentre rendeva possibile il ritorno dei confratelli a Fiesole nel 1418 , fu ritenuto priore a Cortona fino al 1421 , per assumere poi i priorati in Fiesole nel 1421, Napoli (S. Pietro Martire) nel 1424, Roma (Minerva) nel 1430 .
Se a Napoli compose la sua prima opera Omnis mortalium cura, a Roma fu conosciuto da Eugenio IV, eletto nel Conclave della Minerva, e nominato uditore di Rota. Si adoperò allora, tra l'altro, per fissare gli onorari dei procuratori e dei notai. Dal 1435 al 1444, come vicario generale degli osservanti dell'Italia centrale e meridionale, provvide alla riforma regolare. Divenne pure il fondatore del celeberrimo convento di S. Marco, passato nel 1436 dai Silvestrini ai Domenicani. Cosimo de' Medici, coadiuvato da Michelozzo, riedificò e ampliò il convento e la chiesa. S. Marco fu dotato di due tesori speciali : le pitture del Beato Angelico e la libreria, che ebbe origine da un lascito dell'umanista Niccolò Niccoli e da sovvenzioni del Medici. Alle sue varie mansioni spirituali e di governo A. nel 1439 aggiunse il priorato di S. Marco. Allora mise mano alle sue opere maggiori, la Somma e le Cronache. Se non teologo ufficiale, fu almeno testimone del Concilio unionistico di Firenze. Spinto da carità e senso sociale, istituì nel 1442 i buonomini di S. Martino per l'assistenza agli indigenti ed afflitti.
Eugenio IV lo volle arcivescovo di Firenze, successore di Bartolomeo Zabarella (1445). Questa nomina fu una sorpresa per la città medicea e un peso per A., ma una benedizione per la Chiesa e per le anime. Non potendo sottrarsi, come pure avrebbe desiderato,
all'ordine pontificio, A. ricevette la consacrazione episcopale il 12 marzo 1446 a S. Domenico di Fiesole, prendendo possesso della diocesi fiorentina il giorno seguente. Noncurante dei movimenti filosofici e umanistici, si fece pastore del suo gregge, adempiendo con somma diligenza i suoi obblighi. Riorganizzò la diocesi, tenne come metropolita il Sinodo del 1451, esegui visite pastorali, amministrò la parola divina e i sacramenti, fu zelante del miglioramento dei costumi, si prodigò nella cura per la formazione del clero, nella direzione spirituale e nel promuovere le confraternite, si moltiplicò in opere di carità particolarmente per gli infetti di pestilenza. Mandato dai Fiorentini in missioni diplomatiche a Niccolò V, Callisto III e Pio II, ebbe dalla Curia romana incarichi particolari per tutta la Toscana, come il commissariato apostolico contro gli usurai e la promozione della crociata, bandita da Callisto III. Con estrema prudenza appoggiò il partito cittadino, opponentesi al principato mediceo, e nel 1458 si alzò fermo difensore della libertà e della costituzione fiorentina.
Versatissimo nelle questioni di diritto, dotato di esimia prudenza e sicuro giudizio, propenso a soluzioni moderate, giovò a quanti ricorsero ai suoi consigli (Antoninus consiliorum). Lasciò lettere, trattati spirituali, cronache e opere di teologia pratica di grande utilità, che ebbero una larghissima diffusione.
Gli scritti teologici, di carattere divulgativo, ma pieni di discernimento, assegnano all'autore un posto onorevole tra i sommi moralisti cattolici.
La sua salma dalla villa arcivescovile di Montughi fu trasportata e tumulata a S. Marco, ove tuttora è venerata. Adriano VI il 31 maggio 1522 lo canonizzò, ma la bolla relativa fu spedita da Clemente VII il 26 nov. dell'anno seguente. Festa il 10 maggio.
Scritti e dottrina. - I. Le opere minori. - Sotto il nome di Confessionale sono compresi tre tipi di opuscoli : a) il Defecerunt, in latino (Firenze 1473, ecc.), italiano e spagnolo; b) il Curam illius habe, manuale per i confessori (Bologna 1472, ecc.); c) l'Omnis mortalium cura, detto anche Specchio di coscienza, destinato ai fedeli (Firenze 1475, ecc.). Il De ornatu mulierum, sul lusso delle donne, scritto prima del 1437, venne inserito nella Somma, parte it. Il De excommunicationibus (Venezia 1474) fu inserito nella Somma, parte iil. Le Responsiones Antonini ad LXIX quaesita F. Dominici de Cuthalonia, consultazione giuridica del 1440 circa, sono aggiunte in varie edizioni del Confessionale. Il Trialogus de duobus discipulis euntibus in Emaus è una
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spiegazione dialogata delle profezie messianiche (Firenze 1480, ecc.).
Nella biblioteca Nazionale di Firenze (Magliabechiana, Conv. soppr. A. 8, 1750) il quadragesimale Conversimini) e nella Riccardiana (Cod. 308) si trovano piani e abbozzi di prediche del Santo. Una raccolta di 24 lettere di vario argomento spirituale usci a Firenze nel 1859. L'Opera a ben vivere, dedicata a Dianora Tornifuomi e a sua sorella Lucrezia, madre di Lorenzo il Magnifico, espone questioni spirituali (ed. di C. Angelini, 1926; vers. francese di Thiérad-Baudriller, Une règle de vie du XIX siècle, Parigi 1921) e preannunzia l'Introduzione alla vita devota di s. Francesco di Sales.
II. Le opere maggiori. - La Summa moralis e le Chronicae (anche Summa historiala), nelle intenzioni dell'autore, dovevano costituire un'opera in due sezioni: quella morale e quella illustrativa storica. Ma di buon'ora invalse l'uso di distinguere queste parti in due opere separate. La Summa moralis è l'opera capitale del Santo, con cui esercitò un grande influsso fino al 1600 . "Importante sotto l'aspetto teologico-morale ed etico-economico, persegue un fine più pratico che teorico, e per conseguenza non l'ha disposta come un sistema scientifico, nondimeno nella sua forma scevra di pretese raccoglie una gran copia di cognizioni teologiche" (M. Grabmann, Storia della Teologia cattolica, Milano 1939, p. 138). Le 20 edizioni complete vanno dal 1477 (Norimberga e Venezia) fino al 1740 (a cura di P. Ballerini, Firenze), l'ultima delle 10 edizioni incomplete si deve a D. Remedelli e T. Mamachi (Firenze 1741). Le Chronicae, composte tra il 1440 e 1459, distribuite in tre parti, 24 titoli e molti paragrafi, contengono, come simili opere medievali, delle compilazioni su persone, eventi e fatti presi dalle Sacre Scritture e altre fonti. Quanto più si avvicina al tempo suo, tanto più l'autore diventa sicuro e importante. Se ne registrano 17 edizioni dal 1484 (Norimberga) fino al 1587 (Lione), fatto che attesta la fortuna dell'opera.
