ienza ci prova con certezza fisica che questi fatti non sono naturali ma divini. La filosofia ci dimostra con certezza metafisica che Dio non può essere testimone di una falsità. La religione cattolica è dunque divina e rivelata, e conseguentemente può essere ragionevolmente creduta.
Vi sono inoltre gli argomenti secondari, confermativi : la sublime perfezione della dottrina rivelata e la sua piena corrispondenza con i bisogni spirituali della natura umana, i frutti della dottrina cattolica nell'ordine morale, e altri di cui si parlerà altrove.
Potrebbe sembrare inutile indugiarsi a illustrare la necessità di una scienza che è la giustificazione della fede cattolica dinanzi alla ragione. Tale giustificazione non è forse il primo bisogno e il primo dovere della nostra fede, secondo l'ammonimento di s. Pietro: «Parati semper estote ad satisfactionem ( π ρ δ ς é π ° λ ° γ λ ε ν ) omni poscenti vos rationem de ea, quae in vobis est, spe» ( I Pt. 3, 5)?
Ma errori e pregiudizi hanno offuscato questa verità e prodotto un funesto lassismo apologetico. Vi sono i volontaristi che, non avendo fiducia nella ragione ragionante, credono di potere porre la fede cattolica sopra una base più sicura, dandole come fondamento la nostra volontà. Per costoro l'a. deve consistere in una terapeutica morale e nella messa in valore delle cosiddette «ragioni del cuore». E vero che l'atto di fede soprannaturale è compiuto sotto l'impulso
della volontà, ma questo avviene dopo il giudizio della credibilità razionale delle verità di fede, quando cioè il ciclo apologetico è stato chiuso. La fede cattolica non è atto arbitrario del dispotismo della volontà, una cieca adesione del sentimento, un fanatismo, il leggendario credo guia absurdum, falsamente attribuito a s. Agostino. Una fede afflatta sarebbe immorale e fisicamente impossibile, perché l'intelletto non può aderire che ad una cosa vera o almeno soggettivamente creduta tale, e la volontà non può dimostrare vero ciò che è falso. La volontà interviene anche nel giudizio della credibilità della dottrina rivelata, ma non per sostituire, nemmeno parzialmente, la ragione; essa toglie solo gli ostacoli che possono impedire una visione convincente degli argomenti di ordine intellettuale. E la preparazione morale con i relativi motivi volontaristici non è oggetto dell'a. ma delle discipline morali.
Ai volontaristi si aggiungono i dogmatisti che considerano la fede come un'opera esclusiva della grazia soprannaturale. Per costoro l'a. deve limitarsi a inculcare la necessità di mortificare le proprie passioni e ad indicare i mezzi scelti da Dio per comunicare la sua grazia, cioè la preghiera e i sacramenti. La fede non si conquista ragionando, ma pregando e vivendola. La pratica della fede farà sentire a ciascun credente che essa è la verità. "Volete voi andare alla fede? Agite come se già credeste. Prendete l'acqua benedetta e fate celebrare Messe» (Pascal). Indubbiamente la fede cattolica è un dono della grazia di Dio, ma questa grazia non distrugge i diritti della ragione, non è una forza magica né una specie di suggestione che ci fa giudicare certo ciò che è dubbio, e razionale ciò che è illegica. La grazia di Dio vuole intervenire anche per facilitare una conoscenza più efficace degli argomenti apologetici. Ma questi argomenti sono convincenti per se stessi e in se stessi, anche se non visti con gli "occhi della fede». Ne l'intervento soprannaturale della grazia è assolutamente necessario nel processo apologetico, "cum recta ratio fidei fundamenta demonstret" (Conc. Vat., loc. cit., cap. 4). Contraria all'insegnamento della Chiesa è poi la pretesa di conoscere sperimentalmente la verità della religione cattolica, praticandola senza la fede. La prima condizione necessaria per far parte della Chiesa cattolica e poter ricevere i sacramenti è la fede. Riceverli senza la fede è profanazione e impostura.
Alcuni dogmatisti hanno visto una contraddizione tra la conclusione scientifica, naturale, necessaria dell'a. e la libertà e soprannaturalità della fede cattolica. L'arduo problema della conciliazione del giudizio di credibilità, conclusione di un sillogismo, e l'atto di fede, imperato dalla volontà e dono della grazia divina, esigerebbe una tentazione non consentita in questo articolo. Basti dire che sono due atti intellettuali distinti, specificati da diversi motivi formali. Il giudizio di credibilità, motivato dagli argomenti apologetici non è l'atto di fede, motivato dall'autorità di Dio rivelante, ma soltanto la condizione necessaria, affinché la fede possa essere ragionevole. E la condizione può essere di altra natura e avere proprietà diverse da quelle dell'ente condizionato.
Altro errore, d'origine protestante, è quello di credere che basti l'esposizione della dottrina rivelata per farne conoscere la verità. Si aggiunge anzi che questa è la migliore a. Certamente la sublimità della dottrina cattolica è un grande argomento della sua credibilità, ma non ci dà la certezza della sua provenienza divina per mezzo di una rivelazione soprannaturale, come si vedrà in altro articolo.
I pregiudizi più diffusi contro la necessità dell'a. s'incontrano tra gli uomini del ministero sacerdorale, della cura d'anime, dell'azione missionaria, i quali in nome della esperienza affermano che le disquisizioni apologetiche, mentre non conducono gli increduli alla fede, turbano la coscienza di molti credenti, sollevando dubbi e difficoltà ignorate. Costoro confondono la necessità con la sufficienza, e la necessità generale con le necessità individuali dell'a. Indubbiamente l'a. è impotente a risolvere da sola il problema dell'incredulità, e non è nemmeno una preparazione completa di tutte le facoltà dell'anima umana alla fede. La religione cattolica non è soltanto una dottrina per la quale basti dimostrare il suo fondamento logico, ma è anche una legge morale, più difficile a praticare che a credere, in
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quanto esige la mortificazione di tutte le nostre passioni e la trasformazione totale dell'uomo carnale per renderlo conforme a Gesù Crocifisso. I motivi d'ordine morale e volitivo, determinanti il passaggio dal giudizio di credibilità all'atto di fede, hanno ordinariamente il maggior rilievo nelle conversioni, perché sono i più decisivi; ma la preparazione intellettuale non è un lusso superfluo. E bisogna diffidare di certe facili ma effimere conquiste, fondate solo sul sentimento, sulle disillusioni della vita, su bisogni di conforto e di felicità. L'a. è necessaria per preparare intellettualmente l'incredulo alla fede nel modo richiesto dalla sua natura ragionevole e per dare alla sua fede, come alla fede di tutti i credenti, una base logica, stabile e ferma.
