ui post discipulos domini episcopus fuis Leptitanae urbis (l'odierna Roma-Lebda a oriente di Tripoli), è detto autore, in un codice vaticano (codex Vat. Reginae Suecicae, 130), di un opuscolo sulla questione pasquale. Egli sosteneva contro gli asiatici che la Pasqua si dovesse celebrare solo di domenica. Tale questione era agitata sulla fine del sec. II, al cui torno di tempo dovette appartenere A. E il più antico vescovo africano a noi noto.
BibL.: P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne, I, Parigi 1901, p. 54; A. Audolient, s.v. Archaeus, in DHG, III, col. 1528 . Antonio Ferrua
ARCHEOLOGIA BIBLICA. - Scienza delle antichità bibliche ossia della civiltà del popolo ebraico nel tempo del Vecchio e del Nuovo Testamento.
Sommario : I. Nozioni e fonti. - II. Storia dell'A. B. - III. Risultati e valore.
I. Nozioni e fonti. - 1. Concepita nel senso della definizione data, l'a. b. equivale quasi alla storia dell'antica cultura israelitico-giudaica ("Kulturgeschichte"). A questa idea rispondono presso a poco tutte le opere cattoliche di a. b., esponendo le antichità profane (vita privata, pubblica) e religiose (luoghi sacri, persone sacre, culto, feste) degli Israeliti, attingendo principalmente alle fonti letterarie bibliche
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e connesse, illustrandole per mezzo degli avanzi materiali ("monumenti") sia rimasti alla luce, sia ricuperati per mezzo di scavi.
2. Nel senso più ristretto, adoperato dai moderni, l'a. b. è la scienza delle antichità bibliche in quanto queste vengono manifestate dagli antichi «monumenti» palestinesi.
Per «monumenti» qui s'intendono tutti gli avanzi materiali della cultura israelitico-giudaica: edifici e altre costruzioni, opere d'arte (statue, pitture, musaici), iscrizioni, utensili della vita pratica (vestiario, istrumenti, ornamenti, vasi, specialmente il vasellame ceramico), tombe, monete. Vengono in questione anzitutto i monumenti della Palestina stessa del tempo israelitico-giudaico; ma, poiché questa fu in stretti rapporti culturali con i paesi confinanti (Egitto, Fenicia, Mesopotamia), l'a. b. deve tener conto anche delle ricerche fatte in quelle regioni, come pure della cultura preisraelitica della Palestina stessa. Investigando e analizzando tutti questi elementi l'a. b. fornisce per la descrizione della vita e della civiltà biblica una nuova fonte, la quale, essendo indipendente dalla S. Scrittura, costituisce un prezioso stato all'esegesi dei libri sacri e alla storia biblica.
II. Storia dell'a. a. - 1. Avendo la Palestina sofferta, nel corso della storia, ripetute e gravi devastazioni, quasi tutti i monumenti della cultura israe-litico-giudaica sono scomparsi. Perciò, prima che si inziassero gli scavi scientifici, la descrizione dell'antica cultura palestinese non poteva farsi che in base alle fonti letterarie provenienti da autori che la conoscevano di propria esperienza, prima che, con l'invasione araba ( 636 ), fosse definitivamente distrutta. Tali sono principalmente, oltre alla S. Scrittura, i commenti della Mlšnāh e del Talmūd, le opere di Filone (ca. 25 a. C. -42 d. C.) e di Flavio Giuseppe (ca. 37-103 d. C.), l'Onomasticon di Eusebio (ca. 325), tradotto in latino e completato da s. Girolamo (ca. 390), gli Itineraria dei pellegrini, particolarmente il Burdigalense (333), la Peregrinatio Aetheriae (Silviae; ca. 394), l'Anonimo (v.) Piacentino (ca. 570), il Breviarius de Hierosolyma (sec. v o vi), Adamnano (Arculfo, v.), De locis sanctis (ca. 670), finalmente le opere di s. Girolamo, in particolare l'Epistula ad Marcellam (ep. 46) e l'Epitaphium s. Paulae (ep. 108). Ma queste opere, fuori della S. Scrittura, illustrano quasi esclusivamente l'ultimo periodo culturale (romano-bizantino) della Palestina; per i periodi più antichi la Bibbia rimaneva, fino all'epoca degli scavi, quasi l'unica fonte alla quale le «A. b.» e i «Dizionari biblici» dei secoli passati potessero attingere.
Le opere più antiche sulle antichità bibliche sono raccolte da B. Ugolini (v.) nel Thesaurus antiquitatum sacrarum, in 34 voll. (1744-69). Fra le opere cattoliche si distinguono C. Sigonio, De Republica Hebraeorum (1583); B. Arias Montano, Antiquitatum Iudaicarum (1593); G. St. Menocchio, De Republica Hebraeorum (1648); fra i protestanti: H. Relandus, Antiquitates sacrae Veterum Hebraeorum (1708); id., Palastina ex monumentis veteribus illustrata, in 2 voll. (1714). Nel sec. xix furono pubblicati numerosi manuali, da autori tanto cattolici (ad es. J. M. A. Scholz, D. B. Haneberg, P. J. Schegg, A. Schäfer), che protestanti (W. M. L. de Wette, H. Ewald, C. F. Keil, W. Nowack).
2. Un nuovo periodo dell'a. b. comincia con gli scavi scientifici, iniziati in Palestina soltanto dal 1867 , mentre in Egitto e Mesopotamia erano stati intrapresi, con notevoli risultati, già alcuni decenni prima. Dopo i primi tentativi fatti a Gerusalemme, riusciti poco promettenti, si ebbero più solidi risultati, dopo che nel 1880 Fl. Petrie (m. nel 1942) introdusse il metodo stratigrafico e la datazione cronologica per mezzo della ceramica. Da quel tempo le ricerche archeologiche furono promosse, con ritmo sempre crescente,
dalle associazioni scientifiche costituitesi nelle diverse nazioni.
Le principali associazioni che si sono rese benemerite per le loro ricerche archeologiche in Palestina sono: Palestine Exploration Fund (1865), Deutscher Verein zur Erforschung Palästinas (1877), American School of Oriental Research (1900, riorganizzata nel 1921), Deutsches Evangelisches Institut für Altertumskunde des Hl. Landes (1900), British School of Archaeology (1919-20), Oriental Institute of the Univ. of Chicago (1919), Palestine Oriental Society (1920), Jewish Palestine Exploration Society (1920). Da parte cattolica contribuirono all'esplorazione archeologica: la Scuola Biblica di S. Stefano dei Domenicani (1892), l'Istituto Orientale della Società Görres (1908), il Pontificio Istituto Biblico (1927), la Scuola Biblica del Collegio della Flagellazione dei Francescani e la Custodia di Terra Santa, nonché diversi Ordini religiosi e Congregazioni residenti in Palestina, come gli Assunzionisti, i Padri bianchi, i Padri del Sacro Cuore di Bitharram, i Salesiani, le religiose di Nostra Signora di Sion, le Dame di Nazaret. L'Italia è rappresentata da una missione archeologica diretta prima da Giacomo Guidi e poi da R. Bertocciol, la quale dal 1927 scavò l'acropoli di 'Ammān (Filadelfia).
