'uomo e agli animali) e di anima razionale (propria solo dell'uomo), e appellandosi al principio scritturale che "il Verbo si fece carne", che "Dio si manifestò nella carne" ecc., finì per riconoscere al Salvatore un corpo e un'anima sensitiva, ma non l'anima razionale, perché il Verbo ne avrebbe preso il posto.
Mancandogli una nozione esatta dell'idea di "persona", la tesi cattolica di una intima unione di tutta la natura umana con la natura divina nella stessa persona era per lui un assurdo. In questo modo, invece, egli credeva assicurata l'unità organica del due elementi, umanità e divinità, in Gesù; ma la salvava a spese del più importante costitutivo dell'uomo: la parte razionale. Posto questo principio ne seguiva che : 1) il Verbo non si è fatto uomo, ma si è incarnato nel senso primo della parola; 2) l'uomo è salvato dalla carne di Gesù unita al Verbo, ma senza suo merito (non essendo libero né capace di virtù); non si comprende poi come pud essere salvata l'anima razionale, che è la parte più importante dell'uomo, se non è assunta dal Verbo : poiché anche A. ammetteva che è solo redento ciò che è assunto; 3) il monofisismo è la conseguenza, se anche non voluta, di tutto il sistema: l'espressione una natura Dei Verbi incarnata adottata poi da Cirillo Alessandrino (che l'attribuiva a s. Atanasio) e divenuta la parola d'ordine dei monofisiti, è creazione di A., perché l'umanità che secondo lui si unisce al Verbo non è una natura umana, essendo priva del caratteristico dell'uomo (la razionalità); quindi si può parlare solo di una natura del Verbo che prima era senza carne e poi prese la carne. Ne deriva il paragone familiare ad A. che il Verbo si unisce alla carne come l'anima al corpo, perché evidentemente dall'unione dell'anima con il corpo non può risultare che una sola natura; 4) da ciò A. dedusse una sola volontà e un solo principio d'operazione in Gesù, che fu poi la dottrina del monoteismo. Molti altri errori gli furono attribuiti, senza serio fondamento, eccetto forse il millenarismo.
La Chiesa reagì contro questa concezione mutila dell'umanità del Salvatore, che limitava la redenzione dell'uomo, e affermò subito che l'Incarnazione fu un'assunzione completa della natura umana eccettuato il peccato. Per redimere completamente, Gesù doveva essere uomo perfetto perché «non fu sanato ciò che non fu assunto».
Benché il Concilio di Alessandria avesse nel 362 condannato la tesi apollinarista (senza nominare l'autore che passava ancora per ortodosso), la posizione di A. divenne difficile solo in seguito, quando la controversia prese ampie proporzioni (370). Sospetto ormai per le sue idee, fu compromesso definitivamente durante lo scisma di Antiochia (375) dal suo discepolo Vitale. Questi aveva costituito un partito apollinarista, sul quale s. Basilio richiamò l'attenzione di Roma. Vitale sulle prime riuscì ad ingannare s. Damaso, che, meglio informato, impose al prete di Antiochia la condanna formale dell'apollinarismo. Questi si rifiutò e costituì la comunità sclamatica di Antiochia, alla quale A. lo prepose ordinandolo vescovo. A. nel frattempo definiva le sue idee in una grande opera, Dimostrazione dell' Incarnazione divina (376), mentre la propaganda dell'eresia, sino allora condotta in segreto, veniva attivata. A Berito insediava come vescovo un altro dei suoi adepti di nome Timoteo, e interveniva presso i vescovi egiziani esiliati da Valente a Diocesarea per guadagnarli alla sua causa.
Nel Sinodo romano del 377 Damaso condannava l'eresia, e A. insieme ai vescovi, suoi partigiani, veniva deposto. La sentenza romana fu anche promulgata nei Concili di Alessandria (378), di Antiochia (379), e di Costantinopoli (381). Poco dopo Teodosio con una serie di decreti del 383,384,388, metteva gli apollinaristi fuori legge, interdiceva le loro assemblee e deponeva i vescovi con la proibizione di ordinarne altri. Dopo la morte di A., spentosi in tarda età verso il 390 , i suoi discepoli si divisero in due correnti: l'una degli intransigenti detti sinusisati, precursori del monofisismo, l'altra moderata capitanata da Valentino e riassorbita in seguito dalla Chiesa.
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Apollinare, vescovo di Ravenna, santo - Musalco dell'Abside di S. Apollinare in Classe (sec. vi) - Ravenna.
Per conservare le opere di A. i suoi discepoli si appigliarono alla tattica di trascriverne un certo numero sotto il nome di scrittori ortodossi, come s. Atanasio, s. Gregorio Taumaturgo, s. Giulio papa. Ma esse sono andate anche cosi in massima parte perdute, e ne restano solo frammenti nelle opere di s. Gregorio di Nissa, Teodoreto, Leonzio di Bizancio, e nelle «catene». Dei numerosi scritti di esegesi, nei quali A. seguiva la scuola di Antiochia per il suo culto del senso letterale, restano frammenti nelle «catene». Le opere apologetiche contro Porfirio, Giuliano l'Apostata, gli ariani e Marcello d'Ancira sono completamente scomparse. Invece il suo principale lavoro sulla cristologia, De monstratio divinae incarnationis secundum similitudinem hominis, si puá in buona parte ricostruire con l'Antirrbaticus adversus Apollinarem di s. Gregorio di Nissa (PG 45, 11231270). In seguito a studi e ricerche recenti, la critica attribuisce ad A.: 1) uno scritto intorno alla vera fede, inserito tra le opere di s. Gregorio Taumaturgo (PG 10, 11031124); 2) tre scritti tra le opere di s. Atanasio : Quod Christus unus sit; De incarnatione Dei Verbi; una professione di fede all'imperatore Gioviano; 3) i seguenti, sinora attribuiti a papa Giulio I: De uuioue corporis et divinitatis in Christo; De fide et Incarnatione; una lettera al prete Dionisio.
Bibl.: S. Epifanio. Haereses, 77; Socrate, Historia Ecclesiastica, II, 46; III, 16; Satomeno. Historia Ecl., V, 18, 25-27; Teodoreto. Hist. Erel., V, 3; VIII, 11; Tillemont, VII, ed. Venezia 1732, pp. 602-37: J. Drâseke, Apollinarios von Laodicon. Sein Leben und seine Schriften (Texte und Untersuchungen, 7, III-IV), Lipsia 1892; G. Voisin, L'Apollinarisme, Lovanio 1901; H. Lietzmann, Apollinaris von Laodicea und seine Schule, Tubinga 1904, con l'edizione dei frammenti; O. Bardenhewer, Geschichte der althirellichen Literatur, V, Friburgo 1912, pp. 282-92; R. Aigrain, Apollinaire de L., in DIIG, III, coll. 962-84; C. E. Raven, Apollinarismim, Cambridge 1922; J. Tixeront, Histoire des dogmes, II, 8^{°} ed., Parigi 1924, pp. 94-111; A. D'Ales, Apollinaire. Les orisines du monophysime, in Revue Apologsique, 42 (1926), pp. 131-40; A. Puech, Histoire de la littérature grecque chrétienne, III, Parigi 1930.
