una prefazione di A. Humboldt. - Biografie: J. Bertrand, Eloges Académiques, Parigi 1890, pp. 39-75. Le sue opere ebbero numerose traduzioni nelle varie lingue europee, cf. U. Forti, s. v. in Enc. Ital., III, p. 916.
Giovanni Vacca
ARAGON, Martin de. - Missionario francescano in Terra Santa. Verso la fine del sec. xiv viveva nel convento di Famagosta, nell'isola di Cipro. Era segretario particolare, e probabilmente anche confessore, della regina Leonora, figlia dell'infante Pietro d'Aragona. Nel 1374 accompagnò s. Brigida nel suo pellegrinaggio in Terra Santa. Dopo un breve ritorno a Cipro, passò in Terra Santa e fu guardiano del santuario di Betlemme. Venne, poi, in Europa ad esporre le necessità dei luoghi santi al Papa e ai monarchi cristiani.
BibL.: G. Golubovich, Biblioteca bio-bibliografica della Terra Santa e dell' Ord. franc., V, Quarocchi 1927, pp. 203-10; A. López, Confesores de la real familia de Aragón, in Archivo Ibero-Americano, 31 (1929).
Pancrasio Maorschalkorweerd
ARAGON, Pietro de. - Religioso agostiniano, n. a Salamanca, m. fra il 30 sett. ed il 9 ott. del 1592. Fece la professione nel 1561, e nella città natale compì i primi studi. Ottenne i titoli accademici nell'Università di Huesca ed ivi cominciò il suo insegnamento, che continuò poi, come professore di teologia, in quella di Salamanca. Nel 1575 intervenne al capitolo generale tenuto a Roma e fu deputato per la revisione delle costituzioni dell'Ordine. Scrisse un ampio e classico commentario alla 2ᵉ-2^{mathrm{se}} di s. Tommaso, che comprende due in folio: 1) De fide, spe et caritate (Salamanca 1584); 2) De iustitia et iure (Salamanca 1590). E opera rappresentativa della scuola agostiniana di Salamanca, dato che l'autore utilizzò i manoscritti dei suoi maestri Guevara, León e Uzeda.
BibL.: G. de Santiago Vela, Ensayo de una bibl. ibero-americana de la Orden de s. Agustín, I, Madrid 1913, pp. 180-84, e VIII, ivi 1931, pp. 479-84.
David Gutiérrez
ARAGONA. - Regione della Spagna nord-orientale. E fra le regioni più montuose della Spagna perché, cinta a nord dai Pirenei (dal picco di Anie a quello di Aneto nel gruppo delle Maledette) è a sud e ad ovest solcata da prolungamenti del sistema iberico (sierre di Albarracín, Gûdar e Jalavambre). L'Ebro attraversa l'A. da nord-ovest a sud-est. Ha una superfice di kmq. 47.391 con 1.037 .000 ab. Capitale : Saragozza. Comprende le tre province di Huesca, Saragozza e Teruel.
Il regno di A. propriamente detto raggiunse i confini attuali alla fine del sec. xir. Anticamente l'A. era divisa in tante repubbliche quante erano le sue città. Sembra che le genti di questa regione costituissero la parte centrale del grande impero iberico sorto nella regione dell'Ebro prima del sec. vI a. C., e che Osca (Huesca) ne fosse la principale città. L'impero era però già dissolto prima dell'arrivo dei Romani. Fu dominata, poi, dai Cartaginesi che ne divisero la conquista con i Romani, prendendo come linea di demarcazione l'Ebro, e fu compresa nella provincia romana della Hispania citerior o Tarracenensis (197 a. C.). Saragozza, l'antica Salduba, prese il nome di Cesaraugusta da Augusto, che vi fondò una colonia di veterani e ne fece il capoluogo di sette Conventus Juridici raggruppanti le varie popolazioni circonvicine. Nel 412 l'imperatore Onorio cedette l'A. e la Narbonese ad Ataulfo, re dei Visigoti. Verso la fine del sec. v, dopo successive invasioni e dominazioni sveve e vandaliche, il dominio romano in A., durato sei secoli e mezzo, era totalmente sostituito da quello visigotico. La monarchia visigotica decadde rapidamente e l'A. segui le vicende della conquista araba e delle sue varie dinastie. In questo periodo molti degli abitanti cristiani si ritirarono sulle montagne donde iniziarono il tentativo di riconquista della regione, scegliendo come capo Iñigo Arista, mentre i vicini Navarrini, guidati da Pelagio, ottenevano le prime vittorie.
Secondo la tradizione, la contea di A. sarebbe stata fondata nel 780 . Il regno di A. costituitosi nel 1035 con testamento di Sancio III, abbracciava un territorio assai ristretto che venne man mano ampliandosi con ulteriori conquiste e raggiunse l'apogeo della sua potenza con l'unione alla Catalogna avvenuta nel 1182, sotto Alfonso II. Esso aveva un'organizzazione politica e amministrativa speciale e leggi e privilegi propri, alcuni dei quali esistono ancora e formano quello che viene impropriamente detto il diritto formale aragonesc. Nel 1469 , con il matrimonio tra l'erede di A., Ferdinando, e Isabella la Cattolica, regina di Castiglia e León, i due regni furono riuniti (1479) formando il nucleo dell'attuale Stato spagnolo.
Il cristianesimo si diffuse assai presto nella Spagna, come è attestato nel sec. II da Ireneo e Tertulliano, e nel sec. III dalle persecuzioni di Decio e Valeriano. Cenni sulla prima comunità cristiana di Saragozza si hanno nella lettera di s. Cipriano al vescovo Felice che la presiedeva (254). Dagli Atti del Concilio di Elvira (ca. 300) risulta l'intervento di vescovi della regione tarracenense. Nel 380 venne celebrato in Saragozza il Sinodo contro Priscilliano. Iscrizioni funerarie trovate presso Boltana testimoniano la presenza di cristiani anche nelle regioni più settentrionali dell'A. Agli inizi del sec. iv appaiono le figure del vescovo Valerio e di s. Vincenzo. Verso la fine del sec. vi sorsero importanti monasteri tra i quali l'Asanense, ora in diocesi di Barbastre, fondato da s. Vittoriano, e quello dei Dodici Apostoli in Saragozza.