Dopo la guerra 1914-18 gli scavi in Palestina presero uno sviluppo grandissimo. Man mano quasi tutti i luoghi più importanti al di qua del Giordano e non pochi della Transgiordania furono investigati.
Di particolare importanza, per i risultati raggiunti, sono Gezer (R. A. St. Macalister, 1902-1905; 1907-1909), Megiddo (G. Schumacher, 1903-1905; Oriental Institute, 1925 sgg.), Gerico (E. Sellin e C. Watzinger, 1907-1909; J. Garszang, 1930-36), Samaria (G. Reisner ecc., 1900-10; J. W. Crowfoot, 1931 sgg.), Sichem (E. Sellin, 1913-14; 1926-28; 1934), Beisān (Pennsylvania Univ. Museum, 1921-33), Tell Beit Mirsim = Qirgath Sepher[?] (W. F. Albright e Kyle, 1926 sgg.), Tell en-Nasbeh (W. F. Bade, 1926-35), Tell elFar'a = Saruben[?] (Fl. Petrie, 1927-29), Tell ed-Duweir = Lachia (J. L. Storkey, 1933 sgg.), Et-Tell = Hai (J. I. Marquet-K. Krausc, 1933-35). Anche nel sottosuolo di Gerusalemme ripetutamente si sono fatte ricerche, specialmente nella collina sud-orientale (Ophel).
Dell'investigazione dei monumenti cristiani si sono resi benemeriti in modo speciale i Domenicani diS.Stefano a Gerusalemme (L. H. Vincent, F.-M. Abel). Scavi di particolare importanza nella Transgiordania si sono fatti a Gerasa (fin dal 1928) e a Teleilāt Gassūl (Pontificio Istituto Biblico, dal 1929).
3. Il metodo degli scavi palestinesi è stato perfezionato, specialmente riguardo all'osservazione più attenta della stratigrafia, e con ciò della cronologia relativa, al modo esatto di descrivere gli oggetti scoperti, alla tecnica di conservarli (per mezzo di fotografia, di modelli e calchi, di raggruppamento in appositi musei) e di interpretarli comparando i diversi scavi fra di loro e con analoghi scavi extrapalestinesi, e, finalmente, riguardo alla redazione del giornale di scavo e al modo di riferirne nelle pubblicazioni. Perciò i risultati raggiunti in scavi fatti con tale metodo rigoroso possono essere accettati con fiducia, e servire come base alle discussioni cronologiche e storiche.
III. Risultati e valore. - 1. Gli scavi recenti dànno anzitutto una idea concreta delle fasi culturali percorse dalla Palestina e mostrano come essa si inserisca nel quadro generale della cultura umana.
I residui umani, trovati nel W. el-'Amūd (F. TurvillePetre, 1925-26), nella grotta Šuqbah presso Ramleh (D. Garrod, 1928), nelle grotte del Carmelo presso 'Atlit (D. Garrod, 1928-34), e in una grotta del G. Qafzeh (Munte del Presipisio) presso Nazaret (R. Neuville, 1934), provano che la Palestina era già occupata dall'uomo palestitico (Palaeanthropus palaestinus, del tipo di Neanderthal). Una razza paleolitica più recente si è trovata in diversi luoghi della Palestina. Il mesolitico, rappresentato dal "natuflamo" (trovato in una grotta del W. Natüf presso Lidda), s'incontra
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in diverse grotte. Se si possa parlare di neolitico in Palestina è controverso ; taluni stimano che dal mesolitico si passi direttamente al calcolitico (eneolitico). Quest'ultimo si trova particolarmente a Teleilāt Gassūl ("gassuliano»), nello strato VIII di Gerico, e, in una forma un po' più recente, a Beisān e a Megiddo. La comparazione con le culture analoghe d'Egitto o di Mesopotamia permette di fissare il calcolitico palestinese nel ve iv millennia fino a ca. il 3200 a. C.
Le successive fasi culturali del bronzo e del ferro, distinte principalmente per la tecnica e morfologia della ceramica, si trovano in molti siti. L'età del bronzo si divide in tre periodi, in Palestina, cronologicamente cosi determinati: bronzo I (antico) : ca. 3200-2000; bronzo II (medio) : 20001600 ; bronzo III (recente) : 1600-1200. Similmente si distingue l'età del ferro ( 1200 -300 a. C.) in : ferro I ( 1200 900), ferro II ( 900 -600), ferro III o periodo persiano ( 600 300). Negli strati superiori di molte città più antiche si trova poi rappresentata la cultura ellenistica ( 300 -50 a. C.), la romana ( 50 a. C.-350 d. C.), e la bizantina ( 350-636 ). L'invasione degli Arabi musulmani (636) apre una nuova epoca che non riguarda più l'a. b.
I diversi strati archeologici manifestano anche gli influssi dell'estero sulla Palestina e il succedersi di nuove popolazioni (razze). Nel periodo del bronzo I l'elemento etnico prevalente è quello dei "Cananei" che vengono poi sopraffatti verso il igoo a. C. da un nuovo strato più potente (chiamato "Semiti occidentali» o, comunemente, "Amorriti"); nel corso del bronzo II si nota un afflusso di Hurriti, Aramei, "Hyksoa"; nel bronzo III la dominazione degli Egiziani, ristabilitasi in Palestina dopo la disfatta degli Hyksoa, viene disturbata dalle invasioni di popoli nomadi (Habiri), ai quali succedono poi gli Israeliti. L'inizio del ferro I (ca. 1200) è caratterizzato da una notevole decadenza culturale, senza dubbio dovuta all'occupazione del paese da parte degli Israeliti, i quali soltanto lentamente assimilavano gli elementi culturali trovati nella nuova patria e subirono poi nuovi influssi, specialmente della Fenicia (architetura), del l'Egitto (manufatti di arte, avorio, vasellame), e, più tardi, delle nazioni conquistatrici (Neobabilonesi, Persiani, Siri ellenizzati, Romani).
