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mali e nei 47 collegi nazionali. La durata della scuola normale è di due anni se prepara i precettori per i centri rurali, di 4 anni se prepara i maestri per le scuole primarie ordinarie, di 7 anni se prepara i professori per le scuole normali. Il collegio nazionale ha la durata di 5 anni ( 6 anni a Buenos Aires) e prepara gli alunni per le universita che sono le seguenti: Córdoba (1628), Buenos Aires (1821), La Plata (1897), Tucumán (1912), Santa Fe (1889), Litorale (1920). Per aumentare la produzione ortofrutticola sono state istituite le scuole di agricoltura a Casilda, Bell-Ville, Córdoba e Olavarria e la scuola di fradicoltura e di etnologia di San Juan. L'insegnamento religioso è escluso da tutte queste scuole nelle quali si segue la psicologia di Verheyen.

Bres.: Ballerino di Legislazione scolastica comparata, Roma, Ministero della Pubblica Istruzione, 1 (1941), pp. 293 sgg., 382 sgg., 386 sg., 584.

Miroslav Stump
V. Arte. - Quando il primo nucleo dei colonizzatori che dovevano dar vita alla nazione argentina sbarcò nel 1512 sulle rive del Rio de la Plata, esso si trovò in contatto con indigeni la cui civiltà può definirsi neolitica e - ad eccezione dei Daguiti - senza una tradizione artistica. L'arte argentina si sviluppa, pertanto, come una proiezione dell'arte europea.

L'azione dei padri Gesuiti, poi, determinò una fusione dell'artista, indio o europeo che fosse, con l'ambiente in cui viveva e creò la premessa per lo sviluppo di una espressione artistica originale. Queste premesse possono ritenersi documentate dall'unica opera attribuita alla leggendaria figura di José l'Indio, Gesù dell'umiltà e della pazienza, collocata nella chiesa di N. S. della Mercede in Buenos Aires e datata al 1780 , ma più ancora possono essere provate dai famosi portali della diruta chiesa di S. Ignazio Miní, sulle rive del Paraná. Questi sviluppi di nascente manifestazione artistica furono, però, soffocati con l'allontanamento dal Rio de la Plata della Compagnia di Gesù, ordinato dal governatore Bucarelli sotto Carlo III.

Alla Compagnia di Gesù si debbono anche le prime più importanti realizzazioni architettoniche condotte nello stile ispirato alla chiesa del Gesù di Roma e specialmente dovute agli italiani Giambattista Primoli (1673-1747) e Andrea Gianchi (m. nel 1740) che costruirono anche edifici civili; il palazzo del Municipio di Buenos Aires, ad es., è costruito su piani del Primoli. Anche il barocco ebbe larghe applicazioni; questo stile è in uso ancor oggi, specialmente fuori della capitale.

A partire dalla seconda metà del sec. xix si sovrappone, alle forme architettoniche invalse, l'influenza delle correnti neoclassiche italiane, alle quali successero quelle francesi per l'opera personale di un architetto, d. Alessandro Christopherseu, le cui direttive predominano sino all'avvento dell'architettura cosiddetta funzionale largamente attuata dal 1892 (A. Virassoro) in poi ; si può, tuttavia, trascurare la notoria fortuna che in tal periodo ebbe, in particolar modo nella capitale, lo stile giorgiano e Tudor (specialmente dal 1890, ad opera di Stanislao Provanio) e le realizzazioni negli stili nazionali delle varie correnti immigratorie. Notevoli sono anche le elaborazioni dello stile coloniale, ancora di sapore andaluso, dovute a Martin S. Noël (1888). I capiscuola furono educati all'estero, giacché soltanto nel 1901 fu fondata a Buenos Aires la Scuola di architettura.

La scultura e la pittura, che si volsero soprattutto al ritratto e al costume, si svolsero in periodi diversamente caratterizzati : il primo periodo è stato definito dei Precursori ed è caratterizzato dal passaggio dell'osservazione esterna dei fatti ad una più intima valorizzazione dell'uomo e dell'ambiente. Principale pittore è Prilidiano Pueyrredón (n. il 24 genn. 1823 m. il 3 nov. 1870); contemporaneamente lavorano con successo artisti italiani, fra cui Carlo Enrico Pellegrini, Lorenzo Fiorini, Ignazio Mausoni, Baldassarre Verassi. Il secondo periodo, che vide la fondazione della Associazione per il progresso delle Belle Arti, del Museo Nazionale, dell'Accademia e durante il quale prese corpo l'organizzazione del Salone annuale delle esposizioni, è quello detto degli Organizzatori.

Ricchissimo di artisti, che vanno da Eduardo Suvoz (n. nel 1847) ad Ernesto de la Carcova (n. nel 1866, m. nel 1927) questo è il periodo in cui si va formando il carattere dell'arte argentina che assimila e svolge su un piano di indipendenza le correnti euro-

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pee. Questo periodo culminerà nel Nexus, che, specialmente in pittura, vuol porre in valore l'arte argentina accordandola più direttamente che nei periodi precedenti con il sentimento e i modi dell'epoca. Questa tendenza già iniziata da Pio Collivadino (n. nel 1869 a Buenos Aires da progenitori italiani e formato in Italia col Sivori) con la partecipazione dei pittori Justo Lynch, Carlos P. Ripamonte, Alberto M. Rossi, Cesareo, Bernardo de Quiros, Fernando Fader e di uno scultore, Arturo Dresco, chiude il quadro storico dell'arte argentina per dare inizio all'attuale periodo in cui le correnti di avanguardia, comuni alle nazioni europee e dell'America del Nord, sono decisamente seguite.
Giorgio Luigi Bernucci
Per la letteratura dell'A. vedi: ISPANO-AMERICANA, LETTERATURA.