L'invasione araba distrusse l'organizzazione ecclesiastica; molti vescovati scomparvero, altri, come quello di Saragozza, ebbero vita intermittente. Ritirandosi la dominazione saracena, la vita religiosa poté rifiorire. L'A. dipendeva allora ecclesiasticamente dagli arcivescovi di Eauze e Auch; i vescovi aragonesi seguivano la conquista cristiana e portavano il titolo di Aragonenses senza avere una diocesi geograficamente circoscritta, almeno fino alla ricostituzione della sede vescovile di Huesca (1096) : sembra che risiedessero per qualche tempo a S. Adriano di Sasave e che il primo
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di questi vescovi fosse Ferreolus (921). I limiti mobili di questo vescovato aragonese devono però sempre considerarsi compresi in quelli dell'attuale diocesi di Jaca. La provincia ecclesiastica di Tarragona fu ricostituita nel in 8 da Gelasio II, e le sue diocesi suffragance sono indicate in una bolla di Anastasio IV del 25 marzo 1154. Nel inis venne ristabilita la diocesi di Saragozza, che nel 1318 veniva elevata a sede arcivescovile da Giovanni XXII; le sue diocesi suffragance furono Huesca, Tarragona, Pamplona, Calahorra e Al-barracín-Segorbe. Questa circoscrizione subì vari cambiamenti, per l'erezione di nuovi vescovati e di nuove sedi metropolitane. Attualmente la provincia ecclesiastica di Saragozza è composta di sette diocesi : Tarragona, Tudela, Pamplona, Jaca, Huesca, Barbastro, Teruel, Albarracín.
BibL.: J. M. Quadrato, Aragón in España, sus monumentos y artes, Barcellona 1886; J. F. Bladé, Infineuce des métropolitains d'Escua et des archeciques d'Auch en Nureure et en Aragon, in Annales du Midi, 8 (1896), pp. 385-403; F. Cadera, Estudios criticos de historia arabe-española, Saragozza 1903-17; A. Giménez Soler, La cronaca de Aragón y Granada, Barcellona 1908; E. Ibarra y Rodriguez, Documentos Aragoneses en los Archivos de Italia. Apuntes por un inventario, Madrid 1911; A. Ballestrero y Beretta, Historia de España, II, Barcellona 1920, pp. 295. 387. C. Jullian, Histoire de la Gaule, I, Parigi 1920, p. 238 sg.; A. Lambert, s. v. in DIIC. III, coll. 1347-86.
Nocmi Crostarosa Scipioni
ARAGONA, Giovanni d'. - Cardinale, n. a Napoli verso il 1460 , m. a Roma il 17 ott. 1485 . Figlio di Ferdinando, re di Napoli, divenne, nel 1471, abate di Cava e Montecassino e fu poi nominato protonotario apostolico. Nel 1477, ottenne l'arcivescovato di Taranto ed esattamente un mese dopo fu creato, da Sisto IV, cardinale del titolo di S. Adriano, cambiato poi in quello di S. Sabina.
Fu inviato due volte, in qualità di legato, presso Mattia Corvino, re d'Ungheria, e venne in seguito nominat 2 arcivescovo di Strigonia.
BibL.: A. Ciaconius, Vitae et res gestae pontif. roman. et cardin., III, Roma 1677, coll. 69-70; Eubel, II, p. 19; Pastor, II, p. 605, n. 1.
Emma Santovito
ARAGONA, Luigi d'. - Cardinale, n. a Napoli nel 1474, m. a Roma l'ir genn. 1519. Nipote di Ferdinando I d'Aragona e pronipote di Alfonso I, re di Napoli, rimasto vedovo di Battistina Cibo, rinunziò al marchesato di Gerace ed abbracciò, nel 1494, lo stato ecclesiastico. Nel 1497 fu creato cardinale diacono di S. Maria in Cosmedin e nel 1498 divenne amministratore delle chiese di Lecce, di Aversa ed in seguito di molte altre. Sotto Leone X fu inviato nel 1517-18 nel settentrione in qualità di legato pontificio. E segolito in S. Maria sopra Minerva.
Bibl.: L. Cardella, Memorie storiche de' Cardinoli, III. Roma 1793, pp. 274-75; Eubel, II, pp. 34. 38; Pastor, II, p. 338. Antonio de Beatis, segretario del cardinale, descrisse il viaggio nel settentrione, pubblicato da L. Pastor, Die Reise des Kard. Luigi d'Aragón durch Deutschland, Frankreich und Oberitalien, 1377, Friburgo in Br. 1905.
Emma Santovito
ARALDICA. - Scienza sussidiaria della storia. Deriva dalla parola "araldo", perché era degli araldi appunto riconoscere gli stemmi dei cavalieri nei tornei, stabilirne l'autenticità e gridarli nel campo. Storicamente essa fa derivare gli stemmi dalle bandiere. Come le bandiere, infatti, gli stemmi furono in origine segni a colori di distinzione di capi e di schiere. Se ne può far risalire l'origine al sec. xir quando dalle insegne e dai vessilli quei segni apparvero sulle persone costituendone le «divise», sulle diverse armature, donde il nome araldicamente più proprio di "arme", invece di stemma. Da contrassegno personale sullo scudo o sul sigillo, l' "arme" diventò poi contrassegno di famiglia e di territorio. Appunto per questo
la presenza di uno stemma in avanzi archeologici e su edifici può indicare - come un nome o una lapide un'epoca, un avvenimento, un'impresa, un dominio. Ma l'a. è altresì la scienza della composizione, interpretazione e lettura degli stemmi, ed è per questo più propriamente detta "blasone", secondo alcuni dal tedesco blasen: suono del corno per l'appello dei cavalieri; secondo altri dalla voce antica francese blason: elogiare, descrivere le virtù.
L'a., pertanto, intesa come blasone, è la scienza di un vero e proprio linguaggio figurato : con grammatica, per così dire, e sintassi particolari circa l'uso dei colori e delle figure, paragonabili alle parole, e per la loro espressione d'insieme nello scudo, paragonabile ad una proposizione o ad un periodo.
Questo linguaggio si compendia nell'arme. L'arme può essere personale, di persona o famiglia, e sociale, di enti, province, città, istituzioni e di associazioni. Nell'arme si distinguono: lo scudo e gli ornamenti.
I. Lo scudo. - Ebbe varie forme; oggi è comunemente usato quello sanuitico, cioè un rettangolo verticale con il lato inferiore descritto a mo' di graffa orizzontale. Il suo campo, cioè l'intero suo spazio, contiene l'espressione araldica dell'arme. E quindi lo scudo può essere semplice, se esprime una sola impresa araldica, composto se costituito da più stemmi riuniti in unico scudo, per dominio, matrimonio, concessione, ecc. Può essere pieno se non porta figure e si esprime cioè con un solo amalto: figurato, se porta figure.
Gli smalti si distinguono in metalli, oro e argento (giallo e bianco; figg. 18, 20); colori, rosso, azzurro, nero, verde, porpora (figg. 21, 23); e pelli, l'ermellino, il controermellino, il vaio, il controvaio (figg. 26, 29). Metalli e colori si trascrivono anche in tratteggio, ciò che riguarda principalmente la riproduzione degli stemmi nei sigilli. Così l'oro si rende punteggiato (fig. 18), l'argento senza alcun tratteggio (fig. 20), il rosso con fitte linee perpendicolari (fig. 22), l'azzurro con orizzontali (fig. 23), il verde con diagonali da destra a sinistra (fig. 25), il nero con orizzontali e verticali incrociate (fig. 21), la porpora con diagonali da sinistra a destra (fig. 24). L'ermellino è d'argento con moscature nere (figg. 6, 26), il controermellino nero con moscature d'argento (figg. 8, 27); il vaio è d'azzurro a campanule accostate rovesciate di argento (figg. 14, 28), il controvaio è metallo contrometallo e colore controcolore (figg. 16, 29).
