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al punto di vista religioso riscattato dal fatto che esso era inquadrato in una processione di penitenza e che vi prendevano parte i pontefici, controllori ufficiali del culto.

BibL.: W. W. Fowler, Roman Festivals, Londra 1899, p. 232; N. Turchi, La religione di Roma antica, Roma 1939, p. 129.

Nicola Turchi
AQUARIUS, Mattia dei Gibboni. - Teologo domenicano n. ad Aquaro, presso Eboli, in data incerta, e m. nel 1591 nel convento di S. Domenico a Napoli. Studiò a Bologna ( 1558 ), fu professore all'Università di Torino nel 1569, in quella di Napoli nel 1572, in quella di Roma nel 1575 e poi di nuovo a Napoli.

Scrisse, tra l'altro: Oratio de excellentia theologiae (Torino 1569 e Napoli 1572); Abbatationes super IV libros Sententiarum Ioannis Capreoli... (Venezia 1589); Controversiae inter D. Thomam et coeteros theologos... (Venezia 1589); Formalitates iuxta doctrinam D. Thomae Aquinatio, (Napoli 1605), pubblicate a cura del p. Alfonso de Marcho, O. P.

BibL.: J. Quétif-J. Echard, Scriptores Ordinis Proedicatorum, II, Parigi 1790, p. 302; Harter, III, col. 123; P. Mandonnet, s. v. in DThC, I, col. 1725 .

Cesare Bertola
AQUILA (nell'archeologia cristiana).- L'a. appare nell'arte cristiana primitiva solo a titolo ornamentale, come in un cubicolo del cimitero di Callisto a Roma, o in una pisside d'avorio, rinvenuta a Cartagine, ora nel Museo civico di Livorno, o nel sarcofago di Giunio Basso. In alcuni sarcofagi romani e della Gallia con la scena della resurrezione, l'a. ad ali spiegate tiene sospesa col rostro o con gli artigli una corona trionfale circondante il monogramma di Cristo della forma detta costantiniana. In tali casi G. B. De Rossi riconobbe un'allusione alla classica insegna delle legioni romane perché collegata con la corona d'alloro che recinge il signum Christi eretto sul labaro di Costantino.

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Più tardi si trova nei pavimenti a musaico dei battisteri di Capua e di Valenza, forse a motivo del versetto 5 del salmo 102 : "renovabitur ut aquilac iuventus tua ". In Oriente è talvolta simbolo della resurrezione del defunto, come mostrano alcune stele copte nel museo del Cairo o della resurrezione di Cristo nelle pitture di Athribis e di Bawit. Nci musaici funerari della Palestina si trovano riuniti l'uno e l'altro concerto. Come simbolo di resurrezione e d'apoteosi segnalano l'a. s. Ambrogio (PL 16, 420) e s. Massimo di Torino (PL 57, 369); come tale è ai piedi di Cristo nel calice d'Antiochia, v. animale: apoteosi.

BinL.: J. P. Kirsch, Aigle, in DACL. I, coll. 1036-38; id., L'aigle sur les monuments figurés de l'antiquité chrétienne, in Bulletin d'oucienne littérature et d'archéologie chrétienne, 1913, pp. 112-96; Th. Schneider. Adler, in Reallexikon für Antike und Christentum, I, coll. 87-94. Enrico Iosi

AQUILA: v. L'AQUILA.

AQUILA (traduttore della Bibbia): v. GRECHE, VERSIONI della BIBBIA.

AQUILA, KAspAR. - Teologo luterano, n. nel 1488 ad Augusta, dove suo padre era sindaco, e m. a Saalfeld nel 1560 . Com-
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(propr. Enc. Catt.)

AQUILEIA - Carta storica del patriarcato.

probabilmente erano divenuti cristiani prima di lasciare Roma.

Erano, come Paolo, fabbricatori di tende; a Corinto esercitavano tale industria avendo alle loro dipendenze operai cristiani. Paolo abitò presso di essi, esercitando il mestiere con cui si procurava il cibo senza essere a carico di alcuno (Act. 18, 1-3), ma lasciò la loro casa per abitare presso Giusto, quando, volendo dare la merluta risposta alla criminalità dei Giudei, li abbandonò e si rivolse ai Gentili. Dagli Atti e dalle lettere di s. Paolo risalta lo zelo di A. e P. per l'Evangelo. Quando Paolo si recò ad Efeso, essi lo seguirono. Dopo che l'Apostolo partì per Gerusalemme, guadagnarono al cristianesimo il predicatore Apollo (Act. 18, 19.26).

Compaiono di nuovo a Roma (Rom. 16, 3), poi a Efeso (II Tim. 4, 19). Si spostavano, forse per ragione di commercio, da un centro all'altro, conducendo seco i propri operai già cristiani, o raccogliendone altri che convertivano alla fede, poiché Paolo nomina, sia a Roma come ad Efeso, "la chiesa della loro casa" (I Cor. 16, 19; Rom. 16, 4). Con rischio della vita liberarono dalla morte s. Paolo, probabilmente in Efeso (Rom. 16, 4; Act. 19, 23 sgg.).

Nelle lettere di s. Paolo troviamo affettuoso ricordo ed elogio di essi (Rom. 16, 3-5; II Tim. 4, 19; I Cor. 16, 19).

Il Martirologio romano ricorda A. come vescovo di Eraclea ( 8 luglio); il rito bizantino lo commemora il 14 luglio. L'attribuzione della redazione dell'epistola agli Ebrei ad A. e P. (A. Harnack, in Zeitschr.f. neutest. Wiss., I (1900), pp. 16-41: la parte precipua spetterebbe a Priscilla) non ha fondamento. Il loro ricordo restò a lungo glorioso presso i cristiani. L'antico "titulus Priscae" sull'Aventino e il cimitero di P. sulla via Salaria, si riferiscono forse alle moglie di A. (v. PriscA, santa). Gli Atti di A. (ed. Eberellt, Parigi 1002) sono tardivi (sec. viI). Francesco Sole

AQUILEIA. - Oggi borgata del Friuli in provincia di Udine, presso la laguna di Grado, sul fiume Natissa, che la congiunge al mare. Ha appena 1.200 ab. e ca. 10.000 nel vasto comune, esclusivamente agricolo. Nell'antichità era in mezzo a lagune accessibili dal mare, onde la sua importanza e la sua funzione che precorre quella di Venezia.

Una leggenda, di cui si ha la prima conoscenza alla fine del sec. viII, attribuisce all'evangelista s. Marco la prima evangelizzazione di A. Egli vi avrebbe stabilito come primo vescovo un Ermagora, e poi si sarebbe recato ad evangelizzare Alessandria. L'origine della Chiesa squibbese si può far criticamente risalire alla metà del sec. III o poco prima, ed essa fu il centro d'irradiazione in tutta la Venezia ed anche nei territori contermini della Rezia seconda e della Pannonia superiore. Cassata la persecuzione dioclezianea, nella quale caddero martiri un Fortunato, i tre Canziani, Crisogono, la Chiesa entrò subito in un periodo di grande splendore; il vescovo Teodoro

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fu al Concilio di Arles (314); Fortunaziano fu uomo di fiducia di papa Liberio, sebbene poi patteggiasse con gli ariani (354); di s. Valeriano ebbe moltissimo a lodarsi s. Girolamo, e con Cromazio suo successore lo stesso santo dottore fu legato da fervida amicizia. Celebre il Concilio che, presieduto da s. Ambrogio nel 38 r , fu diretto ad estirpare gli ultimi resti dell'arianesimo nelle province danubiane.

