S. Pietro e Orso.
1586 (Constumes générales du Duché d'Aouste, Chambéry 1588); ma Carlo Emanuele III abrogò ogni cosa tra il 1760 e il 1770 . La lingua ufficiale del ducato era la francese. A. seppe cosi bene difendere l'integrità del suo territorio da meritare il titolo di Aoste la Pucelle.
Come in tutta l'Italia superiore, il cristianesimo si diffuse lentamente nella valle di A.; la sua evangelizzazione s stematica avvenne nel corso del sec. iv, probabilmente per opera di s. Eusebio di Vercelli, la cui diocesi si estendeva sino alle Alpi Graie e Pennine. L'erezione della diocesi risale al principio del sec. v e il suo primo vescovo fu Eustasio, che si fece rappresentare, certamente a causa della sua età, dal prete Grato al Concilio di Milano del 451. Alla fine del sec. iv può risalire infatti la piccola basilica cimiteriale ritrovata, non molto tempo fa, in un'area cimiteriale posta a poca distanza dalla Porta Decumana, sulla via che conduce al Piccolo S. Bernardo (cf. C. Car-
## Page 952

(Int. Ueb. Fst. Sec.)
ducci, in Bollettino del Centro di Studi Archeologici ed Artistici del Piemonte, I [1941], p. 5).
Il catalogo dei vescovi di A. è frammentario sin quasi alla fine del sec. xi. Tra essi meritano un particolare ricordo: s. Grato (v.); s. Giocondo, sotto il cui episcopato visse ad A. s. Orso (v.); Anselmo I (principio del sec. x), che ricostruì la collegiata dei SS. Pietro e Orso, di cui rimangono tuttora resti di decorazione sotto il tetto dell'attuale chiesa; Gualberto (m. nel 1212), che ottenne dal conte Tommaso I di Savoia nel r191 la prima carta di franchige per A.; il beato Bonifacio di Valperga (1220-43), il cui culto fu confermato nel 1800 ; il beato Emerico di Quart (1301-13), il cui culto fu confermato nel 1881 ; Pietro Gazino (1528-27) che stroncò, con i tre Stati, la propaganda protestantica nella Valle; Marc'Antonio Bobba (1557-68), giureconsulto, che prese parte al Concilio di Trento e divenne cardinale (m. nel 1575); Pietro Francesco di Sales (1741-83), che diede nel 1780 al seminario maggiore l'attuale sede; Augusto Giuseppe Duc (v.; 1872-1907), noto storico della diocesi cui si deve l'attuale piccolo seminario.
La diocesi di A. fu suffraganea di Milano fino al momento in cui Carlomagno la incorporò nella provincia ecclesiastica tarantasiense da lui creata sul finire del sec. viII; ma, verso la metà del sec. IX, A. ripassò sotto Milano per un secolo, per quindi ritornare alla provincia tarantasiense e rimanervi fino al 1802. La diocesi fu allora soppressa e unita ad Ivrea; al suo ristabilimento ( 1817 ) fu annessa alla nuova provincia ecclesiastica di Chambéry e vi rimase sino al 1864 , indi passò a quella di Torino. La diocesi di A. aveva, come tante altre diocesi, un rito particolare, soppresso il 4 febbr. 1829 da Leone XII con la bolla In Pedemontii Ecclesias.
Tra i personaggi ecclesiastici illustri meritano un ricordo: s. Bernardo (v.), restauratore degli Ospizi del Grande e del Piccolo S. Bernardo, s. Anselmo (v.), il cardinale Antonio di Challant (v.), il priore Giorgio di Challant (m. nel 1509), mecenate, il p. Antonio Savio (a sapientibus), generale dei Conventuali, che prese parte al Concilio di Trento (m. nel 1566), il canonico Antonio Gal, padre della storia valdostana, il p. Lorenzo, dotto e zelante cappuccino (m. nel 1880).
Nella diocesi non esistettero monasteri o abbazie, ci furono però diversi priorati benedettini dal sec. xi in poi, e varie case di canonici regolari, tra cui la residenza aostana dei canonici regolari del Gran S. Bernardo e la prevestuta di Verres, che risale alla fine del sec. x, passata nel 1911 ai canonici regolari lateranensi. Principale istituto di cultura ecclesiastica è l'Accademia religiosa e scientifica di S. Anselmo, fondata nel 1855 dal can. A. Gal, che ha dato un fortissimo impulso agli studi storici locali, ha pubblicato sin dall'origine un suo bollettino e possiede una bella biblioteca e un piccolo museo. La biblioteca principale della diocesi è quella del seminario, non ancora catalogata. Ricchi di codici (dal sec. ix in poi) e di documenti (pergamene dal sec. xi in poi) sono gli archivi del vescovato, della cattedrale, della collegiata di S. Orso (ordinato cronologicamente) e del municipio.
Monumenti. - La città ha molti monumenti romani: arco di Augusto, Porta Pretoria, teatro, ora scavato, anfiteatro, cripto-portico, ecc.; la cattedrale e la collegiata di S. Orso, ridotte allo stato attuale nel sec. xv, non hanno nulla di nosevole dal lato architettonico, ove si eccettuino le due antiche cripte; pregevolissimi e numerosi sono invece i tesori d'arte che racchiudono: la cattedrale conserva il noto dittico eburneo di Onorio del 406, una fibula con un grande cammeo, d'arte romana, racchiuso in filigrane d'oro del sec. xim, le artistiche casse-reliquiario di s. Grato del 1458 e di s. Giocondo del 1615 , paramenti
## Page 953
riccamente ornati dal sec. xv in poi, messali e corali miniati, gli stalli di legno intagliato nel coro del 1467 , ecc. : la collegiata, oltre le pitture del sec. x già segnalate, quelle della volta del sec. xv e gli stalli di legno intagliato nel coro del sec. xv, possiede preguvoli messali miniati del sec. xv, reliquiari, calici, ecc. Accanto alla chiesa il maestoso campanile del sec. xir-xiir; il chiostro romanico del 1133; il priorato, decorato esternamente con terrecorte della fine del sec. xv; il museo romano. Diverse parrocchie extraurbane posseggono pure monumenti ed oggetti d'arte notevoli, che si son potuti ammirare nella prima mostra d'arte sacra tenuta ad A. nel 1936.
