peli lunghi e fitti, soltanto in alcune parti del corpo (capo, mento, ecc.), ma le altre parti presentano soltanto una rada peluria che non si può paragonare col vello degli antropoidi.
Sviluppo e forma del cervello. - Il cervello e, conseguentemente, il cranio cerebrale dell'uomo è molto più sviluppato di quello degli antropoidi tanto che, anche soltanto sotto questo rispetto, esiste una netta divisione fra gli antropoidi e l'uomo recente. Nella tabella che segue diamo le capacità craniche massime, minime e medie degli uomini attuali, degli antropoidi e di alcuni primati fossili. Di questi sono dati i valori dei maschi, perché più elevati.
Non tenendo conto dei valori trovati nel pitecantropo, perché sulla natura di questo primate esistono dubbi, e non considerando neppure il valore di 850 cmc., come capacità minima del sinantropo, perché, date le condizioni troppo frammentarie della calotta, la capacità non fu potuta misurare neppure approssi-

(da Murtrocti, La cita e l'uomo, p. 222, serrada Moltinus) Antropologia - Scisione trasversale di cranio - Dell'alto in basso : di un cane, di un orango, di un uomo di epoca recente. In nero: cranio neurale; in tratteggio : cranio viscerale.
mativamente, ma soltanto "stimata ", restano come valori massimi degli antropoidi 655 cmc . e come minimo degli uomini 900 cmc . La differenza è di 250 cmc . ca. Si deve tuttavia notare che minimi di 900 cmc . fra gli uomini, sono estremamente rari, e le medie negli Europei si aggirano a 1500 cmc . e nelle razze a capacità più limitata, come gli Australiani, attorno a 1250 cmc .
In connessione con lo sviluppo cerebrale sta la forma del cranio. Nell'uomo si nota proporzionalmente all'aumento del cranio cerebrale, una diminuzione di quello viscerale, cioè di quella parte del cranio, dove incominciano i sistemi della respirazione e della digestione. Inoltre, nell'uomo la parte viscerale è sottostante a quella cerebrale; negli antropoidi invece sporge notevolmente all'innansi. Per di più nel cranio dell'uomo si nota che la parte anteriore, cioè la fronte, è più sviluppata e alta, e i lobi frontali si spingono fino al livello dei margini esteriori delle orbite, mentre nello scimpanzé e nel gorilla i lobi frontali del cervello non giungono a metà dell'orbita.
I giovani antropoidi però, sono, sotto questo rispetto, più somiglianti agli uomini che gli antropoidi adulti. Altre differenze fra il cervello degli antropoidi e quello degli uomini si notano, oltre che nello sviluppo, nella conformazione delle singole parti.
La regione parietale è molto più sviluppata negli uomini che negli antropoidi e cosi, come abbiamo visto, quella frontale. Le circonvoluzioni sono molto maggiori nel cervello degli uomini.
Conformazioni dipendenti dalla stazione eretta. Soltanto l'uomo possiede la stazione eretta, cioè si tiene diritto sulle gambe, verticali, tronco e testa essendo parimenti verticali. Il pinguino, fra gli uccelli, e il dipo, fra i mammiferi, non hanno stazione eretta, in senso proprio. Il loro tronco è incompletamente raddrizzato, mediante un mutamento nella proporzione
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dei segmenti dell'arto inferiore e nella apertura degli angoli che formano tra loro.
Gli antropoidi hanno stazione semieretta.
La stazione eretta dell'uomo è resa possibile da un totale rimaneggiamento dello scheletro, dei muscoli e della configurazione esterna.
Lo scheletro presenta nella colonna vertebrale una serie di curve, le cui proporzioni relative, la misura e la ragione di essere sono csclusive dell'uomo, specialmente la curva in avanti della regione lombare. Il torace è appiattito dall'avanti all'indietro. La scapola è applicata contro la faccia posteriore del torace e non lateralmente come in genere nei mammiferi e negli antropoidi. La spina della scapola è quasi trasversale e orizzontale e non fortemente obliqua come in questi ultimi. La cavità articolare che essa offre all'omero guarda in fuori, mentre negli antropoidi guarda in basso. La testa dell'omero nell'uomo è posta internamente, sul margine interno dell'osso, distendendosi ugualmente sulle sue facce anteriore e posteriore; negli antropoidi è piuttosto sulla faccia posteriore, in modo da sopportare la scapola (la cui cavità articolare guarda in basso) e per conseguenza il tronco, come nei quadrupedi.
Nell'uomo, braccio e avambraccio sono in linea retta; negli antropoidi, l'avambraccio è sempre un po' piegato sul braccio. Quando il braccio dell'uomo pende, la mano ha il pollice in avanti; nelle grandi scimmie indietro.
Negli antropoidi i metacarpi sono arcuati, e le ossa del carpo sono una di meno.
Differenze esistono pure nel bacino. Le ossa iliache nell'uomo si sviluppano in modo da formare un

Antropologia - Scheletro di Homo sapiente di Troglodytes gorilla.
vero bacino. La curva formata dalla cresta iliaca e dall'osso sacro è divisa, dalla verticale che passa per l'anca, in due metà uguali, posta una avanti, l'altra indietro al femore. Negli antropoidi, invece, cresta iliaca e sacro vengono a trovarsi all'innanzi della linea verticale, passando per il femore. Gli arti posteriori nell'uomo sono relativamente più lunghi che negli antropoidi, perfettamente verticali, e i muscoli che partono dal bacino si inseriscono prima del ginocchio; negli antropoidi sono sempre leggermente piegati, e alcuni muscoli si inseriscono sotto il ginocchio.
Il piede nell'uomo forma due curve : una longitudinale e una trasversale, e appoggia a terra in tre punti : in dietro (calcagno), a metà (primo metacarpo), in avanti (quinto metacarpo). Negli antropoidi, il piede poggia al suolo solo col margine esterno, e l'interno con l'estremità dell'alluce. Il calcagno e l'alluce sono poco sviluppati, e questo è opponibile alle altre dita, che sono assai lunghe. Il piede forma così una vera tenaglia.
In relazione con la stazione eretta è anche la posizione della testa. Nell'uomo, che ha la scatola cranica sviluppata e il cranio facciale relativamente ridotto, il cranio appoggia sulla colonna vertebrale immediatamente dietro alla metà della base; negli antropoidi, invece, che hanno un forte sviluppo della parte facciale del cranio, questo appoggia sulla colonna molto più indietro della metà della base, in ogni caso molto più posteriormente del punto di gravità. Per conseguenza si richiede negli antropoidi un forte sviluppo dei muscoli nucali per sostenere bilanciata la testa, mentre negli uomini sono sufficienti muscoli assai più ridotti.
Quanto alle differenze e affinità concementi il sangue, v. SANGUE.
