volume-01

Back to Volumes
 ι σ ν dot{ε} dot{ε} δ ε μ αright). Dentro era collocata "la testimonianza", cioè le due tavole della Legge (I Reg. 8, 9; cf. Ex. 25, 16); secondo Hebr. 9, 4, anche un vasetto d'oro con un po' di manna e la verga di Aronne (ma cf. Ex. 16, 33-34); vicino ad essa si colloca il libro della Legge di Mosè (Deut. 31, 26).

Del simbolismo dell'A. ci offre la spiegazione un confronto storico-archeologico. Antica e diffusa era l'usanza di conservare importanti documenti nei templi, ad es. a Roma i Libri sibillini sul Campidoglio. Ma proprio al tempo mosaico, in Egitto, donde vennero agli Ebrei numerose forme di civiltà, dei testi di trattati di alleanza furono depositati ai piedi di statue di divinità, quasi a invocare il dio testimone del patto e mallevalore della sua osservanza. Mosè avrebbe agito similmente nei riguardi di Dio. Jahweh era "assiso sui cherubi" (I Sam. 4, 4, ecc.) del propiziatorio, e più esattamente sullo spazio tra le loro ali, ove appariva "nella nube" (Lev. 16, 2), e parlava a Mosè (Ex. 25, 22) e ad altri. L'A. quindi era sentita non come rappresentanza di Dio, ma come suo trono, luogo della sua presenza, "sgabello dei suoi piedi" (Ps. 98,5 ); il che spiega come, essendo certamente Jahweh ben distinto dall'A. (II Reg. 6, 12; I Reg. 8, 10, ecc.), alla presenza di questa si acclamasse Jahweh (Rom. 10, 35 sg.; I Sam. 4, 7; 6, 20, ecc.). Dinanzi all'A., cioè "dinanzi a Jahweh" (Ios. 18, 8, ecc.) si veniva a pregare e offrire i sacrifici (I Sam. 1; 2, 19; 6, 15): l'A. era il centro del culto.

L'A., costruita da Beseleel (v.) poco dopo l'uscita dall'Egitto (Ex. 37, 1-9), sostò dapprima nel Tabernacolo (v.) mosaico, seguì gli Israeliti nel deserto, poi fu in Silo fino a Samuele (Ios. 18, 1.8-10; Iudc. 20, 18. 27; 21, 2. 19; I Sam. 1, 3. 21. 24; 2, 14); da Silo veniva portata come pegno di protezione divina nella battaglia (Iudc. 20, 18 (ebr.). 28; II Sam. 4, 3; I Sam. 11, 11). Catturata dai Filistei, per le sventure che pro-

## Page 1057

vocò fu presto restituita (I Sam. 4-6). Sostò a Bethsames, poi rimase a Cariathiarim (ibid. 6, 12-7, 2), donde fu da David solennemente trasportata in un apposito padiglione sul Sion (II Sam. 6), quindi da Salomone nella cella del suo tempio (I Reg. 8, 3-11). Nella distruzione di Gerusalemme ( 587 a. C.) scomparve per sempre. Secondo una tradizione (II Mach. 2, 4-8), Geremia la nascose in una grotta del monte Nebo (l'A. non è tra la suppellettile sacra trafugata dai Babilonesi: Ier. 52, 17-23).

BibL.: M. Dibelius, Die Lade fohnes, Gottinca 1906; K. Budde, Wor die Lade fohves ein leerer Thron? (contro Dibelius), in Theolog. Studien und Kritiken, 24 (1906), pp. 489-507; id., Ephod und Lode (contro W.R. Arnold, Ephod and Ark., Cambridge 1917), in Zeitschr. Jär die alttest. Wiss., 39 (1921), pp. 1-42; G. Orfali, De arca foederis, Parigi 1918; H. Gressmann, Die Lade fohnes und das Allerheiligste des Solomon. Tempels, Lipsia 1920; E. König, Geschichte der alttest. Religion, ⁴² ed., Gütersloh 1934, pp. 246-29; L. Hurr, Ursprung und Bedeutung des Bundeslode, in Banuer Zeitschrift für Theologie und Seclange, 1 (1924), pp. 17-32; H. Turcsyner, Die Bundedade und die Anfänge der Religion Israels, ²² ed., Berlino 1930; G. von Rad, Zelt und Lode, in Neue bischliche Zeitschrift, 42 (1931), pp. 476-98; J. Simons, Arbe des Verbands of Arhe fohvch's?, in Studia, 118 (1931), pp. 112-28, 212-32, 281-303; E. Klamroth, Lode und Tempel, Gütersloh 1932; P. Heinisch, Das Buch Exodus, Bonn 1934, pp. 200-203; H. C. May, The Ark; a Miniature Temple, in Amer. Journal of Semiis' Language, 52 (1935-36), pp. 212-34; C. C. Dobson, The Mystery of the Fate of the Ark of the Covenant, Londra 1939; O. Eiteloldt, Lode und Stierbild, in Zeitschr. f. alttest. Wiss., 17 (1940-41), pp. 190-215. Giovanni Rinaldi

Nell'archeologia cristiana. - Si trova rappresentata in tre scene del Vecchio Testamento nei mosaici del sec. v di S. Maria Maggiore in Roma; essa è portata a spalla da quattro levici, come nel rotolo di Giosuè della biblioteca Vaticana.

Del tutto caratteristica è la sua rappresentazione musiva nell'obside orientale della chiesa di Germi-gny-de-Près (Luiret) in Francia, oretta dal vescovo Teodulfo d'Orléans (m. nell'821); ivi l'a., secondo il testo di Ex. 25, 10-22; 37, 1-9, è sormontata da due cherubini dorati e protetta da due grandi angeli alati; dal cielo stefato si protende la mano divina; l'iscrizione che accompagna la scena invita a mirare il santo oracolo e a contemplare lo splendore dell'a. di Dio.

BibL.: Per il rotolo di Giosuè: P. Franchi de' Cavalieri, Il rotolo di Giosuè, codire Vaticana palatino greco 431, riprodotto in fototipia e fotocromografia a cura della Biblioteca Vaticana, Milano 1906. Per Roma: Wilpert, Monachus, III, (tavv. 22, 23, 25). Per Germigny-des-Près: H. E. Del Medico, La mosaïque de l'abside orientale d Germigny-des-Prés, in Fondation E. Piot, 39 (1942), pp. 81-102 e tav. viII. Enrico Iori

ARCA (DI NOE). - Grande ricettacolo galleggiante in legno, che Noè prima del diluvio (v.) costruì per comando di Dio, come rifugio per sé, i familiari e tutte le specie animali (Gen. 6, 13-22).

L'ebraico tébháh (che ricorre anche in Ex. 2, 3. 5: "cassetta" o "cesta" in cui fu salvato Mosè) è tradotto nelle versioni antiche anche "nave, bara, madia". Il latino arca corrisponde a "cassa, luogo o strumento destinato a custodire qualche cosa "; cf. Cicerone, Pro Milone,
![img-5.jpeg](img-5.jpeg)

Ida Fondation E. Piot, XXXIX, DIA) Arca dell'Alleanza - Musaico absidale nella chiesa di Germigny-des-Prés (sec. ix).
22: luogo segreto e buio munito di assi di quercia per chiudervi i rei o gli schiavi; Vitruvio, 5, 12 : impianto di tavole, come un vasto cassone senza fondo, per gettare le banchine dei porti.