BibL.: Le fonti per la vita del Santo sono: la Vita, scritta dal segretario Francesco di Castiglione (Acta SS. Maii, I, Parigi 1866, pp. 314-62), l'altra del librato Vespasiano da Bistici, la terza del notain Baldavino, il libro d'entrate e uscite, documenti d'archivio e cronache conventuali. Fondamentale la monografia di R. Morcos; S. A. fondateur du couvent de Saint-Marc, archevêque de Florence, Tours-Parigi 1913 (con bibliogr.); id., s. v. in DHG, III, coll. 836-60. Vite di A. Masseron (Parigi 1926), P. Bergellini (Brescia 1947) e E. Sanesi (Firenze 1920). Sull'artivici. letteraria: J. Quétif-J. Echard, Scriptores Ord. Praed., I, Parigi 1719, coll. 817-19, II, ivi 1721, col. 311; Gesamthatalog der Wiegendruche, II, Lipsia 1926, coll. 360-476, nn. 2068-2203; Indice gen. degli incombali delle bibl. d'Italia, I, Roma 1943, pp. 7892, nn. 604-702; B. Walker, The "Chronicles" of s. Antoninus, Washington 1933. Sulla coscienza: F. J. Bürk, Die Lehre vom Genossen nach dem hl. Antonin, in Der Katholik, 30 (1909), pp. 17-37, 81-99. Sulla economia: C. Ilgner, Die volkssirtschaft. Anschauungen Antonins v. Florenz (1389-1459), Paderborn 1904; id., n. v. in Staatslexikon, I (1926), pp. 226-28; B. Jarrell, S. Antonino and mediaeval economics, Londra 1914. Sui doni: I. Paul, I doni delle Spirite Santo, secondo s. A. Arcivescovo O. P., in Vita Cristiana, 1939, pp. 387 sgg.; H. Wilms, Des heiligen Antonin Anschauung von Assese und Mystik, in Zeitschrift f. Ass. u. Myst., 1941, pp. 137-43.
Angelo Walz
ANTONINO da Lodi. - Missionario, al secolo Agostino Pezzoni, n. il 19 nov. 1777, si fece cappuccino a Orta il 4 apr. 1796. Dopo aver lavorato alcuni anni con zelo nella prefettura apostolica di Mesolcina, fu destinato 127 apr. 1805) alla missione dell'Indostan, dove si dedicò con entusiasmo allo studio delle lingue locali e vi tradusse il Pentatzuco, il Salterio, il Nuovo Testamento, vari libri liturgici ed altri per la istruzione degli indigeni. Nel 1824 ritornò a Roma, dove umiliò alla Congregazione di Propaganda Fide una dettagliata relazione, nella quale abbondano le notizie sul Tibet, Nepal e Indostan. Tra i mezzi da lui proposti per facilitare la conversione dei pagani e lo sviluppo della vita cristiana ris'itano questi : a) un seminario per il clero indigeno; b) scuole elementari dipendenti dalle missioni; c) circoli di studio presso le singole residenze. La Congregazione lo nominò pri-

(1) Antonino Pio - Busto (sec. II) - Vaticano, Museo Chiaramonti.
mo vicario apostolico del Tibet e vescovo titolare di Hesebon. A. ricevette la consacrazione episcopale il 12 dic. 1825 ; governò la missione per 16 anni ( 1826 1842), moltiplicando le opere di zelo, percorrendo il vastissimo vicariato, finché, affranto dalle fatiche, nel 1842 si ritirò nel collegio missionario di S. Fedele di Roma, dove insegnò per alcun tempo l'indostano ai futuri missionari, e compilò una Grammatica italiana e indostana, pubblicata nel 1874. Il 3 ott. 1844 morl a Lugano, nel convento dei Cappuccini, ove si conservano tuttora parecchi suoi manoscritti.
BibL.: Anon., Cenni biografici e ritratti di padri illustri dell'Ordine Cappuccino addimati alle dignità ecclesiastiche, II, Roma 1850, pp. 52-55; Clemente da Terzorio, Le missioni dei Min. Capp., IX, Roma 1935, pp. 234-27, 303-305; Monumenta Anastasiana. Documento vitam et gesta servi Dei Anastasil Hartmann collustrantia, Lucerna 1939, pp. 1053-70 e passim.
ANTONINO da Piacenza: v. anonimo Piacentino.
ANTONINO da Reschio. - Missionario, n. il 28 ott. 1832 in S. Martino di Fisciano presso Perugia, m. a Foligno il 19 luglio 1907. Vestì l'abito cappuccino nel 1847 e fu ordinato sacerdote nel 1855 . Per la cagionevole salute non poté recarsi alle missioni tra gl'infedeli, e dovette contentarsi della predicazione tra le popolazioni dell'Umbria. Collaborò con il card. Pecci (poi Leone XIII) nell'apostolato sociale. Nel maggio del 1878 partì per il Brasile; nel 1882 ritornò in patria per malattia, ma alla fine dello stesso anno fu destinato al Cile. Ivi aveva organizzato una scuola agraria, quando nel 1884 fu richiamato a Roma per la segreteria generale delle missioni. Visitò le missioni del vicino Oriente e dell'Africa del Nord. Lasciato l'ubficio nel 1896 , si diede all'apostolato della parola e della penna, lasciando una ventina di libri su questioni sociali, religiose, missionarie, ecc.
