era la causa dei mali che affliggevano allora l'impero romano. Dell'opera Per la santa religione dei Cristiani contro Giuliano l'ateo (ca. 433) di s. Cirillo Alessandrino non possediamo più che i primi dieci libri e alcune citazioni sparse degli altri vent. E una confutazione dello scritto Contra i Galilei di Giuliano l'apostata, il quale asseriva essere la religione cristiana una degenerazione del giudaismo con alcune aggiunte pagane. L'ultima grande apologia dell'antichità cristiana è la Cura delle malattie pagane (429-37; trad. ital., Firenze 1931) di Teodoreto, vescovo di Ciro in Siria. Con molta erudizione, Teodoreto, dopo avere protestato con Eusebio di Cesarea contro la calunnia di coloro che accusavano i cristiani di insinuare ai loro seguaci solo una supina credulità, per curare l'ignoranza dei pagani, causa di tutti i loro mali spirituali, dimostra l'assurdità delle dottrine filosofiche e religiose del paganesimo e la trascendenza delle verità dogmatiche e morali del cristianesimo.
2. Medioevo. - In questo lungo periodo di fede vittoriosa le difese della credibilità razionale del cristianesimo non sono molto numerose né, generalmente, di grande valore. I principali avversari continuano ad essere i giudei, ai quali si aggiungono i musulmani. Filosofi arabi di gran nome (Avicenna, Averroè) negano la rivelazione cristiana, proclamano l'autonomia assoluta della ragione, si servono della filosofia di Aristotele per combattere la dottrina cattolica e, anzi, gli stessi fondamenti della religione naturale.
Contro i giudei gli apologisti cristiani dimostrano la messianità di Gesù Cristo con le prove delle profezie e dei miracoli, l'abrogazione della legge mosaica, sostituita dalla legge del Vangelo, la divinità del cristianesimo, provata specialmente con l'argomento tratto dal suo miracoloso trionfo sul paganesimo e sul giudaismo. Analoghi argomenti sono addotti contro l'islamismo, con la controprova che Maometto non ha provato con nessun fatto soprannaturale storico la sua missione profetica e che la sua dottrina e soprattutto la sua morale sono inconciliabili con l'insegnamento del Vecchio Testamento e in perfetto antagonismo con il Vangelo. Molte apologie contro i giudei e i musulmani sono rimaste inedite e d'ignoto autore. La massima parte delle apologie di questo periodo sono state raccolte nelle Patrologie del Migne (PG e PL). Uno adeguoso disprezzo dell'avversario, spesso accompagnato dall'ingiuria e qualche volta dalla calunnia, e la poca conoscenza delle dottrine del giudaismo e specialmente dell'islamismo dominano gran parte di questa l. a., la quale però negli ultimi secoli del medioevo dimostra maggior competenza dei problemi trattati. Questo progresso fu dovuto a due fatti : la conversione al cristianesimo di giudei e musulmani, fattisi difensori della loro nuova fede contro gli errori, ad essi ben noti, dei loro vecchi correligionari, e l'istituzione nella Spagna, per opera di s. Raimondo di Peñafort, di un centro di studi per la formazione linguistica e dottrinale degli apologisti contro i musulmani e i giudei. Anche il campo della difesa fu allargato e si ebbero apologie d'indole più generale contro ogni sorta d'avversari della divinità del cristianesimo. Nel periodo del rinascimento degli antichi ideali grecoromani, gli apologisti umanisti presentano il cristianesimo come il perfezionamento di tutta la verità antica.
Tra i molti apologisti contro il giudaismo ricordiamo: s. Isidoro di Siviglia (m. nel 636), De Fide catholica ex Vetere et Novo Testamento contra Indaeos
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(PL 83, 449-538); s. Fulberto (m. nel 1028), Tractatus contra Iudaeos (PL 141, 305-18); s. Pier Damiani (m. nel 1072), Antilogus contra Iudaeos e Dialogus inter Iudaeum requirentem et christianum e contrario respondentem (PL 145, 41-68); Pietro Alfonso (m. verso il 1140), Dialogus Petri cognomento Alphonsi ex iudaeo christiani, et Moysi iudaei (PL 157, 535-672); Pietro il venerabile (m. nel 1156), Tractatus adversus Iudaeorum insisteratam duritiem (PL 189, 507-660). Numerosi anche gli apologisti contro i musulmani, fra i quali : s. Giovanni Damasceno (m. nel 789), Disputa tra un saraceno e un cristiano (PL 96, 1336-48); il già nominato Pietro il venerabile, Summula quaedam brevis contra haereses et sectam diabolicae fraudis Saracenorum sive Ismaëlitarum e Adversus nefariam sectam Saracenorum (PL 189,651-58; 661-720); card. Niccolò da Cusa, Cribratio Alcorani (1459); card.' Giovanni di Torquemada (m. nel 1468), Tractatus contra principales errores perfidi Mahometi. Ebbe grande successo e fu tradotta in molte lingue la Confutazione della setta maomettana (trad. ital. 1540) del maomettano spagnolo Giovanni Andrea 'Abdañih, convertitosi nel 1487.
Ma l'opera che fece epoca fu: Pugio fidei adversus Mauros et Iudaeos, scritta in latino e in ebraico nel 1270 (Parigi 1642 e 1651, Lipsia 1687) dal rabbino convertito e fattosi domenicano, Raimondo Martini, uscito dalla scuola di s. Raimondo di Peñsfort. L'opera consta di tre parti : nella prima sono confutati gli errori dei filosofi che negano la divina rivelazione; nella seconda si fa un'erudita critica del giudaismo con argomenti presi non solo dalla S. Scrittura, ma anche dalla tradizione talmudica e dalla teologia rabbinica, e si dimostra con la prova delle profezie del Vecchio Testamento la messianità di Gesù Cristo; nella terza parte si difendono dagli attacchi degli increduli i principali dogmi cristiani.
Ad uso di coloro che attendevano alla conversione dei musulmani, s. Tommaso d'Aquino scrisse la Summa catholicae fidei contra gentiles (1261-64), avendo di mira soprattutto gli errori dei filosofi arabi. S. Tommaso confuta questi errori indirettamente, dimostrando che le dottrine cattoliche di ordine filosofico sono provate vere dalla ragione, e che quelle di ordine dogmatico non sono contrarie alla ragione. L'opera, che è propriamente una filosofia della dottrina rivelata, consta di due parti. La prima parte (li. I-III) tratta le questioni di teologia naturale, dimostrate direttamente vere dalla sola ragione; la seconda parte (I. IV) espone i misteri della fede, fondati sulla divina rivelazione, la cui credibilità è provata dalle profezie del Vecchio Testamento, dai miracoli di Gesù Cristo e dalla conversione del mondo al cristianesimo, miracolo questo che compendia e perpetua tutti gli altri miracoli.