Secondo l'ordine avuto, Noè la fece di legno resinoso (Gen. 6, 14 ebr.), forse di cipresso, usato per recipienti destinati a contatti umidi (navi, bare), e la spalmò di bitume. Le dimensioni (Gen. 6, 15) di cubiti 300 di lunghezza per 50 di larghezza per 30 di altezza, se si tratta del cubito babilonese minore (di m. o,45) equivalgono a m. 135 × 22,5 × 13,5 ca. (la Basilica Vaticana ha m. 187 × 25 × 45 ).

Per la forma complessiva di cassone l'a. era atta a galleggiare piuttosto che a navigare, e aveva una capacità superiore a quella di una nave di misure simili, in vista dello scopo cui doveva servire.

Aveva elementi non consueti a una nave: una porta di fianco (Gen. 6, 16 b; per l'uso cf. Gen. 6, 18; 7, 1. 7: 8, 18), che Dio chiuse prima di inviare le acque (Gen. 7, 16), il tetto o coperchio (cf. Gen. 8, 13) per riparare dall'acqua. Una terza particolarità era il sôhar (Volgata e altre versioni antiche "finestra"), un'apertura sull'alto dei fianchi, per l'illuminazione e aerazione dell'interno, alta un cubito, e "fatta completamente" (Gen. 6, 16) cioè condotta tutto in giro, naturalmente con interruzione delle aste di sostegno del tetto. Che l'a. avesse poi una finestra - con un arnese di chiusura - appare da Gen. 8, 6, ove è usato hallôn. Ma poiché risulta (Gen. 8, 6-11) che Noè non poteva vedere le condizioni esterne, se non rimovendo il coperchio (Gen. 8, 13), si è spiegato sôhar in altri modi (abbaino sul tetto, o il tetto stesso, o la carena), con correzione della frase oscura e dubbia di Gen. 6, 16 a. Forse il processo di composizione del testo relativo al diluvio può spiegare meglio questa e altre antologie.

L'interno era diviso in tre ripiani, ognuno alto 5 m . ca., sicché poteva accogliere anche grandi animali (che vi siano entrati "tutti", deve intendersi a norma della soluzione adottata per il problema circa l'estensione del diluvio). Le vicende dell'a. seguono poi lo svolgersi del diluvio.

Nella narrazione babilonese (v. Gllgamès), accanto a qualche somiglianza riguardo all'a. - costruita per ordine divino, su misura data, fermatasi poi su un monte - si colgono importanti punti di distacco: in Babilonia l'a. è concepita come una nave, con pilota, accoglie molta gente, è molto più grande.

Hebr. 11, 7 (v Fide Noe... metuens aptavit arcam in salutem domus suae, per quam damnavit mundum") illustra l'a. come rifugio di salvezza per i credenti e segno di perdizione per il "mondo". Tale senso spirituale, rilevato da I P r .3,20, è stato sviluppato dai Padri, che illustrarono il "misero legno" (Sap. 10, 4), divenuto oggetto di benedizione poiché vi si salvò «la speranza del mondo" (Sap. 14, 6-7), come simbolo della Chiesa (indi della Madonna e di Cristo stesso), fuor della quale non è salvezza (cf. Ambrogio, De Noe et arca, 6-9: PL 14, 368-74; Agostino, Contra Faustum M., 12, 39; Girolamo, Adv. Iovinianum, 2, 22).

## Page 1058

BibL.: Fruditi studi sulla struttura dell'a. di G. Buteo, De arca Noe, Lione 1554: B. Pereira, Comm. in Genesim: I, X, De Arca Noe, dissert. I { }^{text {X }} XIII { }^{text {a }}, Magonza 1612; Arias Montana, Exemplar, sive de sacris fabricis Nodh, Anversa 1672; A. Kircher, Arca Noe, Amsterdam 1675; N. Alexandre, Hist. eccl. Veteris Testamenti, dissert. X², Parigi 1699; E. Mangenot, s. v. in DB., I, coll. 923-26; F. Ceuppens, De diluvio biblica, Roma 1930, pp. 49-60; P. Helminch, Das Buch Genesis, Bonn 1930, pp. 164166. - Sul discusso tignificato di Gen. 6, 16 a : J. Döller, in Biblioche Zeitschrift, II (1913), pp. 5-9. - Sul senso spirituale: H. Hurter, De arca Noe. Ecclesiae typa, Patrum sententiae, in Opuscula Patrum selecta, III, Innsbruck 1868, pp. 217-33. Il De arca Noe morali II. 4 e il De arca Noe mystica di Ugo di S. Vittore (PL 126, 678-704) sono opere di teologia mistica.

Giovanni Rinaldi

## ARCADELT,

JAROB. - Musicista, n. in Fiandra (1514?) allievo di Josquin des Prés. Dopo un breve soggiorno fiorentino, venne a Roma (1536) dove fu nominato maestro dei putti cantori nella cappella Giulia in S. Pietro (1539) e, successivamente, cappellano cantore papale e abate camerlengo. Nel 1555 seguì a Parigi Carlo di Lorena duca di Guisa ed ebbe il titolo di Regius musicus. Morì, forse nella stessa Parigi, dopo il 1560 . Le sue Messe (un libro a 4 voci, e uno a 3 e 5 voci, usciti a Parigi, ed. Le Roy, nel 1545 e 1557) e i suoi mottetti furono editi in raccolte dell'epoca e ristampati in quelle moderne di Maldeghem, Eitner, Riemann, Mosskova, Commer (Collectio, VII, 21: un Pater noster), nel Musical Times (n. 183: una Ave Maria trascr. da Liszt), ecc.

BibL.: R. Eitner, Bibliographie der Musiksammeiwerhe d. XVI, u. XVII, Jahrh., Berlino 1877; A. Pirro, in Revue de Musicologie, 2 (1927), pp. 97 sgg.

Luisa Cervelli
ARCADIA, accademia della. - Accademia letteraria, fondata in Roma nel 1690 da 14 letterati e salita rapidamente a grande sviluppo e larghissima diffusione. Alla originalità programmatica e quindi alle stravaganze del secentismo volle contrapporre un ritorno alla semplicità dei sentimenti e ad una schiettezza agreste della fantasia. I suoi soci, che entrando a farne parte assumevano nomi greci, si qualificarono "pastori»; le molte sezioni che ebbe in tutte le città italiane furono dette "serbatoi»; a protettore, o Gran Pastore dei pastori, fu scelto Gesù Bambino, nato in una stalla e tra i pastori; per insegna adottò la greca siringa inghirlandata di lauro e di pino. La prima e
principale sede di Roma (" serbatoio centrale") fu inaugurata il 15 ott. 1690 con una adunanza che si tenne nel giardino dei frati Minori riformati a S. Pietro in Montorio. L'A. ebbe l'anno seguente l'alta protezione di Innocenzo XII; né le mancò il favore di Cristina di Svezia, grande fautrice di artisti e letterati in Roma. Ne dettò le leggi in latino il letterato e giudicta Gianvincenzo Gravina; ne fu capo, col titolo di Custode generale, Giammario Crescimbeni, autore delle Bellezze della volgar poesia (1700), in cui è formulata l'estetica platonica degli arcadi, e delle Memorie istoriche dell'Accademia. In armonia col suo carattere, essa tenne le adunanze all'aperto, nel Bosco Parrasio; poi, nel 1725, per munificenza di Giovanni V di Portogallo, si stabili sul Gianicolo. Nel primo trentennio del sec. xviri non vi fu quasi città italiana in cui l'A. non avesse dedotto una sua colonia, come latinamente dicevano. Protetta e favorita dalle maggiori personalità del tempo (gli arcadi di Roma conobbero spesso la lauta ospitalità del card. Ottoboni negli orti
della badia di S. Pancrazio), annoverò tra i suoi membri Clemente XI, 46 cardinali, centinaia di patriarchi, primati, arcivescovi, vescovi e prelati, la regina di Polonia e suo figlio, i principi regnanti di Baviera, Toscana, Parma, il duca della Mirandola, tutti i principi del Soglio, quasi tutta la nobiltà italiana e parecchia d'oltralpe, molte dame, tra cui Faustina Maratti, la marchesa Petronilla Paolini Massimi, ecc.

