volume-01

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l Ritergimento italiano, Voghera 1885; D. Spadoni, L'A. d., in Picenum. Rivista marchigiana illustrata, 3 (1906); T. Mariotti, Aneliti di libertà nello Stato Pontificio, in Nuova Antologia, ³ᵃ serie, 149 (1910, sett.-ott.), pp. 119-32.

Alberto Maria Ghisalberti
APOSTOLATO DELLA PREGHIERA. - Associazione di carattere religioso, nella quale i fedeli partecipano all'instaurazione del regno del Sacro Cuore mediante i meriti delle loro azioni, offerte quotidianamente.

Ne fu ideatore e fondatore il gesuita Xavier Gautrelet, il quale nel dic. 1844 invitò i giovani studenti religiosi a lui affidati nel collegio di Vals-les-Bains (Francia), ad unirsi in lega di preghiera per la salvezza delle anime. L'idea si diffuse presto fuori della casa religiosa di Vals; nel 1846 il p. Gautrelet la espese in un opuscolo di propaganda, che fu accolto dai vescovi con entusiasmo; nel 1849 l'A. d. p. fu arricchito da Pio IX di indulgenze e da allora incomincia quella rapida e grandiosa diffusione in tutto il mondo, che

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oggi fa ascendere gli associati a oltre 35 milioni, di stribuiti in ca. 135.000 centri. Il potente organizzatore dell'opera fu il gesuita Henri Ramière, che nel 1860 ne divenne il direttore generale e nel 1861 fondava il Messager du Sacré-Coeur, organo ufficiale dell'associazione; per suo desiderio furono assorbite nell'A. d. p. (detro anche Plo Lega del Sacro Cuore) due altre associazioni simili : La pia società dell'Apostolato Cattolica fondata a Roma dal ven. Vincenzo Pallotti (1795-1850) e l'Orbe santificato fondato in Piemonte verso il 1840 dal p. Francesco Pellico, fratello di Silvio.

L'A. d. p. è la fioritura della dottrina del Corpo Mistico. 'T'utti gli uomini sono responsabili della salvezza del mondo, tutti debbono parteciparvi in unione col Capo. La loro vita intera dev'essere consacrata al riscatto dell'umanità in ispirito di zelo e di preghiera. Uniti al Cuore di Gesù, in omaggio al quale vogliono riparare i peccati del mondo, gli uomini sono anche uniti e solidali tra di loro. La forza dell'offerta quotidiana consiste appunto nel formare di tutte le volontà cristiane un fascio serrato, sotto la direzione del Sommo Pontefice. Molte e molte anime, santificate da questa dottrina, hanno permeata la loro vita di fervore e hanno accettate le prove per salvare l'umanità. Qui sta il rimedio più efficace contro il materialismo moderno che falsa le coscienze e le attacca alla terra.

Ogni anno vengono proposte agli associati dodici intenzioni generali e altrettante intenzioni missionarie, raccomandate dal Papa. Le pratiche richieste secondo i tre gradi, in ordine crescente, sono : per il 1^{°} grado, sufficente per appartenere all'A. d. p., l'offerta quotidiana; per il 2^{°} si aggiunge una decina del Rosario al giorno al Cuore Immacolato di Maria; per il 3^{°}, si aggiunge ancora la comunione riparatrice almeno una volta al mese. L'Opera ha diffuso nel mondo la devozione al Sacro Cuore, al Cuore Immacolato di Maria, la comunione riparatrice, la consacrazione personale e delle famiglie, la pratica dell'Ora Santa, e in generale la devozione all'Eucaristia. E ha sviluppato anche l'amore verso il Sommo Pontefice, per cui vengono celebrate molte e molte Messe ad ogni ora del giorno e in tutte le parti del mondo.

L'A. d. p. dirige le opere seguenti: l'Opera della contacrazione delle famiglie, le Leghe del Sacro Cuore (che fanno praticare la comunione mensile agli adulti), la Crociata eucaristica dei fanciulli, i Cadetti e le Cadette del Sacro Cuore, la Lega pro ciero. Nel 1939 l'Opera pubblicava più di 60 differenti edizioni del Messager du SacréCoeur, in più di 40 lingue diverse (la guerra ultima ne ha fatto sospendere una diecina; ma stanno riprendendosi). Ha pure 36 edizioni di foglietti mensili, 51 riviste della Crociata eucaristica, e un grande numero di altri periodici per i dirigenti e i membri delle varie sezioni.

Gli associati dell'A. d. p. partecipano di tutti i meriti di più che 8 io comunirà religiose; tutti i Papi, da Pio IX in poi, e moltissimi arcivescovi e vescovi l'hanno approvato e raccomandato. Pio XI diceva che dovrebbero farne parte tutti i cattolici del mondo e S. S. Pio XII: «... di nuovo molto volentieri dichiariamo che sarebbe per Nui cosa gratissima se tutti senza eccezione i fedeli dessero il loro nome a questa sacra milizia superando così di gran lunga i quasi 35 milioni di ascittt... Nè ciò può far nascere in alcuno il sospetto di una quasi irruzione dell'A. d. p. in campo altrui». (AAS., 40 [1948], p. 501).

La direzione è affidata dalla Santa Sede alla Compagnia di Gesù; il direttore generale delegato dal 1927 risiede a Roma presso la curia generalizia dei Gesuiti; prima era a Tolosa. Vi sono poi segretari nazionali e direttori diocesani; i direttori locali presiedono i centri e si fanno coadiuvare da gruppi di zelatori e zelatrici. Ciascun associato riceve ogni mese una pagella con lo svolgimento delle intenzioni pro-
poste dal Sommo Pontefice; le adunanze mensili, o anche più frequenti, tengono viva l'attività dell'associazione, che ha avuto ed ha un influsso notevole nella vita spirituale della Chiesa.

Sob..: H. Ramière-C. Parra. L'Apostolot de la prière en union avec le Coeur de Jésus, ⁹ᵃ ed.. Tolosa 1933; C. Parra. s. v. in DSp., I, coll. 770-72. Gerardo Tremblay

APOSTOLATO DEL MARE. - Complesso di iniziative cattoliche per l'assistenza religiosa, morale e sociale dei marittimi nel mondo intiero. La natura, il fine e l'organizzazione di questa opéra risulta dalla speciale condizione della gente di mare, che per l'eccezionale indole del suo lavoro è spesso per lunghi periodi lontana dalle pratiche della vita cristiana, dal focolare domestico e dalle gioie della vita civile, rimanendo abbandonata a sè ed esposta a molti pericoli. Si calcolano a ca. 800.000 i marittimi cattolici, vale a dire più della metà della gente di mare, cui si debbono aggiungere gli impiegati ed impiegate di bordo ed altre categorie di naviganti, i pescatori, il personale per i fari.

1. Storia. - Prima della «Riforma» del sec. xvı, ai marinai dei paesi costieri d'Europa, che fornivano al mondo la maggior parte dei suoi navigatori, l'assistenza religiosa e professionale veniva garantita con ogni genere di confraternite ed associazioni. In seguito alla rivoluzione industriale del sec. xix e all'impulso ricevuto dal commercio per via di mare, un maggior numero di uomini fu impegnato in tale professione. Sorsero allora, per iniziativa inglese, svedese, norvegese e americana in particolare, molte associazioni filantropiche protestanti per la loro assistenza, le quali fondarono circoli ed assegnarono cappellani nei vari porti, non esclusi quelli di paesi prevalentemente cattolici, come il Belgio, la Francia, il Portogallo, l'Italia, l'Irlanda e la Spagna.

