Roma, Museo miss. etnologico Ist.
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Sagen und Märchen des Arawdastanmes in Zentral-Australien, 5 voll., Francoforte 1907-20; P. Ehrenreich, Die allgemeine Mythologie und ihre ethoologischen Grundlagen, Lipsia 1910, pp. 141, 162; J. Hastings, Encyclopaedia of Religion and Ethics, X, Edimburgo 1918, p. 371; Chantepie de la Saussaye, Lehrbuch der Religionsgeschichte, 4^{°} ed., Tubinga 1923; R. Karsten, The Civilization of the South American Indians, Londra 1926; P. A. Talbot, The People of Southern Nigeria, III, Oxford 1926, p. 963 sgg.; W. Schmidt, Der Ursprung der Gottesidee, VI, Münster 1935; VII, ivi 1940; H. Baumann, Schöpfung und Urzeit des Menschen im Mythus der afrihentlichen Völker, Berlino 1936; P. E. Worms, Religiöse Vorstellungen und Kultur einiger nordwestaustralischen Stämme in fünfzig Legenden, in Annali Lateranensi, a 119405, pp. 213-82.
ARCONATI VISCONTI, GIUSEPPE. - Uomo politico, n. a Milano il 9 apr. 1797, ivi m. I'zi marzo 1873. Di nobile famiglia, studioso di problemi filosofici e religiosi, sposò la cugina Costanza Trotti, con la quale ebbe si profonda comunione di sentimenti e di azione, che le loro biografie sono inscindibili. Il loro salotto divenne ben presto un centro di propaganda nazionale di importanza europea. Cospiratori col Confalonieri per il movimento costituzionale, fuggirono a Bruxelles (1821) ove ebbero relazioni con studiosi e patrioti francesi e belgi e con esuli italiani, specie Berchet, Scalvini, Arrivabene. A Berlino si adoperarono

Ancosolio - Cimitero della via Latina (sec. iv) - Roma.
Le anime umane discese dall'ultimo cielo sono trattenute dagli arconti, che ne ricavano l'alimento indispensabile alla loro vita. Per risalire in seno alla madre celeste, l'uomo deve arrivare alla gnosi, evitare il Battesimo e sottrarsi alla malefica influenza di Sabaoth. Gli a. ripudiavano inoltre tutti i sacramenti della Chiesa, perché conferiti nel nome del Dio degli Ebrei; negavano la risurrezione dei corpi e ammettevano numerose altre presunte rivelazioni, attinte a diverse fonti apocrife, tra le quali meritano d'essere ricordate la piccola e la grande Sinfonia, l'Assunzione d'Isaia, i Libri di Seth e dei suoi sette figli, designati col nome di "Akkayavä̈s ("alienigenae 4). Alcuni usavano infondere olio e acqua sul capo dei morti al fine di renderli invisibili alle potenze del male e facilitare così il loro ritorno in seno alla « madre luminosa».
Sebbene non fossero del tutto esenti da pratiche gravemente immorali, pure ostentavano una vita austera e penitente. Affinità con essiebbero gli ofiti, i sethiani, i doceti, i marcioniti.
La setta degli a., descritta per la prima volta da s. Epifanio e ricordata solo brevemente da s. Agostino, da Teodoreto e da s. Giovanni Damasceno, ebbe un'importanza storica molto relativa e la sua diffusione si limitò quasi esclusivamente all'Armenia e alla Palestina. Fu propagata in quest'ultima regione da un falso monaco di nome Pietro, il quale, simulando una vita devota di raccoglimento e di digiuno, riuscì a guadagnare molti proseliti, soprattutto fra la gente semplice e ignorante. Prima della morte di Costantino il Grande (337) egli reclutò fra i suoi seguaci un certo Eutatto, il quale a sua volta introdusse la setta in Armenia.
Bibli: Epifanio, Adversus octoginta haereses, I, 1, n. 40: PG 41, 677 sgg.: Agostino, De haeresibus ad Quodcultdrum, n. 20: PL. 42, 29; Teodoreto, Haereticarum fobal. compendium, I, 1, n. 11: PG 83, 360 sgg.: Giovanni Damasceno, De Haresibus, n. 40: PG 94, 702. - P. Batiffol, Antiennes littératures chrétiennes, I, 3^{°} ed., Parigi 1911, p. 77; O. Bardenhower, Geschichte der altbirchlichen Literatur, II, 3^{°} ed., Friburgo in Br. 1913, p. 353 sgg.
Emanuele Chiettini Emanuele Chiettini
ARCOSOLIO. - Solium in latino significa, oltre che trono, soglio, anche vasca, e come altri nomi analoghi venne in seguito usato a designare la tomba. Fu quindi detto a. una tomba posta sotto un arco, ambedue in muratura o ricavati nel tufo. I cristiani presero tale uso dai pagani (presso cui è frequente nei mausolei dei secc. II e III) e lo praticarono con frequenza nelle catacombe. Il solium o tomba propriamente detta riceveva il defunto dalla bocca superiore, che poi era chiusa con una lastra di marmo o con tegoloni murati. La lunetta e la vòlta dell'arco (talora anche la fronte) erano spesso decorate di pitture. A Roma sotto un arco c'è un solo sepolcro (rarissimamente due); in Sicilia invece sono comuni degli a. pro-
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fondissimi (come forni), nei quali sotto un medesimo arco o vòta a botte si succedono fino a trenta solia o tombe distinte. Talora sopra la tomba invece di una vòlta è praticato un vano quadrilungo.
Bini.: G. R. Da Rossi, Roma sotterranea, III, Roma 1877. pp. 419 e 492; F. X. Kraus, s. v. in Realencyel. der christl. Altertümer, I, Friburgo in Br. 1882, p. 89; H. Leclercq, s. v. in DAGL. II, col. 2774 seg.
Antonio Ferrus
ARCO TRIONFALE. - Nell'architettura cristiana è il grande arco, che separa la navata centrale della chiesa dal presbiterio, sia che questo comprenda il transetto con l'abside o l'abside sola. Nell' antichità si elevava spesso su due grandi colonne, ma oltre a ciò era sempre distinto con speciali ornamenti o plastici, come nelle basiliche della Siria, o musivi, come nelle grandi basiliche romane.
Benché il nome di a.t. sia soltanto di uso medievale (e si trova specialmente nelle vite dei Papi dei secc. viII-IX del Liber Pontificalis, in cui viene pure chiamato arcus maior), dobbiamo cercarne l'origine stessa negli a. t. che l'antichità romana soleva erigere per gli imperatori vittoriosi. Come i rilievi ornamentali di questi raccontano le glorie degli eroi, cosi anche sull'a.t. della Chiesa viene volentieri rappresentato

(ist. Aliwali). il trionfo di Cristo. Nell'a.t. di Galla Placidia in S. Paolo fuori le Mura a Roma troviamo il maestoso busto di Cristo in alto, circondato dai quattro animali apocalittici, mentre dai lati i ventiquattro vecchi gli offrono le loro corone. Questo trionfo apocalittico di Cristo forma il tema preferito nell'a. t. paleocristiano. Soltanto, invece del busto di Cristo troviamo talvolta l'agnello o il trono divino. Accanto a questa rappresentazione ricorre spesso anche Cristo seduto sul globo dell'universo fra apostoli o santi, come per es. a Parenzo, in S. Lorenzo fuori le Mura, in S. Agata dei Goti a Roma.