Tra gli arcadi più notevoli si possono inoltre ricordare : mons. Sardini, lucchese; mons. N. Forteguerri; il canonico G. Crocchiante; e, tra i poeti, G. B. Zappi, C. I. Frugoni, A. Bertola, I. Vittorelli, P. Rolli, E. Manfredi, il Metastasio. L'A. accolse anche i più famosi improvvisatori, quali il cavalier Bernardino Perfetti e Maria Maddalena Morelli (tra gli arcadi, Corilla Olimpica).

Si può dire, in realtà, che, almeno per la prima metà del Settecento, tutta la produzione poetica italiana si svolse nell'àmbito dell'A., che giunse a dominare interamente la moda letteraria della penisola, imponendo uniformità di canoni estetici e di gusto. Appunto in questi canoni estetici e non in un profondo movimento vitale, consiste la reazione che essa oppose al secentismo. G. B. Marino e la sua scuola avevano indicato la meraviglia come il fine della

## Page 1059

poesia, e il loro barocchismo fu il risultato di una ricerca del nuovo ad ogni costo, sostituendosi la meraviglia e la novità ad altri valori spirituali che mancavano; sicché nell'immaginismo dei secentisti è da vedere l'espressione di un mero sensualismo. L'A. cercò di colmare codesto vuoto interiore con altri mezzi, ma non lo aboli. Contro l'originalità come fine a se stessa, gli arcadi rimisero in onore l'imitazione anteponendola all'ispirazione, e affermarono il dominio delle regole. Tale posizione conteneva già in germe quel manierismo e quel dilettantismo che rimangono il limite di tutta la poesia arcadica. A parte l'assodata origine tassesca, fu anche dal Marino, cui voleva opporsi, che l'A. riprese il mondo pastorale. Dei tre indirizzi che si possono distinguere nella poesia arcadica, l'indirizzo petrarchesco e quello classicheg. giante che si rifesero, in senso più o meno largo, al platonismo, e segnatamente al platonismo rinascimentale di M. Ficino, riuscirono indubbiamente i più falsi; mentre all'indirizzo pastorale e anacreontico si devono le migliori "canzonette" che sopravvivono (del Rolli e di alcuni altri) e i momenti più felici del Metastasio. Anche in queste espressioni più vive, il sentimento di rado supera il sentimentalismo e si dimostra più che altro pretesto per la melodia dei versi e la raffinata eleganza dell' espressione, indicando cosi che il sensualismo, se era stato elemento costitutivo dell'immaginismo mariniatico, tale rimase anche per gli arcadi. Questa carenza del sentimento nella sua forma più schietta e vitale, fa della poesia arcadica italiana un fenomeno letterario parallelo al sensismo della filosofia francese. Per questo riguardo, rimangono significative le lodi poetiche tributate dal Frugoni al Condillac.

L'A. cominciò a declinare dalla seconda metà del sec. xviri; la decadenza andò sempre più accentuandosi col mutare dei tempi che comportavano nuove esigenze. Dopo un lungo periodo di vita scialba e stentata, l'accademia fu riorganizzata nel 1925, con l'aggiunta di Accademia letteraria italiana. La sede fu trasferita dal Bosco Parrasio, che rimane proprietà dell'Istituto, alla biblioteca Angelica di Roma. L'Accademia ha pubblicato 13 voll. di Rime e tre periodici : L'Arcadia (18891896), Giornale arcadico (1898-1916), Atti dell'Accademia e scritti dei soci (dal 1917).

Bibl.: Oltre le storie della letteratura in generale e le opere
citate del Crescimbeni, v., dello stesso, Vite degli Arcadi illustri, 5 voll., Roma 1708-51, e Notizie istoriche degli Arcadi morti, ivi 1720-21; A. Rossi, L'A. ovvero notizie istoriche dell' Adunanza degli Arcadi, ivi 1708; I. Carini, L'A. dal 1890 al 1890, ivi 1891; G. Natali, Il Settecento, Milano 1929; C. Calcaterra, Lirici del Seicento e dell'A., ivi 1936, introd.; B. Croce, L'A. e la poesia del Settecento, in Atti e Memorie dell'A., ³² serie, I, fasc. II (1946), pp. 47-58; G. Toffanin, L'A., Bologna 1946.

ARGADIO (Imperator Flavius Arcadius Pius Felix), IMPERATORE ROMANO. - Figlio dell'imperatore Teodosio il Grande, n. nel 377. Fu educato oltre che da filosofi pagani (Temistio) anche da uomini di Chiesa (Arsenio). Associato prestissimo al potere, divenne imperatore alla morte del padre nel 395, ma ebbe solo la parte orientale (Illiria, Tracia, Ponto, Asia, Egitto), dividendo il potere col fratello minore Onorio; inoltre doveva sottostare alla tutela di Rufino, prefetto del pretorio. Apparentemente l'impero continuava ad essere uno, malgrado i due titolari; però da questo momento cominciò la netta separazione di Oriente ed Occidente, ed il primo assunse il carattere che gli fu proprio per secoli (civiltà bizantina). A. era un debole: fu dominato dai ministri e dalla moglie Eudossia, figlia di un generale franco. Dopo Rufino venne in auge Eutropio, quindi il goto Gaina : erano tutti venali, corrotti, violenti. Un pericolo
![img-6.jpeg](img-6.jpeg)
era rappresentato da Alarico, re dei Visigoti, che invase ripetutamente l'Illirico provocando l'intervento di Stilicone, ministro dell'impero d'Occidente; A. finì col dargli il titolo di magister militum, facendolo federato.

Famose sono le lotte sostenute al tempo di A. dalla moglie Eudossia contro il vescovo di Costantinopoli Giovanni Crisostomo, già malvisto da Gaina che era ariano. A. morì il 1^{°} maggio 408 , e gli successe il figlioletto Teodosio II sotto la guida di Antemio.

Bibl.: A. Güldenpenning, Geschichte des saträmischen Reiches unter den Kaisern Arcadius und Theodosius II, Halle 1883; A. Solari, La crisi dell'Impero romano, IV, Roma 1936. Paolo Brezzi

ARCAF, Giovanni. - Vescovo di Menfi e capo dei meleziani d'Egitto (sec. iv). Singolare figura di turbolento, noto per i suoi intrighi contro s. Atanasio.

## Page 1060

Sotto la sua guida, il partito meleziano spiegò una grande attività per perdere il vescovo di Alessandria. Tra l'altro, A. persuase il vescovo meleziano Arsenio (v.) d'Ypselé a nascondersi, e quindi fece spargere la voce che lo scomparso era stato ucciso da Atanasio a scopo di magia, dopo avergli fatto tagliare la mano. Ma Atanasio seppe scoprire le tracce del morto-vivo, e il cesare Delmazio ebbe ordine di non dare seguito all'inchiesta giudiziaria contro l'incriminato (334). A., caduto in disgrazia, deplorò la propria condotta e annunziò all'imperatore Costantino la sua riconciliazione con Atanasio. L'anno seguente, però, rinnovava le sue macchinazioni, alleato questa volta con gli ariani e i loro protettori, e, nel Sinodo di Tiro (335), il suo partito riprese la campagna di vecchie calunnie. A. e i suoi furono considerati vittime di una oppressione ingiusta e quindi ammessi dal Concilio alla comunione della Chiesa. A., ritornato in Alessandria, volle sfruttare il suo successo, ma con così poca misura, che Costantino si vide costretto ad esiliarlo come perturbatore dell'ordine.