Nei primi decenni del sec. v A. divenne la metropoli di tutta la provincia della Venetia et Histria, e dei paesi circonvicini a settentrione e ad oriente, e la sua organizzazione non fu affatto sconvolta dall'invasione degli Unni (451), che conquistarono ed incendiarono la città, perché, passato il flagello, essa riprese in pieno la sua attività. Maggiori conseguenze ebbe la questione dei Tre Capitoli nel 553 perché, in opposizione a Giustiniano ed ai papi Vigilio e Pelagio, A. non ne volle accettare la condanna e si atteggiò apertamente a scismatica. Quando nel 568 scesero nel Friuli i Longobardi, il vescovo Paolino, che pretese di proclamarsi patriarca, si rifugiò a Grado, castello delle sue lagune; là continuarono a risiedere i suoi successori, ostinati nello scisma, finché (605), col consenso di re Agilulfo, fu eletto vescovo di A. un abate Giovanni, mentre a Grado, col favore dell'impero bizantino e del Papa, fu eletto per i cattolici Candidiano. Cominciò in tal modo la scissione del vescovato aquileiense in due parti : una soggetta al regno longobardo, l'altra all'impero. Ambedue i prelati si proclamarono patriarchi; ma quello di A. non potendo risiedere nella città ormai desolata e malsicura per la vicinanza con Grado, si stabili nel castello di Cornúms, continuando nello scisma insieme con i suoi suffraganei fino alla fine del sec. vir, quando, con l'intervento del re longobardo Cuniberto, il patriarca Pietro ritornò a Pavia nell'unione con Roma. Poi le sorti del patriarcato si risollevarono quando, regnando Liuprando, Callisto suo successore si trasferì a Cividale, ch'era capitale del ducato del Friuli. Intanto a Grado continuava la serie dei patriarchi, la quale non cessò che nel sec. xv.

Grandissimo lustro al patriarcato d'A. guadagnò il patriarca Paolino (m. nel 802), personaggio di grande dottrina e molto amico di Carlomagno. Sotto di lui acquistavano grande incremento, nei paesi circostanti, le missioni fra gli Avari e specialmente quelle fra i Carantani (Sloveni). E dell'sro un celebre atto, sanzionato da Carlomagno, per cui fra la metropoli di A. e quella di Salisburgo, novellamente istituita, fu posto per confine il corso della Drava. Con esso la diocesi di A. acquistava un territorio immenso oltre le Alpi Carniche e Giulie, sicché poté ritenersi la più vasta d'Europa; a occidente, invece, il confine rimaneva press'a poco al Tagliamento. Non riusci invece al patriarca Massenzio, sebbene avesse adunato un concilio a Mantova nell's27 a tale scopo, di incorporare nella sua diocesi il patriarcato di Grado, come non ci riuscirono poi altre volte alcuni dei suoi successori. Rimasero in ogni modo comprese nella metropoli tutte le sedi dell'Istria e della Venezia (esclusa la parte lagunare ed insulare), con Mantova (sino al sec. xv) e Como (in conseguenza del cessato scisma). Spetta pure a Massenzio il merito di aver cominciato a ristabilire le sorti di A., grazie al concorso dei sovrani carolingi. Infatti, da Carlomagno, che concesse la libera elezione del patriarca e la immunità, abbiamo tutta una serie di concessioni, continuate in forma più ampia dai re d'Italia Berengario ed Ugo, dai sovrani di casa sassone e salica.

Il patriarca Poppo (m. nel 1042), tedesco, ottenne anche il potere missatico ed il privilegio di batter moneta e diede nuovo impulso al riordinamento della sua Chiesa e del Friuli, rovinato pochi decenni prima dalle invasioni ungare. A questa età rimonta la fondazione del grande monastero benedettino delle monache di S. Maria d'Aquileia, del capitolo patriarcale, dei capitoli minori di S. Stefano e dei SS. Felice e Fortunato, mentre il monastero della Beligna risale a tempi anteriori; speciale riordinamento ebbe pure il capitolo collegiato di Cividale. Con questo ordinamento

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ecclesiastico, che si sviluppò con la progressiva creazione delle pievi e degli arcidiaconati rurali, va strettamente congiunto l'ordinamento politico che ebbe il suo incremento durante la lotta delle investiture. E in realtà, alle donazioni di vastissime terre e di castelli, si aggiunse nel 1077 quella della contea del Friuli e poco dopo anche quella della marca Carnisia e della contea d'Istria, e nel ro8i del dominio feudale sui vescovati di Trieste e di Parenzo e poi anche di Pola, mentre quello su Concordia risaliva ai tempi del re Ugo. Il patriarca fu così a capo di un potente Stato feudale, che se non ebbe saldezza nei paesi d'oltralpe, si rafforzò nell'Istria e particolarmente nel Friuli, abbracciando tutto il territorio dalle Alpi Giulic e dal Carso sino al Li venza, compreso il Cadore. Durante il periodo di questo stato feudale sorserole due importanti abbazic benedettine di Rosazzo e di Moggio, mentre altri istituti ecclesiastici sorgevano allora anche nei paesi transalpini. Tutta una serie di patriarchi, in gran parte di nazionalità germanica, tenne il governo del patriarcato fino alla morte di Federico II ed
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Aquileia - Guerrieri armati. Affresco con finto tendaggio (sec. xit). Aquileia, cripta della Basilica.
a causa della malaria. Finalmente Benedetto XIV, accedendo ai desideri dell'imperatrice Maria Teresa, che s'erano maturati nell'età precedente, sanzionò con la bolla del 6 luglio 1751 un nuovo ordinamento: fu soppresso il patriarcato e creati due arcivescovati: quello di Udine e quello di Gorizia. Al primo fu attribuita la parte dell'antica diocesi soggetta a Venezia, al secondo quella soggetta all'Impero; nel medesimo modo fu divisa la provincia ecclesiastica: Udine ebbe soggette le diocesi venete ed istriane, Gorizia quelle di Como, Trento, Pedena e Trieste. A. con la sua basilica fu dichiarata soggetta direttamente alla S. Sede, e sottoposta ad un delegato apostolico, che aveva anche il governo del monastero femminile di S. Maria, esente dalla giurisdizione patriarcale. Ma il monastero fu soppresso da Giuseppe II nel 1782; e nel 1786 la basilica fu adibita a chiesa parrocchiale del villaggio, cosicché venne a cessare l'ufficio del delegato apostolico, e A. non rimase che una umile parrocchia della diocesi di Gorizia.