ARGENTO: v. OREFICERIA.

## ARGENTRE,

Charles du Plessis d'. - Teologo francese, n. nel castello di Plessis, presso Vitré, il 16 maggio 1673, m. a Tulle il 27 ott. 1740. Studio alla Sorbona ed ottenne il dottorato nel 1700 . Nel 1699 fu ordinato sacerdote. Divenne in seguito decano di Laval, vicario generale di Tréguier (1707), cappellano reale (1709) e vescovo di T'ulle (1723).

Delle numerose opere teologiche e filosofiche meritano di essere ricordate: Analyse de la foi divine (Lione 1698); Elementa theologica, ove nega l'infallibilità del Papa (Parigi 1702); Explication des Sacraments de l'Eglise (Tulle 1734); e la più importante di tutte Collectio judiciorum de novis erroribus qui ab initio saeculi XII... in Ecclesia proscripti sunt et notati (Parigi 1724-36). Curò l'edizione delle Opere del teologo Martino Grandin ( 5 voll., Parigi 17101712), alle quali aggiunse alcune sue importanti dissertazioni di carattere teologico.

Bibl.: Hurter, IV, coll. 1003-1006; V. Oblet, s. v. in DThC. I, coll. 1777-78.

ARGIOLAS, Antonio. - Sacerdote, educatore : n . a Pirri (Cagliari) il 14 ott. 1834, m. a Cagliari il 27 giugno 1914. Addottoratosi in teologia, dedicò tutta la sua esistenza, con lo studio e con l'opera, all'educazione dei sordomuti. Dopo aver frequentato la Scuola di metodo per l'insegnamento ai sordomuti a Milano e avervi conseguito il diploma nel 1871, si prodigò dal 1882 fino alla morte in favore di tali infelici, secondo un sistema proprio, chiamato "materno grammaticale». Gli scritti da lui lasciati attestano come egli abbia posto tutto l'ingegno e tutto il cuore in questo apostolato di bene, e rivelano spunti personali e originali di indirizzo nell'insegnamento. Ricordiamo : La conversazione, la grammatica e la composizione nelle scuole dei sordomuti (Cagliari 1906); La grammatica dei miei sordomuti (ivi 1910); Dialoghetti familiari per le scuole dei sordomuti (ivi 1910), ecc.

Rosario Guido Tentori
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(da Camnelli, I datti biontini)
ArgiRÒPulo, Giovanni - Lettera autografa di G. A. a Lorenzo dei Medici - Firenze, Archivio di Stato.

ARGIRÒPULO, GIOVANNI. - Umanista bizantino, n. a Costantinopoli verso il 1415, m. a Roma il 26 giugno 1487 ; fu uno dei principali artefici del rinascimento italiano del sec. xv. Stando allo storico Dukas (Historia byzantina: PG 157, 1010), egli fece parte del corteggio dell'imperatore Giovanni VII Paléologo al Concilio di Firenze (1437-39). Forse da questa epoca data la sua piena adesione alla Chiesa romana, di cui abbiamo la testimonianza irrecusabile in una lettera indirizzata al papa Nicolò V nel 1448, pubblicata da S. Lampros (A. Appagnollara, Atene 1910, pp. 136-37).

Come molti dei suoi contemporanei greci, Giovanni ebbe una vita molto attiva. Ritornato in Oriente dopo il Concilio di Firenze, egli viene di nuovo in Italia, a Padova, dove studia ed insegna nello stesso tempo, per tre anni (1441-44); insegna a Costantinopoli tra gli anni 1444-52; fa un breve soggiorno a Roma nel 1448, e compone, senza dubbio in questa occasione, il suo piccolo Trattato sulla processione dello Spirito Santo (cf. L. Allatius, Graeciae orthodoxae script., I, Roma 1652, pp. 400-18 e PG 158, 992-1008). Dopo la presa di Costantinopoli da parte dei Turchi, tra il 1453 ed il 1457, egli viaggia in Grecia, in Italia, in Francia, ed anche in Inghilterra. Infine, nel 1457, è nominato professore di filosofia allo Studio di Firenze, dove traduce in latino e commenta le opere di Aristotele. Egli si guarda dall'immischiarsi troppo direttamente nella questione tra platonici e aristotelici, ed elogia ugualmente i due grandi filosofi greci. Nel 1471 lascia Firenze per Roma, contando certamente sul favore del suo antico condiscepolo di Padova, Francesco della Rovere, che sarà poi nominato papa sotto il nome di Sisto IV. Il Papa gli fa la migliore accoglienza, ma non fa diventar ricco né lui né i suoi allievi romani. La morte di Bessarione (1472) è per lui un disastro; verrebbe ritornare a Firenze, ma i Fiorentini gli preferiscono Calcondila. Tuttavia, nel 1477, egli ripara, per quattro anni (1477-81), allo Studio fiorentino, a fianco di Calcondila. Nel 1481 abbandona di nuovo Firenze per Roma, dove muore pochi anni dopo, quasi in miseria (cf. G. Mercati, Minuzie, in Bessarione, 24 (1910), pp. 145-46).
A. è stato soprattutto un professore e ha scritto poco: oltre al trattatello, segnalato sopra, ha lasciato: 1) traduzioni latine della maggior parte delle opere di Aristotele, che hanno avuto numerose edizioni: la traduzione dell'Isagoge di Porfirio e quella dell'Hexaemeron di s. Basilio, ugualmente pubblicate parecchie volte; 2) diversi scritti oratori, pubblicati recentemente da S. Lampros (op. cit., pp. 1-67, 129-41); 3) quattro trattatelli, il primo su questioni varie, il secondo sugli esercizi di retorica, il terzo sulle forme di sillogismo, il quarto sulla dialettica; pubblicati da Lampros (op. cit., pp. 142-86), tranne l'ultimo;