Lo scudo dicesi figurato se il suo campo è carico delle diverse figure del blasone. Queste si distinguono in araldiche cioè determinate figure geometriche, naturali, se tolte dalla natura, artificiali come castelli, ponti, strumenti, ecc., e chimeriche come draghi, sirene, ecc. Anche tutte queste hanno nel blasone una particolare stilizzazione, nel senso che la riproduzione di qualsiasi figura nello scudo non segue i dettagli e gli sviluppi propri di qualsiasi pittura, ma avviene per disegno il più possibile schematico, il più delle volte già classificato in a. Sicché si hanno ad es.: il leone, l'aquila, il castello, il ponte, la stella, il sole araldici, e gli atteggiamenti di determinati animali e il modo di riprodurre altre figure naturali sono regolati da norme specifiche. Rispetto alla loro disposizione nello scudo le figure possono essere del campo e sul campo. Le figure del campo sono quelle araldiche che lo dividono e si disegnano nei più vari modi, dando rispettivi nomi allo scudo : e cioè le particioni che lo dividono mediante una o due linee donde lo scudo si dice "partito" (fig. 1), "spaccato", "taglato", "trinciato", se diviso in due parti eguali a seconda della direzione dell'unica linea divisoria, o "interzato" (fig. 2) e "inquartato" (fig. 3) se diviso in tre o quattro parti con relative specificazioni per le direzioni diverse delle linee; le ripartizioni che suddividono le partizioni mediante una terza linea; le convenevoli partizioni che suddividono le partizioni mediante più linee, donde lo scudo "bandato", "fasciato", "sbarrato", "palato"
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(fig. 4), "scaccato" (fig. 5), "fusato", ecc. Le figure sul campo, araldiche, a lor volta, o generiche, sono quelle che lo caricano, sia che esso sia pieno oppure già carico di coteste figure sue proprie. Le figure araldiche sul campo sono le pezze onorevoli e minori. Le prime occupano un terzo del campo, come il "capo" (fig. 6), il "palo" (fig. 7), la "fascia" (fig. 8), la "banda" (fig. 9), la "sbarra" (fig. 10), la "croce" (fig. 11), la "crose di s. Andrea" (fig. 12), il "capriolo" (fig. 13), la "punta" (fig. 14), la "pergola" (fig. 15), la "bordura" (lungo l'orlo dello scudo: (fig. 15). Se ridotte a meno di un terzo, hanno altri nomi, come "verghetta" invece di "palo", "burella", invece di "fascia", ecc. Le pezze minori sono le "palle", i "circoli", i "tortelli", le "losanghes, i "plinti", ecc. Tanto le figure araldiche, quanto quelle generiche sono ordinate con determinate regole che ne assegnano la "positura", per cui il campo è suddiviso idealmente in "moduli", sette in altezza e nove in larghezza, in guisa da precisare se una figura sia posta in "capo", in "punta", coi rispettivi "angoli" e "cantoni" sinistri e destri, in "cuore" o "centro", in "fianco" destro e sinistro. Regolano, altresi, la scrittura, cioè la composizione dello scudo, norme speciali circa l'uso degli smalti e colori delle figure rispetto a quelle del campo o di quelle figure, specialmente delle pezze onorevoli, che possono essere a lor volta caricate d'altre figure araldiche o generiche. Così per la lettura è determinato da dove si comincia, come si svolge e si compie, con voci e termini caratteristici, particolarmente semplificatori di descrizioni altrimenti complicate se espresse con parole comuni. Ad es.: «Spaccato: al primo d'azzurro, al levriere nascente rivoltato d'argento, collorinato di rosso; al secondo d'argento" (fig. 17, Castracani). "Trinciato: d'azzurro e d'oro a tre stelle dall'uno all'altro, e il capo d'oro caricato di un'aquila spiegata di nero" (fig. 19, Dandini).
Smalti e figure d'ogni specie hanno un loro significato, che vennero assumendo via via che l'a. da cognizione delle divise, come s'è detto, di schiere e di capi nei combattimenti, passò, per farvisi esclusiva, nella cavalleria a contrassegno di atti eroici compiuti o di propositi e aspirazioni, integrati spesso da "motti" o "imprese", inseriti fra gli ornamenti dello scudo. Il che ebbe probabilmente inizio nell'epoca del "dolce stil nuovo" e del suo poetico ermetismo, e in quella del suo fantastico incremento, anche qui secondo lo spirito dell'età, fra il Sei e Settecento, con vero e proprio vocabolario. E per ciò che le armi più antiche sono le più semplici, e che le figure generiche vengono dopo quelle araldiche più atte a indicare un puro contrassegno che un simbolo, benché più tardi anche ad esse siano stati attribuiti propri significati. Le cosiddette "arme parlanti" e cioè quelle che accennano al cognome, sono le più recenti, quando non si tratti di cognome derivato dall'arme stessa, indicando in tal caso nobiltà antica così che dall'impresa ebbe nome la famiglia. E qui occorre osservare come l'abuso dell'arme parlante si noti nell'a. ecclesiastica, ove pure si rileva la diffusa applicazione della figura alla significazione che le si vuol dare, all'infuori dei significati e simboli araldici, mentre è mediante questi che preferibimente si esprime qualsiasi motto o impresa. Soprattutto si deve rilevare che nei simboli sacri, dei quali è dovizia in quelli catacombali e della liturgia, è sempre possibile attingere di che rendere nobilmente comprensibili al popolo ispirazioni e aspirazioni, specialmente della missione pastorale, senza per questo far dello stemma, come spesso accade, una composizione arbitraria, sovrante tutt'altro che chiara, sempre antiaraldica; cioè in piena contraddizione col fatto stesso di fissarla in uno scudo.
2. Gli ornamenti dello scudo. - Indicano nell'arme il grado di nobiltà, la dignità, l'ufficio di chi ne è insignito. E sono, pertanto, ereditari e personali.
Sono ereditari l'elmo, con il cimiero, gli svolazzi
o lambrecchini e il cércine; la corona, il manto, il padiglione.
