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e Holy Eucharist, cap. io), cui s'innesta il giudizio di Dio sulle potenze avverse e il trionfo dell'Agnello coi suoi fedeli (B. Brinkmann, De visione liturgica in A. s. Ioannis, in Verbum Domini, II [1931], pp. 335-42). Giovanni ha scritto ciò che ha visto e udito (22,8) : la voce che sente è talora quella di Gesù (1, 10-13; 4, 1; 21, 5-8; 22, 12-16), ma più spesso (e ciò coincide con l'uso apocalittico) è quella di un angelo ( 15 volte, da 5,2 a 22,6 -11). Il veggente piange ( 5,4 ), è stupito ( 17,6 ) o tramortito ( 1,17 ), soprattutto adora e prega (22, 8-9.17.20).

E tutto è visto in unità sub specie aeternitatis. Vasto dramma allegorico del Regno vittorioso di Dio, l'A. presenta in grado trascendente la triplice unità d'azione, di tempo e di luogo. Nel rapido incalzarsi delle scene-visioni sullo sfondo scenico a due piani (cielo e terra), l'intreccio si sviluppa in contrasti fulminei e totali, fino alla catastrofe e al trionfo finale, previsto fin dall'esordio. Il pigro tempo terrestre, coniugandosi con l'eternità celeste, è concentrato negli "ultimi tempi" ( 1,1,19 ; 22,6.10 .20 ). Nel mutevole scenario vi è un centro fecale invariato: la Città-Sattuario celeste col trono di Dio, e in mezzo l'Agnello Redentore, che è il tempio e la fiaccola del cielo (21, 22-23). Il dramma è quasi solo visivo e consiste nell'avvicendarsi di quadri dalle poche ma potenti linee: il polittico di Van Eyck (l'Agnello Mistico) a SaintBavon di Gand risponde al carattere pittorico dell' A. Ma vi manca il dialogo, cui suppliscono cori frequenti e arcane musiche (5, 9-11; 14, 2-3).

Le immagini simboliche, supplendo all'inadeguatezza del linguaggio umano, dànno risalto alla spiritualità della "rivelazione». Il veggente le desume, non dalle a. giudaiche che gli sono estranee per tono, spirito e dottrina, ma dai libri sacri del Vecchio Testamento (J. Freundorfer e J. Michl, contro B. H. Charles). In 405 versetti, l'A. ha ben 219 riferenze al Vecchio Testamento; invece solo in una ventina di passi può riscontrarsi qualche nesso con a. apocrife. Suoi modelli sono principalmente gli ultimi Profeti : Ezechiele (la visione di sfondo è in Ez. 1, 4-28; cf. Is. 6, 1-4; 24, 23) e Daniele (Dan. 7-12), seguiti
da Zaccaria e Gioele; si riferisce spesso anche ai libri mosaici e ai Salmi.

Del Nuovo Testamento utilizza l'«a. sinottica" (Mt. 24; Mc. 13; A. Wikenhauser, Der Sinn der Apok., pp. 5-15), e nella cristologia richiama s. Paolo (1, 5 : Col. 1, 18). Ma pur proseguendo il solco dei Profeti e del Vangelo, l'A. ha pretta originalità nella tessitura d'insieme, e nell'adattare i simboli anteriori al suo alto tema cristiano completa e trasforma i simboli profetici; è una profezia nuova e più alta. A. Wikenhauser esagera chiamando l'A. il «libro di Daniele del Nuovo Testamento".

Il colorito biblico e l'originalità deve soprattutto asserirsi contro chi fa dell' A. un derivato del sincretismo ellenistico attraverso influssi cosmogonici (H. Gunkel, Schöpfung und Chaos in Urzeit und Endzeit, Gottinga 1895, ristampa 1921) o astrologici (F. Ball, Aus der Offenbarung Johamnis, Lipsia-B:rline 1914; id., Sternglaube und Sterndentung, ivi 1918, ²² ed. 1926): J. Freundorfer ha dottamente confutato tali teorie.

Lo stile è inconfondibile. Semplicissimo, è solenne e maestoso, spesso anche patetico; la monotonia vi si alterna all'enfasi, poiché l'animo oscilla tra l'adorazione e il terrore; il canto si trasforma periodicamente da invocazione in peana. Le frasi sono giustapposte (paratassi); il periodo ha per base il parallelismo, il che gli dà spesso un'apparenza ritmica. Ma è infondata la teoria di R. H. Charles, che l'A. sia in maggior parte una composizione poetica, distribuita in strofe. Nelle scene simboliche succedentisi, il parallelismo cede il posto a una caratteristica progressione "a spirale" (Allo): la descrizione, prima abbozzata, è ripresa per essere integrata. Vi è costante, come nel IV Vangelo, il procedimento della syncrita, antitesi del "contrappasso ", spontanea per altro dove si descrive il Giudizio divino.

La lingua, dal lato grammaticale, è la più singolare che si conosca tra gli scritti letterari greci. Sconcerta per le frequenti mancanze d'accordo dei casi (ad es., 1, 4.5.15; 2, 20) e per le costruzioni strane. I solecismi dell'A. pongono un problema, che oggi è generalmente risolto con l'addurre il carattere semitico del veggente, inesperto del greco, nei cui schemi grammaticali non riusciva a tradurre il pensiero che mentalmente esprimeva in formole aramiche. L'A. ignora p. es. il genitivo assoluto e l'ú̀ narra" tivo frequenti nel IV Vangelo (cf. G. Sacco, La hoiné del Nuovo Testamento e la trasmissione del sacro Testo, Roma 1928, pp. 100-14). Ma si è anche molto esagerato nel condannare la lingua dell'A. Le sconcordanze dei casi si spiegano con le frequenti parentesi che spiegano il periodo, dando origine a "nominativi pendenti". Gli anacolati abbondano, ma si spiegano sempre con un substrato concettuale semitico.

Il lessico dell' A. non presenta difficoltà : su 913 vocaboli (di cui 108 estranei agli altri libri del Nuovo Testamento), ne presenta solo 6 non trovati in altri testi greci (hapaxlegomena). Singolare è soltanto la mancanza quasi assoluta delle particelle più in uso, e la modificazione semantica di vari termini, sotto l'influsso del vocabolario semitico. Invano si è tentato di ricostruire un originale ebraico (M. Mieses, Hebräische Fragmente aus dem jüdischen Urtext der Apok. des hl. Johannes, in Monatschrift für Gesah. u. Wissenschaft des Judentums, 74 [1930], pp. 345-62).