Bibl.: B. M. De Rubeis, Monumenta Ecclesiae Aquileiensis, Arganina (ma in realtà Verona) 1740; P. Paschini, Storia del Friuli, 3 voll., Udine 1934-36; G. Brusin, A. e Grado, ivi 1947 .

Pio Paschini
Monumenti archeologici. - Il gruppo della cattedrale aquileiense si è rivelato, attraverso gli scavi austriaci ed italiani, di singolare interesse, giacché ha una stratificazione che va dal periodo delle persecuzioni a dopo il Mille.
A. ha pure altri resti di basiliche, venuti in luce negli scavi e spettanti ai secc. iv-vi. Un bellissimo litostroto, che può spettare al sec. vi, riapparve nel fondo Tullio, e un resto musivo, con una figura di pavone, è conservato nel locale museo.

Sul luogo del campanile si trovava la primitiva basilica, costituita nell'ambiente di una casa collegato con altri ambienti laterali. Qui, come si apprende da una epigrafe del pavimento musivo, nel tratto di ampliamento, venuto subito dopo l'età della pace, il vescovo Teodoro (che è dei primi tempi costantiniani) crebbe di dignità in dignità (se questo come sembra, è il significato di : "Theodore felix hic crevisti hic felix "). Nell'aula originaria un canalicolo sul pavimento serviva a inserire la transenna lignea di separazione tra il posto del clero e quello del popolo. I musaici sono fra i più belli dell'arte fine sec. III inizi sec. Iv e riproducono svariati soggetti di genere, talvolta con intenti simbolici. Con l'avvento della pace costantiniana, il luogo subì trasformazioni, e, parallelamente a quest'aula, si eresse una grande basilica, dove lo stesso vescovo Teodoro è ricordato in una epigrafe che può dirsi trionfale, perché allude alla gloriosa dedicazione avvenuta per aiuto di Dio e con offerte del gregge affidato dal cielo a tanto grande pastore. L'epigrafe sta su una imponente figurazione della storia di Giona, che

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può avere qui un doppio significato, nel senso di alludere alla resurrezione del Signore e contemporaneamente alla liberazione dal pericolo delle persecuzioni. Anche le altre immagini di questo enorme litostroto (il più importante dell'arte paleocristiana) sono di eccezionale interesse. Vi troviamo il Buon Pastore e soprattutto la Vittoria Eucaristica, contornata da immaginette allusive all'offertorium. In questo tratto doveva essere poggiato l'altare ligneo che stava in mezzo al popolo, a due terzi dall'ingresso della navata, secondo il costume d'Africa e d'altri luoghi (ve ne fu traccia anche a Roma). Più tardi, quando l'altare di legno fu mutato in altare di pietra, i supporti furono incastrati nel litostroto, danneggiandolo. Nel musaico si vedono anche i vivi ritratti degli oblatori. Il battistero di questa basilica (presumibilmente il secondo della comunità) fu posto a fianco ed ebbe piscina ottagona. La basilica aquileiese ci ha dato anche preziose vestigia di pitture murali e di decorazione pittorica di soffitti. Nella basilica nuova si vedono resti di un giardino celeste con figure di pastori.

Nel sec. v una grande basilica a tre navate senza abside, con pavimenti musivi di tipo geometrico, fu sovrapposta a quella, sull'area del campanile (cioè quella a nord). Per l'altra (a sud) gli elementi che possediamo non ci permettono determinazioni cronologiche sicure. Questa nuova basilica settentrionale subì un incendio, il quale, più che ad Attila, deve riferirsi alle devastazioni langobarde od ungheresi, le quali praticamente chiusero il ciclo alto-medievale del dominicum aquileiese. Di certo, nell'età giustinianea erano venute nuove costruzioni, specie nella parte anteriore, dove alcuni resti musivi spettano stilisticamente al sec. vi. In questo tempo sorse il battistero poligonale davanti alla basilica meridionale, mentre il resto della piscina fra le due basiliche è forse del sec. v.

All'epoca del grande patriarca Poppo (1019-45) si costruì la nuova basilica (l'attuale) sull'area della antica basilica meridionale, e a fianco, si elevò la possente torre campanaria. - Vedi Tav. CXXVI.

BipL.: La basilica di A. (studi di C. Cecchelli, F. Forlati, A. Morassi, P. Paschini, G. Vale ed altri), Bologna 1633 (ivi la bibliogr. anteriore); G. Brusin, Gli scavi di A., Udine 1934; G. Gresslin, Frammenti inediti di sarcofagi cristiani antichi del R. Museo di A., in Rìo. di Arch. crist., 14 (1937), pp. 227-41; G. Brusin, La basilica del fondo Tullio alla Beligna di A., Aquileia 1947; A. Ferrus, A. e Grado, in La Civ. Catt., (1948, III), pp. 160-70.
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Aquino - Chiesa della Madonna della Libera (sec. xI).

AQUILIO, ANTONIO: v. ANTONIAZZO ROMANO.

AQUINO, CARLo d'. - N. a Napoli nel 1654, m. a Roma nel 1737. Gesuita nel 1669, insegnò retorica a Roma, e fu rettore a Tivoli. Era socio dell'Accademia degli Arcadi. I suoi principali componimenti sono raccolti in tre volumi di Carmina (Roma 1701-1703) e due di Orationes (1714); tradusse pure in versi latini la Divina Commedia (Napoli, ma in realtà Roma 1728, 3 voll.). Lasciò anche un Lexicon militare (Roma 1724).

Bibl.: Sommervogel, I. coll. 402-93. Edmondo Lamalle AQUINO, Filippo d' (Giuda Mordechai). Ebraista, n. ad Avignone o Carpentras ( 2ᵃ metà del sec. xvi), m. a Parigi nel 1650 . Si converti dal giudaismo e fu battezzato ad Aquino, donde prese il nuovo nome lasciando quello di Jehuda Mordechai.

Recatosi a Parigi nel 1610, fu professore di lingua e letteratura ebraica al Collège de France fino quasi alla morte. Sostenne e aiutò Michele Le Jay (Jajus) nella stampa e correzione del testo ebraico e aramaico della Poliglotta di Parigi. Fra l'altro pubblicò (1629) un grande dizionario ebraico, aramaico e talmudicorabbinico, e scrisse sulle interpretazioni rabbiniche del Pentateuco (1620) e sul Tabernacolo (1623, ed. ampliata 1624). Compose una versione ebraica del Nuovo Testamento e una traduzione italiana del trattato mišnico Abot.

Luid Enrico d'Aquino, suo figlio, è noto come traduttore di scritti rabbinici.