2. Questo sguardo mostra l'importanza delle recenti ricerche archeologiche, anzitutto per la storia del popolo d'Israele e dei suoi antenati. I racconti biblici s'inseriscono senza difficoltà nel generale quadro culturale ed etnico oggi conosciuto mediante gli scavi; soltanto in pochi casi rimangono dubbi e difficoltà (ad es. circa la data della caduta di Gerico cananea e della presa di Hai ['Aj]; cf. Ios. 8). Le recenti scoperte archeologiche forniscono dunque una imponente conferma della verità della storia biblica considerata nelle sue linee generali. Quanto ai singoli fatti storici, gli scavi ne provano più la possibilità che la realtà, mancando finora in Palestina quasi completamente le iscrizioni che permettano di fissare esattamente la data dei monumenti scoperti. Tuttavia un certo numero di fatti biblici è stato confermato anche dagli scavi : cosi, ad es., gli scavi di Tell el-Heleifi (v. Asiongaber) presso il golfo di 'Aqabah, mostrano gli sforzi di Salomone per crearsi un porto commerciale ( I Reg. 9, 26); gli oggetti di avorio trovati in Samaria confermano I Reg. 22, 39 e Am. 3, 15; 6,4 ; le lettere di Lachis ( 18 documenti, in gran parte frammenti, scritti su cocci) illustrano alcuni racconti del libro di Ier. La conferma archeologica di tali elementi secondari è particolarmente importante per l'attendibilità della storiografia israelitica. Tutto sommato, le scoperte recenti hanno efficacemente contribuito a vincere lo scetticismo storico professato dalla moderna critica razionalistica.
Anche l'esegesi biblica trae grande vantaggio dagli scavi. Essendo una gran parte dei luoghi più importanti menzionati nella Bibbia oggi conosciuta per gli scavi non solamente in genere, ma nei diversi periodi della loro storia, l'interpretazione dei relativi testi biblici viene facilitata oppure talvolta corretta. I numerosi oggetti e strumenti della vita quotidiana, messi alla luce dagli scavi, illustrano concretamente quanto la Bibbia dice degli usi, costumi, mestieri, utensili, scrittura degli Israeliti, cosicché i trattati di a. b. vengono arricchiti di un pregevole materiale indipendente dalle fonti letterarie, e perciò di massimo valore confermativo. Alla storia della religione israelitica, poi, gli scavi forniscono un ricco materiale che illustra la natura e l'estensione dei culti stranieri esercitati in Palestina, le pratiche idolatriche e superstiziose degli Israeliti stessi, le prescrizioni religiose della legge mosaica.
Biss., Manuali di a. biblica: F. Kortleitner, Archaedogia biblica, Innsbruck 1917; E. Kalt, Biblische Archäologie, ²² ed., Friburgo in Br. 1934, trad. ital. di G. Castellino, Torino 1941; A.-G. Barrois, Précis d'Archéologie biblique, Parigi 1935; id., Manuel d'Archéologie biblique, I, ivi 1939; F. Nötscher, Biblische Altertumskunde, Bonn 1940. Per una sommaria rassegna cf. G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1932, pp. 73-123. Opera non cattoliche: F. Thomsen, Kompendium der palästinischen Altertumskunde, Tubinga 1913; I. Benzinger, Hebräische Archäologie, ³⁴ ed., Lipsia 1927; J. Garrow Duncan, Digging up Biblical History, 3 voll., Londra 1931; W.-F. Albright, Archaeology of Palestine and the Bible, Londra 1932, 2^{°} ed. 1935; C. Warzinger, Deukoniker Palästinon, I, Lipsia 1933; II, ivi 1935. -Sugli scavi: L. H. Vincent, Canaan d'après l'exploration récente, Parigi 1907; L. Hennequin, Fouilles et champs de fouilles en Palestine, in DBs, III, coll. 318-524; Cl. Kopp, Grabungen und Forschungen im III. Land 1865-1936, Colonia 1939. - Per i testi e monumenti: H. Gressmann, Altorientalische Texte zum Alten Test., ²² ed., Berlino-Lipsia 1926; id., Altorientalische Bilder zum Alten Test., ²² ed., Berlino-Lipsia 1927. - Dizionari archeologici: F. Vigouroux, Distinunaire de la Bible, 5 voll., Parigi 1895 1912, e il Supplément, ivi 1928 sgg.; M. Hagen, Lexicon Biblicum, 3 voll., Parigi 1905-11; K. Galling, Biblisches Reallexikon, Tubinga 1937.
ARCHEOLOGIA CRISTIANA. - Etimologicamente è la scienza delle cose antiche ( λ ó γ o ς тóv dot{α} ρ χ α i ω v ).
Biosmario : I. Concetto. - II. Oggetto, metodo, partizioni. III. Importanza e utilità. - IV. Fonti, sussidi, critica. - V. Topografia. - VI. Questioni e indirizzi particolari.
I. Concetto. - La parola fu usata spesso da Tucidide in poi. Dionigi d'Alicarnasso pubblicò nel 7 a. C. la 'P ω μ α i α dot{η} ' λ ρ χ α ι α λ σ γ i α, cioè storia antica di Roma, e nello stesso senso Giuseppe Flavio intitolò la sua opera sull'antica storia degli Ebrei 'Iov θ α i α dot{η} ' λ ρ χ α ι α λ σ γ i α. I Latini usarono in quella vece antiquitates, e così l'opera di Varrone Antiquitates rerum humanarum et divinarum era una storia dell'antichità sacra e profana. Invece antiquarius era per i Latini sinonimo di librarius (amatore e copiatore di libri vecchi). Durante tutta l'epoca del Rinascimento e del Barocco troviamo in uso solo i termini latini antiquitates e antiquarius per designare lo studio dell'antichità, ma con un senso assai vasto e includendo sempre più anche la scienza delle istituzioni e dei monumenti. Sembra però che Giacomo Spon fin dal 1685 (prefazione alle Miscellanea eruditae antiquitatis) avesse l'idea precisa di una scienza speciale che chiama archaeographia e definisce "declaratio sive notitia antiquorum monumentorum, quibus veteres sui temporis religionem, historiam, politicam aliasque tum artes tum scientias propagare posterisque tradere studuerunt». E ne dà una sua partizione in vari rami, che però non ebbe seguito.
Con il sec. xvir rinasce pure in Inghilterra l'uso del termine greco archaeologia (Archaeologiae Atticae del Rous nel 1637) e nel 1770 la Society of Antiquaries
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di Londra comincia la pubblicazione del periodico Archaeologia mentre nel 1799 esce a Norimberga il primo Manuale di Archeologia (Handbuch der Archaeologie) di J. F. Siebenkees. Ma finora anche il termine archeologia conserva il senso universale di studio di tutta l'antichità tanto letteraria come monumentale.
Con la ricostituzione della Pontificia accademia romana di archeologia per opera di Pio VII nel 1816 (prima era detta Accademia romana di antichità e storia) il termine archeologia designò di fatto lo studio dei monumenti in opposizione a quello dei documenti scritti. Questo concetto fu poi affermato teoricamente dal Gerhardt nei suoi Grundzüge der Archaeologie (Principi di Archeologia) nel 1833.