Il testo ci è pervenuto in 252 mmoscritti greci, di cui solo 8 unciali (vari dei quali lacunosi) e una diecina di carairi sono anteriori al sec. xi; tra i completi il più antico è il Sinaitico (sec. iv), ma il più fedele (meno ritoccato) è l'Alessandrino (cod. A, sec. v). Il papiro Chester Beatty (edito da F. G. Kenyon, Londra 1934) del sec. III, racchiude A. 9, 10-17, 2, e conferma il primato del cod. A (M.-J. Lagrange, in Revue Biblique, 43 [1934], pp. 488-92). La critica testuale dell'A. è oggi la più precisa che si ab-

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bia per un libro biblico, mereè i giganteschi lavori di H. C. Hoskier, Concerning the text of the Apocalypse, 2 voll., Londra 1929. Cf. H. A. Sanders, The Beatty Papsaus of Revelation and Hoskier's Edition, in Journal of Biblical Liter., 53 (1934), pp. 371-80.
4. Luogo e tempo di composizione; destinatari.Giovanni dichiara che ebbe la sua visione a Patmos, isola dell'Egeo, ov'era esiliato per aver predicato Cristo ( 1,9 ), e questa indicazione (che direttamente si riferisce alla visione, non alla redazione dell'opera) dà l'orientamento per stabilire la data.

Molti «critici», dopo F. C. Baur, pongono la persecuzione accennata ( 1,9 ) e quindi la composizione dell' A. alla fine del regno di Nerone (tra il 65 e il 68), fondandosi su tre indizi : Gerusalemme e il Tempio figurano ancora in piedi ( 11,1-2 ), la Bestia allude certamente a Nerone ( 13,18 e 17, 10), la lingua dell' A. suppone vari decenni di distanza da quella, molto progredita, del IV Vangelo (così A. Hilgenfeld, J. B. Lightfoot, F. J. A. Hort, J. J. Scott).

Ma la tradizione storica pone la composizione dell' A. alla fine del regno di Domiziano, verso il 95, e se, una volta tanto, i "critici" si affannano ad anticiparne la data, è solo per sganciare l' A. dal IV Vangelo. Sui simboli del Tempio (Chiesa) e di Nerone (Anticristo) non può stabilirsi prova alcuna. Chiaramente invece attesta a. Ireneo (Adv. Haer., V, 30, 3) : "La visione (dell' A.) è accaduta non molto tempo fa, ma quasi nel nostro secolo, alla fine dell'impero di Domiziano ", e cosi Clemente Alessandrino, Origene, Vittorino di Pettau (In Ap., 10, 11; 13, 10), Eusebio (nel Chronicon pone l' A. all'anno 14 di Domiziano: a. 95) e s. Girolamo (De viris ill., 9: a. 95). Qualche tarda congettura, avanzata da s. Epifanio e da Apringio (sotto Claudio) o da Atti di Giov. apocrifi e da Tiofilatto (sotto Nerone), non infirma l'antica e costante tradizione (cf. R. Schütz, Die Offenbarung des Johannes und Kaiser Domitian, Gottinga 1933).

Le lettere alle 7 chiese (capp. 2-3) suppongono le condizioni vigenti alla fine del sec. I: le chiese asiatiche appaiono organizzate e floride, dopo superate le persecuzioni, e in parte decadute dal fervore primitivo; una generazione sembra trascorsa dal tempo delle epistole paoline.

Poiché dunque l' A. precede il IV Vangelo di appena un lustro, occorre spiegare la differenza di lingua tra le due opere, perché, se Giovanni non aveva assimilato bene il greco fino alla vecchiaia, non pare che potesse manifestarsi buon padrone della lingua quattro o cinque anni dopo. Alcuni cercano la soluzione nelle dure condizioni dell'esilio di Patmos, ove l'Apostolo non aveva tempo e agio sufficienti per sorvegliare il suo stile, mentre poi a Efeso scrisse il Vangelo con calma, curandone il dettato. I più (H. B. Swete, J. H. Moulton, E. Jacquier, L. Radermacher, M. Meinertz, P. Gächter) ritengono che l' A. presenti la lingua di Giovanni allo stato grezzo, mentre la forma del IV Vangelo sarebbe stata curata o ritoccata da un segretario o revisore assunto dall'Apostolo; e ciò si può ben conciliare con la prima spiegazione (A. T. Robertson).
L' A. è una lettera ai cristiani dell'Asia proconsolare rappresentati dalle 7 chiese ( 1,11 ). Giovanni nomina le 7 chiese (numero simbolico, erprimente totalità) con cui è in più stretta relazione, omettendone alcune importanti (Mileto, Gerapoli, Magnesia) mentre ne include qualcuna secondaria (Tiatira, Filadelfia). Poco probabile è l'ipotesi che i nomi delle 7 chiese siano stati prescelti in base alla ubicazione geografica,
come vuole W. Ramsay, The Letters to the seven Churches of Asia, Londra 1904.

Il messaggio profetico-epistolare di Giovanni ha lo scopo di corroborare nella fede e di confortare nella speranza; vuol premunire i fedeli, tendenti al rilassamento, contro la persecuzione che s'annunzia ognora più violenta, descrivendo le lotte e il trionfo del Regno di Dio: è un'esortazione alla perseveranza e al «martirio " fra le tribolazioni terrestri, è un proclama di certezza e d'eternità. Lo sguardo del veggente spazia al di là della persecuzione domizianea, e abbraccia
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[da Trisore des bibliothiques de France, 1538, fac. 61].
Apocalisse - S. Giovanni a Patmos. Miniatura del libro d'ore secondo l'uso di Parigi; ms. lat. 1178, fol. 14 (sec. 2c), della biblioteca Nazionale di Parigi.
l'immane conflitto di tutti i tempi tra ilCristo mistico e il mondo di Satana: "Persecutio" quam sancta Ecclesia toto terrarum orbe patietur, universa scilicet civitas Christi ab universa diaboli civitate" (Agostino, De civitate Dei, XX, 11). Una cosa sola importa quaggiù: vincere ( 2,7.26 ; 3,12.21 ; 21,7 ); guai quindi ai tiepidi e ai vili ( 3,15.16 ; 21,8 ). Ma la trepida vigilia, l'angosciosa attesa, la cruenta lotta, si convertiranno in gaudio e in gloria (cf. Jo. 16, 16-22); al gemito orante seguirà l'epinicio. La folgorante "rivelazione» dell' A. è, oggi come ieri, di fremente attualità (E. Riggenbach, Die Bedeutung der Offenbarung Johannis für die Gegenwart, Basilea 1926; Dieu Vivant. fasc. I [1946], pp. 5-9).
5. L'interpretazione. - L'oscurità dell' A., inscindibile dalla profezia e più ancora dal genere allegorico-simbolico, avvertita peraltro dal veggente stesso (13, 18; 17, 9; "libro dai 7 sigilli») crea innumerevoli difficoltà all'esegesi (s. Girolamo, Ep. 53 ad Paulinum : "Apocalypsis Ioannis tot habet sacramenta quot ver-

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ba»). Gli enigmi erano minori per i destinatari e i primi lettori, al corrente di varie allusioni a eventi e situazioni del tempo, familiarizzati con certi simbolismi. Non si è conservata però una tradizione esegetica se non allo stato frammentario. Già fin dal sec. II sorgono sistemi d'interpretazione più influenzati da idee apocalittiche giudaiche che non consapevoli delle linee direttrici della rappresentazione profetica e del simbolismo spirituale. I molti sistemi in cui si è divisa l'esegesi cattolica dell' A. si possono ridurre a quattro, che hanno tuttora fautori.

1) L'escatologico (endgeschichtlich) è il più antico e ancora oggi il più diffuso: l'A. (dal cap. 4 alla fine) predice gli eventi futuri della fine del mondo (persecuzioni e calamità, apostasie, Anticristo, giudizio ultimo).