Alfredo Ravenna
AQUINO, Labislao d'. - Cardinale, n. a Napoli verso il 1546, dalla famiglia di a. Tommaso, m. a Roma nel 1621. Pio V gli aprì la via della carricra prelatizia, chiamandolo a Roma, Gregorio XIII lo elesse vescovo di Venafro ( 1588 ), Paolo V nunzio, tentando prima di mandarlo a Torino, dove Carlo Emanuele I, in quel momento di reazione antispagnola, non lo volle, perché non a torto lo sapeva ligio alla Spagna, e inviandolo poi in Svizzera, dove gli toccò

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SOFFITTO IN LEGNO INTAGLIATO E DORATO (fine sec. xv). Roma, chiesa di S. Maria in Aracnoli.

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ARCA DI S. DOMENICO
(Rilievi di scuola di Niccolò Pisano, statue di Niccolò dell'Arca e Michelangelo - Bologna, chiesa di S. Domenico.

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di constatare che quello che i protestanti avevano tolto d'obbedienza alla Chiesa cattolica era da considerarsi irrimediabilmente perduto. Fu cardinale nel 1616 e quando si aperse il conclave di Gregorio XV vi entrò, secondo la voce popolare, con ottimi auspici. La morte lo colse nello stesso conclave. Le informazioni e la relazione che lasciò circa la nunziatura di Lucerna non dimostrano in lui né perspicacia eccessiva né coscienza della natura missionaria di quel delicatissimo ufficio.

BibL.: G. Corugno, Memorie istoriche di Venatro, Napoli 1824. pp. 139-60; Pastor. XII, pp. 308-16. Luigi Berra

AQUINO-SORA-PONTECORVO, DIOCESI di. - Nella provincia di Frosinone, immediatamente soggetta alla S. Sede. Ha 191.000 ab., ripartiti in 88 parrocchie. I sacerdoti diocesani sono 159 . Residenza del vescovo: Sora. Patroni: di A., s. Costanzo; di S., s. Restituta (da identificarsi, secondo Lanzoni, con la martire africana); di P., s. Giovanni Battista.
A., colonia degli Ernizi, poi municipio romano, fu patriadi Giovenale; s. Tommaso nacque (1226) nel vicino castello di Roc-
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(prop. A. P. Fruta)
casecca. L'erezione del vescovato è sicura dal sec. v. A. fu varie volte distrutta da pestilenze e da eventi bellici; l'ultima volta nel 1250, per opera di Corrado IV.
S., antica città volaca, fu colonia e municipio romano, patria di Atulio Regolo. Dal dominio bizantino passò a quello dei Longobardi di Benevento e poi (787) a quello dei Papi, dei duchi di Spoleto e dei Normanni. Fu distrutta da Federico II. Si fa risalire l'erezione della diocesi al sec. III, ma la serie vescovile si inizia nel 1221.
P., sorta alla fine del sec. IX, passò, agli inizi del xiri, ai Benedettini di Montecassino e costitul poi una dipendenza del territorio di Benevento. Nel 1725 Benedetto XIII elevò a cattedrale la collegiata di P., ove già risiedevano il vescovo e il seminario, e l'uni, aeque principaliter, ad A., ormai deserta. Nel 1818, quando furono riordinate le diocesi del regno di Napoli, Pio VII vi unì ad ugual titolo il vescovato di S. Il vescovo porta i tre titoli riuniti.

L'abbazia benedettina di S. Domenico di S. fu fondata da s. Domenico da Foligno, che vi morì nel 1031 e che vi è sepolto.

BibL.: Ughelli, I, coll. 394-402; F. Tuzil, Memorie istoriche massimamente scure della città di S., Roma 1727; Cappelletti. XXI, pp. 351-64; Eubel, I, ²² ed. 1913, p. 99 sg.; II, p. 92 ; III, p. 114; M. M. Cassoni, Sguardo storico sull'abbazia di S. Domenico di S., Sora 1910; R. Bonanni, Ricerche per la storia di A., Alatri 1922; id., Uomini illustri di A. e Diocesi, ivi 1923; Lanzoni, p. 172 .

Naconi Crosturcea Scipioni
AQUISGRANA (Aachen), diocesi di. - Nella Germania occidentale; conta 1.152 .490 cattolici, 504 parrocchie, con 967 sacerdoti secolari e 190 regolari. La città stessa aveva, nel 1939, 160.200 ab., di cui 144.500 cattolici.

Da una divinità, probabilmente di nome Granus, il luogo dove scaturiscono delle fonti salubri ebbe
il nome di Aquae Grani. L'uso di quelle fonti non si perdette mai. Carlomagno predilesse A. e vi costrui una magnifica Pfala (residenza) con palazzo, chiesa e tutte le dipendenze. Ben presto vi si sviluppò una cittadina medievale, dall'813 al 1531, luogo dell'incoronazione dei re ed imperatori romano-tedeschi. Nel Duecento la città divenne città imperiale libera (Freie Reichsstadt). Vi si conclusero la pace del 1668, con la quale terminò la guerra di devoluzione (Raubkrieg), e l'altra del 1748 , con cui si chiuse la guerra della successione austriaca. Nel 1797 A. fu incorporata alla Francia, nel 1815 tornò alla Germania (Prussia). Nel 1818 vi si celebrò il Congresso di A. Dal 1918 al 1929 la città veniva occupata dai Belgi; durante l'ultima fase della seconda guerra mondiale, nell'inverno 1944 1945, fu quasi interamente distrutta.

Nel 1801, sotto il dominio francese, A. fu eretta in diocesi, in sostituzione di Colonia, che fu allora soppressa. Ma ebbe un solo vescovo, Mario Antonio Berdollet (1802-1809). Nel 1821 fu ristabilita la diocesi di Colonia. Dato però l'enorme aumento della popolazione, in seguito all'industrializzazione della regione, nel 1930 ( 13 ag.) fu eretta nuovamente in vescovato, ma questa volta come suffraganea di Colonia.

La massima gloria di A. è la sua Cattedrale, il Marienstift. La parte centrale e più antica è costituita dalla cappella palatina di Carlomagno, costruita dal 798 all'804 da Odo da Metz. Grandiosa costruzione, sediangolare nell'esterno, con parte interna ottagonale, matronei, cupola ricca di marmi, a somiglianza di S. Vitale di Ravenna, ma con importanti varianti. Anche il materiale fu in gran parte fatto venire da Carlomagno dall'Italia. La cappella era unita al palazzo per mezzo di un grande porticato. Nella parte orientale fu aggiunta, nel medioevo (sin dal 1555), una grandiosa navata gotica, con coro : di quella occidentale restano in piedi un atrio romanico e l'alta torre moderna. Tutto un insieme fantastico di incomparabile effetto. Da notare poi il municipio, palazzo gotico della prima metà del sec. xiv.

Una seconda grande fondazione religiosa fu l'imperiale Adalbertstift, dovuto alla larghezza di Enrico II il Santo, ma nel 1802 secolarizzato dai Francesi.