Capacita Craniche in cMc.

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Bint.: Per la storia dell'a. : P. Topinard, Eléments d'Anthropologie génévale, Parigi 1885; A. C. Hadden, History of Anthropology, Londra 1910; G. Sergi, A., Milano 1929. - Trattati di a. e antropometria : A. de Quatrefages, La specie umana, Milano 1877; J. Ranke, L'Uomo, Torino 1890; G. Sergi, Specie e varietà umana, ivi 1900; R. Livi, Antropometria, Milano 1900; M. Hoernes, Natur- und Urgeschichte des Menschen, Lipsia 1909; M. J. Anton Ferrandis, Antropologia e Historia natural del Uambre, Madrid 1910; J. Paul-Boncourt, Anthropologie anatomique, Parigi 1912; F. Birkner, Die Rassen und Völker der Menschheit, in H. Obermaier, F. Birkner, ecc., Der Mensch aller Zeiten, Berliun 1912-13; R. Martin, Lehrbuch der Anthropologie, Jena 1914; E. W. Z. H. Duckworth, Morphology and anthropology, narte v. 2^{°} ed. Cambridge 1912; F. Frassetto, Lezioni di a., Bologna 1917; A. Hrdlicka, Physical Anthropology, Filadelfia 1919; id., Anthropometry, ivi 1920; F. Fischer, R. G. Groebner, M. Hoernes, Th. Mollison, ecc., Anthropologie, in Kultur der Gegeenwart, Lipsia 1923; G. Sergi, Cronia, Milano 1931; E. Fr. v. Eickstedt, Rassenkunde und Rassengeschichte der Menschheit, Stoccarda 1937; R. Biasutti, Razze e papali della Terra, Torino 1941. - Differenze morfologiche fra uomini e antropoidi: L. Hopf, Uber das spezifisch Menschliche, Stoccarda 1907; V. Birkner, op. cit.; C. Gutberlet, L'Uomo, la sua arigina, il suo sviluppo, 1: Il corpo, Torino 1913; R. Martin, op. cit.; M. Boule, Les hommes fossiles, Parigi 1923; R. A. Dart, Australopithecus africanus: The man-ape of South Africa, in Nature, 7 febbr. 1923; G. Sergi, Il posto dell'uomo nella natura, Torino 1929; L. Vialleton, L'arigine degli esseri viventi, Milano 1933; W. Gieseler, Abstammung und Rassenkunde des Menschen, I. Oehringen 1936; F. Weidenreich, The relation of Simuthropus Pebinensis to Pithoeanthropus, Senanthropus und Rhodesian Man, in Tournai Anthropological Institute, 67 (1937); id., The new discovery of three skulls of Sinanthropus Pebinensis, in Nature, 1937; V. Marrozzi, La vita e l'uomo, Milano 1946. - Riviste d'a.: Archivio per l'a. e la Etnologia, Firenze; Rivista d'a., Roma:L'Antropologie, Parigi: American Anthropologist American Tournai of Physical Anthropology, Filadelfia: Tournai of the Royal Anthropological Institute of Great Britain and Ireland, Londra; Anthropologiche Anzeiger, Monaco; Anthropologie, Proga: Zeitschrift für Morphologie und Anthropologie, Stoccarda; Aqquivo de Anatomie e Antropologia, Lisbona.
Vittorio Marrozzi
ANTROPOLOGIA CRIMINALE. - E quel ramo dell'antropologia che, con gli stessi metodi naturalistici di tale scienza, studia l'uomo delinquente in tutte le sue caratteristiche somatiche e psichiche (essendo il termine "antropologia» sintetico di tutti gli aspetti umani), e, sulla base di queste, unitamente alle influenze ambientali fisiche e sociali, mira a spiegare la genesi dei singoli fatti delittuosi, nell'intento di giungere ad una interpretazione generale della criminalità. In questa definizione possiamo racchiudere, nel suo odierno evoluto aspetto, tale disciplina. La quale assume a principio fondamentale essere il reato sempre, in ogni caso, il prodotto di due ordini di fattori: gli endogeni o intrinseci, inerenti alla personalità dell'agente, e gli esogeni o estrinseci, inerenti agli ambienti fisico e sociale; per cui il delitto è concepito come un'azione sia legata alla personalità di chi lo compie e sia connessa con le influenze che su di lui esercitano i fattori esterni del mondo fisico e della vita associata. L'a. c. ha dunque le sue basi in varie discipline, cui attinge, cooperanti ad un unico risultato: biologia, patologia, psicologia, psicopatologia, sociologia, statistica, razziologia, etnologia, demografia, mesologia; le quali però non possono fondersi in un tutto se non nell'orbita del diritto penale.
L'a. c. è súccessivamente passata per diverse fasi. Nata come scienza positiva, sostenne il determinismo antropologico del delitto, in contrasto con il principio autodeterminista della scuola giuridica classica, fondata sulla dottrina del libero arbitrio e dalla imputabilità morale dell'uomo (Carrara, Pessina, ecc.); evolvendosi in seguito con il progredire delle ricerche, abbandonò le posizioni estreme orginarie, attenuando talune delle sue primitive affermazioni unilaterali e tenendo conto dei progrediti studi sociologici e specie di psicologia, la quale occupa oggi in questa giovane disciplina un posto di prim'ordine.
Questo suo processo evolutivo porta attualmente l'a. c. a studiare: a) il delitto (v.) nella sua materialità esteriore, giacché, per il nesso intimo allacciante le personalità alle loro azioni, queste rivelano i fatti psichici che hanno condotto i loro autori a compierle; b) il delinquente (v.) in tutta la sua personalità psichica (nelle sfere affettiva, volitiva, intellettiva) e nell' interiore processo di sviluppo del delitto, dalla ideazione alla preparazione e all'attuazione; c) la personalità strettamente biologica del res nei suoi caratteri normali, anormali, degenerativi, patologici, sia creditari che acquisiti. A seconda degli autori, viene attribuito valore maggiore e data prevalenza ora all'uno e ora all'altro di tali studi.