I primi scrittori "giudaizzavano" (Girolamo, In Isaiain, introd. all. XVIII) cadendo nel millenarismo letterale (Papia, s. Ireneo, s. Giustino, s. Ippolito, Tertulliano, ecc.), fino al primo commentatore incluso (i commenti di Melitone e d'Ippolito sono perduti) Vittorino di Pettau, che inaugura peraltro la teoria della ricapitolazione. Escatologici, ma senza millenarismo, sono i commenti greci di Andrea di Cesarea, Ecumenio (testo scoperto a Messina nel 1901 da F. Dickamp: cod. S. Salvatore 99 edito da H. C. Hoskier, Ann Harbor 1928), Areta; tra i latini i più, da Apringio, s. Gregorio Magno, s. Beda, Alcuino, s. Beato di Liébana, Aimone (m. nell'853), fino a s. Alberto Magno (cioè Ugo da S. Caro: J.-M. Vosté, in Angelicum, 9 [1932], pp. 328-35) e Dionisio certosino; nei secc. xvi e xvir F. de Ribera, B. Pereyra, B. Viegas, s. R. Bellarmino, C. a Lapide, J. Mariana, G. S. Menochio, A. Escobar y Mendoza, J. de Sylveira; ai nostri giorni A. Bisping, F. Kaulen, R. Cornely, J. Corluy, L. C. Fillion, M. Sales, J. Sickenberger, S. Rosadini, A. van der Heeren, tra i protestanti J. C. K. Hofmann e Th. Zahn. Cf. H. Rongy, in Revue ecclés. de Liège, 23 (1931), pp. 92-95, 158-65.
2) Lo storico antico (zeitgeschichtlich) è quasi agli antipodi del precedente: l'A. descrive simbolicamente la lotta del giudaismo e del paganesimo contro la Chiesa, finita col trionfo della Chiesa e la caduta di Roma pagana; il ciclo profetico dell' A. sarebbe assolto col sec. Iv e v. Proposto da J. Henten (1574), poi da A. Salmeron (m. nel 1585), fu accentuato e messo in voga da L. de Alcázar (v.). Vi aderirono J. B. Bossuet, A. Calmet, De Vuilleret, M. Aberle, F. Allioli, L. Bacuez, J. Schäfer-M. Meinertz, L. Billot.

Ben diversa è la moderna scuola razionalistica «zeitgeschichtlich" (cui in parte aderiscono i cattolici P . Touilleux e A. Gelin) che vede nell' A. solo allusioni alla storia contemporanea (Nerone): E. Renan (L'Antéchrist, Parigi 1871), O. Pfleiderer, F. Spitta, E. Vischer, D. Völter, W. Beyschlag, H. J. Holtzmann, C. Erbes, A. Loisy. Sulle loro ipotesi cf. L. Brun, Die römischen Kaiser in der Apok., in Zeitsch. für neutest. Wissenschaft, 26 (1927), pp. 128-51.
3) Lo storico universale (bischengeschichtlich) ritiene che l'A. abbraccia tutti i tempi. Berengaudo (sec. IX), Ruperto di Deutz (sec. xII) e Alessandro di Brema (sec. xIII) vi trovano le varie età del mondo fin dalla creazione. Gioacchino da Fiore inaugura la teoria delle (sette) epoche della Chiesa col coronamento di un millenarismo spirituale (cf. W. Kamlah, Apocalypse und Geschichtstheologie: Die mittelalterliche Auslegung der Apok. vor Joachim von Fiore, Berlino 1935); lo seguono molti, dal movimento degli «Spirituali »a varie sète protestanti recenti.

Precorso dai francescani Alessandro da Brema (m. nel 1271) e Pietro Aureolo (m. nel 1322), Nicola Lirano (1329) vede nell' A. l'esposizione cronologica (in sette epoche) di tutta la storia della Chiesa. Tale interpretazione ebbe gran voga, essendo stata lanciata da Lutero (1534) presso i protestanti, da B. Holzhauser (m. nel 1658) presso i cattolici (tra i più recenti : Lafont de Sentenac, P. Drach, F. Tiefenthal, M. A. Gallois, F. Gutjahr). Questo sistema superficiale diventa sommamente arbitrario quando sminuzza la profezia in notizie di cronaca, secondo un metodo che seduce ancor oggi molti esegeti improvvisati (S. Sansi, Il Regno di Cristo... secondo l'Apoc., 2 voll., Roma 1899; J. Chevalier, L'Apoc. et les temps présent, Roma 1907; ecc.; P. Clangor, Lu grande guerra, massoneria, bolscevismo e l'avvenire del mondo nelle visioni profetiche dell' A., Brescia 1937; W. Muller-Jurgens, "Apokalypse», Die Geheime Offenbarung des Johannes, BernaLipsia 1938; Fortunato della Valletta, Apocalypse de St Jean, Ottawa 1939; J. du Plessis, Le sens de l'histoire, II, Parigi 1939; L. Moreno Mora, La Iglesia Católica a través del Apocalipsis, Quito 1939; ecc.).

4) Il ricapitalativo è accennato o implicito presso i migliori rappresentanti latini del 1^{°} sistema (ad es. Beda, Alcuino); è l'unico, con l'escatologico, che possa dirsi tradizionale. L'A. non espone gli eventi futuri in una serie progressiva continua, ma descrive alcuni supremi eventi della lotta tra Cristo e Satana, ripetendo in simboli differenti le stesse realtà fino alla maturazione e all'esito conclusivo; è il Regno di Dio militante e infine trionfante. Accennata da Vittorino di Pettau, la recapitulatio è formulata e applicata dal donatista Ticonio (ca. 380), ammessa e spiegata da s. Agostino (De Civ. Dei, XX, 8) che stabilisce sicuri principi esegetici : l' A. predice le direttrici della storia spirituale dell'umanità dall'Incarnazione alla fine del mondo, senza attardarsi alle contingenze esterne particolari : l'economia del Nuovo Testamento vi si snoda nelle sue linee salienti di aspro conflitto alfine vittorioso tra ale due città, quale la presenta il Vangelo (Mt. 10, 18-39; Lc. 10, 1-24; 17, 20-37; 18, 7-8; cf. Io. 15-17). Agostino aggiunge : «Sic cadem multis modis repetit, ut alia atque alia dicere videatur, cum aliter haec ipsa dicere vestigatur" (ibid., XX, 17).

Tale teoria, rappresentata ancora da Primasio, Cassiodoro e Ambrogio Autperto, ebbe poi dall'abate Gioacchino un'applicazione artificiosa, aggravata più tardi dai protestanti N. Collado (1581) e J. Cocceius (1668). Oggi è ripristinata nella forma pura e tradizionale da B. Allo (1921), che ben dimostra come i capp. 12-20 siano uno sviluppo parallelo dei capp. 4-11, e da A. Merk, Compendium introductionis in S. Scripturae libros (di Cornely, 9ᵃ ed.), Parigi 1927, pp. 794 798, e De compositione A., in Verbum Domini, 8 (1928), pp. 211-17; cf. H. Höpfl-B. Gut, Introductio specialis in Novum Testamentum, Roma 1938, pp. 521-22. Vi aderiscono protestanti conservatori : E. Lohmeyer; H. E. Hill, Mystical studies in the A., Londra 1932.