Una menzione speciale merita anche il celebre «Tesoro» della Cattedrale. Esso è conservato nella cappella delle Anime Purganti, e contiene, fra tante preziosità, doni di Ottone III, come un evangeliario miniato, una pala d'oro, un'acquasantiera di avorio; la croce con un cammeo di Augusto, donata da Letario III; del sec. xiri sono la cassa-reliquiario di Carlomagno (1215), e quella di Maria (1237). Tra i molti reliquiari meritano di essere segnalati quello di Anastasio (lavoro bizantino), quello di Simeone (lavoro di orafo locale); vari lavori di oreficeria orientale e occidentale; tessuti, specialmente orientali; parati sacri del

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(prapr. A. P. Fratac).
Aquisgrana - Coro della Cattedrale (sec. xiv).
medioevo e del barocco. Nell'ottagono della Cattedrale è da notare il lampadario di bronzo, in forma di enorme corona, dono di Federico Barbarossa, e nel coro il celebre pulpito, dono di Enrico II il Santo, con avori di provenienza alessandrina. Celeberrima la cosiddetta Aachenfahrt, vale a dire il pellegrinaggio per A., onde venerarvi le molte reliquie che si erano accumulate, durante il medioevo, nel tesoro imperiale. Dalla metà del sec. xiv questo pellegrinaggio fu celebrato soltanto ogni sette anni, dal 10 al 24 luglio (cioè sette giorni avanti e dopo l'anniversario della dedicazione del Marienstift, il 17 luglio). Tale pellegrinaggio era considerato uno tra i maggiori della cristianità, con ricchissime indulgenze, e richiamb centinaia di migliaia di fedeli ad A. L'ultimo pellegrinaggio fu quello del 1925.

Bibl.: St. Beissel, Die Aachenfahrt, Friburgo in Br. 1902; H. Dösselnbötter, Aachens grosse Heiligtümer und ihre geschichtliche Beglaubigung, Bonn 1909; F. M. Bucher, Forschungen zur barolingischen Kunstgeschichte, in Zeitschrift des Aach. Geschichtswervins, 41 (1918), pp. 1-142; K. Faymonville, Die Kunstdenkmäler der Stadt Aachen, 3 voll., Düsseldorf 1916-24; W. Hermanns, Kaiser Karls Stadt, Aquisgrana 1928; G. Grimme, Aachener Goldschmiedehuost, in Die christliche Kunst, 25 (1928-29), pp. 97-109; H. Gemünd-J. Buchkremer, Der Dom zu Aachen, 1935; vedi inoltre il periodico Aachener Kunstblditer pubblicato dal Museo civico di A. e diretto da F. Knuergens.

Giuseppe Löw
AQUITANIA. - Regione naturale della Francia sud-occidentale, limitata dai Pirenei, dal Massiccio Centrale e dall'Oceano Atlantico, già abitata da tribù di stirpe iberica. Conquistata da Cesare, nella divisione amministrativa di Augusto abbracciò un territorio più vasto, comprendente tribù celtiche, abitanti tra la Garonna e la Loira. Ai tempi di Diocleziano l'A. comprendeva tre province: la Novempopulana (iberici), con Eauze capitale; l'A. Prima e l'A. Seconda, con capitali rispettivamente Bourges e Bordeaux.

Le origini del cristianesimo in A. sono oscure; tenendo conto anche delle tradizioni locali non è possibile rimontare molto al di là del sec. iv. Le prime Chiese, di cui si ha notizia, sono Bordeaux, Eauze e Gabales, i cui rappresentanti erano presenti al Sinodo di Arles del 314. Durante il sec. vi, favorito ormai dallo Stato, il Vangelo progredisce in queste regioni, ostacolato però dalle abitudini pagane degli indigeni. Sotto Costanzo e Giuliano (353-63) la crisi ariana ebbe le sue ripercussioni in A., dove alcuni vescovi furono vittime della loro buona fede, mentre altri presero una posizione netta; così Paterno di Périgueux, che si mise al servizio dell'arianesimo; invece Ilario di Poitiers e Febadio di Agen l'avversarono.

Più grave fu la crisi del priscillianismo (v.), che sollevava problemi di vita pratica accessibili a tutti, specie alle donne. La chiesa di Bordeaux si difese, ma nella Novempopulana il priscillianismo ottenne dei successi, i cui effetti persistevano ancora nel sec. v. Il fermento si spense con le invasioni barbariche iniziate nel 407 . Negli anni seguenti i Goti strappavano due province aq̧uitane all'anuministrazione imperiale; resistette Bourges, caduta nel 475 sotto i Visigoti. I primi anni dopo le annessioni furono duri per la Chiesa, e solo sotto il regno di Alarico II (484-507) si ebbe un regime più tollerante. Grandi mutamenti furono apportati dalla vittoria di Clodoveo (508), che pose fine al regno visigoto. Divisa in tre province ecclesiastiche, con parecchi vescovati e un primate a Bourges, l'A. formava allora unità a sé, divisa dal resto della Francia, spezzata in seguito dai successori di Clodoveo e dai re merovingi. Nel sec. vit è palese l'aspirazione all'indipendenza, di cui sono espressione
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(prapr. Enc. Celt.)
Aquisgrana - Cattedrale.
Pianta della cappella Palatina (fine sec. viII).

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i vari ducati costituitisi in A. e la lotta da questi condotta contro i re della Neustria, ma, con le vittorie di Carlo Martello contro i Saraceni, l'A. passava sotto il dominio dei re franchi.

I Carolingi ne fecero un regno più o meno soggetto all'impero. I quadri dell'amministrazione ecclesiastica riprodussero quelli della romana, eccetto pochi casi. Nel sec. v la civitas Boiatium era assorbita da Bordeaux, che diviene più tardi sede primaziale. Baiona era sede vescovile nel sec. xi (è probabile che le sue origini siano da riportare al sec. viII e forse vi), ciò che porta a 25 i vescovati in quel periodo. Eauze è scomparsa nel sec. IX. Sotto Giovanni XXII, nel 1317, furono divisi parecchi vescovati, specialmente nelle due province del nord, il cui numero salì a 33 . Nel 1617 è costituita una nuova metropoli : Albi, con suffraganee Rodez, Cahors e Mende. Il Concordato napoleonico del secolo scorso rispettò i vecchi seggi, annullando le crezioni di Giovanni XXII. Sono state anche conservate le quattro circoscrizioni metropolitane, salvo il caso di Perpignano, annessa ad Albi.

Bim.: Per le fonti, cf. A. Moliner, Des origines aux guerres d'Italie (Les sources de l'histoire de France). II, Parigi 1902; C. Jullian, Histoire de la Gaule, I-VIII, ivi 1907-23; L. Duchesne, Fautes cpiecophes de l'ancienne Gaule, II, ivi 1910; id., L'Eglise au V'le siècle, ivi 1925.

Mario Scaduto
AR ('ar forma moabita per 'fr «città», oppure 'ar "avvoltoio") di Moab. - Capitale dei Moabiti (Num. 21, 15. 28; Deut. 2, 9. 18. 29). Dio proibì agli Israeliti di espugnarla (Deut. 2, 9). La sua storia si confonde con quella di Moab (v.) o la rappresenta.