APOLLINARE, Pontificio Seminario Romano per gli studi giuridici: v. istituti ecclesiastici.
APOLLINARE, vescovo di Ravenna, santo. Fu il primo ad occupare la cattedra episcopale di Ravenna; la presenza del suo 1 mathrm{I}^{°} successore al Concilio di Sardica del 342 lo fa supporre vissuto verso la fine del sec. II. E venerato come martire da tutte le fonti agiografiche posteriori al sec. vir; ma Pietro Crisologo (Serm. 128 : PL 52, 552), pur affermandolo martire, anzi l'unico martire della Chiesa ravennate, riconosce che la tradizione non lo venera che come confessore : tradizione però che, nota lo stesso Pietro, sa di lui persecuzioni e supplizi per i quali fundebat saepe sanguinem sumu, ed in seguito ai quali soccombette.
Non si tratta dunque di solo martirio morale, cui tanto spesso si appellano gli scritti elogiaatici del tempo, ma di una semplice traduzione in linguaggio postcostantiniano del termine antico confessor, ben più esatta d'altronde che per il caso di altri «martiri», morti in tempo di pace, come s. Felice di Nola. Saranno poi fonti romane (Registrum Greg., V, 11; VIII, 36) quelle che più esplicitamente riconosceranno A. come martire, mentre nei testi ravennati solo la Passione riprenderà il motivo. Sepolto in seno alla sua Chiesa, come pure riferisce il Crisologo, lo segnalava alla pietà dei fedeli una modesta edicola situata nell'area sepolcrale di Classe, non lungi dal noto cimitero della Basilica Probi, fino alla metà del sec. vi.
Veramente la Passio Sancti Apollinaris (BHL 623), cui già si attribuiva grande antichità e credito (era ritenuta opera del suo successore immediato), asserisce che fu lo stesso s. Pietro a mandarlo a Ravenna. La critica ha però dimostrato lo scritto non più antico del sec. vir e riflettente motivi polemici della lotta per l'autocefalia (666). Sembra tuttavia che rapporti fra A. e Pietro siano supposti, già alquanto prima, dallo stesso Liber Pontificalis di Roma (ed. Duchesne, I, 2^{°} ed., Parigi 1886, p. 323). Analogo richiamo all'Apostolo in una polemica del Crisologo (Serm. 175) con la giurisdizione milanese, e il fatto che pure i protovescovi di Arles e di Aquileia (erette a metropoli ai danni di Milano, come Ravenna) furono detti discepoli di s. Pietro, farebbero supporre la leggenda originata da mire antimilanesi ben più antiche del 666 e d'altro ambiente che Ravenna.
La data obituale di s. A. celebrata a Ravenna con grande solennità (Reg. Greg., V, 11), è registrata dal Martir. geronimiano al 23 luglio; non figura nei Sacramentari leoniano, gelasiano Regin. 316 e gregoriano Pad. 42 (la redazione adrianea conosce una Statio ad S. Apollinarem, ma per il 5^{°} giovedi di Quaresima); è recensita dal lezionario di Würzburg, che le dedica già la pericope di sapore polemico Lc. 22, 24-30, e dai libri liturgici postcarolini. Il suo culto, diffusissimo nel territorio soggetto ai Bizantini, si estese pure in Lombardia, in Francia e soprattutto in Renania. A Roma papa Simmaco (498-514) gli dedicò un oratorio nella Rotonda di S. Andrea (Lib. Pont., ed. Duchesne, I, p. 261), e Onorio (635-38) una basilica al Vaticano, stabilendo in pari tempo che ogni sabato ne movesse una processione per S. Pietro (Lib. Pont., ed. Duchesne, I, 323). La basilica di Campo Marzio appare solo nel sec. viII, nella biografia di papa Adriano e nell'Itinerario di Einsiedeln.
La grande basilica di Classe, centro di si vasta irradiazione del culto, fu iniziata dal vescovo Ursicino e consacrata da Massimiano il 9 maggio 549.
Essa però non sorse sul sepolcro del Santo. Agnello racconta (Lib. Pont., XXXVIII, 85-87) che fu l'arcivescovo Mauro a portare il sacro corpo nel tempio; ma è contraddetto da una iscrizione (CIL, XI, 295, sicuramente autentica benché a lungo contestata), ora sulla parete destra della chiesa, ma collocata da Massimiano sull'edicola primitiva per se-
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(Inf. Alimani)
Apollinare. vescovo di Ravenna, santo - Interno di S. Apollinare Nuovo (sec. vi) - Ravenna.
gnalarne l'avvenuta traslazione, con la quale veniva consacrata la basilica stessa. Una cosi singolare eccentricita della costruzione rispetto alle reliquie è forse dovuta all'intento di erigerla su alte dune per salvarla dalle acque. Preceduta da quadriportico di diversa età, la basilica (m. 55 × 30 ) è a tre navi, con protesi e diaconico, sorrette da 24 mirabili colonne di imesto. I diversi piani su cui queste poggiano, nonché i vari tipi di muratura nella nave centrale testimoniano l'opera di tormentati restauri. Il solo presbiterio, cui si accede con l'ampia gradinata del 1723, serba nei mussici tutto l'antico splendore. Nella parte più alta del catino dell'abside è simboleggiata la Trasfigurazione di Cristo; nel piano inferiore si erge maestosa la figura di s. A. nell'atteggiamento di orante con sei pecorelle per parte. Sotto, da un lato sono rappresentati i sacrifizi di Abele, Melchisedech e Abramo, e dall'altro la consegna da parte di Costantino IV dei privilegi alla Chiesa di Ravenna. Tra le finestre sono raffigurati quattro arcivescovi di Ravenna. L'arco trionfale ha nel centro Cristo tra i simboli degli evangelisti e gli apostoli rappresentati da pecorelle che escono da Gerusalemme e Betlemme. In altri riquadri sottostanti sono figurati due palme, due arcangeli, Michele e Gabriele, e gli evangelisti Matteo e Luca.
L'ubicazione delle reliquie del Santo fu oggetto nel tardo medioevo di appassionate discussioni. Per eludere minacce di predoni infestanti l'indifeso litorale, nel sec. IX esse erano state accuratamente nascoste; ma dove? Una Historia translationis Sancti Apollinaris (Acta SS. Iulii, V, Parigi 1868, p. 374), scritta nel sec. xir da monaci di S. Apollinare Nuovo, raccontava che il vescovo Giovanni (VII?, 850-78) le aveva trasportate in città, nell'antica basilica palatina
di Teodorico, riconciliata al cuito cattolico nel sec. vi col nome di S. Martino in Ciel d'Oro.