Proclamando poi la necessità dell'a., non s'intende affermare ch'essa sia indispensabile alla fede individuale di ogni credente. Ciascun fedele deve sapere con certezza che la religione cattolica è rivelata da Dio e che la Chiesa cattolica romana è l'unica vera Chiesa fondata da Gesù Cristo. Di questi due fatti, come di ogni altra verità, si può avere una certezza di senso comune, volgare, prescientifica, e una certezza critica, riflessa, scientifica.
Ambedue dànno la certezza dell'adesione ed escludono soggettivamente e oggettivamente l'errore. Ma la conoscenza rudimentale e indistinta dei motivi di credibilità non basta se non in ragione della mancanza di cultura e della debolezza della ragione ancora immatura.
La dimostrazione scientifica dell'a. è pertanto necessaria a tutti i sacerdoti che sono i maestri della fede e hanno l'ufficio d'istruire i fedeli e difenderli dagli errori dell'incredulità. Ed è oggi necessaria anche a tutti i laici colti per un triplice motivo: 1) chi ha ricevuto da Dio una intelligenza capace e possiede una cultura più elevata, deve avere una conoscenza maggiore della religione cattolica e quindi anche dei suoi fondamenti razionali; a) la persona di una certa cultura ha bisogno della a. per conservare la sua fede e sciogliere molte inquietanti difficoltà incontrate nella scuola, nelle conferenze, nella stampa, nelle conversazioni; 3) anche il laico colto ha il dovere dell'apostolato intellettuale, imposto dalla carità cristiana, apostolato oggi necessario per il dilagare di una incredulità che, in nome della storia, della scienza, della filosofia, nega non soltanto l'uno o l'altro dogma cattolico, come nei passati tempi delle eresie, ma l'esistenza stessa di qualsiasi religione rivelata. Sacerdoti e laici colti non devono sacerditare con il loro silenzio le conclusioni pseudoscientifiche della incredulità contemporanea.
L'a. ha le sue origini nelle apologie cristiane, da cui si è lentamente sviluppata; ma solo in questi ultimi tempi ne sono stati definiti l'oggetto proprio e il procedimento scientifico.
E ciò che accade ad ogni scienza. Prima una scienza nasce, si sviluppa, vive; poi gli specialisti ne precisano l'oggetto, ne fissano i limiti e ne stabiliscono il metodo. Però per l'a. regna ancora su questi problemi non poca confusione. Molti manuali di a. contengono trattati e questioni le più disparate. Vi troviamo infatti tesi filosofiche sull'oggettività della conoscenza, la dimostrazione dell'esistenza di Dio, la trattazione della spiritualità e immortalità dell'anima, questioni dogmatiche sull'ordine soprannaturale, sulla fede, sulla costituzione interna della Chiesa, sull'infallibilità del Romano Pontefice, la discussione di problemi di storia ecclesiastica, di diritto canonico, di storia comparata delle religioni, ecc. Non si nega l'utilità pratica di simili manuali, ma una concezione enciclopedica dell'a. toglie il carattere e il prestigio di scienza ella disciplina che ha il compito di stabilire il fondamento razionale della fede cattolica; opprime il lettore con una farragine di questioni, trattate, alcune con metode dogmatico, altre con metodo razionale, altre con ambedue i metodi talvolta confusamente; lascia in molti l'impressione che la credibilità razionale della dottrina cattolica - l'unico scopo dall'a. dipenda dalla soluzione di tanti altri problemi, sulla cui soluzione sono legittime le riserve. E un'altra grave conseguenza di questi enciclopedici manuali è la superficialità
inevitabile della trattazione. Il progresso scientifico ha oggi raggiunto tale sviluppo, che la competenza in molti e diversi rami dello scibile umano supera la comune capacità della mente umana.
La delimitazione del campo dell'a. è dunque di somma importanza. - Est enim vitiosum in unaquaque scientia, ut homo moretur in his quae sunt extra scientiam - (s. Tommaso, In libr. Ethic., I, lect. tt).
Per conoscere poi quali siano le questioni eterogenee all'a., si devono tenere presenti le differenze tra questa scienza e: a) l'apologia, b) la teologia dogmatica, c) la filosofia, d) la storia.
d) L'apologia, secondo la sua etimologia, indica un discorso ( λ δ yos) difensivo ( dot{α} π dot{ε} ) da un attacco qualsiasi. Platone scrisse l'apologia di Socrate, s. Atanasio l'apologia della sua fuga, Newman l'apologia della sua vita. Nell'uso cristiano l'apologia è la difesa da un attacco particolare contro la religione cattolica, il cui oggetto può essere molto vario: una dottrina, un precetto morale, una legge disciplinare, un grande personaggio della Chiesa ecc. E un dibattito con l'avversario, per confutare il suo errore. Ha quindi uno scopo essenzialmente difensivo, per raggiungere il quale l'apologista scende sul terreno dell'avversario, adotta il metodo richiesto dai singoli casi, e può servirsi di argomenti contingenti, di valore personale e relativo (argomento ad hominem). L'apologia cristiana non è una scienza a sé, ma è la funzione difensiva di ogni scienza sacra.
L'a. ha la stessa origine etimologica della parola apologia, ma, aggettivo sostantivato ( dot{ε} π dot{ε} dot{ε} γ γ γ τ α dot{η} ), sottintende dot{ε} π α τ dot{ε} μ η e designa una scienza, come avviene di altri aggettivi di origine greca, per es. fisica, etica, politica ecc. Né trae la sua ragione di esvere dal bisogno della difesa contro le contrarie impugnazioni della incredulità, bensì dalla necessità di dare una base razionale alla fede dei credenti. Essa dovrebbe esistere anche se, per ipotesi, tutti gli uomini nel mondo fossero cattolici. L'a. dunque ha un compito essenzialmente positivo, possiede un oggetto formale proprio, usa argomenti di valore oggettivo e assoluto.
