volume-01

Back to Volumes
e la Sicilia ed ebbe vari centri di claborazione e diffusione, i più importanti dei quali erano Parigi e Padova. L'ultimo averroista italiano è stato Iacopo Zabarella (v.), che fu professore nella Università di Padova: la filosofia araba si è spenta dunque in Italia.

Bibl.: T. J. De Boer, Geschichte der Philosophie im Islam, Stoccarda 1901; B. Carra de Vaux, Les pounurs de l'Islam, IV, Parigi 1923, pp. 1-194; G. Quadri, La filosofia degli A. nel suo fiore, I-II, Firenze 1939; G. Furlani, La filosofia araba, in Conferenze e Letture del Centro Studi per il Vicino Oriente, II, Roma 1943, pp. 126-27.

Giuseppe Furlani

I prodotti spontanei (piante balsamiche e gommifere) o coltivati (orzo, palma da dattero, banano, sesamo, canna da zucchero, tabacco, cotone, e caffè) alimentano, con le pelli, un modesto commercio di esportazione, accresciuto di recente in misura cospicua dall'estrazione del petrolio (Isola Bahrein). Le comunicazioni si svolgono su carovaniere; non è stata ancora riattivata la ferrovia che da Medina porta al contine palestinese, destinata soprattutto ai pellegrini musulmani.

Politicamente l'A. è stata quasi totalmente unificata dai Wahhâbiti dell'interno: dal 1934 l'A. Sa'ûdita comprende il Neğd, lo Ḥiğãz e l"Asir ( 0,3 milioni di kmq., con oltre 3 milioni di ab.), con capitale a Rijâd ( 30 mila ab.) e centri più popolosi a Mecca ( 130 mila ab.), e Medina ( 30 mila), le città sante dell'Islamismo; e Gedda ( 40 mila), il principale porto sul Mar Rosso. Indipendente è anche lo Jemen ( 120 mila kmq., I milione di ab.), l'A. felice degli antichi, notevole per la produzione del caffè: la sua capitale è Ṣan'á ( 30 mila ab.), e Hodeidah ( 30 mila), il porto più attivo.

Tutto il resto della penisola e delle isole che la fronteggiano (Curia Muria, Bahrein; di sovranità indeterminata le I. Hāniā, a NE. di Assab) è sotto il controllo della Gran Bretagna (sultanati dello Ḥadramaut, del 'Omān, della Costa dei Pirati, del Qaṭar, del Komeit, delle I. Bahrein) che, interessata a proteggere la via delle Indie, si è anche insediata in Aden (v.) ed in Perim.

Bibl.: B. Moritz, Arabien, Hannover 1923; S. J. B. Philbr. A., Londra 1928; W. Lesch, A., eine landesbaudliche Skizze, Monaco 1931; B. Thomas, Arabia Felix, Londra 1932; D. Gribaudi, Asia anteriore, in "Geogr. universale" diretta da R. Almagià, VI, 1, Torino 1936, pp. 233-88; F. Stark, The Southern Gates of A., Londra 1938; H. Ingrans, A. and the Tales, ivi 1942.

Giuseppe Cacei
2. Religioni dell'A. preislamica. - La religione nella quale nacque Maometto, e che egli aboli con l'Islām, è un politeismo con elementi animistici (culto di pietre, di fonti, di alberi, demonismo). Essa conserva, anche per la natura di arca isolata in cui si è svolta, alcuni caratteri originari delle antiche religioni semitiche, delle quali è una delle principali manifestarioni; per questo essa offre grande interesse agli storici della religione e agli studiosi della Bibbiz.

## Page 1031

Il pantheon arabo è numeroso ma non uniforme: le sue divinità sono di varia origine e natura; non unicamente astrali, sebbene l'adorazione dei corpi celesti sia largamente documentata. Allāa "la dea" diffusa anche tra Nabatei e Palmireni è quasi sicuramente da identificarsi con il sole; al-'Uzzā "la potentissima " è il pianeta Venere; mentre Manāh, la terza grande divinità femminile, è il fato. Vi è poi Allāh (*) il d'o * che indizi sicuri (invocazioni, giuramenti e formole usate in tutta l'A., il Corano) mosirano aver prevalso presso gli Arabi; e può chiedersi a questo proposito se non sia propria degli antichi Arabi la concezione di un Dio celeste, depositario e garante delle regole di legge e di morale. Che tale idea di Alläh abbia servito da introduzione al concetto islamico di Dio sembra certo : essa tuttavia riceve la sua forza, veramente attiva nel processo religioso che ha portato alla formazione dell'Isläm, dalla concezione infinitamente superiore del monoteismo ebraico e cristiano che Maometto ha saputo inserire dentro un quadro arabo ispirato alla tradizione nazionale nella quale ha anche la sua parte la figura del vecchio Allāh.

Nella vita religiosa araba hanno poi un luogo notevole le credenze relative agli esseri demonici (ginn) che animano la natura e dimorano in luoghi deserti; per lo più anonimi e di indole maligna. Tale credenza sopravvive nell'Isläm che però distingue ginn buoni e cattivi.

Culto. - L'idolo di pietra era in origine portato dai nomadi in una tenda di cuoio rosso e seguiva le peregrinazioni della tribù. Ma nei vari territori vi era un luogo fisso di culto: più celebre di tutti quello della Mecca (la Macoraba del geografo Tolomeo), meta di pellegrinaggio (hağğ) per tutti gli arabi pagani, dove il santuario, chiuso da un recinto (baram), consisteva in una pietra nera, forse un serolito, di cm .30 di diametro, incastrato oggi nel lato orientale della Ka'bah, piccolo edificio di forma cubica alto m. 12. Nella Ka'bah era contenuto l'idolo di Hubal, nume principale del luogo, in forma umana. Il culto consisteva in giri e processioni intorno al santuario, nel bacio del simulacro, in corse rituali, in alte invocazioni alla divinità (Labbajha allähumma: "ai tuoi servigi, o Signore»), nel gettito di pietre su cumuli di altre pietre. Le cerimonie erano compiute in determinate condizioni di purità rituale e con l'osservanza di norme fisse per il vestito e per il taglio dei capelli e di rigorosi interdetti. Parte essenziale del rito era il sacrifizio, consistente in offerte di primizie e di prodotti agricoli e specialmente pastorizi, nelle immolazioni di animali del cui sangue veniva cesparsa la pietra sacra. Al santuario erano addette persone in funzione di custodi e di indovini (sädin, plur. sadanah; kāhin, plur. kuhhän, funzione ereditaria presso ragguardevoli famiglie.

Le feste religiose annuali si svolgevano presso i santuari nei mesi sacri che in origine erano in relazione con le stagioni dell'anno solare e durante le quali vigeva la tregua tra le tribù.

La circoncisione di uso generale è quasi sicuramente di origine rituale e religiosa. Moltissimi nomi sono teofori, ossia contengono il nome di una divinità. Gli usi funerari sono anche essi penetrati di spirito religioso, ma sebbene fosse ben determinata la nozione dell'anima, del soffio (nafs) distinto dal corpo, non vi è alcuna traccia concreta della credenza nella vita di oltretomba. La parte escatologica della dottrina predicata da Maometto, e cioè resurrezione e giudizio, era la meno accettabile e comprensibile per gli Arabi pagani.