Biol.: Opere di carattere generale: Monumruta Hirtorine Patrine. Torino 1836 sgg., e le diverse collezioni della R. Deputazione di storia patria di Torino (i voll. XIV e XV del Momumenta contengono i verisdi delle Congregazioni dei tre Stati [12821776], per cura di E. Bollati, ed. a parte, 4 voll., Torino 1877-84); F. Kehr, Italia Pontificia, VI. Berlino 1914, pp. 158-67. -Bullerius de l'Accdenie de St-Austine, Aosta 1856 sgg., sinora 26 voll. : A. Mamo, Bibliografia storica degli Stati della monarchia di Saroni, II, Torino 1901, pp. 276-312 (bibl. sistematica: per quella poi recente, cf. il Bolleribus storico-bibliografice subalpisio, e G. Burchesio, Bibliografin Piemontese-Ligure, 2 voll., Torino 1935. 1940). - Per la storia civile-religiosa: J.-B. de Tillier, Historique de la Vullée d'Aoste, 2^{°} ed., Aosta 1888, con annotazioni di mons. Duc d'autore (m. nel 1745) è stato il più grande racenghiore di documenti e di memorie sulla storia politica e religiosa della Valle): F. Savin, Gli antichi Vescovi d'Italia dalle origini al 1300 . Piemonte, Torino 1800 (studio critico sul catalogo dei vescovi); T. Tibaldi, Storia della Valle d'A., 5 voll., Torino 1000-12 (storia civile della Valle, da adoperarsi con cautela); J.-A. Duc, Histoire de l'Eglise d'Aoste, 10 voll., Aosta-St-Staurice 1901-12 (opera fondamentale malgrado difetti di metodo); Miscellanea Veldastana (Biblioteca della Soc. Storica Subalpina, 17, Finerale 1903 (raccolta di studi sulla storia della Valle); L. Duchesne, Les Fastes episcopaux de l'aurienne Gaulo, I, 2^{°} ed., Parigi 1907, pp. 247-48 (catalogo antico dei vescovi); Lanzoni, pp. 1022-26 (catalogo antico dei vescovi). - Per la questione linguistica: F.-G. Frutaz, Les origines de la langue française dans la Vialle d'Aoste, Aosta 1913. - Per i monumenti: E. Aubert, La Vullée d'Aoste, Parigi 1860 (brillante descrizione della Valle); C. Pronis, Le antichità di A. Augusta Praetoria Salassorum, Torino 1862, con adante di 14 tavole (opera fondamentale); F.-G. Frutaz, L'art chrétien dans la Vallée d'Aoste, Aosta 1898; F. Tocaca, Catalogo delle cose d'Arte e di Antichità d'Italia, A., Roma 1911 (elenco razionato di tutte le antichità della città di A.): F. Barocelli, Inscriptiones Italiae, vol. XI, Regio XI, fasc. I: id., Augusta Praetoria, Roma 1932; id., Bicerche e studi sui monumenti

(Ist. Uob. Fut. Aec.)
Aosta - Fibula con cammen (arte romana) e Eligrana (sec. xili). Tesoro della Cattedrale.

Qut. Procurati
Aosta - Vescovo in abito pontificale. Vetrata dipinta nell'abside della Cattedrale; arte svizzera (fine sec. xv - inizio sec. xvi).
romani della Val d'A., in Aosta, 1934: G. Brocherel, La Valle d'A., 2 voll., Novara 1932, 1933 (tradizioni popolari); V. Viale, La Mostra d'arte sacra di A., in Bassegno mensile municipale - Torino -, sett. 1936 (riccamente illustrato); N. Gabrielli, Le pitture romaniche (Repertorio delle cose d'arte del Piemonte, 1), Torino 1944, pp. 4. 17: P. Barocelli, Forma Italiae, vol. Augusta Praetoria, Roma 1949.
A. Pietro Frutaz
APATIA (árá́́aıa). - Etimologicamente equivale all'«assenza di passioni» e alla imperturbabilità dell'animo.
I. Ascetica orientale. - Il termine a. è usato in senso morale e ascetico dagli Orientali per indicare uno dei più alti gradi della spiritualità. E poi classico trovare diversi concetti dell'a. e diversi sistemi spirituali, fondati su di essa, negli autori ascetico-mistici dell'Oriente fino all'apparizione dell'esicasmo. Il termine è originariamente proprio degli stoici, che, considerando le passioni ( τ dot{α} θ mathrm{c} ) tutte moralmente cattive, ne prescrivevano l'eliminazione, che sola permetteva di imitare la vita divina. In questo senso alcuni Padri greci, ad es. il Nazianzeno (Ep. a Philagrium e Orat., XXVI : PG 37, 65-78; 35, 1239-44), andarono un po' oltre, ma prima caddero in palesi errori alcuni alessandrini con a capo Clemente, il quale fece dell'a. l'ideale irraggiungibile della gnosi cristiana (cf. Strom., VI-VII: PG 9, 207-558). Il sistema orientale dell'a. soffrì l'influsso della dottrina di Filone e di Plotino. Con lo
## Page 954
sviluppo del monachismo l'a. entra in una fase nuova, e viene presentata come risultato dell'orazione continua e della vigile custodia dei sensi (cf. Hist. Lousiaca, passim, ad es. nei Prolegomeni di Palladio: l'G 34, 1005-1006), ma non sa ancora liberarsi da una certa pericolosa rigidezza e impassibilità, appunto retaggio degli stoici, che rende l'esercizio della virtù, imprudente e poco umano (cf. ibid., capp. viII, Lxxxv, cxxxviI, ecc.). Dopo Evagrio Pontico, l'autore che forse ha esercitato il più grande influsso sulla dottrina spirituale dell'Oriente, il concetto e la prassi dell'a. vennero più accuratamente definiti. E uno stato di felicità, al quale si arriva mediante la prassi (esercizio della virtù), e la vittoria sulle passioni; intimamente congiunto con l'orazione come prerequisito, non dimentico della mortificazione, perché in questa vita le passioni non si distruggono mai. Dall'a. nasce poi la carità, che apre la porta della contemplazione. Fra i diversi frutti di essa, e come indizio d'averla raggiunta, Evagrio enumera l'orazione senza distrazioni di sorta, l'imperturbabilità anche nei fantasmi del sonno, e la piena libertà dello spirito. Questa saggia dottrina (che già s. Giovanni Climaco collocò nei gradi 29-30 della sua Scala, come l'apice della perfezione) ricevette poi tutto il peso e l'autorità da s. Massimo il Confessore col quale si consolidò nell'ascetica orientale.
Bibl.: Per valutare l'a. orientale giova moltissimo le scudo filosofico-natristico della Scuola d'Alessandria e degli scrittori ascetico-mistici fino al sec. IX. Per l'a. in Evagrio v. I. Hausherr nel Commentario al De oratione dello pasiudo-Nilo d'Ancita in Rev. d'Ascet. et Myst., 15 (1934), pp. 34-93; pp. 113-70.
Emanuele Candal
2. Medicina Pastorale. - Dal punto di vista medico e psichiatrico l'a. costituisce, ad un grado estremo, un sintomo patologico di affezioni varie che vanno dall'anemia cerebrale ai tumori cerebrali, dalle intossicazioni, sia endogene (uremia) che esogene (stupefacenti), fino a stadi avanzati di demenza precoce. Uno stato di a. che può essere definita, fino ad un certo punto, fisiologica, è quello che si manifesta nella vecchiaia avanzata. In grado lieve, può essere indizio di un carattere torpido e fiacco. Nell'a. patologica viene soppresso qualunque sentimento affettivo, qualsiasi emozione e aspirazione. Il paziente rimane indifferente a qualsiasi notizia o spettacolo che concerne persone a lui care o anche sà stesso; persino gli stimoli dolorosi lo lasciano indifferente, senza provocare in lui alcun riflesso o alcuna reazione.