L'elmo. - E l'esclusivo ornamento degli stemmi maschili: sebbene non costituisca attualmente un preciso indice del grado nobiliare come la corona, né storicamente abbia sempre dato esattamente simile definizione, tuttavia dagli araldisti del Sei e Settecento in poi, figurò sugli scudi anche a tale scopo. Cosi l'elmo reale è d'oro arabescato posto di fronte con visiera alzata (fig. 1); quello del principe (fig. 2) e del duca (fig. 3) dello stesso metallo, medesima positura con visiera alzata a metà, con gorgiera e medaglia d'oro; quello del marchese (fig. 4) d'argento arabescato e orlato d'oro con gorgiera e medaglia dello stesso, visiera chiusa graticolata di 11 pezzi; l'elmo di conte (fig. 5) identico, graticolato di 17 pezzi, ma in profilo per un terzo; per due terzi quello di viscante (fig. 6) graticolato di 15 , come quello di barone (fig. 7), ch'è liscio bordato d'oro, l'elmo di nobile (fig. 8) d'argento semplice di profilo pieno, graticolato di 9 ; lo stesso quello di cavaliere ereditario (fig. 9), ma graticolato di 3 pezzi; l'elmo di patrizio d'argento rabescato d'oro con visiera alzata a metà (fig. 10). Il cimiero orna la sommità dell'elmo con figure plastiche che di solito riproducono quelle principali dello scudo o altre differenti con la stessa origine e lo stesso fine di divisa e distinzione. Il circine è una sbaribella di stoffa dai colori dello scudo, usato per attutire i colpi e per coprire la saldatura del cimiero all'elmo; su di esso posa la corona quando è portata sull'elmo stesso. Gli svolazzi furono in origine una copertura di stoffa unita scendente dal cimiche per riparare dal calore solare, poi frastagliata sino ad assumere la foggia di fogliami e penne, anch'essi dai colori dello scudo.
La corona. - Le corone reali variano a seconda della tradizione d'ogni dinastia e regno. Comunemente formate dal cerchio d'oro gemmato con più veste cimate dalla croce ed entro cui è un tocco di velluto crèmisi (fig. 1). Nell'e. italiana la corona di principe (fig. 2) è un cerchio d'oro gemmato cimato da otto fioroni, su altrettante punte d'oro - cinque visibili -, alternati da otto perle (quattro visibili), la corona di duca (fig. 3) è la stessa senza le perle. Queste due usano anche il tocco di velluto rosso entro il cerchio, se di famiglie già sovrane o del Sacro Rominio Impero. La corona di marchese (fig. 4) è cimata da quattro fioroni (tre visibili) sul cerchio, alternati da quattro gruppi piramidali di perle - due visibili - disposte per tre; quella di conte (fig. 5) è cimata da sedici perle - nove visibili -, quella di viscante (fig. 6) da quattro grosse perle - tre visibili - sostenute da altrettante punte alternate da quattro perle piccole - due visibili -; quella di barone (fig. 7) ha il cerchio accollato da una fila di perle di sei giri o porta dieci grosse perle - cinque visibili - sul cerchio; quella di nobile (fig. 8) è cimata da otto perle - cinque visibili -; quella di cavaliere ereditario da quattro - tre visibili -; quella di patrizio ha il solo cerchio d'oro gemmato, eccezione fatta per il patriziato veneto che lo cima di otto fioroni di giglio - cinque visibili - imperlati, e otto punte sostenenti altrettante perle, mentre le famiglie dogali circondano così il corno dogale. I nobili titolati e i patrizi collocano la corona sopra l'elmo; le donne esclusivamente sullo scudo, affiancato - come unico ornamento da due cordigliere o, come in Italia, da due foglie di palma decussate e incrociate sotto la sua punta.
Il manto (fig. 2), proprio delle famiglie sovrane, principesche, ducali o di altre che ne abbiano il privilegio, scende dalla corona dietro l'arme ed è di velluto crèmisi federato d'ermellino, orlato d'oro, rialzato con cordoni e fiocchi dello stesso. Il padiglione (fig. 1) è il manto che si raccoglie in un colmo d'argento cimato della corona, esclusivo della sovranità.
Gli ornamenti personali si distinguono in ecclesiastici, civili, militari e equestri. Quegli ecclesiastici in ornamenti di giurisdizione o d'ufficio, e di dignità.
Sono di giurisdizione e di ufficio la tiara, le chiavi, la croce, la mitra, il pastorale, il pallio, il bastone.
La tiara e le chiavi, una d'oro e l'altra d'argento, passate in croce di s. Andrea, legate con cordone e fiocchi di rosso scendenti ai lati dello scudo cimano lo stemma
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1 . operatorname{Re}^{-2}. Principe - 3. Duca
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STEMMI GEN'TIILIZI
4. Marchesc - 5. Conte - 6. Visconte - 7. Barone - 8. Nobile - 9. Cavaliere ereditario - 10. Patrizio.
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STEMMI ECCLESIASTICI
11. Sommo Pontefice - 12. Cardinale - 13. Arcivescovo - 14 e 15. Vescovo
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STEMMI ECCLESIASTICI
16. Abate - 17. Prelato di fiocchetto - 19. Priore
SMALTI DELLO SCUDO
18, 20. Metalli - 21-25. Colori, con i relativi tratteggi per indicarli - 26-29. Pelli.
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del Sommo Pontefice (fig. II). La tiara è pure usata per tradizione, non di diritto, dal patriarca di Lisbona. La croce trifogliata accollata in palo, cioè verticalmente, nel centro, dietro lo stemma del cardinale legato e dei vescovi ed ordinari (fig. 12), è a due braccia per il patriarca e l'arcivescovo (figg. 13, 14). La mitra è gemmata per chi ha l'ordine vescovile, posta di fronte e cima lo scudo a destra della croce (figg. 14, 15); è bianca e posta di profilo per gli abati aventi giurisdizione (fig. 16), inclinata a sinistra per gli altri; è d'oro per i protonotari; bianca per gli altri che ne hanno il privilegio e posta al centro al luogo della croce. Il pastorale è d'oro per l'Ordine vescovile (figg. 14, 15), a sinistra della croce e volto all'infuori, d'argento nella stessa positura per gli abati generali e abati nullius dioeceseos; volto all'interno per gli abati aventi giurisdizione nel proprio monastero (fig. 16); inclinato a sinistra per gli altri. Il pallio, araldicamente reso d'argento caricato di croci di nero, scende ai lati della croce dal bordo superiore dello scudo dei patriarchi, degli arcivescovi, come insegna di giurisdizione metropolitana, e degli altri che ne abbiano il privilegio (fig. 13). Il bastone (fig. 19), alla foggia del bordone da pellegrino, è accollato in palo allo scudo degli stemmi dei superiori generali la cui dignità si distingue dal "capo di religione" sull'impresa personale; dei priori degli Ordini mendicanti e delle congregazioni religiose; reggente, per le religiose, una corona di paternostro; detta "paternostro".