I Settanta a torto la confondono con Aroer (v.). Da alcuni si identifica con Umm er-Raşăs a nord-est dell'Arnon, o con Mubattat el-Hağğ allo sbocco del Wâdi Enkeileh nell'Arnon; ma comunemente con Hirbet er-Rabbe', a 930 m . sul mare, a 22 km . a sud dell'Arnon, con importanti ruderi romani, che corrisponde a Rabbath Moab (v.la grande [città] di Moab"), che almeno dal sec. Iv (Eusebio, s. Girolamo) è identificata con Ar Moab.

Nel sec. iv (Eusebio, Onomasticon, s. v. Moaş̧; s. Girolamo, Liber de situ et nomin. loc. hebr.: PL 23, 909, e Comm. in Is., 15, 1: PL 24, 167) era chiamata Areopolis (da 'Ar; Ares o Marte è riprodotto nelle monete di Rabbath Moab), forse vicino a el-'Efr. Compresa nella «Palaesiina tertia», fu sede vescovile (si conoscono tre vescovi di Aeropoli del sec. v e vi : Anastasio, Policronio, Elia). Fu distrutta parzialmente da un terremoto ( 3440365 ).

Bim.: H. B. Tristram, The Land of Moab, Londra 1874; A. Legendre, in DB, I, coll. 814-17; I. Aharoni, 'Ar le gypaete burbu et 'Ar Moab, in Revue biblique, 48 (1939), pp. 237-41. Per il vescovato (dal 1903 arcivescovato) titolare di Areopoli: R. Janin, in DHG, III, col. 1047. Bonaventura Mariani

ARA. - È uno spazio limitato, almeno idealmente, sul quale si sacrifica alla divinità, si pongono, cioè, e spesso si consumano le offerte che le sono destinate. E la tavola del sacrificio cruento e incruento, sempre distinta dalla persona e dall'immagine del dio. Perciò ha grande importanza nel culto, perché può esistere un'a. senza tempio, ma non un tempio sena'a. Serve per il culto degli dèi o per quello dei morti. Riveste carattere di santità, e da ciò dipende l'uso di ricevere l'immunità con l'afferrare l'a. o rifugiarsi presso o su di essa.

È raramente di legno; talvolta di zolle di terra (Roma, per le divinità campestri), generalmente di pietra; sono anche esistite a. di corna ( κ ε ρ α dot{α} τ ι ς ς β ω μ δ ς : a. di Apollo a Delo e a Drenia in Creta). Per la forma ha spesso imitato la mensa degli uomini : può essere un tappeto su cui son posti pane e bevande (Egitto predinastico), o un masso spianato sul quale si facevano incavi (civiltà megalitica, strati più antichi di Canaan), o un blocco a dado ricavato nella roccia (Frigia). In generale l'a. era di mattoni o pietre murate, talvolta con gradini o piattaforma, perché la folla seguisse il sacrificio. Sull'a. si lasciavano
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(101. Aire. Catt.)
ARA - A. greca cilindrica. Età ellenistica.
Venezia, Museo archeologico.
a volta le ceneri del sacrificio formando un'a. di ceneri (a. di Zeus a Olimpia). Particolare all'Italia, specialmente in Etruria, è l'a. a plinti e tori separati da una gola profonda. L'a. fu usata anche per racchiudere le ceneri dei defunti.

Bim.: [E.] Reisch, Altar, in Pauly-Wissowa, Realencycl. der blass. Altertumswiss., I (1894), coll. 1640-91; M. Ebert, s. v. in Reallexikon der Vorgeschichte, I (1924), pp. 107-12; D. Mustilli, s. v. in Eur. Ital., II, pp. 628-87; A. Orsi, Ubizuzione e ricostruzione dell'a. etrusco-italica, in Studi Etruschi, 16 (1942), pp. 211 -28.

Luisa Banti
ARA. - Personificazione greca della maledizione ( dot{α} ρ dot{α} ), quindi una dea della vendetta, non dissimile dalle Erinni. Un tempio di A. in Atene è menzionato da Aristofane.

Bim.: [R.] Wernicke, s. v. in Pauly-Wissowa, Realencycl. der blass. Altertumswiss., II, 1, coll. 337-38; T. Bolelli, Interpretazione di 696 6960am, in Annali della Scuola norm. sup. di Pisa, 2^{°} serie, 15 (1946), pp. 75-94.

Paolino Minazzini
'ARABÄH (ebr. "territorio sterile e disabitato": come nome comune in tal senso è frequente in Iob, Is., Ier.). - Nome geografico biblico (con l'articolo: ha-'ârâbhâh, o al plurale: 'arbhâth). Designa (in opposizione alla "montagna " har, alla "pianura bassa " tēfêlāh, al "mezzogiorno" négebh: Ios. 11, 16; 12, 8) la depressione (o tratti di essa) estendentesi dal sud dell'Hermon al Golfo Elanitico (p. es.: Ios. 8, 14; 11, 2. 16; 12, 1. 3. 8; 18, 18) lungo la valle del Giordano, il Mar Morto, e da questo al Mar Rosso. Proprio quest'ultimo tratto (mai menzionato nella Bibbia) è oggi denominato wâdi el-'Arabah, "valle dell' { }^{′} A. ".
L' { }^{′} A. odierna è la depressione desertica che si estende per 180 km . tra l'ossi del Gôr es-Sôljie sul Mar Morto all'oasi di 'Aqaba sul Mar Rosso (Golfo Elanitico). Si distingue in tre valli successive, chiamate oggi (da nord a sud) Wâdi el-Geib, W. el-Oamr, W. el-Gerdfí. Fiancheg-

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ida Tuscua, Storia dell'arte italiana: It Mediceve; A. in una miniatura irlandese. Evangeliario di Lindisfarne (inizio sec. viII) - Londra, British Museum, Cotton Ms. Nero I.
giata da vari centri minerari, la lunga arida valle dell'A. fu nei secc. xxili-v a. C. la "via del rame" (v. aStONGERER).

Eccetto per Bith-'Árábáh, città di confine tra Benismin e Giuda (Ios. 15, 6. 61; 18, 22), la Volgata traduce sempre 'A. come nome comune ("solitudo ", "campestria ", "planities ", "desertum ").

Le parti dell' A. nominate nel Vecchio Testamento sono: il Mar Morto (v.) Jám ha-'árábháh, "mare dell' A. " (Deut. 3, 17; 4, 49; Ios. 3, 16; 12, 3; II Reg. 14, 25; Volgata: "mare solitudinis "), 'arbbáh Nyríhó (Volgata: "campestria urbis Ierichos; Ios. 4, 13; 5, 10) e'arbhóth Mó'ábh (Volg.: "campestria Moab"; Num. 22, 1; 26, 3. 63; 31, 12; 33, 48 sgg.).