Bibl.: E. Tanzi e E. Lugaro, Malattie mentali, Milano 1914. Adalberto Pezzini APATÚRIE ( dot{α} π α τ ° dot{ρ} ρ ι α ). - L'etimologia è certamente da á copulativo e π dot{α} τ o p ε ς, ossia festa di coloro che hanno antenati in comune. Era infatti comune a tutte le stirpi ioniche, ad eccezione di Efeso e Colofone. Per Atene siamo, com'è naturale, meglio informati; tuttavia non sembra probabile che vi siano state differenze di rilievo fra le a. attiche e quelle non attiche. Le a. erano feste essenzialmente familiari; ma, data la costituzione degli Stati greci, assumevano un'importanza non comune dal punto di vista sociale-politico. Duravano tre giorni: il primo sembra si chiamasse dot{α} v dot{α} ρ pumc ed era dedicato al sacrifizio, ossia allo scannamento delle vittime; il secondo, δ o ρ π i α, era dedicato alla grande cena collettiva di tutti i membri della fratria intervenuti. Durante il terzo ( α 0 ω ρ η ω̂ τ ι ς ) avveniva la presentazione, agli altri membri della fratria, dei figli, propri o adottivi, da parte dei padri e delle spose novelle da parte dei rispettivi mariti. Poiché i membri della fratria potevano opporsi alla iscrizione del ragazzo nella fratria, ciò equivaleva a negargli la cittadinanza ateniese, con tutti i diritti che ad essa
erano connessi: donde l'importanza della cerimonia per l'avvenire del futuro cittadino.
I figli erano presentati due volte nella lor vita alla fratria: una prima volta - e si trattava probabilmente di cerimonia puramente religiosa - all'età di 3-4 anni, ed una seconda volta alla pubertà. Il sacrificio offerto in occasione della prima presentazione era detto μ ε hat{ε} ε α, ossia minore, e consisteva in offerte di animali piccoli, probabilmente di agnelli. Il sacrificio offerto in occasione della seconda presentazione era detto varkappa ε ω ρ ε i ́ o v per i maschi, perché connesso col toglio rituale dei loro capelli, e γ α ρ η̂ λ 1 α per le femmine perché solo dopo tale cerimonia - necessaria affinché la futura sposa fosse considerata in possesso della cittadinanza attica, indispensabile per il riconoscimento della cittadinanza della futura prole - potevano adire a nozze; e consisteva in animali adulti, oltre che in pane e vino. I sacrifici eran fatti, in Attica, sull'altare di Zeus Fratrio ed Atena Fratria: è evidente, nella scelta delle divinità, il carattere politico della festa, sovrapposto a quello gentilizio originario.
Risca di particolari sullo svolgimento delle a. è la lunga iscrizione dei Demotionidi, rinvenuta presso l'antica Decelea; altre notizie, preziose ma frammentarie, ricaviamo da passi di autori e soprattutto da scolli.
Le a. si celebravano all'inizio dell'inverno, quando cioè tutti i membri della famiglia, sparsi per procurarsi il pane, si ritrovavano attorno al focolare.
Bibl.: Discussione dello fonti e ricostruzione della festa in A. Mommsen, Die Feste der Stadt Athen, Berlino 1898, pp. 323-39. Studio essuriente sull'argomento in M. Guarducci, L'istituzione della fratria nella Grecia antica e nelle colonie greche d'Italia, in Memorie della R. Accademia dei Liberi, 6^{°} serie, 6 (1937), pp. 33-37.
Pavlino Mingarulo
APELLE. - Discepolo di Marcione dal quale si separò recandosi per qualche tempo ad Alessandria e tornando poi a Roma. Scrisse un grosso volume di Sillogismi per convincere di falsità Mosè e pubblicò le rivelazioni di una certa Filomena, probabilmente sua discepola. Era già vecchio quando sotto Commodo ebbe una disputa pubblica con Rodone, discepolo di Taziano (Eusebio, Hist. eccl., V, 13). Secondo il Praedestinatus, 22, fu combattuto anche da Origene.
A. ammette un solo dio, buono, che crea il mondo angelico. Uno di questi angeli è il demiurgo che ha creato a immagine di quello superiore questo mondo inferiore della materia; ma cosi difettosa riesce l'opera sua che egli se ne parte e prega Dio di provvedere alla sua correzione. Cosl viene inviato Gesù, che alla fine dei secoli rimoverà tutto il mondo. Secondo alcuni il demiurgo sarebbe per A. l'angelo del fuoco apparso a Mosè, e quindi il dio stesso d'Israele. Egli riesce con affettamenti di cibi materiali ad attirare giù dal cielo le anime degli uomini e fissarle nella carne.
Bibl.: A. Harnack, Marcion, 2ᵃ ed., Lipsia 1924, p. 117652. Erik Peterson
"APERI DOMINE». - Orazione con la quale s'inizia il divino ufficio. Secondo il monito dell'Eccli. (18, 23), l'anima deve prepararsi alla preghiera; per questo nel medioevo sorse l'uso di visitare prima gli altari, o di dire salmi ecc. In alcuni monasteri si cominciava con l'orazione "A. D. ", che il sacerdote diceva nell'accedere all'altare (sec. x) o anche nel canone della Messa dopo il Prefazio, mentre il coro cantava il Sanctus, e finalmente prima di cominciare il mattutino. S. Pio V la raccomandò a tutto il clero e la pose al principio dell'ufficio divino.
Bibl.: H. Mahieu, Probatia charitatis, Bruges 1914, n. 159; C. Calluwaert, in Collationes Brugenes, 22 (1922), p. 269.
Filippo Oppenheim
APERITIO AURIUM. - Nelle liturgie occidentali il sacerdote, prima del Battesimo, secondo l'esempio di Nostro Signore (Mc. 7, 34), bagna le orecchie e le narici del catecumeno con la saliva, dicendo: Ephphetha, quod est adaperire. Anticamente si faceva un
## Page 955
semplice segno su questi sensi (Ippolito, Traditio Apostolica, 20, 8). Secondo Giovanni diacono (Epist. ad Senarimm, 4) si usava l'olio: "Tanguntur oleo aures corum, tanguntur et nares». Il Sacramentario Gelasiano prescrive la saliva, che poi, nel rito romano-franco, è divenuta di uso comune. Talvolta l'a. a. era unita alla consegna del simbolo, del Pater noster, dei Vangeli, ed avveniva non sempre al mattino del Sabato Santo, ma anche in altri giorni precedenti, specialmente nella Domenica delle Palme, che nel Gelasiano porta questa nota: «Expositio Evangeliorum in aurium apertione ad electos». Secondo s. Ildefonso (De cegnitione baptismi, 29) l'unzione degli orecchi apparteneva già al rito d'ammissione al catecumenato. Più tardi, quando gli scrutini si aumentarono, il mercoledì dopo la IV domenica di Quaresima divenne il giorno dell'o. a. ed insieme della consegna del simbolo e del Vangelo. Il significato di questa cerimonia è ovvia: ormai le orecchie devono essere aperte per ascoltare la parola di Dio. Secondo recenti disposizioni liturgiche il rito si può omettere se vi sono ragioni igieniche, non però la formola che lo accompagna (AAS, 36 [1944], p. 24).
Bib.: A. Dundeyne, La discipline des scrutins dans l'Eglise latine, in Revue d'histoire ecclésiastique, 28 (1932), pp. 5-33, 751-87; V. Oppenheim, Sacramentum Regenerationis Christianae, Roma 1947, pp. 36-37.
Filippo Oppenheim
APERITIO ORIS. - Espressione in uso presso la Curia romana, con duplice significato.