Nel medioevo il trionfo di Cristo viene rappresentato sull'a. t. in maniera certamente non meno profonda ed espressiva, cioè dalla cosiddetta croce trionfale. All'inizio della curvatura dell'arco la navata era attraversata in alto da una grande trave, sulla quale stava una croce monumentale, spesso accompagnata dalla Madonna e s. Giovanni, magnifica applicazione dell'inns trionfale del Venerdì Santo Vexilla regis prodeunt... di Venanzio Fortunato. Purtroppo nei tempi posteriori spesse volte questa bella espressione del
Trionfo di Cristo venne tolta dalle chiese e cosi con le nuove forme di una nuova architettura anche l'antico a. t. scomparve.
Bini.: J. Ciampini, Vetera Monumenta, I, Roma 1690. p. 190 sE.: J. Kremer, Der christliche Kirchenbau, I, Regensburg 1860, p. 161 sgg.; J. Sauer, Triumphbogen, in LThR. X. col. 298.
Engelberto Kirschbaum
ARCUDIO, Pietro. - Teologo e controversista cattolico, n. a Corfú verso il 1562, mathrm{~m}. a Roma nel 1633. Fu uno dei primi allievi del Collegio greco di S. Atanasio a Roma. Fece le sue prime armi nel Regno di Polonia, difendendo accanto a Pocicj, vescovo di Vladimir, l'Unione della Chiesa Rutenz di Brest. in quest'occasione pubblicol' Antirethisis (Vilna 1600) contro il calvinista Bronski, l'opuscolo del card. Bessarione Sulla processione dello Spirito Santo (Cracovia 1602) e la Iarricioni di Giovanni Bekkos (Cracovia 1603). Ritornato a Roma, vi passò gli ultimi anni al Collegio greco, dedito alla composizione delle sue opere.
Fra di esse si possono particolarmente ricordare: Libri VII de concordia Ecclesiae occidentalis et orientalis in septem sacramentorum admi. uistratione, Parigi 1616, 1629; De purgatorio igne adversus Burlaam (pubblicato postumo in ed. grecolatina), Roma 1637. Stampò inoltre numerosi trattati greci nella sua collezione Opuscula aurea theologica... circa processioneu Spiritus Sancti, Roma 1630. E. Legrand cita altre opere ancora inedite dell'A., tra le quali sono una Storia dei primi tempi del Collegio greco di Roma e la Storia dell'Unione dei Ruteni.
Bini.: E. Legrand, Bibliographie hellénique du X771r siècle, III, Parigi 1893, pp. 200-32; L. Petit, s. v. in DThC, I, coll. 1771-73.
Maurizio Gordillo
ARCULFO. - Vescovo nelle Gallie (sede ignota). Pellegrino in Terra Santa nel 670 e raccontò il suo viaggio a s. Adamnano (v.), abate di Hy o Jona (Ebridi, Scozia).
Aveva dimorato 9 mesi a Gerusalemme, visitato Bethania, Betlemme, Nazareth, Hebron, il Giordano, il Mar Morto; poi, passando per Damasco, Tiro, Alessandria e Creta era giunto a Costantinopoli, rimanendovi da Pasqua a Natale. Dopo una sosta in Sicilia, A., secondo Beda, invece di rientrare in Gal. lia, sarebbe capitato a Hy, spintovi da venti sfavorevoli (Hist. eccl. gentis Anglorum, 5, 15: PL 95, 256). Altri però, dubitando dell'esattezza di tale racconto, pensano che A. si sia recato più tardi a Hy dalla Francia, attrattovi dalla fama di santità di quel monastero.
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La relazione di A. fu scritta in perspicua forma da Adamnano, che utilizzò appunti di A. ornati da schizzi. Fu largamente diffusa per opera del re Alfredo. E di somma utilità, sia perché integralmente conservata, sia perché ci fa conoscere i luoghi santi all'inizio della dominazione araba in Palestina.
BinL.: Testo in: Adamnanus. Libri tres de Loris sanctis ex relatiune Avculfi, ed. P. Geyer. Itinera Hieros. nasc. IV-VIII (CSEL, 39), Vienna 1898, pp. xxxiit-1x, 219-97; H. Vincent e F.-M. Abel, Jérusalem, II, Parigi 1914, p. xxxvi.
Gamano M. Perrella
ARDAGH, diocesi di. - Nell'Irlanda centrale (Eire). Il nome deriva dal gaelico Ardachadh, "campo alto». Nel 454 s. Patrizio fondò una chiesa ed un monastero ad Ardachadh, nominando s. Mel come primo vescovo e superiore. La festa di s. Mel, patrono della diocesi, si celebra il 6 febbr. Nel 1729 la diocesi di Clonmacnoise fu unita a quella di A. A Clonmacnoise vi era un monastero fondato da s. Ciarano nel 544, uno dei più rinomati dell'Irlanda medievale. Le due diocesi unite comprendono 41 parrocchie e 114 sacerdoti diocesani, in cura di 84.529 fedeli.
BinL.: J. Lanigan. Ecclesiastical History of Ireland, Dublino 1820; J. Monahan, Records of A. and Clonmacnoise, ivi 1886; J. Healy, Ireland's Ancient Schools and Scholars, ivi 1890 .
Dionisio Mac Daid
ARDICA. - L'espressione è usata particolarmente a Ravenna per indicare il portico della chiesa, il quale è una forma ridotta dell'atrio, come, ad es., l'a. dinanzi la basilica di S. Croce fondata da Galla Placidia e in S. Vitale. La parpia stessa dovrebbe essere soltanto la forma latinizzata dal greco váz vartheta η ζ, "nartece", perché tutte e due le parole significano appunto la medesima cosa.
BinL.: Agnello, Liber Pontificalis ecclesiae Raveunatis, ed. Holder-Egner, in MGH, Scriptores rerum Langobardicarum, pp. 290, 4; 264, 1; 330, 13. 18; 341, 38; 344, 36; 346, 34; 348, 32; 352, 21. 31; 360, 16; 373, 28, passi utilizzati da P. Verzone. I monumenti dell' alto Medioevo nell'Italia settentrionale, Milano 1943.
Enzellierto Kirschbaum
ARDIGÒ, Roberto. - Filosofo, n. a Casteldidone (Cremona) nel 1828 da modesta famiglia, m., suicida, a Mantova, nel 1920. Compì, mediante aiuti, gli studi che lo condussero, nel 1851, al sacerdozio. Canonico di Mantova nel 1863, venne sospeso a divinis nel 1869 per il suo studio filosofico su Pietro Pomponazzi. Nel 1871, dopo il suo nuovo scritto La psicologia come scienza positiva, depose l'abito, continuando l'insegnamento della filosofia nel liceo di Mantova sino a quando, nel 1881, venne nominato alla cattedra universitaria di Padova, dove rimase fino al 1909.