Egli definì l'archeologia «quella metà della scienza universale dell'antichità classica che è fondata sui monumenti» in opposizione all'altra metà, fondata sui documenti di natura letteraria. Secondo questa definizione, l'a. c. sarà la «scienza dell'antichità cristiana secondo i monumenti non letterari».
Basti notare appena che oggi si confonde talora l'archeologia con la "storia dell'arte antica", mentre oggetto della storia dell'arte sono le opere dell'uomo in quanto presentano qualità artistiche. In Germania è in uso fin dal sec. xviri il termine "archeologia della storia dell'arte", intendendo con esso lo studio degli oggetti materiali (realia) di cui occorre parlare nella storia dell'arte.
11. OGGETTO, METODO, PARTIZIONI. - L'oggetto materiale è costituito da tutti quei manufatti antichi i quali ci possono rivelare qualche cosa intorno all'antichità cristiana. Essi possono essere anche pagani (cioè opera di non cristiani) come l'iscrizione di Aricanda (v.) e l'arco di Costantino; a più forte ragione giudaici, sincretistici o semplicemente eretici. Spesso sono monumenti scritti; di tale sorta l'a. esclude dal suo campo solo i monumenti scritti su carta, pergamena e papiro e quelli che hanno carattere spiccatamente letterario, in quanto tali (come le res gestae di Augusto scritte sul tempio di Ancira e l'epistola di s. Atanasio ad monachos conservata dipinta in un romitaggio d'Egitto), lasciandoli come oggetto proprio alla filologia. L'oggetto formale dell'a. è lo studio di questi monumenti in quanto ci possono rivelare qualche cosa della vita e della cultura degli antichi cristiani come tali. Appertene invece all'archeologia pagana in genere lo studio dei monumenti, anche cristiani, che non hanno nulla di specificamente cristiano (come la basilica e le terme di Costantino) o in quanto illustrano la vita degli antichi in genere e non precisamente come cristiani.
I documenti letterari rientrano spesso indirettamente nello studio dell'archeologia in quanto formiscano notizie sopra i monumenti o aiutino alla loro retta comprensione. In questo senso si possono considerare fonti ausiliarie dell'archeologia.
Le fonti dirette o principali sono soprattutto gli edifici di culto, i monumenti funerari, molti oggetti di uso domestico e quelli di uso liturgico. Di essi si studia specialmente la topografia, l'architettura, l'iconografia, l'epigrafia, l'uso.
Il metodo per lo studio dell'a. c. è quello proprio delle scienze storiche e filologiche. Precede la ricerca dei monumenti con gli studi di topografia e la pratica dello scavo; lo studio propriamente detto si occupa dell'autenticità del monumento, cioè della sua origine antica, della sua prima destinazione, del suo scopo, significato ed età, infine della sua conservazione od eventuale restauro. Ciò tanto di monumenti singoli quanto di intere classi o complessi di monumenti. Sussidi propri sono le bibliografie e gli inventari archeologici.
Varic sono le partizioni. Lo Spon, già citato, riconoscendo la grande libertà in questo campo, diceva: «Mihi praecipue octo statuendae scientiae videntur, iuxta totidem subiecta, nummos (numismatographia), lapides (epigrammatographia), aedificia (architectanographia), statusa (iconographia statusa picturas musivaque opera describit), toreumata (toremmatographia), manuscripta (bibliographia) instrumentaque omnia generis (angaiographia)».
Oggi le partizioni più usuali sono quelle geografiche (orientale e occidentale; dell'Italia, dell'Africa, della Galmathrm{lia}, mathrm{ecc}.) e quelle intrinsoche secondo i vari rami in cui questa scienza si suddivide per comodo di studio (architettura, scultura, pittura, epigrafia, topografia, glittica, numismatica, ecc.).
Molto dibattuta è la questione dei limiti cronologici della nostra scienza. I primi suoi maestri e fondatori (De Rossi, Garrucci, Kraus) seguiti da molti altri giudicarono di farla terminare col sec. vi. Il Le Blant andò un secolo più in là nella sua raccolta delle iscrizioni cristiane della Gallia; altri propongono l'anno 726 in cui scoppiò la lotta iconoclastica. A nostro parere, sebbene il problema meriti una soluzione alquanto diversa secondo le diverse branche dell'a. c., si deve tuttavia stimare più esatta la limitazione proposta dal De Rossi. Con la morte di Gregorio Magno (604), finisce veramente in Occidente l'età antica nelle sue manifestazioni culturali ed artistiche, e in Oriente si spengono gli ultimi impulsi della potente rinascenza giustinianes, mentre l'invasione degli Arabi viene presto a segnare una svolta decisiva.
III. Importanza e utilita. - L'importanza dell'a. c. nel quadro degli studi specialmente sacri risulta da quanto se ne è detto. La parte dei monumenti per la conoscenza dell'antichità è spesso decisiva specialmente per ciò che riguarda la vita privata e l'evoluzione delle qualità artistiche di un popolo. Anche le istituzioni ed i grandi fatti pubblici ne ricevono spesso una illustrazione impressionante o almeno delle precisazioni, soprattutto topografiche, del massimo rilievo. Per questi motivi generali l'a. fu sempre tenuta in altissimo conto dalle autorità ecclesiastiche e specialmente dalla fine del sec. xviri ripetutamente lodata e incoraggiata e validamente promossa. Si pensi all'istituzione di un museo di a. c. (1757), della Pontificia accademia romana di archeologia già ricordata, della Pontificia Commissione di archeologia sacra (1852), organo ufficiale per lo scavo e la conservazione dei monumenti antichi, e particolarmente all'opera di grandioso mecenatismo svolta da Pio IX in favore del De Rossi per i suoi lavori di scavo e illustrazione dei grandi cimiteri romani. Queste grandi tradizioni furono riprese da Pio XI, il quale con largo impiego di mezzi e con il motu proprio dell'ir dicembre 1925 fondò il Pontificio Istituto d'a. c. (v.) e rinnovò la vita delle due vecchie istituzioni pontificie, l'Accademia e la Commissione.
Questo caldo interessamento per l'a. c. si spiega in modo particolare perché fu riguardata come scienza di grande valore apologetico. I monumenti dell'antichità cristiana, dice Pio XI nel motu proprio citato, "sono testimoni altrettanto venerandi che autentici della fede e della vita religiosa dell'antichità ed insieme fonti di primissimo ordine per lo studio delle istituzioni e della cultura cristiana fin dai tempi più prossimi agli apostolici». Non bisogna tuttavia nutrire l'illusione che tali monumenti possano fornire un'intera apologia di tutti i dogmi della Chiesa. Sebbene fin dalla seconda metà del sec. xviri l'a. c. sia spesso stata studiata specialmente in ordine ad una teologia basata sui monumenti e si siano anche tentate varie opere in quel senso, è però certo che né gli antichi cristiani intesero o poterono esprimere nelle iscrizioni, p. es., e nelle pitture e sculture
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la massima parte dei dogmi, né è possibile ritrovarli nei monumenti a noi pervenuti. Essi testimoniano solo per quelle verità che era ovvio manifestare in monumenti per lo più funebri : il ricercarvene altre è cosa per lo più molto arrischiata o almeno priva di risultato sicuro.