Contestavano il fatto i monaci di Classe, opponendo il ritrovamento del corpo, avvenuto invece a Classe nel 1173, e raccontato da un Tractatus de inventione Sancti Apollinaris (Rerum Ital. Script., I, 2, p. 538). La polemica durò assai vivace. Oggi si riconosce che per qualche tempo le reliquie stettero realmente in S. Martino provocandone, dal sec. IX almeno, un terzo nome di S. Apollinaris in Novo (già esisteva in città S. Apollinaris in Vecla), in una cripta anulare scavata all'uopo e testé individuata; ma di là tornarono ben presto a Classe dove furono rinvenute nel 1173. Anche la basilica di S. Apollinare Nuovo è a tre navate (m. 42 × 21 ), rivestite tuttora di mussici teodoriciani e bizantini. Scene della vita e della passione di Cristo in alto, profeti e apostoli più sotto, appartengono al primo periodo; sono del secondo le teorie di confessori e di vergini che offrono la loro corona a Cristo.
Bibl.: Fonti. - Oltre quelle segnalate: Catologo episcopale, utilizzato da Agnello, in CIL, XI, 294; Martyr. Hierosymbionon, pp. 321-92; Agnello, Liber Pontificalis, ed. A. Testi Rasponi, in Rerum Ital. Scriptores, nuova ed., Bologna 1924, t. II, in, val. I, pp. 16-28, 178, 196; Martyr. Romanum, p. 302.
Studi. - Più recenti e con bibliogr.: F. Lanzoni, pp. 724-29; H. Delehaye, L'hagiographie ancienne de Ravenne, in Anal. Bollandisme, 47 (1929), pp. 1-30; E. Will, St. Apollinaire de Ravenne, Strasburgo 1936; G. Lucchesi, Note agiografiche sui primi veicoci di Ravenna, Faenza 1941. Giovanni Lucchesi
APOLLINARE, vescovo di VALENCE, santo. - Figlio del senatore Isicio e fratello del poeta s. Avito,
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ambedue vescovi di Vienne. N. verso il 453 ; discepoli come sembra del retore Sapaudo e di s. Mamerto, fu poi vescovo di Valence per 34 anni ( 490 ca.-523 ca.). Prese parte ai Concili di Epaone (517) e di Lione. Invito il fratello Avito a pubblicare i suoi poemi. M. dopo il Concilio di Lione che si tenne tra il 518 e il 523 . Festa il 5 ott., recensita nei Martirologi gerominiano e romano. La Vita (BHL, 634) non è contemporanea, ma risale probabilmente all'ero carolino ed è anteriore a quella di s. Avito (BHL, 885). La corrispondenza di s. Avito (PL 59; ed. Chevalier, Lione 1898) è la sua migliore fonte biografica.
Bial.: Martyr. Hieronymionum, p. 542; Martyr. Romanum, p. 436; Acta SS. Octobris, III, Anversa 1770, pp. 45-65; HefeleLeclercq. II, II, pp. 951-55, 1031-46; L. Duchesne, Fattes (picequan de l'ancienne Gaule, I, 2^{°} ed., Parigi 1907, pp. 153 nota 4, 217, 223: R. Aigrain, s.v. in DHG, III, coll. 982-86 (accurata indicazione delle fonti e della bibliografia): U. Maricca, Storia della letteratura italiana cristiana, III, 1, Torino [1925], pp. 138-40, passim.
A. Pietro Frutaz
APOLLINARE SIDONIO. - Gaio Sollio Modesto A. S. n. a Lione, fra il 430 e il 433. Dopo il consueto corso di studi, in cui coltivò con particolare passione la poesia, sposò Papianilla, figlia di Avito, già prefetto delle Gallie, che nel 455 venne proclamato imperatore. A. S. l'accompagnò a Roma, dove ne pronunciò il panegirico il 1^{°} genn. 456. Sconfitto Avito da Ricimero e morto nell'ott. 456, A. S. lesse il panegirico del successore Maggioriano. Caduto anche questi assassinato nell'ag. 461 , il poeta trascorse il periodo dell'imperatore Severo nella quiete dei suoi possedimenti di Aritacm. Rientrò nella vita politica nel 467 , quando, assunto all'impero Antemio, fu mandato a lui ambasciatore dall'Alvernia; anche del nuovo sovrano pronunciò il panegirico a Roma il 1^{°} genn. 468, e in compenso fu nominato prefetto di Roma e poi patrizio. Ritornato nelle Gallie, venne ad Arvernum (Clermont-Ferrand) e lavorò per riparare alle malefatte del prefetto Seronato; i cittadini, riconoscenti, lo elessero vescovo, vincendo le sue riluttanze, verso il 47^{°}. Ebbe un episcopato difficile, soprattutto a causa delle minacce di Eurico, re dei Visigoti, che agognava al possesso dell'Alvernia, di cui si impadronì nel 474. A. S., che era anche l'effettivo governatore civile della regione, subì la prigione e l'esilio; passò gli ultimi anni prodigandosi per il suo gregge, venerato dai fedeli e dai confratelli. Morì verso il 489 , in chiesa, dove aveva voluto che lo trasportassero. Il Martirologio romano lo ricorda come santo il 23 ag.
L'attività letteraria di A. S. è tipica esempio di quella educazione superficiale che considerava la bella forma, prodotto dei ricercati artifici della scuola, fine a se stessa, senza saperlo avvivere di sincera e forte ispirazione. Tale carattere mostrano i 24 carmi che costituiscono tutta la sua produzione anteriore all'episcopato. I più importanti sono i tre panegirici degl'imperatori, già ricordati; vi sono poi due epitalami, elogi di città e di ville, brevi epigrammi, ecc. Abbonda l'elemento mitologico, mentre invano vi si cerca la nota cristiana, salvo nel xvı, indirizzato a Fausto vescovo di Riez. Fatto vescovo, stimò di dover dire addio alla poesia; le brevi composizioni in versi che inserì nella raccolta delle lettere sono in maggioranza d'ispirazione cristiana. Anche alle lettere, pubblicate durante l'episcopato, A. S. dedicò un'attentissima cura formale. In nove libri, usati in varie riprese, ne raccolse 147, indirizzate ad amici; alcune furono scritte solo in vista della pubblicazione. Gli argomenti sono vari: congratulazioni, raccomandazioni, affari, ecc. Le 12 lettere del VI libro e le prime del VII sono dirette a vescovi. Non risulta che A. S. abbia eseguito il disegno annunciato ( E p .9,16 ) di comporre inni in lode dei Martiri. Andarono perdute : la traduzione latina del romanzo di Apollonio scritto da Filostrato, che A. S. dichiara ( E p.
8, 31) d'aver riveduto, e le contestatiunculue inviate al vescovo Megezio (Ep. 7, 3, 1), probabilmente preghiere per la Messa o prediche.