L'a. deve pertanto lasciare alle apologie, o piuttosto alle scienze sacre rispettive, la confutazione di errori estranei al suo oggetto formale; per es. alle scienze bibliche la soluzione dei problemi cosmologici, biologici, antropologici ecc., concernenti la S. Scrittura; alla teologia dogmatica la conciliazione dei dogmi di fede con le conclusioni delle scienze naturali; alla storia ecclesiastica la questione della S. Inquisizione, il processo di Galileo e molte altre accuse contro la Chiesa cattolica, i Papi ecc.
b) La teologia dogmatica è la scienza, non dell'esistenza, ma del contenuto della rivelazione, quale viene insegnato dalla Chiesa cattolica. Essa presuppone l'a., da cui riceve la sua logica premessa. E nelle sue dimostrazioni la teologia dogmatica precede alla luce della fede, cioè con argomenti di autorità divina, desunti dalla rivelazione soprannaturale e dal magistero della Chiesa. Gli argomenti di ragione sono secondati in dogmatica. Al contrario, l'a. procede con il lume naturale della ragione e prova le sue tesi con argomenti storici, scientifici, filosofici. Se argomenta dalla S. Scrittura, la considera come libro storico e umano. Se tiene conto delle decisioni del magistero della Chiesa, le accetta come dati del problema da dimostrarsi con argomenti di ragione. Certo anche la teologia dogmatica può e deve trattare le questioni apologetiche ed esporre il copioso insegnamento della Chiesa in proposito, ma su piano diverso, come fa per altre questioni che sono oggetto formale di altre scienze.
L'a. si differenzia dunque dalla teologia dogmatica per l'oggetto e per il metodo. Vanno pertanto rinviati alla dogmatica i trattati dogmatici della costituzione interna della Chiesa, della infallibilità del Romano Pontefice, della ispirazione della S. Scrittura, della divina Tradizione, della Fede soprannaturale, ecc.
c) La filosofia ha per oggetto le verità astratte, universali, eterne, delle quali dimostra l'evidenza intrinseca con certezza metafisica. L'a. invece ha per oggetto fatti storici, contingenti e liberi, ed ha conclusioni di evidenza
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estrinseca e di certezza morale. L'a. si serve della logica, della metafisica e soprattutto della teodicea, ma non per questo deve dirsi una parte della filosofia. Anche la teologia dogmatica si serve della filosofia, ma nessuno nega la loro specifica differenza.
In base a questa distinzione devono essere rimandati alla filosofia tutti i trattati essenzialmente filosofici, compresi quelli dell'esistenza di Dio, della religione naturale, della spiritualità e immortalità dell'anima, detti i prolegomeni, non precisamente i fondamenti, della fede.
d) La storia attesta soltanto i fatti materiali della dimostrazione apologetica, la quale consiste precisamente nel provare che questi fatti non sono umani, naturali, come tutti i fatti oggetto della storia, ma divini e soprannaturali, e compiuti in connessione di prova a tesi con la rivelazione soprannaturale. Prestò l'a., pur presupponendo la storia e servendosi della critica storica, oltrepassa la storia per il suo oggetto, scopo e argomenti. Non bisogna pertanto confondere l'a. con la storia delle religioni, che studia i fatti religiosi solo dal punto di vista storico. Né per condurre un incredulo alla fede c'è bisogno di esporgli, come prolegomeni, gli errori, le assurdità, le pratiche degradanti, i riti ridicoli del sentimento religioso abbandonato a se stesso. Ciò potrebbe anzi scandalizzarle e fargli concepire la religione come una sventura per il genere umano. Solo dopo avere positivamente dimostrato l'origine divina della religione cattolica, l'a. potrà utilmente provare la trascendenza di questa religione, venuta dal cielo, su tutte le religioni d'invenzione umana, evitando però le esagerazioni di alcuni apologeti, i quali non sanno vedere, fuori della religione rivelata, che superstizioni, errori, immoralità. L'uomo ha potuto con le sole sue forze naturali giungere alla conoscenza di verità religiose e alla pratica di virtù morali. Né si può escludere che ai seguaci di religioni false, specialmente se in buona fede, siano mancati totalmente speciali aiuti anche di ordine soprannaturale.
L'a. deve dimostrare la realtà storica della rivelazione divina. Ma trattandosi di un fatto straordinario e soprannaturale, occorre prima sapere che cosa sia questa rivelazione e se, astrattamente considerata, essa sia possibile e soprattutto discernibile come divina. Queste questioni filosofiche costituiscono il primo trattato dell'a. Il secondo trattato ha per oggetto il fatto storico della rivelazione divina, compiuta in diversi tempi, ma divisa in due grandi fasi: quella del Vecchio e quella del Nuovo Testamento. Gesù Cristo è il centro della storia della divina rivelazione, è il rivelatore supremo che la completò e chiuse definitivamente; perciò la rivelazione divina è detta anche rivelazione cristiana.
L'a. nella dimostrazione del fatto storico della divina rivelazione può quindi limitarsi a provare la divina missione di Gesù Cristo a comunicare agli uomini la religione rivelata.
Con questa dimostrazione resta implicitamente provata anche la rivelazione del Vecchio Testamento, in quanto Gesù Cristo la confermò, la fece propria, abolendo quella parte che aveva la funzione di preparazione e di figura simbolica della rivelazione definitiva. Tuttavia nella dimostrazione della rivelazione cristiana l'a. non trascurerà gli argomenti che possono ricavarsi dalla storia della religione del Vecchio Testamento e ai quali si accennerà più oltre.
La divina missione di Gesù Cristo si prova poi dimostrando: i. che Gesù Cristo ha dichiarato di essere l'inviato di Dio e il Messia posannunziato dai Profeti del Vecchio Testamento; 2. che questa dichiarazione di Gesù Cristo risulta credibile: a) dalla trascendenza intellettuale e morale della sua personalità; b) dai fatti miracolosi connessi con la sua testimonianza messianica, compiuti sia nell'ordine fisico, sia nell'ordine intellettuale, sia nell'ordine morale. Non spetta necessariamente all'a. la dimostrazione della divinità di Gesù Cristo : essa appartiene propriamente alla teologia dogmatica. L'a., quando ha dimostrato che Gesù Cristo parlò in nome e per autorità di Dio, può già concludere che la sua dottrina è verità rivelata.