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scoperto da G. Cammelli; 4) prefazioni e discorsi inaugurali (Prolusiones) ai suoi versi fiorentini; 5) diciassette lettere, pubblicate da diversi autori in varie raccolte.

Quanto alla sua personalità, i suoi nemici l'hanno descritto come amante della buona tavola e lo fanno morire di una indigestione di limoni. Bisogna diffidare di questi giudizi, come anche degli elogi iperbolici che gli hanno fatto i suoi ammiratori. Il suo amico Filelfo ci parla del suo carattere bizzarro e incostante; la qual cosa è attestata sufficientemente dalle vicende della sua vita.

Bibl.: L'opera principale su G. A. è la recente monografia di G. Cammelli, I detti bizantini e le origini dell'Umancesimo, II : G. A., Firenze 1941, dove si troveranno, oltre ad una abbondante bibliografia, tutte le indicazioni necessarie sulla vita e le opere del personaggio. L'autore corregga molti errori dei suoi predecessori e fornisce dei dati nuovi. Egli si è servito, in particolare, dell'edizione di S. Lampros (introduzione e testi inediti), 'Aqyngsnañkna, Atene 1910. Non ci si può fidare della notizia data da J. Dedieu, s. v. in DHG, IV, coll. 91-93, Martino Jugie

ARGOB. - 1. Guerriero o funzionario della corte di Faceia re d'Israele, col quale fu ucciso a Samaria da F'acee (II Reg. 15, 25).
2. Regione del Basan, appartenente al regno di Og (Deut. 3, 4-5. 13). Conquistata dagli Israeliti, toccò in eredità a Jair della tribù di Manasse (Deut. 3, 14), che occupò i paesi che da lui presero nome Hawwâth J a^{′}(r, ancora menzionati al tempo di Salomone (I Reg. 4, 13). Si discute se fossero città fortificate o villaggi di tende; se nel Galaad o nel Basan; se 60 (Ios. 13, 30; I Reg. 4, 13), 30 (Indi. 10, 4), o 23 (I Par. 2, 23). Sotto Salomone, A. costituiva la ⁶ᵃ prefettura, cui presiedeva Bengaber (I Reg. 4, 13). Alcuni l'identificarono col Basan; altri con Hirbet 'Arqûb erRahuah, alla confiuenza del Nahr er-Ruqqâd col Jarmuik. Ma, con molta probabilità, A. si identificava con la regione del Leğâ ('Trachonitide, v.) e la pianura antistante, che va verso la Gaulanitide: 'argôbh "pietroso", tradotto T'rakônâ o Tark(g)ônâ dai Targuulos di Onkelos e di Gionata, conviene al Leğà, costituito da una colata di lava vulcanica formante un altipiano di 8 -io metri più alto della pianura vicina. Vi abbondano avanzi di città costruite in basalto nero, che testimoniano un'antica civiltà ed una popolazione gagliarda.

Bibl.: A. Legendre, s. v. in DB, I, coll. 950-53; J. Döller, Geographische und ethnograph. Studien zum III. und IV. Buch der Könige, Vienna 1904, pp. 72-76; W. F. Albright, in Bull. of the American Schools of Oriental Research, 19 (1925), pp. 14-17.

Bonaventura Mariani
ARGYLL e ISOLE, diocesi di. - Nella Scozia, diocesi suffraganea di S. Andrea (St. Andrews) ed Edimburgo. Creata verso il 1200 , separandola da Dunkeld, rimasta vacante nel 1579 , venne ristabilita il 4 marzo 1878. Quanto alla sede delle I., tuttora annessa a quella di A., fondata, si crede, verso il 447 da s. Patrizio, restò unita alla sede di Man sino a tutto il sec. xiv. Rimasta vacante nel 1553, venne ristabilita, e unita alla sede di A., da Leone XIII il 4 marzo 1878. Statistiche del 1948: ab. 12.000, quasi tutti cattolici; parrocchie 24 e sacerdoti diocesani 34. Estensione attuale: la contea d'A., una parte dell'Inverness e le isole Bute, Arran ed Ebridi.

La residenza episcopale è ad Oban, nell'Argyllshire, ove si trova la pro-cattedrale, dedicata a s. Colomba.

Bibl.: D. O. Hunter-Blair, s.v. in The Cath. Encycl., I, p. 706 sg.; ef. Supplement, 1922, p. 55; J. Bancher, in DHG, IV, coll. 89-91; The Official Catholic Directory for 1939, parte ⁴², Nuova York 1939, p. 100.