Tra le ultime apologie del medioevo merita speciale menzione il Triumphus crucis sive de veritate fidei libri IV (1497), di G. Savonarola (edizione dei testi, latino e volgare, a cura di L. Ferretti, Siena 1899). Il I libro tratta della esistenza di Dio e dei suoi attributi e dell'immortalità dell'anima; il II dimostra la divinità del cristianesimo, argomentando soprattutto dai suoi frutti morali; il III esamina i principali misteri della fede cattolica in rapporto alla ragione; il IV risponde alle obbiezioni dei filosofi, astrologhi, idolatri, giudei, musulmani contro il cristianesimo.
Nel periodo del Rinascimento la principale apologia fu l'opera dell'umanista spagnolo Juan Luis Vives: De veritate fidei christianae libri V (Basilea 1544, Londra 1639). E una dimostrazione dogmatico-apologetica della dottrina cattolica, con la confutazione del giudaio-
smo e dell'islamismo. L'ultimo libro tratta della trascendenza del cristianesimo dal punto di vista etico sociale.
3. Tempi moderni. - A) Apologie. - Tra le innumerevoli apologie dei tempi moderni è necessario qui limitarsi alle principali, di carattere generale e di particolare interesse per la storia dell'apologetica. Le opere, che hanno per oggetto solo questioni apologetiche speciali (rivelazione, miracolo, profezia, Gesù Cristo, Chiesa, protestantesimo, ecc.) sono rinviate alle rispettive voci. Tanto meno si possono prendere in considerazione opere che spettano direttamente alla filosofia (teodicea), alla storia delle religioni, alle scienze bibliche, alla storia ecclesiastica, ecc., anche se portano il titolo di apologia.
La tanto discussa opera Pensées sur la religion di B. Pascal (m. nel 1662) è generalmente considerata la maggiore apologia del sec. xvir. Sono frammenti di una grande opera apologetica rimasta incompiuta, insufficienti per un giudizio definitivo sul metodo apologetico di Pascal. Egli riconosce le prove tradizionali del miracolo e della profezia, ma non gli sembrano apodittiche. Vi suppliscono le "ragioni del cuore", in quanto l'uomo, vivendo la vita cristiana, ne può sperimentare la verità. E come margine di prova e ultima risorsa resta il suo famoso "Argumentum a pari", un calcolo matematico delle probabilità, di valore decisivo per Pascal, ma realmente un calcolo d'interesse, privo di valore apologetico. Più fedele al metodo tradizionale è in questo stesso sec. xvir l'apologia L'incredulo senza scusa (Firenze 1690) di P. Segneri. L'incredulo, dimostra il celebre oratore, è irragionevole, perché i miracoli, specialmente il miracolo della conversione del mondo al cristianesimo, la profezia, il martirio cristiano, l'unità e santità della Chiesa dimostrano la divinità del cristianesimo.
Il filosofismo francese del sec. xviri incontrò un valoroso difensore della religione rivelata in N. S. Bergier, autore del Traité historique et dogmatique de la vraie religion (Parigi 1780, 1820) e di altri scritti apologetici: Le détoneréfuté par lui-même (Parigi 1765, 2 ed. 1822), contro Rousseau; La certitude des preuves du christianisme (Parigi 1767), contro l'insidiosa opera Examen critique des apologistes de la religion chrétienne, attribuita a N. Fréret; Apologie de la religion chrétienne (Parigi 1769), contro gli errori di D'Holbach e del Dictionnaire philosophique di Voltaire. In Germania una dotta confutazione degli errori degli increduli del sec. xviri, panteisti, deisti, razionalisti, fu fatta da S. Storchenau nelle opere: Die Philosophie der Religion, Augusta 1775-81, e Zugaben zur Philosophie der Religion (ivi 1785-88, 3^{text {a }} ed. Colonia 1810), nelle quali si dimostra, con il solo lume della ragione, la necessità morale della rivelazione e la sua certezza storica. Anche in Italia abbiamo nel sec. xviri pregevoli apologie contro gli errori deisti e razionalisti. Importanti quelle di A. Valsecchi, Dei fondamenti della religione e delle fonti dell'empietà (Padova 1765, Treviso 1770); La religione vincitrice (ivi 1776); La verità della Chiesa cattolica romana (ivi 1787). A s. Alfonso de' Liguori dobbiamo i seguenti scritti apologetici: Verità della fede fatta evidente per li contrassegni della sua credibilità (Napoli 1762); Verità della fede contro i materialisti... i setzari... i deisti (Napoli 1767); Riflessioni sulla verità della divina rivelazione (Napoli 1773). Merita pure di essere ricordata l'apologia di A. Tassoni, La religione dimostrata e difesa (Roma 1800, Pisa 1817). Tutte queste apologie seguono il metodo tradizionale della dimostrazione con le prove di fatti miracolosi nell'ordine fisico, intellettuale e morale.
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Una via nuova segui Fr. R. de Chateaubriand nella sua celeberrima opera Le Génie du christianisme (1a ed., Parigi 1802 ; trad. ital., ⁸ᵃ ed., Milano 1879 ). Contro le calunnie degli enciclopedisti, i quali ritenevano il cristianesimo un culto assurdo e ridicolo, nemico della ragione e della bellezza, delle lettere e delle arti, conchiudendo con Voltaire che solo un imbecille o un furbo poteva essere cristiano, Chateaubriand volle dimostrare che il cristianesimo è la più umana, più benefica, più bella, più poetica, più favorevole alle lettere e alle arti di tutte le altre religioni, per concludere che una tale religione non può essere una creazione umana. Ma una dimostrazione, fondata esclusivamente sulla bellezza e l'utilità del cristianesimo, su argomenti estetici e sentimentali, non può provare l'origine divina, e tanto meno rivelata, della religione cattolica.
Nei secc. xix e xx la Germania ci offre le apologie del cristianesimo più poderose. La Apologie des Christentums di F. Hettinger ( 5 voll., Friburgo in Br. 1863-67, 10 ed. 1907-18, curata da E. Müller; trad. ital., Pistoia 1906), dimostra, nella prima parte, i fondamenti razionali del cristianesimo, e difende, nella seconda parte, le verità fondamentali della fede cattolica. La Apologie des Christentums di P. Schanz ( 3 voll., 3ᵃ ed., Friburgo in Br. 1903-1906, 4ᵃ ed. del 1, ivi 1901, curata da W. Rock; trad. ital., Firenze 1907), tratta, nel vol. I, di Dio e della natura; nel II, della religione rivelata; nel III, della Chiesa cattolica. L'Apologie des Christentums di A. M. Weiss ( 5 voll., 4ᵃ ed., Friburgo in Br. 1905-1908; trad.ital., Trento 1902-1908), segue un metodo diverso da quello delle due precedenti apologie; considerando il valore del cristianesimo nei suoi rapporti con i costumi e la civiltà, si propone di dimostrare che solo la religione cattolica corrisponde mirabilmente a tutti i bisogni ed aspirazioni individuali e sociali dell'uomo. Molto pregevole per dottrina ed erudizione moderna è l'opera Religion, Christentum, Kirche (3 voll., Kempten 1911; 5^{text {a }} ed. 1923) di G. Esser, J. Mausbach e altri collaboratori. Il vol. I ha per oggetto Dio e la religione del Vecchio Testamento; il II tratta di Gesù Cristo come maestro dell'umanità e fondatore della Chiesa; il III espone la vita mirabile della Chiesa come prova della sua origine divina.