La fede e la pratica idolatrica erano già prima di

Maometto in decadenza : solo la figura di Allāh guadagnava prestigio di fronte ai vecchi idoli mentre le missioni cristiane, i contatti con la Siria e Bisanzio ammonivano gli Arabi pagani che abitavano le città, circa le forme superiori di vita che fiorivano in tanta parte dell'Oriente. Maometto seppe interpretare queste tendenze vive specialmente presso i cosiddetti " uomini più (banîf), ma ha immesso il nuovo fermento nella tradizione e con ciò ha assicurato successo e vitalità all'Islām.

Bibl.: J. Wellhausen, Reste arabischen Heidentums, 2 voll., Berlino 1827; L. Caetani, Annali dell'Islam, I, Milano 1902, passim: Th. Nöldeke, Arabs (Ancient), in Enc. of Relig. and Eth., I, Edimburgo 1908, pp. 639-73; H. Lammens, Le culte des bélytes et les processions religieuses chez les Arabes préislamites, in Bull. de l'Inst. fr. d'Archéol. Orientale, 17 (Cairo 1919), ristampato in L'Arabie occidentale avant l'Hégire, Beirut 1938; id., Les Sanctuaires préislamites dans l'Arabie occidentale, in Mélanges de l'Université de Saint-Joseph, XI, ivi 1926.

Michelangelo Guidi
3. L'A. preislamica. - I. L'A. nella Bibbia. Nel Vecchio Testamento si ha poco di particolare intorno agli Arabi. Il nome stesso ricorre solo nei libri biblici di data più recente ed è usato esclusivamente per designare gli abitanti del territorio a sud-est della Transgiordania, quindi la regione a nord della Penisola arabica. Le tavole genealogiche della Genesi contengono nomi che si riferiscono chiaramente alle regioni o gruppi etnici dell'A.; il che indica che gli Ebrei distinguevano tra le varie tribù quelle che ad essi erano imparentate (discendenti di Abramo).
![img-17.jpeg](img-17.jpeg)
(prop. Enc. Gett.)
Arabia - Provincia romana d'A. dopo Diocleziano, con i principali centri cristiani.

## Page 1032

![img-18.jpeg](img-18.jpeg)

Arabia - Basilica cristiana di Umm es-Surab (sec. v).
I Madianiti (v.) menzionati nella storia di Mosè (Ex. 2, 15 sg., ecc.) nell'esodo dall'Egitto (Num. 25, 1418; 31, 2), e infine nel racconto della vittoria di Gedeone (Inde. 6-8), erano Arabi del nord. Altri passi biblici (cf. Gen. 37, 25.27 sg., 36), specialmente nei libri profetici, presentano insistenti allusioni agli Arabi, menzionando le loro carovane, i prodotti del loro territorio, i loro costumi. Dopo l'esilio babilonese, gli Arabi furono un serio ostacolo alla restaurazione di Gerusalemme (Neh. 2, 19, ecc.). Poco a poco occuparono i territori degli Edomiti e di altri, costituendo un vasto reame con capitale Petra. Questo regno dei Nabatei (v.) ebbe parte importante nello sviluppo politico di questa regione. Questi Arabi avrebbero eseguito l'incursione contro Joram (II Par. 21, 16); Ozia debellò gli «Arabi abitanti in Gurbaal» (II Par. 26, 7). Nel 105 d. C. Traiano ridusse il regno a provincia romana.
2. Cristianesimo in A. prima dell'Islam. - Le origini del cristianesimo in A. sono, purtroppo, oscurissime. Essendo l'A. relegata ai confini dell'impero, attraeva poco l'attenzione degli storici. Le poche e frammentarie tradizioni rimasteci erano poco accurate, come risulta dal fatto che l'A., ad eccezione della piccola parte inclusa nell'impero, era spesso confusa, nella mente degli storici, con l'India o con l'Etiopia. Possiamo trarne quindi ben poco di certo.

Lasciamo da parte le varie leggende intorno all'A., ove s. Paolo si ritirò dopo la sua conversione (Gal. 1, 17), poiché si tratta della regione a sud di Damasco, o, se mai, della penisola del Sinai; né Saulo vi fece alcun tentativo di apostolato tra le popolazioni. L'asserito soggiorno di s. Bartolomeo tra gli abitanti dell' Jemen è principalmente basato sull'affermazione di Eusebio che il catechista Panteno, spintosi ad evangelizzare l'« India», trovò una copia del Vangelo in ebraico, ivi portata dall'apostolo.

L'imperatore Filippo "l'arabo" (244-45) era forse nato da genitori cristiani. Intorno al 244, Origene visitò la "provincia di A. ", dietro invito del governatore del distretto. Sembra che abbia avuto contatti prolungati con alcuni vescovi delle varie chiese esistenti nella regione di Bosra (v.). Il suo aiuto fu chiesto per ricondurre all'ortodossia il vescovo di Bosra, Beryllos, chiamato da Eusebio «vescovo degli Arabi». Molti cristani di A. furono sotto Diocleziano martirizzati o condannati "ad metallo» nel Sinai (303-305). L'esplorazione archeologica, che ha portato alla luce molte vestigia di chiese nella regione di Haurān, e centinaia di iscrizioni greche e latine, conferma la tradizione che presenta Bosra come centro di una fiorente comunità cristiana fin dagli inizi del sec. III, metropoli di una ventina di vescovati. Sei o sette vescovi della provincia di A. furono presenti al Concilio di Nicea [325]. La Peregrinatio di Eteria (fine del sec. iv) rivela l'esistenza di monasteri eretti sul sito di famosi episodi biblici.

Nel sec. v la regione di A., all'est della Siria, era di solito assegnata come luogo d'esilio agli cretici e agli ecclesiastici sospetti. Anche Nestorio trascorse parte del suo esilio a Petra.

Questi fatti, ad eccezione della tradizione relativa a s. Bartolomeo, riguardano l'angolo nord-occidentale della penisola arabica, e particolarmente quegli Arabi che avevano adottato la vita sedentaria. Detta regione divenne nel sec. vi il centro della dinastia cristiana dei Gassānidi. Posta direttamente sotto l'influsso dell'impero bizantino, subì gradualmente, per i contatti frequenti con i cristiani di Siria, la penetrazione della fede cristiana fra le tribù pagane.