Sono ornamenti di dignità: il cappello e i fiocchi. Il cappello cima lo scudo, sostituendo l'elmo degli stemmi nobiliari; sovrastando agli ornamenti di giurisdizione e d'ufficio. I fiocchi scendono ai lati dello scudo disposti a cono. Per il cardinale il cappello - cimato della "basilica " per il cardinale camerlengo - e i fiocchi sono di rosso e questi in numero di trenta, disposti quindici per parte, in cinque ordini di 1,2,3,4,5 (fig. 12). Per i patriarchi il cappello è verde ornato di nastro dello stesso colore e fili d'oro, e i fiocchi in numero di trenta con la stessa disposizione che per il cardinale (fig. 13); per gli arcivescovi e vescovi immediatamente soggetti è verde con cordone e fiocchi verdi in numero di venti, dieci per parte su quattro ordini (fig. 14); così per il vescovo, che ne ha dodici, sei per parte su tre ordini (fig. 15); per i protonotari partecipanti e ad instar è paonazzo con cordoni e fiocchi crèmisi in numero di dodici, sei per parte, su tre ordini; mentre è nero con fiocchi neri per i protonotari onorari. Per i prelati di fiocchetto - maggiordomo, vicecamerlengo, uditore generale e tesoriere generale delle rev. Camera apostolica - il cappello è paonazzo con venti fiocchi crèmisi, dieci per parte, su quattro ordini (fig. 17); è paonazzo per i prelati domestici con dodici fiocchi dello stesso colore, sei per parte su tre ordini; e verdi per il reggente della cancelleria. Il cappello è nero per i camerieri e i cappellani segreti con fiocchi paonazzi in numero di dodici, sei per parte su tre ordini; neri, di egual numero e disposizione, per gli abati, vicari generali, arcipreti, vicari foranei (fig. 16); in numero di sei a due ordini per i beneficiari - con fili d'oro per i cappellani militari e di Corte - e per i priori, i guardiani, i rettori (fig. 19). L'arme ecclesiastica si cima della corona nobiliare quando il titolo è inerente a una chiesa o concesso dal Sommo Pontefice, essendo tollerata quella del titolo familiare. La corona circonda la croce, mentre per i soli titoli principeschi l'elmo si colloca fra il pastorale e la croce stessa, il tutto cimato dal cappello (fig. 14), al quale sovrasta solo il manto, se il prelato è di famiglia regale, e in questo caso la corona regge il mantello. Tale eccezione vale anche per i cardinali, dei quali altrimenti è propria, sono il cappello, esclusivamente la croce senza alcun altro ornamento di giurisdizione, di ufficio e di dignità, ritenendosi l'ufficio e dignità cardinalizia superiore ad ogni altra.
Gli ornamenti personali civili sono i contrassegni del grado nelle alte magistrature dello Stato, specie di quelle che elevavano all'Ordine nobiliare, come il tocco e le mazze per i giudici supremi, e insegne cavalleresche che pendono in punta dello scudo, talvolta circondandone col nastro i lati. Gli ornamenti militari sono anch'essi quelli propri dei supremi comandi nelle armi. Il maresciallo passa in croce
di s. Andrea i bastoni, insegna del comando, l'ammiraglio le àncore, il Gran Maestro dell'Artiglieria i cannoni.
Gli ornamenti personali equestri sono degli appartenenti agli Ordini equestri nobili che accollano allo scudo la croce relativa.
A tutti gli ornamenti si aggiungono i motti, derivati dagli antichi gridi d'arme. Scritti di nero o di rosso su fettuccia d'argento o d'oro, si passano sopra lo stemma; per gli ecclesiastici sono annodati al palo uscente della croce, ove esista.
3. Armi sociali. - Gli Stati, i comuni, le città, le province, le diocesi, le congregazioni e Ordini religiosi, gli enti pubblici, le associazioni hanno o possono avere, debitamente approvati, i propri stemmi che seguono le stesse regole araldiche di quelli personali e sono egualmente costituiti di scudo e ornamenti. Anche la Chiesa reca la basilica con le Somme Chiavi passate in croce di S. Andrea. Tale altresì lo stemma della S. Sede in sede vacante, essendole proprio altrimenti quello del regnante Pontefice. Sono prescritti dai regolamenti araldici gli stemmi dei comuni, delle città, e delle province. In Italia, comuni e città portano una corona murata cimata di nove merli per i primi, di cinque tnvri per le seconde; le province un cerchio d'oro gemmato a doppio bordo con due rame di quercia e d'alloro baccato, passate in croce di S. Andrea entro la corona. - Vedi Tavv. a colori.
Bres.: Della ricchissima bibliografia in argomento, soprattutto tedesca e francese, citeremo i principali araldisti italiani: Marcantonio Ginanni, L'arte del Bbatone dichiarata per alfabeto, Venezia 1766; G. B. di Crollalanza, Enc. Araldico-cavalleresco, Prontuario nobiliare, Pisa 1866-67; F. Tribolati, Grammatica araldica, Milano 1904; Regolamento tecnico-araldico, Roma 1906; A. Manno, Vocabolario araldico ufficiale, ivi 1907; G. Guelfi, Dizionario araldico, 2^{°} ed., Milano 1921 (manuale Hoepli); Enc. storico-nobiliare italiano, ivi 1928; C. E. Maraceni, s. v. in Enc. Ital., III, pp. 924-47; cf. anche Rivista Araldica, del Collegio Araldico, Roma.
Giuseppe Dalla Torre
ARALLU. - Era presso i Mesopotamici equivalente allo Še'ól degli Ebrei e all'Ade dei Greci; dimora infernale, chiamata irşit la tari, "la terra da cui non si ritorna".
Il regno dei morti aveva il suo ingresso ad occidente, nel decerto. Prima di penetrarvi si doveva passare (dopo il giudizio) il fiume Habur. Il Caronte mesopotamico porta il nome di Humud-tabal "porta presto fuori"; egli ha la testa di un uccello da preda e quattro mani e gambe.
L'a., o città infernale, è rinchiusa entro sette doppie mura di cinta. Ogni muro ha un portone a due entrate, custodito da vigili guardiani che non lasciano entrare nessuno che prima non si conformi alle regole vigenti per le dimora dei morti, stabilite dalla dea o regina del luogo tenebroso, Allatu o Erešlégal. Ogni ombra prima di penetrare in questo regno autonomo deve presentarsi al primo custode, e solo quando questi ha ricevuto il permesso dalla dea Ereškigal, i catenacci sono tolti, le serrature e le porte sono aperte e l'accesso è possibile. Dal racconto della discesa della dea Ištar nell'inferno sembra che l'uomo, uscito nudo dal seno di sua madre, debba lasciar parte dei suoi abiti ad ognuna delle sette porte dell'a. per comparire nudo davanti alla signora del regno tenebroso. La dea Ištar infatti entrando nel soggiorno dei morti lascia ad ognuna delle porte una parte dei suoi vestiti e dei suoi gioielli.
La dea vuole penetrare: "nella casa delle tenebre, la dimora di Irkalle, - nella casa dove chi entra non esce più, - nella strada il cui accesso non ha ritorno, - nella casa dove chi entra è privo di luce, - dove polvere è nutrimento e melma vitto, - essi (gli abitanti) non vedono luce, dimorano nella oscurità, - essi sono vestiti come un uccello, con un vestito di ali ".