Bibl.: S. Atanasio, Apologia, passim: PG 25, 247 sge.: Socrate, Hist. est., I, 27 sge.; Sozomeno, Hist. erel., II, 25; Tillemont, VIII, Venezia 1732, pp. 25, 27, 36, 58, 67; HichileLeclercq, I, pp. 653, 661, 665; L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, II, 4* ed., Parigi 1916, pp. 169-91; A. Fliche e V. Martin, Storia della Chiesa, trad. ital., III, Torino [1940], p. 109 sge.

ARCAMONE (Archemone), Ignazio. - Cassiùs missionario, n. a Bari verso il 1615 , m. a Rachel il 30 apr. 1683. Entrato nel noviziato di Napoli nel 1631 , partì per le Indie Orientali nel 1644 e lavorò oltre venti anni nella penisola di Salsette.

Compose in lingua konkani un trattato sul purgatorio (1663) e una serie di spiegazioni sui Vangeli domenicali di tutto l'anno (1664). Rimasero manoscritti un De Salsetana peninsula commentarius (Roma, bibl. Nazionale) e una importante Ianua indica, sive pro concanina et decanina linguis manuale (grammatica e vocabolario; alla biblioteca Nazionale di Lisbona).

Bibl.: Sommervogel, I, col. 203; VIII, col. 1684; Streit, Bibl., V, p. 213.

Edmondo Lamalle
ARCANGELI, Giuseppe. - N. a. S. Marcello Pistoiese il 13 dic. 1807 , m. a Firenze il 17 sett. 1855 ; studiò nel Seminario di Pistoia e venne ordinato sacerdote nel 1831. Fu professore di latino e greco e rettore del Collegio Cicognini di Prato, ove, insieme con Atto Vannucci ed Enrico Bindi, avviò una collezione di classici latini commentati ad uso delle scuole, che dette ottimi risultati. Scrittore disinvolto ed elegante, collaborò a giornali e riviste di Firenze, quali L'Alba, Lo Spettatore, La Rivista, manifestandosi, in politica, moderatamente liberale. Nel 1848 fu ammesso all'Accademia della Crusca e ne divenne poi segretario. Ivi partecipò alla compilazione del celebre vocabolario e lesse rapporti, discorsi e lezioni, redatti in stile facile e spontaneo, privo di fronzoli retorici. Fece anche parte delle Accademie fiorentine, l'Ateneo Italiano e la Colombaria. Negli ultimi anni tradusse gli Ioni di Callimaco, l'Iliade e, in versi alfieriani, la tragedia pseudoclassica del Ponsard Lucrezia.

Bibl.: A., Poesie e prose, 2 voll., Firenze 1852; id. Prose e poesie a cura di E. Bindi, Firenze, 1874; A. Chiappelli, Per G. A., in Pagine di critica letteraria, I, Firenze 1911, pp. 222-31.

Italo Borzi
ARCANGELO. - Il termine ricorre due volte sole (I Thess. 4, 16; con l'articolo: Iud. 9) nel Nuovo Testamento, al singolare, e designa s. Michele (v.), detto bat-lor hag-gâdhâl (oil grande capo») in Dan. 12, 1. Il prefisso ápzi, molto in uso nel periodo ellenistico (e bizantino) coi termini di ufficio o dignità, esprime
il grado sommo. Onde ápxáyүzàos significa «il capo supremo degli angeli» (cf. Apoc. 12, 7 sg.).

Poiché si parla di un solo a. nella Bibbia, R. Kraetzschmar e W. Nowack vi vedono un parallelo all'«Angelo di Jahweh» (v.) : l'angelo tutelare d'Israele sarebbe poi stato sostituito da Michele.

Come altre voci (ad es., nel Nuovo Testamento e neiSettanta, ápxıєрєúç, ápxıðzqıoфú̀aš, ápxıєтaĩpoç, ápxııvoũyoc, ecc.), formate con ápxı-, che originariamente significavano una persona unica suprema nel suo ordine, poi si usarono al plurale per più colleghi, ápxáyүzàos in seguito fu esteso a designare più principi celesti.

Tifone usa tre volte ápxáyүzào (al singolare): due volte designa il Logos (De conf. ling., 28, 146; Quis rerum div. heres, 42, 205), una volta Din (come capo degli spiriti, De somniis, I, 25, 157). Cristo è quindi presentato dagli gnostici, poi di Origone, come a. (J. Barbel, pp. 236-40); cf. Epistola Apostolorum capp. 13-14. Nell'Apoc. d'Abramo, 11, 3bnel, l'angelo della manifestazione" ( = della Presenza) è descritto in modo simile al "Figlio d'uomo" di Apoc. 1, 12-16; ha potere perfino sui "quattro animali" del trono divino (cf. Ez. 1, 5-26). Unico è ancora, e con riflessi massimici, il Metatron, tema principale del I. III di Enoch (ed. da H. Odeberg, 1928); è il «Principe della Presenza», è il vicario di Dio; ma è rimosso dal «Principe» glorioso! Anijel (III Enoch. 16, 5). Metatron è spesso ricordato nel Talmúd babilonese.

Il libro di Enoch (v.) etiopico enumera sette spiriti che chiama a. preposti da Dio al creato (cf. la Fortuna in Dante, Inferno, VII, 68 sg. e 77-96) specificandone l'impero (20, 7-8) : Uriel, Rafael, Raguel, Michael, Sariel (o Saragiel), Gabriel, Reniel (o Jeremiel: IV Esd. 4, 36). Questi sette a. ricorrono spesso nei testi magici dei primi secoli cristiani (cf. A. M. Kropp).

L'Epistola Apostolorum, verso il 175, nomina quattro a. (Michael, Gabriel, Rafael, Uriel) come compagni di Gesù risorto nel viaggio fino al quinto firmamento (ed. C. Schmidt, pp. 46-49). A sei a. allude Erma (Pastor, visio 3, 4) e la tradizione rabbinica (Targum di Ps.-Jonatan a Deut. 34, 6); i midhrâlim nominavano quattro a. (Michael, Gabriel, Uriel, Rafael): Numeri Rabbâ, 2, 10. Il Talmud bab. nomina Suriel, "Principe della Faccia" (Bêvâhâdih, 51*). Clemente Alessandrino parla otto volte degli a. (al plurale), da cui Dio è separato per la santità (Stromata 6, 7, 57 e Adombrationes in I Petr., 1, 11 e in I Io. 21, e a volte in Excerpta ex Theodoro: ed. Stählin, II (1906), p. 461; III (1909), pp. 109 sg., 116, 121, 154, 204, 211).