Di condotta morale irreprensibile, attese ai suoi studi prediletti, nè si mostrò insensibile alla fama di caposcuola del positivismo italiano e di simbolo d'avversione ad ogni autorità che sembrasse comunque costrittiva della più assoluta libertà di pensiero; al punto che il suo nome, con vero dolore di lui, fu inalberato anche come segnavolo del più vieto anticlericalismo. A. espose il suo pensiero filosofico, orientato verso le ricerche positivistiche inglesi e francesi (Spencer e Comte), delle quali subì l'influsso, e verso i successi del progresso scientifico, in numerosi volumi intorno ad ogni argomento allora in discussione, dalla psicologia alla cosmogonia e alla sociologia. Ma i capisaldi gnoscologici e metodologici del suo sistema riposano sulla affermata necessità di applicare completamente alla filosofia il metodo delle scienze naturali; sul principio della naturalità di ogni fatto; sulla riducibilità della essenza dell'io a puro fenomeno sensitivo ("tutto è sensazione e raggruppamento di sensazioni, e nulla più"), e questo ancora, come le sue manifestazioni psichiche, a solo ritmo di lunghezze d'onde energetiche, su basi solamente fisiologiche.
Dell'evoluzionismo sviluppò, più che altro, il concetto
del processo dall'indistinto al distinto; dell'etica e della sociologia mise in luce soprattutto la funzione formatrice di qualità morali da parte della società, a carattere disinteressato e per opera di suggestione, esempio, abitudine, mentre a questi elementi veniva ridotta anche la religione; in questo campo, anzi, difese parecchi errori : affermò puerile il dogma della creazione; che spirito e materia, coexistenti eternamente, derivino da un indistinto anteriore; che sia assurda la Provvidenza, assurdo l'intervento di Dio nel governo del mondo. Perciò furono mosse all'Indice le tre opere: Pietro Pomponazzi (decr. 1869); La psicologia come scienza positiva (decr. 1872); La formazione naturale nel fatto del sistema solare (decr. 1879). Della educazione riprese il concetto di formazione naturale, sulla cui base si costruiscono abilità e abitudini risolventisi nell'arte e nel carattere mediante esercizio condotto con metodo scientifico, dal semplice al complesso, con anticipazioni didattiche e intuizioni oggettive. Di tutto il suo sistema sopravvive il principio della metodologia sperimentale, la quale, per quanto dall'A. stesso per lo più limitata all'archetipo delle scienze naturali, pure non rimase infeconda, anche fuori dell'àmbito della sua scuola, nello sviluppo del pensiero filosofico, presto quasi sommerso dall'invaderne idealismo.
BinL.: Opere principali : Pietro Pomponazzi, Mantova 1869; La psicologia come scienza positiva, ivi 1870; La morale dei positivisti, ivi 1879; La sociologia, ivi 1886; Il vero, Padova 1891; Scienza dell'educazione, ivi 1893; La ragione, ivi 1894; L'unità della coscienza, ivi 1898; La perennità del positivismo, 1905; Guardando il rosso di una rosa, ivi 1907.
Studi: M. Liberatore, in La Cio. Cattolica, 7* serie, 6 (1869, 11), p. 899 seg.; F. Borardinelli, ibid., ⁸² serie, 3 (1871, 111), pp. 201-11. - G. Marchesini, La vita e il pensiero di R. A., Milano 1907; G. Zamboni, Il valore scientifico del positivismo di R. A. e della sua conversione, Verona 1921; G. Marchesini, R. A.: l'uomo e l'umanista, Firenze 1922; E. Troilo, A., Milano 1926; G. Gentile, Le origini della filosofia contemporanea in Italia, II : I positivisti, Messina 1927; G. Tarozzi, A., Roma 1928; F. Amerio, A., Brescia 1947.
Paolo Bonatelli
ARDMAINE: v. dROHORE.
ARDUINO, GIOVANNI. - Geologo, n. a Caprino Veronese nel 1714 e m. a Venezia nel 1795.
Quando ancora la paleontologia non era scienza a sé, l'A. affermò tutta l'importanza dei fossili nella determinazione della successione degli strati del terreno : a lui si debbono la classificazione e la denominazione degli strati in primario, secondario, terziario e quaternario ed i criteri che servono a distinguerli. Questo merito gli fu riconosciuto dal tedesco von Zitell. Egli prevenne di 60 anni il concetto di facies come l'insieme delle caratteristiche petrografiche e biologiche che servono ad individuare differenti formazioni geologiche appartenenti alla stessa epoca. Precedette il Lyell nell'affermare l'attualismo, quel principio cioè per cui i fenomeni geologici passati vengono studiati confrontandoli con i corrispondenti fenomeni che avvengono attualmente sotto la nostra osservazione. Fu il primo ad istituire la cartografia geologica. Fu cattolico praticante, di abitudini semplici, di carattere piacevole ed affabile.
BinL.: T. A. Catullo, in E. De Tipaldo, Biografia degli italiani illustri..., VII, Venezia 1840, pp. 77-86; G. Provenzal, Profili biobibliografici di chimici italiani, Roma 1938, p. 33 seg. Altre notizie sulla vasissima attività scientifica e civica dell'A.: presso mons. G. Crosatti (Caprino Veronese). Giulio Provenzal
ARDUINO d'IvREA, re d'Italia. - Della forte schiatta arduinica, d'origine germanica e poi famiglia di feudatari del Regno italico, A. A. nel 935 da Dadone, conte di Pombia. Dopo una giovinezza oscura in cui resse il comitato paterno e sposò Berta, figlia di Oberto II marchese di Liguria, avendone tre figli (Arduino o Ardicino, Ottone e Guiberto), successe al cugino Corrado Covone marchese d'Ivrea, da cui trasse la fama del nome e la spinta a maggiori fortune. Era il tempo dell'acre disputa tra il potere civile e quello ecclesiastico per il dominio della città : e tanto in Ivrea quanto in Vercelli, pur dipendente dalla marca, il potere ecclesia-
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stico aveva prevalso. A. ruppe in lotta - che fu animata, violenta ed ebbe tratti di inumana ferocia - contro i due vescovi. Ne offrì l'occasione, nel 995, la donazione, disposta da Adelaide imperatrice, della corte di Caresana al capitolo di Vercelli. A. non tollerò : impadronitosi della città, il vescovo Pietro fu ucciso, il suo corpo arse nell'incendio della Cattedrale e la chiesa episcopale vercellese dovette piegare dinanzi al feroce feudatario. Anche Warmondo, vescovo d'Ivrea, venne in lotta con il marchese; invano lanciò per ben due volte contro di lui la scomunica, invano papa Gregorio V, intervenuto, minacciò l'anatema; ma la situazione si fece difficile anche per A. : resasi vacante dopo due vescovi favorevoli - Raginfredo e Adalberto - la sede d'Ivrea tornò, con il tedesco Leone, cappellano imperiale, al partito avversario. Gli odi si estesero alla campagna, dove A. suscitò contro il vescovo i suoi stessi dipendenti, massari e secondi militi. Poi ebbe l'ardire (se pur non fu costretto) di presentarsi a Roma, a discolparsi davanti all'imperatore Ottone III e a papa Silvestro II, a poca distanza dall'impiccagione di Giovanni Crescenzio e della congiura antimperiale. Il sinodo che lo giudicò, ne sparti i beni tra i due vescovi suoi nemici, e volle da lui la penitenza.