BibL.: A. Legendre, s. v. in DB, I. coll. 820-28; A. Musil, Arabia Petraea, II, Vienna 1907; W. J. Phythian-Adams, Israel in the "Arabah, in Palestine Exploration Fund, 65 (1933), pp. 137146 (sostiene che, all'epoca di David e di Salomone, Israele possedeva tutta l'A. fino al Golfo Elanitico); F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, I, Parigi 1933, pp. 81-85; II. iv) 1938, p. 41 sg.; F. Frank, Aus der "Araba: Reiseberichte, in Zeitschr. des deutschen Palästina-Vereins, 27 (1934), pp. 191-280; A. Alt, Aus der 'Araba, II, ibid., 58 (1932), pp. 1-78. Antonino Romeo

ARABESCO. - Prendono tale nome i motivi ornamentali che si fondano sul puro valore espressivo della linea, e ciò perché l'arte araba e musulmana in genere, per il suo carattere antirappresentativo, diede il massimo sviluppo all'elemento lineare fantasticamente e capricciosamente aggrovigliato ed attorto. Il gusto per l'a. è di natura anticlassica, ma non è esclusivo della civiltà islamica; è comune nell'arte copta, nelle miniature irlandesi del sec. VII-VIII, nella pittura cinese e giapponese ed in genere in tutte le espressioni di arte non fondate su una concezione naturalistica. E tuttavia un mezzo espressivo per nulla inferiore ad altri ed anzi pari ad ogni altro ai fini dell'arte.

Il termine, inoltre, fu usato per la prima volta da fra' Francesco Colonna nella sua Hypnerotomachia Poliphili (edita nel 1499), e poi adottato per tutto il Rinascimento, per indicare un modo di dipingere a secco usato dagli Arabi.

BibL.: F. Pino, Dialogo di pittura a cura di R. e A. Pallucchini, Venezia 1946 (dall'ed. del 1548), pp. 118 e 144.

Guglielmo Matthiae

ARABI, pILOSOfiA degli. - Gli A. hanno riguardato quale fajlasüf ossia filosofo nel senso esatto del termine, non ogni pensatore, ma soltanto coloro che si occupavano del pensiero greco e seguivano quindi nelle loro dottrine di logica, di fisica, di psicologia, di metafisica ecc., la filosofia greca, e precisamente la filosofia di Aristotele, cosicché il termine di filosofo divenne sinonimo di pensatore greeizzante, aristotelico, e in parte anche neoplatonico, poiché agli A. non era del tutto sconosciuto Platone, sebbene in veste neoplatonica. Siccome il pensiero greco era affatto estraneo alla mentalità araba, i filosofi furono sempre riguardati come estranei allo spirito arabo, introduttori di novità, quasi pagani, per cui furono anche sempre sospetti ai teologi ortodossi. Gli A. hanno bensì apprezzato sempre molto la filosofia, ma l'ortodossia islamica è stata diffidente verso i filosofi, alcuni dei quali sono stati anzi perseguitati per qualche loro dottrina affatto inconciliabile con la fede musulmana.

La filosofia araba non è sorta tra gli A. stessi, da modeste origini indigene, ma è stata loro recata già quasi compiuta e nel suo sviluppo non è dipesa sempre da esigenze speculative dei singoli filosofi, ma il suo corso è stato spesso determinato dalla immissione di nuove fonti greche nella vita filosofica del tempo. L'immissione della filosofia greca nella cultura araba è continuata per tutti i quattro secoli della sua durata, dall'800 ca. al 1200 , quando essa morì del tutto dopo la scomparsa di Averroè.

La filosofia greca passò agli A. dall'impero bizantino, in quella forma che l'aristotelismo aveva assunto nelle scuole bizantine, in stretto nesso col neoplatonismo, al quale aderivano non pochi dei commentatori degli scritti dello Stagirita. Gli A. conobbero Aristotele sempre attraverso i commenti neoplatonici, dunque in veste neoplatonica. Questa circostanza ha determinato in modo decisivo la filosofia araba dando origine alla filosofia aristotelica neoplatonica degli A., corrente alla quale aderirono tutti i filosofi arabi, tra i quali anche Averroè, che fu il più aristotelico tra loro. Alcuni scritti greci tradotti in arabo ribadirono la stretta unione tra aristotelismo e neoplatonismo: il Liber de causis, ritenuto opera genuina dello Stagirita, contiene estratti letterali della Institutio Theologica del neoplatonico Proclo, e fu composto in arabo da un autore musulmano attorno all'anno 850; la Teologia di Aristotele, composta in lingua greca, contiene estratti dei libri quarto, quinto e sesto delle Euneadi di Platino e fu tradotta dal greco in arabo da uno studioso cristiano.

Non sappiamo se i filosofi arabi leggessero in versione qualcuno dei dialoghi di Aristotele, dell'Aristotele della prima maniera, più vicina alle idee platoniche dello Stagirita della seconda maniera, si ben noto ai filosofi arabi. Attraverso i commenti neoplatonici e i due scritti menzionati il neoplatonismo entra nella corrente del pensiero arabo divenendone un elemento integrante. La filosofia araba può esser dunque definita: aristotelismo più alcune correnti platoniche in veste neoplatonica.

Gli A. hanno conosciuto le dottrine aristoteliche attraverso versioni in lingua araba, poiché nessuno dei grandi filosofi arabi ha avuto conoscenza della lingua greca. Furono tradotti inoltre alcuni scritti di Platone. Della filosofia presocratica gli A. ebbero una certa conoscenza attraverso Aristotele stesso e gli accenni nei commenti dello Stagirita. Era noto agli A. segretamente l'atomismo. I traduttori degli scritti greci furono per la maggior parte studiosi cristiani di lingua siriaca, i quali tradussero in arabo in un primo tempo e in primo luogo le versioni fatte precedentemente in siriaco dal greco, solo in un secondo tempo eseguirono traduzioni direttamente dei testi greci. Tali versioni siro-arabe e greco-arabe abbracciarono oltre alla filosofia le altre scienze e l'enciclopedia greca bizantina.

L'epoca delle versioni comincia circa l'anno 800 e va fino al 1000. Le versioni sono per la maggior parte letterali e non sempre esatte, sia per la cattiva conservazione dei

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manoscritti, sia per il fatto del doppio passaggio dal greco al siriaco e dal siriaco all'arabo. Qualche volta il traduttore riassume il testo; oppure alcuni capitoli sono tradotti letteralmente mentre altri sono semplicemente riassunti. Fra altri va menzionato il cristiano siro Hunajn ibn Ishâq che insieme con suo figlio e un suo nipote, si rese molto benemerito verso la scienza araba con numerose versioni di testi greci e siriaci. Però più tardi non ci si contentò più delle versioni fatte dal testo siriaco, e si fecero nuove traduzioni degli stessi testi, cosicché Averroè poté confrontare talvolta due versioni dello stesso passo ed esser così in grado di dare una spiegazione più sicura del pensiero di Aristotele. Le versioni sirische e la filosofia siriaca, che ci hanno anche conservato scritti andati perduti nell'originale greco ma noti agli A. per il tramite delle versioni dal siriaco, sono state perciò le intermediarie tra il pensiero greco e quello degli A. e hanno promosso la diffusione della filosofia greca in Oriente, la quale attraverso la Sicilia e la Spagna ritornò di nuovo nel continente d'origine; infatti non pochi scritti filosofici arabi furono tradotti in latino, sia direttamente sia indirettamente per il tramite di versioni orali in castigliano, oppure di versioni in lingua ebraica, fatte da giudei. In tal modo la filosofia araba ha esercitato un'azione importante sulla speculazione scolastica latina del medioevo, e i nomi dei maggiori filosofi arabi, Alchindi, Alfarabi, Avicenna, Algazel, Avempace, Abubacer e Averroè divennero familiari ai filosofi latini. E per questo che la conoscenza della filosofia araba è sempre di grande aiuto per un'adeguata comprensione della filosofia medievale.