Parzialmente identici agli a. sono "gli Angeli della Faccia" (o della Presenza, cf. Mt. 18, 10) o "le Faccie" (Giubilei 1 sg.; 15; 31) di cui Enoch 40, 1-10 dà a nomi (Michael, Gabriel, Rafael, Fanel o Fannuel "faccia di Dio»). Ma categorie ben distinte sono i Serafim (v.), i Cherubim (v.) e gli 'Opîdanilm (Enoch 61, 10) o "Rupte" (Ez. 1, 15-21; 10, 9-17) che circondano il trono di Dio (cf. Apoc. 4, 6-8). S. Vittorino di Pettau (sec. iv) identifica gli a. coi "sette spiriti che assistono al trono di Dio" e cita Tob. 12, 15; Apoc. 1, 4 (In Apoc., 8, ed. Haussleiter). B. Allo riferisce Apoc. 1, 4 e 4, 5 allo Spirito Santo "settiforme»; ma J. Michel dimostra trattarsi (come anche Apoc. 3, 1; 5, 6; 8, 2; 15, 1) di sette principi angelici.

Si venne quindi accreditando il numero di sette a. (cf. Testamento di Levi, 8, 2 sg.; - Ez. 9, 2; Tob. 12, 15), come sette erano gli assistenti al trono dei sovrani orientali (Esth. 1, 10).

Critici razionalisti (H. Gunkel, W. Bousset, H. Gressmann) affermano che essi rappresentano i sette pianeti (l'accostamento è in Enoch slavo, 19, 2) ognuno dei quali regge un determinato periodo cosmico. Meno grossolano, ma ancora arbitraria, è l'identificazione degli a. agli ismici: Anwela-Speuta (v.) Santi immortali vi, i sei spiriti superiori che circondano il trono di Ahura Mazda.

La tradizione cattolica diede il titolo di a., oltre che a Michele, anche a Gabriele e Raffaele, detti nella Bibbia «angeli».

Nella Didascalia Apost. (VI, 27, 6: ed. F. X. Funk, I, p. 373) l'a. è ancora unico ( = Michele). Oltre che nei citati

## Page 1061

passi di Enoch e della Epist. Apost., Gabriele è spesso chiamato a. nei primi quattro secoli (codici migliori del Protovangelo di Giacomo; Oracoli abilitui, VIII, 460 [inizio sec. III]; s. Efrem, Sermo sole, haeretica [Opera groera, 2, 269]; Teodoreto, in Cant. Cant. praefatio; s. Ambrogio, De virginibus, 2, 2, 10 sg.; Sedulio, Opus Paschale, 2, 3; ecc.); Raffaele invece tardivamente e raramente (s. Isidoro, Etymolog., VII, 5, 13 sg.; Giorgio Sincello).

Fu proibito di ammettere altri nomi di angeli o a. oltre i tre biblici (Michael, Gabriel, Raphael) nei Concil: laodiceno (es. 360-65, can. 35), romano del 745 (actio 3 : "Non plus quam trium angelorum nomina cognosci"), squisgranense del 789 (can. 28, 16 : "De ignotis angelorum nominibus v); cf. Hefele-Leclercq, I, p. 1017 sg. Ciò nonostante, s. Isidoro e Giorgio il Sincello pongono Uriel fra gli a.

Giustamente oggi si rigetta la tardiva classificazione (già al sec. iv nel Sacramentario di Serspione e in Constitut. Apost., VIII, 12, 8. 27, e cf. VII, 35, 3: ed. Funk, I, pp. 498, 505, 431; II, p. 172) divulgata dallo pseudo Dionisio (De coelesti Hierarchia 6, 2), che ha posto gli a. al penultimo posto della gerarchia angelica (v. angelo; cont angelici) : si riservava agli angeli e agli a. il solo ufficio di "messaggeri" (Gregorio M., Hom. 34 in Evangel., L'a. è il capo della milizia celeste (Ios. 5, 14-15, LXX) e in tal senso Michele è detto dot{α} ρ χ ι σ τ ρ α dot{τ} η γ o s (Enoch slavo, 30, 10; Epist. Aportul., testo copto, in Schmidt, op. cit., p. 49).

BibL: I. Felten, Storia dei tempi del N. T. (trad. L. E. Bongiovanni), III, Torino 1914, pp. 103-104; B. Allo, L'Apocalybia, 3^{°} ed., Parigi 1933, pp. xivi, 8-9, 119 (i i 7 A. tradizionali 1); A. M. Kropp, Ausgewäblte baptisthe Zaubertexte, I-II, Bruxelles 1931, e specialmente III (Einleitung), (vi 1930, pp. 27 30, 79-83; M. J. Lagrange, Le Yudaisme avant 7 . C., Parigi 1921, pp. 259-62; A. Cohen, Il Talmud (trad. ital. A. Toaff), Bari 1935, pp. 79-82; F. B. König, Die Anesba Epoeias des Avesta und die Erzengel im Alten Testament, Melk 1935; J. Pryslaski, Les sept puissances divines dans l'Inde et dans l'Iran, in Revue d'Hist. et de Phil. religieuses, 16 (1936), pp. 500-507; J. Michl, Die Engelvorstellungen in der Apokalypse des Id. Johannes, Monaco 1937, pp. 112-210; J. Barbel, Christos Angeles, Bonn 1941; U. Holzmeister, Michael Archangelus et Archangeli alii, in Verbum Domini, 23 (1943), pp. 176-86.

Antonino Romeo
ARGANGELO di Cola da Camerino. "Pittore marchigiano della prima metà del sec. XV, seguace di Gentile da Fabriano, non senza influssi fiorentini. Nel 1416 è a Città di Castello, nel 1420-21 a Firenze e nel 1422 a Roma. Opere sue si conservano a Osimo, a Camerino, a Bibbiena e in collezioni private. Fra i numerosi dipinti che gli vengono attribuiti ricordiamo gli affreschi dell'oratorio dell'Annunziata a Riofreddo (Lazio).

BibL: N. Gnoli, Pittori e miniatori nell'Umbria, Spoleto 1923; I. Perracci, Il soggiorno fiorentino di A. di C., in Riv. d'Arte, 12 (1929), pp. 119-27; C. Brandi, Catalogo della Mostra dello pittura rinciuna del Trecento, Rimini 1935, p. 136. Gaza de Francoch

ARGANGELO di Lione (Michel Degranges o Desgrange). "Minore cappuccino, n. a Lione nel 1736, m. nel 1822. All'età di quindici anni abbracciò lo stato religioso. Nel 1789, per aver osato inveire dal pulpito contro gli Stati Generali, dovette fuggire dalla sua città natale e ritirarsi nel convento di Sion (Svizzera). Ritornato in patria, si dedicò interamente all'apostolato ed alla restaurazione del suo Ordine. Lasciò pregevoli scritti, tra i quali merita d'essere ricordata l'opera postuma in due volumi : Dissertations philosophiques, historiques et théologiques sur la religion cathelique (Lione 1836).