Ma, contro la sentenza, A. ruppe a guerra disperata ed aperta contro un ben maggiore nemico: l'Impero. Recuperati i suoi possessi, già nella seguente primavera del 1000 , la sua forza è cosi ragguardevole, da esser acclamato in Piemonte, una prima volta, re d'Italia. E invano il vescovo Warmondo, e l'altro suo collega, Leone, tuonarono contro l'« usurpatore» e il "tiranno», facendo appello a tutti i principi della terra, ché, morto appena Ottone III nella spedizione del Mezzogiorno, il 23 genn. del 1002, A. viene incoronato re d'Italia in Pavia, dai grandi del Regno. Il riconoscimento fu immediato per tutta l'Italia settentrionale e centrale; e suo cancelliere fu lo stesso dell'infelice Ottone, Pietro, vescovo di Como. Però eletto appena Enrico II in Germania, infuriò di nuovo la tempesta, provocata dalle vecchie inimicizie e da nuovi rancori. Ed Enrico II, prima che l'anno terminasse, mandò contro A. Oddone, conte di Carintia e di Verona. Ma A., più forte, battè il messo imperiale e lo costrinse a ripassar le Alpi. Trascorso tutto il rocz, nella primavera del 1004 Enrico II scese a sua volta ad acquistare il prestigio necessario all'incoronazione imperiale e a trarre vendetta; l'esercito di A. fu disfatto; a Pavia, Enrico fu coronato re d'Italia e soffocò nel sangue la rivolta scoppiata violenta, nella notte, in città.
A. si fortificò nel suo munito castello di Sparone: e per un anno intero sostenne l'assedio. Tornato l'imperatore in Germania, ancora una volta la potenza di A. risorse ed egli potè fissare di nuovo a Pavia la sua sede. Enrico II non ritornò in Italia che nel 1013 ; A. stanco tenta una pace con lui, ma invano; perciò si riaccende il conflitto, che si estende a Roma, ove Enrico si trova per l'incoronazione imperiale. Pur avendo prevalso, l'Imperatore, fatto prudente dall'accensione degli animi presto ritrovò le vie malsinure dei monti, mentre tutto intorno nell'Italia settentrionale, ardeva la ribellione. A., impadronitosi di Vercelli, di Novara, di Como, ne espelle i vescovi, ne devasta le campagne e divide i beni nemici tra i fedeli. Ma appena A. l'ha lasciata, Vercelli gli è rivolta contro dal vescovo Leone.
Vita agitata e misteriosa come poche altre. Periodi di assoluta scarsezza di notizie si inframezzano
ad altri per cui di notizie v'è abbondanza. A. è stanco delle vicende fortunose e malato; con la perdita di Vercelli, la sorte lo abbandona di nuovo ed egli d'improvviso cerca pace entro le mura dell'abbazia di Fruttuaria, che non è nemmeno sua e vi attende la morte, che non tarda ( 14 dic. 1015).
Una determinata storiografia di maniera gli atrribul il compito, che non fu suo, anche se non ne mancano atteggiamenti, di campione dell'idea italiana contro la potenza tedesca. Egli fu piuttosto il campione del potere laico contro quello ecclesiastico nel campo feudale; l'interesse, personale e dinastico, fu veramente la molla animatrice della sua azione.
Bibl.: A. Provana, Studi critici sopra la storia d'Italia ai tempi del re A., Torino 1844; D. Corutti, Il conte Umberto I e il re A., Roma 1888; B. di Vesmo, Il re A. e la riscossa italica contro Ottone III ed Arripo I, (Bibl. d. Soc. Stor. Sub., 7), Pinerolo 1500; F. Gabotto, Un millennio di storia eparodiese, (ibid.). (vi 1900; S. Fivano, Stato e Chiesa da Sovergaria ad A., Torino 1908; G. Falco, A. d'I., in Albari d'Europa, Roma 1947. pp. 389-406.
Pier Fausto Palumbo
AREA: v. CIMITERI.
AREGAZZI (Aregatius o De Regatiis), Francesco. - Teologo e canonista dei Minori conventuali, n. a Cremona nel 1375, m. a Bergamo il 6 ag. 1437. Per la sua rara dottrina e pietì, a 28 anni fu creato vescovo di Bergamo ( 31 genn. 1403), e come tale partecipò al Concilio di Costanza, ove tenne anche vari discorsi. Scrisse trattati di filosofia e teologia, commenti alle epistole di s. Paolo, ecc.; stampò Homiliae dominicales totius anni e molte altre opere oggi sconosciute.
Bibl.: A. Superbi, Catal. Scriptorum Ord. Min. (ms. Ferrara), p. 44; Eubel, I, p. 415 ; II, p. 236; L. Wadding, Script. Ord. Min., 2^{°} ed., Roma 1906, p. 77; id., Annales Ord. Min., IX, Quaracchi 1932, ad an. 1403, p. 5; J. H. Sbaralea, Supplementum ad Script. Ord. Min., I, 2^{°} ed., Roma 1908, p. 257.
Lorenzo Di Fonzo
AREKA, Abba: v. abba areka.
ARENA, Filippo. - Gesuita siciliano, n. a Piazza Armenina il 1^{°} maggio 1708 , m. a Roma nel 1789 ; entrato in religione nel 1723 , insegnò matematiche in vari collegi, specialmente a Malta e a Palermo. Dopo l'espulsione dei Gesuiti di Sicilia nel 1767, si fissò a Roma.
Lasciò dei Selecta problemata ex prima Geometriae practicae parte (Palermo 1757) e varie dissertazioni di fisica e d'astronomia, che furono riunite nelle sue Physicae quantitavas precipuue resolutae (Roma 1777). Ma di nostri sassi più originali è un'altra sua opera: La natura e la coltura dei fiori fisicamente esposte ( 2 voll. di testo e uno di tavole, Palermo 1767-68).
Accanto a regole empiriche di floricoltura, a parecchie opinioni curiose o erronee, il padre A. vi ha raccolto il frutto di molte osservazioni ed esperimenti sulla fecondazione dei fiori, sulla parte che spetta in essa al pollino, sull'impollinazione per mezzo degli insetti ( 26 anni prima dello Sprengel, al quale si attribuisce d'ordinario la scoperta). Altrettanto precaventrici dei tempi sono le sue vedute sull'ibridismo, sulla formazione e conservazione di razze vegetali per l'incrocio e la seminazione. A. fu un precursore, ancora poco conosciuto, della moderna biologia genetica.
Bibl.: Sommervogel, I, coll. 227-28; D. Lanza, s. v. in Enc. Ital., IV, pp. 120-21.
Edmondo Lamalle
ARENARIO. - Poco dopo la scoperta delle gallerie cimiteriali cristiane sulla via Salaria nella primavera del 1578 , venne pubblicata la Sanctorum Martyrum Abundii presbyteri, Abundantii diaconi, Marciani Ioannis et filii eius Passio (Roma 1578), con un elenco di testi che davano alle catacombe la denominazione di arenari. Tutti gli antichi illustratori della Roma sotterranea ritennero, ad eccezione del Bosio, che le catacombe fossero precedenti cave di rena utilizzate dai cristiani. Una delle testimonianze addotte più di
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frequente era un brano della Passio sancti Sebastiani nella quale si narrava che i martiri Marco e Marcelliano vennero deposti « in loco qui dicitur ad arenas, quia cryptae arenarum illic erant, ex quibus urbis moenia strucbantur». Contro la teoria si oppose il p. Marchi, il quale dall'osservazione delle rocce componenti il suolo romano venne nella persuasione che le catacombe erano state unicamente scavate dai cristiani non allo scopo di estrarre materiale da costruzione, ma solo per luogo di sepoltura. Infatti solo eccezionalmente si trovano in Roma utilizzate per sepolture cristiane parti di anteriori a., come nelle catacombe di Priscilla, di Domitilla e di Commodilla (B. Bagatti, Il cimitero di Commodilla, Città del Vaticano 1936, p. 35 e fig. 22). Le gallerie di a. erano a scavo molto più largo, a vòte, con pareti arrotondate, larghe per solito m. 2,20 ca. per m. 2,30 in altezza, mentre le gallerie scavate dai cristiani sono molto più strette e a pareti verticali.