Da parte cattolica i primi tentativi per assistere i marinai compagni di fede furono fatti verso la fine del sec. xix, principalmente per merito della Società di S. Vincenzo de' Pauli e dei padri Gesuiti, i quali in seno all'Apostolato della preghiera stabilirono una sezione particolare per i marinai chiamata A. d. m. I primi inizi dell'attuale movimento internazionale furono a Glasgow, quando nel 1920, in una riunione di zelatori, Peter Anson, un convertito dall'anglicanesimo, avanzò l'idea che a fianco dell'azione religiosa s'iniziasse un lavoro d'assistenza morale e sociale dei marittimi, idea che fu concretata in statuti, presentati nel 1922 dall'Arcivescovo di Glasgow, mons. Mackintosh, Presidente dell' "Apostleship of the sec", al papa Pio XI e da questo approvati. In quell'anno esistevano nel mondo non più di dodici centri di assistenza dei marittimi, dislocati in sei paesi, e non collegati fra di loro. Il Papa approvando l'A. d. m. gli diede la consegna di estendersi sempre più nelle zone marittime dei due emisferi. Gradualmente, con l'aiuto degli stessi marinai, l'A. d. m. fu conosciuto nei vari porti e si formarono parecchi comitati per l'assistenza. Nel 1924 i Cappuccini di Rotterdam, pubblicavano il primo giornale per i marittimi, il Recht door Zee, che, grazie ai suoi articoli redatti in varie lingue, divenne il mezzo principale per la propaganda internazionale. Più tardi, sulla guida di tale pubblicazione, vedeva la luce l'Apostolatus Maria Magazine. Tutti i centri, vecchi e nuovi, aderirono al Consiglio di Glasgow, il quale, cosi rafforzato, tenne nel 1927 a Port-en-Bessin (Normandia) il primo Congresso internazionale dell'A. d. m.

Nel secondo Congresso internazionale di Londra tenuto nel 1931 sotto la presidenza del cardinale Bourne, venne costituito l'A.M.I.C. (Apostolatus Maria internationale Concilium). Questo Consiglio internazionale costituito dai rappresentanti delle varie nazioni e di tutte le organizzazioni che entro la Chiesa cattolica si prendono cura del bene spirituale, morale e sociale dei marittimi, con sede, segretariato e periodico trimestrale (Quarterly), in Londra, divenne il Centro di collegamento e di direzione dell'Opera.

Nei Congressi susseguitisì fino allo scoppio della guerra, ad Amburgo (1934), Sables d'Olonne (1936), Anversa

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(1937), Glasgow (1938), fu precisato il testo definitivo delle costituzioni dell'A.M.I.C., venne chiarita l'autonomia per ogni unità dell'A. d. m., posta sotto il controllo diocesano, nel collegamento e nella cooperazione internazionale; si crearono delle direttive per un'azione cattolica fra i marittimi; si risolse il problema della collaborazione femminile nei ritrovi dell'A. d. m., ammettendola di comune accordo come essenziale; si costituì una confraternita di marittimi sotto la protezione della Stella Maris.

Oltre a queste direttive comuni internazionali, i vari paesi hanno dato all'A.d.m. una loro caratteristica nazionale. La Francia ha sviluppato un organizzatissimo apostolato tra i pescatori e tra i marinai della marina mercantile e militare sulle basi dell'Azione cattolica. Nella Spagna si è dato un particolare sviluppo ai ritiri spirituali per i marinai e ai corsi di dottrina cristiana. In Olanda si sono curati i Circoli familiari. In Italia si è costituito uno speciale servizio d'assistenza per le donne che lavorano sulle grandi linee per passeggeri, metodo che fu adottato anche da altri paesi. Nei paesi anglosassoni, Stati Uniti, Canada, Inghilterra, Australia e Nuova Zelanda, si sono stabiliti circoli con perfetta attrezzatura assistenziale. In Belgio funzionano numerose biblioteche che forniscono le navi partenti di libri, che vengono cambiati al ritorno. In Germania si era dato impulso all'istruzione religiosa e liturgica.

I circoli dell'A.d.m. completamente attrezzati sono oggi (1948) una settantina (non essendo ancora stati ricostituiti quelli tedeschi ed alcuni francesi distrutti nella guerra) e si trovano in Argentina, Australia, Belgio, Canadà, Francia, India, Inghilterra, Italia, Irlanda, Nuova Zelanda, Portogallo, Olanda, Spagna, Stati Uniti, Sudafrica, Uruguay e Indie Occidentali. I centri di servizio dell'A. d. m. con promotori laici e cappellani, sono attualmente z6o ed esplicano la loro azione oltre che nei centri suindicati, in varie località di missione, tra cui l'Africa e la Scandinavia; sono in rapido aumento e si trasformano appena possono in circoli. Una schiera di sacerdoti si dedica al lavoro nei maggiori porti dei vari paesi. Trecento altri sacerdoti vi collaborano attivamente in qualità di cappellani onorari, insieme con parecchie migliaia di cooperatori laici. Dopo la guerra l'A. d. m. ha ricevuto nuovo impulso da S. S. Pio XII, che ha posto l'opera sotto la direzione suprema della S. Congregazione concistoriale. Il mondo marittimo ha cosi oggi il suo centro in Roma.
II. L'A. d. m. in Italia. - In Italia l'A. d. m. ha avuto inizio a Genova nel 1925 per cura del padre Lucchetti S. I., cappellano dei garaventini, coadiuvato poi dal rev. Chute e da miss Buckley. L'opera però sorse pienamente soltanto nel 1932 quando il cardinale Minuzetti affidò l'A. d. m. ad una apposita Conferenza di s. Vincenzo de' Paoli, Stella Maris, che a mezzo di cappellani e di laici assistette i marittimi in due ritrovi distinti per marinai della marina militare e mercantile in via del Molo, fondati dal conte Giuliano Gambaro.

L'opera molto fiorente cura le visite a bordo ed ai degenti negli ospedali, specie la domenica e i giorni festivi, provvede alla celebrazione della S. Messa per i marinai con adatto sermoncino, organizza trattenimenti nella sede per loro onesto svago, cura l'insegnamento catechistico, brevi ritiri spirituali, diffusione di stampa sana e cattolica, in specie del manuale del marinaio, ed anche grandi manifestazioni religiose sulle navi ed in città. La sede bella ed accogliente ha la cappella, sale di lettura, di giochi, di musica e altre sale di direzione ed uffici relativi.

Tutte le varie iniziative sono dirette dal cappellano mentre il funzionamento delle varie attività è svolto attraverso le due sezioni, anziani e giovani, della Stella Maris. La prima cura l'indirizzo, l'amministrazione e la raccolta delle quote degli associati
per il finanziamento dell'Opera; la seconda svolge l'attività di visite e trattenimenti, apostolato e tesseramento. Un comitato di dame patronesse e di soci e simpatizzanti sostiene con spontance offerte tutta l'opera.