BibL: Hichet, III, p. 731.
Emanuele Chiettini
ARGANGELO RIPAUT : v. RIPAUT.
ARGANO, disciplina dell'. "Con l'espressione disciplina arcani, adoperata per la prima volta dal teologo protestante Jean Daillé (Dailaeus, nell'opera De scriptis... Dionysii Areopagitae, I, Ginevra 1666, p. 142), si suole designare, dal sec. xvir in poi, un uso vigente nella Chiesa antica, specialmente dal sec. III al v, di non parlare agli estranei dei riti sacri e dei dogmi della religione.
I. Sotto l'influsso delle controversie e l'impulso delle crescenti ricerche storiche sulla dottrina e sul culto dei primi tempi cristiani, fin dal sec. xvI si era notato che per vari dogmi, sacri riti, ecc., mancavano o erano assai scarse le testimonianze antiche. Alcuni scrittori cattolici spiegarono tale fatto con la tradizione orale che nella Chiesa, in ispecie per i sacri riti, sempre ha consistito accanto alla tradizione scritta. Altri ricorsero, per spiegare tale fatto, a una legge esplicita del silenzio, già da s. Basilio (De Spiritu Sancto, 68) dichiarata una "tradizione apostolica», per cui i fedeli sarebbero stati costretti ad astenersi dal parlare, soprattutto dell'Eucaristia e della transustanziazione (cf. DThC, I, coll. 1738-43). Secondo Melchiorre Cano (De locis theologicis, Salamanca 1583, libro III, 3) gli Apostoli avrebbero dato il santo ai cani, "si quibus formis sacramenta essent conficienda, quibusve ritibus administranda aliaque id genus religionis secreta, passim vulgo tradidissent». Secondo s. Roberto Bellarmino (De controversiis christianae fidei, Lione 1599, I, 8 e II, 29) i Santi Padri "non loquebantur de eo [sacramento dell'Eucaristia] cortan ethnicis et catechumenis nisi tecte, ut illis verbis : Norunt fideles" e rimanda a Tertulliano, Origene, s. Giovanni Crisostomo, s. Agostino, Teodoreto. G. Estius (In lib. IV Sententiarum, Parigi 1680, dist. I e 19) estese la legge del silenzio a tutta la teologia sacramentaria. Da altri si esagerò, come suole avvenire, di modo che l'anglicano J. Bingham (Origineon sive antiquitatum ecclesiae., IV, Halle 1727, p. 121) ironicamente poteva scrivere : "Hoc novo et admirabili instrumento, quod disciplinam arcani vocitant..., omnis dissimilitudo et res pugnantia, quae inter antiquas Ecclesiae catholicae docutinas consuetudinesque, et novellas praesentis Ecclesiae Romanae corruptiones apparet, illico evanescit et in ventos alii:». I protestanti reagirono: I. Casuabonus (De rebus sacris et ecclesiasticis exercitationes XVI, Londra 1614, 4^{text {a }} ed., Ginevra 1663) vi vedeva l'influsso della legge del silenzio vigente negli antichi culti pagani; Jean Daillé (De usu Patrum, ecc., Ginevra 1686) segnalava con esattezza l'età relativamente tarda (secc. Iv-v) della presunta istituzione. Ne nacque così una violenta polemica fra il canonico E. de Schelerate (Autiquitas illustrata circa concilia generalia et provincialia..., Anversa 1678; Commentatio de s. Antiocheno concilio, ivi 1681) e il protestante W. Ern. Tentzel (Exercitationes selectae in duas partes distributae, quorum... posteriori disciplina arcani in apricum producitur, LipsiaFrancoforte 1692, contenente: Tentzel, Dissert. de discipl. arcant, Wittemberg 1683; Schelerate, Dissert. apologetica: De disc.-arc. contra dispul, E. Tentzel, 1685, e la risposta di Tentzel : Animadversiones...), non sopita ancora oggi (cf. DThC, I, col. 1741 con la bibliografia; H. Gravel, v. sotto).

Nel corso del sec. xix si pensò che una disciplina arcani esistesse realmente, ma fosse qualche cosa di simile al segreto di cui si circondavano i culti pagani dei "misteri" ai quali solo gl'iniziati potevano accedere, e dai quali era vietato svelare sia il rito, come il mito (cf. N. Bonwetsch, Wesen, Entstehung und Fortgang der Arkandizziplin, in Zeitschr. für histor. Theologie, 43 (1873), pp. 205-99; E. Hatch, Influence of Greek Ideas and Usages upon the Christian Church, Londra 1890; G. Anrich, Das antike Mysterienwesen in seinem Einfluss auf das Christentum, Gottinga 1894; G. Wubbermin, Religionsgeschichtliche Studien zur Frage der Beeinflussung des Urchristentums durch das Mysterienwesen, Berlino 1896; O. Casel, Antike und christliche Mysterien, in Bayer. Blätter für das Gymnasialschulwesen, 63 [1927], pp. 329-40; e Altchristlicher Kult und Antike, in Jahrbuch für Liturgienissenschaft, 3 [1923], p. 1 sgg.). Ciò avveniva parallelamente ai tentativi di inquadrare storicamente il cristianesimo fra le correnti religiose contemporanee alle sue origini. Si tratta però di sole similitudini esterne: una diretta ed immediata accettazione dell'uso pagano non si può documentare e neppure supporre, data l'avversione degli antichi cristiani per gli usi pagani. Frommann (De disciplina arcant quae in veteve Ecclesia christiana obtinisse fertur, Jena 1833) pensò a una imitazione delle pratiche giudaiche verso i proseliti e del segreto osservato dalla gnosi alessandrina.
2. La disciplina dell'a., che in un certo tempo esiste di fatto, si sviluppò 1^{°} ) da una naturale ten-

## Page 1062

denza alla riservatezza che impediva di svelare come che fosse i più sublimi e nobili riti e credenze della religione; 2^{°} ) dall'istituto del catecumenato: i catecumeni dovevano essere iniziati, per ragioni pedagogiche, gradatamente nelle verità della rivelazione cristiana, eccitando la loro curiosità e il desiderio di conoscere ciò che si teneva segreto. Benché i cristiani, specialmente durante le persecuzioni, non amassero in genere proclamarsi tali apertamente di fronte a chicchessia, sinora non si è trovato nei primi due secoli nessun documento che provi l'esistenza della disciplina dell'a. : le confessioni dei cristiani interrogati da Plinio (Epist., 10, 96) e la franchezza con la quale s. Giustino e alcuni altri apologisti parlano, nelle loro opere indirizzate all'imperatore e al senato, del culto cristiano, dimostrano la sua inesistenza. Il pagano Celso, che scrisse contro i cristiani, conobbe molto bene i loro libri sacri. La Didachè, manualetto di istruzione catechetica e primo rituale, non ha per nulla il carattere di libro segreto. Gli stessi simboli, usati nell'arte paleocristiana, non avevano altra funzione che di rappresentare graficamente, cioè concretamente, concetti astratti, quali i sacramenti, l'immortalità dell'anima, la vita eterna, ecc. Anzi, gli scrittori ortodossi rimproveravano, e talora acremente, il silenzio e il mistero ai gruppi ereticali. Si può concludere che la Chiesa, nei primi due secoli non conobbe la disciplina dell'a., per quanto, a causa delle persecuzioni, vivesse talora clandestinamente.

Ci fu però un periodo, tra il sec. III ed il v, in cui fiori tale disciplina, richiesta dalle esigenze del catecumenato, istituito per preparare e meglio istruire i catecumeni al Battesimo. Comparve allora una distinzione nella predicazione e nella partecipazione alla Messa tra i catecumeni e i battezzati: ai primi si parlava del battesimo e dei principali dogmi soltanto, riservando l'istruzione completa, specialmente circa l'Eucaristia, a dopo che avessero ricevuto il Battesimo. Si ebbe quindi la Missa catechumenorum, cioè la prima parte della Messa fino all'Offertorio, e la Missa fidelium, cui i non battezzati non partecipavano. I Padri di quest'epoca ripetono spesso che ai catecumeni non si devono spiegare i misteri sacri; ma sembra che cio sia stato più per misura di prudenza che per virtù di legge. Le prime testimonianze risalgono alla fine del sec. II e al principio del sec. III con l'iscrizione di Abercio (v.) e Tertulliano (Ad uxorem, 2, 5) : «non sciet maritus [pagamus] quid secreto ante omnem cibum gustes [sc. s. Eucharistiam]». Nello stesso tempo, a Roma, un altro chiaro argomento ci offre s. Ippolito (Traditio Apostolica, 16, 28-31), supposto però che queste parole non siano un'aggiunta posteriore: «ne sinas vero infideles scire, nisi prius baptismum acceperint»; meno chiara è la testimonianza della Didascalia (3, 10, 7) per la Siria. Origene in diverse sue omelie (In Lev. hom., 9, 10; cf. In Num. hom., 5, 3; In Lev. hom., 13, 3; In Iud. hom., 5, 6; In Gen. hom., 17, 8: PG, 12, 523. 605. 547. 973. 260) parla del sangue del Signore come mezzo di redenzione nostra e aggiunge: « Novit qui mysteriis imbutus est et carnem et sanguinem Verbi Dei: non immoremur in his quae scientibus nota sunt et ignorantibus patere non possunt».