Il terzo e ultimo trattato dell'a. ha per oggetto la divina missione della Chiesa cattolica romana e custodire, interpretare e insegnare la rivelazione cristiana. Si divide in due parti: la prima dimostra che Gesù Cristo, vivente su questa terra, per conservare e propagare la sua dottrina, istituì un organismo visibile, gerarchico e perpetuo, con il primato di Pietro e dei suoi successori; la seconda parte dimostra che la Chiesa cattolica romana è la Chiesa fondata da Gesù Cristo: a) perché è l'unica legittima continuazione di essa, con il Romano Pontefice successore di Pietro; b) perché il suo mandato è autenticato da molti miracoli fisici, intellettuali, morali. Questa dimostrazione per i fatti miracolosi è analoga all'altra della divina missione di Gesù Cristo. La Chiesa cattolica romana afferma di essere stata fondata da Gesù Cristo, come custode e maestra della religione cristiana e in prova di quest'affermazione fa appello ai fatti miracolosi compiuti da Dio in suo favore. Risulta storicamente e scientificamente che questi fatti sono reali, soprannaturali e esplicitamente o implicitamente connessi con la predetta dichiarazione della Chiesa cattolica romana. E poiché Dio non può attestare il falso, la dichiarazione della Chiesa cattolica romana sulla sua divina missione è ragionevolmente credibile. La dimostrazione poi dell'identità della Chiesa cattolica romana con la Chiesa di Gesù Cristo per le note dell'unità, santità, cattolicità, apostolicità, fondandosi su presupposti dogmatici, potrà essere fatta in modo più completo dalla teologia dogmatica.
Alcuni apologeti, sull'esempio del card. Dechamps (1810-83), hanno proposto di sostituire al metodo apologetico sopra indicato, che procede geneticamente da Gesù Cristo alla Chiesa, il metodo detto ascendente o regressivo, che va dalla Chiesa a Gesù Cristo. "Noi abbiamo, disse Lacordaire, cambiato tattica. Invece di partire dalla base, siamo partiti dal vertice; invece di scavare nei fondamenti della piramide, abbiamo considerato la sua testa e la sua corona, cominciando dalla parte più visibile, per discendere poi nella parte più nascosta, che sostiene tutto l'edificio (Conférences de Notre-Dame, conf. 27). Questo metodo, che è fondato sulla vita mirabile della Chiesa cattolica romana come perenne motivo di credibilità della sua divina origine, può seguirsi, purché non si esclude la dimostrazione della divine missione di Gesù Cristo, non si neghi la possibilità di dimostrare il fatto della rivelazione cristiana indipendentemente dalla dimostrazione della divina istituzione della Chiesa romana, non si consideri la vita mirabile della Chiesa come il solo motivo certo della credibilità della religione cattolica.
Il metodo migliore e più naturale resta quello discendente che, prima, dimostra l'esistenza della rivelazione divina e poi la sue conservazione nella Chiesa cattolica romana, senza peraltro separare le due dimostrazioni, che si completano e si rafforzano a vicenda.
Esiste tra gli argomenti apologetici un rapporto di connessione, di solidarietà e di convergenza che dà una nuova luce e conferisce una speciale efficacia alla conclusione finale della credibilità della religione cattolica. E infatti:
a) La religione cattolica contiene un sistema di dottrine, teoriche e pratiche, immune da evidenti errori e immoralità, coerente, sublime, rispondente alle più profonde esigenze e aspirazioni umane.
b) Il predicatore di questa dottrina fu un umile artigiano trentenne, dell'oscura terra di Galilea, illetterato, che insegnò in modo straordinario e nuovo e con una efficacia persuasiva singolare. La minibile sapienza di Gesù Cristo esclude l'ipotesi di un suo errore circa la sua divina missione, e l'incomparabile sua santità, non solo esclude l'ipotesi di una sua mensugna, ma costituisce un miracolo di ordine morale e quindi una conferma divina della verità della sua affermazione di essere il Messia preannunziato e preparato dalla religione del Vecchio Testamento.
c) Anche questa religione prenunziatrice e preparatrice di Gesù Cristo e dell'opera sua presenta alla sua volta caratteri trascendenti e divini. Il suo monoteismo etico, la grandezza morale dei suoi Profeti, il suo graduale e armonico sviluppo, l'unità e stabilità della sua dottrina per tanti secoli e attraverso ostacoli di ogni specie non sono
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fatti spicgabili naturalmente. Il Vecchio e il Nuovo Testamento sono due fasi di una stessa religione che si continuano e si completano. I Profeti del Vecchio Testamento hanno predetto il perfezionamento e il trionfo in tutto il mondo della religione d'Israele per mezzo del Messia, del quale essi hanno tracciato la biografia.
a) In Gesù Cristo si sono compiute tutte le profezie del Vecchio Testamento. E la venuta, la vita e la morte di Gesù Cristo sono state accompagnate da moltissimi miracoli d'ogni specie, culminanti con la sua risurrezione da morte.
c) Rationando a priori, non è presumibile che Gesù Cristo abbia abbandonato la conservazione e la propagazione del suo insegnamento a un libro, che i suoi nomici potevano distruggere e che ciascuno poteva interpretare a modo suo. La storia poi dimostra che realmente Gesù Cristo fondò una società visibile, gerarchica, perpetua, per la custodia, l'interpretazione e l'insegnamento della sua dottrina; e che la Chiesa cattolica romana è l'unica Chiesa fondata da Gesù Cristo. Questa dimostrazione storica è confermata dal sigillo di innumerevoli miracoli compiuti da Dio in tutti i secoli della storia della Chiesa, comprovanti direttamente la sua divina missione e indirettamente la divina missione del suo fondatore. E la Chiesa cattolica romana, * è per se stessa, per la sua mirabile propagazione, insigne santità e inesauribile fecondità in ogni bene, per la sua cattolica unità e invitta stabilità, un grande e perenne motivo di credibilità e una testimonianza irrefragabile della sua origine divina" (Conc. Vat., inc. cit., cap. 3).
"Che una parte sola di questi fatti, nei quali si manifesta l'azione divina, si trovi nella storia di una religione, è più una prova sufficiente; ma che tutti questi segni s'accordino e si uniscano nella religione di Gesù Cristo, è un argomento inoppugnabile. Tutto si spiega con un'unica causa: l'azione di Dio che vuole manifestarsi agli uomini... Nell'ipotesi razionalista sono necessarie tante coincidenze, circostanze eccezionali e forze occulte, quanti sono i fatti caratterisciici del cristianesimo. La sua verità divina è l'unica chiave che risolve un numero immenso di problemi storici e morali" (P. de Broglie, Problèmes et conclusions de l'histoire des religions, ⁴² ed., Parigi 1894, p. 363).