Questa descrizione poco incoraggiante spiega, malgrado gli accenni teologici ad un giudizio e ad una ricompensa futura, lo scetticismo dei Mesopotamici nei
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riguardi dell'al di là e come i loro desideri si riducessero praticamente ad ottenere dalla divinità una vita lunga su questa terra.
BibL.: G. Furlani, La religione babilonese-assiro, II, Bologna 1928, pp. 340-41. Giustino Boson
ARAM. - Regione dell'Asia occidentale, menzionata nella Bibbia, che con A. designa anche il popolo (v. aramei). 'Āram Nahārajim (Gen. 24, io e Deut. 23, 5; Judc. 3, 8; I Par. 19, 6; Ps. 59 [60], 2) designava l'altopiano tra il Tigri e l'Eufrate nel loro corso settentrionale. I Settanta (e la Volgata) traducono ora "Mesopotamia ", ora "Siria Mesopotamia ", ora "Siria dei Fiumi ".
Questa regione aveva per centro Harrān (v.), la città in cui si stabili Thare (Terah), padre di Abramo, dopola sua migrazione da Ur dei Caldei con la sua famiglia (Gen. 11, 31). Harrān rimase la residenza di Nachor, fratello di Abramo; tra i discendenti di Abramo, trasferitosi in Canzan, e i discendenti di Nachor, rimasti in Harrān, si mantennero rapporti. Dal cap. 28 di Gen. Harrān è chiamata Paddan A.; poiché l'assiro padānu "via "è sinonimo dell'assiro bar· rānu, entrambi i termini designano la stessa località : il nome " via " conveniva a questo importante nodo carovaniero tra il Tigri e l'Eufrate, tra l'Assiria e i paesi al di qua dell'Eufrate. L'abitante del luogo viene chiamato "arameo" (Gen. 25, 20; 28, 5; 31, 20. 24).
Tra Harrān e Ur (v.) dei Caldei i rapporti non dovevano essere solo commerciali, ma anche di affinità etnica; poiché gli abitanti di questi due centri appaiono nell'antichità legati da simili costumi sociali e soprattutto dall'identico culto della luna. Gen. 22, 21 sg. fa discendere dal lignaggio di Nachor, Aram, l'eponimo forse di un gruppo di aramei, e Cased, eponimo dei Caldu, "Caldei». Tali concordanze presuppongono un'immigrazione di genti di Ur in Harrān, o per ragioni di commercio, o per i torbidi guerreschi che sconvolgevano la regione e inducevano gli abitanti a cercarsi un soggiorno più tranquillo. Di una di tali migrazioni avrà fatto parte la famiglia di Abramo.
Il nome A. designò anche, in tempi posteriori, alcuni territori al di qua dell'Eufrate: A. di Damasco (II Sam. 8, 5), A. Soba (ibid. 10, 6) a nord-ovest di Damasco, A. Beth Rohob (ibid.) all'inizio della depressione a nord del Giordano, A. Maacha (I Par. 19, 6. 7) a nord del lago di Hule.
Fuori della Bibbia, A. ricorre in una iscrizione di Na-ram-Sin (metà del in millennio a. C.), che dice di aver combattuto Haršamadki, signore di A. e di Am, abbattendolo sul monte Tibar. Tibar sembra riferirsi alla regione dei Tibareni, che, oltre a popolare le rive meridionali del Mar Nero, risiedevano anche nella regione tra la Cilicia e Melitene: il re, nella sua fuga, avrà raggiunto qualche montagna del Tauro, dove venne battuto. Il suo regno quindi dovrebbe localizzarsi nella parte settentrionale della Mesopotamia, e comprendere il territorio detto A. nella Bibbia. Dove debba porsi Am è difficile dire; ma è improbabile che si tratti di Ham (Gen. 14, 5) a nord del Mar Morto sulla riva sinistra del Giordano. Non si hanno poi notizie di A. fino al sec. xI; ciò può spiegarsi col fatto che la regione venne invasa da diversi altri popoli.
Bibl.: v. aramei.
Giuseppe Messina
ARAMAICA, LINGUA. - L'aramaico appartiene al ceppo semitico. Quale sia il territorio, in cui originariamente si parlò aramaico, non è possibile determinare. Se ne può però seguire la storia per circa un millennio fino alla sua quasi totale scomparsa.
Col crollo del potere politico degli Aramei, non scomparve la loro lingua, anzi si diffuse e si conquistò un posto, che sta in contrasto con la decadenza politica e la scarsezza di creazioni culturali originali di questo popolo. Ciò si deve alla grande diffusione delle tribù aramaiche e alla loro penetrazione sia in Babilonia sia anche in Assiria. Gli Aramei avevano un innato istinto nomade e si recavano un po'
dappertutto a commerciare. A Ninive il denaro veniva pesato non solo con i pesi assiri, ma anche con quelli aramaici; i primi erano talvolta forniti di dicitura aramaica, certo fin dal 725 a. C., e forse anche in periodi antecedenti. Dal sec. viI al v a. C. si hanno anche contratti babilonesi con postille aramaiche.
La scrittura aramaica alfabetica inoltre, tanto semplice in confronto con le complicazioni dei cuneiformi, si prestava ad una vasta diffusione della lingua, e la rendeva atta a fare da veicolo agevole delle comunicazioni di Assiri e Babilonesi con i territori mediterranei, in cui era diffusa. Da una lista di funzionari del tempo di Assurbanipal si rileva che nella cancelleria imperiale oltre ad un segretario assiro ce n'era uno arameo; un altro documento parla anche di sei segretarie aramee. L'aramaico quindi divenne una specie di lingua diplomatica, che gli alti funzionari degli Stati dovevnn conoscere.
Quando al regno babilonese si sostituì quello persiano, le condizioni non mutarono, anzi la l. a. acquistò maggiore importanza, pur essendo di un ceppo differente dalla lingua dei reggitori. Le comunicazioni tra la cancelleria centrale e quelle delle varie satrapie occidentali, compreso l'Egitto, si svolgevano in aramaico, ciò che semplificava molto il lavoro, data la grande diversità di lingue dei popoli sottomessi, e favoriva la posizione degli Aramei, che diventavano indispensabili negli alti posti dell'amministrazione.
L'introduzione di numerosi termini aramaici nella scrittura pehlevica, come semplici segni grafici, ideogrammi, si deve alla grande diffusione dell'aramaico nell'impero persiano e all'influsso degli scribi aramei. Si pensa da alcuni che anche le comunicazioni tra il centro dell'impero e le regioni iraniche dell'oriente e del settentrione avvenissero per tramite dell'aramaico; ma a questa affermazione non suffragano i documenti, sebbene non manchino indisi di penetrazione della 1. a. fin nell'India (iscrizione di Taxila).