L'origine dell'a. c. (così nominata dal suo fondatore Cesare Lombroso) risale alla metà del secolo scorso, ricolleganolosi direttamente ai concetti dello psichiatra francese Morel, che nel 1837 enunciò la dottrina - sulla quale influirono le sue convinzioni religiose inmerite alla "caduta» dell'uomo della "degenerazione", da lui concepita come deviazione da un primevo tipo umano perfetto. Al Morel sono da associarsi altri due alienisti francesi dello stesso suo tempo: il Moreau de Tours, cui deveva la teoria dei rapporti fra genio e neurosi ereditaria (1839), e il Despine, che illuminò la psicologia dell'uomo abnorme e criminale (1868). La tesi del Morel fu invertita dal Magnan, per il quale il degenerato rappresentava l'imperfetto uomo del remoto passato, riapparente nei suoi caratteri atavici d'inferiorità. Il Lombroso, attingendo non poche idee dagli anzidetti e specie dai Magnan, dal Darwin, dal Lubbock, dalla Haeckel, da tutta insomma la corrente evoluzionista, allora in grande onore, presentò da principio (1876) il suo ormai tanto noto "tipo criminale» o, come lo chiamò il Ferri, "delinquente nato»: una varietà della specie umana, un selvaggio, un primitivo, un arretrato in stadi di vita preumana, prodotto della eredità atavica (atavismo), con spiccate note regressive denunciate da un imponente quadro sintomatologico ricco di anomalie strutturali e funzionali e psichiche, reputando in esso inseparabili l'aspetto somatico e quello psichico. Modificò poi la sua originaria concezione della "primitività" del criminale considerandolo come un degenerato di natura più o meno strettamente patologica; indi, sulla scia del Prichard, come passo morale; infine affermò essere la criminalità una varietà della epilessia (equivalente epilettico), nella quale le convulsioni sono sostituite da impulsi violenti e irresistibili a commettere il delitto. Cosi, dalla fossetta occipitale mediana del brigante Villella si arrivava diritto al cuore della libertà morale e della libertà del volere. A volte un selvaggio, a volte un bambino, tal'altra un malato, ma sempre "agente criminosamente, in qualsiasi condizione, proprio per necessità organica" (M. Carrara), il "delinquente nato" lombrosiano, oggetto di critiche spietate anche fra gli stessi positivisti, è rimasto, si può dire, una creatura pseudoscientifica perché nemmeno sorretto dalla regola dei grandi numeri.
Nel 1877 il giurista Garofalo, aderente alla scuola lombrosiana, pose accanto al delitto giuridico un delitto naturale, dando del delitto una definizione non giuridica bensì sociologica; ma ciò che più conta è l'aver egli enunciato, nel suo nucleo fondamentale, quella che fu poi la dottrina e la mèta, e soprattutto il grande merito, della scuola positiva: la prevenzione speciale o individuale come funzione della repressione criminale in aggiunta alla prevenzione generale, non-
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ché la prevalenza di quella, in caso di contrasto, su questa; inoltre, la pericolosità del reo come criterio e misura della repressione criminale.
Fondendo organicamente la dottrina del Garofalo con gl'insegnamenti del Lombroso, Enrico Ferri, giurista, innesti in questo tronco la sociologia criminale, applicando allo studio della criminalità il sistema comtiano e spenceriano, ed affermando che il delitto è la risultante delle condizioni individuali reagenti ad un dato ambiente fisico (cosmico-tellurico) e sociale. Per il Ferri la "delinquenza innata" non è altro che "una personale predisposizione fisiopsichica al delitto, che può non arrivare ad atti criminosi se contenuta da circostanze favorevoli nell'ambiente"; dal che la non ammissione della fatale inevitabilità del delitto per cause paramente organiche e il riconoscimento dell'alto valore della prevenzione. Negatore anch'egli della libertà umana, il Ferri spostò il centro della responsabilità dalla colpa morale alla responsabilità legale; abolito cosi il principio della colpa e della retribuzione, lo sostitui con quello di pericolosità e di difesa sociale.
L'elemento sociale, introdotto dal Ferri, fu affermato dal Colquani, sociologo, come fattore esclusivo del delitto (determinismo sociologico), ponendo l'accento sul determinismo economico.
Il campo si sposta verso la psicologia criminale ad opera del Niceforo, con la sua teoria della «criminalità latente" (1902), per la quale il delitto altro non è che il riaffiorare dell'io inferiore (sede delle formazioni psichiche ataviche, primitive, cariche degli istinti profondi egoistici, aggressivi, antisociali, insiti in ogni uomo), alla superfice dell'io superiore (sede dei sentimenti evoluti). Tali concetti sono ripresi dal Patrizi, successore del Lombroso alla sua cattedra, il quale, ripudiando le teorie lombrosiane, risale ad una spicgazione psicologica della criminalità con la dottrina della "monogenesi psicologica del delitto", che considera come nucleo criminogeno fondamentale il sopravvento degli istinti bruti ed egoistici annidati nella paleopsiche, di antica e solida struttura, sui sentimenti etici della neopsiche, di recente e debole struttura.
Da notare è altresi il contributo che può recare allo studio di qualche tipo di delinquente o di qualche particolare caso di criminalità la cosiddetta "psicologia del profondo" sia sui principi freudiani che adleriniani. Secondo la psicanalisi (v.) del Freud il delitto, nei criminali neurotici - che si può dire formino l'oggetto proprio di tutta la criminologia psico-analitica - sarebbe determinato da un sentimento di colpa spingente il soggetto a delinquere allo scopo di venir punito; secondo la psicologia individuale dell'Adler il soggetto delinquerebbe per liberarsi da conflitti determinati da un complesso di inferiorità; ma né l'una né l'altra di tali dottrine possono darci, come vorrebbero, una teoria generale della criminalità.
La concezione antropologica del delitto ha trovato nuova linfa (per cui il nome di «neo-lombrosismo ") negli ultimi tempi, nelle teorie costituzionaliste (De Giovanni, Viola), per le quali i singoli temperamenti vengono posti in rapporto con una particolare costituzione organica dalle precipue reazioni agli stimoli esogeni, e specialmente nella odierna biotipologia umana (Pende), che interpreta e valuta il tipo individuale in un'indagine unitaria correlazionistica di tutti gli elementi - somatici e psichici - che la costituiscono; sulle orme di tale indirizzo sintetico, il Di Tullio, rifiutando il patologismo, ha fatto riferimento alla costi-
tuzione sia per la spiegazione della criminalità e sia per un criterio di classificazione dei deliquenti, descrivendo la "costituzione delinquenziale", riscontrabile in grado maggiore o minore in tutti i rei, eccettuati gli occasionali puri. In tale indirizzo, come già in quello del Ferri, non domina il motivo di "necessitazione al delitto", bensì quello di "predisposizione", e sono considerati anche i fattori psicologici e segnatamente psicopatologici.
Da ricordare è ancora la dottrina (che potremmo dire bispsicologico-costituzionalistica) del Kretschmer, che assume come principio la correlazione tra corpo e psiche, distinguendo vari tipi di costituzione corporea ai quali corrispondono generalmente particolari caratteristiche psichiche; la quale è stata applicata da alcuni suoi silievi (Viernstein, Michel, Rohden, Bohmer, Riedl) allo studio dei criminali.