Copiosissima la 1. a. francese contemporanea. Basti qui ricordare la grande enciclopedia apologetica Dictionnaire apologétique de la foi catholique, pubblicata sotto la direzione di A. D'Alès ( 4 voll., 4ᵃ ed., Parigi 1924-28), edizione interamente rifusa del Dictionnaire apologétique (1888), di J.B.Jaugey, e la piccola enciclopedia intitolata Apologétique, diretta da M. Brillant e M. Nédoncelle, ( 2ᵃ ed. Parigi 1948). In questa ultima opera sono trattati sistematicamente tutti i problemi direttamente o indirettamente apologetici e si risponde alle principali obiezioni odierne contro la Bibbia, il dogma e la morale cattolica e contro la Chiesa. All'apologetica nel senso più largo la Francia ha dedicato anche una rivista speciale, la Revue pratique d'apologétique, poi Revue apologétique, fondata nel 1905.
Nella Spagna, il filosofo G. Balmes pubblicò le Cartas d un esceptico (Barcellona 1845; trad. ital., Imola 1850). Sono venticinque lettere scritte con profondità di pensiero e con logica serrata in difesa della religione cattolica. L'opera Tesucristo y la Iglesia Romana (Madrid 1899-1902) di L. Murillo, dimostra la divinità di Gesù Cristo e l'istituzione divina della Chiesa romana e difende le dottrine cattoliche più combattute dall'incredulità contemporanea.
Tra le apologie in lingua inglese ricordiamo: J.
Poynter, Christianity or the evidences and character of the christian religion (Londra 1827, trad. franc. nella raccolta del Migne, Démostrations écougeliques, XIII, 1221-1314); Th. Moore, Travels of an Irish Gentleman in search of a religion (Londra 1833; trad. ital., Venezia 1835, Firenze 1850); M. J. Spalding, Evidences of catholicity ( ⁶ᵃ ed., Baltimora 1866); card. H. E. Menning, The grounds of Faith (Londra 1853, 6ᵃ ed. 1890; trad. ital., Roma 1906).
In Italia ha avuto un meritato buon successo la Breve apologia pei giovani studenti ( ⁶ᵃ ed., Firenze 1920), di G. Ballerini, i cui quattro volumetti hanno rispettivamente per oggetto: Dio, l'uomo, l'anima; la religione; il cristianesimo; la Chiesa.
B) Apologetica. - Il più splendido prodotto del progresso apologetico è stato l'evoluzione delle apologie nella apologetica propriamente detta, divenuta una scienza a sé, avente per oggetto proprio ed esclusivo la dimostrazione positiva, metodica, sistematica dei fondamenti razionali della fede cattolica.
La creazione di questa scienza è stata provocata dagli attacchi dell'incredulità moderna, non più diretti contro l'una o l'altra verità cattolica, ma sistematicamente concentrati contro le basi stesse del catolicismo. Il protestantesimo, proclamando il principio della "sola et sufficiens Scriptura ", rese necessario il trattato apologetico dell'istituzione divina della Chiesa cattolica romana; e adulterando il concetto della nostra adesione intellettuale alla parola rivelata, obbligò i teologi cattolici ad un esame più approfondito dell'atto di fede e dei suoi rapporti con la ragione. Il razionalismo tedesco, il deismo inglese e il filosofismo francese, negando qualsiasi religione rivelata, anzi la possibilità, utilità, conoscibilità d'ogni rivelazione soprannaturale, imposero agli apologisti cristiani una trattazione sistematica del fatto storico della divina rivelazione con la previa discussione della tesi sulla possibilità, necessità e discernibilità della rivelazione stessa.
Già fin dal sec. xviII, allo studio scolastico della teologia dogmatica si solevano premettere i due trattati allora comunemente detti «Dimostrazione cristiana» e «Dimostrazione cattolica», per provare l'esistenza storica della rivelazione e la conservazione di essa per mezzo della Chiesa cattolica romana. Un grande impulso all'apologetica sistematica e scientifica fu dato dal Concilio Vaticano con le sue definizioni sulla rivelazione divina, sui rapporti tra la fede e la ragione e sulla Chiesa. L'istituzione poi sempre più comune nelle facoltà teologiche e, dopo la costituzione Deus scientiorum Dominus ( 24 maggio 1931), obbligatoria di cattedre speciali di teologia fondamentale ha provocato la pubblicazione di molti manuali di questa scienza. Ma anche per i laici colti fu necessaria una trattazione dei problemi apologetici meno polemica e più positiva, cioè più preoccupata di stabilire la verità che di confutare l'errore, e quindi più competente e soprattutto condotta secondo le norme e le esigenze del metodo scientifico odierno, coordinante cioè le sue tesi sotto un unico oggetto formale, criticamente dimostrato e con prove certe, indipendentemente dall'attacco avversario, sempre presupposto dall'apologia. Circa l'àmbito della materia specifica dell'apologetica, considerata come scienza autonoma, si è lungamente discusso; e molti apologeti hanno preferito sacrificare l'unità scientifica ai bisogni d'ordine pratico e didattico. Le diverse opere apologetiche presentano quindi varietà di contenuto. Trattano però in modo sistematico e scientifico tutti i problemi essenziali alla dimostrazione del fatto storico della rivelazione cristiana e
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alla dimostrazione della divina istituzione della Chiesa cattolica romana. A queste dimostrazioni storiche si suole premettere, per connessione di materia, la trattazione filosofica della religione naturale.
BibL.: I. Opere generali : K. Werner, Geschichte der apologie, tischen und polemischen Literatur der christlichen Theologie, 5 voll., Sciaffusa 1861-67, Ratishona 1899; O. Jöckler (protestante conservatore), Geschichte der Apologie des Christentown, Gütersloh 1907; L. Maisonneuro, art. cit. in DThC, I, it. coll. 1211-80; compiitano: X. M. Le Bachelet, a. v. in DPC, I, coll. 189-231; E. Bona, a. v. in Enc. Ital., III, pp. 691-97; G. Monti, L'a. scientifica della religione cattolica, Torino 1922, pp. 270-345.