Il punto culminante della disciplina dell'a. fu raggiunto durante il sec. Iv e nella prima parte del sec. v. Così per l'Egitto l'attestano s. Atanasio (Apol. sec., 11, 2; 44, 4; 72, 6 : egli rimprovera gli ariani e i meleziani di aver portato in tribunale la causa circa una profanazione avvenuta in chiesa durante la Messa, per cui i sacerdoti avevano dovuto
dare al giudice laico non battezzato delle spiegazioni registrate poi nei verbali) e, benché meno chiaramente, l'Eu cologio di Serapione (3, 3; 4, 2; 20, 1); per la Palestina s. Cirillo di Gerusalemme (Procatecheis, 4-6, 12; Catech., 6, 29: 18, 32 sg.: 19-23), Eteria (Peropinatio, 46 sg .); per la Siria s. Giovanni Crisostomo (In I Cor. hom., 40, I: "vorrei parlare chiaramente, ma non uso a causa dei non iniziati»; cf. ibid., 27, 3; 28, 1; In Matth. hom., 23, 5). Teodoreto (Eranistes, 2: PG 83, 165-68; Haer. fab. compendium, 5, 18); per Cipro s. Epifanio (Ancor., 57, 3-6); per la Cappadocia s. Basilio (De Spiritu Sancto, 66), s. Gregorio Nazianzeno (Oratio, 45, 16), s. Gregorio Nis. seno (De bapt.: PG 46, 42 I C); per Costantinopoli s. Giovanni Crisostomo (Epist. ad Innocentium, 1, 3: PG 52, 533), Sozomeno (Hist. eccl., I, 20). Ottima fonte per dimostrare l'influsso della disciplina dell'a. sulla liturgia sono le Constitutiones Apostolorum (VII, 25, 5-7; VIII, 6, 2-12).

Nell'Occidente l'attestano s. Zenone di Verona(Tratc., 1, 1, 4: II, 32), s. Ambrogio (De mysteriis, 1, 2; 9, 55; Expositio in Evang. Lucor, 7, 43; De excessu fratris sui Satyri, 1, 43), s. Pietro Crisologo (Sermo 161 fin.) ed altri. Massima la cautela di papa Innocenzo I (Epist. ad Decentium, 25, 3, 12): egli accenna a riguardi a reticenze circa l'Eucaristia, parla di «quelle cose che non debbo manifestare» e termina "le altre cose non è lecito scriverle, te le spiegherò, quando verrai a Roma ". S. Agostino pure osserva più volte la legge del silenzio (Serm. 4, 28. 31; 5, 7; 132, 1; 232, 7; 234, 2; 272; In Io. tract., 22, 5; 45, 9, ecc.); in altri luoghi manifesta una maggiore libertà, il che indica già uno svigurimento della disciplina che presto scomparirà.

La disciplina dell'a. comprendeva in ispecie questi oggetti:
a) i riti e le formole relative al Battesimo e alla Cresima o in rapporto con essi, come il testo del simbolo bat. tesimale che conteneva la professione di fede nella Sima Trinità, del Pater noster, preghiera della famiglia cristiana, poi in genere i dogmi principali della fede (cf. Trad. Apost., 16, 23; 28 sg.; Cirillo di Gerusalemme, Catech., 18, 32 sg.; 19-23; Ambrogio, De myst., 1, 2; 9, 55; Epifania, Ancor., 57, 3-6, ecc. Per il simbolo: Cirillo, Catech., 1-18; 6, 29; Eteria, Peregr., 46, 2-6; Ambrogio, De Cain et Abel, 1, 9; Agostino, Serm. 212-15; 228, 3; Sacramentario gelosiano, 1, 35, ecc.; cf. F. Kattenbusch, Das Apostolische Symbol, ecc., I, Lipsia 1894, pp. 39-55. Per il Pater noster: Tertulliano, De baptismo, 20; Cipriano, De oratione dominica, 10; Cirillo di Gerusalemme, Catech., 23, 11-18; Const. Apost., VII, 44, 45; Giovanni Crisostomo, In Col. hom., 6, 4; Agostino, Serm. 56-59; Ildefonso di Toledo, De cognizione Bapitami, 132; cf. F. J. Dölger, Das erste Gebet der Gläubigen in der Gemeinschaft der Gläubigen, in Antike und Christentum, 2 [1930], pp. 142-55).
b) I riti e le formole relative all'Eucaristia (Tertulliano, Ad uxorem, 2, 5; Cipriano, De lapsis, 26; meglio Ambrogio, De excessu fr. Sat., 1, 43).
c) I libri contenenti i sacri misteri (Cirillo, Procatech. fin.).
d) Il luogo: durante la spiegazione del simbolo, durante l'amministrazione del Battesimo e la celebrazione eucaristica le porte dovevano essere chiuse per i non iniziati (Giovanni Crisostomo, In Matth. hom., 23, 3; Eteria, Peregr., 47, 2; cf. Ambrogio, De mysteriis, 2, 5), anzi custodite (Didascalia, II, 57, 6; Const. Apost., VIII, 11, 11).
e) Il tempo: la solenne iniziazione avveniva, come spesso presso i pagani, nel silenzio della notte (cf. Clemente d'Alessandria, P'ratrept., 2, 22, 1; Cirillo di Gerusalemme, Procatech., 15; Firmico Materno, De errare profanarum religionum, 22; Gregorio di Nazianzo, Oratio 39, 4).

Era interdetto agli iniziati di parlare di queste cose, anche nelle istruttorie giudiziarie (Atanasio, Apol. sec., 11, 44, 72) e ai non iniziati di ascoltarle (Sozomeno, Hist. eccl., I, 20); erano permesse sole oscure allusioni che "sono una specie di silenzio" (Basilio, De Spir. Sancto, 66; Cirillo di Gerusalemme, Catech., 6, 29; Giovanni Crisostomo, In I Cor. hom., 40, 1); in casi di gravissima necessità se ne poteva anche parlare (Giovanni Crisostomo, In I Cor. hom., 27, 3; 28, 1; Atanasio, Apol. sec., 11, 2; Trad. apost., 16, 31); spesso gli autori per non trattarne in-

## Page 1063

terrompono l'argomento con un: "norunt fidelea» e simili espressioni (Origene, In Lev. hom. 9, 10; 13, 3; Agostino, In Io. tract., 22, 5; 45, 9; Serm. 4, 28.31; 5, 7; 132, 1; 232, 7; 234, 2, ccc.). La legge del silenzio però fu osservata diversamente, come lo dimostrato, ad es., nei riguardi della Eucaristia, Epifanio (Ancor., 57, 3-6), contra Teodoreto (Eranistes, 2: PG 83, 165-68); del simbolo, Stasomeno (Hist. eccl., I, 20); contra Socrate (Hist. eccl., I, 8, 21 sg.). Era pure proibito l'accesso ai sacri misteri e il solo vederli (Basilio, De Spir. Sancto, 66; Zenone, Tract., 1, 5, 8; Ambrogio, De excessu fratr. Satyri, 1, 43); cosi pure la consegna dei libri sacri e liturgici (Cirillo di Gerusalemme, Procatech., fin. ad lectorem); Basilio (loc. cit.) ne proibisce ogni descrizione (cf. Sacramentaria gelasiano, 1, 35).