Significa anzitutto la procedura richiesta perché possa essere ripreso in esame un provvedimento emanato dall'autorità suprema del Pontefice. Quando il Papa ha emanato un provvedimento, oppure ha confermato in forma specifica il provvedimento di un prelato inferiore, non è più possibile un riesame da parte di un'autorità subordinata, se non si ottiene dal Papa stesso la facultas aperitionis oris, seu aperiendi mentem Summi Pontificis. Il CIC contempla il caso, pur senza contenere l'espressione, nel can. 1683. Di questo istituto giuridico si trovano frequenti applicazioni pratiche nel Thesaurus resolutionum S. C. Concilii, 167 voll., Roma 1739-1908; e in S. Pallottini, Collectio omnium conclusionum et resolutionum S. C. Concilii, 17 voll., Roma 1867 sgg.
Significa inoltre una fase del cerimoniale usato dal Sommo Pontefice per la creazione dei cardinali. In uno dei concistori segreti seguenti la nomina dei nuovi cardinali, il Papa compie la duplice cerimonia della chiusura ed apertura della bocca, che consiste nell'inibire e successivamente nel concedere ai nuovi eletti la voce nei concistori ed altre assemblee della Curia romana (v. CONCISTORo). Agatangelo da Langasso APHARSACHEI, (APHARSATACHEI, APHARSEI): v. aparsachei.
APHEC (ebr. 'Aphliq e 'Aphíq "fortezza" o "corso d'acqua"). - Nome di 5 località della Palestina.
1. Città cananea nei monti di Giuda, il cui re fu vinto da Giasub (Ios. 12, 18 e 15, 32 [Aphecal]); corrisponde o all'odierna Fūqīn a 9 km . a ovest di Bethleem, o al Hirbet ed-Darrame presso la sorgente 'Ayn Dilbe.
2. Città al confine meridionale della tribù di Aser (Ios. 13, 14; 19, 30; Judc. 1, 31) tra Amma e Rohob; rimase abitata dai Cananei. Forse corrisponde a Apqu della campagna egiziana di Asarhaddon (v.). E l'odierno TellKurdāne, presso la sorgente 'Ayūn el-Bass chiamata Recordane dai Latini nel medioevo. Non può identificarsi con la greca Aphaka del Libano (odierna Afqa, a 28 km . a ovest di Baalbek), celebre per il suo tempio di Venere (Astarte) che Costantino fece distruggere (Eusebio, Vita Const., III, 55); infatti mai le frontiere d'Israele si estesero fino al Libano. Potrebbe invece identificarsi con l'A. di I Sam. 29, I (cf. sotto al n. 4).
3. Città presso Ebenezer nella pianura di Saron, ove i Filistei sconfissero gli Ebrei e presero l'Arca dell'Alleanza (I Sam. 4, I sgg.). E nella lista di Thutmose III (n. 66 : I-pve-q-n = Efeqon), e nel "testi di proscrizione" egiziani (sec. xix a. C.). Oggi è spesso identificata con Meḡdel Jāba (Migdal Aphec di Flavio Giuseppe, Bell. Iud., II, 19, 1) a 14 km . a nord di Lidds; ma in realtà è Qal'at Rās el-'Ain, l'erodiana Antipatride (v.), 3 km . più a nord-ovest, ove si sono trovate tracce di abitato dell'età del bronzo (ca. 2000 a. C.). Cf. F. M. Abel, Mirabel et la tour d'Apheb, in Revue Biblique, 36 (1927), pp. 390-400.
4. Città in Jezreel (v.), accanto ai monti di Gelboe, vicino alla quale i Filistei sconfissero Saul (I Sam. 29, I sgg.); forse corrisponde all'odierna Fuqū'a. Ma F.-M. Abel identifica questa con la precedente. Cf. sopra al n. 2.
5. Luogo in cui Achab re d'Israele debellò Benhadad II re di Siria (I Reg. 20, 26-30), e più tardi Ioas re d'Israele vinse Benhadad III (II Reg. 13, 17-25). E da porsi a est del lago di Tiberiade; corrisponde all'odierno Fiq nel Giolān, 21 / 2 mathrm{~km}. a est-nord-est di el-Hosn (Hippos).
Bibs.: A. Alt, Politstina Zahrbuch, 21 (1925), p. 50; 24 (1928), p. 39; 25 (1929), p. 41; 28 (1932), pp. 16-20; F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, I. Parue' 1933, pp. 146. 454 ; II. ivi 1938, pp. 23246 sg; F. Zarell, Lexicon bebr. et aram. V. Test., fasc. I, Roma 1941, p. 75 (distingue sette A.). Antonino Romeo
API. - Il toro A. (in egiziano b^{′} p j che significa "il corridore") era il più popolare animale sacro degli Egiziani. Veniva onorato soprattutto a Menfi, dove un esemplare vivente veniva nutrito nel tempio detto appunto Apieum. La scelta dell'animale non era semplice. Doveva essere un toro nero, ma bianco nel ventre, nelle zampe e nella coda, che avesse sulla fronte una macchia bianca a forma pressoché triangolare, che gli Egiziani paragonavano ad ali d'aquila. La morte d'A. era un lutto per tutto il paese. La mummia dell'animale veniva solennemente sepolta nel Serapeo della necropoli menfitica; questo sepolcreto venne scoperto ad as-Saqqārah dal Mariette nel 1851.

Ari - Il bue A. col disco solare fra le corna.
Scultura d'età romana in granito - Museo egizio Vaticano.
## Page 956
Settanta giorni dopo la sua morte i sacerdoti dovevano trovare un altro animale, che possedesse tutti i contrassegni di A.; sotto solenne scorta il toro veniva condotto a Menfi e con solenne cerimonia installato nel tempio a lui dedicato. Si celebrava per sette giorni l'anniversario della sua nascita. Antichissimo fu il culto di A. in Egitto, e si fa risalire alla I o alla II dinastia. E certo che questo animale fu originariamente di per se stesso un dio; successivamente viene assimilato al sole e come tale viene raffigurato, portante tra le corna il disco solare con il serpente ureo. Più frequentemente veniva considerato come figlio di Ptah, il più importante degli dèi di Menfi. Morto, il dio era identificato con Osiride e la sua tomba diveniva meta di pellegrinaggi; ultima identificazione del dio fu quella con Serapide, introdotto sotto i Tolomei.
A. era dio profetico, che dava responso con l'accettare o rifiutare il cibo o battendo lo zoccolo; i sacerdoti interpretavano il responso. S. Girolamo ci dice che l'oracolo di A. veniva consultato ancora ai suoi tempi.
Bibl.: J. Vandier, La religion égyptienne, Parigi 1944, pp. 221 -23.
Ernesta Bacchi
APIARIO. - Indegno prete di Sicca Veneria (Africa), noto per due appelli a Roma. Scomunicato dal suo vescovo, Urbano, venne a Roma e ricorse al papa Zosimo ( 418 ). Questi lo rimandò in patria accompagnato da tre legati: Faustino, vescovo di Potenza Picena, Filippo e Asello sacerdoti. Il Concilio di Cartagine del maggio 419, esaminato l'affare, assolse A. ma lo allontanò da Sicca. Rifugiatosi a Tabraca e ricaduto in altre colpe, A. fu nuovamente scomunicato. L'indegno si appellò a Celestino I il quale accolse il ricorso e mandò di nuovo a Cartagine il legato Faustino. A. reo confesso, dopo tre giorni di movimentate sedute conciliari, fu condannato in modo definitivo ( 426 ca.). Faustino ritornò a Roma latore d'una lettera assai dura dell'episcopato africano.