Anche fra i nomadi l'influsso del cristianesimo non mancò di farsi sentire. Gran parte ebbero in ciò monaci ed anacoreti. Benché non esistano relazioni estese della loro attività, i pochi fatti che conosciamo bastano ad indicare l'influsso che l'esempio delle loro austerità e la solennità dei riti nei loro monasteri esercitò sui beduini, dei quali molti entrarono nei monasteri della Palestina; un monaco arabo, s. Elia, fu patriarca di Gerusalemme (494518). Tra gli altri Sozomeno ci descrive la conversione di un principe del deserto, Zokomos, che fu condotto al cristianesimo dall'intervento di un pio monaco. Di non minore importanza fu la conversione di una regina araba, Mavvia, la quale dopo aver resistito lungamente ai Romani, si sottomise infine e divenne cristiana, all'unica condizione che il monaco Mosè, che l'aveva molto impressionata per la sua vita ascetica, fosse nominato vescovo. Tale richiesta suscitò grave imbarazzo all'imperatore Valente ( 364-78 ), perché il monaco rifiutò di lasciarsi consacrare dal vescovo ariano di Alessandria, e lo costrinse a richiamare uno dei vescovi esiliati per compiere tale rito. Ma, purtroppo, questa stretta ortodossia non sembra aver caratterizzato il clero arabo, poiché sempre, fin dai primi secoli, l'A. fu nota come madre di eresie.

Fuori della penisola arabica, troviamo, verso l'est, un altro gruppo di cristiani, che ha il suo centro a Hirah, ai margini della Mesopotamia e sotto la sovranità dell'impero persiano. Non sappiamo come il cristianesimo sia penetrato fra gli Arabi di questa regione, che forse lo ricevettero da un nucleo di Aramei convertiti. Nel 410 vi era a Hirah il vescovo Hōkē', e conosciamo i nomi di sette suoi successori (nestoriani), fino all'anno 600 . Fino alla conversione di Abū Qābūs, poco dopo il 595 , la regione di Hirah fu governata da principi pagani dipendenti dai Sassanidi. Questi governatori non esitarono a seguire i loro sovrani nel perseguitare i cristiani. Nonostante queste ed altre difficoltà, quando l'Islām comparve, dopo il 632 , la maggioranza della popolazione era cristiana, composta in gran parte di nestoriani con rappresentanze di giacobiti. Il cristianesimo perdurò in questa regione molto tempo dopo la conquista dell'Islām; all'inizio del sec. viII troviamo menzione del vescovo monofisita Giorgio, che traduce in siriaco l'Organo di Aristotele.

Al sud, gli altopiani del Neğd e la regione costiera
![img-19.jpeg](img-19.jpeg)

Arabia - Fonte battesimale monolitico dei dintorni di Kersh
(sec. vi).

## Page 1033

del Higgaz rimasero praticamente fuori dell'influsso cristiano. Soltanto verso il sec. vi troviamo tracce della sua presenza nel Higgaz. Alla Mecca, ad es., la fede cristiana fu introdotta da schiavi per lo più abissini, e forse da soldati della stessa razza. Numerosi cristiani si trovavano fra i Banù Tamim e cosi fra Banù Kindah, Kalb e Tajji'; ma molte di queste tribù alla conquista musulmana abbandonarono l'antica fede.

L'estremità meridionale della penisola, la A. Felix, fu più fortunata. E storicamente certo che vi fu inaugurata una missione da Teofilo l'Indiano, diacono di Nicomedia e ardente fautore dell'arianesimo. Secondo Filostorgio, Teofilo fu mandato dall'imperatore Costanzo II (337-6r), a capo di una ambasceria, agli abitanti di questa regione. Ottenne il diritto di costruire chiese per i mercanti bizantini che spesso vi erano di passaggio, e di lavorare per la conversione degli indigeni. E da supporsi che il successo sia stato imponente, se, come sembra, giunse a convertire il re. Qualche tempo dopo, nella stessa zona della penisola, i nestoriani intrapresero di portare la fede agli abitanti di Neğrān. Ma, dai pochi fatti che conosciamo, non sembra che vi sia stato un largo sviluppo del cristianesimo fino alla seconda invasione abissina nel 523. La lista dei martiri, tuttavia, caduti nella persecuzione del re giudaico Dù Nuwās che precedette questa invasione, sembrerebbe dimostrare che il numero dei cristiani non era trascurabile. Il periodo che precedette l'Islām, particolarmente l'ultimo quarto del sec. vi, può essere considerato l'età aurea di questa Chiesa. Col sopraggiungere dell'Islàm, i cristiani che rimasero fedeli furono costretti ad emigrare nell'Iraq.

A causa dei suoi centri di diffusione, era naturale che questi gruppi appartenessero o alla setta nestoriana o a quella giacobita. Lo sforzo dell'ariano Teofilo fu un caso isolato; non sembra che simile iniziativa sia stata presa da parte dei cattolici.
3. Traduzioni arabe della Bibbia. - La stretta unione che esisteva tra le comunità cristiane di A. e i centri della cristianità in Siria spiega l'assenza di una versione araba della Bibbia nei primi sei secoli. Durante il periodo anteriore alla conquista islamica, il siriaco rimase la lingua ufficiale delle Chiese d'A. che, in prevalenza, facevano parte dell'organizzazione ecclesiastica di Bisanzio. Probabilmente qualche scritto religioso fu tradotto, ma in generale i cristiani dipendevano da tradizioni orali che si trasmettevano da una generazione all'altra. L. Caetani afferma al riguardo che Maometto non può aver derivato la sua conoscenza delle Scritture da un testo arabo perché «non esistevano a quel tempo versioni arabe della Bibbia o del Vangelo» (II, p. 704). Fu solo con l'avvento dell'Islām che l'arabo acquistò molta importanza e che i cristiani sentirono il bisogno di un testo in tale lingua.
![img-20.jpeg](img-20.jpeg)
(propr. R. Bartocciai)
Anabis - Musaico pavimentale di chiesa con riproduzioni di edifici cristiani (sec. vi) - El-Qurismah l'Ammāsi).
![img-21.jpeg](img-21.jpeg)
(propr. R. Bartocciai)
Arabia - Musaico pavimentale con riproduzione della chiesa locale (sec. vi) - M8'in.

Il Gaōn Saadja (m. 942), dotto ebreo, tradusse il Pentateuco. Il suo lavoro, che è più una parafrasi, che una versione, servì di base per simili tentativi dei copti in Egitto. Lo storico arabo al-Mas'ūdī (m. 957) afferma che Hunajn ibn Ishāq (m. 877 ?), famoso filosofo e traduttore nestoriano, lasciò una versione dell'intera Bibbia dal Settanta, però finora non vi è traccia di questo lavoro. Nei secc. x e xi i melkiti, specialmente in Egitto, si occuparono molto di questo problema. Il presbitero 'Alam di Alessandria, Teofilo ibn Taulfi del Cairo ed 'Abdallāh ibn al-Fadl ad Antiochia, rividero e ritradussero varie parti della Bibbia, lavorando su testi siriaci e greci. Ancora nel sec. x il siro al-Hārit ibn Sinan tradusse il Pentateuco dagli Esapli siriaci. Il monaco nestoriano Ibn aṭ-Tajjib (m. 1043) tradusse il Diatessaron (v.).

Solo nel sec. xVI i cristiani cominciarono a raccogliere le versioni parziali della Bibbia per formare una edizione completa. Il gesuita Giovanni Eliano, legato pontificio presso la nazione maronita, ebbe incarico dal papa Gregorio XIII (1272-85) di portare a Roma un testo completo della Bibbia perché fosse stampato e ordinato in conformità alla Volgata latina. La prima stampa di tutta la Bibbia in arabo ebbe luogo a Parigi nel 1629-43.