Gli scritti di A. S. non rivelano originalità di pensiero né vigore d'ispirazione, ma hanno notevole interesse storico-culturale dandoci notizie di personaggi politici e di chiesa, ma specialmente di retori e poeti, altrimenti sconosciuti, e rappresentandoci al vivo i costumi della società romana delle Gallie e dei barbari invasori. Presso i contemporanei e i posteri vicini essi godettero molta fortuna e furono largamente imitati. Tuttavia sarebbe far torto ad A. S. giudicarlo solo da quelli : mentre il letterato, ligio all'andazzo del tempo e alla scuola, ci appare vacuo e preoccupato solo di problemi esteriori, il vescovo è degno di stare a fianco di quei numerosi pastori del suo tempo che si mostrarono ben consapevoli della loro missione, promovendo, con saggezza e con forza, il bene del popolo nel primo assestamento dei rapporti fra la società romana e il mondo barbarico.
Bial.: Edizioni: PL 58: critiche di C. Luetjohann, in MOH. Antr. Ant., VIII, e di P. Mohr, Lipsia 1805 (Teubneriana). - Studi: L. A. Chate, S. Sidonie Apollinaire et son temps, 2 voll., Clermont-Ferrand 1867-68: Th. Mommsen, Apollinaris Sidonius und seine Zeit, in Sitzungsberichte der hgl. Preuss. Abauf. der Wiss., Berlino 1885, pp. 213-23; M. Schanz-C. HosiusG.Nrüger, Geschichte der vöo. Liter., IV, 2^{text {v-3 }} ed., Monaco 1920, pp. 43-55; C. E. Stevens, Sidonius Apollinaire and his age, Oxford 1933; A. Laven, Recherches historiques sur les panteysiques de Sidonie Apollinaire (Bibl. Ecole des Hautes Etudes, 283), 1942 : id., Sidonie Apollinaire et l'esprit précieux en Gaule aux derniers jours de l'Empire, Parigi 1943. Michele Pellegrino
APOLLINARIS. - Rivista trimestrale giuridica (in prevalenza di diritto canonico), pubblicata a cura del Pontificium Institutum Utriusque Iuris (Facoltà di diritto canonico e di diritto civile presso il Pontificio Ateneo lateranense) dal 1928. E stesa completamente in latino e contiene commenti agli atti della S. Sede di carattere giuridico, articoli di studio, Consultationes, recensioni di libri, e un'ampia rassegna di periodici.
APOLLINARISBERG: v. BENAGEN.
APOLLO. - Dio della Grecia, fra i più popolari della religione ellenica. La sua origine è incerta ed il nome resiste agli sforzi dei glottologi per raggiungere una etimologia soddisfacente; è ignoto anche il suo carattere originario.
Per alcuni A. è il dio greco per eccellenza, dorico o ionico; per altri è un dio straniero, che avrebbe spodestato divinità preelleniche. A seconda delle etimologie, dell'importanza data a singole fonti antiche o a singolari aspetti del dio, A. è stato fatto originario dell'Asia Minore (Lelegi o Lici), o dell'Egeo, o sarebbe un non ben documentato dio hittita, Apulunas, che risalirebbe a sua volta ai Babilonesi.
Nessuna altra divinità ha la molteplicità di funzioni che riscontriamo in A. E dio dell'agricoltura, allontana le malattie e gli animali che potrebbero danneggiare le messi e le porre a maturazione; è il dio dei boschi. Come dio pastore dà salute al gregge : anche la leggenda lo conosce sotto questo aspetto, lo fa servire come pastore presso Admeto e gli fa rubare i bovi da Ermete. Era anche il dio della caccia, dei giovani e della palestra, dio delle gare e primo vincitore ad Olimpia, protettore nella lotta ed in guerra. Era dio delle strade, del traffico e dei mercati, dio dei monti, del mare e della navigazione: in quest'ultimo attributo ebbe spesso santuari in riva al mare e fu conosciuto specialmente come A. Delfinio, con largo culto a Creta e nel Peloponneso. Fu protettore della colonizzazione, fondatore di nuove città (A. Archegete), nel suo nome si prestava giuramento. Fu dio della musica, maestro delle Muse di cui guidava i cori (A. Musagetti), suo strumento favorito era la cetra. Fu per eccellenza il purificatore dei mali morali e fisici, colui che liberava uomini e città da ogni contaminazione ed indicava la via dell'espiazione : in Eschilo egli solo
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può redimere Oreste matricida. I mali fisici erano il risultato dell'ira del dio, ma poteva guarirli, come guariva quelli morali : fu quindi anche dio della salute e medica, ma in questa sua funzione fu in parte sostituito da Asclepio, che una leggenda faceva suo figlio. Era dio della luce e del sole. Alcuni considerano questo il suo aspetto originario, mentre altri fanno notare che la identificazione col sole non risale oltre al sec. v a. C. ed è dovuta anzitutto alla influenza dell'Asia Minore, dove numerose divinità solari furono identificate con A. Ebbe grande popolarità come dio della divinazione e degli oracoli. Talvolta concedeva anche ai mortali la conoscenza del futuro (Cassandra, le Sibille, ecc.), ma generalmente, la divinazione era legata a singoli sontuari.
Il più conosciuto fu l'oracolo di A. Pizio a Delfi, che l'inno omerico vuole fondato dal dio stesso dopo la vittoria sul serpente Pitone, che spargeva la desolazione nel territorio. In realtà A. sembra aver sostituito un più antico oracolo della terra. La sacerdotessa saliva sul sacro tripode e dava i responsi sotto l'influsso inebriante dei vapori che si sprigionavano da una spaccatura del terreno. L'oracolo delfico ebbe grande influenza sulla vita privata e pubblica e fu il centro religioso del mondo greco, delle colonie e di coloro che vennero in contatto con i Greci : i re lidi mandavano ad interrogarlo, Siracusa, Cirene, le città etrusche di Cere e di Spina avevano a Delfi denari e tesori; Roma mandò ambascerie durante l'assedio di Veio e dopo Canne. Secondo Plutarco, Silla teneva al collo quale amuleto una statuetta in oro del dio delfico. L'importanza di Delfi si

A Roma A. penetrò alla fine dell'età regia. Non fu assimilato a divinità indigene, ma, tanto qui che in Etruria, conservò il proprio nome. All'etrusca Veio appartiene l'A. arcaico, di grandezza naturale, vestito di chitone e mantello, esemplare insigne della coroplastica etrusca, trovato negli scavi del 1915, ora nel museo di Villa Giulia. Nel 433 a. C., in occasione di una pestilenza, ebbe un tempio ai Prati flamini, che fu dedicato nel 431 . Nel 212 furono introdotti i ludi apollinari, che divennero permanenti nel 208. Il culto di A. ebbe grande impulso da Augusto, che costrui in suo onore un tempio sul Palatino. A. rimase a Roma soprattutto un dio salutare, e sotto questo aspetto si diffuse anche nelle province, dove fu assimilato a divinità indigene, Beleno, Granno, ecc. Il suo culto continuò nelle campagne anche dopo la caduta del paganesimo: nel 529 s . Belenocassino.