Bibl.: Mansi, III, 699-843; IV, 435-38, 508-15; L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Egitto, III, Parigi 1910, pp. 242 256; A. Fliche e V. Martin, Storia della Chiesa, vers. ital., IV, Torino [1941], pp. 248, 251, 254.
A. Pietro Frutaz
APIONE. - Grammatico alessandrino della prima metà del sec. I d. C., detto Pleistonikés "ricco di vittoria », per i suoi successi oratori.
Fu celebre al suo tempo per i suoi commenti a Omero e Aristofane. Egiaiano dell'Oasi, studiò, poi insegnò con gran successo ad Alessandria, che gli donò la cittadinanza. Tenne scuola a Roma sotto Tiberio, e di nuovo sotto Claudio. Plinio il Vecchio, che ne segui le lezioni, dice che Tiberio lo chiamava "cymbalum mundi", mentre per la sua vanità sembrava piuttosto "propriae famae tympanum" (Hist. Nat., praef., 25).
Delle molte sue opere, di cui restano solo frammenti, interessa specialmente la Storia d'Egitto (A γ γ τ τ τ α × α ). Nel libro II asserisce l'origine spuria e l'espulsione dall'Egitto degli Ebrei, e vi sfoga il suo antisemitismo, dimostrato coi fatti, quando ( 39 d. C.) fu inviato a Roma come capo dell'ambasceria alessandrina, che domandava la persecuzione degli Ebrei (v. filone). Non pare che abbia scritto anche un'opera "Contro i Giudei", perché Flavio Giuseppe, nel suo Contro A. (verso il 95 d. C.), non ne parla. Volgarizzo nel mondo romano le favole ingiuriose (confutate da Flavio Giuseppe nel I. II della citata apologia) sull'origine degli Ebrei, sul loro cannibalismo rituale, sul culto della testa d'asino, dicerie cui presto fede anche Tacito (Hist., 5, 4).
Bibl.: E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes im Zeitalter 3. Chr., III, 4* ed., Lipsia 1909, pp. 338-44. I frammenti in C. Müller, Fragmenta historicorum graecorum, II, Parigi 1849, pp. 306-16. - Sul Contro A.: G. Ricciotti, Flavio Giuseppe, lo storico giudeo-romano, Torino 1937, pp. 157-68.
Enrico Galbiati
APOCALISSE. - Libro profetico che chiude il Nuovo Testamento.
Il titoloè costituito dalla prima parola greca del testo (' λ π ω ε α λ λ ∪ ψ ι ς 'I η σ ω hat{jmath} S μ ι σ τ ω hat{jmath} ), che non ricorre più in seguito. La forma consueta nei codici è ' λ π ω ε α λ λ ∪ ψ ι ς I ω α̂ ω [v]ou, con aggiunte varie nei minuscoli e nelle versioni (Volgata Clementina: Apocalypsis sancti Ioannis apostoli). Il termine dot{α} π ω ε α dot{α} λ ∪ ψ ι ς ( 17 volte altrove nel Nuovo Testamento: Lc. 2, 32, e 13 volte in s. Paolo. 3 volte in I P t . ; dot{α} π ω α α λ dot{α} τ τ ε ι ν: 26 volte nel Nuovo Testamento) significa "rivelazione" d'una realtà occulta (mistero) ed ha spesso senso escatologico; qui vale: "manifestazione di Gesù Cristo come sovrano e giudice" (cf. I Cor. 1, 7; II Thess. 1, 7; I Pt. 1, 7.13; ugual senso del verbo: Lc. 17, 30).
Sommario: 1. Tema e analisi. - 2. Autenticità e canonicità. - 3. Indole letteraria, lingua, testo, - 4. Luogo e tempo di composizione; destinatari. - 5. L'interpretazione. - 6. L'A. nell'arte.
i. Tema e analisi. - L'argomento generale è formulato al suono della 7^{text {a }} tromba ( 11,15-18 ): «Il regno del mondo è passato al Signore nostro e al suo Cristo, e regnerà nei secoli dei secoli»; e nei vv. 1718 è spiegato questo "mistero di Dio" (ro, 7) equivalente a quello rivelato da s. Paolo, I Cor. 15, 24-28. Questa proclamazione tematica, intorno a cui si svolge tutta la complessa sceneggiatura simbolica, riecheggia lungo tutto il libro ( 1,5-8 ; 4,8-11 ; 5,9-13 ; 7, 9-12; 12, 10; 14, 3-5; 15, 3-4; 17, 14; 19, 6-8. 12-16; 21, 22-27). L'idea centrale è un'antitesi tra i due regni (Chiesa e mondo), tra Cristo e Anticristo (v.), tra eletti e reprobi; e l'antitesi è messa periodicamente in rilievo (B. Allo, p. Lxxvi sg.). La sintesi in cui si risolve questa antitesi è il Giudizio (inteso nel doppio senso biblico di dominio e di ripristino dell'ordine attraverso la giusta retribuzione) che Dio esercita mediante Gesù, Signore e Giudice.
La disposizione formale del libro è abbastanza chiara. Oltre il prologo ( 1,1-8 ) e l'epilogo (22, 6-21), l' A. si divide in tre parti, la ¹ᵃ riguardante il presente, la ²ᵃ profetico-escatologica, la ³ᵃ sintetico-anagogica.
{ }^{10} Parte : Lettere alle sette chiese d'Asia. In una visione introduttoria all'intero libro, appare glorioso il "Figlio d'uomo" tra 7 candideleri d'oro ( 1,9-mathrm{co} ). Detto le lettere alle 7 chiese (di Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia, Laodicea), in cui le esorta al fervore e al ravvedimento spirituale (s-3).
2^{text {a }} Parte (4,1-21,8) : Visioni simboliche circa le lotte e il trionfo della Chiesa nel mondo. E divisa in due sezioni, di cui la ²ᵃ riprende e sviluppa la ¹ᵃ, entrambe concludentisi col giudizio generale.
La ¹ᵃ Sezione (4-11) si apre con la visione principale che serve da sfondo supremo fino alla conclusione (21, 8). In cielo appare il trono di Dio portato da 4 animali (Cherubim) e circondato da 24 vegliardi acclamanti; appare sul trono l'Agnello (Gesù Cristo) cui Dio consegna il volume chiuso con 7 sigilli (4-5). L'Agnello apre i primi sei sigilli (6) : i dissuggellamenti rivelano le linee salienti dei decreti divini; al primo sigillo aperto un cavaliere coronato su cavallo bianco corre alla vittoria (Gesù Cristo sarà vincitore); al 2^{°}, 3^{°} e 4^{°} escono cavalieri rappresentanti le calamità (guerra, fame, peste) che saranno strumenti della giustizia di Cristo distruggendo la quarta parte dei viventi; al 5^{°} i martiri invocano la divina giustizia, che si compirà alla fine; al 6^{°} si scatena lo sconvolgimento universale che dovrà precedere la fine. Intanto quattro angeli segnano in fronte i 144.000 eletti delle 12 tribù d'Israele, nel viene acclamante una folla innumerevole d'ogni stirpe, in vesti bianche e con palme: superate le tribulazioni, saranno premiati (7). Aperto il 7^{°} sigillo, si fa silenzio in cielo per mezz'ora ( 8,1 ). Le 7 trombe (8-11) segnano l'esecuzione dei segreti del libro dai 7 sigilli. Mentre un angelo ministra i profumi sull'altare celeste,
## Page 957

Apocalisse - Il trionfo dell'Agnello e il Cristo in maestà tra 52 seniori e 4 animali simbolici. (Apoc. 4,3-2,10).