L'a. classica, tradizionale, fatta di storia e fondata principalmente, se non esclusivamente, su motivi estrinseci alla verità rivelata, è stata detta troppo storicistica, estrinsecistica, intellettualistica da alcuni filosofi cattolici laici contemporanei, che hanno proposto nuove vie ritenute più adatte ed efficaci per la mentalità moderna imbevuta di kantismo, di soggettivismo, d'immanentismo.
La caratteristica comune della nuova a. è di prescindere dall'argomento dei fatti miracolosi, giudicati almeno inefficaci, e di fondarsi sulla constatazione dei bisogni spirituali, morali, sociali della natura umana, che solo la religione cattolica può pienamente soddisfare. Il filosofo francese G. Fonsegrive (1852-1917) in molti scritti, e specialmente in Le catholicisme et la vie de l'esprit (Parigi 1898), ha dimostrato l'identità delle leggi della vita umana spirituale e morale con le credenze e le massime del cristianesimo, concludendo che questa religione è indispensabile alla nostra vita "più alta, più ricca e, si può dire, più viva e più vissuta ".
F. Brunetière (1849-1906), uomo d'azione, guardando più alla pratica che alla teoria e preoccupato soprattutto della "questione sociale", ha visto nel cattolicesimo una virtù sociale e civilizzatrice unica al mondo. Per risolvere i problemi della vita sociale è necessario credere alla verità cattolica. La scienza si è mostrata incapace di fondare una morale e di rimediare ai mali sociali : in questo campo ha fatto "bancarotta». E la speculazione razionale ha una azione dissolvente per la vita morale e religiosa. L'uomo è un essere che vive di fede; e la fede "è il fondamento e, se voi preferite, la condizione di ogni morale, di ogni scienza, di ogni azione" (Discours de combat, I, Parigi 1900, p. 310). Non occorre pertanto investigare le ragioni speculative che giustificano il cattolicoso dinanzi alla ragione. Esso resta giustificato dal fatto che, meglio di ogni
altra religione, soddisfa al nostro bisogno di credere, e che è necessario alla nostra vita sociale.
Un altro filosofo francese vivente, M. Blondel, ha proposto il metodo apologetico detto d'immanenza, consistente " nel mettere in equazione nella nostra coscienza ciò che ci sembra di pensare, volere e fare con ciò che facciamo, vogliamo e pensiamo in realtà, in modo che nelle negazioni fricizie e nei fini artificialmente voluti si ritrovino anche le affermazoni profonde e i bisogni incoercibili che vi sono implicati" (Lettre sur l'exigence de la pensée contemporaine en matière d'apologétique, Parigi 1896, p. 32).
Quest'analisi della nostra azione, della nostra volontà e del nostro pensiero ci dimostra che l'uomo non basta a se stesso, ma che ha bisogno di una cooperazione esterna e divina: di luce per l'intelletto e di forza per la volontà, cioè della rivelazione e della grazia soprannaturale. L'ordine soprannaturale deve esistere, perché l'ordine naturale lo esige e questa esigenza giustifica in noi l'accettazione della verità rivelata, quando viene presentata dalla Chiesa. Anzi noi abbiamo l'obbligo assoluto interno di accettare la rivelazione sopran naturale, in quanto l'esigenza di essa è in noi essenziale, senza preoccuparci delle difficoltà della critica intellettuale.
L'a. deve quindi mostrare la perfetta rispondenza della religione cattolica e delle sue istituzioni con le esigenze della vita umana, e quindi la sua utilità, anzi la sua necessità per la perfetta espansione della nostra azione.
Questi nuovi metodi non sono privi di valore dimostrativo, ma sono insufficienti a provare l'origine rivelata di una religione, la quale contiene molte dottrine senza alcuna equazione biologica con la vita umana, e inaccessibili a una dimostrazione filosofica diretta. E quanto alle dottrine cattoliche conoscibili dalla nostra ragione naturale, i nuovi metodi possono provare che sono vere, ma non che sono certamente rivelate da Dio in modo soprannaturale, come è necessario dimostrare per l'atto di fede cattolica fondato sull'autorità di Dio rivelante. Inoltre non è facile dimostrare che i nostri bisogni della dottrina cattolica sono essenziali alla natura umana, e non il prodotto dell'educazione, dell'ambiente culturale nel quale siamo cresciuti, anzi della stessa religione cattolica con la quale vogliamo poi dimostrare le loro conformità. Di più una dimostrazione apologetica limitata al valore pratico e ai benefici effetti del cattolicesimo conduce facilmente al pragmatismo religioso, che giudica più vera la religione più utile, e non esclude la possibilità di una religione migliore. Un altro grave difetto della nuova a. è di scartare o almeno di non prendere nella dovuta considerazione i fatti miracolosi, che sono i soli argomenti certi della credibilità della dottrina rivelata. Infine alla base della nuova a. stanno falsi principi filosofici e teologici.
Secondo il Brunetière tutte le nostre conoscenze, e scientifiche e religiose, si basano sopra un presupposto irrazionale che è la credenza. Il Blondel muove, pur non accettandola, dalla filosofia dell'immanenza che considera la religione soltanto come il risultato spontaneo di esigenze inestinguibili dello spirito umano, e da un concetto inesatto del soprannaturale, considerato come un postulato dell'ordine naturale. Il soprannaturale, per definizione stessa, trascende ogni esigenza conoscitiva e volitiva della natura creata ed è un libero dono di Dio. Assolutamente parlando, il bisogno che ha l'uomo di una verità religiosa o di un concorso divino per la sua perfezione spirituale e morale, poteva essere soddisfatto da una religione di ordine naturale.
Il Blondel ha negato di aver voluto fare del soprannaturale un'esigenza concreta della nostra natura e per tutta la vita si è sforzato di conciliare le sue teorie con la dottrina ortodossa. Nelle opere recenti (L'Être, La Pense, L'Action), ha modificato le sue posizioni, spiegando il bisogno e il disagio psicologico dell'uomo come una nostalgia dello stato soprannaturale, da cui è decaduto per
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il peccato originale. Considerazione dunque storica, non metafisica dell'uomo, che attenua la difficoltà del concetto di esigenza del soprannaturale, che in senso stretto non è conciliabile con la dottrina cattolica. L'enciclica Paserudi di Pio X (1908), ammonisce: "Siamo costretti a lamentarci gravemente che vi siano cattolici i quali, pur rigettando la dottrina dell'immanenza come dottrina, se ne giovane però in a. e con si poca cautela da sembrare di ammettere nella creatura umana non solo una capacità e una convenienza dell'ordine soprannaturale, ciò che gli apologisti cattolici con le debite restrizioni dimostrarono sempre, ma una stretta e vera esigenza ". v. immanenza, METODO d'.