Questo sistema, che meglio salvaguarda il carattere profetico (spirituale) e unitario dell' A., deve accogliere il nucleo di vero dei tre primi. La A. è escatologica, non già una predizione dettagliata della storia universale; ma gli "ultimi tempi" debbono essere intesi nel senso profetico e apostolico : sono l'età messianica, era religiosa definitiva. La maggior parte dei simboli si riferiscono anzitutto alle persecuzioni dell'Impero romano, e, come ogni profezia, l' A. era uno scritto d'attualità; ma la lotta tra Roma pagana e la Chiesa raffigura e predice le successive fasi della perpetua

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lotta tra le potenze sataniche e Cristo, che in ultimo trionferà nella sua Chiesa (Ticonio, Liber regularum, IV : "Dum speciem narrat in genus transit"), v. ABADDON; ALFA E OMEGA; ANTICRISTO; ARMACEDDON; DRAGONE; NERONE; TESTIMONI, I DUE.

Boll.: L'A. ha avuto innumeri commentatori dal sec. viII a oggi; l'odi notevoli sono stati nominati sopra. R. Allo, St. Jean: L'A., Parigi 1921, passa in rassegna (pp. ccxviIIccxiviII ) commenti anteriori al 1920. Il miglior commenta cattolico moderno è questo di Allo ( ³² ed. 1933), di cui C. Lacorque ha dato un compendio (Parigi 1930). Altri commenti cattolici (dopo il 1920): I. Rohr, Die zelucine Offenbarung des hl. Johannes (1915), ⁴² ed. Bonn 1932; C. Martindale, The A. of st. John, Londra 1922; J. Schüler, Die Apokalypse des hl. Yoh., Steyl 1926; O. Cuhauze, Scherbliche auf Patmos, MunchenGladbach 1927, ²² ed. Klostermuiburg 1938; R. Eaton, The A. of st. Yoha, Londra 1930; C. Bonavia, L'A. di Giovanni, Bari 1933; J. Trepat, A. de t. Youn, Barcellona 1936; A. Van Delli, A. van den H. Joannrs, Nimega 1936; D. S. Sebastiano, Die zelucine Offenbarung des hl. Yohanner, Città d. Vaticano 1936; A. Gelin, L'A., in L. Pirot, La Suiute Bible, XII, Pories 1938; O. Karrer, Die zelucine Offenbarung, Einsiedeln 1938; J. Stühelin, Die A., San Gallo 1939; J. Siekenberger, Erklärung der Yohannesapohalypse, Bonn 1940 (3* ed. 1942); A. Van der Heeren, L'A., Parigi 1941; K. Rösch, Die Offenbarung des hl. Yohannes, Paderborn 1941: P. Ketter, Die Apokalypse, Friburgo in Br. 1942; H. M. Fëret, L'Apoc. de s. Jean, V'ision chrelicune de l'histoire, Parigi 1946; J. [R.] Loenertz, The Apocalypse of st. Yohu (trad. di H. J. Carpenter, dal francese inedito), Londra 1947.
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Apocalisse - S. Giovanni in atto di scrivere l'A.
Dipinto di Berto di Giovanni (sec. xv) - Perugia, Pinacoteca.
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Ifol. Alinari)

Apocalisse - S. Giovanni in atto di scrivere l'A.
Dipinto di Berto di Giovanni (sec. xv) - Perugia, Pinacoteca.
del testo della Volgata (Apocalypsis beati Johannis Apostoli). Occorre tuttavia fare subito una distinzione fra gli elementi della visione apocalittica che furono accolti assai presto nel linguaggio figurativo paleocristiano e le illustrazioni del testo sacro che sono assai più rare; è pure necessario ricordare come, ad eccezione dell'Egitto e della Cappadocia, è documentabile, a partire dal sec. vi, un'avversione assoluta del mondo culturale bizantino per le figurazioni apocalittiche, accolte invece in Occidente. Cristo tra A e Ω, l'Agnello sul monte, il trono vuoto, il rotolo con i sette sigilli, appaiono fra la fine del sec. iv e il principio del v , con i 4 simboli degli evangelisti, in pitture cimiteriali e in mosaici di chiese romane. Gesù è rappresentato tra i candelabri ardenti e i 24 vegliardi nel musaico di S. Paolo fuori le mura a Roma, opera che, insieme con altre decorazioni di archi trionfali, è interamente ispirata alla visione apocalittica.

Nella miniatura le illustrazioni dell'A. hanno particolare sviluppo dopo l'viI sec., specie nella Spagna grazie al commentario di Beato di Liébana (v.); mentre un gruppo a parte è costituito dai codici di Treviri, Cambrai, Valenciennes, Bamberga (secc. viI-21). Il terzo gruppo, l'anglo-normanno, che più d'ogni altro si diffuse tra gli ar-

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tisti gotici oltremontani, ispirò ancora, sebbene parzialmente, l'eccezionale figurazione del Dürer, la cui enorme influenza s'estese fino ai conventi del monte Athos.

Nel medioevo, mentre tali illustrazioni seguono dapprima anche nei particolari fantasiosi il testo apocalittico, nelle decorazioni murali la grande varietà delle scene si riduce ai motivi più comuni e diffusi : ad es., Cristo tra A e Ω (cappella del Palatinato ad Aquisgrana); i dodici agnelli che escono dalle due città sante (Ravenus, S. Apollinare in Classe); ciò avviene anche nei cicli più complessi, come quelli dell'abbazia di Civate al Monte e della cripta del duomo di Anagni.

Dal sec. xv i motivi apocalittici vengono interpretati con la massima libertà, come dimostrano gli affreschi del Signorelli ad Orvieto, l'adorazione dell'agnello dei van Eyck, la donna dell'A. del Rubens, in alcune scene di orazzi di monilatture fiamminghe, ecc. Per i secc. xv:itxix citiamo l'affresco dello Scheffler nella chiesa di S. Paolino a Treviri e i cartoni per un ciclo di affreschi del Cornelius, nella Galleria nazionale di Berlino. I soggetti apocalittici si fanno comunque sempre più rari per l'impostazione naturalistica della visione rinascimentale e sono generalmente ignorati nell'iconografia della Controriforma. L'arte contemporanea annovera le rappresentazioni dell'A. di Giorgio De Chirico e il grande ciclo ad encausto di Ferruccio Ferrazzi. - Vedi Tov. CXXIV.

BibL.: A. Somangelo, s. v. in Enc. Ital., III, pp. 626-27; W. Neuss, s. v. in Reullesicon zur deutschen Kunstgeschichte, I, Stoccarda 1927, coll. 721-81; F. van der Meer, Muiectos Domini, Città del Vaticano 1928 (con bibli,).