Corrado Morin
ARIA. - Con questo nome furono designate svariate forme di composizione che si rinnovarono continuamente sia nel campo della musica sacra e religiosa sia in quello della musica profana. L'uso del
vocabolo che s'incontra già nelle opere di Ingegneri (1545-92), di Giovannelli (1560-1625), di Caccini (15501618), si diffuse rapidamente indicando il canto ad una voce. L'a. ebbe il suo massimo sviluppo nel 1700. E un pezzo che può stare a sé o far parte di una cantata, oratorio, opera, ed è ad una voce con accompagnamento di orchestra o di pianoforte nelle riduzioni. La musica dell'a. è un momento di espansione sentimentale, ed ha sempre la prevalenza sulla parola: è la musica che interpreta lo stato d'animo che il testo suggerisce. Spesso con brevissimi testi furono composte lunghe a. Le principali forme sono : a. in rondo, a. in forma di variazione, a. in forma aperta con periodi sempre diversi, ecc. La forma più importante è quella chiusa col "da capo al fine" che s'incontra spessissimo nelle opere dei grandi maestri. L'a. di "bravura" o di "agilità" con abuso di ripetizione di parole e lunghi vocalizzi per mettere in evidenza le virtù canore degli artisti, è andata oggi in disuso.

Alessandro Santini
ARIALDO, santo. - Corifeo del movimento di riforma in Milano, sotto l'episcopato dell'arcivescovo Guido da Velate (1045-71), l'eletto di Enrico III avverso al moto di riforma detto della Pataria.
A., della nobile famiglia di Carimate (e non già di Alzate), n. a Cucciago di Cantù verso il 1000; dopo gli studi, fatti in Milano, fu elevato all'ordine del diaconato, in cui rimase tutta la vita. Strinse amicizia con Anselmo da Baggio, prete cardinale della Chiesa milanese, col nobile Landolfo Cotta, chierico notaio della Metropolitana, ed altri zelanti cattolici, coi quali diede origine a una società per lottare control'incontinenza del clero, detta per scherno dagli avversari Pataria e i seguaci Patarini (rigattieri). A. prese a predicare la riforma a Varese, poi a Milano: si rivolgeva al popolo per eccitarlo contro il clero, scandaloso e ribelle agli ordini di Roma. Nel Sinodo provinciale, tenuto a Fontaneto (Novara) sotto la presidenza di Guido, A. e Landolfo furono scomunicati, ma ambedue si appellarono a Roma. Mentre vi si recavano, furono aggrediti a Piacenza da un sicario; Landolfo, ferito, ritornò a Milano, mentre A. poté proseguire. Il Papa inviò a Milano come suo legato il monaco Ildebrando e Anselmo da Baggio, divenuto vescovo di Lucca, i quali confortarono i riformatori a persistere nella lotta. Lo stesso fece il nuovo legato s. Pier Damiani, vescovo di Ostia.

Morto Landolfo, A. mise a capo del partito popolare, favorevole alla riforma, Erlembaldo (v.), nobile cavaliere e fratello di Landolfo, che papa Alessandro II (Anselmo da Baggio) nominò gonfaloniere di S. Chiesa. La lotta si riaccese a Milano e diventò tragica. Nella Pentecoste del 1066 si tumultuò in Duomo per le bolle di scomunica contro Guido, portate da Erlembaldo; A. rimase ferito e Guido, imbaldanzito, lanciò l'interdetto sulla città, finché A. vi si fosse trattenuto. Allora A. partì segretamente; raggiunto da Erlembaldo, fu da questi condotto a Pavia con l'intento di proseguire per Roma; ma nelle vicinanze di Piacenza, furono fermati da un amico di Guido e A. fu fatto prigioniero. Liberato, fu poco dopo tradito da un prete del partito avverso e tradotto al castello di Angera, ove imperava Oliva, nipote di Guido. Essa fece condurre il diacono in un isolotto del Lago Maggiore dove fu assassinato da due scellerati preti che fecero scempio del cadavere (27 giugno 1066). Il corpo fu, dieci mesi dopo, trasferito a Milano da Erlembaldo; sembra che papa Alessandro II l'abbia proclamato martire (1068), co-

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munque il culto prestatogli ab immemorabili fu confermato da Pio X, il 13 luglio 1904, con la formula "sanctus vel beatus nuncupatus". Festa, 27 giugno.

Biel.: Acta SS. Iunii, V, Venezia 1744, pp. 279-303; C. Pellegrini, I Santi A. ed Erlemboldo, storia di Milano nella seconda metà del sec. XI, Milano 1897 (opera fondamentale); id., Fanti e Memoria storiche di c. A., (fra l'altro precisa l'origine della famiglia) in Arch. stor. Lomb., 3^{°} serie, 14 (1900, II), pp. 209-36; 3^{°} serie, 16 (1901, II), pp. 5-24; 3^{°} serie, 17 (1092, I), pp. 60-98; Po. vitio super cosa recepio, Roma 1904 (per la conferma del culto); F. Savio, Gli antichi Vescovi d'Italia. La Lombardia, parte I. Milano, Firenze 1913, pp. 413-27; R. Aigrain, s. v. in DHG, IV, coll. 99-102; C. Castiglioni, I santi A. ed Erlemboldo e la Pataria, Milano 1944.

Carlo Castiglioni
ARIANESIMO. - E la grande eresia del sec. Iv. Dottrina e storia ne sono molto complesse; perciò la trattazione sarà divisa in due parti: esposizione dottrinale e compendio storico.

## Esposizione dottrinale.

Sommario: I. La dottrina di Ario e le sue orizini. - II. Le diverse forme di s. dopo il Concilio di Nicea (323). - III. Il macedonianismo. - IV. L'a. dei popoli germanici. - V. L'a. nei tempi moderni.