Bibl.: A. Gardeil, La crédibilité et l'apologétique, 2^{°} ed., Parigi 1912; A. De Poulpiquet, L'objet intégral de l'a., Parigi 1912; G. Monti, L'a. scientifica della religione cattolica, Torino 1922 (saggio di sistemazione scientifica dell'a.); L. Maisonneuve, s. v. in DThC, I, coll. 1211-80; X. M. Le Buchelet, Apologétique e apologie, in DFC, I, coll. 189-221. Sono inoltre da consultarsi le opere scolastiche di teologia fondamentale, particolarmente; S. Tromp, De revolutione christiana, 2^{°} ed., Rcma 1942, pp. 377-92 (conspectus bibliographicus). Giuseppe Monti
APOLOGETICA, LETTERATURA. - Se l'apologetica, considerata come scienza autonoma, è di recente data, le apologie, che l'hanno preparata, risalgono alle origini del cristianesimo e re accompagnano tutta la storia. La parola «apologia» è qui presa nel senso più stretto e teologico attuale, cioè come difesa da un attacco dell'incredulo, concernente, più o meno direttamente, i fondamenti razionali della fede cattolica. Così intesa, l'apologia si distingue dalla polemica e dalla controversia. Nella terminologia tecnica dogmatica la polemica è la difesa di una verità di fede contro l'eretico o il cristiano dissidente; mentre la controversia è propriamente una discussione tra cattolici, professanti la stessa fede, intorno a questioni liberamente disputabili.
La 1. a., ramo speciale della letteratura cristiana, è di grande interesse, facendo conoscere con quale metodo e con quali argomenti, filosofi, letterati, storici e scienziati eminenti hanno saputo, durante venti secoli, rispondere agli attacchi d'ogni sorta di increduli e dimostrare la ragionevolezza della religione cattolica. Seguendo una linea cronologica, si fa seguire qui una rapida sintesi storico-letteraria, dividendola in tre grandi periodi: evo antico, medio, moderno, corrispondenti alle tre principali fasi della lotta del cristianesimo contro gli avversari della sua origine divina e rivelata.
i. Evo antico. - Il cristianesimo si presentò al mondo pagano, non come il culto di un sol popolo, di una nazione, di una razza, ma come una religione universale e obbligatoria per tutti, sotto pena della dannazione eterna; non come un culto a una nuova divinità, conciliabile con gli altri culti, ma come un sistema coordinato di dottrine e di leggi, in antitesi con le credenze e soprattutto con la morale del paganesimo; non come una filosofia religiosa, proposta alla libera discussione di ogni aderente, né come una esperienza ascetica o mistica estrarazionale, ma come una fede di autorità divina, fondata su di una rivelazione soprannaturale, di cui bisognava mostrare l'esistenza reale. Una religione siffatta doveva essere il segno della contraddizione, come il suo fondatore aveva predetto, e imponeva ai suoi seguaci la difesa e la giustificazione razionale della sua verità.
Nel periodo delle grandi persecuzioni pagane i cristiani vennero accusati di orribili delitti : di antropofagia (a causa dell'Eucaristia), di incesto (per il rito del bacio di pace) e di altre nefandezze. Furono detti atei, perché non adoravano gli dei; socialmente inutili, per una presunta inerzia politica; e addirittura ne-
mici del genere umano. Ma l'accusa principale, che poi costituirà il fondo delle apologie dei primi secoli, era il rifiuto dei cristiani a praticare certi riti esteriori della religione ufficiale di Roma, simboli del patriottismo, alla cui osservanza si credevano dovute la salvezza, la prosperità e la grandezza dell'impero romano (vedi: accuse contro i cristiani).
Alle calunnie popolari e alle persecuzioni dell'autostrà civile si aggiunse l'ostilità della classe intellettuale: dei filosofi, letterati e storici di gran nome. Alcuni filosofi scrissero opere sistematiche contro le dottrine dei cristiani, i loro libri sacri, il loro fondatore.
Un altro grande avversario del cristianesimo fu il giudaismo. I giudei negavano la messianità di Gesù Cristo e consideravano il cristianesimo come uno scisma che indeboliva la sinagoga, e uno scandalo per la non osservanza di tutta la legge mosaica. Né i giudei della Palestina né quelli della diaspora pubblicarono, nell'età patristica, opere importanti contro i cristiani, ma diffusero oralmente mostruose e ingiuriose menzogne contro di loro e furono i loro zelanti denunciatori, gli istigatori delle persecuzioni, come li chiama Tertulliano.
Occorreva rispondere alle accuse pagane e giudaiche, rivendicare contro le leggi persecutrici, che dovevano durare sino all'editto di Costantino (313), il loro diritto all'esistenza legale, confutare i sofismi dei filosofi e dimostrare la falsità del paganesimo e del giudaismo postcristiano. Ma questa parte difensiva e negativa non bastava. Per convertire pagani e giudei al cristianesimo bisognava provare positivamente la verità della nuova religione. Questa dimostrazione positiva c'interessa maggiormente, in quanto vi troviamo già tutti gli argomenti essenziali delle nostre tesi apologetiche, resistenti alla logica di venti secoli. Fino dal sec. II gli scritti in difesa e giustificazione del cristianesimo furono detti con termine greco "apologie", chiamandosi allora con questo nome la difesa giudiziaria di un accusato dinanzi al tribunale. Il loro contenuto è in gran parte condizionato dai bisogni contingenti della difesa, e a questo scopo pratico è subordinata la scelta dell'argomento. Quanto alla forma letteraria, le prime apologie sono comunemente "discorsi" nel senso tecnico della parola; più tardi appare il "trattato" propriamente detto. Nelle dispute con i giudei è preferito il "dialogo", che suppone una base comune di discussione.
La massima parte delle apologie dei primi secoli furono dirette contro i pagani, come appelli agli imperatori e uomini di Stato, o come istruzione al popolo o a persone private.