Durante il periodo bellico l'A. d. m. di Genova ha compiuto un continuo lavoro di penetrazione capillare fra i marittimi per vincere l'assenteismo e l'indifferenza religiosa, ha procurato l'assistenza religiosa alle navi da guerra in porto ed a tutte le navi da carico partenti; e nel dopoguerra oltre l'attività consueta ha somministrato vitto gratuito a molti naviganti in attesa d'imbarco. Nel solo anno 1947 i marittimi tesserati furono 7300 , le presenze annue in sede 82.000 , le navi visitate 1650 , i degenti visitati ed aiutati 125 . le razioni di vitto gratuito 75.000 .

Per curare la diffusione dell'A. d. m. in Italia, che di fatto esiste e funziona con tutte le iniziative solo in Genova, e parzialmente a Savona, Venezia, Bari, Spezia, Napoli, Chioggia, esiste una Consulta nazionale alle dipendenze della S. Congregazione concistoriale che ha come presidente mons. M. Mimmi, arcivescovo di Bari, e direttore generale mons. G. Siri, arcivescovo di Genova. Di detta Consulta fanno parte quattro consulteri laici. La sede è a Genova.

Bibl: P. Anson, The Sea apostolate in Ireland, Dublino 1946; id. Apostolohip of the Sea in England and Wales, Londra 1947: Story of the Catholic Seafarers' Apostolate - Apostolatus Maris s. in Magazine, 25 (1947), n. 180; A. Gannon, Fraternité sul mare, in Ecclesia, 5 (sett. 1947, 12).

Arnaldo M. Lana
APOSTOLI. - Nel diritto processuale canonico medievale si chiamavano così le lettere che il giudice inferiore doveva trasmettere, entro un tempo determinato, al giudice d'appello, per informarlo dell'avvenuto appello e sul merito della causa (cf. c. 39 , X, II, 28; c. I, II, 12 in Clem.; ecc.). Il nome però, come l'istituto, derivava dal diritto romano: cf. D. 49 , I, I; 50, 16, 106; ecc.

Si distinguevano varie specie di a.: dimissorii, delatorii, reverentiales, refutatorii, testimoniales, convenzionales, repositorii, a seconda del diverso valore che veniva attribuito all'appello.

L'istituto, di fatto se non di nome, rimase in vigore, alquanto mitigato, fino ai tempi più recenti.

Il CIC non parla affatto di a., ma ne riporta in certo modo la sostanza nell'istituto della prosecutio appellationis (cann. 1833 sgg .), aderendo anzi alla disciplina più rigida del diritto romano, per quanto semplificata (v. APPELLO).

Agatangelo da Langasco
APOSTOLI (gr. dot{α} π dot{σ} σ τ o λ 0 ς «inviato», da dot{α} π σ τ ε dot{ε} λ λ ω ). - Titolo dei dodici collaboratori scelti da Gesù, che affidò loro il proseguimento e il completa mento della sua missione redentrice (Mt. 28, 18-20; Io. 15, 16). Cosl Gesù chiamò «i dodici» (Mc. 3, 14; Mt. 10, 1), che scelse tra un numero imprecisato di discepoli (Lc. 8, 13). I «dodici» era una denominazione fissa: Mc. 6, 7 (Lc. 9, 1); Mt. 10, 5; 20, 17; 26, 14, ecc.; Act. 6, 2; ciò è provato soprattutto da I Cor. 15, 5, dove Paolo parla delle apparizioni del Risorto ai « dodici».

Si tratta di una tradizione che viene da Gerusalemme. Il numero fisso risulta anche da Act. 1, 15 sg., ove si narra l'elezione di Mattia al posto di Giuda, e cosl "gli undici» (Mt. 28, 16; Mc. 16, 14; Lc. 24, 9. 33; Act. 1, 26) diventano di nuovo «i dodici». Non è possibile spiegare la formazione del gruppo dei dodici, con uno sviluppo storico posteriore alla vita terrestre di Gesù. Gesù stesso ha voluto «i dodici», scelti, come risulta da Mt. 19, 28 (cf. Lc. 22, 30),

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Apostoli - Cristo tra i dodici A. Sarcofago (sec. vi) - Rignieux-le-Franc.
"per sedere sopra dodici troni a giudicare le dodici tribù d'Israele" al glorioso ritorno del Figlio dell'uomo. I "dodici" parteciperanno dunque alla funzione giudiziale del "Figlio dell'uomo" su Israele, anche loro saranno, come Lui, rivelati in gloria; si può interpretare la parola greca (wplvevv) anche in senso di governo (cf. Mt. 19, 21, e Apoc. 20, 4). Questo avvenire glorioso dei "dodici " è il premio per i sacrifici che fanno ora, abbandonando tutto e seguendo Gesù (Mt. 9, 27. 29); essi che perseverano con Lui nelle tribolazioni avranno parte al suo regno e mangeranno e berranno alla sua menza (Lc. 22, 28 sg.). Giovanni vede (Apoc. 21, 14) il muro della nuova Gerusalemme "che aveva dodici fondamenti e sopra quelli erano i dodici nomi dei dodici a. dell'Agnello ". La scelta dei "dodici" ha dunque stretti rapporti con la dottrina escatologica di Gesù. Far parte dei "dodici" significa: abbandonare tutto, essere con Gesù nelle sue tribolazioni per divéntare, partecipando al suo giudizio e al suo regno, fondamento di una nuova città. Dal fatto che "i dodici" sono messi in rapporto col Figlio dell'uomo, risulta che il concetto dei "dodici" faceva parte della più antica dottrina della comunità di Gerusalemme. Non può quindi sorprendere che anche i giudeo-cristiani mettano "i dodici" in rapporto con le dodici tribù d'Israele. In un frammento del Vangelo usato presso gli Ebioniti, dice Gesù : "Voglio che voi siate i dodici a. per testimoniare su Israele" (s. Epifanio, Haer., 13, ed. K. Holl, I, Lipsia 1915, p. 350, rr. 1-2); cf. Pseudo Clemente, Recogn., I, 40; Epist. Barnabae, 8, 3 : "essendo dodici per testimoniare sulle tribù". Secondo Praxis Pauli (ed. C. Schmidt, Amburgo 1936, p. 6o, 34), "i dodici" sarebbero stati scelti dalle dodici tribù.

Gesù stesso diede il titolo di a. ai "dodici" (Lc. 6, 13; vari monoscritti in Mc. 3, 14). Naturalmente la scelta dei "dodici" non coincide con la loro missione di a.

Per la loro funzione escatologica, "i dodici" ricevono l'incarico di rendere testimonianza "sulle dodici tribù d'Israele" (Epist. Barn., 8, 3; cf. Mc. 6, 11 e Lc. 9, 5; Mt. 13, 9 e parall.). Questo primitivo concetto di a. rimane dunque legato ad Israele. L'a. è l'annunciatore del vicino regno di Dio (Mt. 10, 7; Lc. 10, 9) in Israele (Mt. 10, 5 sg.) mandato da Gesù. Partecipa alle sofferenze del Figlio dell'uomo per essere alla fine glorificato con Lui. Le privazioni che sono imposte ai "dodici" da Gesù sono la mancanza di una dimora fissa, l'abbandono della famiglia, la povertà; le loro sofferenze trovano il loro colmo nell'arresto (Mc. 6, 7; Mt. 10, 17; Lc. 9, 1 sg.) e nella morte.