L'aramaico si diffuse inoltre come lingua parlata. Prima dell'epoca cristiana, si parlava in tutto il territorio tra il Mediterraneo e la parte meridionale e settentrionale delle montagne arnene e del Curdistan. Nella Palestina sostituì l'ebraico; era la lingua che parlavano Gesù e i suoi discepoli. La penetrazione dell'aramaico in Palestina come lingua diplomatica si ebbe già prima dell'esilio (II Reg. 18, 26); ma la sua diffusione tra il popolo avvenne in seguito alle deportazioni, le quali, spopolando in gran parte il territorio di Israeliti, lo aprivano alla penetrazione degli Aramei del nord.
Per molto tempo prevalse la divisione dell'aramaico in orientale e occidentale anche per l'epoca antica. Si seguiva un criterio geografico, a cui si pensava corrispondesse anche una differenza morfologica; l'occidentale nella terza persona singolare maschile e nella terza plurale maschile e femminile dell'imperfetto avrebbe avuto il preformativo j; inoltre la finale ā nello stato enfatico avrebbe avuto significato di articolo definito; mentre nell'orientale si sarebbe avuto il preformativo n, e la finale d avrebbe perduto il senso definito. Ma tale distinzione non si può sostenere per l'aramaico antico.
L'aramaico antico ci è noto dalle seguenti fonti : a) Iscrizioni (dal sec. Ix al vi a. C.) : la prima conosciuta fu l'iscrizione di Panammu, trovata nelle vicinanze di Zengirli, posta in memoria di Panammu, morto al seguito di Teglatphalasar III, quando questi muoveva contro Damasco, dal figlio Barracab; poi l'iscrizione sulla stele di Hadad, più antica della precedente; in seguito una terza iscrizione di Zengirli, commemorativa di una costruzione fatta erigere da Barracab ; poi (1904) si ebbe l'iscrizione del re Zkr di Hamāt (prima metà del sec. viII a. C.); più recentemente frammenti
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di iscrizione sono venuti in luce dagli scavi di Arslān Täs, che pare rappresentino il più antico documento in a. finora posseduto e che si fa risalire al sec. IX a. C. - b) Alcuni testi biblici: Gen. 31, 47 (due parole); Ier. 10,11; Esd. 4,8-6,18; 7,22-26; Dan. 2,47,28. - c) I papiri, le iscrizioni e gli ostraca dell'Egitto (secc. v e Iv a. C.), specialmente di Elefantina (v.). - d) Le parole a. della scrittura pehlevica. e) Il nabateo e il palmireno.
Del nabateo si conobbero i primi documenti (25 iscrizioni trovate nel Hauran in Siria) nel 1860-61; poi seguirono altre iscrizioni, rinvenute a Heğra e Tema, nella penisola sinaitica, a Petra, a Safā, nel Gebel Druso e persino a Mileto (bilingue greco-nabateo del sec. I a. C.) e a Cos (iscrizione datata dal 78^{°} anno del re Areta: se è il terzo di questo nome essa rimonta al 70 a. C.; se invece è il quarto, all'anno 9 d. C.). I Nabatei, come appare dai nomi che ricorrono nelle iscrizioni, sono arabi; ma per le loro epigrafi si servivano dell'aramaico, non essendosi ancora il loro idioma elevato a lingua letteraria.
Anteriormente al nabateo si conobbe il palmireno, per le epigrafi che si scoprirono nel 1751 a Palmira (v.). In seguito a nuove spedizioni scientifiche se ne ebbero altre provenienti da Palmira e dintorni; la più antica, datata, è del 38 a. C.; la più recente è del 274 d. C. Con la presa della città da parte di Aureliano (anno 272), il palmireno non dà quasi più segno di vita.
In tutti questi documenti la lingua ha carattere unitario e uniforme; né si riscontra in essi traccia delle supposte distinzioni morfologiche tra a. orientale ed occidentale.
Dall'aramaico antico si sviluppò, nei primi secoli dell'èra cristiana, il neo-aramaico, che si divide in due grandi gruppi : l'occidentale e l'orientale, secondo un criterio geografico, ma questa volta anche morfologico.
Il secondo infatti differisce dal primo per due peculiarità: all'imperfetto, nelle persone sopra elencate, si ha come preformativo l, n, e nello stato enfatico plurale maschile si ha la terminazione ē. Queste caratteristiche non possono spiegarsi per sviluppo normale dall'antico aramaico, ma sono dovute probabilmente ad influsso accadico. La divisione in orientale e occidentale è geograficamente inadeguata, perché il Targum Onkelos appartiene al gruppo occidentale, pur essendo sorto ed usato in Babilonia.
Al gruppo occidentale appartengono, oltre il samaritano (v.), l'aramaico palestinese giudaico (il targumico, il talmudico e il midhrāsico) e l'aramaico palestinese cristiano, chiamato da altri siropalestinese. Di quest'ultimo il primo documento pubblicato fu l'evangeliario della biblioteca Vaticana, cui si aggiunsero due altri evangeliari, provenienti dal monastero di S. Caterina sul Sinai, uguali al primo.
Al gruppo orientale appartengono: a) il siriaco (v.), che ebbe grande importanza per la ricca letteratura prevalentemente religiosa; b) il talmudico babilonese; c) il mandeo.
L'aramaico, che ebbe così vasta diffusione nei tempi antichi, non resistette alla pressione dell'arabo, che lo sostitui in quasi tutte le regioni in cui prima dominava. Oggi l'aramaico occidentale si parla ancora in tre villaggi a nord-est di Damasco: Ma'lūlā, Bāb'ah e Ċubba'din; mentre l'orientale si usa a Tūr 'Abdīn, presso Mossul, e nelle regioni attorno al lago di Urmia.
Bibl.: v. aramet.
Giuseppe Messina ARAMAICHE, VERSIONI DELLA BIBBIA: v. TARGUM.
ARAMEI. - Popolo che risiedeva nell'Aram. In una lettera di el-Amarna (sec. xiv a. C.) ricorre il termine ablamē, che fu inteso come designante gli A. Ma poiché nel prisma di Teglatphalasar I (rooo a. C.), e nel monolito di Assurnasirpal II (sec. xi a. C.) ablamē ricorre con la qualifica armāja (s aramai x ), ablamē non può significare A., ma significa forse a soci, confederati a. Altri vide negli Eremboi e Arimoi di Omero gli A.; ma tale identificazione non è comprovata.
Nel sec. xi a. C. i documenti assiri, narrazioni di gesta di guerra, dànno notizie degli A. e di alcuni loro stati. Ce li presentano soggiornanti in tre grandi direzioni: una che faceva perno e leva allo sbocco del fiume Hābūr nell'Eufrate, una che aveva in vista i territori della Babilonia, una che si muoveva nella Mesopotamia settentrionale e nel nord della Siria. Mentre le tribù che volsero verso la Babilonia sconfinarono in modo pacifico, si adattarono alla vita della popolazione e spesso si lasciarono assorbire, pur non mancando scontri con i Babilonesi, i quali intendevano tener all'ordine i turbolenti o esuberanti arrivati, gli A. degli altri due centri dovettero sostenere lotte dure e prolungate contro gli Assiri. Eccone le principali.