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D'interesse per le missioni sono: Memoria sobre a Catechese das Indios, Maranhao 1882; Monita pro ednca. tione juvenum Capuccinorum, praecipue illorum qui ad Missiones aspirent, Roma 1886; Missionum Ordinis FF. Min. Capuccinorum descriptio, Roma 1890; L'Araucania. Memorie inedite, Roma 1890.
Inedita rimase: La vita del genere umano raccontata da un Missionario ai selvaggi d'America. Prima parte (1883).
Bini.: Analecta Otd. Fr.Min. Capuccinoram. 23 (1907), p. 284 sgg.; F. da Vicenza, Gli arittori cappuccini della provincia serafica. Foligno 1922, pp. 227-38; I missionari capp. della proc. serafica. Citta di Castello 1931, pp. 323-29, 366.
ANTONINO PIO (Imp. Caesar Aelius Hadrianus Antoninus Aug. Pius), IMPERATORE ROMANO. - N. nell'anno 86 d. C. a Lanuvio, e segul tutta la carriera degli uffici sino a giungere nel 138 all'impero; era mite, retto, saggio, laborioso; fu soprannominato Pio per aver difeso la memoria di Adriano. Mantenne buoni rapporti col senato, fu generoso col popolo; amò la pace e l'ordine, fece costruire molte opere pubbliche. Era assai attaccato alla religione tradizionale, ma si mostrò tollerante anche verso gli altri culti ed in particolare temperò i rigori antigiudaici delpredecessore; fu paragonatralinitico legislatore della religione romana, Numa Pompilio.
Sotto il suo regno non mancarono i martiri cristiani, il più noto dei quali è il vescovo Policarpo di Smirne, mandato a morte per volontà del popolo, come risulta dalla lettera, certamente autentica, scritta da quella Chiesa con commovente vivacità descrittiva. E, invece, assai difficilmente autentico un documento riportato da Eusebio (Hist. eccl., IV, 13) relativo ad A., e cioè una lettera all'assemblea della provincia di Asia in cui l'imperatore, seguendo l'esempio dei suoi predecessori, raccomanderebbe tolleranza verso i cristiani. Le frasi che in essa ricorrono sono troppo benevole per la nuova religione; e inoltre, l'organo a cui la lettera è diretta non aveva competenza in materia. L'atto rimane tuttavia un indice significativo dello stato d'animo delle comunità cristiane verso gli imperatori che dimostravano comprensione e senso di giustizia. A. morì il 7 marzo 161 e venne tosto divinizzato.
Bini.: Dione Cassio, LXX; G. Capitolino, Ant. Pius, in Script. Hist. Augustae; Aurelio Vittore, Cnesares, 12. G. Lacour-Gayet, Antonin le Pieux et son temps, Parigi 1888; A. Hornack, Das Edict des Antoninus Pius, Lipsia 1892; A. Pliche e V. Martin, Storia della Chiesa, vers. ital. I, 20 ed., Torino [1942], pp. 305-307.
Paolo Breani
ANTONIO, poeta. - Presunto autore del Carmen adversus gentes, attribuito dai codici a Paolino di Nola. Il carme (il 32^{°} ), in 255 csametri, in cui il poeta
critica il paginesimo, il giudaismo e la filosofis, canta la gioia d'aver trovato la luce e il porto nell i re. igione cristiana. Poiché esso comincia cosi : Discussi, fatear, sectas, Antonius, omnes, il Gallandi ne ritiene autore un A. non altrimenti conosciuto. Ma molti studiosi, intendendo Antonius come vocativo, attribuibuiscono il carme a Paolino. C. Morelli sembra aver dimostrato, dal contenuto storico e dai difetti di composizione, di cultura, di tecnica del verso, di lingua e di stile, che l'autore non può essere Paolino e propone di assegnarlo all'anonimo autore dello pseudo-ciprianeo Carmen ad Senatorem.
Bini.: PL 5, 261 283; 61, 689-710; G. Hartel, in CSEL, 30, pp. 329-28; C. Morelli, in Didachubion, I (1912), pp. 481-94; O. Bardenhower, Geschichte der athirchlichen Literatur, III, Friburgu in Br. 1912, p. 576 sg ; M. Schanz, Geschichte der römischen Literatur, parte 40, I, 1^{°} metà, 2^{°} ed., Monaco 1914, p. 263; U. Moricca, Storia della letteratura latina cristiana, II, II, Torino 1928, pp. 1038-40. Michele Pellegrino
ANTONIO ABATE, santo. - Definito da s. Atanasio come il fondatore dell'ascetismo, n. verso il 250 a Coma (oggi Qeman) sulla riva occidentale del Nilo, nel medio Egitto, da genitoricristiani di condizione assai agiata. Rimasto orfano a 18 anni con una sorella
più giovane, si senti di lì a poco chiamato a una vita più perfetta, che volle seguire, dopo aver distribuito i suoi beni ai poveri e affidato la sorella ad una comunità di vergini. Allontanatosi dal villaggio nativo, fissò la sua dimora prima in una tomba egiziana antica, quindi in un castello abbandonato al di là del Nilo, presso Afroditopoli. Nella nuova dimora rimase chiuso vent'anni senza uscirne e durante questo periodo ebbe a soffrire terribili tentazioni dal demonio.
Il numero sempre crescente dei visitatori, specialmente di quelli che desideravano seguirne l'esempio, l'indusse ad aprire il suo ritiro, che nei dintorni si popolò di eremiti, dei quali A. divenne il padre e il maestro. Un tale movimento si riporta probabilmente al 305. Durante la persecuzione di Massimino (311), A. si recò ad Alessandria per soccorrere i cristiani e confortare i martiri. Ritornata la calma, riprese le sue austerità che rese ancor più dure, isolandosi del tutto presso il Mar Rosso a tre giorni di cammino dalla sua precedente dimora. Ad intervalli ritornava presso i suoi discepoli del Nilo; ma i visitatori, attratti dai suoi prodigi, seppero rintracciarne il nuovo domicilio.
Nel 335 ritornò ad Alessandria, dietro pressante invito di s. Atanasio per combattere gli ariani. L'entrata in città del famoso solitario portò i suoi frutti e numerosi furono gli eretici ricondotti alla fede. Presto però
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Antonio Abate, santo - S. A. perseguitato dal demonio di V. Traini (sec. xiv) - Pisa. Camposanto.