A metà del sec. xviri un copto cattolico, Raffaele Tūki, tradusse la Bibbia sulla base della Volgata latina. Nel sec. xix i missionari protestanti nel Libano tradussero l'intera Bibbia, basandosi sui testi originali ebraico e greco. A metà del sec. xix uscirono due altre versioni, una dei Domenicani di Mossul e l'altra sotto la direzione dei Gesuiti di Beirut.

Bibl.: 1. F. X. Kortleitner, De antiquis Arabiae incolis eorumque cum religione musaico rationibus, Innsbruck 1930.
2. L. Caetani, Annali dell' Islam, 10 voll., Milano 19041926 (importanti studi sulle più antiche fonti della storia araba); L. Duchesne, Eglises séparées, ²ᵉ ed., Parigi 1902, pp. 300-32; H. Lammens, Le berceau de l'Islam, Roma 1914; R. Aigrain, a. v. in DHG, III, coll. 1138-1292 (con copiosa bibliografia); G. Graf, Geschichte der christlichen-arabischen Literatur, I (Studi e testi, 118), Città del Vaticano 1944.
3. I. Guidi, Le traduzioni degli Exangelli in arabo e in elinizio, in Atti d. R. Accad. d. Lincei, Roma 1888, I, p. 236 sgg .; H. Hyvernat, a. v. in DB, I, coll. 849-46; P. Kahle, Die arabischen Bibelübersetzungen, Lipsia 1904; G. Graf, Die arabische Pentateuchübersetzung im cod. Monoc. arab. 134, in Bibl. Zeits., 13 (1918-21), pp. 97-113. 193-212. 291-300; id., Arabische Ubersetzungen der Apocalypse, in Biblica, 10 (1929), pp. 170194; A. Vaccari, Le versioni arabe dei Profeti, in Biblica, 2 (1921), pp. 401-23. 3 (1922), pp. 401-23; id., Una Bibbia araba per il primo gesuita venuto al Libano, in Mélanges de l'Un. de StBeoph (Beirut), 10 (1923), pp. 79-104; A. Nallino, Raccolto di scritti, III, Roma 1901, pp. 121-36; C. Peters, Probe eines bedeutsamen arabischen Evangeliententes, in Oriens Christianus, 38 (1936), pp. 188-111.

Giacomo Finnegan

## Page 1034

4. Archeologia cristiana. - Arabia, cosi fu denominata dai Romani la provincia costituita nel ro6 d. C., per ordine di Traiano, con gran parte del territorio a sud di Damasco fino al golfo di Ela ('Aqabalī), delimitato ad oriente dal deserto siriano e ad occidente dalla vallata del Giordano, territorio compreso oggi per la maggior parte nel regno di Transgiordania. Le pietre miliari della strada allora aperta attraverso il paese, da nord a sud, portano l'indicazione redacta in formam Provinciae Arabiae, e una moneta fu coniata, per celebrare l'avvenimento, con la personificazione della Provincia, fiancheggiata a sinistra da un cammello e dalla leggenda Arabia adquisita. Contemporaneamente cessava la lunga serie dei re della Nabatena, che, con la tolleranza di Roma, dalla loro capitale e sede originaria, Petra, si erano spinti a dominare la parte settentrionale della penisola arabica e poi le terre a settentrione fino a Damasco.

L'amministrazione romana favorì lo sviluppo economico ed edilizio di varie città, oltre Bostra, quali Canatha, l'odierna Qanawāt, Dionysios (Suweidä'), Salca (Saljod), Gerosa (v.; odierna Gerad), Philadelphia ("Ammān) e infine la stessa Petra, oggi inabitata. Alla circostanza di aver dato i natali all'imperatore Filippo l'Arabo dové invece il suo eccezionale decoro esteriore, sproporzionato certo alla sua reale importanza, Sabha, denominata poi Philippopolis. Ma non abbiamo notizie certe di edifici religiosi cristiani anteriori al sec. Iv; molti, invece, e spesso con dovizia di decorazione, specialmente musiva, ne sorsero ovunque dopo quest'epoca, anche in località di secondaria importanza, della cui esistenza e delle cui vicende costituiscono in certi casi l'unica documentazione, con lunghe e circostanziate iscrizioni dedicatorie, spesso parte integrante anche dei musaici pavimentali. I riferimenti cronologici in esse contenuti sono sempre computati secondo l'era di Bostra o della eparchia ( = provincia) che ebbe inizio nel ro6 d. C. appunto con la costituzione di questa. Chiese furono pure costruite in alcune fortezze del limes arabico; ne sono state riconosciute a Odruh, ad oriente di Petra, almeno tre ad Umm er-Resās, all'altezza di Kerak, ed una se ne è scavata sull'acropoli di 'Ammān, fortificata nel basso impero. Sono infine da rammentare taluni centri cristiani costituitisi verso la metà del sec. Iv proprio sui margini del deserto siriano, ricchi di edifici religiosi, che denotano una fervida vita spirituale, in profondo contrasto col silenzio che oggi incombe sulle loro rovine. In uno solo di essi, Umm G̉emal, nella Transgiordania settentrionale, si sono identificate non meno di 15 chiese e un monastero. Rare invece, o per lo meno finora inesplorate, le necropoli, quando esse non sono pure in gran parte composte di sepolcri anepigrafi. Una delle poche note, molto estesa, con iscrizioni copiose, databili fra il sec. v e viI è stata riconosciuta e studiata da R. Canova nella regione di Kerak in Transgiordania (v.). La lingua delle comunità cristiane era generalmente il greco; però ad el-Qucianah, poco a sud-est di 'Ammān, accanto ad una iscrizione in questa lingua e nello stesso edificio sacro, ce n'era un'altra in airisca. Da uno dei cimiteri del Trastevere, in Roma, sembra provenire l'iscrizione cristiana in latino di un Bassus, civis Arabus (museo Cristiano Lateranense, parete XIII, n. 43). Fra la ricca mèsss di musaici scoperti e studiati in questo paese, caratteristico è un gruppo di essi raffiguranti località e chiese della regione, sede di vescovati della Palestina e dell'A. non altrimenti noti, che vengono così ad integrare le incomplete liste episcopali della tradizione scritta relativa a tali gerarchie ecclesiastiche, fornendoci altresì i nomi dei titolari e l'epoca in cui esplicarono la loro missione, sottoposti ora al patriarca di Antiochia, ora a quello di Gerusalemme (Notitia Antiochiae ac TeraoIymae Patriarchatuum, ed. lat. della 2^{text {a }} metà del sec. xir, a cura di T. Tobler e A. Molinier, Itinera Hierosolymitana..., I, Ginevra 1880, p. 342 sg.; Mgr. Efrem Rahmani, I fasti della Chiesa patriarcale antiochena, Roma 1920, parte iv-v). Notevoli a tale riguardo sono il noto musaico geografico di Madaba (v.) attribuito al sec. vi, per quanto molto de-
teriorato proprio nella parte che riguarda l'A., e la bordura del pavimento quasi coevo della chiesa di Mă'in, purtroppo anch'essa parzialmente perduta. Non mancavano neppure centri monastici : di speciale importanza, per l'eccezionale evento biblico collegato e per il buono stato in cui ci è pervenuto, è quello del Monte Nebo.