A. miniata (fine sec. viII-IX), su prototipo del sec. V - Treviri, Stadbibliothek, cod. 31, foll. 43^{°}, 61^{°}.
di cui versa il fuoco sulla terra, 7 angeli ricevono 7 trombe. Al suono delle prime quattro trombe, cataclismi distruggono la terza parte del creato in terra, mare e sorgenti, astri. Un'aquila grida tre "guai! ". Al suono della 5^{text {a }} tromba ( 1^{°} "guai! ") una stella, cadendo in terra, apre l'abisso, da cui escono innumere mostruose locuare, guidate da Abaddon (v.), che tormentano gli uomini per 5 mesi. Alla ⁶ᵃ tromba, immense schiere di cavalieri uccidono la terza parte degli uomini; i sopravvissuti però sono impenitenti ( 2^{°} "guai! -).
Intermedio consolante (ro-11). Un angelo splendente, dopo 7 tuoni, giura che il "mistero di Dio" si compirà al suono della ⁷ᵃ tromba e fa mangiare al veggente un piccolo libro aperto contenente le molte profezie ch'egli dovrà fare (ro). Giovanni riceve l'ordine di misurare il tempio e l'altare, ma non l'atrio esterno che le Genti conculcheranno per 42 mesi ( 3 anni e mezzo) durante la grande persecuzione, in cui due testimoni proferizzeranno, saranno uccisi in "Sodoma" dalla Bestia dell'abisso e dopo 3 giorni e mezzo risorgeranno e ascenderanno al cielo, mentre la decima parte di "Sodoma" è distrutta da un terremoto in cui periscono 7000 uomini; i sopravviventi glorificano Dio (11, 1-13). Alla ⁷ᵃ tromba erompe la proclamazione del Regno perpetuo di Dio e del suo Cristo (11, 14-18). Questo 3^{°} "guai!" non è descritto: lo sarà nella ²² sezione. La finale vittoria di Dio ( 11,18 ) include la parousia e il giudizio finale.
²² Sezione (11, 19-21, 8). Appare l'area dell'alleanza (11, 19), indi si succedono visioni che illustrano con più precisione le sorti (promulgate in 10, 15-18) del Regno di Dio (Chiesa) fino alla fine del mondo. Una donna fulgente (la Gerusalemme celeste dei capp. 21-22, ma nello stato terrestre) appare in cielo, un Dragone (o Serpente) rosso con 7 teste coronate e io corna ( = Satana) vuol farla perire col neonato (Messia) che regnerà su tutti i popoli; ma il Dragone è vinto e precipitato in terra da Michele coi suoi angeli. Il neonato è assunto presso il trono di Dio, e la donna ripara in un deserto per 3 anni e mezzo, sfuggendo la persecuzione del Dragone che si volge a combattere "il resto della discendenza di essa».
Lo schieramento delle forze pronte alla battaglia è descritto in una visione a dittico (13, 1-14, 5). Il Dragone
suscita due suoi strumenti : a) la Bestia marittima (che sorge "dal mare") con 7 teste e io corna coronate (Anticristo politico : Roma pagana e le potenze successive), la cui testa ferita a morte risana, e tutta la terra adora il Dragone; questi intronizza la Bestia, che domina sui popoli 42 mesi bestemmiando e perseguitando i santi; b) la Bestia terrestre (che sorge "dalla terra" d'Asia), dall'aspetto meno feroce, ha due corna come un agnello, ma parla come il Dragone (Anticristo dottrinale) e seducendo con prodigi induce tutti ad adorare la Bestia marittima e la sua immagine, di cui fa su tutti imprimere il segno o numero ( = nome) che è 666 (probabilmente: ebc. Nrou Qvar, Nero Caesar). Ma sul Sion è accampato l'Agnello con la sua scorta di 144.000 uomini vergini segnati del nome suo e del Padre, che cantano il cantico nuovo.
Visione preparatoria alla battaglia (analoga ai «sigilli» del cap. 6) : tre angeli annunziano il triplice giudizio di Dio (14, 6-20). Il 1o, che reca il "Vangelo eterno", proclama il giudizio imminente; il 2^{°} predice la caduta di Babilonia (Roma pagana); il 3^{°} commina il fuoco eterno agli adoratori della Bestia. Visione anticipata del giudizio che coronerà la lotta: il Figlio dell'uomo sulla nube presiede alla mietitura degli eletti e alla vendemmia dei reprobi.
Vittoria divina sulle bestie e su Babilonia (15-19). Dopo la proclamazione tematica (15, 1-4), dal tempio celeste escono 7 angeli che versano dalle 7 coppe dell'ira di Dio (analoghe alle 7 trombe) le 7 ultime calamità sull'impero della Bestia ( 12,5-16,21 ) : versata la 1ᵃ coppa, un'ulcera colpisce gli adoratori della Bestia, alla 2^{2} mathrm{e} 3ᵃ le acque del mare e dei fiumi si mutano in sangue, alla ⁴² il sole brucia gli uomini e alla ⁵ᵃ le tenebre invadono il regno della Bestia, ma gli uomini rimangono impenitenti; alla ⁶² tre demoni radunano contro Dio tutti i re della terra in Armagedon (v.) ove saranno sconfitti (Cristo Giudice si annunzia: 16, 15); alla ⁷ᵃ terremoto e grandine orribili sconvolgono la terra, ma gli uomini restano impenitenti : Dio promulga la distruzione di Babilonia.
Questa distruzione è descritta 17, 1-19, 10. Uno dei 7 angeli delle coppe mostra la grande Babilonia come meretrice sfarzosa seduta sulla Bestia marittima; tutti i re fornicano con essa che s'inebbria del sangue dei santi. Ne spiega il "mistero": la Bestia è Roma ( 7 "monti")
## Page 958
coi suoi 7 imperatori (da Nerone a Domiziano, sembra), la Bestia stessa è uno dei 7 e sarà l'80 (continuatore della serie, che riproduce Nerone); le ro corna sono io regni dipendenti dalla Bestia con cui combatteranno l'Agnello, ma saranno vinti da questo e distruggeranno la prostituta Babilonia. Un altro angelo annuncia la caduta di Babilonia per le sue nefandezze; un altro descrive i lamenti dei re, mercanti e marinai (18, 9-20; cf. Ez. 26-27), cui fa riscontro il cantico del giudizio celeste : alleluia! (19, 1-8). Epilogo : l'angelo rivelatore proibisce al veggente di adorarlo (19, 9-10).
Le due Bestie sono poi sconfitte (19, 11-21): riappare il cavallo bianco cavalcato dal Verbo di Dio coronato e con la veste insanguinata, seguito dalle armate celesti; i re radunati con i loro eserciti (cf. ⁶ᵃ coppa) sono sterminati dalla spada che esce dalla bocca del Verbo, e le due Bestie sono precipitate nel "logo di fuoco".
Satana è infine vinto ( 20,1 -10) : è dapprima incarcerato per mille anni (durata lunga e indeterminata) mentre Cristo regna coi suoi martiri e santi (14, 1-5) : è la «prima resurrezione" (spirituale). Poi Satana, liberato, lancia contro la città dei santi Gog e Magog (Ez. 38), ma «il fuoco del cielo» divora questi ultimi nemici, e Satana è gettato nel "lago di fuoco" per sempre.