(1)el. Atimeti
raggiunse il suo ritiro del Mar Rosso, dove visse ancora vent'anni. Poco prima di morire predisse la sua fine imminente a due discepoli, che avevano ottenuto di condividere la sua vita negli ultimi 15 anni, e da loro volle la promessa che non avrebbero rivelato ad alcuno il luogo della sua sepoltura per sottrarla agli onori. Sin dal sec. v la tradizione liturgica fissava il giorno della sua morte al 17 genn. Secondo la leggenda la sua tomba sarebbe stata scoperta nel 565 e il suo corpo trasportato ad Alessandria, e quindi a Costantinopoli (635), donde le reliquie sarebbero passate in Francia nel sec. IX-x a St-Didier-de-la-Motte, e di li a St-Julien di Arles nel 1491.
La vita di A. fu un tessuto di prodigi e di lotte col demonio, che lo resero uno dei santi più popolari dell'antichità. Prese viva parte alle vicende della Chiesa in Egitto e fu in rapporti con s. Atanasio e Costantino il Grande. Ma l'importanza di A. è ancor maggiore nei riguardi della vita eremitica, che sotto il suo influsso assunse un nuovo indirizzo, quello cioè della costituzione delle comunità eremitiche nelle quali si viveva isolatamente o in gruppi di 2-10, con un genere di vita simile e pratiche comuni, senza però una regola determinata. La sua fama di santità varcò presto i confini dell'Egitto; la Chiesa greca incominciò a venerarlo dal sec. v; ma fu in Occidente che il culto di A. prese un grande sviluppo nel medioevo. Egli divenne il santo del popolo, al quale si faceva ricorso nelle epidemie, specialmente contro il cosiddetto « fuoco di s. Antonio ", contro la peste ed altri morbi contagiosi.
Le numerose confraternite sorte in suo onore (principale quella fondata in Francia sul posto delle sue reliquie, che è all'origine dell'Ordine degli Antoniani),
i ritiri di mendicità e gli ospedali a lui dedicati, oltre che la ricchissima iconografia antoniana, stanno a dimostrare la popolarità straordinaria goduta in Occidente dal santo eremita.
La tradizione manoscritta ha conservato sotto il nome di A. due piccole raccolte di lettere: la prima di 7 , la seconda di 20 , nella quale sono comprese le precedenti (PG 40, 978-99; 999-1066). Non è chiaro il rapporto di dipendenza tra le due, come si è al buio sulla fonte manoscritta della piccola raccolta. Oggi si tende ad identificarla con le sette lettere di A. scritte in copto e tradotte in greco, delle quali parla s. Girolamo (De Vir. ill., 88).
La vita di A. fu scritta da s. Atanasio nel 357 secondo alcuni, nel 365-73 secondo altri, e tradotta in latino da Evagrio di Antiochia nel 388 (entrambi i testi in PG 26, 835-976). Le obbiezioni sollevate dal Weingarten (Der Ursprung des Mönchtums, in Zeitsch. für Kirchengeschichte, I [1877]) contro il documento atanasiano, furono confutate da A. Eichhorn (Athanasiide vita ascetica testimonia collecta, Halle 1888), e J. Mayer (in Der Katholik, i e 2 [1888]), e più recentemente da Loop, Reitzenstein, Schwartz ed altri. L'autenticità della Vita Antonii oggi è comunemente ammessa dalla critica come un fatto fuori discussione.
BibL.: Tillemont, VII, Venezia 1732, pp. 101-44; St. Schiwietz, Das morgenländische Mönchtum, I, Magonza 1904, pp. 6879; A. Ronson, S. A. A., Roma 1906 (studio critico) : O. Bardenhewer, Geschichte der althirchlichen Literatur, III, Friburgo in Br. 1912, pp. 79-82; G. Grupp, Kulturgeschichte des Mittelalters, III, Paderborn 1923, p. 171; IV, ivi 1924, p. 256; N. Hovorka, Leben und Versuchungen des hl. Antonius, Vienna 1922; L. von Hartling, Antonius der Einsiedler, Innsbruck 1925; G. Garitte, A propos des lettres de s. Antoine l'Ermite, in Muséon, 52 (1939), pp. 11-31; id., Une lettre grecque at-
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LA VERGINE IN TRONO FRA S. PAOLO E S. FRANCESCO Roma, Museo di Palazzo Venezia.
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(Ist. Andrresu)
LA VERGINE IN GLORIA CON S. GIORGIO E S. ANTONIO ABATE di Pisanello (sec. xv). Londra, Galleria Nazionale.
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tribuće à s. Antoine, ibid., 25 (1942), pp. 97-123: P. Nooderloos, La translation de s. Antoine en Dauphiné, in Ausleste Bolland., 60 (1942), pp. 68-81: P. B. Lavaud, Antoine le Grand père des moines, Lione 1943.
Mario Esaduto
Iconocbafia. - A. è sempre rappresentato in aspetto senile, con lunga barba ed ampio saio con o senza cappuccio. Attributi principali: il bastone dell'eremita, spesso a forma di T , il campanello ed il porco che ricordano certi privilegi dell'Ordine degli Antoniani, fondato nel ro95; la fiaccola o le fiamme che accennano a s. A. come protettore contro la malattia detta "fuoco di s. A.", nonché contro l'eresipela del bestiame. Il maggior numero di rappresentazioni di A. è fornito dalla pittura, scultura e silografia del tardo gotico tedesco; in Italia, ricorre anche assai spesso nelle arti figurative e specialmente nelle opere di tono popolare. I modelli più significativi, dallo scorcio del 'Trecento in poi, sono costituiti dalle opere di Bartolo di Fredi, del Pisanello, di Filippo Lippi, di Alvise Vivarini, di Gregorio Schiavone, del Moretto, ecc.
Fra gli episodi più rappresentati della sua vita è quello delle molteplici tentazioni : cui bene rispondeva l'esuberante fantasia degli artisti nordici; si vedano, come massimi esempi, la stampa dello Schongauer, i quadri del Bosch, del Brueghel e del Teniers. Per l'Italia si possono citare l'affresco di scuola di A. Gaddi nella cappella Castellani in S. Croce a Firenze e le due tavole di Bernardo Parentino nella collezione Doria Pamphili. La più alta glorificazione s. A. trovò nell'altare d'Isenheim che unisce le notissime pitture del
Grünewald (Le tentazioni; La visita presso s. Paolo eremita; l'immagine del Santo) con la monumentale statua di Niccolò da Hagenau. Talvolta, con chiara allusione al santuario di Compostella, è rappresentato con s. Giacomo, cui s. A. affida un pellegrino.