Abbiamo notizie in A. di martiri anteriormente ad Eusebio (Hist. eccl., VIII, 12, 1), forse gli stessi per cui ci è stata tramandata la notizia che in Arabia esistate Filialofia synodine martyrum celebratus (H. Dalshaye, Les origines du culte des Martyrs, Bruxelles 1933, p. 215). Di altra grande persecuzione si parla alla fine del sec. vi (cf. Acta SS. Octobris, X, Parigi 1869, pp. 662-762). Circa un secolo dopo imperverso in tutto il paese la lotta iconoclastia; di essa sono rimaste tracce evidenti nei musaici di molte chiese, ove furono sistematicamente distrutte tutte le figure umane o di animali, non sempre però in modo da impedire di riconoscervene tolvolta qualche resto. Il provvedimento si attribuisce a 'Omar II (ott. 717 -febbr. 720), ma non sembra che i suoi successori vi abbiano insistito perché i danni furono ben presto riparati. In precedenza, e specialmente fra il vi e il vir sec., forse per meglio provvedere alla propria sicurezza, le comunità cristiane avevano cominciato a concentrarsi di preferenza intorno a Kerak e a nord di questa località. La Petrea era ormai divenuta una regione di confino per condannati comuni ed esiliati politici (e fra questi erano compresi quelli per motivi religiosi). Tristemente note per tale motivo furono le miniere di Phainò, sulle pendici del Gite a 16 km . da Chobak, ove molti cristiani furono inviati ai lavori forzati, fino a raggiungere un numero tanto considerevole da consigliare l'istituzione in loco di un vescovato per la loro assistenza spirituale. Petra, considerata come località di confine, fin per essere frequentata anche da anacoreti, che lasciarono tracce della loro permanenza nelle croci incise dentro e fuori le tombe rupestri; una di queste, anzi, secondo un'iscrizione dipinta in rosso sopra una delle pareti, fu convertita in chiesa e consacrata dal vescovo Giasone nel 447. L'invasione araba tollerò il libero culto del cristianesimo contro pagamento di un'imposta. Di recente è stato identificato un centro monastico cristiano nella stessa penisola arabica, dove fin'ora non si conoscevano edillei del genere, a Kîwrah, databile, secondo il suo scopritore (cf. N. Glueck, The other side of the Tardan, New Haven 1943, p. 44), circa al rooo. Si sarebbe cosi avuto anche un fenomeno di persistenza di nuclei cristiani isolati nel mondo islamico, quale fu già constatato nei cimiteri quasi coevi di Engila in Tripolitania, e di Kairouan in Tunisia. L'indagine archeologica non ha invece rinvenuto documenti utili a fissare le vicende successive dei cristiani del territorio dell'antica provincia di A., ormai compresa nella più vasta comune denominazione di Siria. Le stesse cronache del periodo crociato sono scarse di notizie al riguardo: soltanto nell'interno delle fortezze allora costruite oltre Giordano si sono riconosciute anche delle chiese.

ROL. E. De Ruggiero, s. v. in Dic. Epigr., I, p. 627 sge.; W. Fell, Die Christenverfehrung in Südarabien und die himiarisch-antiapischen Kriege nach abessinischer Ueberlieferung, in Zeitschrift der deutschen morgaditadischen Gesellschaft, 33 (1881), pp. 1-74; R. Brünnow e W. Domaszewski, Die Provincia Arabia, 3 voll., Strasburgo 1904-1909; R. Dussaud, Les Arabes en Syrie avant l'Idéen, Parigi 1907; A. Rammerer, Petra et la Nabatène, (vi 1929, p. 238 sgg.; R. De Vaux, Une mosalque byzantine à Ma'in (Transiordanie) in Revue biblique, 47 (1938), pp. 227-38, tavv. xi-xvi; R. Devreesse, Le Christianisme dans la province d'Arabie, in Vivre et penser ( = Revue BAC), 2^{°} serie (1942), pp. 110-46; J. Lassus, Sanctuaires chrétiens de Syrie, Parigi 1942.

Renato Bartoccini
5. It. vicariato apostolicO dell'A. - Retto dai Minori Cappuccini di Toscana, il vicariato apostolico comprende, oltre la penisola arabica, desertica e sterile, la stazione militare inglese di Aden, col relativo retroterra, privo di acqua, e la Somalia inglese. La popolazione è in maggioranza araba, il resto risulta di Ebrei, Berberi, Indiani e Somali; in tutto ca. 7.500 .000 anime. Religione predominante la musulmana (Arabi, Somali e Berberi); il resto pagani

## Page 1035

(Indiani). Campo perciò tutt'altro che facile per l'apostolato.

In origine la missione era limitata alla piazzaforte di Aden, ed era incorporata al vicariato apostolico di Egitto e A., affidato ai Servi di Maria (1841-49). In seguito (1851-54), fece parte del vicariato dei Galla, eretto nel 1846 e affidato al Massaia, nel 1854 la missione, resa autonoma col grado di prefettura apostolica per designazione dello stesso Massaia, ebbe per prefetto il sacerdote genovese Luigi Sturla, profugo della rivoluzione anticlericale del ' 47 : questi la resse dieci anni, cioè fino a che non tornò in patria, allorché la missione, pur rimanendo prefettura, fu annessa al vicariato di Bombay. Riacquistata la sua autonomia due anni dopo, la conservò per una quindicina d'anni, finché nel 1875 fu di nuovo aggregata al vicariato dei Galla, evangelizzato dai Cappuccini francesi, succeduti agli italiani. Finalmente nel 1888 fu eretta in missione a sé col nome di Aden e affidata ai Cappuccini liguri. Essendo però una missione di territorio troppo ridotto, l'anno dopo le si aggiunse tutta la penisola arabica con le isole di Perim e Soostra e mutandone il nome in quello di A. Ma essendo, in realtà, precluso l'apostolato in tutto questo territorio sacro a Maometto, nel 1891 fu annesso al vicariato anche il Somaliland o Somalia britannica. I Cappuccini italiani successero a quelli della provincia lionese nel 1910 e più completamente nel 1915 con mons. Vanni.

La missione è necessariamente condannata alla quasi sterilità: la stazione di Hodeidah, sulla costa araba, e le due di Berbera e di Shinbaralek, sulla costa somala, si dovettero chiudere - queste ultime, nel igio, per ordine dell'autorità inglese - sicché effettivamente i Padri non occupano che la sola Aden, ossia la città nuova (Stemar Point) e la vecchia Aden Camp. Sulla costa della Somalia, dove oggi i Somali non parrebbero tanto ostili come per l'innanzi, il missionario non si reca che di tempo in tempo per la cura dei pochi cattolici sparsi qua e là. In Aden le due scuole della missione, maschile e femminile, discretamente frequentate, sono aperte a ragazzi di ogni stirpe e credenza. I cinque padri cappuccini sono coadiuvati da alcuni pochi fratelli maristi e da dieci suore terziarie francescane di Calais, di cui una indigena, le quali hanno cura dell'orfanotrofio femminile. I cattolici sono 1.479, dei quali 204 europei.