Fuori Roma anche il cimitero detto di S. Gennaro dei Poveri a Capodimonte in Napoli, e quello detto di S. Maria della Stella ad Albano utilizzano gallerie già scavate per estrarre materiali da costruzione.
Bibl.: G. Marchi, Monumenti delle Arti cristiane primitive, I: Architettura, Roma 1844; H. Lochova, s. v. in DACL, II, col. 2404 sgg.
Enrico Josi
ARENDT, Wilhelm. - Gesuita, moralista, n. a Lovanio il 31 marzo 1852, m. a Roma il 23 febbr. 1937. Fu rettore del Collegio belga in Roma, dove nel 1889 entrò nella Compagnia di Gesù. Dopo avere per alcuni anni insegnato teologia morale all'Università Gregoriana, fu chiamato nel 1909 a sostituire il p. Domenico Palmicri quale teologo della Sacra Penitenzieria; carica che mantenne fino al 1934. Fu anche, fino alla morte, consultore del S. Uffizio. In ambedue queste cariche si dimostrò uno dei più validi e valenti collaboratori, che alla vastità del sapere seppe congiungere l'umile sentire di un docile figlio della Chiesa.
Della numerose sue opere le principali sono: Apologeticae de aequiprababilitmo Alphonsinno historico-criticae dissertationis r. p. I. de Caigny... crisis iuxta principia Angelici Doctoris instituta...: Accedit Dissertatio scholasticomoralis pro usu moderato opinionis probabilis in concorso probabilioris a s. Alphonso de Ligorio... (Vilburgo in Br. 1897): De sacramentalibus (Roma 1900); Aequiprobabilismus ab ultimo fundamento discussus (ivi 1909); Analysis theologico-canonica Decretl "Ne temere» de sponsalibus et matrimonio (ivi 1909); De impotentia feminae ad generandum (ivi 1913); Circa controversam validitatem matrimonii feminae rectum. Distriba pro sanctitate pacti coniugalis (ivi 1923); De absoluta habilitate sterilium ad matrimonium (ivi 1925) (in queste tre opere l'A. sostenne una sua particolare teoria).
Bibl.: A. Vermeersch, Soixante ans de théologie morale, in Nouvelle Revue Théologique, 56 (1929), pp. 863-84.
Celastino Testore
ARENDT, Wilhelm Amadeus August. - Storico tedesco, n. da famiglia protestante il 25 maggio 1808 a Berlino, convertitosi poi alla Chiesa cattolica nell'apr. 1832, e m. a Spira il 22 ag. 1865 . Nel 1831 ottenne la cattedra di storia ecclesiastica all'Università di Bonn, che dovette però, dopo brevi mesi, abbandonare a causa della salute. I motivi della sua conversione furono da lui esposti in una «lettera aperta» pubblicata nel Katholik, 44 (1832), pp. 42-78. Recatosi in Belgio, ottenne, nel 1835, la cattedra di archeologia nell'Università di Lovanio. Collaborò a parecchie riviste tedesche e belghe, e scrisse varie opere, tra le quali meritano menzione una biografia di Leone il Grande (1835), il Manuel des antiquités romaines (Lovanio 1837) e l'Essai sur la neutralité de la Belgique (1845).
Bibl.: D. A. Rosenthal, Convertitenbilder aus dem 19. Fahrhundert, I, Sclaffusa 1872, pp. 48-57; G. Allmang, s. v. in DHG, IV, col. 1643 .
Cesare Bertola
ARENSKIJ, Anton Stepanovic. - Compositore, n. a Nišnij-Novgorod l' 11 ag. 1861, m. a Tarioki il 25 febbr. 1906. Maestro della Cappella imperiale a Pietroburgo, diede pagine di valore al repertorio musicale della Chiesa ortodossa.
Bibl.: A. Pougin, Essai historique sur la musique en Russie, in Rivista musicale italiana, 4.
Gastone Rossi Doria
AREOPAGITA, DIONIGI: v.dionigia@opagita.
AREOPAGO ( dot{α}^{′ ′} λ ρ ε ι α ς пáyıc «colle di Marte»). - Colle roccioso d'Atene, a sud-ovest dell'Acropoli, ove, secondo la mitologia, Marte si discolpò dell'omicidio di Alirrozio, figlio di Nettuno. Vi risiedeva un Consiglio ( β o u λ δ ), poi (dal tempo di Aristotele) un tribunale incaricato di tutelare la moralità pubblica e la costituzione dello Stato. S. Paolo, giunto ad Atene (v.), disgustato dall'idolatria della città, dopo aver discusso coi giudei e proseliti nella sinagoga, intrattenne nell'agorà epicurei e stoici intorno a Gesù ed alla Resurrezione. Fu da questi condotto all'A. (Act. 17, 19. 22: il termine a. designa qui probabilmente non un luogo ma un'assemblea) come annunziatore di divinità straniere ( left.left(λ v a δ α ι μ v v ι αright) e d'una nuova dottrina ( α α ν α dot{α} δ ι δ α χ δ ); così Socrate era stato accusato d'introdurre ad Atene δ α ι μ o ́ v ι α α α ι v a ́ (Platone, Apol. Socr., 26b, 27c). L'Apostolo nel suo discorso (Act. 17, 22-31) non si rivolge a giudici con un'apologia personale, ma a un largo pubblico, tra cui i sapienti d'Atene, adattandosi alla mentalità ellenica. v. ÁGnostos THEÓs.
Appellatosi alla religiosità ateniese, che aveva moltiplicato templi e statue (specie nell'agorà), Paolo promette di risolvere l'enigma e di appagare l'anelito che ha visto espresso su un'ara dedicata a un dio ignoto. Pausania e Filostrato (sec. II) menzionano tre altari a divinità sconosciute (si plurale; s. Girolamo, In epist. ad Titum, 1, 12, ritiene che Paolo abbia trasportato al singolare) ad Atene o dintorni e a Olimpia; uno fu rinvenuto (1909) a Pergamo, e a Roma sul Palatino l'iscrizione «sei deo sei deivae».
Paolo annunzia l'unico Dio creatore dell'universo invisibile e infinito, che da un solo uomo ha prodotto tutti i popoli, affinché gli uomini lo trovino, essendo Dio l'intimo vivificatore d'ognuno: «in Lui viviamo, ci muoviamo e siamo», aveva detto Arato (v.); e più arcanamente un altro poeta, lo stoico Clemente di Asso, cantava nel suo inno a Zeus : «di Lui noi siamo progenie». Dopo questo esordio, Paolo enuncia il tema evangelico, indi lo svolge (condanna dell'idolatria, misericordia di Dio, convertirsi per non incorrere nelle sanzioni del suo giudizio, redenzione in un Uomo morto e risorto); ma prima di aver concluso fu interrotto da scherni circa la «Risurrezione». Pochi, in quel frivolo e pretenzioso ambiente, si conver. tirono, tra cui l'arcopagita Dionigi (v.) e una ragguardevole donna, Damaride (Act. 17, 16-32).