Seguendo un filo ininterrotto che porta dai nomi di Despine, con la sua opera fondamentale (1868), di Kraft-Ebing, di Kraus, di Sommer, di Gross a quelli di Patrizi e di De Sanctis, oggi l'a. c. va nettamente orientandosi presso alcuni autori (Niceforo, Grispigni, Flesch) verso un indirizzo fondamentalmente psicologico. Il quale si può riassumere in questo principio: i fattori psichici sono la causa prima, immediata della risoluzione criminosa; gli altri fattori influiscono indirettamente su di essa. Consistendo dunque il reato, in ultima analisi, in un'attività psichica (che può essere normale, abnorme, patologica), ne deriva che la parte preminente dell'a. c. dev'essere quella psicologica, sempre tenendo nel dovuto conto l'influenza della costituzione organica. Come afferma il Gemelli, «i progressi della psicologia conducono a dimostrare che l'azione delittuosa dev'essere considerata sia nelle condizioni ambientali in cui si è sviluppata e attuata e sia come manifestazione dell'individuo che l'ha compiuta; il quale perciò dev'essere studiato nella sua costituzione organica e psichica, nelle sue tendenze e attitudini, nella sua differenziazione psichica come si manifesta nel carattere, che può presentarsi come variazione estrema di comuni tipi, e quindi ancora normale, ovvero rientrare nel campo patologico».
L'A. C. nella critica cattolica e nell'odierno VALORE PRATICO. - Quanto è stato detto basta a spiegare la viva opposizione costantemente manifestata dai cattolici contro l'a. c. di marca lombrosiana estremista: vincolata al pretto materialismo (determinismo biologico), essa nega la libertà umana, toglie ogni significato ai termini di merito e di demerito, di premio e di pena; il che costituisce motivo per rigettarne i presupposti e le conclusioni. Lo stesso può dirsi delle teorie improntate ad un sociologismo assolutista, nelle quali domina il principio del determinismo esogeno del delitto (determinismo sociologico). Lo stesso non si può dire, però, dell'a. c. come si presenta nella sua fase odierna (e appunto perciò si è parlato di "nuova a. c."), pur se non abbia ancora avuto la sua definitiva sistemazione, molti siano gl'interrogativi che restano senza risposta, non pochi gli assunti da considerarsi ancora ipotesi di lavoro. E tutto ciò è dovuto in gran parte al fatto che ognuno dei cultori di tale disciplina (biologi, sociologi, giuristi, psicologi) si è valso delle risorse della propria, e sul terreno della propria specialità, per cui in tale complesso campo di studi si sono battute, e si battono, vie ora analoghe, ora differenti, ora diametralmente opposte. Oggi, ancora, da troppi cultori di questa scienza si guarda quasi esclusivamente ai fattori organici, e specie a quelli morbosi, per scorgervi gli elementi basilari etiogenetici nella dinamica
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del delitto, e si vuole perciò che solo ai biologi spetti il monopolio dell'a. c. Per troppi ancora l'agitur si sostituisce tirannicamente all'agit; e per quanto molti operino a rinnovare l'a. c. dispogliandola dal naturalismo dominante, ne hanno tuttora la mente cosi impregnata, che, anche in modo inconsapevole, si almeno implicito, seguono concezioni positivistiche del più pretto materialismo, pur affermando il contrario. Non basta constatare che un deliquente abbia una particolare costituzione o una particolare malattia per affermare che il suo delitto è in rapporto causale con esse : non vi sono stimmate biologiche o patologiche del delitto; per cui bisogna guardarsi dal cadere nell'errore di scambiare correlazioni casuali per correlazioni causali.
Ma di là da questi appunti è doveroso riconoscere i grandi servigi resi dall'a. c. nel campo delle discipline penali e penitenziarie. Suo merito precipuo è stato, sin dalla sua prima fase, quello di sti molare lo studio del delinquente, facendo convergere sull'agente, più che sull'azione cbbiettivamente considerata, l'indagine dei preposti al grave compito di definire il delitto, di rintracciarne i moventi, di misurarne le sanzioni. Va altresi rilevato l'impulso dato da essa all'opera di bonifica sociale, e, in genere, a tutte le iniziative tendenti alla profilassi e alla terapia del delitto, specie nel settore della educazione e della rieducazione. L'a. c. ha esercitato sulle leggi penali di vari paesi, e innanzi tutto italiane, un influsso indiscutibilmente vantaggioso. Per secoli l'uomo delinquente fu ignorato o piuttosto sottinteso o trascurato : tutto il diritto penale gravitava, e in molti casi ancor gravita, tra due poli: reato e pena. Quali che siano i suoi errori di metodo e di programma, non si può onestamente negare all'a. c. il merito di aver richiamato all'attenzione degli studiosi e dei legislatori la necessità di studiare l'homo delinquens. Grazie all'antagonismo tra i due indirizzi fondamentali, propri rispettivamente della scuola classica e della positiva di diritto penale, ne sorsero altri più temperati, intermedi; tra i quali si affermò la terza scuola (detta anche del positivismo giuridico), ai cui principi s'inspirò il codice penale italiano del 1889 (Zanardelli). Compromesso tra la terza scuola e la scuola positiva (e non, come spesso inesattamente si afferma, tra la scuola positiva e la classica), anzi, tentativo di superamento tra i due indirizzi in lotta poiché coglie di entrambe le parti vitali, è il codice penale del 1930 (Rocco), che rappresenta una notevole evoluzione del diritto penale.
Tale vigente codice, pur non accogliendo i postulati della scuola positiva in quanto si discostano dal fondamentale principio della libertà delle azioni umane, e scolpendo invece il principio volontaristico negli artt. 42 e 83 (ossia quello della imputabilità come base della responsabilità penale), prende in considerazione la personalità del reo nelle disposizioni riguardanti ie condizioni psichiche di esso (artt. 88 e 89 ), nel sistema delle circostanze (artt. 59-70), nella valutazione dei motivi a delinquere (artt. 6I e 62), nella valutazione della capacità a delinquere agli effetti della pena (art. 133) e finalmente e soprattutto nella istituzione delle misure amministrative di sicurezza (artt. 202-208), suggerite da una mentalità saggiamente preventiva, consistendo la mèta ultima di tale nuovo istituto nella difesa deila collettività dagli individui socialmente pericolosi.
Passando a raffronti con il diritto canonico, si deve ben rilevare lo spirito precursore e il senso pratico della Chiesa che già nel Cuncilio di Trento (sess. XIII, de ref., cap. 1) ammoniva gli ordinari a voler piuttosto
prevenire che reprimere le infrazioni dei sudditi; e nel liber V del CIC, contempla i remedia poenalia posti a fiancheggiare le pene ecclesiastiche (cann. 2306-11), e con profondo intuito scientifico avverte (cann. 2218, § I) che per osservare un'equa proporzione tra la pena e il delitto occorre considerare non solo obiectum et gratuitos legis, ma anche età, istruzione, educazione, sesso, condizione sociale, stato di mente del reo, l'aver agito per impeto di passione o per grave timore: tutti quegli elementi, insomma, atti a formare un giudizio esatto sulla personalità del reo e sui moventi che l'hanno spinto ad agire.