E dunque ben fondata la convinzione cattolica, che l'a. sia il modello dell'asceta e del martire. Ma l'a. è anche il grande taumaturgo. Secondo Mc. 6, 7 (cf.

3, 15), "i dodici" ricevono potestà sugli spiriti immondi (Mt. 10, 1; Lc. 9, 1). La vicinanza del regno di Dio non si esprime soltanto in un annuncio, ma anche nella sconfitta delle forze demoniache nel mondo, come d'altra parte il semplice saluto di pace, dato dai "dodici" a quelli che accettano il loro annunzio, si trasforma in benedizione (Mt. 10, 13; Mc. 6, 10; Lc. 9, 4 sg.). Così, salute o rovina sono legati alla presenza dell'a. come a quella di Gesù stesso.

Lc. conosce ( 10,1-16 ) anche una missione di 70 (72) discepoli (v.); l'orazione di Gesù diretta qui ai "settanta", è in Mt. invece diretta ai "dodici" come risulta d'altronde da L c. stesso nella sua ricapitolazione (22, 35).

La posizione dei 70 ( 072 ) discepoli non è chiara; i loro nomi non sono dati; Eusebio, Hist. eciL., I, 12, 1, dice che il loro catalogo non si è conservato. In ogni modo, il nome a. non è concesso loro da Lc., benché si potesse pensare che i settanta corrispondessero ai 70 (72) popoli del mondo (Gen. 10) e che in loro la propaganda fra i Gentili fosse predisposta. I "settanta" vanno, come "i dodici", agli Ebrei, e secondo L c .22,47 (cf. Act. 1, 8) la missione fra i Gentili è affidata ai "dodici" e non ai "settanta". Più tardi Tertulliano, Adv. Marcion., IV, 24 (ed. E. Kroymann, III, Vienna-Lipsia 1906, p. 499, r. 23), li chiama "apostoli" mentre è incerto se anche Ireneo, II, 32, 4, li abbia messi fra gli a.

Il termine a. è dunque connesso coi "dodici", senza però che i due concetti coincidano completamente. L'espressione a. è più formale, mentre il concetto dei "dodici" è ricco di evocazioni.

Una nuova fase nella storia dell'a. comincia con la risurrezione di Gesù. Gli a. diventano testimoni della risurrezione di Cristo (Lc. 24, 49 e 46; I Cor. 15, 8 sg .), ma non tutti i testimoni della risurrezione diventano a., né i 500 fratelli, né le donne. Ciò è chiara prova del fatto, che il termine a. esisteva anteriormente alla risurrezione di Cristo (rimane dubbio se Giacomo, fratello di Gesù, fu collocato fra gli a.). L'a., che era una volta un nunzio fra gli Ebrei, diventa ora il missionario del mondo; la potestà sui demoni, la possibilità di sanare gli ammalati si estende su tutto l'abitato umano ("miracoli dell'a.": II Cor. 12, 12) insieme con la predicazione.

L'obbligo di rendere conto del lavoro apostolico (Mc. 6, 30; Lc. 9, 10; 10, 17) viene ora fissato per la seconda venuta di Cristo (I Cor. 4, 4; Phil. 1, 6. 10 sg.). Con l'ascensione di Gesù gli a. diventano anche i vicari di Cristo in un senso più concreto di prima (Lc. 10, 16; Mt. 10, 40; Io. 13, 20; 17, 18; cf. I Clem., cap. 42, ecc.). Perciò istituiscono i disconi (Act. 6, 1-6) ed i presbiteri (Act. 14, 23; cf. 15, 4, 6, 22 sg., ecc.). L'a. aduna accanto a sé i suoi presbiteri o vescovi (Act. 20, 17.28). Alcuni protestanti riconoscono che gli a.

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(1) I'wit. C'wum. d'Arch. Sacra)
Apostoli - Cristo tra i dodici A. Affresco (sec. iv) - Roma, Cimitero dei Giordani.
sono la fonte della gerarchia della Chiesa; ad es. W. Mundle, in Zeitschrift für neutestamentl. Wissenschaft, 27 (1928), p. 41, parla di "successione apostolica ", mentre altri (ad es. K. H. Rengstorf) la tacciono.

Luca, che pure è discepolo di Paolo, il quale non faceva parte dei "dodici ", insiste molto sull'attività di questi negli Atti degli A.Sono "i dodici» che controllano da Gerusalemme la missione cristiana. Pietro e Giovanni ispezionano la missione in Samaria ( 8,14 sg .); il movimento in Antiochia viene controllato da Barnaba, che viene da Gerusalemme (11, 22). Pietro (11, 1 sg.; 12, 17 e 15, 22) e anche Paolo ( 9,26 sg.; 11, 30; 15, 1 sg.; 18, 22; 21, 15 sg.) ritornano sempre a Gerusalemme. Questo non vuol dire che "il collegio" dei "dodici" risieda sempre a Gerusalemme, come vorrebbe K. Holl. Pietro e Giovanni svolgono la loro attività anche fuori di Gerusalemme (8, 14; 9, 32 sg.; 10, 1 sg.; 12, 17); Paolo (I Cor. 9, 5) conosce l'attività missionaria non solo di Pietro e degli altri a., ma anche dei "fratelli del Signore".

Il numero dei "dodici" non era considerato indispensabile: dopo la morte di Giacomo, fratello di Giovanni (Act. 12, 1), non fu eletto al suo posto nessun altro a. La posizione di Giacomo "fratello del Signore" non è chiara per noi. Sembra che fosse a Gerusalemme tra gli a. (Gal. 1, 19). E. Lohmeyer (Galileea und Jerusalem, Gotting1 1936) ritiene che fosse il capo di quei giudeo-cristiani che si erano recati dalla Galilea, prima o dopo la morte di Gesù, a Gerusclemme.
K. Holl, nella sua famosa prolusione Der Kirchenbegriff des Paulus in seinem Verhältnis zu dem der Urgemeinde (Sitzungsberichte d. Berliner Abademie, 1921, p. 920 sg.; Gesammelte Aufsätze zur Kirchengeschichte, II: Der Osten, Tubinga 1928, p. 44 sg.) ha mantenuto la tesi che la comunità di Gerusalemme aveva, sotto il regime dei "dodici", una gerarchia di diritto divino (p. 54) e che Gerusalemme era considerata centro della Chiesa intera
(p. 55 sg.; cf. p. 61 sg.). La sua tesi è assai oppugnata (anche da K. H. Rengstorf e W. Mundle), ed è insostenibile dal punto di vista cattolico. Forse il giudeocristianesimo in Palescina dopo la morte di Gesù si organizzò, imitando alcune forme del vecchio giudaismo (Sinedrio, emissari nella diaspora, imposte); ma il concetto evangelico dell'apostolato trascendeva questa organizzazione.

L'apostolato creato da Gesù era universale e, mediante la successione apostolica, perpetuo; nel campo della dottrina trasmetteva la dottrina del Maestro; dopo l'ascensione di Cristo, provvedeva al governo dei fedeli con prescrizioni nel campo disciplinare e dogmatico (Act. 15).