Claudia Refice-"
APOCALISSE di ABRAMO: v. ABRAMO.
APOCALISSE di BABUCH : v. BABUCH.
APOCALISSE di GIOVANNI : v. GIOVANNI.
APOCALISSE di MOSE : v. MOSÉ.
APOCALISSE di PAOLO: v. PAOLO.
APOCALISSE di PIETRO: v. PIETRO.
APOCALISSE di STEFANO: v. STEFANO.
APOCALISSE di TOMMASO: v. TOMMASO.
APOCALISSI di elia e sOPONIA: v. elia e sOPONIA.

APOCALITTICA, LETTERATURA. - Complesso di scritti pseudonimi giudaici, sorti tra il sec. II a. C. e il sec. II d. C., che da circa un secolo i critici hanno posto in categoria unica, denominandoli dall'argomento dot{α} π α κ dot{α} λ ι ψ ι s (x rivelazione "), nome che servì (dopo il 50-70 d. C.) di titolo a varie di tali opere. Queste "apocalissi " contengono la "rivelazione", che affermano ricevuta in visioni o in colloqui con angeli, dei segreti divini circa la missione e i destini di Israele e delle Genti.

SommaRID. - Degli scritti apocalittici, di cui oonuno ha trattazione distinta in quest'enciclopedia, sono esposti qui i punti comuni: 1. Origine. - 2. Tema e Dottrina. - 3. Genere letterario. - 4. Influsso.

1. Origine. - Al tempo in cui l'ellenismo pagano trionfa e Israele è oppresso e il Tempio profanato ( 168-164 a. C.), risorge e si esaspera tra i Giudei fedeli al loro Dio e alla loro patria la speranza della riscossa. Dinanzi al successo dell'impuro straniero, da Antioco IV Epifane (175-164 a. C.) ai Romani di Pompeo ( 63 a. C.) e di Tito ( 70 d. C.), cresce il fermento tra quelli che si considerano "il resto d'Israele", angosciati anche per il rilassamento e il tradimento crescente in seno ad Israele, specie nella classe sacerdotale. L'a. nasce per sostenere la fede nella veracità delle promesse divine; vuol giustificare le vie della Provvidenza, risolvere la contraddizione sconcertante tra la felicità promessa dai Profeti e l'abiezione politica e religiosa cui Israele è ridotto; si prefigge di alimentare la fierezza giudaica, scossa dalle prove, orientandola alle aurore future. Presunti «veggenti» si assumono il
compito di mostrare ai loro connazionali avviliti che presto Dio visiterà e esalterà il suo popolo, che le profezie gloriose non si sono adempiute perché si avvereranno in un avvenire ormai prossimo: Israele sarà liberato e vendicato, e, guidato da Jahweh e dal suo Messia, si satollerà nella pace e nell'abbondanza; le 12 tribù ritorneranno, per imperare sulle Genti domate e calpestate.

L'a. deriva direttamente dai Profeti, che pretende continuare e completare. Da essi trae i materiali precipui, disponendoli in costruzioni nuove. I critici acatolici includono nell'a. molte sezioni profetiche (Is. 11; 24-27; 29, 1-8; 60; Ez. 26-32; 34-48; Dan. 2; 7-12; Zach. 9-14; tutto Ioel). Ma sono viceversa gli scritti a. che ripetono le origini da tali detti profetici. Ezechiele è considerato "padre dell'a. " (ina L. Dürr reagisce) perché nei capp. 38-39 agglomera immagini e simboli dispersi negli altri Profeti, sulla lotta finale (come Zach. 14), e nei capp. 40-48 architetta la nuova Gerusalemme. I "critici", e parzialmente qualche cattolico (M.-J. Lagrangi), pongono Dan. (che asseriscono composto sotto Antioco IV) in capo all'a. di cui sarebbe il primo prodotto e l'esempio tipico. Ma i cattolici ascrivono all'a. solo libri o frammenti apocrifi, pur riconoscendo che quei passi canonici contengono in embrione alcuni lineamenti essenziali della posteriore vegetazione a., e che l'Apoc. (v.) di Giovanni ha potuto trarre da questa spunti e schemi letterari (B. Allo, p. viII).

La maggior parte degli apocrifi (v.) giudaici appartengono, in misura varia, all'a. A questa rimangono estranei molti apocrifi di origine alessandrina, la cui parenesi haggadica concerne il presente più che il futuro. L'a. si è aviluppata in terreno palestinese, tranne la letteratura sibillina e di Enoch slavo.

Gli scritti apocalittici pervenutici sono: 1) dei secc. II-I a. C.: Libro di Enoch (etiopico), proemio e 1.111 degli Oracoli Sibillini, Testamento dei XII Patriarchi (il L. dei Giubilei è piuttosto un midraš [v.]; i Salmi di Salomone non sono "apocalissi" benché ricchi di escatologia); 2) dei secoli I-II d. C., a) anteriori al 70 : Assunzione di Mosè, Enoch slavo (Segreti di Enoch), nucleo giudaico dell'Ascensione di Isaia; b) posteriori al 70: Apocalisse di Mosè (e Vita d'Adamo ed Eva), Apoc. (IV l.) di Esdra, Apoc. e Visione di Esdra, Apoc. di Sedrach, Apoc. di Baruch "siriaca", i libri IV e V Sibillini, Apocalisse d'Abramo, Apoc. di Sofonia, nucleo giudaico dell'Apoc. "greca" di Baruch e dell'Apoc. di Elia, Testamento d'Iuocco. L'apocrifo di Ezechiel, il Testamento d'Abramo, il Testamento d'Adamo, sono piuttosto dei midhrāšim. Secondo A. Schweitzer, il IV Esdra e l'Apocalisse siriaca di Baruch, molto affini per concezione, rappresenterebbero il pensiero popolare tradizionale.

A torto H. Gunkel, W. Bousset, H. Gressmann e altri della "Religionsgeschichtliche Schule" rilevano nell'a. larghi influssi stranieri : miti astrali babilonesi, dualismo ed escatologia del parsismo. L'astrologia abbonda nelle "apocalissi", ma è di una rozza ingenuità, equidistante dalla mitologia accadica e dalla scienza ellenistica. Si può forse ammettere una certa dipendenza, per l'espressione, da compilazioni iraniche (Bahman Yasth, Bih Aṇid, Ayāthār i Zāmāspīh, ed. G. Messina, Roma 1939, gli «Oracoli d'Istaspe», ecc.), benché i testi parsi e pahlaví rimastici risulgano solo all'epoca sassanide (specie ai secc. III-1v d. C.). Né manca qualche contatto con antiche tradizioni esoteriche assai diffuse, come in particolare

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l'orfismo (miti di Platone, Respublica, X) e l'ermetismo (Poimandres).