Verso la fine del sec. xix a. C., gli A. della riva destra dell'Eufrate traversarono il fiume alla confluenza del Hābūr e in altri punti più a sud, infiltrandosi nel territorio assiro. Teglatphalasar I marciò contro di essi nel i11x, e li ricacciò al di là del fiume, dove occupò sei dei loro centri, situati alle falde dei monti Bišri; ma non conchiuse nulla di definitivo, anzi dovette muovere ancora 27 volte contro di essi, riuscendo a batterli lungo l'Eufrate, nella linea che va dal grande gomito che fa il fiume entrando in pianura fino ai confini della Babilonia. Ma le tribù aramaiche circa l'inizio del sec. x a. C. occuparono tutta la valle del Talih e anche quella del Hābūr. In questo territorio tra il medio Tigri e l'Eufrate sorsero vari principati che ebbero nomi dai capi delle varie tribù. Il più importante di essi, Bīt Bahiani, chiamato con l'antico nome mitanno Hanigalbat, sul medio e alto corso del Tigri, esercitava sugli altri una specie di alto patronato.
Le tribù aramaiche dell'occidente occupavano una gran parte del territorio di Karkemiš (Gerablus), cioè dal fiume Sagura a sud della città fino al limite del territorio di Hamāt, una gran parte quindi della Siria settentrionale. Il loro regno è chiamato nei documenti assiri Bīt Adini, con capitale Til Barsip; presso i Greci ha nome Siria. Di lì nel sec. x a. C. si diedero ad arrotondare il territorio, annettendovi ad ovest Sam'al (Zenğirli), ad est i territori della riva sinistra dell'Eufrate fino all'affluente Balih, a nord fino a Kummub. Altri staterelli aramaici, menzionati anche nella Bibbia, sorsero nell'Antilibano; il più importante di essi fu Damasco.
In contrasto con i'popoli a loro affini, Assiri o Babilonesi, gli A. non riuscirono a fondare un grande Stato unitario, né a organizzarlo solidamente; crearono piuttosto una moltitudine di Stati, ora mediocremente estesi, ora minuscoli. Questi ultimi non erano Stati unitari, ma piuttosto come una costellazione in cui vari satelliti si muovono attorno ad un nucleo principale, che fa da pernio e dà il nome allo Stato. I singoli satelliti avevano una certa indipendenza, la quale permetteva di concludere trattati con i componenti lo Stato e con il nucleo principale in condizioni di ughaglianza. Simile costituzione era una causa di debolezza di fronte a vicini potenti, cui offriva buon gioco nel loro tentativo di disgregarne la compagine. Si aggiunga che nei vari Stati aramaici gli A. erano lungi dal
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costituire la maggioranza della popolazione; così, per es., tra le province in cui fu divisa la Siria dopo la conquista da parte degli Assiri, solo Mansuate, Soba e Damasco erano prevalentemente aramaiche.
La conquista assira fu fatale agli A. Adadnirari II attaccò nel 900 a. C. il regno Hanigalbat, vincendo l'uno dopo l'altro diversi principotti; la sua opera venne continuata da Assurnasirpal II e Salmanasar III, cosicché nel 799 l'ultimo degli staterelli mesopotamici cessò di esistere. Poi fu la volta degli Stati della Siria da Tapsaco in giù. Questi, senza aiuto dall'esterno, confinavano con gli Assiri, i quali, aspirando ad affacciarsi sul Mediterraneo, volevano soggiogarli. Le cittadelle più atte alla resistenza erano Hamāt e Damasco; ma esse soccombettero in lotte, che durarono circa un secolo e furono condotte con alterne vicende da Salmanasar III e Adadnirāri III, finché Teglatphalasar III, dopo vari scontri con Rasunnu (Rasin) di Damasco, nel 732 a. C. conquistò quest'ultimo baluardo degli a.
La progressiva penetrazione assira nel territorio della Siria si può scorgere dalle province che gli Assiri vi costituirono: nel 740 Aspad e Unqi; nel 738 Kullani (Cabay), Hatarrikka, Hamāt; nel 752 Mansuate, Supite (Soba), Damasco, Qarnini, Haurina.
Sui rapporti e gli scontri tra A. e Israeliti, v. siria.
Bibs.: F. Thuress-Dangin, Inscription de Naram-Sin, in Revue d'Auxviologie, 8 (1911), p. 199 sg.; P. Dhorne, Abraham dans le cadre de l'histoire, in Revue Biblique, 37 (1928), pp. 481 507: H. H. Schaeder, Iranische Beiträge, in Schriften der Königaberger Gelehrten Ges., 6 (1930), pp. 225-45; E. Farrer, Aramu, in Reallexicon für Assyriologie, I, Berlino-Lipsia 1932, pp. 131 139; F. Alt, Die syrische Staatsrecht vor dem Einbruch der Assyrer, in Zeitschr. d. deutsch. morgend. Gesellschaft, 88 (1934), pp. 233-58; G. Messina, L'aramaico antico, Roma 1934; F. Rosenthal, Die aramaistische Forschung, Leida 1939. Giuseppe Messina
ARAN (così la Volgata; Settanta 'Appāy; ebr. Härān «montanaro»). - Figlio di Thare e fratello di Abramo e di Nachor. Gen. 11, 26-29 lo nomina al terzo posto, per la minore importanza che egli occupa nella storia del popolo ebreo rispetto agli altri due. Fu padre di Lot. Premori al padre Thare, quando ancora abitava ad Ur, lasciando orfani il figlio, che andò con Abramo in Palestina, e due figlie: Melcha, che andò sposa a Nachor, e Jescha, che si crede identica a Sara, moglie di Abramo (Gen. 20, 12). Giuseppe Priero
ARANDA: v. antonio de aranda.
ARANDA, Pedro Pablo Abarca de Bolea, conte d'. - Ministro di Carlo III di Spagna, n. nel 1719 presso Huesca (Aragona), m. ad Epila (Aragona) nel 1798. Entrato nella carriera militare viaggiò in Europa assistendo alle manovre di Federico il Grande, e stabilendo legami di amicizia con gli enciclopedisti francesi. Ambasciatore in Portogallo nel 1755 e in Polonia nel 1760 , ottenne poi durante la guerra col Portogallo il più alto grado della gerarchia militare. Nel 1766 fu nominato da Carlo III presidente del consiglio di Castiglia. In questa altissima carica egli si ispirò specialmente ai suoi tenaci pregiudizi antireligiosi, attingendo incitamenti e consigli da Voltaire col quale aveva continua corrispondenza. Perseguito i Gesuiti, li denunciò ad un tribunale straordinario e riusci ad ottenere dal re la loro cacciata dalla Spagna nel 1767. Questa azione dell'onnipotente ministro gli acquietli larga fama nel mondo degli illuministi e degli increduli, indicandolo come una delle personalità p