Non bisogna mai dimenticare che le vere fonti della dottrina cristiana sono ben altre: il vivo magistero ecclesiastico, la Scrittura e i libri dei Padri. I monumenti più che un locos theologicos sono in genere un'illustrazione degli articoli della fede. Tuttavia non si può negare che l'a. c. per certe tesi cattoliche può dare delle prove propriamente dette, come per il giudizio e la rimunerazione subito dopo la morte, la comunione dei santi, la validità delle preghiere dei vivi per i defunti e viceversa, l'esistenza di un purgatorio, il culto dei santi martiri, la venuta di s. Pietro a Roma e la sua posizione preminente nella Chiesa, l'uso antichissimo di alcuni Sacramenti come il Battesimo e l'Eucaristia. Ma in questa materia è necessario pesare attentamente le espressioni, giacché nel generale sincretismo religioso dell'età prenicena spesso si rischia di prendere come terminologia dogmatica specificamente cristiana quella che è anche propria di correnti religiose stoiche, neoplatoniche o misteriche. In ogni nome, in ogni epiteto, in ogni iscrizione che rivelino un nobile sentire religioso spesso si vuole vedere il monumento cristiano, in ogni tomba fornita di qualche segno singolare si vuole scorgere il sepolcro di un martire. Il simbolismo cristiano come l'esegesi di certi teologi e predicatori diventa l'arte di cavare da qualsiasi monumento tutto quel che si vuole. Giacché spesso si bada più a risonanze esteriori che al vero significato di un monumento, ci si contenta di leggere probabilità e sembra si cerchi più di ammassare che di discernere, più di moltiplicare le cosiddette prove che di pesarle. Questo difetto, visibilissimo nelle vecchie apologetiche archeologiche, non manca neppure in modernissime trattazioni di quel genere.
IV. Fonti, sussid, critica. - Fonti degli studi archeologici sarebbero anzitutto gli stessi monumenti; ma essi si considerano piuttosto come oggetto, e fonti si dicono quei documenti letterari antichi che ci aiutano nel loro studio. Tali sono gli Atti dei martiri, specialmente romani, che ci dànno molte notizie, generalmente attendibili, sopra i loro sepolcri e santuari; lo stesso si dica dei calendari e vari documenti affini che confluirono nella vasta compilazione del Martirologio germanioniano, spesso forniti di utili indicazioni topografiche; qualche cosa si ricava pure dai libri liturgici come i sacramentari e lezionari. Fonti importantissime sono gli scritti dei Padri che spesso ci descrivono alcune chiese e la loro decorazione (ad es. Eusebio per gli edifici costantiniani, Prudenzio per molti monumenti spagnoli e romani, Paolino per Nola, ecc.). Specialmente la biografia ufficiale dei Popi (Liber Pontificalis) è una fonte inesauribile di notizie sulle chiese e sui cimiteri di Roma.
Coloro che fin dal sec. Iv andarono pellegrinando ai celebri santuari della cristianità specialmente di Terra Santa e di Roma ci lasciarono curiosamente notato quanto in essi avevano osservato. Dal sec. vi accanto a quei cosiddetti itinerari si formarono nello stesso modo anche allogi di iscrizizial monumentali ed agiografiche, che, in parte almeno, ricopiate e confuse fra loro in varia guisa, ci sono con quelli pervenute.
Nel sec. xi la celebre contesa per la preminenza in dignità tra le basiliche Vaticana e Lateranense diede occasione a varie preziose descrizioni di esse, come il Liber de sanctis sanctorum, il Liber de ecclesia Lateranensi e la descrizione di S. Pietro di Pietro di Manlio, nella quale abbiamo il primo indice delle catacombe di Roma in diciannove numeri. Allo stesso secolo appartengono le varie edizioni

(1st. Enc. (bitt.)
Archeologia cristiana - Frontespizio della Roma sotterranea di Antonio Bosio, stampata a Roma, presso Facciotti, l'anno 1632.
dei Mirabilia urbis Romme, guida di Roma molto elementare che comprende anche un capitolo de cimiteriis. Parallelamente sorgono le Oriente le descrizioni dei monumenti di Siria e Palestina con le guide o itinerari del monaco Epifanio (sec. Ix), di Giovanni Foca (sec. xi), Perdicca d'Efeso (sec. xiv), Daniele di Smirne ed un altro anonimo del sec. xv. La città poi di Costantinopoli ebbe illustratori speciali dei suoi monumenti già nel sec. vi : Procopio (De aedificiis) ed Esichio di Mileto (Patria Constantinopolis), poi nel sec. ix l'amplissima compilazione topografico-descrittiva dello pseudo-Codino (Patria Constantinopolis) e nel x l'utilissimo De officiis di Costantino Parfirogenito. Questo è rappresentato in certa misura a Roma dall'Ordo di Benedetto canonico di S. Pietro del principio del sec. xit.
Tra i suzzidi per lo studio dell'a. c. il più valido è pur sempre la pratica stessa dello scavo; non vi è nulla di più istruttivo o che la possa sostituire. Lo scavo per lo più è occasionale, di rado condotto intenzionalmente con un piano prestabilito; in questo caso può essere assai pericoloso seguire una tesi preconcetta.
I monumenti ritrovati dovrebbero possibilmente essere sistemati convenientemente là dove furono rinvenuti ; portati altrove, perdono generalmente parte della loro eloquenza. Quando ciò non sia possibile, specialmente per mancanza di sicurezza, si sogliono trasportare nei musei; ma allora diviene tanto più necessario un diligente giornale di scavo ed un catalogo esatto dei singoli oggetti con le loro provenienze. Molti monumenti dei nostri musei hanno perduto gran parte della loro importanza appunto per mancanza di una loro carta di identità. Per chi sta troppo lontano dai musei o quando i monumenti non si possono trasportare, servono oggi come buoni surrogati per lo studio personale la fotografia, il rilievo, il calco, la ricostruzione in scala ridotta. Il calco in
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gesso si raccomanda specialmente per le sculture, quello in cartasciugante o a lucido per le iscrizioni. Essi ad ogni modo devono essere sempre accompagnati da un'accurata descrizione fatta sul posto. Purtroppo spesso oggi si dimentica che lo studio diretto degli originali non può essere sostituito se non con molti svantaggi per la scienza. Ad ogni modo simili collezioni di calchi, fotografie, ecc. (quali sono, p. es., annesse all'Università di Berlino e all'École des Hautes études di Parigi) offrono grandi vantaggi per l'insegnamento. Altri potenti sussidi sono le biblioteche specializzate come quella del Pontificio istituto di a. c., i congressi (il IV tenutosi a Roma nel 1938) e i corsi combinati d'insegnamento per la formazione di specialisti (come a Roma nel suddetto Pontificio istituto). Due iniziative utilissime esistono pure a Roma: la Pontificia Accademia d'archeologia, che di fatto si occupa prevalentemente di cose cristiane, e la Società per le conferenze d'a. c., destinata a favorire lo scambio di vedute fra gli specialisti.