Rint.: Tra le opere del fondatore, della sua scuola e ramificazioni: G. Virgilio, Sulla natura morbosa del delitto, Roma 1874; A. Marro, I caratteri dei delinquenti, Torino 1887; R. Garofalo, Criminaloeta, 2^{°} ed., Torino 1890; C. Lombroso, L'uomo delinquente, 2^{°} ed., Torino 1806-07 (10 ed. 1876; l'opera è stata ridotta in un vol. da G. Lombroso, Torino 1924); M. Carrara, A. c., Milano 1908; E. Ferri, Studi sulla criminalità, Torino 1926; id., Sociologia criminale, Torino 1929-30; G. Angiolella, Manuale di a. c., 2^{°} ed., Milano s. d.; S. Omilenghi, Trattato di polizia scientifica, II, Milano 1932; L. Verwoek, Cours d'antiropologie criminalle, Bruxelles 1932; M. Carrara (in collab.), Manuale di medicina legale, II, Torino 1940. Un indirizzo analogo è quello che in Germania va sotto il nome di "Kriminalbiologie : A. Lena, Grundriss der Kriminalbiologie, Vienna 1927; P. Exner, Kriminalbiologie, Amburgo 1939. - Sul moderno indirizzo costituzionalistico: G. Vidoni, Valori e limiti dell'andecrinalogia nello studio del delinquente, Torino 1923; N. Pende, I fattori fisiologici della criminalità, in Atti eonsegno Società di antrapal, e psical. criminale, Milano 1933; C. Ceni, Cause biologiche della delinquenza, Bologna 1943; B. Di Tulio, Trattato di a. c., Roma 1943. - D'indirizzo puramente sociologico: N. Colazioni, Sociologia criminale, Catania 1889. - D'indirizzo psicologico: M. L. Pasini, Dopo Lombroso, Milano 1916; id., Addizioni al "Dopo Lombroso", Milano 1930; S. De Sanctis, Psicologia sperimentale, II, Roma 1930. - D'indirizzo psico-sociologico: A. Nicoloro, La trasformazione del delito en la sociedad moderna, Madrid 1902; id., Criminalogia, I, Milano 1941; II, iv; 1943. - D'indirizzo giuridico: E. Plorian, Trattato di diritto penale, Parte generale voll. I e II, Milano 1934; F. Grispigni, Diritto penale italiano, Milano 1947 (in cui sono considerati in prevalenza i fattori psicologici). - Di critica dell'a. c. e della scuola positiva: e) dall'angolo visuale cattolico: A. Gemelli, Le dotrine moderne della delinquenza, Milano 1929; id., La personalità del delinquente nei suoi fondamenti biologici e psicologici, Milano 1946; ii) dall'angolo visuale del neo-idealismo assoluto: G. Gentile, Cesare Lombroso e la scuola italiana di a. c., in Le origini della filosofia renteneparanno in Italia, Messina 1921; U. Spirito, Storia del diritto penale italiano, Roma 1923; 1) da altre visuali: L. Lucchini, I semplicisti del diritto penale, Torino 1888; E. Paizzi, Attuale indimestrabilità delle cause organiche del delitto, in Riv. di diritto penitenziario, Roma 1936; id., Un quadriennio criminalogico da rivedere, iv; 1940. - Atti dei più recenti congressi: Atti del I Congresso internazionale di criminalogia, Roma 1939; Segundo Congreso latino americano de criminalogia, Santiago del Cile 1941: Annii da primierie Conferbacia pan-americana de criminalogia, Rio de Janeiro 1948.
## ANTROPOMETRIA: v. BIOMETRIA.
## ANTROPOMORFI : v. uOMO.
ANTROPOMORFISMO. - L'a. (dal gr. dot{α} v θ ρ ω- π ° ς " uomo", e μ ° ρ ρ η "forma ") in genere è la tendenza dell'uomo a proiettare se stesso sulle cose che lo circondano e a dare al mondo esterno i lineamenti del suo mondo interiore. Questa tendenza può influire anche sulla concezione del divino. Di qui il duplice aspetto dell'a.: uno filosofico, l'altro religioso.
L'a. filosofico, contenuto nei suoi limiti normali, trova la sua giustificazione nella verità, suffragata dalla tradizione e dalla scienza, che l'uomo, dal punto di vista materiale e fisiologico, è un microcosmo, in cui si compendiano gli elementi e le leggi dell'universo. Un altro fondamento di questo a. è la sintonia naturale tra soggetto conoscente e oggetto conoscibile, per cui, secondo la migliore filosofia, le leggi del pensiero sono un riflesso delle leggi dell'essere. Ma l'a. filosofico può esorbitare dai suoi legittimi confini, se si esagera l'ana-
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logia tra l'uomo e il mondo e il loro rapporto d'interdipendenza. Un esempio caratteristico di a. filosofico sono le audaci teorie del Telesio e del Campanella, che attribuiscono il senso e lo spirito a tutte le cose (senzismo cosmico e panpsichismo), preparando cosi la via a certe forme stravaganti di dinamismo moderno, in cui la forza è equiparata allo spirito.
L'a. religioso è quello che tocca la sfera soprannaturale. Esso si manifesta predominante nel politeismo pagano, che, partendo dall' animismo (v.) o attribuzione dello spirito alle cose, crea una turba di dèi come personificazioni di forze e fenomeni naturali, cui si attribuisce una psicologia realisticamente umana (Tylor). Qualche critico spregiudicato ha voluto riscontrare questo volgare a. anche nella religione ebraica e quindi nel Vecchio Testamento. Nella S. Scrittura, infatti, specialmente nel Vecchio Testamento, ricorrono con frequenza espressioni antropomorfiche quando si parla di Dio. A Dio si attribuiscono non solo azioni proprie dello spirito umano, come il pensiero, la volontà, il sentimento, ma anche le forme della vita sensitiva interna ed esterna (ira, gaudio e altre passioni, vista, udito e altri sensi). Anzi, non raramente nella Bibbia si parla della bocca di Dio, delle sue mani e di altre membra, come se Dio avesse un corpo. Non è quindi del tutto da meravigliarsi se nel sec. iv un certo Audi osò proporre una interpretazione letterale di questi testi attribuendo a Dio una vera forma umana, non esclusa la materia. Questo errore grossolano trovò in Siria e in Egitto pochi ingenui seguaci, che furono oggetto di scherno perfino presso i Padri della Chiesa (s. Giovanni Crisostomo, s. Agostino). In realtà si tratta di passi che non si possono interpretare letteralmente per ricavarne il concetto d'un Dio materiale, tanto più che il Vecchio Testamento è pieno di mirabili affermazioni sulla perfetta spiritualità di Dio e sulla sua ineffabile trascendenze (v. A. Biblico).