Dopo la resurrezione dei morti, ha luogo il giudizio universale ( « 1 libri », 20,12-15 ) dinanzi al trono di Dio : gli empi sono gettati nel "lago di fuoco" (" seconda morte "), e i santi esultano con Dio nella nuova Gerusalemme (20, 11-21, 8).
3^{°} PARTE (21, 9 - 22.5): E descritta la Gerusalenme santa (mostrata da uno dei 7 angeli delle coppe), città di Dio e sposa dell'Agnello, opposta alla meretrice Babilonia; è una immagine trascendente della Chiesa rotto l'aspetto glorioso, mentre al cap. 12 è nella fase militante. Scende dal cielo, splendida e immensa; Dio e l'Agnello ne sono il tempio e la luce; gli uomini nella vita terrestre vi trovano i mezzi di grazia (fiume e alberi di vita), e nella vita futura la beatitudine piena nella visione divina.
Nell'epilogo (22, 6-21) Gesù promette la sua prossima venuta (22, 12. 20).
Dopo l'introduzione parenetica dei capp. 2-3, l'A. dipinge in forma allegorica la storia futura o escatologica, ma in stretta connessione col presente (escatologia « sintetica»), conforme al canone della vera profezia; insegna che il Regno di Dio e di Cristo è in atto, e che ora sono "gli ultimi tempi" in cui Dio e Cristo vincono le ultime violente resistenze e aggressioni del Nemico sconfitto: già si esegue il giudizio del mondo perverso, preludente al giudizio finale, e fin d'ora i fedeli s'innalzano spiritualmente alla "santa Gerusalemme" in attesa di regnarvi eternamente, liberi da ogni tentazione e dolore, con Dio e l'Agnello. Descrive l'età messianica, in cui le persecuzioni e tribolazioni dànno occasione alla «testimonianza" fedele sull'esempio di Gesù ( 1,5 ), finché ai tribunali umani subentrerà il giudizio di Dio (cf. Io. 3, 14-21; 5, 20-29; 8, 34-36; 15, 18-27; 16, 16-33; 17, 9-23).
La teologia dell' A. si risolve in un poema cristo-logico-soteriologico. L'ardua e contrastata redenzione dell'umanità è delineata in sette aspetti o quadri salienti: Dio sul trono con gli angeli suoi ministri, l'Agnello (Gesù) e i suoi seguaci, Satana coi suoi mostri, le potenze terrene col loro fasto, la pugna, il giudizio, la gloria. L'Agnello (v.) immolato e glorioso è il fulcro della vicenda; a lui guardano terra e cielo (cf. O. Kuss, Die Theologie des N. T., ²² ed., Ratisbona 1937, pp. 361-81 ). L'A., trasponendo sul piano eterno il simbolismo e la profezia del Vecchio Testamento, è la sintesi conclusiva delle idee e speranze del Nuovo Testamento, ed insieme è la profezia nuova del tempo nuovo e ultimo.
2. Autenticità e CANONicità. - L'autore si chiama Giovanni (1, 1.4.9; 22, 8), si presenta col prestigio
di maestro indiscusso alle chiese d'Asia, dalla lingua si rivela ebreo. Fin dal sec. in scrittori e Padri lo identificano, quindi, senza esitazione con l'apostolo Giovanni. Giustino (C. Tryph. 81, 4) è esplicito, in tal senso, e l'importanza della sua testimonianza sarà rilevata da Eusebio (Hist. eccl., IV, 18) e da s. Girolamo (De viris ill., 9). Il canone Muratoriano (lin. 57) sancisce la paternità giovannea dell' A., che s. Ireneo cita 22 volte, spesso nominando Giovanni come autore. Ciò poi attestano spesso Clemente Alessandrino e soprattutto Origene, s. Ippolito (De Antichristo), s. Cipriano. Ad eccezione del presbitero Caio (v. ALOGI) che osò attriburla a Cerinto, poiché per opporsi al montanismo combatteva tutti gli scritti giovannei, i latini non ebbero mai dubbi in merito: Girolamo l'afferma, aggiungendo con molta esagerazione: "Graecorum ecclesiae Apocalypsim Joannis... non suscipiunt" (Ep. 129 ad Dordemum, 3).
In Oriente infatti i dubbi si affacciano dapprima con Dionisio Alessandrino (m. nel 265) che, per ribattere il millenarismo (v.) di Nepote vescovo di Arsinoce, volle attribuire il libro, poggiandosi sulla critica interna (divergence tra l' A. e il IV Vangelo), non all'apostolo ma a un altro Giovanni. E nei secc. iv-v sembra che la scuola antiochena neghi l'autenticità e canonicità dell' A.: s. Cirillo Gerosolimitano omette l' A. nei suo canone; s. Giovanni Crisostomo e Teodoreto, s. Afraate e la Peshitta sembrano ignorarle. Onde la strana conclusione di Eusebio (Hist. eccl., III, 25) che l' A. è da collocarsi o tra i libri canonici indiscussi (homologoùmenoi) o tra gli spuri (poiché la discussione s'imperniava sull'autenticità) "a seconda delle opinioni", e opina che l'autore dell' A. potrebbe essere "Giovanni il Presbitero".
Invece gli alessandrini s. Atanasio, Didimo, s. Cirillo, con s. Metodio d'Olimpo e s. Epifanio, affermano l'autenticità e canonicità dell' A. Tra i cappadoci, s. Gregorio Nazianzeno e s. Amfilochio non osano includerla nel canone; ma s. Basilio e s. Gregorio Nisseno sono, senza esitazioni, con gli alessandrini (N. B. Stonehouse, The Apocalypse in the Ancient Charch, Goes 1929).
Le incertezze durarono in Oriente poco più di un secolo, e già molto prima del Sinodo trullano (692) l'apostolicità e canonicità dell' A. di Giovanni era ammessa da tutti i Greci e Siri, sicché oggi l' A. è nel canone di tutte le chiese orientali eretiche o dissidenti.
Nel sec. xvi, Erasmo rinnovò i dubbi; Lutero ripudiò l' A., che però gli altri protestanti ritennero. Ma nel sec. xviri i protestanti liberali rigettano la tesi tradizionale, negando a Giovanni apostolo ed evangelista la paternità dell' A. Dopo i critici di Tubinga (O. Pfleiderer), molti definirono l' A. un'opera giudeo-cristiana scritta verso il so o 60 da un ignoto o dall'apostolo Giovanni (distinto dall'evangelista) : così J. Weiss, O. Holtzmann, A. Jülicher; R. H. Charles diversifica Giovanni «il veggente» sia dal «presbitero» sia dall'apostolo. Ma A. Harnack sostiene l'«eresia critica» che assegna il IV Vangelo e l' A. allo stesso autore, identificando però questo con Giovanni «il presbitero». Più categorica, J. Behm (nel suo commento, come nell'85 ed. di P. Feine, Einleitung in das N. T., Lipsia 1936) sostiene che l'autore dell' A. intera, come del IV Vangelo, è l'«apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo».