La critica archeologica deve spesso cominciare dall'autenticità, cioè dall'esame dell'antichità stessa dell'oggetto. Molte monete e oggetti minuti, specialmente preziosi, si falsificarono nei tempi andati in Italia e non è sempre facile giudicare dell'autenticità, ad es., delle gemme e dei cammei; oggi si falsificano soprattutto oggetti orientali di cui è grande la richiesta. I più raffinati falsificatori spesso si contentano di rilevorare pezzi effettivamente antichi. Importantissimo a sapere è sempre il luogo d'origine di un monumento, specialmente per oggetti che sogliono viaggiare molto, come stoffe, argenterie, miniature e simili. Mancando dati storici, si ricorre volentieri ad argomenti stilistici e lo stesso si suole fare quando si ricerca l'età di un monumento. Ma spesso si incorre in un circolo vizioso, attribuendo a una certa età e a un certo paese un monumento per la somiglianza con altri che furono a loro volta datati o topograficamente situati soltanto in base a considerazioni stilistiche. E sempre da tener presente che in diversissimi luoghi e diversissime età si hanno spesso fenomeni artistici molto simili, e che il luogo dove si trova un monumento (quando non sia un museo o una collezione) vale sempre per suo luogo d'origine, finché non vi sia una ragione probativa in contrario.
Altra parte capitale della critica è l'esegesi o interpretazione del monumento, se sia cristiano o no e quale il suo significato. La questione si complica e diviene spesso insolubile quando esso sia in parte perito e si tratti quindi di divinare quello che manca. Si procede generalmente col metodo comparativo, ed anche per questo non sarà mai abbastanza raccomandata all'archeologo cristiano la conoscenza della filologia e del mondo pagano.
V. Topografia. - Roma è di gran lunga il centro più importante, e per chiese, catacombe, epigrafi, istituzioni e collezioni varie equivale da sola a quasi tutto il resto dell'Occidente. Nel resto d'Italia, oltre a molte catacombe minori sono da ricordare: Napoli per le grandi catacombe, il museo e alcune chiese vetuste; Nola per il complesso di monumenti in onore di s. Felice; Siracusa per il musco e le grandi catacombe (minori a Palazzolo, Modica e altrove); Spoleto con la basilica del Salvatore e il vicino tempio del Clitunno; Bolsena e Chiusi per le loro catacombe; Ravenna per i grandi edifici dei secc. v e vi (sarcofagi e musaici); Albenga col suo battistero; Milano per la basilica di S. Ambrogio e il complesso di S. Lorenzo; Aquileia per il museo e la Basilica; Parenzo per la sua Basilica; Salona per chiese e necropoli.
In Francia oltre i cimiteri di Arles sussistono solo miseri resti di edifici antichi o sparsi gruppi di sarcofagi;
in Spagna si è rivelata importantissima la necropoli di Tarragona e la vicina rotonda di Centcelles simile a quella romana di S. Costanza; in Germania il monumento più notevole è il duomo di Treviri; a Xanten, Magonza, Colonia si sono trovati numerosi resti di antichissime chiese e necropoli; i musei di Berlino, Parigi e Londra conservano ricche collezioni di oggetti e monumenti paleocristiani. Nei paesi denubiani abbiamo una piccola catacomba a Pera e resti di piccole chiese (come un po' dappertutto nei Balcani). Da segnalare le basiliche di Tebe, Nicopoli, Atene, il battistero di Buttinno e i monumenti in gran parte conservati di Corfù, Salonicco e Costantinopoli con i loro famosi musaici che si sono cominciati a studiare. L'Asia Minore è ricca di iscrizioni specialmente nella Frigia; rovine di chiese vi si trovano dovunque, e tra esse, grandiose, le tre basiliche di Efeso e il santuario di S. Tecla a Meriamlik (Cilicia). La Mesopotamia è diventata celebre per la sinagoga e la chiesa con battistero di Dura Europa. Nella Siria settentrionale e nell'Hauran sussistono rovine di un grandissimo numero di chiese, in parte con il loro alzato; curiosissime il santuario di S. Simeone Stilita presso Antiochia. La Palestina è ricchissima di resti dei santuari che fin dai secc. iv e vi quasi tutta la coprirono; ma sono solo misere rovine o totalmente trasformati. Meglio conservati sono gli innumerevoli musaici figurati pavimentali, fra cui la famosa carta topografica di Madeba e molte iscrizioni piuttosto tarde; ricordiamo poi i complessi del Santo Sepolcro e i santuari del Monte degli Ulivi, di Emmaus, di Betlemme, di Mambre presso Ebron, della moltiplicazione dei pani sul lago di Tiberiade e le undici chiese di Gerasa. L'Egitto, oltre a rovine di monasteri che possono essere molto antichi, conserva piccole catacombe presso Alessandria e grandi necropoli a Bault (presso Antinoe, con pitture) e El-Kargeh (Grande oasi) e il grandioso complesso del santuario di S. Mena; ricca collezione di antichità copte al Cairo. La Cirenaica serba qualche ipogeo dipinto e resti importanti di chiese ad Apollonia e Tolemaide; così in Tripolitania abbiamo importanti necropoli ad 'Ain Zara e Ngila e rovine di chiese a Leptis e Sabratha. La Tunisia ha rivelato un'infinità di antiche chiesuole e sepolcri spesso con musaici e iscrizioni. Importanti le catacombe di Hadrumetura e le basiliche di Thelapte e Ammaedara. Cartagine conserva rovine di sei grandi Basiliche e un museo ricco di antichità cristiane; nell'Algeria sono da segnalare, fra molti altri, i centri di Tebessa, Tiposa, Cuicui.
VI. Questioni e indirizzi particolari. - Con grande ardore si discusse nei secoli passati sui # segni dei sepolcri dei martiri». Oggi è pacifico che si tengano per tali solo quelli storicamente attestati o muniti di segni evidenti di venerazione (graffiti con invocazioni dei fedeli, lavori di ornamentazione). Molte questioni sorsero pure sopra l' «origine e destinazione delle catacombe - : oggi è certo che esse furono quasi tutte scavate dai cristiani stessi, a scopo funerario, in terreni di natura calcarea leggera; di rado precedenti cave di arenaria furono adattate poi a cimitero; del tutto eccezionalmente si conglobarono in complessi catacombali singoli ipogei pagani. Le catacombe servirono propriamente per cimiteri e (almeno sotto terra) non mai per abitazione o nascondiglio dei cristiani durante le persecuzioni; per atti di culto pubblico solo nelle feste dei martiri che in esse erano sepolti.