II. Per i primi cinque secoli : a) Testi : Collezione degli scritti patriatici (v. patrologia); Th. v. Otto, Corpus Apologistorum christianarum suec. II, 2a ed., Jena 1847-72; C. J. Goospeed, Die ältesten Apokapeten, Gottinga 1914; b) Studi : Manuali di storia della letteratura ecclesiastica antica (Bardenhewer, Cayré, Steidle, Altaner, Mannucci e Casamassa); E. Frangel, Les apologistes chrétient du IIe siècle, Parigi 1860; J. Donaldson, The Apologists, Londra 1866; J. Rivière, S. Justin et les apologistes du secead siècle, Parigi 1907; A. Pusch, Les apologistes grecs du IIe siècle de notre ère, Parigi 1912; I. Giordani, La prima polemica cristiana, 2^{°} ed., Brescia 1943; M. Pellegrino, Gli apologeti greci del II secolo, Roma 1947; id., Studi sull'antico apologetico, ivi 1947.
III. Per il medioevo: M. Steinschneider, Polemische und apologetische Literatur in arabischer Sprache zwischen Muslimen, Christen und Juden, Lipsia 1877; A. Luken Williams, Adversus Iudaeus, Cambridge 1935.
Giuseppe Monti
APOLOGIA nella Messa. - Con questo nome si designavano nella liturgia antica alcune preghiere che il sacerdote recitava per implorare il perdono delle proprie colpe. Erano dette anche: Confessio, Accusatio, Indulgentia; spesso: Excusatio ante altare, Confessio sancta peccatorum, Oratio de conscientiae reatu ante altare; più spesso: A. sacerdotit. Esemplari bellissimi ne troviamo nei vari sacramentari e messali antichi. Non avevano posto fisso, ma erano principalmente all'Introito durante il canto del salmo, ed all'Offertoito, mentre il sacerdote era in attesa del termine del canto. La loro composizione rimonta principalmente ai secc. IX e XI. Nella liturgia odierna è rimasto il Cenfiteor al principio della Messa, quale avaroo di queste apologie.
BibL.: E. Martino, De antiquis Ecclesiae ritibus, I, cap. 4, art. 11, Anversa 1773; F. E. Warren, The Liturgy and Ritual of the Celsis Church, Oxford 1881, p. 230; F. Cabral, a. v. in DACL, I, coll. 2591-2601.
Silverio Mattei
APOMIRISMO ( τ dot{θ} á π α μ dot{α} ρ ι σ μ α ). - Era l'atto di ungersi il corpo o qualche parte malata con unguento che usciva dalle reliquie o dalla tomba di certi santi, detti perciò mirabiliti, ovvero con ullo delle lampade che ardevano innanzi a qualche immagine miracolosa, ed anche col miro o crisma consacrato. Siccome poi la devozione dei fedeli orientali attribuisce una benedizione speciale, e come una specie di consacrazione, all'acqua a contatto con qualche reliquia o con qualche oggetto sacro (la coppa interna del calice, la croce, ecc.) si chiama a. l'uso di bagnarsi con essa.
BibL.: P. de Meester, Rituale-Benedizionale bizantino, Roma 1920, pp. 317, 410, 414, 474-77; sul rito dell'a., cf. pp. 478-81.
Placido de Meester
APONIO. - Mancano i dati biografici di questo scrittore; si può dir solo che probabilmente era di origine orientale e che pare scrivesse a Roma, nel sec. v (secondo qualcuno nel vi), la sua Explanatio in Canticum Canticorum in 12 libri, redatta sul testo della Volgata. Anche egli scorge in quel cantico simboleggiata non solo l'unione mistica di Gesù Cristo e della Chiesa dalla creazione alla fine del mondo, nei suoi successivi sviluppi, ma altresì l'amore tra il Verbo e l'anima umana, e vede qua e là adumbrati i rapporti fra le due nature di Gesù, la divina e l'umana. Il commento è scritto con vivacità, ma per la lingua e lo stile tradisce alle volte l'origine orientale dello scrittore.
Ed. a cura di H. Bırtino e G. Mırtini, Roma 1843.
BibL.: U. Morieca, Storia della letteratura latina cristiana, III, Torino 1934, pp. 990 e 997 sgg ; P. Courcelle, Les lettres grecques en Occident (Bibl. Ecoles Irang. d'Athènes et de Rome, 129), Parigi 1943, p. 128 sg.
Aurelio Giuseppe Amatucci
APOPHTHEGMATA PATRUM. - Apophthegma, significa detto o risposta arguta e sentenziosa, emersa da un oracolo o da un personaggio illustre.
Tra i Greci si hanno semenze attribuite al Sette Sapienti, a Temistocle, a Isocrate; tre dei ca. 80 opuscoli di Plutarco compresi sotto il nome di Moralia, sono intitolati A. Di analoghe raccolte si servi Diogene Laerzio nel comporre le sue Vita di filosofia. Tra i Romani sappiamo, attraverso Cicerone, che Catone e Cesare scrissero volumi di apoftegmi.
Anche la primitiva letteratura cristiana ci ha tramandato esempi di questo genere; detti cioè o massime uscite dalle labbra degli antichi asceti, conservate e raccolte nei vari monasteri dell'Oriente, prima per tradizione e poi per iscritto. I testi peraltro contenuti in PG devono ricollegarsi a molti altri testi in greco, in arabo, in copto; alcuni di essi sono stati pubblicati, ma la maggior parte rimane ancora nascosta nei manoscritti dei monasteri dell'Athos, della Siria e dell'Egitto.
La più famosa raccolta di queste sentenze fu stampata dal Cotelier nel 1677, precisamente col nome di 'A π ° varphi vartheta ε ε^{′} μ α τ α τ ω̂ ν dot{α} γ dot{α} ν ν γ ε ρ hat{σ} ν τ ω ν, in latino A. P., edizione riprodotta poi dal Migne come supplemento alla Historia Lausiaca di Palladio (v.). Non sappiamo chi ne sia l'autore, che ha fuso, come meglio poteva, raccolte anteriori di sentenze e le ha disposte seguendo l'ordine alfabetico dei personaggi che le hanno pronunciate. Egli stesso, nella prefazione, ci dice che non si è risparmiata alcuna fatica, perché "sono numerosi i libri dove i detti e le gesta dei santi vegliardi sono riportate senza alcun ordine ". Neppure sappiamo con precisione il tempo in cui fu composta: da argomenti esterni ed interni sembra che questa data non possa essere anteriore alla prima metà del sec. vi, certamente è da riportarsi dopo il 509 e forse anche più tardi. Secondo alcuni critici i Verba Seniorum, che formano i ll. V e VI delle Vitae Patrum del Rosweyde e che contengono quasi la stessa materia, citata però con il più completo disordine, sono da ritenersi una delle principali sue fonti. Secondo questa ipotesi, poiché i Verba Seniorum sembrano raccolti dopo il 557 , si dovrebbe spostare alla seconda metà del sec. vi la data di composizione. L'autore tuttavia ha utilizzato un ampio materiale preesistente e che circolava in piccole collezioni e in varie lingue fin dalla metà del sec. vi. Quanto al paese di origine, esso sembra essere l'Egitto.