Essendo tutte le "apocalissi " rigorosamente anonime, non è possibile individuare la cerchia giudaica da cui sorsero. Si è voluto collocarle nell'uno o nell'altro dei cenacoli chiusi allora fiorenti, al che sembrerebbe dar credito il carattere esoterico di questi apocrifi. Dopo A. Hilgenfeld (Die jüdische Apohalypith, Jena 1837) ebbe voga l'attribuzione agli esseni (v.), oggi sostenuta da M.-J. Lagrange. Mentre molti, con E. Kautzsch e R. H. Charles, pensano ai farisei, prevale per ora la tendenza a rintracciare i "veggenti" tra gli assidei e i loro successori (i pii) apportati dalla politica ufficiale e dal legalismo farisaico (W. Baldensperger, W. Bousset, M. Friedländer, A. Causse). Ma si tratta d'ipotesi incerte, non essendovi ragioni solide per confinare tra qualche setta dissidente o settore appartato gli autori di "apocalissi"; malgrado l'esoterismo, l'ideologia che rispecchiano non diverge dalla comune mentalità giudaica.
2. Tema e dottrina. - Il corredo teologico delle "apocalissi " si riduce a pochi punti, poiché il dogma e la morale vi hanno tenue rilievo. Le verità religiose, di scarso numero nel giudaismo, sono supposte di dominio comune. Specifica materia delle "apocalissi" è l'escatologia (v.), i cui elementi comuni a tutte sono variamente espressi e combinati. Dopo i disastri del 70 d. C., l'ideologia apocalittica, pur rimenendo nel fondo omogenca, assume aspetti alquanto diversi da prima.

Le "apocalissi" sono variazioni del classico tema profetico del "giorno di Jahweh", cioè della finale rivincita divina sulle forze del male oggi trionfanti; vendetta sulle Genti e restaurazione gloriosa di Israele. Le fantasie intrepide dei pretesi "veggenti" si costruiscono un rifugio nel futuro e lanciano in sordina ai Giudei pii, cioè nazionalisti, un messaggio d'ottimismo, gravido di minacce per le Genti e per i Giudei collaborazionisti. Aggrappandosi alla fede nell'imminente fine di questo mondo, puntano sulla catastrofe finale, orribile per le empie Genti, la quale introdurrà il regno di Jahweh e dei suoi fedeli. Descrivendo le fasi storiche che precedono e preparano la catastrofe universale donde uscirà la salvezza di Israele, le "apocalissi" convogliano tutto verso il futuro. Passato e presente sono generalmente considerati solo in funzione del futuro instaurarsi dell'auspicato ordine nuovo: il presente è gravido di segni precursori; il passato, e l'arcano ordine cosmico (mondo, cieli, abissi), dimostrano l'esecuzione dei sapienti piani divini, e sono garanzia della giusta e provvida restaurazione avvenire. I "veggenti" soddisfano la ansiosa curiosità di quanti aspettano la fine, "rivelando" il mondo invisibile e il mondo futuro, supplendo alle omissioni della Bibbia circa il passato (creazione della materia, degli angeli, dell'uomo, caduta degli angeli e dei protoparenti, diluvio, eventi vari dati per futuri) e il presente (cosmografia e astronomia, angelologia, demonologia, sede dei morti). Onde può distinguersi l'«apocalisse» storica da quella cosmica, benché in concreto siano per lo più mescolate.

In questa farraginosa escatologia l'interesse nazionale e individuale è teso verso l'agognata conclusione : piomba improvviso Dio nella lotta finale delle Genti contro Israele, ed ecco realizzarsi vittoria e dominio di questa nuova Gerusalemme, beni messianici, risurrezione e retribuzione, apocatastasi cosmica. I dati basilari provengono dai Profeti, ma sono rima-
neggiati, ipertrofizzati e deformati; alla maestà grandiosa dell'escatologia profetica succede un miracolismo puerile, alla prospettiva larga e indefinita della Provvidenza storica un pedestre e impacciato cronologismo irto di calcoli minuti sui tempi, onde far conoscere l'ora finale del rivolgimento, l'ora di Dio. Perdendosi la serena visuale dell'economia dello spirito, si acuisce l'opposizione tra il "secolo presente" e il "secolo futuro". Non è più predetta la sublimazione di questo misero mondo, ma il rovesciamento e il ricreamento di esso con procedimenti fiabeschi, crolli e rinascite spettacolari. Il passaggio dal secolo presente al futuro vi è preceduto da "segni", manifestazioni dell'ira di Dio, con gli angeli per esecutori. Alle calamità già annunziate dai Profeti (guerra, pesti, carestie, siccità, terremoti, oscuramento e caduta degli astri) le "apocalissi" ne aggiungono nuove mirabolanti (sole di notte, stelle di giorno, pietre sudanti sangue, spade nel cielo, neonati con capelli bianchi, ecc.), e dànno rilievo alla persecuzione dei giusti e alla loro fuga nel deserto.

Il «Regno di Dio» riveste generalmente l'aspetto nazionalistico-terreno : schiacciante rivincita di Israele, colmo per sempre di prosperità e di dominio. Assume talora veste oltremondana, ma in complesso è l'apoteosi del popolo d'Israele, esaltato fino all'eterno empireo, e solo in tal senso può parlarsi di soprannaturalismo nelle "apocalissi». La concezione si limita a ciò che poi, tra i cristiani, sarà il millenarismo. Il Regno sarà iniziato dalla risurrezione dei morti (ma l'incognita dell'immortalità personale è in genere elusa), oppure (in Salmi di Salomone, IV Esd., Apoc. Baruch) dalla felicità dei vivi superstiti in "quell'ora", che dopo l'universale risurrezione finale entreranno nella beatitudine eterna. L'impero della Legge sembra «in quel giorno "tramontare.

Il Regno, da inaugurarsi o fondarsi dal Messia (v.), sarà di questo mondo: lo caratterizzerà «nuova terra e nuovo cielo", la pace, il lume eterno, la gloria, le "vesti", il "banchetto". Il tema della "Gerusalemme celeste" è centrale: il popolo messianico, idealizzato, è trasportato in cielo. La grande crisi messianica segnerà un ricominciamento del mondo terrestre, definitiva palingenesi che ricondurrà l'Eden quaggiù. In tale concezione giudaica, la persona umana conta ben poco: Israele diventa realtà assoluta e trascendente, la redenzione è collettiva anziché individuale, anzi cosmica più che antropologica. E un sogno d'imperialismo che inserisce chimere cosmico-politiche nell'ordine nuovo religioso-morale predetto dai Profeti.

Il Messia è rappresentato come un re ed eroe militare (Enoch 1-37 e 72-90; Sib. III). E Presente, ma nascosto, nel mondo, e si manifesterà alla fine dei tempi (Enoch 38, 7; 62, 7; IV Esd. 12, 15; 13, 52; cf. Io. 7, 27 e Giustino, C. Tryph., 8). Appare quindi come preesistente, con la missione di giudicare gli uomini sulle opere compiute (Enoch 37-69 e 91-104; Sib. IV); ma si noti che tutto è preesistente, e in primo luogo Israele. Mai il Messia è intravisto come redentore spirituale, espiatore dei peccati del mondo.

Nelle "apocalissi" posteriori (IV Esd., Apoc. Baruch, Apoc. Mosè, Apoc. Abramo) le tendenze terrena-nazionalista e trascendente-universalistica, richiamantisi agli oracoli profetici, confluiscono e si frammischiano in un messianismo (v.) sincrotista. Le interferenze fra le due visuali sono sensibili in tutte le "apocalissi", ma prevale sempre la prima; accumulandosi e confondendosi visuali antitetiche, ne emerge un inestricabile groviglio concettuale. Non ricorrono,

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nell'escatologia apocalittica, lineamenti spirituali in contesti totalmente immuni da carattere nazionalistico. Nella mentalità giudaica lo spirituale non rifulge mai allo stato puro: il temporale e l'eterno, il terrestre e il celeste vi producono una stranissima emulsione.