Si può anche aggiungere una terza specie d'a. che si potrebbe dire teologico. Esso si riconnette all'importante problema del valore dei nostri concetti e del nostro linguaggio intorno a Dio e ai suoi attributi. (v. analoola). Qui basti ricordare che nel parlare di Dio noi dobbiamo necessariamente servirci di concetti e parole relative alla natura creata, per il semplice motivo che la nostra ragione non può elevarsi alla conoscenza di Dio direttamente e immediatamente, ma soltanto attraverso le creature, che portano l'impronta della sua potenza e hanno con lui un rapporto di causalità e quindi di somiglianza. Ma in quest'ascesa l'intelletto umano corre il rischio o di accentuare troppo la somiglianza fino all'univocità, o di esagerare la trascendenza di Dio e la sua diversità dalla creatura fino all'equivocita. Nel primo caso si ha l'a. o equiparazione di Dio all'uomo; nel secondo caso si ha l'agnosticismo (v.) o la sfiducia di attingere la divinità coi concetti umani. La teologia cristiana, forte della divina rivelazione, evita questi due scogli con la dottrina dell'analogia, per cui i nostri concetti intorno agli attributi divini sono veri, cioè corrispondono all'oggetto (divina natura), ma non adeguatamente.
Bibl.: J. Turmel, s. v. in DB, I (1892), col. 658 seg.; A. Chaillet, s. v. in DTAC, I, col. 1367-70; G. Bareille, Anthropomorfistes, ibid., coll. 1370-72; G. Schmidl, Manuale di storia comparata delle religioni, Brescia 1934, pp. 113-41. Pietro Parente
ANTROPOMORFISMO BIBLICO. - È la raffgurazione di Dio fatta nei libri sacri, specie del Vecchio Testamento, in "forma umana», o con organi del corpo o fenomeni della vita sensitiva (a. propriamente detto), o con attività, stati ed effetti della intelligenza e volontà umana (più propriamente "antropopatia ").
Le cause per cui si prestano a Dio sembianze o sentimenti umani, risalgono all'indole stessa della conoscenza, derivante dal concreto sensibile, e del relativo linguaggio umano, forzatamente analogico e figurato quando deve esprimere lo spirituale e il trascendente. Il genio particolare dei semiti, poi, li porta ad esprimersi con vivida concretezza che talora rasenta la rozzezza; a tale carattere popolare è dovuta la preponderanza degli a. nel Pentateuco, che pur inculca il divieto di rappresentare Dio in forma materiale. Le teofanie, frequenti nei libri profetici, e lo stile poetico (Salmi), determinano ampio uso dello stile antropomorfico. Gli a., come risulta dal generale "contesto biblico ", debbono intendersi come metafore o allegorie, e non in senso proprio materiale, quale propugnavano nel sec. iv gli antropomorfiti o audiani.
E principio dell'ermeneutica cattolica che non indiscriminatamente la Scrittura attribuisce a Dio gli elementi della umana natura e le sue attività. Non viene mai attribuita a Dio, giusta l'inclinazione mitologica che si manifesta nei documenti religiosi degli altri popoli dell'antico Oriente, azione viziosa o malvagia passione. I sentimenti misti di perfezione e di imperfezione gli sono attribuiti solo per il lato positivo e secondo il concetto più formale ed eccellente: "Iddio ha solo senza invidia, s'irrito senza agitarsi, ha pietà senza sofferenza, si pente senza rammaricarsi d'alcun male, è paziente senza patire" (s. Agostino, De patientia, 1, 1: PL 40, 611). "Le ali di Dio significano dunque la sua protezione: le sue mani significano le sue operazioni, i suoi piedi la sua presenza, i suoi occhi la cura che ha di noi, il suo volto la cognizione che ci offre di sé medesimo: e tutto ciò che la S. Scrittura rammenta di analogo dev'essere inteso spiritualmente" (id., Epist. ad Fortunatismam, 148: PL 33, 628). Dante esprime bene le cause e la natura di tale procedimento letterario (cf. Paradiso, 4, 40-45).
Giovanni Ongaro
ANTROPOMORFITI: v. ANTROPOMORFISMO; AUDI.
ANTROPOSOFIA: v. STEINER, RUDOLPH.
ANTSIRABE, vicariato apostolico di. - La missione trac origine dalla prefettura apostolica di Betali, eretto il 13 maggio 1913, per dismembramento del vicariato di Madagascar (v. tananarive), ed elevata a vicariato il 24 ag . 1918, denominato di A. per decreto 10 genn. 1921. Furono poi rettificati i suoi confini settentrionali (con il vicariato di Tananarive) nel 1933, e dismembratane parte di territorio per l'erezione della prefettura di Morondava nel 1938.
Su una popolazione totale di ca. 212.000 ab., si contano ca. 30.000 pagani, ca. il doppio di protestanti, 98.031 cattolici (compresi ca. 300 allogeni) e 4.913 catecumeni. La missione è affidata a 24 preti, Missionari di La Salette (di cui 11 indigeni); 14 fratelli indigeni e 13 esteri e di 41 suore. Oltre il seminario minore ( 68 alunni) esistevano 136 scuole elementari con 5046 alunni. Il continuo e rapido progresso religioso è dovuto, fra l'altro, alla fitta rete di stazioni secondarie, dove 483 catechisti integrano l'attività delle 8 quasi-parrocchie.
Bibl.: Guido delle Mise. Catt., Roma, [1935], p. 275; AAS, 10 (1918), pp. 433-34: 31 (1939), pp. 88-89; MC, pp. 15-16.
Giuseppe Monticone
ANU. - Divinità babilonese che personifica il cielo come significa anche il suo nome (sumerico A n " cielo»). In ogni caso il suo dominio è il cielo e la parte suprema del cielo è la sua abitazione, dove A. siede sopra un trono. Come principe supremo del cielo A. non era solo il padre ed il re degli dèi, ma il dio per eccellenza. Divinità alquanto astratta, invisibile, si spiega come il suo culto ebbe minore popolarità di tanti altri. Solo di sfuggita, in qualche brano della letteratura mitologica, si accenna alla sua attività creatrice.
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Gli scavi non hanno finora rimesso in luce rappresentazioni e statue di questo dio; solo il suo simbolo, il trono sormontato dalla tiara, ch'egli ha comune con le altre due divinità, è spesso rappresentato sui badurru (pietre di confine).
Ad indicazione della sua potenza porta l'arma di legno eri (un legno speciale) detta "l'arma sublime di A. ". Il suo numero sacro è 60 , il più alto del sistema assaggesimale.