Oltre all'edizione del Cotelier, esiste una raccolta alfabetica più estesa nel manoscritto del Museo Britannico, Burney 50. Una terza collezione per soggetti, divisa in 44 capitoli, ci è conservata in una versione latina pubblicata dal Rosweyde come 1. VII delle sue Vitae Patrum. Queste tre collezioni fondamentali si compongono presa'a poco dello stesso materiale, ma ciascuna contiene apoftegmi che le altre non hanno. Fozio possedeva una copia nella quale le sentenze erano ordinate per soggetto e ne dà i titoli dei capitoli in Bibliotheca, cod. 198 (PG 103, 664); il titolo della raccolta è 'A ν δ ρ ω̂ ν dot{α} γ i ω ν β i β λ 0 ς (cf. PL 73, 832).
Esistono diverse versioni : latina, edita dal Rosweyde nelle Vitae Patrum, Il. V e VI, i quali in realtà sembrano formare un'opera distinta, come si è detto; armena, in Le vite dei santi Padri (in armeno), Venezia 1855 ; copta, in Zoega, Catul. codd. copti., pp. 287-361, da un manoscritto del Vaticano, semplice frammento; siriaca, pubblicata nel vol. VII degli Acta Martyrum et Sanctorum di P. Bedjan, Parigi 1890-97, il quale, seguendo forse il Migne, li dà come una terza parte dell'opera di Palladio e li intitola Paradiso dei Padri.
Tutto questo materiale ascetico, conosciuto anche sotto il nome di λ ε τ μ ω ν α dot{α} ρ ι o ν μ ε γ α o Paradiso patristico, è stato oggetto di lettura devota nei chiostri fino al tardo medioevo.
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Btul.: Edizioni: J. B. Cotelier, Ecclesiae graecae monumenta, I, Parigi 1677, pp. 338-712 (=PG 65, 71-420); v. anche i Verba seniorum nel II. V-VII della Vitae Patrum di H. Roswerde ( = PL 73-74). - Studi : S. Vailhé, in Echos d'Orient, 5 (ott. 1901), pp. 39-46; W. Bousset, A. Studien zur Geschichte des älteren Móncistums, Tubinga 1924; K. Heussi, Der Ursprung des Móncistums, ivi 1936, p. 133 sgg.
Grazielle Miot
APOPLESSIA (ictus o colpo apoplettico). - Repentina abolizione della sensibilità, motilità e coscienza esterna dell'individuo (v. COMA) per lesioni distruttive dell'encefalo (emorragia cerebrale, embolia cerebrale). E probabile la contemporanea abolizione della coscienza interna, per cui, pur conservandosi più o meno persistenti le principali funzioni della vita vegetativa, l'infermo va considerato privo dell'uso della propria intelligenza. Se non segue la morte, al risolversi del coma appaiono paralisi di senso e di moto più o meno estese e disturbi della parola (afasia). Se le lesioni causali non furono molto vaste e gravi, l'ictus può risolversi, e, più o meno rapidamente e completamente, si può riacquistare la coscienza, residuando però facilmente le paralisi sensitivo-motorie e le lacune intellettuali. Oltre l'arteriosclerosi, causa frequente è la sifilide.
Giuseppe de Ninno
APORTI, Ferrante. - Il nome dell'A., n. a S. Martino dell'Argine nel Mantovano il 20 nov. 1791 e m. a Torino il 29 nov. 1858 , è legato al movimento pedagogico del Risorgimento italiano, soprattutto per l'opera da lui svolta in favore della istituzione degli asili infantili (v.). Spirito caritatevole l'A. sentí fin dalla giovinezza la vocazione al sacerdozio, che difatti abbracciò, entrando, ancora giovinetto, nel seminario di Cremona e ricevendo gli ordini sacri nel 1815. Nel 1816 l'A. fu inviato, insieme con altri giovani sacerdoti lombardi, a Vienna per seguirvi il corso superiore di teologia e di lingue bibliche, fermandovisi fino al 1819. A Vienna l'A. fu discepolo del pedagogista V. E. Milde, docente in quella Università e seguace delle dottrine illuministiche. Rientrato in patria, l'A. insegnò esegesi ed ermenzutica nel seminario di Cremona. Nel 1821 ebbe la direzione delle scuole elementari gratuite istituite dal governo austriaco, il quale non mancò nel 1838 di decorarlo, per le sue benemerenze nel campo educativo, della croce equestre della Corona di ferro. Nel 1844 l'A. fu chiamato a Torino, in occasione della istituzione in quella capitale della scuole straordinarie di metodo. Nell'estate dell'anno successivo l'A. ottenne la cattedra universitaria di metodo che inaugurò nell'ag. con generale consenso. In questo stesso anno fece ritorno a Cremona per ripartirne però subito e per rifugiarsi, questa volta quale esule, a Torino. Proposto, con esito sfavorevole, all'arcivescovato di Genova, fu nel dic. del 1848 nominato senatore del Regno sardo e nel 1850 fu eletto presidente del consiglio scolastico e rettore dell'Università di Torino, incarico che tenne, con universale soddisfazione, per sette anni. Lasciato, per motivi di salute, questo incarico, fu nominato ispettore generale degli asili di Torino, ma, poco dopo, il 29 nov. 1858, l'A. chiudeva i suoi giorni.
Il nome dell'A. è legato, come s'è detto, alla istituzione degli asili infantili. Già fuori d'Italia l'istituzione degli asili si era notevolmente sviluppata, in Alsazia per opera di Federico Oberlin e in Inghilterra per opera di Roberto Owen, e qua e là, in Italia e in Europa, sulla strada della buona tradizione cattolica, che risaliva a s. Gerolamo Miani e a s. Giuseppe Calasanato, non mancavano iniziative atte a venire incontro ai bisogni educativi e morali dell'infanzia. Cer-
tamente l'A. fin dal suo soggiorno viennese non aveva mancato di seguire il movimento di rinnovamento scolastico in Europa e poté certamente avere conoscenza di quanto, nel campo dell'educazione infantile, si pensava e si sperimentava fuori d'Italia. Comunque non c'è dubbio, che fondando l'A., il 15 nov. 1827 in Cremona, il primo asilo nel quale accolse bambini agiati da 2 a 6 anni, fosse mosso e dal suo zelo cristiano e anche dall'intendimento di sperimentare nuovi metodi atti a far sì che «la istituzione riuscisse insieme educativa della mente, del cuore e del corpo. Due anni dopo, il 24 genn. 1829, l'A. ottenne dal governo austriaco la licenza di istituire una scuola infantile a pagamento a capo della quale pose il cremonese d. Alessandro Gallina. In questo primo asilo venivano seguite alcune pratiche che si credevano fossero meglio atte alla educazione del cuore, della mente e del corpo dei fanciulli. Si recitavano quotidianamente delle preghiere, si cantavano facili inni religiosi, si spiegavano alcuni fatti più rappresentativi e significativi della storia sacra : inoltre non mancavano alcuni calcoli mentali; poi la nomenclatura degli oggetti più noti e poi ancora esercizi fisici alternati con il giuoco. Ma l'aspirazione dell'A. era, oltre che pedagogica, cristiana e perciò egli desiderava poter raccogliere un gruppo di bambini poveri; difatti, ottenutone il consenso dal governo austriaco, poté, aiutato dalla munificenza di uomini e istituti caritatevoli, sul finire del 1830 , aprire il primo asilo gratuito accogliendovi 34 bambini dai 3 ai 6 anni. Un primo asilo femminile sarà aperto nel 1833 , e nel 1834 sarà istituito a S . Martino dell'Argine il primo asilo infantile rurale.