Bibl.: K. Künstle, Ibonographie der christlichen Kunst, II: Ibonographie der Heiligen, Friburgo in Br. 1926, pp. 66-72: Cl. Champion, S. Antoine Ecmile, Perigi s. a : I. Errera, Répertoire abrégé d'Iconographie, Wetteren 1929: J. Braun, Tracht und Attribute der Heiligen in der deutschen Kunst, Stoccarda 1941, p. 86.
Kurt Rathe
Tradizionı popolari. - Il culto popolare di s. A. abate è uno dei più largamente e intensamente diffusi e dei più ricchi di manifestazioni. Gli è attribuita la protezione del porco e degli animali domestici in genere. Pertanto nel giorno della sua festa ha luogo la benedizione degli animali. Asini, muli, cavalli, pecore, capre, gatti, scimmie, pappagalli, ecc. vengono recati alla chiesa dai loro proprietari per essere benedetti. A Roma da secoli la cerimonia si compie nella chiesa di S. Eusebio all'Esquilino: anticamente si svolgeva una sfilata di pariglie o mute di cavalli (fino a 24) attaccate ad un solo cocchio; anche il Pontefice vi mandava i cavalli dei palazzi apostolici tutti messi a festa "con pennoncelli in capo, con le rose alla grippiera, con le redini di seta" (p. Bresciani). A Pinerolo, dopo la benedizione si celebra tuttora la galoppata, una specie di corsa dei barberi, avanzo di un uso, di cui si hanno tracce anche in altre regioni, ad es. in Abruzzo. A Torino la cerimonia si compiva nella chiesa di

Antonio Abate, santo - Tentazione del Santo - Affresco della Scuola di A. Gaddi nella cappella Castellani in Santa Croce] di Firenze (sec. XIV).
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S. A. abate ora scomparsa, ed era uso che i frati della chiesa offrissero un paio di guanti a ogni canonico metropolitano designato per la benedizione.
Diffusissima è l'usanza che il prete benedicente riceva un'elemosina o un'offerta votiva in natura o in oggetti preziosi (in alcuni paesi della Francia, ad es., un pezzo di lardo che poi viene venduto all'incanto ; a Novoli [Lecco] orologi d'ore) e distribuisca una figurina del Santo e i ben noti panini di s. A. che sono ritenuti miracolosi per la guarigione delle bestie alle quali si fanno mangiare quando sono malate, mentre l'immagine viene attaccata nella stalla, sempre a scopo protettivo. In taluni luoghi, invece dei panini, viene distribuita una torta di s. A. che ha gli stessi attributi. Nelle campagne è, di regola, il prete che si reca u benedire gli animali nelle stalle.
Un'altra delle forme tipiche del culto popolare è data dai falè di s. A., cataste di legna raccolte per mezzo di questua, o comunque formate per partecipazione collettiva, e che in taluni luoghi raggiungono proporzioni enormi : cataste a cui si dà fuoco la sera della vigilia. Dal falò, che dura a bruciare alcuni giorni, tutti prendono qualche tizzo o carbone, che poi conservano. In nesso con queste manifestazioni sono da porre tanto le credenze nelle miracolose guarigioni, attribuite al Santo, della peste e specialmente dell'Erpes Zoster, detto tuttora volgarmente fuoco sacro o fuoco di s. A., quanto le leggende che narrano di s. A. eremita posto a custodia dell'inferno e, con inganno ai diavoli, liberatore delle anime. In questi rapporti tra s. A. e il fuoco, si sono voluti vedere, da taluni studiosi, elementi di affinità col mito di Prometeo, opinione autorevolmente combattuta e, comunque, da sottoporre a revisione. Ancora in molti paesi vige l'antico uso di allevare, a cura della collettività, il parco di s. A., che poi si vende all'incanto per fare le spese della festa. Tale festa ha avuto in alcuni luoghi dell'Europa orientale importanza così grande da dare il nome al mese di gennaio (in istro-romeno antosniaku "gennaio ").
S. A. viene invocato per ritrovare cose perdute e come protettore delle fanciulle.
Strettamente connesse con le varie manifestazioni del culto sono le poesie popolari fiorite intorno alla figura del taumaturgo. Talune di esse, per lo più di genere lirico, vengono cantate la vigilia della festa da schiere di giovani che girano di casa in casa a fare la questua, sonando un campanello; talvolta fa parte della comitiva un uomo camuffato da s. A., secondo gli attributi dell'iconografia popolare. Più importanti sono alcuni poemetti narrativi che venivano recitati per protezione contro la peste o il fuoco; ce ne rimangono antichi testi (sec. xiv) : due dell'Italia settentrionale, uno dell'Italia centro-meridionale, nonché un canto popolare in endecasillabi, tuttora largamente diffuso, che presenta sicuri rapporti con gli antichi poemetti. Tutti svolgono la leggenda agiografica nei suoi episodi essenziali. Una sacra rappresentazione di s. A. eremita, ampia e con vivaci scene, è tra i più notevoli saggi del teatro sacro rinascimentale fiorentino. - Vedi Tav. CXXII.
BNL.: F. Novai, Sopra un'antica storia lombarda di s. A. di Vienna, in Miscellanea D'Ancona, Firenze 1901; F. D'Elia, Il falò di s. A.: note di folklore salestino, Martina Franca 1912 (e v. l'importante recensione del canonico F. Polese, in Lares, 2 [1913], pp. 101104); A. Van Genscep, Le culte populaire de s. Antoine ermite, ex Savoie, in Actes et Mém. Congrès 181r. Rel., II, Parigi 1923, pp. 132-62; R. Corso, Il parco di s. A., in Folhlore italiano, 1 (1925), p. 316 sgg.; F. Partini, La ninomice de la dimonie. Storia e leggenda di s. A. abate, in Lares, 2 (1934), pp. 118-53; P. Toschi, La poesia popolare religiosa in Italia, Firenze 1935, pp. 107-12. Paolo Toschi
ANTONIO d'Alatri. - Pittore, operoso nel secondo quarto del sec. xir, del quale rimane un'unica
opera firmata: il trittico nel Museo capitolare di S. Maria Maggiore in Alatri. Per via di affinità stilistiche gli si possono assegnare alcuni affreschi in chiese del territorio di Alatri, che rivelano tutti lo stesso influsso di Gentile da Fabriano.