Il più antico e più celebre luogo di culto di questa divinità è la città di Uruk (Erech) dove abita nel tempio Eanna ("casa del cielo"); anche in Aššur ebbe dei templi (ca. il i i40).
Bibl.: G. Furlani, La religione babilonese-assira, I, Bologna 1928, pp. 109-16; E. Dhorme, Les religions de Babylonie et d'Assyrie (Coll. Mann, I), Parigi 1945, pp. 22-26.
Giustino Boson
ANUBI (egiz. inp.ro "sciacallo "). - E lo sciacallo, spesso confuso con il bellicoso lupo d'Asjut, che i Greci credettero un cane, donde il nome di Kynopolis dato alla città di Kase (l'odierna el-Qeis) sacra al suo culto, metropoli del 17^{°} nòmo. E raffigurato coricato in atteggiamento di riposo. Il dio viene pure adorato in Eliopoli e in Asjut; a Rifa ha il titolo di «signore dell'apertura della grotta». E dio dei morti; i Greci lo assimilarono a Ermete Psicopompo ed ebbe il nome di Ermanùbi. Fu preposto ad alcune necropoli, ma il suo culto si diffuse poi per tutto l'Egitto. Quando si formò il mito osiriano, entrò a farne parte come calui che imbalsamò il cadavere di Osiride. Nel giudizio dei morti pesa i cuori sulla bilancia. E detto a volte fratello di Osiride, a volte suo figlio e figlio di Rle (Rš) o di Sèth. E lui che col suo fiuto ha aiutato Iside a ritrovare il corpo di Osiride e gli ha dato imbalsamazione impedendone così la distruzione : perciò le anime pregano A. di prendersi cura dei loro corpi.
Bibl.: A. Erman, Die ägyptische Religion, Berlino 1902 (trad. ital. Pellegrini, Bergamo 1908). Ernesto Bacchi
ANVERSA, NUOVA: v. NUOVA ANVERSA.
ANZENGRUBER, Ludwig. - Poeta drammatico e narratore, n. a Vienna il 29 nov. 1839 , m. ivi il 10 dic. 1889. Con il dramma paesano Der Pfarrer von Kirchfeld, pubblicato nel 1870 , tipica espressione del Kulturkampf austriaco, l'A. diede subito la piena misura della sua arte. Se la lotta intima del protagonista tra il dovere e l'amore può sembrare talvolta convenzionale e le polemiche contro la Chiesa e il Papato sono superate in pieno, il dramma nel suo complesso è vivo e alcune figure secondarie tratteggiate con sicuro intuito psicologico. Anche i drammi successivi s'ispirano alle stesse tendenze politico-morali; alla polemica anticlericale s'aggiunge la questione sociale. Nel dramma Das vierte Gebot (1878) il naturalismo del 'go vedrà anticipati alcuni dei suoi problemi. Nel 1876 l'A. si volge alla narrativa, pubblicando la novella Der Schandfleck e, nel 1883, il romanzo naturalistico Der Sternsteinhof.
Bibl.: Ediz.: Sämtliche Werke mit erstmaliger Bewlitsung des ganzen handschriftlichen Nachlasses, a cura di R. Latzke e O. Rommel, in collab. con il figlio K. Anzengruber, is voll., Vienna 1918-23. - Studi: A. Bettelheim, L. A.: Der Mann, sein Werk und seine Weltanschauung, Lipsia 1898; id., Neue Gänge mit A., Vienna 1919; A. Kleinberg, L. A., Stoccarda 1921.
Emma Cantimori
ANZER, Johann Baptist. - Vescovo tedesco, missionario in Cina, n. il 16 maggio 1851, m. a Roma il 24 nov. 1903. Appartenente alla Societas Verbi Divini di Steyl (Olanda), fu inviato in Cina nel 1879 , nello Sciantung meridionale. Nel 1886 fu nominato vescovo titolare di Telepte e vicario apostolico a riconoscimento del largo successo della sua missione (alla sua morte lasciò 26.000 battezzati e 40.000 catecumeni).
A. ha dirette connessioni con l'affermarsi della politica tedesca nell'Estremo Oriente. Col consenso della S. Sede, infatti, nel 1890 sottrasse al tradizionale protettorato francese la sua missione e si appellò a quello germanico, riuscendo tra l'altro così a penetrare nella stessa Jencianfu, la città santa dei Cinesi, patria di Confucio. Quando nel 1897 vennero qui assassinati due suoi missionari, A., per garantire la vita e l'attività dei missionari, provocò dal governo germanico l'invio di due navi da guerra nella baia di Kino-Ciao. Egli ebbe parte attiva anche nella cessione in affitto alla Germania di Tsing-tao. Ponendo cosil l'azione missionaria tanto apertamente sotto la protezione d'una potenza europea, A. offrì giustificazione politica alla persecuzione anticristiana del 1900 (guerra dei boxers, v.).
Bibl.: Fr. Nippold, Bischof v. A., Die Berliner amtliche Politik und die evangelische Mission, Steyl 1905; H. Fisher, Arnold Youssen, Gründe: des Steyler Missionstuerher, Steyl 1910. Mario Bendiscioli
ANZIO. - Città volsca a 58 km . da Roma, con famoso porto (Caenon), sottomessa, nel 338 a. C., dai Romani, che, sulla fine della Repubblica, la popolarono di ville lungo il litorale. Raggiunse l'apogeo del suo sviluppo ai tempi di Nerone, che avendovi sortito i natali, ne ingrandì il porto, e vi costruì una nuova villa imperiale sulla spiaggia di ponente.
La necropoli, nella zona ad occidente del faro, con gruppi di tombe tra l'vili ed il vir sec. a. C., dalla suppellettile molto simile a quella dei colli Albani, fa pensare ad una primitiva popolazione latina piuttosto che volsca. Ma più importante è la tomba ipogea a tre stanze, con loculi disposti anche in duplice fila sulle pareti; tomba scoperta nel 1938, poco a nord dell'odierno cimitero, della quale il vano di destra ha la forma di una galleria catacombale. Come nelle tombe etrusche, le tre porte d'ingresso si aprono alla fine di un dromos scoperto. Il corredo funebre dei più che 50 morti, sepolti integri ed avvolti in bande, consisteva in vasellame etrusco-campano, specchi, strigili, collane, fuserole ecc. di buonissima fattura, per cui ne possiamo assegnare l'opera tra la fine del iv ed il principio del III sec. a. C.
Se abbondano quelle pagane, le memorie archeologiche della primitiva chiesa anziate sono assai misere: un'epigrafe (spes in deo [CIL, X, 6762]) su travertino, sormontata da una grande foglia di edera, e questa a sua volta da due palmette.
Per il ductus delle lettere e per la formola propria dell'età delle persecuzioni, l'iscrizione è da ritenersi anteriore al tempo della pace costantiniana.