Il metodo da seguire in questo tipo di scuola e i vantaggi che se ne possono trarre sono dall'A. esposti nelle sue opere che venne via via pubblicando dal 1833 al 1847 (v. bibl.). L'opera dell'A., pur con i suoi difetti, ha nella storia dell'educazione un'importanza notevolissima. E mentre le altre istituzioni del genere potevano avere uno scopo più spiccatamente caritatevole quella dell'A. aveva anche un fine educativo, perché concorreva a preparare l'animo e il corpo dei fanciulli a quella più chiara intuizione del mondo fisico morale e religioso quale fare avrebbe dovuto dare la scuola elementare. Nella nuova istituzione dell'A. si incontravano, per riceverne unità, il metodo del Pestalozzi e quello del p. Girard. Al principio dell'intuizione si univa quello del parlare in lingua nazionale. L'educazione e l'istruzione intellettuale si doveva realizzare con la conoscenza degli oggetti usuali e dei loro nomi, e disposti sistematicamente e distribuiti per classi, di maniera che mentre i fanciulli li apprendono, siano diretti a distinguere le accoglienze, le dissomiglianze, il tutto e le sue parti dipendenti, i generi e le specie». In questa cognizione della cosa si doveva procedere col metodo intuitivo che l'A. chiama dimostrativa. Inoltre non mancava in questa prima formazione delle mente lo studio dell'alfabeto e quello della religione, ritenuto quest'ultimo quale principale. Per l'educazione e l'istruzione morale e religiosa si dovevano quotidianamente recitare in italiano preghiere, facili canti religiosi, studio della storia sacra. L'istruzione fisica si doveva ottenere col canto, con giuochi, con esercizi ginnastici, con frequenti ricreazioni e con "gli studi stessi a maniera di divertimento e di piacere». Non c'è dubbio che il piano educativo dell'A. portava in sé qualcosa di vieto e di scolasticamente incapace ad essere sentito delle tenere menti. Quella lunga elencazione di parole distribuite per classi per distinguere in esse il tutto e le parti dipendenti, il genere e le specie; l'istruzione religiosa impartita per mezzo della storia sacra e del piccolo catechismo, tutto ciò doveva risultare oltre che eccessivamente verbalistico, pesante e incapace di essere sentito da bambini dai 3 ai 6 anni. L'apprendimento poi dei salmi, delle preghiere e delle massime morali era troppo mnemonico perché potesse tradursi nella co-
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scienza dei piccoli in vere norme di condotta e quindi in vera formazione morale. Senza dire che troppo era il tempo dedicato all'istruzione e troppo la scuola era intesa e piegata ad una finalità tutta istruttiva, anche se non mancava il giuoco e la ginnastica. Nell'istituzione sportiana mancava un centro di unità perché, in fondo, una profonda conoscenza psicologica dell'animo infantile mancava nell'A. stesso, riducendosi la sua opera ad una raccolta di precetti e di cognizioni empiriche. Ma, bisogna cercare di spiegare e di penetrare l'intimo motivo dell'istituzione per comprendere il successo che essa ebbe, le passione che pro o contro suscitò negli uomini del Risorgimento. Questo motivo va ricercato nel grande amore e nella spirito cristiano da cui fu animato l'A. e dall'intuizione che la formazione dell'uomo deve avere inizio dagli anni più teneri. Senza dire poi che, pedagogicamente, nonostante gli avvertiti difetti, l'idea di raccogliere in asili i bambini allo scopo di dar loro una prima educazione intellettuale, morale, religiosa e fisica, e quella di realizzare un metodo che, partendo dall'intuizione sensibile dell'oggetto associasse a questa la parola, l'esercizio di talune attività pratiche, l'introduzione del canto come mezzo di espressione, una scuola, infine, sentita come giuoco, non potevano non suscitare negli italiani del tempo adesione e consenso. Gli asili aportiani, infine, erano così permeati di spirito cristiano che quantunque la loro istituzione fosse divenuta quasi la bandiera dei liberali del tempo, pure essi furono introdotti nello Stato pontificio sotto il pontificato di Pio IX, e nel 1847 il cardinale prefetto della S. Congregazione degli Studi scriveva ai vescovi affinché, promovessero gli asili infantili (E. Formiggini-Santamaria, L'istruzione popolare nello Stato pontificio, Bologna 1909).
Opere: Sulle scuole di Lombardia e principalmente sulle infantili, in Atti della Accademia dei Georgaffli, 11 (1833), pp. 206 sgg.; Manuale di educazione e di ammaestramento per le scuole infantili, Cremona 1833; Guida dei foudatori e direttori delle scuole infantili di carità derivata da quanto si pratica nelle scuole infantili di Cremona, Milano 1836; Metodo per adoperare fruttuosamente "l'Abbeccdario e sillabario ad uso dell'Infanzia" e definizione delle parole in esso contenute, ossia "Maniera pratica di sviluppare le idee ed educare l'intelletto e la mente dei fanciulli proposta alle modri di l'omiglia e alle istitutrici dell'infanzia, Cremona 1840; Elementi di Pedagogia e Storia della ragionevole educazione dei fanciulli, Roma, 1847.