Bun.: A. Muñoz, s. v. in Thieme-Becker, I, p. 278. Gera de Francovich
ANTONIO da Aleppo. - Frate minore, missionario in Egitto, n. nel 1709, m. in Akmin il 31 ag. 1766. Il suo nome di battesimo era Fatah Alah "Felicità di Dio». Melchita dissidente, si converti al cattolicesimo verso i 30 anni e fu maestro di scuola e commensale dei Frati Minori in Farsciut. Conosceva perfettamente il greco. l'arabo e il turco e anche un po' l'italiano ed era versatissimo nella dommatica e nelle controversie orientali. Vestito l'abito francescano in Tarsciut nel 1739, fu mandato nel 1751, con i pp. Remedio Prutsky e Martino Lang, in Etiopia, dove si fissarono presso l'imperatore a Gondar. L'Abuna minacciò la scomunica e intimorì l'imperatore sicché questi diede loro l'ordine di partire al più presto (2 ott. 1753); ma i missionari vi rimaseio ancora tre mesi. Finalmente il giorno di Natale furono espulsi dal palazzo dell'imperatore; solo A. fu costretto a rimanere per tradurre il Pentateuco in arabo. All'inizio del 1759 troviamo A. al Cairo; morì superiore della casa di Akmin. Per la sua vita illibata e le sue eccellenti qualità era stimato da tutti i cattolici e non cattolici.
BNL.: V. Greiderer, Germania Promiscana, I, Innsbruck 1777; T. Somigli, La Francescana Spedizione in Etiopia del 17311751 e la sua relazione del p. Remedio Prutsky di Bremia, in Architoun Franctesanum Historicum, VI, Quaracchi 1913.
Pancrazio Maarschalkerweerd
ANTONIO da Amandola, beato. - Predicatore agostiniano, n. dal contadino Sempliciano Migliorati (Megliorati, Meliorati) il 17 genn. 1355 presso Amandola (Ascoli Piceno), m. ivi il 25 genn. 1450. Educato dai Benedettini di S. Anastasio, rimasto orfano dei genitori entrò, a 18 anni, nel convento del Romitani di a. Agostino, sito alle falde del colle Marabhione. Vi trascorse 12 anni, poi passò al convento di Tolentino, ove per altri 12 anni svolse attivo apostolato, e per la sua imitazione delle virtù del Santo di Tolentino meritava il titolo di "novello s. Nicola". Fu poi a predicare per 3 anni in Puglia. Ritornato in patria, fu fino alla tarda morte priore degli Agostiniani di Amandola, il cui romitorio trasformò in ampio convento.
Compi molti miracoli in vita, specie in occasione di pubbliche calamità, e dopo morte ( 155 tro il 1455 e il 1652, elencati nel Sommario di Beatificazione); onde il comune di Amandola lo proclamava il 2 marzo 1460 «difensore di questa terra ". Clemente XIII l'1 1 luglio 1759 ne confermò il culto prestatogli "ab immemorabili"; la sua festa ricorre il 28 genn. Con breve del 20 apr. 1890 Leone XIII concedeva l'indulgenza plenaria ai numerosi visitatori del Santuario che conserva il suo corpo.
BNL.: Bingrafie di A. sono quelle di Donato Smaraldi (in latino, cs. 1495), compendiata in italiano da G. B. Picucci (Amandola 1550); di Gius. Palmieri (in latino, Macerata 1654); di G. Navarra (Padova 1746, S. Severino 1843); di F. Giorgi (S. Severino 1872); di N. Concetti (Tolentino 1899, 1911). - R. F. P. Ferranti, Memorie storiche della città di Amandola, Ascoli Piceno 1892, pp. 394-99.
Alessandro Torribili
ANTONIO da Aquila. - Missionario francescano, m. il 22 ag. 1679. Studiò l'arabo nel collegio missionario di S. Pietro in Montorio a Roma, sotto la guida di p. Tommaso da Novara, e partì per l'Egitto nel 1630. Prima fu superiore della residenza d'Alessandria, poi commissario della missione e guardiano d'Aleppo. Dopo dieci anni venne chiamato a Roma per insegnare l'arabo nel collegio di S. Pietro in Montorio. Dalla S. Congregazione di Propaganda Fide fu nominato revisore della Bibbia stampata in lingua araba : fu pure
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procuratore generale dell'Ordine per le missioni. Pubblicò una grammatica araba. Fu direttore spirituale del beato Carlo da Sezze, a cui suggerì di scrivere l'opera mistica delle tre vie.
Bim.: A. Kleinhans, Historia studi linguae arabicae et collegii missionum G.F.M. in conventu ad S. Petrum in Mante Aureo crecli, Quaracchi 1930.
Pancrazio Maarschalkerweerd
ANTONIO de Aranda. - Teologo francescano spagnolo del sec. xv1, n. ad Aranda de Quero, m. verso il 1555. Fu confessore di Maria, regina d'Ungheria e Boemia, e di Giovanna, infanta del Portogallo, figlie dell'imperatore Carlo V. Nel 1529-30 fece un viaggio in Terra Santa, nel quale visitò anche i Maroniti del Libano, e poi fu inviato dal guardiano del Monte Sion, Giovanni, per importantissimi affari come ambasciatore a Carlo V.
Pubblicò una dettagliata descrizione della Terra Santa in due trattati, accuratamente analizzati dal Röhricht. Il Tobler ne dà il seguente titolo: Verdadera descripción de la Tierra Santa como estaba en MDXXX (Alcalá de Henares 1531), più volte ristampata. Inoltre pubblicò ad Alcalá le Vite di s. Amaro e di s. Maria Maddalena; Las siete palabras que se leen en el Evangelio haber dicho N. Señora (1552 e 1557); Mante Calcarin (1552); e una Vida de D. Fr. Francisco Ximenes de Cisneros, di cui si servì Alvaro Gomez de Castro per la sua biografia del celebre cardinale arcivescovo di Toledo.