Accanto a quello dei « dodici "l'apostolato di s. Paolo appare diverso; Epifanio (Haer., I, ed. Holl, p. 232, 10 sg.) mette Paolo fuori dei "dodici" e fuori dei "settanta". In Galazia il suo diritto di nominarsi a. fu messo in dubbio, probabilmente perché la comunità cristiana di Antiochia l'aveva mandato (Act. 13, 1 sg.). Paolo replicò sottolineando che non era a. per iniziativa di uomini, ma per Gesù Cristo e Dio Padre, che l'ha risuscitato dai morti (Gal. 1, 1).

Esser mandato da Cristo era elemento fondamentale nel concetto dell'apostolato; aggiungendo "e Dio Padre ", Paolo dà al suo apostolato un colore speciale. Non può pretendere di essere stato con Gesù durante la sua vita terrestre, come è richieato per l'a. in Act. 1, 21 sg. (cf. Mc. 3, 14), ma può affermare di aver visto Gesù (I Cor. 9, 1) e di essere come gli altri testimone della sua risurrezione (I Cor. 15, 3-8). Paolo non è stato istruito da altri uomini, ma da Cristo stesso (Gal. 1, 13); né parla di Anania che l'aveva battezzato (Act. 9, 18; 22, 16), né gli Atti parlano di una istruzione da parte di Anania. I miracoli degli a. non gli mancano (Gal. 3, 5; II Cor. 12, 12; Rom.

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15, 18), né le privazioni e le sofferenze apostoliche (II Cor. 6, 3 sg.; 11, 23 sgg.), né le visioni e rivelazioni (II Cor. 12, i sg.). Paolo è dunque un a. come gli altri. Lui e Barnaba sono stati dai Tre, cioè Giacomo, Cefa e Giovanni, riconosciuti nel loro diritto di andare verso i Gentili (Gal. 2, 9), ma il testo non dice direttamente che furono riconosciuti come a., o meglio, in che senso fu interpretato il loro apostolato.

La denominazione a. fu aggiunta da Gesù al concetto dei «dodici». Gesù, parlando aramaiço, si è certamente servito di una parola aramaica. Nella Chiesa siriaca l'a. viene denominato šelibā, parola corrispondente nella letteratura rabbinica a šalīah (K. H. Rengstorf, p. 414), in aramaico šelibā (cf. a. Girolamo, In Gal. 1, 1: PL 26, 335). I rabbini mandati dalla centrale di Gerusalemme per raccogliere elemosine o per visitare la diaspora ricevono la denominazione šelübīm. Un tale emissario (šalīah) era anche Paolo, quando fu mandato a Damasco (Act. 9, i sg.); ma il missionario giudaico non porta mai questo nome (Rengstorf, p. 418 sg.).

In questo vecchio senso anche gli «a. delle chiese» che portano l'elemosina per i santi a Gerusalemme (II Cor. 8, 23), o Epafrodito che viene come "a." dei Filippesi a Paolo sono šelübīm. Difficile è in Rom. 16, 7 il titolo «a. " dato ad Andronico e Giunia. Se la parola "a." in senso religioso era connessa coi dodici, come possono questi due sconosciuti dirsi "missionari cristiani»? (Rengstorf, p. 422, 33 sg.; H. Lietzmann, An die Rümer, ⁴² ed. Tubinga 1933, p. 24). Sembra che anche qui ricorra il senso giudaico di šelübīm "emissari", come per i due (Timoteo ed Erasto) in Act. 19, 22.

L'affermazione, che "a." sia stato un nome per designare il "missionario" (così A. Wikenhauser, in Reallexikon für Antike und Christentum, I, Lipsis 1942, p. 554) non sembra fondata. La parola "a." come tra-
duzione di šalīah "emissario" si trova anche in testi giudaici (da Wikenhauser ciò è a torto negato, loc. cit., p. 555): cf. CIL, IX, 648, 6220 (J. B. Frey, Corpus inscriptionum judaicarum, I, Roma 1936, p. 438 sg., n. 611 [Venosa]). L'iscrizione parla di «duo apostoli et duo rebbites». Il Codice Teodosiano menziona in una legge del 399 (in XVI, 8, 14) funzionari, "quos ipsi apostolos vocant, qui ad exigendum aurum atque argentum a patriarcha certo tempore diriguntur». Eusebio, Comm. in Is., 18, i: PG 24, 213 sg., conosce a. giudaici che portano lettere encicliche delle loro autorità, anche per combattere la missione cristiana. La notizia di Eusebio è confermata da Epifanio, Haer., 30, 4, 2, ed. K. Holl, CB, XXV, p. 338, 21 sg. (cf. 4, 11), che li mette in stretti rapporti col patriarca giudaico (cf. s. Girolamo, In Gal., 1, 1: PL 26, 335). J. B. Frey trova difficile ammettere tale interpretazione per l'iscrizione di Venosa (loc. cit., pp. cx e 439), ma non pare plausibile il suo scetticismo (la data: ix sec., di Lietzmann, non sembra fondara).

Per le leggende e gli apocrifi: v. le voci dei singoli a.; per i nomi degli a., v. catalogo degli a.

BibL.: W. Seufert, Der Ursprung und die Bedentung des Apostolats in der christlichen Kirche, Leida 1887; P. Batiffol, L'Apostolat. in Revue Biblique, nuova serie, 3 (1906), p. 320 sgg.; R. Schütz, Apostol und Jünger. Giessen 1921; F. Haase, Apostol und Evangelisten in den oriental. Überlieferungen, Monaco 1922; A. Haenack, Die Mission und Ausbreitung des Christentums in den ersten drei Jahrhunderten, I, ⁴² ed., Lipsia 1923; I. Wagenmann, Die Stellung des Apostols Paulus neben den Zusä̈ßer in den ersten zwei Jahrhunderten, Giessen 1926; R. Harris, The twelve Apostles, Cambridge 1927; A. Medehiello, s. v. in DBs. I, vol. 233 sgg.; K. H. Rengstorf, in Theologischen Wörterbuch zum Neuen Testament, I, Stoccarda 1932, pp. 406 sgg.; K. Lake, The beginnings of Christianity, parte ir, V Londra 1933, pp. 37 sgg.; G. Sass, Apostolami und Kirche. Eine theolog.-exegel. Untersuchung des paulinischen Apostelbegriffes, Monaco 1939; M. Goguel, Résurrection et apostolat, in Rev. d'Hist. des Rel., 123 (1941), p. 27 sg. - Sull'a, nel giudaismo: S. Krauss, Die jüdischen Apostel, in Teis. Quart. Rev., 17 (1905), p. 370 sg.; J. Juster, Les Juifs dans l'Empire romain, Parigi 1914, I, p. 385 sg.; II, p. 287 sg.; H. Vogelstein, The development of the apostolate in Judaism and its transformation in Christianity, in Hebreu Un. College Annual, 2 (1925), pp. 99 sgg.; H. L. Strack-P.
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Apostoli - Cristo tra i dodici A. Musaiço (2a metà sec. iv) - Milano, S. Lorenzo.