E. Curtius, Paulus in Athen, in Sitzungsber. Akad. Wissensch. zu Berlin, 26 (1893), pp. 925-38, e in The Expositor, 7^{text {a }} serie, 4 (1907), pp. 436-55, ritiene che al tempo di Paolo l'a, si radunava nell'aula regia (portico regio), sull'agorà, ove un tempo parlò Demostene. Questa ipotesi, assai probabile, è oggi accertata da molti, benché combattuta da M. Dibelius.
E. Norden, Aguastos Theós, Lipsia 1913 (ristampa 1929), negò la storicità del discorso paolino, attribuendolo a un tardo compilatore ( 90 -120 d. C.) ispiratosi allo scritto di Apollonio di Tiana π α ρ i δ v σ ι tilde{ω} v. L'audace tesi fu accolta da R. Reitzenstein, P. Carssen, J. Weiss, J. Wellhausen, W. Jäger, O. Weinreich, A. Loisy, ma fu ben confutata da A. Harnack, Die Rede des Paulus in Athen, in Texte und Untersuchungen, 39, 1, Lipsia 1913; da A. Wikenhauser, Die Apostelgeschichte und ihr Geschichtswert, Monaco 1921, pp. 369-94; da Th. Zahn, Die Apostel-
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geschichte des Lukas, II, Lipsia 1921, pp. 599-631, 870882; da L. Murillio, Paulus et Pauli scripta, I, Roma 1926, pp. 41-48; da E. Jacquier, Actes des Apdires, Parigi 1926, pp. CCLxxi-CCLxxi, i quali rivendicano con argomenti storici, archeologici, psicologici, letterari, l'autenticità del discorso.
BibL.: E. Beurlier, St Paul et l'Aréapage, in Revue d'hist. et de litt. rel., I (1896), pp. 344-66; F. Valbuena, La arquerlogia greco-latina ilustrando el evangelio, II, Toledo 1910, pp. 288-300; Th. Birt, "Aryoarou 6esi und die Areapagrede des Ap. Paulus, in Rheinisches Museum, 69 (1914), pp. 342392; E. Antoniades, "O 6yverrog 6v6g. Atene 1918; E. Meyer, Ursprung und Anfänge des Christentums, III, Stoccarda-Berlino 1925, pp. 89-106; J. De Zwaan, Semitica semitice (Act. 17, 1612), in Nieuwe theol. Studiën, 19 (1936), pp. 73-80; M. Dibelius, Paulus auf dem Areapag, Heidelberg 1939; J. Holzner, L'Ap. Paulo, tr. ital. Brescia 1939, pp. 232-50; M. Zerwick, Act. 17, 78, in Verbum Domini, 20 (1940), pp. 307-21; W. Schmid, Die Rede des Apostels Paulus vor den Philasophem und Areapapiten in Alten, in Philologia, 93 (1942), pp. 79-120.
Antonino Romeo
AREQUIPA, ARCIDIOCESI di. - La città di Arequipa si trova nel Perú meridionale, a 2320 metri sul mare, ai piedi del vulcano Misti e a soli 90 km . in linea d'aria dalla costa. E capitale del dipartimento omonimo ( 56.857 mathrm{kmq}.). La diocesi si estende per una superfice di 103.800 mathrm{kmq}., comprendendo, oltre il dipartimento di A., anche quello di Tacna e la provincia litoranea di Moquegua, con una popolazione di 300.000 ab., divisi in 88 parrocchie.
Fu eretta da Gregorio XIII il 15 apr. 1577, dietro domanda di Filippo II, che voleva nel Perú due diocesi sotto il patronato regio. La bolla di erezione non fu eseguita, e il 20 luglio 1609 Paolo V ne pubblicava una seconda. Pio XII, con la bolla Inter praecipuas, il 23 marzo 1943 la elevava a sede arcivescovile. La diocesi comprendeva anche, fino al 1929, la provincia cilena di Arica, ma una costituzione apostolica del 20 dic. di quell'anno incorporava la detta provincia alla nuova diocesi cilena di Iquique. A. possiede, oltre il seminario di S. Jerónimo, parecchi conventi e numerose chiese. La Cattedrale è dedicata all'Assunzione di Maria. In A. fiori, dalla fine del 1500 , un rinomato collegio di Gesuiti, fino alla espulsione di questi religiosi dalle colonie spagnole (1767).
BibL.: Euclid. Univ. Biatr. europeo-americano, VI, s. v., pp. 46-48; AAS, 35 (1943), pp. 273-75. Pietro Gómez
ARES. - "Apys, dio greco della guerra. Per alcuni il nome significherebbe "il distruttore", ma l'etimologia è discussa. Per gli antichi era tracio e quindi straniero; per alcuni dei moderni è dio greco, per altri è originario della Tracia o della Caria. Nell'Iliade è figlio di Zeus e di Dione; rappresenta il furore guerresco selvaggio e irragionato, la smania di distruzione, di sangue e di strage; è malvisto dagli dèi, disprezzato e odiato; gli Arcadi lo rinchiudono in una botte di bronzo perché non devasti la Tessaglia. Il ritratto omerico ha influito anche in età posteriore. Solo il tardo inno omerico, identificando A. con il pianeta Marte, ne fa un dio benevolo, difensore della giustizia. La primitiva natura di A. è rimasta offuscata dal dio guerriero : alcuni ne han fatto un primitivo dio della vegetazione, altri della tempesta, o un dio preellenico ctonio (sotterraneo) a cui corrisponderebbero le Erinni; difatti, secondo una saga tebana, A. avrebbe avuto per moglie Tilfossa, una delle Erinni, e loro figlio sarebbe stato il serpente ucciso da Cadmo. Il culto arcade di Tegea, dove le sole donne gli sacrificavano, è stato considerato antico. L'epiteto più comune di A. è Enyalio, che forse in origine era un dio indipendente e fu poi assorbito da A.
A. è associato a divinità femminili delle quali era considerato lo sposo: Enyo in Tessaglia (per alcuni
invece era la madre), Aglauro ad Atene, Tilfossa o Afrodite a Tebe, ecc. Forse dalla tradizione tebana è sorta la leggenda degli amori di A. con Afrodite, ricordati già dall'Odissea. A. non ha iscrizioni votive e solo eccezionalmente doti, nessuna città lo considerava suo protettore, poche gli offrivano un culto, ancora più rare erano quelle in cui aveva un tempio (Atene, Geronthrai dove le donne non potevano entrare nel tempio, Drero, Trezene). Come Enyalio era venerato specialmente a Sparta. A Roma fu identificato con Marte, mentre in Enyalio si riconosceva Quirino. Per gli antichi A. era un uomo adulto, barbato, coperto di armatura pesante con elmo, spada e lancia; a partire dal sec. v a. C. lo rappresentarono giovane e nudo.