Bim.: T. Tobler, Bibliographia Geographica Palaestinae, Libris 1867, p. 70; Marcellino da Civezza, Storia universale delle Missioni Francescane, VII, Romi 1881, p. 400 sg.; R. Röhricht, Bibliotheca Geographica Palaestinae, Berlino 1890, p. 181; J. H. Sbaralea, Supplementum ad Script. Ord. Min., I, Roma 1908, p. 73.
Arduino Kleinhans
ANTONIO di Averara (De Averaria). - Predicatore carmelitano, n. ad Averara (Bergamo), m. a Ferrara nel 1523.
Entrato fra i Carmelitani della congregazione di Mantova, a Ferrara nel 1473, ebbe maestro negli studi il beato Battista Spagnoli. Laureatosi in teologia, fu poi reggente degli studi, più volte priore (Bergamo 1490, Brescia 1495, 1504, Milano 1509, Ferrara 1502), definitore, vicario generale della congregazione mantovana (1511, 1517). Si distinse sui pulpiti, nei conventi mantenne con zelo l'osservanza. Pubblicò De virtutibus, sermones quinquagiuta (Milano 1509); suoi trattati filosofici, ascetici, e carmina, rimasero inediti.
Bim.: C. M. Felina, Musacum Mantuanae Congregationis, Bologna 1691, p. 130; C. Vaghi, Commentaria Congr. Mantuanae, Parma 1725, pp. 116, 119, 307; F. Argelati, Bibl. Scripter. Mediolanensium, III, Milano 1745, p. 108.
Ambrogio di Santa Teresa
ANTONIO da Bitonto. - Famoso teologo e predicatore francescano, m. il 25 sett. 1459 ad Atella in Puglia, dove era stato vicario provinciale degli Osservanti. Insegnò dal 1440 teologia nei conventi di Ferrara, Bologna, Mantova. Da Callisto III fu, nel 1454, mandato a predicare la crociata contro i Turchi. Mentre predicava la Quaresima a Napoli nel 1453, incorse nello sdegno di Lorenzo Valla (cf. Antidotum in Pug. gium, I. VI). Per il suo Commento alle Sentenze del Lombardo (Venezia 1494; più volte ristampato) fu da Niccolò V solennemente creato maestro di teologia.
Le altre sue opere sono eco della sua attivissima predicazione (l'edizione ne fu in gran parte curata dal suo confratello Filippo di Rothingen) : Sermones in omnes epistolas quadragesimales (Venezia 1496); Sermones quadragesimales de vitiis (ivi 1499); Expositio mystica evangeliorum dominicalium (ivi 1496); Sermones Dominicales (ivi 1492, Strasburgo 1495 sg.); Quaestiones scholasticae theologicae in Epistolas et Evangelia totius anni, tam de tempore quam de sanctis, pubblicate insieme alla Pastilla di Nicola Lirano (Ferrara 1490). Gli altri suoi scritti sono rimasti inediti : Summa casuum conscientiae, forse identico al suo Speculum animae; Sermones super epistolas dominicales per totum annum; De Privilegiis Sanctorum; B. Bernardini Senensis Sermones breviores facti. Compose anche, in volgare,
alcuni poemetti religiosi, come Credo in Dio sommo Creatore.
Bibl.: Mazzuchelli, II, II, p. 1287; C. Villani, Scrittori ed aritici psaliosi, Trani 1904, p. 26 sg.; J. H. Sbaralea, Supplementum ad Script. Ord. Min., I, Roma 1908, p. 73 sg.; M. Bihl. s. v. in DIIG, III, col. 762 sg.; D. Scaramuzzi, Il pensiero di Giovanni Duns Scato nel Mezzogiorno d'Italia, Roma 1927, pp. 100-102; id., Un sermone inedito su s. Antonio da Padovn di Fr. A. da B., in Studi Francescani, 7 serie, 4 (1932), pp. 506-10. - Per i poemetti: C. e L. Frati, Indice delle carte di Pietro Bitancioni, I, Bologna 1893, p. 69.
Arduino Kleinhans
ANTONIO da Butrio. - Celebre canonista laico, n. ca. il 1338 a Bologna, m. ivi il 4 ott. 1408. Studiò diritto civile alla scuola di Pietro d'Ancarano, conseguendo il dottorato nel 1384; nel 1387 ebbe il dottorato anche in diritto canonico. Salvo poche interruzioni, dal 1391 fino alla morte insegnò in Bologna. Uomo eminente per dottrina e virtù, fu carissimo a Gregorio XII, dal quale venne inviato presso l'antipapa Benedetto XIII per tentar di comporre lo scisma occidentale. Le sue opere di diritto canonico, sebbene da alcuni giudicate alquanto disordinate, furono molto apprezzate. Ricordiamo: Commentaria in quinque Libros Decretalium (Roma 1473, Milano 1488); Commentaria in Sextum (Venezia 1499); Consilia (Roma 1472).
Alberto Scola
ANTONIO das Chagas (lat. a Plagis; Fonseca Soares). - Francescano portoghese, scrittore ascetico e predicatore, n. a Vidigueyra il 25 giugno 1631, m. a Torres Vedras il 30 ott. 1682. In gioventù meno vita scioperata, e fuggì in Brasile per un omicidio in duello; si converti in seguito a grave malattia incorsa al suo ritorno in patria. Vestito il saio francescano a Evora, studiò a Coimbra e si dedicò all'apostolato.
Fu scrittore spirituale forbito ed è considerato tra i classici della letteratura portoghese. Le molte sue opere, in prosa e in poesia, furono pubblicate a Lisbona tutte postume. Notiamo: Faiscas de amor divino e lagrimas de alma (1685); Espelho do Espírito em que deve verse e comporse alma (1683); Cartas espiritunes (1684); Obras espiritunes (1684-87); Escola de penitencia e flagello dos peccadores (1687); O Padre nosso comentado (1688); Sermões genuínos (1690); Ramilheze espiritual (1722); A Feníz renascida (1728).