Presso gli A. la filosofia non fu vista con simpatia da parte della più rigida ortodossia, per l'aperto contrasto che importava coi concetti fondamentali della religione islamica. La filosofia fu guardata come prodotto della mentalità pagana e straniera, le fu rimproverato di distogliere le menti dalla religione e di voler sostituire la scienza profana, e in ultima analisi atea, alla vera conoscenza, che non può essere che quella religiosa. Alcuni filosofi furono perciò perseguitati. Ciononostante una parte della filosofia greca, in primo luogo la logica, penetrò nelle opere teologiche degli stessi dottori musulmani, anzi l'aristotelismo divenne quasi la base del sistema religioso islamico. La filosofia però soccomberto infine di fronte all'ortodossia, e si può dire quindi che dopo il 1200 non si è quasi più avuta filosofia tra gli A.

Eppure le dottrine di uno dei più grandi filosofi arabi, Averroè, hanno contribuito a dirigere il pensiero speculativo razionalistico europeo in senso del tutto opposto, verso la dottrina cioè che la filosofia è superiore alla religione e la assorbe nella sua riflessione razionale. Avversario profondo e tenace di questa concezione e, in generale, delle dottrine filosofiche greche tra gli A. è stato Algazel, il quale però ha dovuto anch'esso servirsi in ultima analisi della filosofia, e precisamente allo scopo di impugnarla dal punto di vista religioso. Algazel fu naturalmente combattuto da Averroè, il quale a confutazione della Destructio philosophiae del teologo musulmano scrisse la sua nota Destructio destructionis.

L'originalità dei filosofi arabi sta nello sforzo di conciliare le dottrine filosofiche greche, in prima linea quelle di Aristotele, coi concetti religiosi e teologici del Corano, sempre dando però il primo posto alla filosofia e cercando di svalutare la religione, riguardata quale tipo inferiore di conoscenza di fronte alla filosofia, l'unica che dà la conoscenza vera della realtà. Il problema della conciliazione della filosofia con la religione è stato risolto sulla base di questa premessa; ciascun filosofo lo ha risolto poi secondo la propria mentalità, scienza e temperamento. Nell'àmbito di tale conciliazione, si esercita la facoltà speculativa dei
filosofi, mentre negli altri campi della filosofia le variazioni son di minore rilievo e più per apporto esterno di nuove dottrine che per intimo travaglio spirituale. Si può quindi affermare che la filosofia araba non rappresenta un'epoca di originale fervore spirituale.

I filosofi arabi sono stati quasi tutti sistematici ed enciclopedici. Sulla falsariga specialmente di Aristotele hanno tentato grandiosi sistemi filosofici, abbraccianti tutti i campi delle discipline. Per questo lato della loro filosofia essi non conobbero però l'Aristotele genuino, ma soltanto quello dei commentatori. Essi subirono inoltre l'azione del filosofo e commentatore enciclopedico e sistematico Giovanni Filopono, noto agli A. per parecchi suoi scritti e per i suoi numerosi e voluminosi commenti. Il carattere enciclopedico della cultura araba contribuì al sorgere nell'àmbito di essa di personalità celebri anche in altri rami del sapere: Avicenna fu medico famoso, molto noto anche alla medicina occidentale.

Non tutte le dottrine aristoteliche dei filosofi arabi si possono ricondurre agli scritti dello Stagirita. Ciò è dovuto al fatto che essi hanno attinto sempre ai commenti greci di Aristotele e spesso quindi accolgono dottrine dedotte dai commentatori dal testo aristotelico e da opere del filosofo greco andate ora perdute, specialmente da quelle della sua prima maniera. Il problema degli universali, p. es., che ha pure affaticato la mente dei filosofi arabi oltre quella della scolastica latina, essi lo attinsero ai commentatori greci.

In lingua araba scrissero anche alcuni filosofi cristiani e giudaici; Alfarabi era di nazionalità turca, e Avicenna era di origine certamente persiana; Avempace non era probabilmente di origine araba.

La lingua della quale questi filosofi si sono serviti per dare espressione al loro pensiero è uno strumento molto adatto per esprimere i concetti astratti delle filosofie aristotelica e neoplatonica. Con la lingua araba si può rendere agevolmente qualsiasi concetto filosofico. La sua facilità nella formazione di sostantivi astratti, dedotti persino da particelle, e la ricchezza delle radici ne fanno uno strumento prezioso per il pensiero speculativo. La terminologia filosofica araba ha arricchito il vocabolario della scolastica latina, essendo non pochi termini suoi penetrati, per il tramite delle versioni latine, nella filosofia del medioevo e da questa poi nella speculazione moderna. Qualche termine ha invece subito deformazioni tali, che lo rendono irriconoscibile.

I due più illustri rappresentanti della filosofia araba sono Avicenna (v.) ed Averroè (v.), appartenenti alle due ali estreme dell'area d'espansione della letteratura e civiltà araba. Averroè è l'aristotelico puro, che cerca di scoprire la vera dottrina del maestro greco e di spiegarla, mentre Avicenna è il tipo del filosofo enciclopedico, che rivive la filosofia dell'aristotelismo e del neoplatonismo ed ha creato un grandioso sistema filosofico di tipo del tutto diverso dall'attività letteraria filosofica di Averroè, notissimo alla scolastica latina, in primo luogo per i suoi numerosi commenti alle opere dello Stagirita.

La filosofia araba poté esercitare grande azione sulla speculazione latina del medioevo attraverso le numerose versioni che si fecero degli scritti filosofici degli A. per opera di scrittori cristiani e giudaici. Versioni dall'arabo nel campo della filosofia si fecero tanto in Spagna quanto in Italia. Alcune di tali traduzioni furono eseguite per incarico di Federico II di Svevia. L'aristotelismo si è affacciato nella pienezza delle sue dottrine sulla soglia del mondo occidentale in un primo tempo sotto spoglie avicenniane ed averroiche. L'averroismo (v.) penetrò in Europa attra-

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verso la Spagna e la Sicilia ed ebbe vari centri di claborazione e diffusione, i più importanti dei quali erano Parigi e Padova. L'ultimo averroista italiano è stato Iacopo Zabarella (v.), che fu professore nella Università di Padova: la filosofia araba si è spenta dunque in Italia.

Bibl.: T. J. De Boer, Geschichte der Philosophie im Islam, Stoccarda 1901; B. C