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Billerbeck, Kommentar zum N. T. unt Talmud und Midrasch, III, Monaco 1926, p. 2 se. - Per le narrazioni apocrife e per le leggende riguardanti gli a.: R. A. Lipsius, Die apokryphen Apostelgeschichten und Apostellegenden, 3 voll., Braunschweiz 1883-90; R. A. Lipsius-M. Bonnet, Acta Apostolorum apocrypha, Lipsia, I (1896) e II (in due parti, 1893 e 1903); Th. Schermann, Pro-pleten- und Apostellegenden (Texte u. Unters., 31, III), Lipsia 1907.

Erik Petersen
Missione, prerogative, poteri degli a. - L'elezione e la missione immediata da parte di Gesù rappresenta il requisito primo e fondamentale per la qualifica di a. Giò è chiaramente dimostrato da molti testi della S. Scrittura: così in Mc. 3, 13-14 è detto che G.sù "salito su un monte chiamò a sé cuel che volle... e ne scelse dodici per averli con sé e mandarli a predicare»; in Io. 17, 18, il Signore rivolto al Padre dice: "Come tu hai mandato me nel mondo, cosi io li ho mandati nel mondo"; lo stesso in Io. 20, 21, dove Gesù dice agli a.: "Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».

Si discute, tuttavia, se oltre tale missione immediata, altre condizioni siano richieste per l'apostolato; ed in particolare se sia necessario che l'a. abbia "visto il Signore". Tale requisito sembra esigello il testo già riferito di Mc. 3, 13-14: "ne scelse dodici per averli con sé"; sembra inoltre supporlo s. Pietro, quando, trattandosi di dare un successore a Giuda, suggeriva ch'esso venisse scelto fra quanti "sono stati uniti con noi per tutto quel tempo in cui fece la sua dimora tra noi il Signore Gesù, cominciando dal Battesimo di Giovanni sino al giorno in cui fu assunto da mezzo a noi, perché sia costituito testimone con noi della risurrezione di lui" (Act. 1, 21-22); a tale requisito appunto sembra alludere s. Paolo quando scrive: "Non sono io a.? Non ho veduto Gesù Cristo signor nostro?" (I Cor. 9, 1).

Nonostante tale discussione, però, molti autori si orientano nel senso che l'elezione e la missione immediata costituisca non solo il requisito fondamentale ma anche unico per l'apostolato. Rivendicano quindi questo requisito sia a Matta (Act. 1, 25-26); sia a Paolo (Act. 9, 15; 22-15); sia a Barnaba (Act. 13, 2-4).

Tale missione degli a. è rivolta ad un duplice ufficio: uno straordinario, che doveva cioè cessare con gli stessi a., e che consiste nel continuare l'opera di Gesù nel porre, secondo il piano divino, le fondamenta della Chiesa, sopra l'unica pietra angolare, Cristo Gesù; l'altro ordinario, che doveva cioè trasmettersi ai successori degli a., e che consiste nell'essere l'autorità gerarchica nella Chiesa già fondata.

Illustrano la missione dei fondatori della Chiesa, tra gli altri, i seguenti testi della S. Scrittura: Mt. 16, 18: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa"; Eph. 2, 20: "Voi siete... edificati sopra il fondamento degli a.... essendo pietra maestra, angolare lo stesso Cristo Gesù"; Apoc. 21, 14, dove l'a. Giovanni, descrivendo la "nuova Gerusalemme" dice: "Il muro della città aveva dodici fondamenta, ed in essi i dodici nomi dei dodici a. dell'Agnello ".

Riguardano invece la funzione di autorità gerarchica nella Chiesa, le parole rivolte da Gesù agli a.: "Tutto quello che legherele sulla terra, sarà legato anche nel cielo: e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto anche nel cielo" (Mt. 18, 18); tale funzione è inoltre indicata nelle parole che Gesù disse a Pietro, e, in unione e sotto la dipendenza di Pietro, a tutti gli a., di pascere cioè i suoi agnelli e le sue pecorelle (Io. 21, 15-17).

Connesse con l'ufficio di fondatori della Chiesa, sono le prerogative degli a., e cioè quei doni straordinari dei quali il Signore volle personalmente arricchiti gli a., perché fossero atti a compiere la grande missione che veniva loro affidata. Nella comune sentenza dei teologi, tali prerogative sono: la confermazione in grazia, per cui, dopo la discesa dello Spirito Santo, gli a. praticamente non potevano più commettere né alcun peccato grave, né alcun peccato veniale
del tutto deliberato; l'infallibilità personale, per cui, nella sua predicazione e nel suo insegnamento ciascun a. era immune da crrore sia riguardo la dottrina da credere, sia riguardo le norme di vita morale da seguire; la giurisdizione universale con pienezza di poteri, per cui ogni a., senza pregiudizio del primato di Pietro, poteva dovunque fondare delle chiese, creare dei vescovi ed organizzare con piena autorità la vita religiosa. Se anche il carisma dell'ispirazione biblica sia da considerarsi come prerogativa dell'a., è incerto: lo affermano alcuni, ad es. U. Ubaldi, P. Schanz, J. M. Lagrange; lo negano i più, come I. B. Franzelin, F. Leitner, Ae. Dorsch, H. Hurter, C. Pesch, G. M. Perrella.

Sono in rapporto con l'ufficio ordinario di autorità gerarchica della Chiesa, i poteri degli a., e cioè quelle facoltà che essi ricevettero come pastori dei fedeli, e che trasmisero ai vescovi che ordinarono. Essi riguardano la potestà: di insegnare (Mt. 28, 18. 20); di governare (Mt. 18, 17-18); di santificare specialmente con l'amministrazione dei Sacramenti (Mt. 28, 19; Lc. 22, 19; Io. 20, 21-23).

Come gli a. abbiano adempito la missione alla quale erano stati destinati, usando le proprie prerogative ed esercitando i poteri dati loro dal Signore, è messo in luce sia dagli Atti, sia dalle Lettere, sia dalla storia della Chiesa primitiva.

Per gli a. ed il deposito della Rivelazione, v. DOGma, evoluzione del.

BibL.: C. Pesch. De inspiratione Sacrae Scripturae, Friburgo in Br. 1906, pp. 611-36; Ae. Dorsch. Institutiones theologiae fundamentalis, II. Innsbruck 1914, pp. 52-79; H. Dieckmann, De Ecclesia, I. Friburgo in Br. 1945, pp. 197-271; J. Baincel, Apôtres, in DThC, I, coll. 1647-69; G. M. Perrella, De apostolico et prophetico munere ut inspirationis et canoniciatis criterio, in Divas Thomas, Piacenza, 32 (1931), pp. 49-61; 145176; G. De Rosa, De Apostolatio qua canoniciatis et inspirationis criterio animadversiones, ibid., 44 (1941), pp. 53-64.

Francesco Carpino
Gli a. nella letteratura popolare. - Nella tradizione dei volghi corre tuttora una serie di brevi leggende, in prosa ed in una forma non fissa, fiorite intorno alle figure degli a., presentati, di regola, come gruppo indistinto che accompagna il Divin Maestro. Alcune riguardano in particolare l'a. Pietro ed anche la madre di s. Pietro. In questa specie di frammentario vangelo apocrifo popolare, trasmesso oralmente, i vari personaggi sono talvolta completamente travisati, e gli episodi acquistano un carattere quasi fiabesco. Vi s'introducono persino elementi di una rozza e ingenua comicità. La figura di questo o quest'altro a. compare anche in brevi canzoni lirico-narrative, che svolgono motivi leggendari intorno alla Sacra Famiglia.