1. La dottrina di Ario e le sue origini. - Ario (v.) era un prete di Alessandria molto conosciuto e g'à in età avanzata, quando, verso il 320 , cominciò ad insegnare l'eresia, alla quale ha dato il suo nome. Questa eresia consiste essenzialmente nel negare il dogma della Trinità, il dogma di una sola essenza divina sussistente in tre persone realmente distinte tra loro, coeterne, uguali in tutto, unite mediante relazioni di origine: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. A questa Trinità, che caratterizza specificamente la religione cristiana, Ario oppone la sua dottrina che riconosce un Padre, un Figlio ed uno Spirito Santo; ma solo il Padre è veramente Dio, il Dio unico, infinito, eterno, non generato, cioè non creato ( dot{α} γ dot{ε} v v η τ o ς o dot{α} γ dot{ε} v η τ o ς : i due termini essendo presi da lui come sinonimi). La seconda persona, chiamata Verbo o Figlio, non è veramente Dio: è una pura creatura, tratta dal nulla, come tutto ciò che è creato ( dot{ε} ξ oủa δ v τ ω ν γ ε dot{ε} γ o v ε ), la prima delle creature del Dio unico, la più eccellente, prodotta da lui per essere suo strumento nella creazione degli altri esseri, l'intermediario tra lui e il mondo. Il Verbo non è eterno: ci fu un tempo in cui non esisteva ( dot{η} v π ε τ ε, dot{τ} τ ε oủa dot{η} v ). Ma egli è prima del tempo e prima dei secoli ( dot{α} χ ρ dot{ρ} ν ω ς, π ρ dot{α} α i ω ω ν ω v ), poiché il tempo e i secoli non cominciano che col mondo. Egli non è figlio per natura ma per grazia e adozione ( α α τ dot{α} χ dot{α} ρ ι v ). Dio l'ha adotato in previsione dei suoi meriti, perché egli era mutevole e fallibile. La sua impeccabilità non è che una impeccabilità di fatto. Si può chiamare Dio, ma soltanto nel senso in cui la Scrittura chiama così i giusti. In realtà egli non è veramente Dio. Egli ha progredito in virtù e in merito e si è così reso degno del nome stesso che Dio Padre e la Chiesa gli hanno dato. E una specie di demiurgo estraneo e dissimile in tutto alla sostanza e alla personalità del Padre. Quanto alla terza persona, lo Spirito Santo, Ario ne parla poco nei frammenti dei suoi scritti sino a noi pervenuti. Anch'esso non è Dio, poiché non è che una creatura molto al di sotto del Verbo. "E la prima produzione del Verbo", diranno più tardi i suoi fedeli discepoli.

Essenzialmente antitrinitario, l'errore di Ario scalza anche dalle fondamenta il mistero dell'Incarnazione e quello della Redenzione, poiché è una creatura, il Verbo, e non Dio, che s'è incarnato. Ed Ario intende la parola incarnato nel suo senso etimologico: il Verbo non ha preso dalla natura umana che la carne, non l'anima ragionevole. Egli non si è realmente fatto
uomo ( σ α ρ ι α ι δ ε i ς, oủa dot{ε} v α ν dot{η} ρ ι α τ η σ α ς ). Il Redentore ariano non è che un mezzo uomo, come non è che un mezzo Dio.

L'origine dell'a. piuttosto che in alcune frasi di sapore subordinaziano (v. subordinazianismo) di qualche Padre apologisto, va ricercata nella Scuola antiochena, dove era viva la tradizione di Paolo Samosateno. Fin dal principio della controversia, Ario si è presentato come un discepolo del prete martire di Antiochia, s. Luciano (m. nel 312). I primi ariani si sono detti seguaci di quest'ultimo. A ragione o a torto, è difficile rispondere con certezza. Sulla fede di un vago passo di una lettera di s. Alessandro di Alessandria al suo omonimo Alessandro di Bisanzio, si è fatto di s. Luciano un discepolo di Paolo di Samosata, rimasto per lungo tempo in rottura con la Chiesa. Ma alcuni critici recenti, come F. Loofs, G. Bardy, ecc. distinguono tra il martire e il discepolo di Paolo, di cui parla s. Alessandro (G. Bardy, Recherches sur s. Lucien d'Autriche et son école, Parigi 1936, pp. 50-59). Resta percio il dubbio che il vero padre dell'a. sia s. Luciano. Invero è difficile negare che egli abbia insegnato un subordinazianismo almeno verbale come quello di Origene e non abbia avuto, col suo insegnamento, sulla divinità del Verbo, delle espressioni ambigue, che Ario e gli altri "collucinisti", come Eusebio di Nicomedia, Turgoride di Nicea, Mari di Calcedonia, avranno spinto fino alle loro ultime conseguenze logiche. Ario sarà stato il primo a metterle in circolazione.