L'arte antica rappresentò A. sotto due schemi, con lunga veste e nudo, in età arcaica anche col chitonisco e barbato. In seguito A. vestito rimase solo per l'A. Citaredo. Generalmente A. è nudo con i capelli sciolti o annodati. Nella pittura vascolare è raffigurato di preferenza in scene mitiche, fra cui le più frequenti sono la lotta con Ercole per il tripode di Delfi,
mentone fino alla caduta del paganesimo: oracoli apocrifi circolarono, quasi a legittimare la nuova religione cristiana. Nell'Asia Minore furono celebri gli oracoli di Patara, di A. Clario a Claro, di A. Didimco presso Mileto, ecc. A Delfi A. dava responsi solo dalla primavera all'autunno, nell'inverno il dio soggiornava presso gli Iperborei. Secondo un'altra leggenda dimorava a Patara nella Licia: questa leggenda è propria di Delo, il centro del culto di A. Delio, rivale di Delfi e in alcuni periodi potente e famoso quanto quello. A Delo sono uniti nel culto i due gemelli A. e Artemide e la loro madre Latona, e vi è localizzata la leggenda della nascita di A.
Alcuni hanno notato dei contrasti nel culto e nelle attribuzioni di A., ma la fusione è antica ed è già compiuta nel-'Iliade, dove A. è, con Zeus e Atena, il dio più potente; è il fratello di Artemide, il «lungisaettante» armato dell'arco d'argento le cui frecce portano malattie e morte, il dio della musica, che guida i cori delle Muse, il dio profeta. Ha l'epiteto di Febo, che alcuni riconnettono con la luce, altri con la mantica divinatoria.
Le feste in onore di A. non erano numerose. Le principali erano le Carnee, celebrate soprattutto nei paesi dorici, le Giacinzie pure soprattutto doriche, le Targhelie a Atene e nelle città ioniche, le Dafneforie.
I più usuali fra gli attributi di A. furono l'arco e le frecce, la cetra e, in connessione con il culto di Delfi, il tripode e l'onfalo; fra gli animali che gli erano sacri erano particolarmente frequenti la cerva, il capriolo e, nel Peloponneso, il lupo; fra gli alberi, l'alloro nato dalla metamorfosi di Dafne, la fanciulla invano amata da A. e, a Delo, la palma.
con Ermete per la cerva, con il serpente Pitone, la strage dei Niobidi, ecc. - Vedi Tav. CXXV.
Bibl.: H. W. Parke, A History of the Delphic Oracle, Oxford 1939: C. Lanzani, L'Oracola delfica, Genova 1940: M. Nilsson, Geschichte der griechischen Religion, I, Monaco 1941, pp. 498 232: W. Otto, Gli dèi della Grecia, trad. ital. Firenze 1941, pp. 72-97. Luisa Basti
APOLLO ('A π ° λ λ ω̂ ς, contrazione di 'A π ° λ λ dot{ω} σ ι ς conservato dal codex Bezae). - Missionario cristiano del tempo apostolico. Giudeo alessandrino (secondo Aigrain, Holaner e altri : platonizzante, discepolo di Filone), convertito, esperto nelle S. Scritture, brillante parlatore, comparve nel 53-4 in Efeso (tra il primo e il secondo soggiorno di s. Paolo) ove nella sinagoga predicava Gesù Cristo con ardore (fervens spiritu). Ma, ben edotto della vita del Salvatore, ne conosceva poco la dottrina: gli era noto solo il battesimo di Giovanni (secondo il codex Bezae, sarebbe stato istruito in Alessandria da discepoli del Battista). I coniugi Aquila e Priscilla (v.), provenienti da Corinto, lo ammaestrazono integralmente. Ciò che essi gli narrarono dell'opera di Paolo iniziata a Corinto, lo invoglio a recarsi, munito di commendatizie, in Acaia, ove fiancheggiò la predicazione dell'Apostolo, dimostrando dalle Scritture la messianità di Gesù (Act. 18, 24-28). Ottimo servizio recò in Corinto alla causa del Vangelo e Paolo gli dà la lode di aver irrigato ciò che egli aveva piantato (I Cor. 3, 6).
Il successo dell'eloquenza di A. nella Chiesa di Corinto fu tale che si formò un partito sotto il suo
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nome, contrapposto ai partiti intestatisi a Pietro e a Paolo (I Cor. 1, 12; cf. s. Clemente Romano, ad Cor. 47, 3-4). Sembra che l'insistenza con cui Paolo respinge " la sapienza oratoria" (I Cor. 1, 12 sg.; 3, 4-5. 22) sia in parte volta a condannare l'infatuazione prodotta dalla parola erudita e sottile di A. Ma non pare che A. stesso, prudente ed umile, desse motivo a cio. Anzi, per evitare ogni divisione tra i fedeli, si allontanò da Corinto, e rifiutò di tornarci, malgrado le istanze di Paolo (I Cor. 16, 12), presso il quale si trovava ad Efeso (anno 57).
Rimase fedele collaboratore di Paolo (ibid. 3, 4-6), che più tardi lo raccomandò a Tito (Tit. 3, 13): A. era dunque in Creta (forse come latore della lettera) verso il 65 , e si preparava con Zena a un viaggio di cui ignoriamo la meta (ritorno a Corinto, secondo s. Girolamo). La presunta appartenenza di A. a una setta giudeo-cristiana di battisti è discussa e negata da J. Thomas, (Le mouvement baptiste en Palestine et Syrie, Gembloux 1935, pp. 96-102).
S. Girolamo (In Titum, 3: PL 26, 598) lo fa vescovo di Corinto; lo pseudo-Davoteo di Tiro (PG 92, 1064-65) e il Sinassario costantinopolitano (p. 786) vescovo di Cesarea; tradizioni locali gli assegnano la sede di Durazzo, o di Colofone, o di Iconio; ma senza fondamento. Il Martyr. Ramoanu lo ricorda il g-dic. E talora detto "apostolo" (Synax. Constantinop., p. 376).
Lutero per primo gli attribui l'epistola agli Ebrei (v.); tale ipotesi, diffuso da F. Block (1828) seguito da G. Lünemann, A. Hilgenfeld, O. Pfleiderer, H. Alford e altri, fu ripresa dai cattolici J. Ev. Belser (1901) e I. Rohr (Der Hebräerbrief..., 4^{text {a }} ed., Bonn 1932 : A. fu il a redattore i benefici solo su vaghe congetture (pretesi a alessandrinismi " d'esegesi allegorica e di stile). L'opinione di E. H. Plumptre (The writings of Apollos, in Expositor, I [1875], pp. 329-48,409-35 ), che attribuisce ad A. l'alessandrino libro della Sapienza, fu accolta da alcuni (P. Heinisch, Das Buch der Weisheit, Münster 1912, p. xxiII).