Bib.: C. da Terzorio, Manuale historicum Miss. Ord. Min. Capoc., Isole del Liri 1926, pp. 130-41; G. B. Tragella, Italia Missionaria, Roma-Milano 1939, pp. 5-8; MC. pp. 16-17. Giovanni B. Tragella

ARABICHE, CIFRE: v. cifre arabiche.
ARABICI. - Setta eretica del sec. it, sviluppatasi in Arabia, specialmente nella regione di Damasco. Il nome è stato dato ai suoi seguaci da s. Agostino (De haeres., 83: PL 17, 46). Ne parla pure Eusebio (Hist. eccles., VI, 37: PG 20, 397). Non se ne conosce né il fondatore né lo sviluppo. La dottrina degli A. era una specie di materialismo. Interpretando male un passo della I Tim. (6, 16), insegnavano che il corpo è la parte principale dell'uomo e che l'anima muore col corpo per poi risorgere insieme ad esso; furono perciò chiamati 0 ν_{5} τ 0 dot{σ} ∪_{2} i τ a 1. Secondo Niceforo Callisto (Hist. eccl., V, 23: PG 145, 1112), dopo alcune inutili radunanze di vescovi per combatterli, fu invitato Origene, che li avrebbe trionfalmente persuasi a ritornare alla Chiesa.

Bib.: J. Fr. Buddeus, De Arabicorum haereri, Jena 1713; Hefele-Leclercq, I, 1, pp. 163-64; A. Pincherle, s. v. in Enc. Ital., III, p. 908.

Angelo Audino

ARABO-NORMANNA, ARTE: v. siculo-nORMANNA, ARTE.

ARABO-SPAGNOLI, SCRITTORI ASCETI-CO-MISTICI. - Il lungo periodo di dominazione islamica in Spagna (oltre 7 secoli: 711-1492), col conseguente stabilirsi di mutue relazioni tra i saraceni e la popolazione nativa, sia nel campo sociale che in quello culturale, ebbe come effetto la formazione di due culture ben definite, assai distinte fra loro sebbene non prive di mutui influssi : la cultura cristiano-arabica o mozarabica (così detta dai mozarabi, cristiani che vivevano fra i musulmani praticando la propria religione), e la cultura arabico-cristiana o dei mudejares, musulmani viventi fra i cristiani. I mozarabi arricchirono la cultura islamica con gli elementi visigotici di cui erano gli eredi; i mudejares portarono alla cultura cristiana ispanica il contributo della scienza e della cultura arabica, vanto degli arabi spagnoli allorché nell'Oriente la scienza trovavasi in piena decadenza.

L'averroismo (v.), sistema filosofico arabo-spagnolo, era anche una teologia a finalità mistica (unione con Dio mediante la speculazione o la contemplazione). Ma l'ideale mistico di Alfarabi (m. nel 950), Avicenna (m. nel 1037), Avempace (Ibn Bāğah, m. ca. nel I138), Abubacer (Ibn Tufajl) e Averroè, come degli altri (eccettuandosi in parte Al-Gazzālī, che subisce certamente l'influsso cristiano), è ristretto all'àmbito filosofico e sfocia nel panteismo. L'influsso dottrinale dei cosiddetti mistici a.-s., sui mistici cristiani del medioevo ed anche posteriori, è stato ai giorni nostri alquanto esagerato.

Fra coloro di cui più forte si afferma essere stato l'influsso sui mistici cristiani, è anzitutto da segnalersi Ibn Abbât de Ronda, vissuto nel sec. xiv. Dall'arahista Miguel Asín Palacios questo mistico musulmano è chiamato "precursore" del Dottore della Chiesa s. Giovanni della Croce, e l'opera sua principale, Commentari alle sentenze di Ibn 'Ata Allah d'Alexandrie, è da lui considerata un manuale completo di ascetica e mistica. Egli anzi pretende di mostrare l'influsso di Ibn Abbât sulla mistica di s. Giovanni della Croce, esponendo dettagliatamente la dottrina di entrambi e rilevando coincidenze sorprendenti non solo di idee ma anche di lessico.

Altro notevole mistico arabo fu Abú Bakr Muhammad ibn 'Ali, più noto con il nome di Ibn al-'Arabi, n. a Murcia verso il 1164 , della cui fecondità come scrittore fanno fede oltre 400 opere. Louis Massignon dice che la sua dottrina domina tutta la storia moderna del misticismo musulmano. Come Ibn Abbât ed altri scrittori mistici musulmani, presenta singolari analogie di dottrina con la mistica cristiana. Non meno elevata è l'opera del suo contemporaneo egiziano Ibn al-Fārid (118a-1235).

Menzione speciale merita il beato Raimondo Lullo (v.) m. nel 1315 , su cui l'influsso di Aben Massarra è innegabile; le sue opere influirono sulla letteratura mistica spagnola e francescana.

Secondo Emile Dermenghem i y ū f i (poeti e cantoni musulmani) hanno esposto le grandi esperienze mistiche in modo assai somigliante ai Padri e Dottori mistici cristiani.

Tali analogie di concetti e anche di esperienze non devono però stupire. Esse si spiegano, in parte, considerando che molti mistici musulmani furono in contatto, nell'Oriente prima, nella Spagna poi, coi grandi monasteri e coi monaci cristiani, e vi fu mutuo scambio fra la cultura islamica e la cristiana durante il periodo della dominazione arabica nella Spagna. Va notato comunque che di ascetica e mistica vi erano stati, molto prima di Maometto, grandi scrittori cristiani, i quali avevano già fissato la tecnica di tale scienza. Molti concetti filosofici, poi, eran patrimonio comune ai mistici arabi e cristiani, dacché le filosofie platonica, aristotelica e plotiniana erano con pari ardore studiate nella Spagna da arabi e da cristiani. Da

## Page 1036

queste analogie, però, e dal mutuo influsso culturale sarebbe erroneo concludere ad identità sia di dottrina sia di mistiche esperienze, come vorrebbero taluni.