Il primo apologista a noi noto è l'ateniese Quadrato, che verso il 125 presentò all'imperatore Adriano, venuto ad Atene, un'apologia del cristianesimo, della quale restano solo poche parole conservateci da Eusebio (Hitt. eccl., IV, 3), ma di grande interesse. Quadrato, infatti, attesta che al tempo suo vivevano ancora persone guarite o risuscitate da Cristo : è già la dimostrazione della verità del cristianesimo per la prova del miracolo. Di molti altri apologisti del sec. II (Aristone di Pella, Milaiade, Claudio Apollinare, Melitone di Sardi, Apollonio) le opere sono andate interamente perdute. L'apologia del filosofo ateniese Aristide, diretta, secondo Eusebio, ad Adriano come l'apologia di Quadrato o, secondo altri, ad Antonino Pio (circa 140) è stata ritrovata verso la fine, del secolo scorso. Aristide dimostra, con un esame comparato delle religioni, che solo i cristiani
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hanno la vera nozione di Dio e che essi sanno tradurre nella loro vita pratica la perfezione delle verità della loro religione. Ma il maggior apologista del sec. II è il filosofo e martire s. Giustino, convertitosi al cristianesimo dopo aver cercato lungamente e invano la verità religiosa nelle diverse scuole filosofiche pagane. Scrisse l'Apologia cosiddetta prima (147-6I) e l'Apologia seconda, breve appendice della prima e di poco posteriore, dirette entrambe ad Antonino Pio, a Marco Aurelio e a Lucio Vero, e poi (155-61) il Dialogo con Trifone (trad. ital., Roma 1920, Torino 1929-30). La tesi fondamentale delle due apologie è la dimostrazione che il cristianesimo contiene tutte le verità della filosofia, e che è anzi la filosofia più perfetta e alla portata di tutti, capace di trasformare i costumi, come è provato dalla vita santa dei cristiani. Giustino cerca dunque l'accordo della rivelazione cristiana con le più elevate dottrine filosofiche del paganesimo, e in ciò sarà seguito da quasi tutti gli apologisti greci; mentre gli apologisti latini preferiranno insistere sui contrasti tra la perfezione della dottrina rivelata e gli errori, le assurdità, la corruzione del paganesimo. Il Dialogo con Trifone è un'apologia contro i giudci, nella quale Giustino risponde alle più importanti obiezioni giudaiche contro i cristiani e dimostra che Gesù è il vero Messia, argomentando soprattutto dalle profezie del Vecchio Testamento. Appartengono alla lotta tra cristianesimo e filosofia, ma solo in senso largo alle apologie, il Discorso ai greci (150-73; trad. ital., Torino 1921) del filosofo Taziano e la Satira dei filosofi pagani (trad. ital., Prato 1884), d'incerta data, ma probabilmente del sec. II, del filosofo Ermia. Sono due critiche esagerate e parziali delle perpetue contraddizioni delle filosofie pagane. Un altro filosofo, Atenagora d'Atene, che anche dopo la sua conversione continuò a portare, sull'esempio di Aristide e di Giustino, il mantello filosofico, scrisse (ca. 177) una Supplica per i Cristiani (trad. ital., Torino 1913), diretta a Marco Aurelio e a Commodo, che è letterariamente una delle più belle apologie dell'antichità cristiana. Con ragionamento solido, chiaro, metodico, Atenagora difende i cristiani dalle tre grandi accuse pagane di ateismo, incesto, antropofagia, fa la dimostrazione razionale dell'unità di Dio e illustra la perfezione della morale cristiana. L'apologia Tre libri su la fede dei cristiani ad Antolico (180-85; trad. ital., Venezia 1798) di s. Teofilo, vescovo di Antiochia, non è più diretta agli imperatori o al popolo, come le apologie precedenti, ma ad un pagano amico dell'autore. Teofilo, non filosofo, ma letterato elegante ed erudito, dimostra l'assurdità del paganesimo e la verità della dottrina cristiana, risultante dalla sua semplice esposizione. La bellissima Lettera a Diogneto (trad. ital. Genova 1912), d'ignoto autore, probabilmente del sec. II, risponde alle questioni di un pagano sulla differenza tra il culto cristiano e il culto pagano e quello giudaico, sulla nuova vita condotta dai cristiani e sull'origine tardiva del cristianesimo.
Si è disputato tra i critici, se la prima apologia in lingua latina sia l'Octavius (fine del sec. II; trad. ital., Arezzo 1902, Genova 1912, Firenze 1918, ecc.) di Minucio Felice o l'Apologeticum (197; trad. ital., Asti 1913, Brescia 1936, ecc.) di Tertulliano. Le due opere si assomigliano in molti punti. L'Octavius è un elegantissimo ed erudito dialogo tra un pagano e un cristiano, arbitro l'autore, nel quale si fa la critica del paganesimo e si dimostrano la bellezza della fede e la purezza dei costumi cristiani. L'Apologe-
ticum, diretto ai governatori delle province dell'impero romano, è una magistrale difesa giuridica del cristianesimo, con una confutazione decisiva delle accuse pagane, per concludere che la dottrina cristiana è vera e che la vita dei cristiani è incensurabile. Tertulliano lasciò anche altri scritti di genere apologetico: Ad Nationes (197), per denunziare i delitti dei pagani e confutare il politeismo; De testimonio animae (dopo il 197; trad. ital., Tortona 1887), per illustrare il famoso testo dell'Apologeticum: "O testimonium animae naturaliter christianae!" (cap. 17); la lettera Ad Scapulam (211-13), per ricordare a questo governatore d'Africa i castighi divini contro i persecutori dei cristiani; Adversus Iudaeos (200-206), per dimostrare la messianità di Gesù Cristo con la prova delle profezie del Vecchio Testamento, e la caducità della Antica Alleanza.
Ritornando alle apologie in lingua greca, troviamo, all'inizio del sec. III, la trilogia di Clemente Alessandrino: Esortazione ai Greci, Pedagogo e Stromata (200-202). Il capo della scuola alessandrina non ha di mira la situazione legale del cristianesimo, nè la confutazione delle accuse pagane; vuole piuttosto, ancora una volta, conciliare la filosofia greca con la dottrina cristiana e mostrare che questa è la migliore filosofia; ed essendo un educatore, cerca di condurre gradatamente il pagano al cristianesimo. Nella Esortazione ai Greci dimostra gli errori del paganesimo; nel Pedagogo (trad. ital., Torino 1937) espone ai pagani l'etica cristiana; negli Stromata illustra la trascendenza del cristianesimo sulla filosofia pagana.