Basi.: Cf. quella contenuta nel discorso commemorativo di A. Gambaro, A., Mantova 1928; R. Lambruschini, Sulle scuole infantili di Cremona, in Nuovo Ricoglitore di Milano, ott. 1833 (nuova lotta dal Lambruschini all'Accademia dei Georgaffli di Firenze, nel comunicare la relazione del sig. ab. F. A. sulle scuole di Lombardia, ecc.): G. Sacchi, Rivista di opere sull'educazione popolare, in Rivista Europea, Milano 1842, pp. 1893 e 189-204; C. Boncompagni, Commemorazione di F. A., in Gazzetta Piemontese, Torino 4 e 5 dic. 1838; id., in Scritti biografici, I, Firenze 1878; D. Sacchi, F. A. e gli asili in Italia, in Uomini utili e benefattori del genere umano, II, Milano 1860. pp. 174-78; E. Mayer, Prommenti di un viaggio pedagogico, Firenze 1867; S. de Dominicis, Commemorazione di F. A., in Idce per una scienza dell'educazione, Torino 1900; E. Formig-zini-Santamaria, La pedagogia italiana nella I^ metà del sec. xiv, Roma 1920; P. Gobetti, Le scuole di metodo, in Risorgimento senza vrai, Torino 1926; M. Frattini, La Fortuna di F. A., in Rivista pedagogica, 17 (1924); G. Vidari, Alcune lettere di G. Sacchi a F. A., in Rendiconti del R. Ist. lombardo, 2* serie, 25 (1927), pp. 761-83; G. Vidari, Lettere di Piemontesi a F. A., in Atti della R. Accad. di Sc. di Torino, 62 (1927); G. Vidari, Scuole nuove ed asili d'infanzia agli albori del Risorgimento, in Riv. pedagogica, 20 (1927), p. 3 sgg.; id. F. A. e il problema dell'educazione infantile in Italia, in Problemi di Educazione e figure di educatori, Torino 1929; M. Barbata, Le scuole infantili e l'ab. A., in La Civ. Catt., 1927, iv, pp. 289 302; 1928, t, pp. 282-99; E. Rosa, La questione delle scuole infantili e dell'ab. A. secondo nuovi documenti, ibid., 1928, in, pp. 382-99; L. Vigna, D. F. A. e l'istruzione religiosa, in Catechista Cattolica, Torino, 19 (1927), pp. 49-52; L. Vigna, D. F. A. sacerdote, in Riv. del clero ital., 8 (1927), pp. 391-96; A. Gambaro, F. A., in La nuova scuola ital., Firenze, nn. 19 giugno, 26 giugno e 10 luglio 1927; id., I due apostoli degli asili infantili in Italia, in Levana, 1-2 (1927), 2-3 (1928); id., Contributo al contenario dell'asilo d'infanzia oportione, Roma 1927; E. Codignola, A. e noi, in Levana, 6 (1927), nn. 3, 4, 5 sgg.; M. Rosi, F. A. e gli asili infantili a Lucca, in Rivista pedagogica,
21 (1928), p. 169 sgg.; G. Calò, Pestalozzi, A., gli asili infantili, in Riv. pedagogica, 21 (1928, it), ora in Dottrine e opere, Lanciano 1932, che contiene anche le risposte polemiche del Calò al Gambaro, al p. Rosa e al direttore della Voce delle maestre d'asilo, p. 209 sgg.; G. Calò, F. A. e gli asili infantili, nel vol. Dottrine e opere, Lanciano 1932; A. Gambaro, F. A. e gli asili nel Risorgimento, II, Torino 1937. Nino Sammartano
APOSTASIA. - E l'abbandono totale della fede da parte di chi abbia ricevuto il Battesimo, e si distingue dall'eresia, che consiste nella cosciente negazione o dubbio positivo su una o più verità della fede.
E peccato grave che non ammette parvità di materia, essendo un'offesa diretta contro Dio.
Fin dai primi tempi della Chiesa, questa forma di diserzione dalle file della milizia cristiana (spesso provocata dalle feroci persecuzioni) costitul pure un gravissimo crimine. Gli apostati, o lapsi (v.), erano puniti con la deposizione se chierici e con la scomunica se laici; ed ove manifestassero l'intenzione di ritornare alla fede, dovevano assoggettarsi ad una severa penitenza, senza speranza, presso alcune Chiese, d'essere assolti nemmeno in punto di morte. A tali sanzioni si aggiungevano poi quelle comminate dalla autorità secolare, e varianti dalla confisca dei beni e dalla incapacità di testare, prevedute nel Codice giustinianeo (de apostatis, 1, 7), sino all'esilio e all'estremo supplizio, non di rado applicati durante il medioevo. Più tardi, attenuatosi il primitivo rigore, le pene civili scomparvero e l'a. mantenne esclusivamente il carattere di delitto ecclesiastico, disciplinato da numerose costituzioni pontifice, tra le quali sono da ricordare la «Bulla in coena Domini» di Clemente VII (1524) e la Apostolicae Sedis di Pio IX (1869).
Il vigente CIC definisce l'a. nel can. 1325, § 2, e la annovera tra i delitti contro la fede nel can. 2314. Oggetto specifico della tutela penale è l'interesse della Chiesa, considerata in sé ed in ciascuno dei suoi membri, di conservare intatto il suo patrimonio spirituale e, con esso, la causa stessa della sua esistenza. Soggetto attivo può essere qualunque persona validamente battezzata. L'elemento materiale è rappresentato dal totale abbandono della fede cristiana, esternamente manifestato con parole o con atti non equivoci; non occorre peraltro che il colpevole aderisca ad una confessione religiosa diversa dalla cattolica, poiché questa circostanza è considerata dalla legge come aggravante, non già come estremo del reato. Sono pertanto da ritenersi apostati anche i panteisti, i materialisti e i sedicenti liberi pensatori; non così coloro che si mostrano praticamente indifferenti o che trascurano per abitudine i doveri religiosi. Il delitto è di sua natura formale e non ammette il tentativo né sotto l'aspetto del constrné sotto quello del frustrato. L'elemento psicologico consiste nella perfetta coscienza e volontà di abbandonare totalmente la fede cristiana; onde appare impossibile, nel caso, l'ipotesi del reato colposo. La cooperazione criminosa è configurabile soprattutto nel concorso morale (can. 2209, § 3). Nessuna efficacia discriminante possono avere il timor grave, lo stato di necessità e il grave incomodo, poiché, come è chiaro, si tratta di azione intrinsecamente cattiva e volta a dispregiare la fede (can. 2205, § 3).
Gli apostati incorrono nella scomunica latae sententiae, riservata in modo speciale alla Sede Apostolica. Quelli che dopo una monizione canonica persistono nel delitto sono privati di qualunque beneficio, dignità, pensione ed ufficio ecclesiastico, e vengono dichiarati infami; i chierici, inoltre, premessa una seconda monizione, devono essere deposti. Chi abbia dato il proprio nome o abbia pubblicamente aderito
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ad una setta acattolica diventa ipso facto infame e, se si tratta di un chierico, incorre, previa monizione canonica, nella pena della degradazione. Altri effetti penali del delitto di a. pubblico o notorio sono: la privazione della sepoltura ecclesiastica (can. 1240, § i, n. 1); l'incapacità ad acquistare il diritto di patronato personale (can. 1453, § I); la presunzione di rinunzia a qualsiasi ufficio (can. 188, n. 4); la dimissione ipso facto del religioso (can. 646, § i, n. I).