Biel.: 1. Di Matteo, Ibn al-Färid (traduzione ital.), Roma 1917; C. A. Nallino, Il poema mistico arabo d'Ibn al-Färid, in Riv. di Studi Orientali, 8 (1919-20), pp. 1-106, 301-62; L. Massignon, La passion d'Al-Husayn-Ibn-Mansour-al-Halidi, martyr mystique de l'Islam, Parigi 1922; E. Dermenghorn, L'Eloge du vin (Al Khanniya), poème mystique de Omar al Faridh, Parigi ca. 1028; E. de la Nativité, L'expérience mystique d'lbn Arabi. est-elle surnaturelle?, in Etudes Carméltitaines, 16 (1931), pp. 137168; M. Asin Palacios, La espiritualidad de Algaxet y su sentido cristiano, a voll., Madrid 1931-41; id., El Islam cristianizado. Estudio del Sufismo a través de las obras de Aben-Arabi de Murcia, Madrid 1931; id., Un précurseur hispano-musulman de saint Jean de la Croix, in Etudes Carméltaines, 17 (1932), pp. 113-67; L. Massignon, Essai sur les origines du lexique technique de la mystique musulmane, Parig 1932; G. Fausti, I valori della vita nella concezione cristiana e musulmana, in La Civiltà Cattolica, (1932, II), pp. 117-31; id., Islamismo e Crist. di fronte alla Riveluz. divina, ibid., (1932, III), pp. 240-50, 353-61; id., Asceti e Mistici nell' l slam, ibid., (1932, IV), pp. 344-52, 441-52; id., L'Islam nella luce del pensiero cattolico, ibid., (1933, III), pp. 156-69; R. Garrigou-Lagrange, Prémyatique naturelle et Mystique suraaturelle, in Etudes Carméltialnes, 18 (1933), pp. 51-77. Silvecio di S. Teresa
A R A G A J U, diocesi di. - Capitale dello stato di Sergipe (Brasile), situata sull'Atlantico a 300 km . ca. a nord-est di Bahia,
![img-22.jpeg](img-22.jpeg)

ABACOELI. - Nella più antica recensione dei Mirabilia urbis Romae (ca. metà sec. XII) occorre per la prima volta il nome di A., ad indicare la chiesa dedicata alla Vergine sul Campidoglio.

Ivi è riprodotta la nota leggenda di Augusto che eresse un altare al figlio di Dio sul famoso colle di Roma. La leggenda si trova già inserita nella Cronaca universale di Giovanni Malala (sec. v1), che cita la fonte da cui ha attinto, cioè il cronografo bizantino Timoteo, della fine del sec. v o dell'inizio del vi. Probabilmente una in origine, la leggenda ebbe poi due versioni: una più diffusa in Oriente, l'altra in Occidente. Questa si appoggia più risolutamente al concetto di Paolo Orosio (Adversus paganos histor., v1, 22), che, nato Cristo quando tutto il mondo era in pace, Augusto non permise di essere chiamato signore, perché era nato tra gli uomini il Signore del mondo. Quella sembra riflettere un altro concetto non meno importante e più spontaneo fra i cristiani di allora: che, nato od essendo per nascere Cristo, i falsi oracoli ammutolivano (Vangelo arabo dell'infanzia del Sabzatore).

La versione orientale e più antica appare già in MaLala, e a Roma, durante il sec. viri, ebbe anche una redazione latina (cod. Vat. Pal. lat. 277, f. 63) dove è ricor-
data per la prima volta S. Maria in A. La versione occidentale figura la prima volta nei Mirabilia urbis Romae; la troviamo però nella composizione artistica di un altare conservato ancora nella chiesa, che può risalire ai tempi dell'antipapa Anacleto II (1130-37). La leggenda illumina alquanto le origini della chiesa, e permette di pensare che già al tempo del cronografo Timoteo, cioè sulla fine del sec. v o all'inizio del vi, sulla rocca capitolina, al tempio pagano di Giunone fosse potuto succedere il santuario cristiano della Vergine. Di quali dimensioni esso fosse non è dato sapere, come non è possibile determinare il suo orientamento. La denominazione di S. Maria in A. fu preceduta da quella di S. Maria in o de Capitolo. Tra le numerose teorie che hanno creduto spiegare l'origine del nome A., quella di Ch. Huelsen, che esso provenga dall'iscrizione dell'altare della leggenda augustea, è la più
semplice ed anche la
più probabile, né può
tacciarsi di anacronismo qualora si ac-
cetti la cronologia da
noi proposta per il
detto altare. Ben pre-
sto accanto alla chiesa
dovette sorgere un
monastero per la cu-
stodia.
La presenza dei
Benedettininel det-
to monastero è pro-
vata per l'anno 883
(Cod. Secor. 217
[2116], f. 19), ma
l'iscrizione di un
egumeno, rinvenuta
durante i lavori di
sterro per il mo-
numento a Vittorio
Emanuele II (No-
tiale degli scavi,
1892, p. 407 sg.),
ha fatto pensare
che un secolo prima vi abitassero monaci greci. Del periodo benedettino rimangono ancora nella chiesa l'immagine della Madonna su tavola (sec. xi) e l'altare della leggenda augustea.

Ai Benedettini nel 1250 succedettero i frati Minori, ai quali si deve l'aspetto generale della basilica attuale a tre navate. Essa presenta tutti i caratteri dell'architettura francescana che si adatta ai gusti locali e rifugge da ogni stile preconcetto. Così le belle bifore archiacute dei fianchi e gli occhi della facciata e del transetto venivano ad inserirsi sulle forme tradizionali della basilica romana, mentre le pareti interne offrivano vasti campi pittorici: basterà ricordare gli affreschi di Pietro Cavallini, riproducenti la leggenda augustea, che ornavano l'abside deplorevolmente demolita nel 1564 per dar luogo al coro attuale. La facciata nuda, nel suo paramento di mattoni rossicci, solo imperfettamente risponde all'interno della basilica, poiché il guscio terminale è più alto del fastigio del tetto e i due spioventi laterali sono molto al di sopra delle navate. La navata centrale è coperta dallo splendido soffitto ad intaglio esuberante di oro (1571) e le cappelle delle navate laterali, costruite e restaurate in tempi diversi, racchiudono opere di non comune valore artistico, ad es. la cappella di S. Bernardino da Siena affrescata dal Pittoricchio. In una cappella attigua alla sagrestia è conservato il prezioso simulacro del Santo Bambino tanto venerato in Roma e nel mondo. Alla chiesa si accede per una scalca di 124 gradini, costruita nel 1348.

## Page 1037

![img-23.jpeg](img-23.jpeg)
(fel. Alivari)
ARACOELI - Il santo Bambino. Scultura in legno (forse del sec. xiv) rivestita di ex coto di vari secoli - Roma, S. Maria in Aracoeli.

Anche oggi, come nel medioevo, l'A. è la chiesa del comune di Roma. Lo storico convento francescano, fino al 1886 sede del ministro generale dell'Ordine, è quasi completamente scomparso per far luogo al monumento a Vittorio Emanuele II del Sacconi. A custodia del santuario rimangono i frati Minori della provincia romana. - Vedi Tav. CXXVII.

Bibl.: C. Romano, Memorie istoriche della chiesa e del convento di S. Maria in A. di Roma, Roma 1736; G. B. De Rossi, Le origini della chiesa dell'A., in Bullettino di archeologia cristiana, 1894, pp. 83-89; Ch. Huelzen, The legend of A., in Journal of the British and American Society of Roma, 4 (1907), pp. 3948; A. Colasanti, S. Maria in A. (Le chiese di Roma illustrate, II. Roma 1913; B. Pesc), La leggenda di Augusto e le origini della chiesa di S. Maria in A., in Incoronazione della Madonna di A., ivi 1938, pp. 18-33; id., Il problema cronologico della Madonna di A. alla luce delle fonti; L. Grassi, La Madonna d'A. e le tradizioni romane del suo tema iconografico, in Rivista di Archaii Crist., 18 (1941), pp. 3-46. Benedetto PescI

ARACRI, Gregorio. - Cappuccino, n. a Stalettì (Squillace) nel 1749, m. a Catanzaro il 23 giugno 1813. Col nome di padre Fedele fu presto assai noto per le sue conoscenze filosofiche e matematiche, che lo trassero verso il 1777 ad estreme idee politiche e sociali sino ad iscriversi, come parecchi del clero meridionale, alla massoneria. Passato nel clero secolare dopo
il terremoto del 1783 , pubblicava nell' 87 il suo studio sugli Elementi del Diritto Naturale, che fu posto all'Indice. Duramente colpito per la parte presa agli avvenimenti della Repubblica giacobina del 1799, trascorse il resto della vita dedicandosi all'insegnamento.