Paolo Toschi
Gli a. nell'iconografia. - La loro rappresentazione è uno dei temi prediletti già dell'arte paleocristiana, non solo come accessori insignificanti dei fatti di Gesù, ma anche come attori e figure principali. In questo caso essi compaiono o individualmente o in gruppo. Rimandiamo altrove la figurazione di singoli a. individuabili.

Gli a. sono rappresentati collegialmente spesso dall'inizio del sec. iv in poi. Gesù è sempre fra loro, talora in simbolo (croce, agnello), ordinariamente reale, o in cattedra o sul sacro monte, in atto di istruirli o di inviarli ad evangelizzare il mondo (traditio legis, traditio clavium), o nel gesto solenne della Moisitas. Perciò si trovano indifferentemente turii seduti in cerchio (arte catacombale), ovvero ritti sopra una linea (fronti di sarcofagi) e sogliono tenere in mano il volumen. Più rare sono disposizioni straordinarie do-

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vute alla natura del campo, ad es. gli a. disposti in cerchio attorno al busto di Gesù (su fondo di bicchiere), ovvero la figurazione simbolica per mezzo di dodici agnelli, colombe e fin dodici astri talora congiunti con la rappresentazione reale delle persone. Una singularità spiccata è data dalle pitture dell'ipogeo degli Aureli (Roma), sia per l'età notevolmente anteriore al iv sec., sia perché gli a. vi sarebbero rappresentati senza Gesù, tanto in collegio come a singoli individui.

Gli a. come gli altri personaggi biblici sono tutti ugualmente presentati in tunica e pallio, quasi sempre sbarbati, senza alcun elemento fisionomico caratteristico, eccetto che per Pietro e Paolo i due capifila, dal iv sec. e non molto dopo Andrea (i capelli arruffati). Quando si vollero distinguere si scrisse semplicemente su ciascuno il suo nome. Allora appare che nei dodici si suole mettere Paolo al posto di Mattia; però talora essi comprendono anche i due evangelisti Marco e Luca sostituiti a Taddeo e un Giacomo. Questa lista che si trova già in un sarcofago di Arles e poi nel mausoleo di Teodorico a Ravenna divenne poi stereotipa nell'arte greca medievale, mentre in Occidente si adoperò l'altra lista, che era quella del Communiontets nel Canone della Messa.

Col progredire del medioevo si temi antichi già accennati si vengono ad aggiungere quelli dell'Ascensione, della Pentecoste, dell'ultima Cena, della dormitio Virginis e più tardi quello del giudizio finale e della separazione degli a. o divisione del mondo, e tali restano anche quelli noti all'arte del rinascimento. Singolare del tutto e molto usata oltr'Alpe è la rappresentazione dei dodici articoli del simbolo per mezzo dei dodici a., spesso accoppiati ai dodici profeti. I posti preferiti per il Collegio Apostolico sono quelli arcuati o concavi, come le absidi e le cupole; in modo particolare i grandi portali delle chiese romaniche e gotiche.

Durante il medioevo si vanno anche formando lentamente (con influssi degli Atti apocrifi) le caratteristiche personali di ciascuno dei dodici, cosi che intorno al sec. x in Oriente, e nel xiv in Occidente ognuno è ormai riconoscibile nella serie. La principale differenza si ha nella figura giovanile che l'Occidente dà a s. Giovanni, mentre l'Oriente vede in lui il Grande Vecchio dell'Apocalisse.

Bibl.: G. A. Martigny, Apôtres, in Diction. des Antiquités chretienne, ³² ed., Parigi 1890, pp. 52-54; F. H. Krüll, Apostel,
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(fol. Ailmari)
Apostoli - La navicella di s. Pietro shatsuta dalla tempesta. Affresco di Andrea Bonaiuri (sec. xiv).
Firenze, S. Maria Novella, Cappellone degli Spagnoli.
ritto ecclesiastico; fu pubblicato da L. Guerrier: PO 9, 3. Il papiro copto fu scritto verso il 400 d. C. I frammenti della traduzione latina (cod. Vindob. ib, olim Bobiensis) sono, secondo Bick, del sec. v (cf. Sitzungsberichte d. Wiener Akademie, CLIX, 7), secondo E. Hauler (Wiener Studien ecc., 30 [1908], p. 308 sg.) del sec. vi, e sono trasmessi insieme all'Apocalisse di Tommaso.

La prima parte (l'Epistola) contiene al cap. 2 un'interessante lista dei nomi degli apostoli (cf. K. Lake, in Harvard Theol. Review, 14 [1925], p. 95), al cap. 4 una citazione dell'apocrifo Vangelo di Tommaso (o Ps.-Matteo, cf. C. Schmidt, p. 226 sg .), menziona al cap. 7 Cerinto e Simon Mago, senza però fare chiari accenni alle loro ercsie; i capp. 9 e segg. contengono un racconto apocrifo della risurrezione di Cristo (cf. A. Harnack, in Theologische Studien für Bernhard Weiss, Gottinga 1897, p. 5 sgg.; A. Baumstark, Hippolytus und die ausserhamonische Evangelienquelle des äthiopischen Galiläa-Testaments, in Zeitschrift für neutestamentl. Wissenschaft, 15 [1914], pp. 332-35). Nel cap. 11 c'è probabilmente una citazione dal Vangelo degli Ebrei.

Nella seconda parte, il cap. 13 racconta la discesa di Cristo dai cieli in forma di angelo. Durante il suo soggiorno in terra gli arcangeli servono invece di lui all'altare del Padre. Il tema dell'assimilazione di Cristo agli angeli è di origine gnostica (cf. Jos. Barbel, Christus Angelos, Bonn 1941, p. 236 sgg.), ma fu introdotto da Origene nella teologia della Chiesa. Era Cristo che, secondo il cap. 14 appariva a Maria sotto la forma di Gabriele. Il cap. 15 racconta

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come un apostolo è liberato dalle carceri per mezzo di Gabriele - questa volta distinto da Cristo - per poter assistere alla commemorazione della morte di Gesù. Si tratta probabilmente del racconto di Act. 12, 2 sgg., ma così modificato, che sembra doversi supporre un apocrifo (diversamente Schmidt, p. 247), forse i vecchi Atti di Pietro. Il cap. 17 reca: il Padre (?) ritornerà dopo 120 anni. L. Gry ha provato (Revue Biblique, 49 [1940], p. 86 sg.) che l'indicazione "fra Pasqua e Pentecoste", come la data " 120 anni", vengono da fonti giudacine. Una datazione giudicica della fine del mondo è adottata per datare il ritorno di Gesù; ma per una fissazione cronologica dell'Epistola ciò non dà nessun contributo. Le varie domande dei discepoli, che seguono, sono di minore interesse: traspare la mentalità del cristianesimo egiziano, come prova anche una frase liturgica (cap. 21) che si trova nella liturgia di s. Marco. Questi capitoli riferisce un'epoca più recente; ad es., gli Apostoli, e non Anania, battezzano Paolo dopo la sua conversione (cap. 31) : difficoltà giuridica (Anania non aveva il diritto di battezzare) che è espressa in Cantil. apost., VIII, 46, 17 (ed. F. X. Funk, Didastalia et Const. apost., I, Paderborn 1905, p. 562 , r. 21 sgg.).