BibL.: E. Le Camus, s. v. in DB, I, coll. 774-76; J. H. A. Hart, Apollos, in Journal of Theol. Studies, 7 (1905), pp. 16-28; B. T. D. Smith, A, and the twelve Disciples at Ephesus, ibid., 16 (1913), p. 244 sgg.: R. Schumacher, Der alessandrinor Apollos, Kempten 1916; R. Aigrain, s. v. in DHG, III (1924); coll. 997-99; W. Michaele, Die sogenannten Johannes-Yänger in Ephesus, in Neue kirchliche Zeitschrifl, 38 (1927), pp. 717-36; H. Preisker, A. und die Yobannesjä̈ger, in Zeitschr. für neutral. Wiss., 30 (1931), pp. 301-04; B. Allo, Première Ep. aux Corinthiens, Parigi 1934, pp. 55-60, 80-86, 461-63; W. Leonard, Authorship of the Ep. to the Hebrews, Città del Vaticano 1939, pp. 16, 217; J. Holzer, L'Apostolo Paolo, trad. ital., Brescia 1939, pp. 315-19; S. Bugge, Apollos og de efesinshe disipler (Act. 12, 24-15, 2), in Norsk Teol. Teol. 44 (1945), pp. 83-97. Antonino Bannas
APOLLONI, Gifolamo. - Missionario giuseppino, n. a Carré (Vicenza) nel 1865 , m. il 20 nov. 1932 a Roma. Tra i discepoli migliori del teologo Murialdo, fondatore della Pia Società di S. Giuseppe (Giuseppini), fu educatore di giovani a Torino, Venezia, Vicenza, e nel 1904 andò a Bergasi a cura della Associazione Missionari Italiani per fondare una missione per i moretti vittime della tratta. La missione, posta nell'oasi di Fuchiat, accolse oltre cinquanta bambini e venti bambine, e costruì scuole, laboratori, palestre. I consoli, specie l'italiano, collaboravano con l'A. perché, in base alle convenzioni internazionali, il governo turco rilasciasse loro una tessera di libertà per gli schiavi che fossero riusciti a fuggire. A. fondò pure un ambulatorio-dispensario, un Monte di pietà ed un'azienda agricola a mezzadria. Tornato in Italia (1911), fino al 1921 resse a Roma la parrocchia della Immacolata al Tiburtino. Fu superiore della Pia Società, e poi ancora parroco della stessa chiesa fino alla morte.
BibL.: Anon., Il p. G. A.,Vicenza 1933. Egilberto Martire APOLLONIA, santa, martire. - Vergine alessandrina, martirizzata in Alessandria d'Egitto durante
una sommossa locale contro i cristiani, poco prima dello scoppio della persecuzione di Decio (248-49). Ne dà relazione s. Dionigi, vescovo della città e testimonio dei fatti accaduti, in una lettera a Fabio, vescovo di Antiochia, di cui larghi estratti son stati tramandati da Eurebio di Cesarea (Hist. ecel., VI, 41). Dopo aver parlato delle sofferenze di altri cristiani, Dionigi accenna a quelle di A., vergine ammirabile; presa, le furono spezzati i denti a furia di colpi infertile sul volto. Acceso quindi un rogo fuori città, i pagani minacciarono di bruciarla viva, qualora si fosse rifiutata di pronunciare parole blasfeme. Concessole, dietro sua richiesta, un attimo di libertà, A. ne approfittò per lanciarsi nel fuoco dove trovò la morte. Agli occhi di Dionigi, A. era una martire e come tale fu venerata nella Chiesa alessandrina. Parlando del suicidio, s. Agostino (De civ. Dei, I, 26) tratta anche del caso di quei cristiani che spontaneamente abbracciarono la morte loro preparata, giustificando il loro atto. Comunque la Chiesa non ha fatto distinzione e nel culto ha accomunato siffatti martiri con gli altri. Venerata anche in Occidente, A. fu dalla devozione popolare invocata come patrona contro il male di denti. Leggende posteriori fanno di A. una martire romana sotto Giuliano l'Apostata. Il

Apollonia, santa - Martirio della santa. Dipinto di Antonio Vivarini (sec. xv) - Bergamo, Accademia Carrara.
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Apollonia, santo - Affresco di B. Luini (sec. xv1). Saronno, Santuario.
nome di A. fu introdotto nel Martirologio di Floro, alla data del 20 febbr., modificata poi con pari arbitrio da Adone, il quale la riportò al o febbr., che è la data della commemorazione attuale.
Bibl.: Acta SS. Pehrsoni, II, Anversa 1648, pp. 278-81; BHL. 638-45; H. Quentin, Les Martyrologes historiques du Moyen dge, Parigi 1908. pp. 418, 426, 611; Koneflke, St A., die Schutzheilige der Zahnholthunde, in Zahndrath. Rundschau, 1913, (secs. xxxxxx); W. Bruck, Das Martyrium der hl. A. und seine Darstellung in der bildenden Kunst, in Kulturgesch. d. Zahnholthunde in Einzeldarstellung, ed. C. Proskauer, II, Berlino 1915; K. Künstle, Ikonographie der Heiligen, II, Friburgo in Br. 1926, pp. 9093; G. B. Poletti, Il Martirio di s. A., Rocca S. Casciano 1934; estr. da Archivum Chirurgiae Oris, 3 (1934); in proposito, v. Analecta Ballandiana, 24 (1936), pp. 166-67. Mario Scaduto
Iconografia. - E rappresentata generalmente in aspetto giovanile, con gli attributi generici del martirio e con quello specifico delle tenaglie e di un dente, che alludono alla sua passione e alla devozione particolare che le vien tributata dai sofferenti di mal di denti. Dal tardo medioevo fino all'epoca barocca abbondano le rappresentazioni da parte di artisti italiani (Luini, Granacci, C. Dolci) e nordici (Foucquet, Jordaens, G. Crayer, Willmann). La particolare popolarità della Santa è provata dalle sue numerose rappresentazioni nell'arte grafica, dagli incunabuli silografici e calcografici fino alle immagini di devozione settecentesche.
Bibl.: W. Bruck, D. Martyrium d. h. A. u. seine Darstellung in d. bild. Kunst., Breslavia 1915; K. Künstle, Ikonographie der Heiligen, Friburgo in Br. 1926; I. Braun, Tracht und Attribute der Heiligen in der deutschen Kunst, Stoccarda 1941, pp. 101-102 (con bibl.).
Kurt Rathe
Tradizioni popolari. - Con riferimento al più noto episodio del suo martirio, s. A. è invocata dal popolo per la guarigione del mal di denti. Alla sua
leggenda si ispirano una breve preghiera-scongiuro, un canto narrativo e una rappresentazione sacra toscana, della quale ci restano notizie che risalgono al Quattrocento.
Paolo Tronbi
APOLLONIA di Macedonia. - Città della Migdonia, poi della Macedonia orientale o "prima»: oggi Pollina, sita a sud del lago Bolbe (oggi Besih). Dedicata ad Apollo, come altre città omonime di Blina e Tracia, era di qualche importanza (cf. Plinio, Hist. Nat., IV, 7; Ateneo, VIII, 334), perché vi faceva capo la via Egnazia, prolungata poi fino a Bisanzio.
In essa fece tappa s. Paolo con Sila (Act. 17, 3) durante il suo secondo viaggio apostolico, andando da Filippi a Tessalonica, dalla quale A. dista 57 km .; ma non risulta che vi abbia predicato.
Ad A. è connessa la sede vescovile di Hierissas (Gerisso), oggi titolare.