Bibl.: O. Dito, s. v. in Diz. del Risorg. Naz., II, p. 96. Paolo Dalla Torre
ARAD. - Città della Romania occidentale, capoluogo dell'omonima provincia in Transilvania. Si affaccia alla storia già nel sec. xI ed alla fine del xir è sede di un vescovato cattolico. Nel 1705 Isaia Diaconovici vi istituisce il vescovato dissidente, ma nel 1713 il vescovo Ivanichie Martinovici aderisce a Roma e dal 1720 , sotto il vescovo Sofronie Ravanovici, le conversioni fanno sempre maggiori progressi fino al vescovato di Nistor Ivanovici (1829-30).
A. è al principio del sec. xx il centro culturale e nazionale dei Romani transilvani; quivi il Consiglio nazionale romeno preparò la storica adunata di Alba Julia ( 1^{°} dic. 1918) per l'unione della Transilvania alla madre patria.

La città ha chiese per i vari riti, un vescovato dissidente e uno luterano, un vicariato latino-cattolico e un'arcipretura greco-cattolica, come pure una casa di Minoriti, sede del provinciale dell'Ordine per la Transilvania.

Bibl.: Somoggi, A. véros leírása, Arad 1912; N. Jorga, Guide historique de la Roumanie, Bucarest 1936, pp. 8-9; Enciclopedia Romàniei, II, passim. Venere Isopescu
ARADO (ehe. 'Arcád; assir. 'Arcada; Settanta 'Apa8os, "Apa8os; Veigata Aradii, Aradus). - Isoletta (m. 800 per 500 ) fenicia con città omonima (oggi Ruwâd, con 2500 ab.), a due km. e mezzo dal litorale, a ca. 60 km . a nord di Tripoli di Siria, abitata dagli Aradii, discendenti da Canaan (Gen. 10, 18). Secondo Strabone (XVI, 2, 133) fu fondata da fuggiaschi di Sidone. In antico tenne un posto importante nel commercio e nella navigazione, insieme con Sidone e Tiro. A. dominava sul prospiciente territorio continentale, di cui sono note due città menzionate negli elenchi egiziani dei secc. xv-xir a. C.: Qamaqa (oggi Tell Gamqê) e Marathos (oggi Amrit) in cui dopo il 1000 a. C. hanno sede i mausolei rupestri dei re di A.

Nel sec. xv a. C. fu in rapporti con l'Egitto (è nominata ['rt] nei documenti di Thutmôse III [15011447], poi nelle lettere di el-Amarna), poi con l'Assiria, e Teglatfalasar I (II15?-1102) si gloria di essersi imbarcato su navi di A. Asarhaddon (680-69) e suo figlio Assurbanipal (668-26) assoggettarono i re di A. Matan-3a'al e Iakin-ili. A metà del sec. vi a. C. sembra soggetta a Tiro, alla quale apporta marinai e soldati (Ex. 28, 8.11); ma, sotto i Maccabei, ricompare indipendente (I Mach. 13, 23). Gli scritti pseudo-clementini vi pongono una visita di s. Pietro (Rezogn., hom. VII, 26; XII, 12: PG 1, 1360; 2, 312; cf. Niceforo, Historia eccl., II, 35: PG 145, 848 ).

Forse dal sec. II-III fu sede vescovile. Ma se ne conoscono vescovi solo dal sec. Iv, dapprima col titolo anche di Antarado (v.): Mocimo al Concilio di Costantinopoli (381), Museo o Mosè al Concilio di Efeso (431), Paolo al Concilio di Calcedonia (451), Attico (458), Stefano al Concilio di Gerusalemme (536), Asyncretius al Concilio ecumenico II di Costantinopoli (553). Dal medioevo è sede titolare, v. antarado.

Come altre città fenice, fu rasa al suolo nel 648 d. C. da Mo'âwijah inviato da 'Omar. Le sue rovine furono esplorate nel 1860-61 e nel 1915.

Bibl.: P. Vigournus, s. v. in DB, I, coll. 870-73; R. S. vigner, Una visita d l'ile de Roud, in Revue Biblique, 26 (1917), pp. 265-92; I. Benzinger, s. v. in Pauly-Wissowa, Realam791.

## Page 1038

der bloss. Altertumsciss., II, p. 371 sg.; F.-M. Abel, in DBs, I, col. 597 sg.; G. Corradi, Studi ellenistici, Torino 1929, pp. 222228; J. G. Milne, The coinage of Avedus in the Hellenistic Period, in Irog. 5. (1938), pp. 12-21. Sulla sede vescovile: R. Jasin, s. v. in DHG. III, col. 1345 sg.

Antonino Romeo
ARAGO, Jean François Dominique. - Fisico ed astronomo francese, n. ad Estagel, vicino a Perpignano, nei Pirenei, il 27 febbr. 1786, m. a Parigi il 2 ott. 1853. Fece scoperte notevoli in fisica, specialmente nell'ottica (teoria della polarizzazione della luce), nell'elettricità e nel magnetismo. Il suo merito maggiore rimane forse quello di aver pienamente apprezzato e incoraggiato nelle loro ricerche, Ampère e Fresnel. Egli fu eloquente divulgatore della scienza, ed ebbe grande fama da vivo. Pubblicò un trattato di astronomia popolare, e numerose biografie di scienziati.

Non si potrebbe oggi ripetere l'elogio scrittogli da Napoleone III: "Vous êtes l'axe, autour duquel se meut le monde scientifique». Ma egli dimostrò sempre un sincero e disinteressato amore per la scienza e per la verità. Incoraggiò le ricerche e le esperienze dei giovani. Ebbe talvolta occasione di difendere studiosi cattolici ingiustamente attaccati per le loro opinioni religiose.

Dopo il 1830 si dedicò alla politica e fu ministro della Marina francese.

BibL.: Edizione: Oeuvres complètes, 16 voll., Parigi 1854, con una prefazione di A. Humboldt. - Biografie: J. Bertrand, Eloges Académiques, Parigi 1890, pp. 39-75. Le sue opere ebbero numerose traduzioni nelle varie lingue europee, cf. U. Forti, s. v. in Enc. Ital., III, p. 916.

Giovanni Vacca
ARAGON, Martin de. - Missionario francescano in Terra Santa. Verso la fine del sec. xiv viveva nel convento di Famagosta, nell'isola di Ci