Gli "apocalittici» non si possono chiamare "geni spirituali» (R. H. Charles), né le loro produzioni "un movimento mistico" (L. Cerfaux) ; dall'orrifico travaglio di montagne di simboli vien fuori un "railculus mus". Pur estollendosi agli inaccessibili "cieli dei cieli", rimangono al piano terrestre, molu indietro alla religione dei Profeti intorno a Dio, al Messia, alla umanità. Il tema supremo, la manifestazione della gloria di Dio, appare in funzione esclusiva della glorificazione d'Israele. La religiosità dell'a. è, pertanto, povera: del rinnovamento interiore e delle virtù morali si occupa poco. I «giusti», i «santi», gli «cletri», spesso nominati, sono sempre Israele; la «fede" è l'impaziente attesa della bramata vendetta sugli «empi» che sono le Genti. L'aspirazione alla unione con Dio, l'amore di Dio e del prossimo, esulano da questi scritti, che, materializzando la profec'a antica, fomentano la passione di rivincita e di dominio mondiale. Lo stesso dualismo morale si risolve in antagonismo politiconazziale. L'afflato spirituale dei Profeti svanisce nell'acredine nazionalistica.

Il concetto di retribuzione è in cima, ma si tratta di "vendetta" divina sugli "empi» ora prevalenti: la rabbia impotente si sfoga con le visioni di un futuro in cui la deprecata situazione presente sarà rovesciata. Verso le Genti gli apocalittici sono implacabili : ogni compassione per loro passerebbe per debolezza di fede o connivenza proditoria. Mentre i castighi descritti dai Profeti si limitano al presente o sono poetiche iperboli, i "veggenti" infieriscono, precisano i tormenti con voluttà feroce, estendendoli al futuro eterno e intensificandoli con odio insaziabile.

Le "apocalissi" assumono un posto deciso nella astiosa propaganda contro le Genti; sono ordigni di guerra. Ma i loro autori, nascosti nell'ombra, non sono combattenti, bensì sospiratori che a mente fredda infilzano speculazioni sui portenti degli effettivi di riserva e delle sorprese strategiche, segreti la cui comunicazione si autoproclama celeste "sapienza».

Al contrario del Vangelo (Mt. 6, 34), la religione apoc.llittica ha un solo cruccio e anzia: l'avvenire. E per svelare il futuro, deriva lezioni e pronostici dal passato, trae presagi dal presente, delinea una teologia della storia campata sulle nubi della "grande sera".

Indefinita revisione della storia del mondo, l'a. pretende spiegare i consigli divini sul succedersi degli Imperi e delle Genti che si annientano a vicenda finché il dominio universale non passerà ad Israele. Un punto regge e illumina tutto: la "fine" verso cui tutto incosciamante si affretta, in cui tutti i tempi si risolvono. Nessuna evoluzione organica e vitale: l'avvenire è già nel presente e nel passato. In funzione dell'avvenire, il passato e il presente sfumano sub specie aeternitatis. Lo schema prefissosi dal "veggente" lo costringe a tramutare la storia in predizione. Preso nel suo gioco, predice sempre, ritessendo le vicende passate in serie di predizioni (post eventum!), che prolunga poi, imperterrito, fino alla fine del mondo.

La storia umana è opera di Dio. Mettendo in esclusivo rilievo la causalità divina, il "veggente" cade in un inconscio determinismo, tanto più che le personalità singole scompaiono. Non nega mai la libertà individuale, anzi riversa responsabilità gravissime sui nemici, i cui castighi risultano sempre meritati; af-
ferma che la salvezza suppone la penitenza. Ma il futuro gli si presenta come una trama rigidamente fissa. Gli eventi non si fanno, ma sono fatti da agenti invisibili (angeli) e quasi impersonali; onde l'uso continuo di verbi passivi, caratteristico dello stile apocalittico. Il durevole e sostanziale è concepito come eterno: preesistente e futuro. Tutto il dramma è pronto dietro le quinte, con in cima il Messia e la nuova Gerusalemme. Il Messia anzi è già nel mondo, benché nascosto. La predestinazione è fortemente accentuata.

I tempi sfilano come quadri su un doppio piano: terrestre, ove lo svolgimento sembra in contrasto con la divina sapienza e giustizia, e celeste, ove tutto è preordinato e manovrato dall'Onnipotente. Molti eventi sono fortuiti o disordinati solo per gli osservatori ignari del Libro di Dio "in cui tutto è scritto". In questo fatalismo trascendentale, individui e nazioni sono elementi d'un occasionalismo fideista, ottimista in senso giudaico. La storia, divisa in periodi ("ore", " giorni", "settimane", "anni") simmetrici, a base di numeri, si schematizza fin quasi a meccanizzarsi; le sue parti sono ingranaggi di una immensa orologeria. L'esito finale è inesorabilmente certo : le Genti si avvicendano distruggendosi a beneficio d'Israele, ultimo sopravvivente, cui spetta l'eterno Regno.

Non vi è posto per un miglioramento psicologico. morale dell'umanità : quando i peccati e i disastri saranno giunti al colmo, l'intervento sfolgorante di Dio non risanerà il mondo, ma creerà un mondo nuovo. Trasportando il lettore alla fine dei tempi, sulla quale nessuno può influire, il "veggente" trascura l'intervallo: o non esiste, o durante esso non vi è nulla da fare. Fino alla "fine", i "giusti" debbono solo pazientare e aspettare, mentre Dio interviene solo per infliggere i castighi precursori della grande catastrofe, in cui perirà la gran maggioranza degli uomini (le Genti).

Caratteristica è la credenza apoc.llitica che il mondo attuale ('öläm, stiùv: l'universo coniugato alla durata) è retto dagli angeli (buoni e cattivi). Molto sviluppo ne trae l'angelologia e la teosofia del tempo (eternità, evi, epoche), che saranno una base dello gnosticismo (esmi).

Pur rimanendo, in sostanza, nella corrente ortodossa della fede tradizionale, l'escatologia delle "apocalissi" non segna un sulo passo al di là del particolarismo giudaico, condannato dal Vangelo. Il più ambizioso nazionalismo vi rincara le sue pretese. Le Genti vi sono più disprezzate e odiate che mai : il fosso tra Israele ed esse si trasforma in abisso.
3. GENERE LETTERARIO. - Come dal lato religioso, la distanza fra le "apocalissi" e le profezie canoniche è incommensurabile anche dal lato letterario. Allacciandosi al genere profetico e sfruttando le tradizioni storico-religiose convogliate nella haggada (v.), le "apocalissi "sminuzzano o romanzano le profezie con quella sottigliezza gretta ed ermetica che sfocerà nella speculazione cabbalistica. L'« apocalisse è alla profezia ciò che la Miśnāh è alla 'Torāh" (A. Sabatier). Privi di ispirazione divina e di talento poetico, gli apocalittici formano un nuovo genere letterario, stravagante per le mentalità non giudaiche. La logica del genere impone alcune leggi essenziali, uniformi e inderogabili :
a) La "visione". Presentando i loro scritti come "rivelazione", proponendo passato e presente come svelamento del futuro fatto in tempi antichissimi, gli apocalittici creano un procedimento fittizio di «visione letteraria ", maturata nello studio e senza addentellato aperto con l'ambiente in cui vivono. Questi epigoni dei Profeti insegnano sempre mediante "visioni"; le

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spiegazioni che aggiungono sono di solito date da un angelo, cioè sono anche esse "visioni».