Tra le prime memorie cristiane di A. va annoverata pure la «massa urbana in territorio antistino praestans solidos ccxL», donata da Costantino alla basilica lateranense (Lib. Pontif., I, ediz. L. Duchesne, p. 174).
Ad A., per testimonianza di Ippolito (Philosophumena, IX, 12), il papa Vittore (189-99), relegò Callisto appena tornato dalla Sardegna. Ma dal citato passo non si può dedurre con certezza che tra la fine del sec. II ed il principio del seguente, già vi esistesse una comunità cristiana e molto meno una chiesa annessa ad un cimitero, come ritiene l'Harnack, anche se non debba escludersi che Callisto, durante la permanenza, vi abbia propagata la fede cristiana.
Sono noti i nomi di tre suoi vescovi presenti ai sinodi romani del 465 (Gaudenzio), 487 (Felice) e 499-502 (Vindemio).
Durante lo scisma sotto il papa Bonifacio (418422), il competitore Eulalio si ritirò ad A., presso il santuario di S. Ermete, noto solo dal Liber Pontificalis (I, p. 227) e di cui localmente è perduta ogni traccia.
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Agli inizi del sec. vi si esaurisce la storia di Antium, che decade, unitamente alla diocesi, e si spopola per le invasioni barbariche, specie la longobarda (Procopio, De bell. got., I, 26). Il territorio, ridotto a semplice massa, venne trasformato dal papa Zaccaria in una domusculta (Lib. Pontif., I, p. 435).
Lungo il tracciato dell'antica via Severiana, ad oriente del moderno abitato, tornarono alla luce, nel 1877, i ruderi di un oratorio, con pitture giudicate del sec. xir, il quale era stato ricavato da un sepolcro romano in laterizio del sec. II d. C.
Biml: Ughelli. X, pp. 13-14; G. B. De Rossi, in Bullettino d'Archeal. crist., 7 (1869), p. 25: C. Soffredini, Storia di A., Sativco, Asturo, Nettuno, Roma 1879; A. Harnack, Die Mission und Ausbreitung des Christentums in den ersten drei Zohrhunderten, II, Liiscia 1912, p. 261 ; Lazzoni, pp. 144-45; G. Lugli, Soggio sulla topografia dell'antico Antium, in Riv. dell'Istituto di Archeologia e Storia dell'arte, 7 (1940), p. 150 sgg .; A. Galieti, Contributi alla storia della diocesi suburb. di Albano Lazzide, Città del Vaticano 1948, pp. 45-47. Alberto Galieti
AOD (ebr. 'Éhádh). - Secondo "giudice" d'Israele, figlio di Gera (distinto dal figlio di Balan di I Par. 7, 10), della tribù di Beniamin, suscitato da Jahweh come "salvatore" 40 anni dopo Othoniel (v.) : Indc. 3, 12-30. Il re dei Moabiti, Eglon, cui si erano associati gli Ammoriti e gli Amaleciti, occupò il territorio di Ruben e, varcato il Giordano, si stabili a Gorico, imponendo agli Israeliti un tributo annuo. Dopo 18 anni di servitù, fu mandato A. con altri per portare ad Eglon il tributo; consegnatolo, lasciò partire i compagni (secondo la Volgata, usci con essi fino ai pressi di Galgala e poi ritornò dal re), e a Eglon disse che aveva da comunicargli un segreto da parte di Dio. Mentre il grasso re, rimasto solo, si alzava per ascoltare, A. con la sinistra, poiché era ambidestro, lo trafisse con la spada che teneva nascosta sotto le vesti.
Fuggito dalla porta posteriore (dalla finestra, secondo Lagrange), A. raggiunse i compagni a Galgala. Nel palazzo non si accorsero subito dell'assassinio, poiché non osavano aprir la porta chiusa dal re. Da Galgala A. si recò a Serra, donde mandò banditori nelle montagne di Efraim per raccogliere gli Israeliti contro i Moabiti. Radunato un esercito, occupò i guadi del Giordano per impedire la fuga ai nemici, che assali alle spalle. Gli armati moabiti furono battuti e perirono tutti, in numero di ca. 10.000. Israele fu quindi in pace per 80 anni.
Biml.: M. J. Lagrange, Le llore des Juges, Parigi 1003, pp. 30-61; L. Desnoyers, Histoire du peuple hébreu, I, Parigi 1922, pp. 133-37, 389 sg.; E. Auerbach, Ehud, in Zeitschr. fiir a'ttest. Wissenschaft, 10 (1933), pp. 47-51; E. G. Krucking, Difficulties in the Story of Ehud, in Journal of Biblical Literature, 54 (1935), pp. 205-10. Antonino Romeo
AOSTA, DOCESI di. - Comprende tutto il territorio della valle di Aosta (Piemonte) e conta 90.000 ab., 88 parrocchie, 140 sacerdoti secolari, 5 Ordini e congregazioni religiose maschili e 7 femminili, i seminari maggiore e minore. Patrono: s. Grato vescovo, la cui festa ricorre il 7 sett.
Storia. - A., l'antica Augusta Praetoria, fu fondata l'anno 25 a. C. alla convergenza delle due vie che conducevano alle Alpi Graie (Piccolo S. Bernardo) e Pennine (Gran S. Bernardo); la colonia Augusta Praetoria, composta di pretoriari e di antichi abitanti della valle, i Salassi, fu inclusa nella regione XI dell'Italia di Augusto. Alla caduta dell'impero, la valle di A. appartenne agli Ostrogoti, ai Bizantini, ai Longobardi e, dal 575 all'avvento dei Carolingi, al regno merovingico di Borgogna; alla caduta dei Carolingi segui la fortuna del regno d'Italia e verso la metà del sec. x fu inclusa nuovamente nel territorio del regno di Borgogna. Ai primi del sec. xi la valle di
A. incomincia a figurare nel gruppo burgundico alpino dei domini di Umberto Biancamano, e, benché appartenesse all'impero, non conobbe in pratica, da quel momento sino all'annessione all'Italia, altri signori che i Savoia, ai quali rimase fedelissima. A., eretta in ducato nel 1238 , si governò con grandi illibertà mediante l'Assemblea dei tre Stati, clero, nobiltà e popolo, il Consiglio dei Commessi, istituito negli anni 1535-36, e leggi proprie, codificate nel

(ist. Brunner)
Aosta - Chiostro (1133) e campanile (secc. xit-xit1) della collegiata dei SS. Pietro e Orso.
1586 (Constumes générales du Duché d'Aouste, Chambéry 1588); ma Carlo Emanuele III abrogò ogni cosa tra il 1760 e il 1770 . La lingua ufficiale del ducato era la francese. A. seppe cosi bene difendere l'integrità del suo territorio da meritare il titolo di Aoste la Pucelle.
Come in tutta l'Italia su