Derivato dal subordinazianismo, l'a. ha per ciò stesso delle affinità col platonismo, soprattutto con quello di Filone. Il sistema richiama anche, in un certo senso, gli esoi degli gnostici. All'aristotelismo alcuni capi posteriori della setta, come Aezio ed Eunomio, hanno soprattutto attinto il metodo dialettico : il che li ha fatti considerare da s. Epifanio come "nuovi aristotelici" (De lonereibus, LXIX, LXXVI: PG, 42, 315-570).
II. Le diverse forme dell'a. dopo il Concilio di Nicea. - La dottrina di Ario, che abbiamo esposta, costituisce l'a. autentico, che fu condannato dal Concilio di Nicea (v.). A fianco a questo a. sorse ben presto quello che si può chiamare l'a. politico, che si esprime in diverse formole più o meno reticenti, più o meno ambigue, suscettibili di essere interpretate in senso ortodosso come in senso eretico. La maggior parte di esse furono proposte agli imperatori da ariani più o meno travestiti, che miravano a demolire l'autorità dottrinale del primo Concilio ecumenico, sotto pretesto di stabilire la concordia tra i vescovi e l'unità religiosa nell'impero romano, divenuto ufficialmente cristiano. Questa molteplicità di formole non sarebbe esistita, se gli imperatori si fossero attenuti a quanto era stato deciso a Nicea dalla grande maggioranza dell'episcopato, d'accordo col Papa. Disgraziatamente per la Chiesa, i primi imperatori cristiani, cioè Costantino e Costanzo II, - bisogna notare che tutti e due non furono battezzati che sul letto di morte e da ariani, - vollero dogmatizzare cercando di sostituirsi al vescovo di Roma, capo della Chiesa e regolatore della sua unità, e divennero così il balocco di prelati intriganti o vendicativi. Nel 359, s. Atanasio di Alessandria, il grande campione dell'ortodossia, collocionava già dodici simboli di questa specie, e ve ne furono ancora altri dopo questa data.

A quest'epoca, cioè verso la fine del regno di Costanzo II, gli avversari più o meno dichiarati del Concilio di Nicea e della formola che esso aveva canonizzata: «Il Figlio di Dio è dalla sostanza del Padre, consostanziale al Padre" ( dot{ε} α τ tilde{η} ς ° dot{α} σ i α ς Γ α τ ρ dot{α} ς, dot{α} μ ° α dot{σ} σ ι ς τ tilde{ω} Π α τ ρ i ) si dividevano in tre gruppi distinti :
A) C'era ansitutto un piccolo numero di ariani puri, che primi ebbero l'audacia di attaccare direttamente il simbolo di Nicea, riprendendo per proprio conto le formole più radicali di Ario. Come lui, essi dichiararono che il Fi-

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glio di Dio, il Verbo, era del tutto dissimile dal Padre ( dot{α} v dot{α} μ 010 ς ~ τ tilde{ς} Π α τ ρ i к α τ dot{α} π dot{α} τ α ).

Il loro grande dottore era Aezio di Antiochia, specialista in dialettica aristotelica. Nelle loro file si segnalarono in seguito Eudossio di Costantinopoli ed Eunomio di Cizico. Essi furono chiamati anomei (dal greco dot{α} v dot{α} μ 010 ς ) e riuscirono per un momento ( 357-58 ) ad attirarsi il favore di Costanzo. In una riunione episcopale, tenuta a Sirmio durante l'estate del 357 , di cui tre vescovi anomei, Germinio di Sirmio, Valente di Mursa ed Utsesio di Singiduno, furono l'anima, fu redatta una formola in cui il Figlio era dichiarato minore del Padre e a lui subordinato, lo Spirito Santo esistente mediante il Figlio. In essa veniva interdetto l'uso dei termini di sostanza (vóoia) e di consostanziale ( dot{ξ} μ 0 dot{σ} σ 10 ς ). Fu la seconda formola di Sirmio (che si riuscì a far firmare dal vecchio vescovo di Cordova, Osio), che fu, per qualche tempo, secondo la volontà di Costanzo, la tessera dell'ortodossia imperiale. Gli anomei hanno ricevuto anche i nomi di aeziani, eunomiani, eterusiasti, esuconziani. Essi rappresentano l'a. radicale, quello di Ario del primo periodo.
B) C'era poi il gruppo dei semi-ariani, detti anche omeusiani od omoiusiani, i quali, invece di chiamare il Verbo consostanziale al Padre quanto all'essenza ( dot{ξ} μ 0 dot{σ} σ เоs), lo dicevano semplicemente simile al Padre in quanto all'essenza ( dot{ξ} μ 010 dot{σ} σ 10 ς ). Il loro capo fu dapprima Basilio d'Areira, che, in un concilio tenuto ad Aneira nel 358 , compilò una formola in questo senso e fu abbastanza fortunato da farla adottare dall'imperatore Costanzo, che abbandonò il credo degli anomei poco prima approvato. Per istigazione di Basilio, egli arrivò perfino ad esiliare i principali anomei.