Assumono l'atteggiamento di visione estatica, da cui procede un'esperienza chiusa in sé, un monologo, mentre la profezia, dotata d'efficacia sociale pratica e immediata, è un dialogo. La profezia, radicata nel presente, appartiene al genere oratorio, apostrofa udituri o lettori esortandoli all'azione voluta da Dio e alla riforma morale; l'«apocalisse» invece è uno scritto narrativo destinato a soddisfare la curiosità oziosa intorno ai tempi e destini fururi. Mentre la profezia connette tutto al presente, anche quando guarda al futuro, l'apocalisse opera il trasferimento d'interesse dal presente al futuro. Il Profeta partecipa agli eventi che narra, guerreggia a viso aperto, armato della parola tagliente come spada. Il finto veegente invece è un solitario sospeso fra cielo e terra; non è più attore, ma solo spettatore; è uomo di libro e di penna, che fulmina i nemici con cataclismi verbali. Visionario concentrato nelle sue astrazioni, non s'innalza alla contemplazione ideale, né rispecchia il reale concreto; ma compone un caotico e allucinante dramma metafisico intreccato con scene spettrali. Al blocco informe conferisce unità soltanto la pretesa di svelare le vie di Dio nella storia integrale dell'umanità.
b) Pseudonimia. Prima esigenza formale del genere apoc-littico è l'anonimato. I veri autori non potevano proclamarsi profeti, considerandosi g'à da tempo chiusa l'età profetica (I Mach. 4, 46; 9, 27); né potevano far credere che Dio affidasse i suoi segreti a oscuri meditativi.

Trasportandosi quindi a un punto dato del remoto passato, presentarono le loro "rivelazioni» come libri antichi che attribuivano a un eroe dell'evo primitivo quasi-
ché signoreggiasse tutti i tempi, o ai santi personaggi più noti vissuti in dimestichezza con Dio. Solo coprendosi con l'autorità di nomi insigni, potevano ottenere credito ai loro sogni. Per non tucciar di bestremmia tale impostura, occorre ricordare che in quel tempo la finzione o frode letteraria era in largo uso (pseudo-orhci, pseudo-pitagorici, ecc.), e che i sapienti giudei si reputavano tramiti della tradizione orale, rivelata al pari della Legge scritta, anzi più antica e commento autentico di questa.
c) Esoterismo. Per spiegare come mai scritti cosi venerandi fossero per tanti secoli rimasti ignorati e per legittimarne le novità di pensiero e di forma, si invoca la trasmissione esoterica. Questi libri hisōnīm ("interni»: esoterici) custoditi dagli angeli, dovevano restare, fino al giorno fissato, occulti (apocrifi: "nacconti"), privativa di cenacoli ristretti di iniziati (IV Esd. 12, 36-38). La «sapienza», di cui la scienza apocalittica pretende di essere un ramo, dimora nel cielo (Enoch 42; IV Esd. 8, 52-54), e si comunica agli uomini, attraverso la rivelazione divina, come un segreto (Enoch 82, 1; IV Esd. 14, 45-47.). E come già Daniele (12, 4. 9), Enoch comanda il segreto ( 1,2 ) per le sue "rivelazioni", riservate ai giusti e ai sapienti (4, 10-13). Il restauratore Esdra rinnova la consegna dei libri "riservati": Dio stesso avrebbe ordinato a Mose sul Sinai di nascondere la maggior parte dei suoi discorsi (IV Esd. 14, 5-8. 42-47).
d) Carattere compilatorio. Gli apocalittici non intendevano innovare, ma nemmeno volevano tralasciare nulla delle tradizioni ricevute. Non creano, ma costruiscono con pietre prese nel mucchio di tradizioni diverse, non più identificabili oggi, giustapponendo materiali disparati e di varia provenienza.

Sotto il comune stampo di "visioni" e "rivelazioni", accolgono in sincretismo vecchie leggende, ricordi popolari, esegesi allegoriche, parenesi orali, detti legali, perfino miti, senza fonderli o disporli organicamente. Gli elementi più eterocliti sono di solito affastellati alla rinfusa, senza esigenze di gusto né di critica: vaticini escatologici, descrizioni cosmografiche, esortazioni morali, racconti edificanti. Il difetto d'unità è insito nel genere. È difficile armonizzare
i punti di vista e le ideolegie allineate non solo in conglomerati di più autori (Enoch), ma anche in libri di un solo autore (IV Eud., Apoc. Baruch). E quindi pericoloso arguire dalla disparità di materia o di stile la pluralità di autori, in scritti che per sistema rinnegano ogni originalità.
e) Indeterminatezza stilistica. Lo stile apocalittico differisce nettamente da quello profetico in quanto, per esigenze esoteriche, è volutamente oscuro e sibilino. La "visione" dai contorni imprecisì deve produrre la sensazione dell'inafferrabile e ineffabile. Per far credere alla trascendenza delle sue "visioni", il "veggente" ostenta uno stile che si afferma impari alle abbaglianti e strabilianti realtà intraviste. Per la loro sublimità o lontananza nell'avvenire, le cose debbono apparire indistinte. Il «veggente" stesso deve essere assistito (da angeli) per poter comprendere il senso e i rapporti delle cose, e ammonisce che "non tutti possono intendere", che fa d'uopo d'interpretazioni o di chiavi per percepirne significato e portata.

Sfilano quindi scene, quadri, tinte; ma sono mere parole senza evidenza plastica, che non evocano nulla nella mente o nella fantasia, che non sono né racconti, né pitture, né rappresentazioni, ma solo spari e razzi d'artificio. La fraseologia descrittiva è a base di paragoni esitanti ("sembrava come", "era simile a", "aveva l'apparenza di"; Enoch 14, 10-13; 46, 1-2; 71, 5; IV Eud. 11, 37). E lo sforzo di chi annaspa verso le sponde dell'avvenire, nel cui crepuscolo traveste anche il passato e il presente. Specialmente guardinghi nell'evitare accenni alla realtà attuale, per non tradire il trucco, gli apocalittici eludono ogni colore storico-locale. Tale timida e faticosa approssimazione vuol dare l'impressione della fedeltà con cui l'autore riproduce le forme esterne delle "visioni" senza pronunciarsi sulla loro natura; conferisce inoltre al dettato un tono misterioso che, stuzzicando la curiosità, incute riverenza per le arcane altezze svelate.
f) Simbolismo. Espediente comune per evitare la descrizione diretta è il simbolo, risorsa precipua delle "apocalissi". Il simbolo vi si estende assai più della "visione", la qual