Bibl.: Fernando da Soledade, Historia sevelica chronologica do orden de S. Francisco na provincia de Portugal, III, Lisbona 1703, pp. 320-33; J. Heerinckx, s. v. in DSp, I, coll. 710-11.
Felicissimo T'nuvela
ANTONIO da Cordova. - Francescano spagnolo, dottissimo scrittore di discipline sacre e profane, n. nel 1485, m. a Guadalajara nel 1578. Vestì l'abito francescano nella provincia minoritica di Castiglia, che governò come provinciale. Le sue numerose opere ebbero larghissima diffusione. Da notarsi le seguenti : Quaestionarium theologicum (Toledo 1578); Summa casuum conscientiae (Saragozza 1561, tradotto in ital., Brescia 1599); Breviloquium theologiae scholasticae in IV libros sententiarum (Alcalá 1569).
Bibl.: V. Oblet, s. v. in DThC, I, col. 1444.
Emanuele Chietrini
ANTONIO, priore di Crato. - Principe portoghese, n. nel 1531 a Lisbona, m. a Parigi nel 1595. Entrato nell'Ordine di S. Giovanni, ottenne la ricchissima priorìa di Crato e il titolo di connestabile del regno. Pretendente al trono, fu dichiarato illegittimo ed esiliato da Enrico, figlio di Giovanni III, nel 1579. Fattosi proclamare re alla morte di Enrico, venne in conflitto col più temibile concorrente, Filippo II di Spagna. Sconfitto ad Alcántara, dovette rifugiarsi in Francia (1581), dove Caterina de' Medici per i suoi fini politici antispagnoli lo aiutò a raggiungere le Azzorre rimastegli fedeli. Nuovamente sconfitto (1582), tornò in Francia, donde passò in Inghilterra, sotto la
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protezione di Elisabetta che lo considerava anch'essa utile strumento contro la Spagna, ma aspetto invano di essere richiamato dai Portoghesi, dopo la sconfitta dell's Invincibile Armata -. Ha lasciato alcune opere storiche e religiose.
Bibl.: E. Fomnier, Un prétendant portugais au XV'le siècle, Parigi 1831; I. de Arenjo, Dom A., prior do Cratu. Notes de bibliographie, Lisbona 1897; C. Durand-Lapin, Dom A. de Portugal, 1580-95, in Revue d'hist. diplomatique, 18-19 (1904-1905); A. Savelli, s. v. in Eur. Ital., III, col. 366. Luigi Michelini Tacci
ANTONIO da Encarracio. - Domenicano portoghese, n. negli ultimi anni del sec. xvi ad Evora. Imbarcatosi assai giovane per l'India, nel viaggio di ritorno sostò in Armenia; per vari anni provinciale in questi due paesi, assistette a Roma al capitolo generale del 1550 , ed ebbe in patria la carica di deputato dell'Inquisizione ad Evora e a Lisbona. Morì nel 1665 a Bemfica, priore del convento di S. Domenico.
Scrisse due relazioni sull'attività dei Domenicani e dell'Ordine dei Predicatori nelle Indie Orientali, e tradusse in armeno alcuni testi religiosi. Maggior titolo di merito gli si assegna, tuttavia, per aver scritto la vita di fra' Luiz de Sousa, in cui è compreso un episodio leggendario, a cui si ispirò, drammaticandolo, il Garret, in uno dei suoi più famosi lavori teatrali, il Frei Luis de Sousa; dello stesso completò la Storia di s. Domenico. Generalmente A. si rivela cronista attento e scrupuloso, oltre che esperto conoscitore di uomini e di paesi e dotto teologo animato da una fede operosa e sincera.
Scrisse: Relaçöes sumarias de alguns servigos que fizeram a Deus e a estes reinos os Religiosos Dominicos nas partes da India Oriental ecc., Lisbona 1635; Breve Relacão das cousas... que fizeram os Religiosos da Ordem das Pregadores ecc., ivi 1665; Vida de Frei Luis de Sousa, ivi 1660; Addiçöes à Historia de s. Domingos de Frei L. de Sousa, ivi 1662 , nella cui ²ᵃ parte si trova una Addição à fundação do Convento de S. Domingos de Bemfica.
Ruggiero M. Ruggieri
ANTONIO da Fabriano (Antonio Agostino di ser Giovanni). - Pittore; operò dal 1451 al 1489, e forse oltre, in patria, dove lasciò le maggiori opere, fra cui, di sicura attribuzione, il S. Girolamo della collezione Fornari (1451), il Crocefisso della Galleria Piersanti di Matelica (1452), il Trittico ed altre in S. Clemente a Genga, la Morte della Vergine nella Pinacoteca di Fabriano, il Polittico di S. Croce in Sassoferrate e quello del capitolo della Collegiata in Cingoli. Subì probabilmente l'influsso di Piero della Francesca; la sua arte decadde quando, nelle ultime opere, si ispirò alla pittura veneta.
BibL.: L. Venturi, Attraverso le Marcie, in L'Arte, 18 (1913), Dp. 176-83; B. Molajoli, Ignoti affreschi di A. da F., ibid., 30 (1947), pp. 33^{8-40}.
Marcello Dussio
ANTONIO da Firenze. - Dell'Ordine dei Minori; leggeva la Divina Commedia in Firenze verso la fine del sec. xiv (non nella prima metà del seguente); un contemporaneo ci apprende che egli avrebbe indotto un pittore (secondo alcuni, erroneamente, Andrea Orcagna) a dipingere sopra una parete di S. Maria del Fiore l'immagine di Dante tra Firenze e l'Inferno, a monito dei suoi concittadini. Di lui non si conosce altro. Forse è da identificarsi coll'A. fiorentino, al quale il Sacchetti dedicò un sonetto, elogiandolo come « eccellente dantista e lettore di esso Dante» nel 1381 (S. Quadrio, Della storia e ragione d'ogni poesia, II, Milano 1741, p. 192). Non può invece confondersi (come vorrebbe M. Bihl, in DHG, III, col. 773) né con A. della Marca, frate minore, che tradusse la Divina Commedia in eleganti versi latini, né con A. della Marca, pure frate minore, che tradusse in italiano il De Feminis illustribus del Boccaccio, siano essi
o non siano lo stesso personaggio, come opina lo Sbaraglia. I