Nessun autore però riferisce esservi una legge speciale che imponga tale silenzio ai neofiti; nessuno li costringe con giuramento e con promessa giurata all'osservanza della legge dell'a. S. Ambrogio (De mysteriii, 9, 55) la impone insieme alla conservazione della fede e della purezza dei costumi (s silentii integritas o); secondo Zenone di Verona (Tract., 1, 5, 8), la violazione del segreto è un sacrilegio; secondo le Constitutiones Apostolorum (VII, 25, 6) è un delitto che merita castigo.

L'iniziazione avveniva gradatamente : si cominciava con la spiegazione del simbolo, poi seguiva la vera iniziazione, infine, nell'ottava del Battesimo, la spiegazione dei riti (cf. Eteria, Peregr., 46 sg.; Cirillo di Gerusalemme, Catecheses; Ambrogio, De mysteriis; De sacramentis; Zenone, Tract., 2, 30-77; Agostino, Serm. 212-60).

Dopo il sec. v si trovano nei Padri solo rapidi accenni al segreto o al silenzio sui dogmi. Alcune tracce però ne rimasero nelle varie liturgie; cosi presso gli orientali l'ammonizione del diacono ai catecumeni d'andarsene prima dell'Offictrato, di velare l'altare durante il Canone della Messa; nella liturgia latina, ad es., l'uso di recitare il Canone della Messa a bassa voce, di non tradurre in lingua volgare le parole della consacrazione eucaristica, il che durò fino ai nostri giorni.

BibL.: R. Rothe, De disciplinae arcani origine, Heidelberg 1841; V. Huyckens, Zur Frage über die sog. Arhandizziplin, Münster 1891 (con ricca bibliografia); H. Gravel, Die Arhandizziplin, I: Geschichte und Stand der Frage, Dissert., Münster 1902 (con bibliografia); H. Schindler, Die altchristliche Arhandizziplin und die antiken Mysterien, Gymnasial-Programm, Tetschen 1911; P. Batiffol, Rtudes d'Histoire et de Théologie pasitite, I, 7* ed., Parigi 1926, pp. 1-41, contra V. X. Funk, Das Alter der Arhandizziplin, in Kirchengeschichte Abbandlungen und Unter- nschungen, III, Paderborn 1907, pp. 42-57; G. Mensching, Das heilige Schweiten, Giessen 1926, pp. 125-32; P. Batiffol, s. v. in DThC, I, coll. 1138-38; E. Vacandard, s. v. in DHG, III, coll. 1497-1513; D. Perler, Arhandizziplin, in Beallesthon für Antike und Christentum, I, Lipsia 1943, pp. 667-76.

Filippo Oppenheim

ARGANUM DIVINAE SAPIENTIAE CONSILIUM. - Parole iniziali dell'enciclica, con la quale Leone XIII (18 febbr. 1880: Acta Leonis XIII, II, Roma 1880, pp. 10-40) tratta la questione del matrimonio e ne difende la dottrina cattolica contro le agguerrite e costanti insidie dei naturalisti e dei regalisti.

Dopo aver ricordato la natura del matrimonio, la sua unità e indissolubilità, alterate nei secoli dalle deviazioni della poligamia, della poliandria e del divorzio, che hanno degradata la dignità della donna, il Pontefice richiama l'opera di Gesù Cristo, che il vincolo naturale e già di per sé sacro elevò alla dignità di sacramento, riabilitando la donna e trasformando la famiglia in una società di gerarchia dignitosa e concorde. Contro questa istituzione divina si adergono le fallacie degli avversari; sia separando il contratto nuziale (che dicono appartenere allo Stato) dal sacramento (che apparterrebbe alla Chiesa), sia insinuando la utilità e la necessità di una legge che permetta il divorzio. Leone XIII mette in guardia i cattolici contro queste erronee concezioni, e dimostra i danni che ne deriverebbero,
là dove fossero applicate. La situazione, infatti, morale delle varie nazioni, in cui esse hanno vigore, ne è la prova più convincente. v. divorzio; matrimonio.

Celestino Testore
ARCHELÀO: v. ACTA ARCHELAI.
ARCHELÀO, ERODE. - Figlio maggiore superstite di Erode il Grande (e di Maltace) e suo successore principale ( 4 a. C. -6 d. C.). Come i due fratelli coeredi Filippo e Antipa (v.), assunse il nome dinastico di Herodes (monete; Dione Cassio 55, 27; mai però presso Flavio Giuseppe). Designato dal padre come erede al trono, dopo la morte di Erode il partito contrario agli erodiani tentò una rivolta, che fu soffocata con l'uccisione di 3000 Giudei (Flavio Giuseppe, Ant. Iud., XVIII, 9, 1). Abbisognando il testamento paterno dell'approvazione di Augusto, A. si recò a Roma. L'imperatore non confermò del tutto il testamento di Erode. Non riconobbe A. come successore universale col titolo di re, ma solo come "etnarca" (v.) della Giudea, Samaria e Idumea; ai due fratelli confermò l'assegnazione delle altre parti del regno paterno. Tutto il territorio, cosi spartito, restava sotto la sorveglianza del governatore romano di Siria.

Riferendo che s. Giuseppe, di ritorno dall'Egitto «audiens quod Archelaus regnaret in Iudaea pro Herode patre suo, timuit illo ire», Mt. 2, 22 sembra indicare l'intervallo di tempo prima dell'andata di A. a Roma, quando era designato come successore di Erode, ma non ancora riconosciuto; inoltre caratterizza bene il governo di A. crudele e tirannico, inviso ai Giudei quanto ai Romani. A. depose infatti a capriccio due Sommi Sacerdoti, ripudiò la moglie e sposò Glafira, vedova del suo fratellastro Alessandro. Si atteggiò a sovrano indipendente e coniò moneta. Amante del fasto, riedificò la reggia di Gerico, a nord ( 1 km .) della quale fondò la città di Archelaide (oggi rovine di Hirbet el-'Aud̄a et-Tabta).

Al suo decimo anno di etnarchia ( 6 d . C.), accusato di tirannide da una delegazione di nobili giudei e samaritani recatasi a Roma, fu chiamato nell'Urbe, processato e relegato a Vicenza nelle Gallie, dove sembra sia morto (Strabone, XVI, 2, 45), senza lasciar figli (prima del 18 d . C.). Nel suo territorio subentrò l'amministrazione diretta di Roma, esercitata da un procuratore.

BibL.: W. Otto, s. v. Herodes Archelaus, in Pauly-Wissowa, Realencyclop., suppl. II (1913), coll. 191-200; J. Gutmann, s. v. in Encyclop. Induica, III, col. 210 sgg.; G. Ricciotti, Storia d'Israele, II, Torino 1934, pp. 417-21. Vincenzo Cavalla
ARCHEO. - A., qui post discipulos domini episcopus fuis Leptitanae urbis (l'odierna Roma-Lebda a oriente di Tripoli), è detto autore, in un codice vaticano (codex Vat. Reginae Suecicae, 130), di un opuscolo sulla questione pasquale. Egli sosteneva contro gli asiatici che la Pasqua si dovesse celebrare solo di domenica. Tale questione era agitata sulla fine del sec. II, al c