Il suo grande discepolo Origene scrisse (244-48) l'importante apologia Contra Celsum, l'autore dell'opera Discorso di verità, che era un attacco generale e sistematico alla religione cristiana e al suo fondatore. Origene confuta metodicamente le obiezioni del filosofo Celso e dimostra positivamente la divinità del cristianesimo, argomentando dai miracoli di Gesù Cristo, dai miracoli contemporanei, dalle profezie messianiche e dalla santità dei cristiani.
Anche s. Cipriano, fra i latini, scrisse apologie: l'opuscolo Quod idola dii non sint (ca. 246) è una confutazione del politeismo; il trattato Ad Quirinum (ca. 248) dimostra con testi biblici che il cristianesimo è legittimamente succeduto al giudaismo; il trattato A d Demetrianum (ca. 252) prova che il cristianesimo non è la causa delle pubbliche calamità.
Altri due apologisti, del secolo di s. Cipriano, sono Arnobio e il suo discepolo Lattanzio. Il retore Arnobio, rimasto ardente pagano sino all'età di 50 anni, per mostrare la sincerità della sua conversione scrisse (ca. 304) l'Adversus Nationes, in cui prova la divinità del cristianesimo con l'argomento dei miracoli del suo fondatore, con la meravigliosa propagazione della nuova religione e con la mirabile armonia delle dottrine cristiane con le più alte verità della filosofia, mentre nella seconda parte dell'opera fa una critica, diremmo oggi, volteriana della dottrina, dei culti e dei costumi pagani. Lattanzio, con l'opera Divinarum institutionum libri VII (ca. 304), volle fare una specie di manuale d'a., riassumendo ed esponendo sistematicamente quanto era stato già scritto in proposito. Nei primi tre libri confuta gli errori del paganesimo, e nei libri seguenti dimostra che la vera sapienza e la vera religione si trovano solo nella rivelazione divina, comunicataci da Gesù Cristo, Figlio di Dio, com'è provato dal compimento in lui delle profezie messianiche e dai suoi miracoli. Questa opera ebbe grande successo, soprattutto per i
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suoi pregi letterari, per i quali Lattanzio fu detto il Cicerone cristiano.
Meritano appena di essere ricordati, dato il loro scarso valore apologetico, le Instructiones e il Carmen apologeticum del poeta Commodiano, che alcuni suppongono vissuto in Africa durante la persecuzione di Decio (249-51), nel qual caso sarebbe il primo poeta latino cristiano, mentre altri lo credono del sec. iv o v.
Il padre della storia ecclesiastica, Eusebio di Cesarea, scrisse molte ed importanti opere apologetiche : la Preparazione evangelica (313-25), diretta ai pagani per rispondere alle loro obiezioni contro il cristianesimo e dimostrare la trascendenza di esso sul paganesimo; la Dimostrazione evangelica, di cui restano solo i primi dieci libri, scritti nello stesso periodo dell'opera precedente, per provare che il giudaismo fu la preparazione profetica del cristianesimo; la Teofania (ca. 333), riassunto della Dimostrazione evangelica, conservataci in una versione siriaca; l'Introduzione generale elementare (prima del 311), in dieci libri, dei quali non abbiamo che quattro libri e alcuni frammenti degli altri, riguardanti le profezie messianiche; il Contro Ierocle (ca. 312), vigorosa confutazione del magistrato Ierocle, che pretese opporre ai miracoli di Cristo i leggendari prodigi attribuiti nel romanzo di Filostrato ad Apollonio di Tiana. Altri scritti apologetici di Eusebio sono andati perduti, fra i quali la grande opera Contro Porfirio, in 25 libri. Eusebio volle non solo respingere gli attacchi avversari, ma provare positivamente la divinità del cristianesimo, fondando la sua dimostrazione sui motivi ormai tradizionali di credibilità : le profezie messianiche compiutesi in Gesù Cristo, i miracoli evangelici e la storia meravigliosa della religione cristiana.
Appartengono pure alle apologie del sec. Iv: il Discorso contro i Greci (ca. 320) di s. Atanasio, che dimostra la falsità del politeismo e la verità del monoteismo; il trattato Su san Babila, Contro Giuliano e i pagani (ca. 387) e l'opuscolo Che Cristo è Dio, contro i giudei e i pagani (ca. 387) di s. Giovanni Crisostomo, che provano la divinità di Gesù Cristo con gli argomenti dei miracoli e delle profezie. Il maggiore poeta cristiano del sec. Iv, Prudenzio, scrisse il poema Contra Symmachum (402-403), per confutare la difesa del paganesimo fatta, nel 383 , dal prefetto di Roma Simmaco. Il poema allegorico Psychomachia, in cui Prudenzio descrisse la lotta dell'anima tra le virtù cristiane e i vizi pagani, è di genere più morale che apologetico.
Il più grande dei Padri della Chiesa, s. Agostino, portò un contributo di sommo valore anche all'a. Preziosi elementi apologetici si trovano in molte sue opere, e specialmente nelle seguenti : De vera religione; De fide rerum quae non videntur; De utilitate credendi; De divinatione daemonum; Adversus Indaeos. Ma la sua grandiosa opera De civitate Dei (413-26; trad. ital., Firenze 1927-30; ivi 1938; Torino 1939, ecc.), è considerata la più importante apologia dell'evo patristico, trasformata in filosofia della storia. La prima parte, difensiva, respinge le accuse dei pagani contro il cristianesimo e fa un'acuta critica del paganesimo. La seconda parte, positiva, dimostra che l'unica religione destinata dalla provvidenza a condurre, dal principio alla fine del mondo, l'umanità alla sua salvezza è il cristianesimo.
Le Historiae adversus paganos (417-18; trad. ital., Firenze 1849) di Paolo Orosio, discepolo di Agostino, sviluppano la tesi del De civitate Dei, che il cristia-
nesimo non era la causa dei mali che affliggevano allora l'impero romano. Dell'opera Per la santa religione dei Cristiani contro Giuliano l'ateo (ca. 433) di s. Cirillo Alessandrino non possediamo più che i primi dieci libri e alcune citazioni sparse degli altri vent. E una confutazione dello scritto Contra i Galilei di Giuliano l'apostata, il quale asseriva essere la religione cristiana una degenerazione del giudaismo con alcune aggiunte pagane. L'ultima grande apolo