L'assoluzione dalla scomunica è riservata, come abbiamo detto, alla Santa Sede; ma può essere impartita, per il foro esterno, anche dall'ordinario del luogo (escluso il vicario generale sfornito di mandato speciale), purché della cognizione del delitto egli sia stato investito come giudice, e il colpevole, sinceramente pentito, abbia compiuto un regolare atto di abiura davanti a lui o ad un suo delegato e a due testimoni (can. 2314, § 2).
A. Dalla religione. - Con l'a. dalla fede (di cui s'è discorso fin qui) non deve confondersi l'a. dalla religione, ossia il fatto del professo di voti perpetui, sia solenni sia semplici, che si allontani illegittimamente dalla casa religiosa con l'animo di non ritornarvi o che, dopo essersene legittimamente allontanato, non vi faccia ritorno, intendendo sottrarsi in tal modo alla regola dell'obbedienza (can. 644, § I). L'apostata dalla religione incorre nella scomunica lotoe sententiae, riservata, secondo i casi, al superiore religioso o all'ordinario del luogo; è escluso dagli atti legittimi ecclesiastici; perde i privilegi propri della sua religione e, se ritorna, non solo resta privo della voce attiva e passiva, ma deve anche esser punito dai superiori in proporzione alla gravità della colpa (can. 2385).
A. Dall'ordine. - Altra cosa è, infine, l'a. dall'ordine, che si ha quando un chierico che abbia ricevuto gli ordini maggiori (cioè almeno il suddiaconato) abbandona l'abito ecclesiastico e persiste per un certo tempo in tale atteggiamento dopo essere stato ammonito; il colpevole è punito con la deposizione (can. 2379).
Bibl.: Oltre i trattati di teologia morale e di diritto canonico, si consultino: J. Bouché, s. v. in DDC, I, coll. 640-52; A. Gougnard, De poenis contra apostasas, hoereicos et schismaticos, in Collectanea Mechliniania, nuova serie, 4 (1930), pp. 161-68; P. Ciprotti, De consummatione delictorum attento eorum elemento obiectivo in iure canonica, Roma 1936, pp. 14-16; F. Roberti, s. v. in Nuova Dig. Ital., I, Torino 1937, pp. 524-25. Ferruccio Llinzi
APOSTOLATO. - 1) In senso proprio e letterale significa generalmente l'opera di chi si consacra tutto alla diffusione di verità religiose, morali e civili. Ma in senso più stretto ed etimologico l'a. è la potestà religiosa e soprannaturale che Nostro Signor Gesù Cristo conferì a dodici d. i suoi discepoli, da Lui stesso chiamati «apostoli», cioè «inviati», perché mandati da Lui nelle varie parti della terra ad annunziare la legge evangelica e la fede cristiana. Presso i Giudei si usava il vocabolo greco a. per indicare una commissione, detta appunto degli «apostoli della Sinagoga n, che constava di uomini autorizzati e spediti dal gran sacerdote nelle varie province per esigervi la riscossione di denaro dai connazionali della diaspora, o per regolarvi la disciplina (v. apostoli).
Nell'antica prassi ecclesiastica, a. era chiamato in generale tutto quanto l'episcopato, essendo i singoli vescovi diretti discendenti e successori degli apostoli nel ministero e nel magistero evangelico.
2) L'a. ufficiale nella Chiesa contiene in sé la facoltà ed anche l'obbligo, per chi ne è investito: a) d'istruire con autorità soprannaturale nelle verità della fede; b) d'amministrare canonicamente i Sacra-
menti per comunicare alle anime la grazia di cui li fece ministri Gesù Cristo; c) di reggere il proprio gregge, promovendo ed esigendo dai fedeli l'osservanza della legge divina; d) di dettar norme e far leggi positive, secondo le circostanze dei tempi e dei luoghi; e) di esorcizzare, al bisogno, con autorità superiore, Satana, e gli spiriti maligni, facoltà questa conferita agli apostoli da Gesù Cristo a conferma delle verità predicate ed insegnate.
La spirito di a. nel fedele è frutto della carità verso Dio; poiché non è possibile che si ami sinceramente e fortemente Iddio senza adoperarsi in qualche modo per farlo maggiormente conoscere ed amare. In tal senso l'a. è la fioritura dell'amor di Dio, la quale dimostra che ogni vero criatono diviene necessariamente un apostolo di bene.
Bibl.: F. Cuttaz, s. v. in DSp. fasc. in, coll. 773-90; G. B. Choutard, L'animo dell'a., Torino 1918; L. Civardi, Apostoli nel proprio ambiente, Vicenza 1938. Iginio Tarocchi
APOSTOLATO DANTESCO. - Con questo nome, dietro ispirazione ed incitamento di un erudito letterato di Monsampolo, Nicola Gaetani Tamburini, che nel culto di Dante voleva educare gli italiani a libertà, nel 1855 il costituì ad Ascoli sotto specie di accademia letteraria un'associazione politica contro il potere temporale. Il titolo e la venerazione per il sommo poeta ricordavano Mazzini, ma le forme risentivano ancora di schemi carbonari. Così i nomi di guerra (Ferruccio, Michelangelo, Galileo, Arnaldo, Bruto, Masaniello) dei «fratelli fondatori», cosi i riti delle riunioni ed i rapporti che legavano tra loro i soci delle varie province. Attorno al Tamburini si raccolsero antichi liberali e giovani studenti, come un Selva, impiegato alla delegazione, un Baldacelli, delle dogane, un Orazi, segretario comunale di Cestorano, un Corsini, un Palmarini, un Menghi, un De Tomasz ed altri molti, tra i quali più note Temistocle Mariotti. Non grande l'azione dell'a. d. nel vasto movimento cospiratorio delle Marche, e si può dire che, quando, nel nov. 1857, l'autorità pontificia procedette ad arrestarne i soci, esso fosse già di fatto inoperoso. La causa «ascolana di lesa maestà, ossia di aggregazione a società segreta" si chiuse con la sentenza del 17 dic. 1858 , per la quale il Tamburini, il Baldacelli, il Palmarini, il Menghi e l'Orazi furono condannati a 10 anni di galera, gli altri a pene minori. Una donna, la giovane Giulia Centurelli, fu assolta per l'interessamento del buon vescovo Belgrado. Tra la primavera del ' 59 e l'estate del ' 60 furono tutti graziati.
Bibl.: T. Mariotti, Jeri e oggi. Pugine autobiografiche di un soldato del Ritergimento italiano, Voghera 1885; D. Spadoni, L'A. d., in Picenum. Rivista marchigiana illustrata, 3 (1906); T. Mariotti, Aneliti di libertà nello Stato Pontificio, in Nuova Antologia, ³ᵃ serie, 149 (1910, sett.-ott.), pp. 119-32.
Alberto Maria Ghisalberti
APOSTOLATO DELLA PREGHIERA. - Associazione di carattere religioso, nella quale i fedeli partecipano all'instaurazione del regno del Sacro Cuor