BibL.: L. R. Farnell, The Cults of the Greek States, V, Londra 1909, pp. 396-407; D. Kern, Die Religion des Griechen, I, Berlino 1926, pp. 118-21; U. v. Wilamowitz, Der Glaube der Hellenen, I, ivi 1931, pp. 104-105; 321-24; W. Otto, Gli dei della Grecia, trad. ital., Firenze 1941, pp. 310-12; M. Nilsson, Griechichte der griechischen Relieion, I, Monaco 1941, pp. 486-89. Luisa Santi
ARESI, Paolo. - Di origine milanese, n. a Cremona, nel 1574, m. a Tortona il 20 giugno 1644 in concetto di santità. Il nome di battesimo, Cesare, fu mutato in quello di Paolo, quando entrò nel 1590 nell'Ordine dei Chierici Regolari Teatini. Insegnò giovanissimo filosofia a Napoli, e teologia a Napoli e a Roma. Nominato nel 1620 vescovo di Tortona da Paolo V, adempi scrupolosamente i doveri del suo ufficio e si applicò intensamente agli studi di eloquenza e di teologia. Prodigò tutto se stesso durante la peste scoppiata nel 1630 e durante i due assedi che Tortona subì in quel tempo. Fu tra i migliori oratori dell'età sua. Notevoli fra le sue opere: l'Arte di predicare bene (Venezia 1611) e le Imprese sacre, scritte per favorire la cultura e la preparazione degli oratori sacri; Della tribolazione e i suoi rimedi, 2 voll., Venezia 1627 .
BibL.: Elenco preciso delle opere in Mazzuchelli, I, 11, pp. 994-97. Giambattista Salinari
ARETA (Häritah). - Re nabatei, che dalla loro capitale Petra (v.) dominarono sull'Arabia dal Golfo Eletitico fino a Damasco.
A. I è ricordato da Flavio Giuseppe come «tyrannos» degli Arabi; presso di lui fuggi l'empio pontefice giudaico Giasone (II Mach. 5, 8).
A. Il messe guerra all'asmoneo Alessandro Janneo, che sconfisse vicino ad Adida presso Lidda (Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XIII, 15, 2).
Con A. III (ca. 85-60 a. C.) il regno nabateo ebbe la massima estensione. Vinto Antioco VII di Siria (m. nell'83 a. C.), A. s'impadronì della Celesiria e di Damasco. S'immischiò nella guerra civile giudaica, schierandosi per Ircano contro Aristobulo, che assediò in Gerusalemme; ma fu costretto da Scauro, luogotenente di Pompeo che da poco aveva annesso la Siria a Roma ( 63 a. C.), a desistere dall'assedio, e nella ritirata fu battuto da Aristobulo presso Papyron (Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XIV, 1, 4 - 2, 3).
Il più noto rappresentante della dinastia è A. IV (9 a. C.-40 d. C.), che si chiamava prima Aeneas, figlio di Oboda III, riconosciuto da Augusto re dei Nabatei. Aveva dato sua figlia sposa ad Antipa (v.). Avendola Antipa ripudiata per sposare Erodiade (v.), A. volle vendicare l'affronto e nel 36 sconfisse Antipa presso Gamala. Ma Tiberio, cui questi aveva ricorso, ordinò a Vitallio, governatore di Siria, di impadronirsi di A. vivo o morto. L'ordine però non fu eseguito per la sopravvenuta morte dell'imperatore (16 marzo 37). Essendo s. Paolo (II Cor. 11,
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32) cercato a morte dai Giudei in Damasco, l' "etnarca di A." aveva messo guardie alla città per catturarlo. Parrebbe dunque che A. avesse, fra il 37 e il 40, giurisdizione su Damasco, forse concessagli da Caligola. Ma tale autorità di A. su Damasco non è certa : il suo etnarca infatti non arresta Paolo nella città, ma ne fa solo vigilare gli accessi (Act. 9, 24).
Giuseppe Priero
ARETA, santo. - Arabo di Nağrān, il cui nome al-Hārit fu nel Sinassario etiopico alterato in Hirut (G. Sapeto, Viaggio e missione cattolica fra i Mensā, i Bogos ecc., Roma 1857, p. 414). Dū Nuwān, re dei Himjariti, che, secondo tradizioni e documenti arabi, siriaci ed abissini, si converti al giudaismo, suscitò nel 523 una feroce persecuzione contro i cristiani dopo un'altra che era terminata nel 519 . Per occupare Nağrān, promise agli abitanti cristiani che li avrebbe risparmiati. Ma, entrato in città nel 523 , fece massacrare chi non apostatava. A., che era della tribù di Ka'b e il primo dei magnati di Nağrān, dopo aver esortati i concittadini a mantenersi saldi nella fede, subì il martirio con tanti altri.
Dū Nuwās scrisse ad al-Mundir esponendogli i fatti ed incitandolo ad imitarlo. Alla lettura di questa lettera erano presenti nell'accampamento di al-Mundir in guerra, Simeone, vescovo di Bēt Arāām, e Sergio o, secondo altri codici, Giorgio, vescovo di Ruşāfah, i quali attinsero pure da testimoni oculari altre informazioni. Simeone scrisse una lettera e Sergio, o Giorgio, il Martyrium Arethae. Ambedue descrivone la persecuzione col martirio di A. e compagni.
Della lettera di Simeone l'originale siriaco con versione italiana fu pubblicato integralmente da I. Guidi giusta il ms. di Londra, add. 14, 650, negli Atti dell'Accademia dei Lincei, 3^{text {h }} serie, 8 (1881), e ripubblicato dall'Istituto per l'Oriente (I. Guidi, Raccolta di scritti, I, Roma 1944); I. Guidi, Th. Nöldeke (Geschichte der Perser und Araber, Leida 1878, p. 185 sgg.) i bollandisti (Acta SS. Octobris, X, Parigi 1869, p. 718 sgg.) ne ammettono l'autenticità, e C. A. Nallino (Raccolta di scritti editi ed ined., III, Roma 1941, p. 95) la storicità dei fatti, mentre J. Halévy (Persécution des Chrétiens de Nedjran, in Rev. des études juives, 18 [1889], pp. 16-42 e 161-78), seguito da alcuni altri, che in tutto o in parte accettano le sue opinioni, non la ammette. J. H. Mordtmann, Die himjarischäthiopischen Kriege noch einmol, in Zeitschr. d. Deunch. Morgenl. Gesellschaft, 35 (1881), pp. 698 sgg., 718 sgg., vi presta fede solo quanto alla cronologia. Il Mart. Arethae fu scritto in siriaco (I. Guidi, Raccolta di scritti, I, Roma 1913, p. 2, e Atti, ibid., p. 472, nota 2) e tradotto in greco ed armeno. Il testo greco fu pubblicato da J. F. Boissonade, in Anecd. Graeca (V, i sgg.) e ripubblicato, in Acta SS. Octobris, X, Parigi 1869, p. 721 sgg. Cf. anche A. Moberg, The book of the Hinyarites, Lund 1924; Metafraste (PG 115, 1249-90) scrisse la vita di A. (v. anche Surius, De probatis Sanctorum siti, 24 ott.), il cui nome poi fu inserito in tutti i martirologi orientali, mentre in Occidente si ha soltanto il Fragmentum interpretationis latinae actorum s. A. (Acta SS., ibid., p. 761) fatta da Atanasio iuniorc, vescovo di Napoli, nel calendario marmoreo (sec. ix). In questa città, il 24 ott., si festeggiano s. A. e i suoi compagni.