1. Per quale titolo giuridico la Chiesa possedesse fin dal principio almeno del sec. III propri beni, come chiese, case, cimiteri, si discute ancora vivamente; pare che ciò avvenisse per una specie di pratica tolleranza. Quale l'origine del tipo basilicale, che almeno per noi rappresenta la prima forma delle chiese dopo Costantino? Si trattò probabilmente di un adattamento dell'architettura della basilica civile (anche di sontuosi palazzi privati) alle esigenze pratiche del culto cristiano, con poche modifiche e non essenziali. Non persuasiva è la derivazione dallo sviluppo di mausolei funebri; troppo incerto nelle sue basi monumentali il tentativo di farne l'evoluzione progres-
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(prisp. E. Jeni)
Ancheologia cristiana - Componenti la presidenza del II Congresso di a. c., 1000 : da sinistra a destra: G. Gatti, M. Müller, L. Duchesne, O. Marucchi, A. De Waal, Fr. Bulié.
siva di sale di edifici privati adattate al culto prima di Costantino.
2. La polemica sulla prima abitazione degli apostoli a Roma, la prima «sedes ubi sedit Petrus», il misterioso Ostrianum, le case di Prisca e Pudente e il soggiorno di s. Paolo hanno fatto sprecare molte energie in discussioni della cui utilità è lecito dubitare e che non meritano d'essere ravvivate.
3. S. Pietro e s. Paolo sono veramente venuti e morti a Roma? Pochi protestanti e razionalisti si pongono ormai questa domanda, specie dopo i meravigliosi risultati degli scavi di S. Sebastiano e di S. Pietro. Ma è sempre aperto il problema sulla natura della memoria in catacumbas (tradizione di un'abitazione degli apostoli? sepoltura primitiva? traslazione posteriore temporanea? o nulla di tutto ciò?) e sulla storia delle reliquie degli apostoli (teste comprese), né forse mai si potrà risolvere.
Un punto molto delicato ed al quale si può spesso saggiare la bontà di un archeologo è quello di distinguere ciò che è cristiano da ciò che è pagano. Un criterio fisso e unitario non esiste, né si può sperare di trovarlo. Secondo le varie materie e i vari paesi bisogna formarsi dei criteri speciali; purtroppo scarsi e per lo più dilettanteschi sono i lavori che esistono in proposito. E bisogna anche tenere presente la possibilità di produzioni sincretistiche o eretiche. Purtroppo di questa comoda formola o alibi delle eresie si è sovente abusato per sbarazzarsi di monumenti singolari di origine ed esegesi incerta.
4. Non meno difficile si presenta spesso il problema della datazione. Dove mancavano dati positivi storici od epigrafici si procedette generalmente nel passato con grande arbitrio, per non dire a fantasia. Fu merito del De Rossi aver posto solidi criteri a base della ricerca delle catacombe e delle iscrizioni; per gli edifici siamo, invece, tuttora ben lontani da un effettivo progresso e se ne risentono le conseguenze soprattutto nelle ricerche fuori e lontano da Roma. Lo stesso si dica per gli oggetti minuti dell'instrumentum, in cui per lo più ci si abbandona a vaghe induzioni stilistiche mentre sarebbe opportuno fare qualche cosa di simile a ciò che si è realizzato per la terra sigillata dei secc. I e II; per le pitture e sculture, dopo i lavori fondamentali del Wilpert, appena ora si co-
esistette un ricco simbolismo pagano sincretistico, e del pari tener presente che i Padri della Chiesa nelle loro esposizioni simboliche procedono in modo affatto personale oppure si ispirano a fonti strettamente letterarie, invece di attingere al tesoro delle concezioni comuni fra il popolo cristiano. In tal caso le stesse loro testimonianze sono di scarso valore anche se accumulate.
6. Altro problema assai oscuro è l'origine dei singoli temi iconografici. Le questioni iconologiche sono ancora quasi tutte al loro inizio. Dovrebbe risultare una buona volta quanto i cristiani hanno preso dall'iconografia pagana e quanto innovato per conto loro nei singoli paesi e nelle singole età; neanche su temi così celebri come l'orante e il buon pastore, si è ancor fatta luce. Dovrebbe pure risultare se e fino a che punto gli artisti cristiani siano stati animati da una preoccupazione ritrattistica, non tanto nelle rappresentazioni di privati quanto in quelle dei santi, degli apostoli, e fin di Gesù e di Maria. Forse a tale problema è stata data una soverchia importanza da storici dell'arte cristiana in cerca di novità.
7. Il dilemma Oriente o Roma posto al principio di questo secolo con audacia e quasi con prepotenza dallo Strzygowski (del resto benemerito per avere introdotto largamente nei nostri studi la conoscenza dei monumenti orientali) ha già preoccupato, e forse soverchiamente, parecchi studiosi (ad es. il Kaufmann e il Wulff, autori di noti manuali). Ma esso è in fondo irragionevole quanto l'errore che vuole correggere. Ormai si va facendo strada il sano criterio di non negare aprioristicamente a nessuno il diritto di assidersi al banchetto dell'arte cristiana, che è invece da concepire come uno di quei conviti a quota libera così cari ai Greci antichi. Piuttosto, in queste ricerche di ontogenesi artistica bisognerebbe sempre conservare una cura scrupolosa della cronologia e un certo rispetto della geografia per non cadere nell'errore di supporre, ad es., monumenti del sec. Iv o v ispirati a scuole artistiche di cui appena ci restano produzioni di un secolo o due dopo, ovvero di far tra loro dipendenti in arte regioni che si trovavano agli antipodi del mondo allora conosciuto.
Sempre molto utili riuscirono i Congressi internazionali di a. c. : il I ^{°} a Spalato nel 1894 presie-
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duto da F. Bulic; vi si trattarono interessi generali e temi particolari, come nel 2^{°} a Roma nel 1900, diretto da L. Duchesne; il 3^{°} a Ravenna nel 1932 presieduto da G. P. Kirsch e C. Ricci con relazioni delle più recenti scoperte relative all'a. c.; il 4^{°} a Roma nel 1938, presieduto da P. Paschini, trattò degli edifici di culto.