La maggior parte degli omeusiani erano, in fondo, ortodossi per quanto riguardava la divinità del Verbo, e non differivano dai cattolici che per il termine dot{ξ} μ 010 dot{σ} σ 10 ς, sostituito da essi all' dot{ξ} μ 0 dot{σ} σ 10 ς niceno, nel quale essi trovavano un sapore sabelliano. Si può anche dire che il grosso degli ariani erano di questo tipo. S. Ilario e s. Atanasio si mostrarono concilianti nei loro riguardi. Un gran numero di essi non tardarono tuttavia a compromettersi, rifiutando di riconoscere la divinità dello Spirito Santo e cadendo in quella che si chiamò l'eresia pneumatomaca o macedonianiana. Castoro ben meritarono il nome di semiariani, perché, riconoscendo la vera divinità del Figlio, negavano la divinità dello Spirito Santo.
C) Un terzo gruppo era costituito da coloro che affermavano semplicemente che il Figlio era simile al Padre ( dot{ξ} μ 010 ς τ tilde{ς} Π α τ ρ i ), senza precisare di più. L'omeismo è una trovata dei veri ariani per demolire il credito degli omeusiani presso Costanzo, presso il Concilio di Aneira e quello di Sirmio (358). Una prima formula redatta dall'ariano Marco d'Aretusa scartava la parola oúoia, essenza, e i suoi composti, che non si trovano nella Scrittura, ma dichiarava che il Figlio era simile al Padre in ogni cosa ( dot{ξ} μ 0- 10 ς τ tilde{ς} Π α τ ρ i к α τ dot{α} π dot{α} τ α ) : il che la riavvicinava all'ortodossia. Dopo le discussioni e le vicende dei due Concili di Rimini e di Seleucie (359), la formola fu alleggerita della parole к α τ dot{α} π dot{α} τ α (simile in ogni cosa), e aggravata della proscrisione della parola dot{ε} σ dot{σ} σ τ α σ ι ς, ipostasi. E questa la formula che fu definitivamente stabilita al Sinodo di Costantinopoli (primi di genn. del 360), approvata e imposta da Costanzo a tutto l'episcopato, la cui adesione fu quasi unanime e che era stata già ottenuta con l'astuzia e la violenza ai due Concili di Rimini e di Seleucia. Essa vien chiamata la formola di Rimini-Costantinopoli o anche di Nicea-Costantinopoli, perché era stata firmata a Nicea di Nracia, presso Adrianopoli, dai delegati ortodossi del Concilio di Rimini nella sua prima fase ( 10 ott. 359 ).

Questo fu il risultato dell'a. politico: una formola che è un capolavoro d'imprecisione, che si può intendere nei sensi più diversi, anche i più opposti, "che Atanasio e Aezio", come ha scritto L. Duchesne (Histoire ancienne de l'Eglise, II, 2 e ed., Parigi 1907, p. 306), "con un po' di buona volontà avrebbero potuto recitare insieme ". Ė curioso constatare come l'omeismo che, secondo i termini, sembrerebbe essere il contrario dell'anomeismo, è in realtà la stessa cosa; infatti è nel senso anomeo che l'espressione :
"Il Figlio è simile al Padre" ( dot{ξ} μ 010 ς τ tilde{ς} Π α τ ρ i ) è stata interpretata da quelli che l'hanno definitivamente accettata, cioè dai veri ariani, poiché i cattolici e i semi-ariani l'avevano respinta, dopo averla accettata in un momento di sorpresa. A partire dal 360 , è il credo dell'omeismo di Rimini-Costantinopoli che ha rappresentato l'a. ufficiale nell'impero romano ed anche, con l'aggiunta di qualche indicazione, l'a. dei popoli barbari.
III. Il macedonianismo. - Quella che si chiama l'eresia macedoniana o pneumatomaca consiste nel negare la divinità dello Spirito Santo e nel farne la prima creatura del Figlio a Verbo. Non è che una parte del sistema ariano preso nel suo insieme. Noi abbiamo visto infatti che Ario negava la divinità dello Spirito Santo e lo poneva molto al di sotto del Verbo. Ma , fin verso il 360 , la questione della divinità dello Spirito Santo rimase nell'ombra. I diversi formulari ariani non parlano che del Verbo; l'omeismo stesso di Rimini-Costantinopoli tace sul suo conto. Gli anomei furono i primi a predicare in modo esplicito la trinità ariana. Dopo il 360 avvenne che un gruppo importante di semi-ariani od omeusiani divise ciò che sembrava inseparabile; ammettendo in maniera abbastanza chiara la divinità del Figlio di Dio, essi respinsero quella della terza persona.
S. Atanasio li confuta e li chiama tropicisti, τ ρ 0 π 1 κ o i, perché essi spiegavano mediante metafore o tropi le parole dello Scrittura che urtavano contro la loro tesi. Essi sono più comunemente designati sotto il nome di pneumatomachi (s avversari dello Spirito "), o macedoniani, dal nome di Macedonio, vescovo ariano di Costantinopoli ( 35 mathrm{i}-60 ), sebbene non sembri che questi abbia insegnato simile errore, e di maratoniani, dal nome di Maratonio, vescovo di Nicomedia, uno dei loro capi. I macedoniani costituivano una setta a parte, distinguendosi degli ariani propriamente detti per la loro credenza nella divinità del Verbo.
IV. L'A. dei popoli germanici. - Con l'assunzione al trono dell'imperatore Teodosio (379), l'a. non tardò a sparire dall'impero romano non solo come dottrina ufficiale, ma anche come setta condannata. Però sopravvisse ancora molti anni tra i barbari invasori dell'impero d'Occidente, sotto la forma dell'omeismo di Rimini-Costantinopoli ( 360 ). Il vescovo dei Goti, Ulfila, - successore, fin dal 341 , del vescovo goto Teofilo, uno dei Padri di Nicea - assistette, infatti, al Sinodo di Costantinopoli del 360 e ne firmò il formulario. Per mezzo di lui e dei suoi compatrioti, i Goti, l'a. omeista - si può dire senz'altro l'a. - penetrò presso gli altri barbari: Visigoti, Ostrogoti, Svevi, Vandali, Burgundi, Longobardi.