Pietro Stair
ARETALOGIA. - Il significato di questa parola è molteplice in conseguenza del non preciso senso di ápeтh, comunemente tradotta nei dizionari con virtù, coraggio e simili, e di dot{α} ρ ε τ α λ ó γ o s nelle poche testimonianze letterarie giunte a noi corrette ed interpolate. Infatti Filodemo di Gadara ravvicina dot{α} ρ ε τ α λ ó γ o s, di non sicura lettura, al α v γ γ ρ α varphi ε dot{ς}. Un passo di Strabone (XVII, 1, 17) non è genuino, e si presenta con un senso accomodato dai moderni.
Due iscrizioni provenienti da un tempio di Serapide,
scoperte a Delo nel 1882 (Bull. de Corresp. hellén., 6 [1882], p. 327, n. 2, e p. 339, n. 43), ricordano ciascuna un aretalogo. Ma l'aretalogo della seconda iscrizione, Tolomeo, figlio di Dionisio, esercitava nello stesso tempo la funzione d'interprete di sogni, alla quale va riconosciuto un carattere prettamente sacerdotale (cf. M. Waddington, Inscriptions d'Asie Mineure, Parigi 1870, n. 419), poiché si ricordano anche da Strabone (loc. cit.) guarigioni operate per mezzo di sogni. Anche la funzione di aretalogo doveva rivestire carattere sacerdotale, risultando dall'iscrizione di Stratonicca (Inscriptions d'Asie Mineure, n. 519) l'uguaglianza di significato tra dot{α} ρ ε τ dot{η} ed dot{ε} v dot{ε} ρ γ ε ε α nel senso d'intervento degli dèi a favore degli uomini. Questo senso a sua volta conduce naturalmente a quello di miracolo, che nel greco dei Vangeli viene espresso con θ v v α μ mathrm{~L} e dalla Volgata con "virtus". E dunque certo che la parola dot{α} ρ ε τ dot{η} è stata usata nel mondo greco, anche prima di Cristo, a significare miracolo, effetto sovrannaturale, anche se i testi letterari non ne hanno serbata traccia. Si può allora convenire che a., almeno presso i templi di Iside e Serapide, significava la scienza che interpreta e svela le cose meravigliose, i presagi, i rumori improvvisi, le deformità degli uomini e degli animali, ecc. A tale significazione si riannoda l'altro senso di narrazione favolosa, denunciato specialmente da più tarde fonti della letteratura latina. Invero, secondo Svetonio (Oct., 74), Augusto amava contornarsi, a tavola, di istrioni, di triviali giuocatori di circo e più frequentemente di aretalogi. A sua volta Giovenale (Sat. 13, 15 sgg.) paragona al bugiardo arealogo Ulisse, che racconta cose meravigliose alla tavola di Alcino. Porfirio (ad Horat. serm., I, 1, 120) dice che Plozio Criapino fu studioso di filosofia e scrisse versi così scurtili, da essere detto aretalogo. Comunque, non trovando conforto in nessun testo antico, deve essere rigettata come un controverso ethnologico la spiegazione di a. con filosofia burlesca, data dal Casaubon (Animadversiones ad Sueton., Parigi 1605, p. 150) e ripetuta in seguito anche in dizionari scientifici (cf. Ch. Morel, s. v. Aretalogi, in Daremberg e Saglio, Dictionnaire d. ant., I, Parigi 1875, p. 404).
BibL.: S. Reinach, Les Arctologues dans l'antiquité, in Bull. de corr. hellén., 9 (1883), p. 257 sgg.; Revue Archéol., 14 (1889), p. 87; F. Susemihl, Griech. Literat. in der Alexandrinerzeit, I, Lipsia 1891, p. 236, 5; O. Crusius, s. v. in Pauly-Wisowna, Reulere. ziel. de klass. Altertumswiss., II, coll. 670-72. Alberto Goletti
ARETINO, Paolo. - N. in Arezzo nel 1508, fu maestro di cappella nel Duomo della città natale dal 1558 al 1544 ; poi nella collegiata della Pieve dal 1544 fino al 1584 , data della sua morte. Fu probabilmente discepolo a Firenze di un altro aretino, Francesco Corteccia, e formò un allievo di buon nome, l'aretino Orazio Tigrini, autore di: A' Campendio della Musica, stampato a Venezia nel 1588. Oltre il libro dei madrigali a più voci, egli fece stampare i suoi Sacra Responsoria del Natale e della Settimana Santa (1544 e 1564); le Lamentationes (1563); gli inni di tutto l'anno a più voci; i Magnificat a 5 voci e il Passio secundum Ioannem, a più voci.
BibL.: F. Coradini, P. A., in Note d'Archivio per la storia musicale, Roma 1924, pp. 143-273. Francesco Coradini
ARETINO, Pietro. - Letterato, n. ad Arezzo nel 1492, m. a Venezia il 21 ott. 1556. Passò la prima gioventù a Perugia. Di qui, o forse da Siena, si recò a Roma, dove rimase sino alla morte di Leone X, guadagnandosi amici e nemici. Nel periodo che corre dalla morte di Leone all'elezione di Adriano VI, l'A. scrisse le sue più violente pasquinate, per le quali dovette abbandonare Roma, prima dell'arrivo del Pontefice fiammingo. Fu ospitato da Giovanni delle Bande Nere, che si strinse di affettuosa amicizia con lui. Quando fu eletto papa Clemente VII, fece ritorno a Roma; ma dopo varie vicende, tra le quali gli toccò anche di essere assalito e pugnalato, dovette definitivamente abbandonarla, rifugiandosi di nuovo presso Giovanni delle Bande Nere ed assistendo di lì a poco
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(ivi. Alinari)
Aretino, Pietro - Ritratto. Tela del Tiziano (1545).
Firenze, Galleria Pitti.
alla sua morte, che descrisse in una lettera rimasta famosa per tenerezza, affetto e spontaneità. Venezia fu quindi il suo nuovo rifugio, ed ivi egli poté godere l'amicizia di illustri personaggi, come Tiziano, e liberamente abbandonarsi non solo alla sua attività letteraria, ma anche alle peggiori tendenze della sua indole: l'adulazione e il ricatto; divenne così famoso libellista e panegirista, e insieme uno dei più temuti letterati d'Italia. Aspirò invano al cappello cardinalizio.
Scrisse di tutto: poemi cavallereschi rimasti interrotti, un poema burlesco intitolato Orlandino, le famosissime lettere raccolte in 6 volumi, cinque commedie, una tragedia, l'Orazia, e Dialoghi di carattere scurrile e persino dei libri spirituali, come L'Umanità di Cristo, Le Prose Sacre, e le vite della Vergine, di s. Tommaso d'Aquino, di s. Caterina, per altro senza convinzione o intendimento religioso.
Assetato di godimento, di potenza, di fama, non ebbe scrupoli di sorta per il conseguimento di tutto ciò. Mutati i tempi, volle mutar metodo, ma riusci insincero. Il suo ascetismo fu del tutto esteriore e di maniera. Nelle sue lettere e nelle sue commedie s'insontrano tuttavia tratti di tenerezza e di bontà, che mentre lo rivelano poeta, dimostrano che non tutto era guasto in lui. Fu finissimo intenditore d'arte e appassionato ammiratore della bellezza.
Bibl.: F. Flamini, Il Cinquecento, Milano 1902, pp. 404418; G. Toffanin, Il Cinquecento, Milano 1935, pp. 284-309; A. Lusio, P. A. nei suoi primi anni a Venezia e la corte dei Gonz