BibL.: Manuali generali di G. Marucchi, Eléments d'archéologie chrétienne, 2^{°} ed., Roma 1905, I: Notions générales; III : Basiliques et églises de Rome; il II in ital.: Le catacombe romane, ultima ed. postuma del 1933; e un compendio Manuale d. a. c., 4^{°} ed., iv 1933. Il Marucchi scrive con grande conoscenza dei monumenti, ma il suo sguardo si allontana di rado da Roma. Lo stesso si dica di S. Scaglia che ha dato però opere di indole molto diversa Notiones archaeologiae christianae disciplinis theologicis accommodatas, a voll., Roma 1909-11 e Manuel d'archéologie chrétienne, Parigi 1916 (anche in italiano: Manuale di Archeologia cristiana, Roma 1911). Come opere d'insieme non sono ancora sostituiti gli utili volumi di M. Armellini, Le Chiese di Roma dal sec. IV al XIX, 2^{°} ed., Roma 1891 (ripubblicato recentemente con illustrazioni e aggiunte di C. Cecchelli in a voll., Roma 1945), e Gli antichi cristori cristiani di Roma e d'Italia, iv 1893. Opere in buona parte originali e personali sono quelle di P. Styger, Die römischen Katakomben, Berlino 1933 e Römische Märtyrergrafte, Berlino 1935. I darti volumi di V. Schulze, Archaeologie der altchristlichen Kunst, Monaco 1895, e L. von Sybel, Christliche Antike, Marburgo 1906-1909, rivelano una erudizione libresca e sono concepiti da un punto di vista prevalentemente iconografico; più vasto l'orizzonte e più immediata l'informazione di F. Grossi Gondi, I monumenti cristiani iconografici ed architettonici dei primi sei secoli, Roma 1923 (a parte un eccellente Trattato di epigrafia cristiana del mondo cristiano occidentale, Roma 1920). Molto ricchi sono i manuali di C. M. Kaufmann, Handbuch der christlichen Archäologie, 3^{°} ed., Paderborn 1922 (anche questi ha a parte un Handbuch der altchristlichen Epigraphik, Friburgo in Br. 1917) e O. Wulff, Altchristliche und byzantinische Kunst, 2 voll. (Berlino 1914, con due Bibliographisch-kritische Nachträge del 1935), ma da usare con cautela per il fanatico spirito orientalizzante e le molte inesattezze specialmente del primo. Ricco pure e più moderato, ma fatto a centone come tutti i libri dello stesso autore, il Manuel d'archéologie chrétienne di H. Leclercq, 2 voll., Parigi 1907, - Raccolte grandisse di monumenti sono quella generale di R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana nei primi otto secoli della Chiesa, 6 voll., Prato 1873-81; e quelle parziali di G. Wilpert, Le pitane delle catacombe romane, Roma 1903; Die römischen Mosaiken und Malereien der kirchlichen Bauten vom IV. bis XIII. Jahrhundert, 4 voll., Friburgo in Br. 1916; I sarcofagi cristiani antichi, 5 voll., Roma 1929-35. Per le raccolte di iscrizioni v. A. Ferrus, L'epigrafia cristiana antica e la nuova sillage del Diehl, in La Civ. Catt., (1933, II), pp. 248-58. Lessici eccellenti per il loro tempo hanno dato J. Martigny, Dictionnaire des antiquités chrétiennes, Parigi 1865, rimaneggiato in inglese da W. Smith e S. Chentham, A Dictionary of Christian Antiquities, Londra 1876-80, e in tedesco da Y. X. Kraus, Tradenc. der christlichen Altertümer, Friburgo in Br. 1882-86, con molte aggiunte. Lo sterminato DACL di F. Cabrol e H. Leclercq (Parigi 1903 sgg., cLxIII fascicoli sino a Risse) compilato fin quasi dal suo inizio dal solo Leclercq, dà sistemazione lessicale di tutto il sapere archeologico è diventato un centone di disparatissimo rapsodie senza metodo e spesso senza omonia scientifica, meno di transdii per chi lo consulta senza la debita preparazione. Nessun manuale, lessico, o raccolta di monumenti vale per ricchezza di informazione e solida iniziazione alle nostre discipline la lettura della Roma sotterranea del De Rossi (Roma 1864-77) e del suo Bollettino di archeologia cristiana (Roma 1863-94). Questioni generali di concetto, fonti, metodo, oltre che nel Motu proprio di Pio XI (cf. Riv. di arch. crist., 3 [1926], p. 7 sgg.) sono trattate dal Piper, citato più sotto, da F. X. Kraus, Ueber Begriff, Umfang, Geschichte der christlichen Archäologie, Friburgo in Br. 1879; da J. Sauer, Wesen und Wollen der christlichen Archäologie, ivi 1923; da J. P. Kirsch, L'a. c., un carattere proprio e suo metodo scientifico, in Riv. di arch. crist., 4 (1927), p. 49 sgg., dai trattatisti generali anche di a. profana, come in italiano G. Bendinelli, Destrous dell'a. e della storia dell'arte, Milano 1938. In generale: G. Ferretto, Note storico-bibliografiche di a. c., Roma 1942, che fa anche un'ampia storia degli studi archeologici specialmente in Italia. La produzione antica, specialmente straniera, è da ricercare in J. A. Fabricius, Bibliotheca antiquaria, 3^{°} ed., Amburgo 1760, quella moderna è data da F. X. Kraus nel Repertorium für Kunstwissenschaft fino al 1900 e dipoi da J. P. Kirsch nella Römische Quartalschrift e nella Riv. d'arch. crist. Bibliografia abbondante e ragionato sulle chiese di Roma presso C. Hülsen, Le chiese di Roma nel Medioevo, Firenze 1927; per gli studi epigrafici e sulle catacombe presso il De Rossi, Roma sotterranea, I, Roma 1864 e nella prefazione alle Inscriptiones christianae Urbis Romae, 2 voll., Roma 1857-88; i documenti
topografici per Roma sono raccolti da R. Valentini e G. Zucchetti, Codice topografico dello città di Roma, II, Roma 1942; III, ivi 1946, IV in corso di stampa; per l'Oriente cf. K. Krumbacher, Byzantinische Literatur, Monaco 1897, pp. 409-27. Specialmente sulla storia e fonti letterarie v. F. Piper, Einleitung in die monumentale Theologie, Gotha 1867. Sulle varie forme Sotterranne e l'attività del Wilpert v. A. Ferrus, in La Civ. Catt., (1938, 11), p. 510 sgg. e 3 (1938), p. 399 sgg.; buono nozioni generali di metodica e critica in Grossi Gondi, op. cit., e in Sulle soglie dell'arte, Roma 1912. Sull valore apologetico dell'a. si possono leggere buone osservazioni di L. Jalabert, Epigraphie, in DFC, I, coll. 1404-57. Una topografia dei monumenti cristiani antichi è stata data già dal Kraus nel suo dizionario cit., e poi aggiornata dal Kaufmann in fronte al suo Handbuch cit. da cui le prese il Leclercq, per il suo Manuel cit. Gli atti del III (Città del Vaticano 1934