Apollonio. - Quattro (o tre) ufficiali dei re Seleucidi, menzionati da I e II Mach.
1. A., figlio di Mnesteo, governatore militare della Celesiria e Fenicia sotto Seleuco IV Filopatore (187173 a. C.); è identico ad A. Tarseo o Traseo (di Tarso). Consigliò al suo re di depredare le ricchezze del tempio di Gerusalemme e segui la malaugurata impresa di Eliodoro. Da Antioco IV Epifane (175-163) fu inviato ambasciatore presso Tolomeo IV Filometore d'Egitto. Fu ucciso nel 166 a. C. da Giuda Maccabeo (I Mach. 3, 4-12; II Mach. 4, 4. 21).
2. A., "capo delle esazioni" (I Mach. 1, 30), inviato da Antioco IV Epifane a Gerusalemme per imporre l'ellenizzazione col suo terrorismo. Con un esercito di 22.000 uomini vinse i Giudei a tradimento, assalendoli di sabato (II Mach. 5, 24-26). Forse è identico al precedente A.
3. A., governatore della Celesiria sotto Alessandro Bala; schieratosi poi dalla parte di Demetrio II Nicanore, mosse guerra a Gionata Maccabeo, partigiano di Alessandro, e fu sconfitto presso Azoto nel 147 a. C. (I Mach. 10, 67-87). Flavio Giuseppe (Antiq. Ind., XIII, 4, 3) lo nomina A. Dans, membro della tribù sogdiana dei Dei.
4. A., figlio di Genneo (II Mach. 12, 2), generale di Antioco V Eupatore (163-162 a. C.), aggredi i Maccabei in tempo di pace.
Vincenzo Cavalla
APOLLONIO, ANTIMONTANISTA. - Ne è conservata notizia da Eusebio (Hist. eceL, V, 18), dalle cui citazioni apprendiamo che scriveva circa 40 anni dopo la comparsa dell'eresia, quindi verso il 215 . Doveva essere asiatico o frigio. In uno stile energico e vermente si scaglia contro le profezie delle profecesse montaniste e la vita privata dei capisetta. Secondo Girolamo (De viris inlustribus, 40 e 53) egli fu specialmente attaccato da Tertulliano nel 1. VII della sua opera Sull'estesi, andata perduta.
Bibl.: P. de Labriolle, s. v. in DHG, III, col. 1013.
Antonio Ferna
APOLLONIO il Senatore, santo, martire. - Messo a morte nel 185 ca., senatore romano secondo s. Girolamo, mentre Eusebio ne fa un uomo noto tra i cristiani dell'Urbe per la sua scienza e filosofia. Denunciato da un individuo istigato dal demonio - s. Girolamo dice ch'era un suo servo - A. fu tradotto innanzi a Perernio, prefetto del pretorio (180-85). Questi Pinvitò a giustificarsi davanti al senato, il che A. fece pronunciando una brillante difesa della sua fede; ma il senato rimase irremovibile e lo condannò a morte.
Eusebio aveva pubblicato tutto l'incartamento giudiziario relativo ad A. nella sua raccolta degli Atti degli antichi martiri, oggi purtroppo perduta. Parte degli Atti di A. ci sono però noti attraverso una redazione greca e una
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versione armena, che rappresentano due fasi del rimaneggiamento degli Atti primitivi. In genere il testo greco è migliore, ma tutto il contenuto è attribuito arbitrariamente dal rimaneggiatore al personaggio apostolico, Apollo; interessantissimo il dialogo tra Petennio e A., il quale difende la sua fede con profonda convinzione e con spigliatezza privo di retorica. Questa redazione degli Atti di A. è passata ora nella raccolta degli Atti autentici dei martiri. Il giorno di morte di A., secondo l'attuale redazione dei suoi Atti, sarebbe il 21 apr. Floro gli ha assegnato il 18 apr., dato tuttora conservata dal Martirologio romano, in seguito ad una confusione col martire Apollonio, compagno di s. Valentino, ricordato in tale giorno dal Martirologio gerominiano.
Biel.: Eusebio, Hist. eccl., V. 21; Girolamo, De viris illustribus, 40; il testo greco degli Atti in R. Knopf-G. Krüger, Ausgewählte Mästyrerniken, ³² ed., Tubinga 1929, pp. 30-31; Martyr. Hieronymianum, p. 197; Martyr. Romanum, pp. 143-44. - O. Bardenhewer, Geschichte der altätheblichen Literatur, II, 2^{°} ed., Friburgo in Br. 1914, pp. 678-82; H. Dolehaye, Les Passions des Martyrs et les geures littéraires, Bruxelles 1921, pp. 123-136.
A. Pietro Frutaa
APOLLONIO di TIANA. - Quanto si riferisce a questo personaggio è frutto della reazione che il sincretismo religioso orientale-ellenistico oppose all'avvento ed al propagarsi del cristianesimo. Tale opposizione prese con la strana figura di A. forma concreta, nel senso che con essa, trasformazione fantastica di un A. storico, si è inteso fare un personaggio che potesse contendere o per eguaglianza o, peggio ancora, per superamento, con la figura storica di Cristo.
Quanto noi sappiamo intorno ad A. risulta da una pretesa biografia che Filostrato scrisse di lui per invito di Giulia Domna, la seconda moglie di Settimio Severo: Filostrato in tale biografia si riferisce specialmente alla testimonianza di un Damide, presunto seguace di A., oltre che a lettere non meno presunte di lui. Dallo scritto di Filostrato si delinea evidente lo scopo di quella contrapposizione a Cristo di cui si è parlato, specialmente perché vi ricorrono, come opere di A., alcuni miracoli che il Vangelo afferma di Cristo, quali la guarigione di un cieco, di un paralitico, la resurrezione di un morto e simili.
Secondo Filostrato, A. sarebbe nato qualche anno prima dall'era volgare a Tiana, città della Cappadocia, posta ai piedi del Tauro; egli avrebbe subito persecuzioni sotto Nerone e più tardi sotto Domiziano, di cui avrebbe profetizzato la morte. Avrebbe viaggiato moltissimo dall'Oriente in Occidente, in Grecia ed in Italia; sarebbe stato in relazione con Vespasiano e Tito; e sarebbe apparso ad Aureliano, come si legge nella vita di questo imperatore, scritta da Vopisco in senso apertamente anticristiano. A. ebbe culto, altari e templi per opera di Caracalla e di Aureliano; Alessandro Severo nel suo Lavarium, luogo riservato al culto domestico, collocò A. accanto ad Abramo, ad Orfeo, ad Alessandro Magno ed a Cristo.
La leggenda di A. di Tiana, foggiata con elementi disparati, ma con intendimenti precisi, si fissò così nel tempo, specialmente per il suo significato anticristiano, pur non mancando qualche favorevole interpretazione in scrittori cristiani. Sappiamo, ad es., che lo scritto di Filostrato fu da Ierocle, proconsole di Bitinia ai tempi di Diocleziano, e cioè negli ultimi decenni del sec. III, portato in campo per dimostrare che i miracoli non sono affatto elemento esclusivo del cristianesimo.