Si trova dunque materiale antico nella prima parte, mentre la seconda è più recente. La prima parte deve risalire a prima del sec. v, in quanto si tratta soltanto di citazione; l'intero scritto è compilazione molto più recente. La fisionomia letteraria del compilatore non è riconoscibile.

Boc.: C. Schmidt, Gespräche Jesu mit seinen Jüngern nach der Auferstehung (Texte u. Untersuchungen zur Geschichte der altchristlichen Literatur, 3^{°} serie, 13), Lipsia 1919: cf. la recensione di G. Bardy a Gespräche Jesu mit seinen Jüngern nach der Auferstehung (di P. Lacau, C. Schmidt, J. Wainberg, Lipsia 1919) in Revue Biblique, 30 (1921), pp. 110-34; E. Amann, Le Lettre des Apôtres, in DBs, 1. coll. 523-25. Trad. tedesca di H. Duensing, Epistola apostolorum (Kleine Texte für Vorlesungen und Übungen, 62), Bonn 1925. L'ipotesi di J. de Zwaan (in Amicitiae Coralia for Reudel Harris, ed. H. G. Wood, Londra 1933, p. 344 sg.), che il zirisco sarebbe la lingua originale, è priva di fondamento.

APOSTOLI, ATTI DEGLI : v. ATTI DEGLI APOSTOLI. APOSTOLI, COSTITUZIONE DEGLI: v. COSTITUZIONI APOSTOLICHE.

APOSTOLI, DOTTRINA DEI DODICI: v. DIDACHÉ. APOSTOLI, SIMBOLO DEGLI: v. SIMBOLO DEGLI APOSTOLI.

APOSTOLICAE GURAE: v. ORDINAZIONI ANGLICANE.

APOSTOLICAE SEDIS. - Sono le prime parole della celebre costituzione promulgata da Pio IX il 12 ott. 1869 allo scopo di riordinare, adattandola ai tempi, la delicata materia delle censure latae sententiae (v. censura).

In considerazione del gran numero di sanzioni di questo genere accumulatosi attraverso le successive statuizioni dei suoi predecessori, e dati i dubbi che potevano sorgere relativamente a talune di esse, saggiamente il Pontefice volle che una sola legge di carattere universale ed esclusivo determinasse per l'avvenire quali delitti dovessero intendersi puniti con censure ipso facta incurrendae. Ne risultò un piccolo codice penale, che prevedeva 38 ipotesi di scomunica (dodici delle quali riservate speciali modo al Romano Pontefice, diciotto riservate simpliciter alle stesso, tre riservate all'ordinario e cinque non riservate ad alcuno), 7 casi di sospensione e 2 di interdetto.

La costituzione A . S., sulla quale si esercitò l'ingegno di numerosi commentatori, rimase in vigore fino alla promulgazione del CIC, che nel libro quinto, De delictis et poenis, ne assorbì per la maggior parte il contenuto.

Boc.: G. Formisano, Commentario sulla costituzione A. S., ⁶² ed., Napoli 1876; J. Pennacchi-P. Avanzini, Commentaria in constitutionem A.S., 2 voll. Roma 1883; J. Bucceroni, Commentarii de constitutionibus Pii IX · A. S. · et Benedicti XIV - Sacramentum Poenitentiae, 3^{°} ed., ivi 1890; J. D'Annibale, In constitutionem A. S. commentarii, 4^{°} ed., a cura di G. Polidori, Prato 1894 .

Perruccio Liuzzi
APOSTOLICI. - 1. Seguaci di un movimento
ereticale, che voleva ristabilire una rigorosa vita ascetica sull'esempio degli apostoli. La prima notizia è fornita da s. Epifanio, che ne tracciò un breve profilo nel suo Panarion; sulle sue tracce scrissero s. Agostino, s. Isidoro di Siviglia, s. Giovanni Damasceno e Rabano Mauro.

La loro origine, per quanto oscura e incerta, sembra possa ricollegarsi agli encratiti, coi quali gli a. avevano parecchie dottrine in comune. Professavano un'assoluta povertà e condensavano il matrimonio come impuro; o1 astenevano dalle carni e dal vino fino a non volerne usare nella Messa, e non ammettevano alla comunione ecclesiastica coloro che, anche una sola volta, erano caduti in qualcuno dei tre peccati canonici. Erano diffusi specialmente nella Frigia, nella Cilicia e nella Pontifila. A sostegno delle loro teorie, oltre ai Vangeli canonici, usavano specialmente gli Atti apocrifi di Andrea e di Tommaso.

Boc.: Epifanio, Panarion, 61: PG 41, 1040; Agostino, De Inerestibus, 40: PL 42, 32; Isidoro, Etymologiorum, VIII, 5: PL 82, 299; Giovanni Damasceno, De inerestibus, 61: PG 94, 713; Rabano Mauro, De cletivorum institutione, II, 58: PL 107, 273: M. Bodei, s. v. in DHG, III, col. 1037.
2. Una seconda setta portò questo nome nel sec. XII. I suoi aderenti non sono da confondersi coi seguaci di Gerardo Segarelli e di fra' Dolcino, coi quali ebbero in comune soltanto l'aspirazione di restaurare la vita degli apostoli, vivendo in povertà assoluta e in perfetta continenza. Le condizioni in cui si era venuta a trovare la Chiesa in Occidente alla fine del sec. XI, per lo stato deplorevole del dico ricco e rilassato e per le conseguenze della lotta contro lo investiture, favorirono il movimento e lo sviluppo di una vita apostolica povera, modellata su quella degli apostoli, secondo le norme del Vangelo.

Sorsero così due movimenti indipendenti : uno cattolico, sotto la vigilanza e l'ubbidienza della Chiesa, per opera di predicatori ambulanti, quali Roberto d'Arbrissel, Bernardo di Tiron, Norberto di Xanten ed altri, che fu di vero aiuto alla riforma della vita cristiana; l'altro estraneo, anzi contrario alla legittima autorità della Chiesa ed eretico.

Le origini di questo secondo movimento sono abbastanza oscure. Promucono probabilmente da un movimento ereticale che, verso il Mille, dall'Oriente giunse in Italia e da questa in Francia, e che i contemporanei designano col nome di neomanicheismo. Durante il sec. XI, un tal movimento si diffuse in vari centri della Francia meridionale e settentrionale, specialmente nella regione di Châlons-surMarne, e di là passò nelle Fiandre e nella Renania, particolarmente a Colonia e Bonn, dove agli inizi del sec. XII appare con idee spiccate di vita a. e povertà evangelica.

Le caratteristiche comuni a tutti questi eretici, oltre alla vantata vita a., si possono così riassumere: vita austera in preghiera e in digiuno; lavoro per pro. cacciarsi il vitto, senza accettare elemosine; vagabondaggio di città in città a piedi scalzi, barba incolta, conducendo seco donne con le quali affermavano di v