Non pochi « critici» asseriscono che l' A. ebbe origine dalla fusione di vari scritti, risultata dalla compilazione di uno o più redattori. Già H. Grotius (1644) scopriva nell' A. dieci frammenti. E. Vischer vi distingue ( 1886 e 1895) varie sovrapposizioni a una pri-
## Page 959

(fol. Brogi)
Apocalisse - I vigliardi dell'A. Affresco di scuola romana del sec. xil - Castel S. Elia, Chiesa di S. Elia.
mitiva fonte giudaica: F. Spitta (1889) vi scopre tre A., due giudaiche e una cristiana; e C. A. Briggs (1895) sei A. e quattro redazioni. D. Völter (1904 e 1911) vi trova due A.: una di Giovanni Marco e una di Cerinto. La tendenza frammentaria è però ormai in ribasso tra i critici. W. Bousset, R. H. Charles, A. Loisy, E. Lohmeyer, nonché i cattolici Th. Calmes e A. Lemonnyer, insorgono contro i fautori dello spezzettamento (E. Lohmeyer, Die Offenbarung des mathcal{F o l}. pp. 181-91), pur ammettendo che l'autore dell' A. vi abbia inserito frammenti di scritti anteriori.
Infatti l'esame interno dell' A. non può lasciar dubbio circa la sua unità. E evidente l'unità architettonica del libro, in cui ogni parte, stretta dalla legge della concatenazione (Allo, pp. LxxiII-Lxxv) e articolata dal simbolismo numerico (tutta l'opera è distribuita in settenari, ognuno dei quali si distingue in due serie di tre e quattro membri : Allo, pp. Lxxxi, xciII), costellata dal ritorno di alcuni simboli dominanti (l'«Agnello» dal cap. 5 al cap. 22, la «Bestia» dal cap. 11 al cap. 20, ecc.), è inscindibile dal tutto, congegnato senza alcun iato (nonostante 3, 22; 11, 19; 15, 1). Ben diversa dalle compilazioni caotiche delle a. apocrife, l'A. presenta una dottrina coerente e omogenea. Lo stile, con le sue strane anomalie, è identico dall'inizio alla fine; il lessico presenta dovunque gli stessi termini caratteristici (ad es. π α v π α varphi ε ε τ ω ρ e θ ρ ε vos dal primo all'ultimo capo, ecc.). Singolari espressioni tematiche collegano l'introduzione alla conclusione ( 1,1 e 22,6 ; 1,3 e 22 , 7-10; 1, 8 e 22, 13; 2, 11 e 20, 6; 3, 12 e 21, 2) e le altre sezioni fra loro ( 1,6 e 5,10 ; 3,3 e 16, 15; 12, 9 e 20, 2; ecc.). Cf. Th. Zahn, Ein letztes Wort über die Einheitlichkeit und Echtheit der johanneischen Apokal., in Neue kirchliche Zeitschrift, 37 (1926), pp. 749-68;
Ph. Carrington, The Meaning of the Revelation, Londra 1931: Alcuni troppo sistematici esegeti giungono a irrigidire questa unità letteraria in una struttura ritmica costante, come A. Olivier, che scopre a base di tutta la composizione dell' A. i congegni numerici 888 e 666. Un po' meno aritmetico è R. [J.] Loenertz che, dopo aver giustamente illustrato come tutta l'opera sia divisa in 7 settenari, sostiene che ogni settenario è suddiviso in 8 minori sezioni e trova ovunque l'artifizio letterario dell'intercalazione (espresso dalla formula A-B-A).
Le difficoltà interne addotte dai «critici» moderni per negare l'identità di autore tra il IV Vangelo (con le epistole giovannee) e l' A. sono quelle stesse prodotte nel sec. III da Dionisio Alessandrino: differenze di composizione, d'idee, di stile. E certo notevole la diversità, ma si spiega in gran parte con la differenza del genere letterario e della materia trattata. Appaiono invece, tra le due opere, caratteristiche affinità di pensiero e di forma. La dottrina di entrambe sfocia in un'escatologia trascendente, s'impernia sulle idee basi di vita (eterna), luce, Agnello e Pastore, Verbo di Dio (solo Io. I, I-I4 e I Io. I, I e Apoc. 19, 13), giudizio divino, due regni opposti (Dio e Satana, cielo e mondo). Comune è l'indole e la visuale dell'autore, comune la concezione drammatica e spirituale, comune il procedimento letterario del parallelismo progressivo e della concatenazione tra le parti, comuni sono vari termini "giovannei" ( ζ ε ε dot{η}, dot{α} λ dot{η} vartheta ε ε α, dot{ε} ν τ o λ dot{η}, μ α ρ τ varphi ε tilde{imath} ν e μ α ρ τ ω ρ i α, ν ι α tilde{α} ν, ecc.). Perciò critici come A. Harnack e W. Bousset riconoscono che IV Vangelo e A. provengono dalla stessa "scuola di stile giovanneo». Testimonianze storiche e indizi interni concordano quindi nel dichiarare autore dell' A. Giovanni l'Apostolo.
## Page 960
3. Indole letteraria, lingua e testo. - L'A. si connette, per la forma allegorico-simbolica come per il tema generale ("l'evo futuro": hd-‘allam hab-ba'), all'apocalittica (v.). Ma, in questa letteratura, costituisce un caso unico: si tratta infatti di vera profezia; ne è quindi esclusa la pseudonomia, come ogni artifizio fallace e ogni servile ricalco. L'A. è nata da una vera visione, e da un ordine divino di narrare tale visione (K. Schneider, Die Erlebnisechtheit der Apoh. des Johannes, Lipsia 1930).
Benché ci si presenti sotto forma di visione unica svolgentesi in più atti e molte scene (unica transizione è la frequentissima formola : "e vidi ", "dopo ciò vidi "), può ritenersi che Giovanni abbia avuto varie visioni in tempi diversi. Secondo s. Tommaso, le visioni dell'A. sono del tipo immaginativo (Sinn. Theol., 2^{mathrm{v}-2^{mathrm{20}}}, q. 175, 6. 3, ad 4), e ben osserva s. Teresa (Vita, cap. 28) che la visione immaginativa e la visione intellettuale si verificano quasi sempre insieme (cf. s. Tommaso, op. cit., 2^{mathrm{v}-2^{20}}, q. 173, a. 2, ad 2). Si ha l'impressione che molte immagini siano puramente intellettuali, a causa della loro notevole complessità; sono "pensieri contemplati" (W. Förster, in Neutestamentliche Forschungen, 104 [1932], pp. 279-310). Ma nell'insieme il vasto dramma simbolico non manca né di realismo plastico né di coerenza. E una liturgia celeste (J. Peschek), sul tipo della sinassi domenicale del tempo (J. C. Hedley, The Holy Eucharist, cap. io), cui s'innesta il giudizio di Dio sulle potenze avverse e il trionfo dell'Agnello coi suoi fedeli (B. Brinkmann, De visione liturgica in A. s. Ioannis, in Verbum Domini, II [1931], pp. 335-42). Giovanni ha scritto ciò che ha visto e udito (22,8) : la voce che sente è talora quella di Gesù (1, 10-13; 4, 1; 21, 5-8; 22, 12-16), ma più spesso (e ciò coincide con l'uso apocalittico) è quella di un angelo ( 15 volte, da 5,2 a 22,6 -11). Il veggente piange ( 5,4 ), è stupito ( 17,6 ) o tramortito ( 1,17 ), soprattutto adora e prega (2