Può darsi che non sia stato esclusiva invenzione di Filostrato il romanzo intessuto intorno ad A. Di un A. vissuto storicamente come autore di opere filosofico-religiose ci parla il lessico "Suda" scritto intorno al Mille. Da Porfirio e Giamblico, neoplato-
nici, abbiamo notizie di una vita di Pitagora scritta da un A.; può darsi quindi che tale autore sia stata la personalità storica intorno a cui si è poi intessuta la biografia di Filostrato. In questo, infatti, elementi pitagorici si possono rintracciare tra tanti elementi fantastici, come si può rilevare anche dal fatto che nella biografia si dice espressamente che A., solo dopo aver abbracciato il pitagorismo, si diede al silenzio ed alla meditazione per purificare se stesso.
La sua figura semileggendaria, che in fondo appartiene più alla letteratura romanzesca del tempo e vuole essere soprattutto un'esaltazione del neopitagorismo, fu dalla reazione pagana dei secc. III e iv volentieri contrapposta a quella di Cristo; ma talmente inferiore essa era e cosi sovraccarica di elementi magici e paganeggianti che dopo la vittoria del cristianesimo la sua «Vita» cadde completamente nell'oblio da cui il Rinascimento la tolse insieme a tante altre opere dell'antichità. Del resto anche in antico la fama di A. derivò specialmente dalla polemica di Eusebio contro Ierocle che viene rimproverato di aver contrapposto A. a Cristo: polemica che attirò su di lui l'attenzione di scrittori cristiani quali Lattanzio, Girolamo, Agostino, Cirillo, mentre nessun rilievo particolare riceve dai neoplatonici contemporanei.
Oggi il nome di A. è tornato in un certo onore presso teosofi e cultori di scienze occulte, sempre con spirito anticristiano, come si può vedere nell'opera del Mead.
Bial.: G. G. Mead, A. di T., il filosofo riformatore del sec. I della nostra era, trad. ital. di G. B. Penna, Torino 1926; intorno ad A. in genere, si veda: J. Reville, La religion à Rome sous les Sézères, Parigi 1886; J. Güttenhing, A. von Tynna, Berlino 1889. Dal lato storico, informatissimo è l'articolo di J. Miller, in PaulyWissowa, Renicucycl. der klass. Altertumssiis., II, col. 146 age. Nicola Turchi
APOLOGETICA. - L'a. è la scienza che dimostra la credibilità razionale della fede cattolica.
In questa definizione la parola «scienza» non è intesa secondo il vecchio e ristretto concetto aristo-telico-scolastico, ma nel senso moderno di un sistema di questioni logicamente coordinate e dimostrate con certezza, concernenti un determinato ordine di verità o di fatti, specificato da un oggetto formale proprio, non riducibile ad altra scienza.
Per determinare l'oggetto specifico dell'a. occorre precisare la natura della religione cattolica. Questa religione è stata positivamente stabilita da Dio e da Dio stesso comunicata agli uomini in modo soprannaturale, per il tramite di alcuni suoi inviati, detti profeti. Tale rivelazione, cominciata all'origine dell'umanità, continuata con i patriarchi, Mosè e i profeti del Vecchio Testamento, fu completata e chiusa con Gesù Cristo e i suoi dodici Apostoli. Gesù affidò tutta la rivelazione divina ad una società visibile, gerarchica, indefettibile - la Chiesa da lui istituita - con la missione di custodirla, interpretarla, insegnarla a tutta l'umanità per tutti i tempi, volendo che la religione cristiana fosse universalmente obbligatoria sotto pena della dannazione eterna. La Chiesa è quindi la regola prossima della fede; e l'uomo deve credere tutto ciò che la Chiesa gli propone come rivelato da Dio. Il motivo poi formale della fede non è la conoscenza diretta, intrinseca, scientifica o filosofica delle verità rivelate. La maggior parte di queste verità sono misteri impenetrabili e incomprensibili dall'intelletto umano. E anche le dottrine rivelate da Dio accessibili alla intelligenza dell'uomo nella loro evidenza intrinseca, devono essere credute per l'autorità di Dio rivelante, come insegna il Concilio Vaticano (const. Dei Filius, cap. 3,
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can. 2). La religione cattolica non è dunque una filosofia né una scienza, ma una fede d'autorità divina. Questa fede sommamente obbligatoria deve essere certa, ferma, irrevocabile, come impongono tutte le professioni di fede che la Chiesa esige dai suoi seguaci. E deve essere ragionevole: « obsequium rationi consentaneum», come dice il Concilio Vaticano (loc. cit., cap. 3). Ora non sarebbe ragionevole ma imprudente e temeraria, né potrebbe essere ferma né obbligatoria, se il credente non sapesse con certezza che le verità di fede sono state realmente rivelate da Dio e che la Chiesa cattolica è legittima interprete della rivelazione divina. Una conoscenza dubbia o soltanto probabile di questi due fatti lascerebbe un timore prudente di cadere in errore, e quindi impedirebbe la fermezza dell'assenso; e inoltre renderebbe incerto il precetto della fede, la quale non sarebbe più obbligatoria, perché lex dubia non obligat. La Chiesa ha più volte ed esplicitamente dichiarato la insufficienza di una opinione probabile e la possibilità e la necessità di una conoscenza certa del fatto della rivelazione divina (Denz-U., 1171, 1637, 1790, 1799, 1812, 2025, 2145).
Non si richiede per altro una certezza matematica. Basta una certezza morale, che escluda ogni dubbio prudente, ogni timore ragionevole di errare.
L'esistenza di una rivelazione divina e la conservazione di essa per mezzo della Chiesa sono due fatti storici e contingenti, che non possiamo dedurre da un principio filosofico (certezza metafisica) né arguire da una legge fisica (certezza fisica), ma soltanto fondare su testimonianze storiche. Essi comportano pertanto solo una certezza d'ordine morale. Le nostre ricerche di critica storica possono lasciare qualche difficoltà o esitazione. Ma sono nubi trasparenti che non velano la luce del sole.
Gli argomenti apodittici, certi, primari della dimostrazione apologetica sono i fatti miracolosi nella loro triplice specie : fisici, intellettuali, morali.
Il miracolo è una testimonianza divina in prova della credibilità della dottrina rivelata, è il sigillo divino che autentica l'origine soprannaturale della religione cattolica. E poiché Dio, verità infinita, non può attestare la falsità, noi possiamo con certezza concludere la credibilità di una rivelazione garantita anche da un solo miracolo. La dimostrazione per il miracolo può essere così schematizzata. La storia ci assicura con certezza morale che sono stati compiuti da Dio fatti straordinari per attestare l'origine divina e rivelata della religione cattolica. La scienza ci prova con certezza fisica che questi fatti non sono naturali ma divini. La filosofia ci dimostra con certezza metafisica che Dio non può essere testimone di una falsità. La religione cattolica è dunque divina e rivelata, e conseguentemente può essere ragionevolmente creduta.
Vi sono inoltre gli argomenti secondari, confermativi :