Questo a. fu ora persecutore, ora tollerante, ma restò stazionario dal punto di vista dottrinale. Noi conosciamo la professione di fede di Ulfila, scritta da lui sotto forma di testamento alla vigilia della sua morte, avvenuta a Costantinopoli nel 383 . Oscura e quasi contraddittoria sulla divinità del Figlio, essa nega categoricamente la divinità dello Spirito Santo, "che non è né Dio né Signore, ma semplice ministro di Cristo, sottomesso ed ubbidiente in tutto al Figlio ". Per la maniera in cui parla del Figlio, Ulfila sembra avvicinarsi agli omeusiani-macedoniani : la divinità della seconda persona sarebbe forse salvaguardata se egli non fosse schiettamente subordinaziano: "Il Figlio unico, nostro Signore e Dio, autore e creatore di ogni creatura, che non ha il suo simile, è sottomesso ed ubbidiente in tutto a Dio Padre" (cf. questa professione di fede nel t. I dei Texte und Untersuchungen zur altgermanischen Religionsgeschichte, Strasburgo 1899, p. 73-76, edizione di M. Kaufmann, Aus der Schule des Wulfils).

Gli ultimi ariani furono i Longobardi, che non si convertirono che verso la fine del sec. vir, ca. il 67 i.
V. L'A. nei tempi moderni. - Non si possono direttamente ricollegare all'a. le sètte protestanti antitrinitarie : sociniani o unitari, servetisti e protestanti

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liberali, poiché ciò che caratterizza l'a. è la nozione di un demiurgo intermediario tra Dio e il mondo, nozione assente presso gli antitrinitari moderni. Questi si ricollegano piuttosto agli antichi sabelliani o modalisti. L'errore sabelliano arriva alla negazione della Trinità per una via opposta a quella dell'a. Si può tuttavia trovare una certa rassomiglianza tra il Cristo "uomo superiore" degli antitrinitari moderni e il "logos demiurgo" degli antichi ariani.

Se l'a. non è rivissuto sotto forma di sésta distinta, si sono avuti però, dal sec. xvı, alcuni ariani isolati, come gli anglicani William Whinston e Samuel Clarke. In un'opera intitolata: Primitive Christianity Revived (Londra 1710-11), il primo sostiene espressamente un a. mitigato, che ricorda quello di Eusebio di Cesarea. Egli dichiara anche che il Logos, creato dal Padre all'inizio del mondo, ha tenuto luogo di anima ragionevole nel Cristo. Clarke parla della produzione del Figlio per volontà del Padre, della subordinazione del Figlio e dello Spirito Santo al Padre, e respinge come contraddittoria la dottrina delle tre persone eterne, non create, nell'unità numerica di natura (cf. il suo libro: The Scripture Doctrine of the Trinity, Londra 1712). Le teorie di Whinston e di Clarke furono condannate dall'alta camera del clero anglicano. Esse causarono per qualche tempo un vero torbido nella Chiesa anglicana (cf. Le Bachelet, Arianisme, in DThC, I, coll. 1839-62).

Bibl.: Sulla dottrina di Ario e dei * collucianisti * cf. l'opera recente di G. Bardy, Recherches sur s. Lucien d'Antioche et son école, Parigi 1936, dove si trovano riuniti gli scritti o frammenti di scritti ed anche i riferimenti patristici di Ario, d'Eusebio di Nicomedia, di Asterio il Sofista, di Atanasio di Anazarba, di Teognide di Nicea, di Mari di Calcedonia, senza parlare dello studio propriamente detto su s. Luciano (vita scritti, dottrina). Per l'esposizione dottrinale dell'a. e delle sue evoluzioni, le fonti principali sono le opere dei Padri della Chiesa del sec. iv, specialmente quelle di s. Atanasio, s. Ilario, s. Epifanio, s. Basilio, s. Gregorio Nisseno e s. Gregorio Nazianzeno; cf. anche gli storici della Chiesa dei sece. iv e v, che hanno inserito spesso nelle loro opere storiche dei documenti dottrinali: Eusebio di Cesarea, Gelasio di Cisico, Sacrate, Sozomeno, l'ariano Filostorgio, Teodoreto, Teodoro il Lettore.

Esposizioni sistematiche dell'a. e delle sue diverse forme si trovano, variamente corredate di informazioni storiche, nelle Storie dei dogmi conosciute da tutti : I. Schwane, I. Tiseront, A. Harnack (II, ⁴⁴ ed., Tubinga 1910), R. Seeberg (I e II, ³² ed., Lipsia 1923). Cf. anche il lavoro notevole di X. Le Bachelet, articolo Arianisme, in DThC, I, coll. 1779-1863. Sull'ommissianismo in particolare, v. I. Gummerus, Die homonita nische Partei bis zum Tode des Konstantins. Ein Beitrag zur Geschichte des arianischen Streites in den Jahren 338-361, Lipsia 1900; G. Rausaur, L'homoiossianisme dans ses rapports avec l'orthodoxie, in Revue d'histoire ecclésiastique, 4 (1903), pp. 189906, 411-51. Sull'a. dei popoli germanici, e la dottrina di Uffila: W. Beasel, Über das Leben des Uffilas, Gottinga 1860; H. von Schubert, Das älteste germanische Christentum oder der sogenannte - Arianismus - der Germanen, Tubinga 1909; B. Capelle, La lettre d'Ausance sur Uffila, in Revue bénédictine, 34 (1922), pp. 224233. Bibliografia più ampia con indicazioni dei lavori più recenti in A. Fliche-V. Martin, Storia delle Chiese, III: Dalla pace costantiniana alla morte di Teodosio, trad. ital., Torino 1940, pp. 18-25, 67-71, 135-42, 245-34.

## COMPENDIO STORICO.

Sommario : I. Considerazioni preliminari. - II. L'a. fino alla morte di Costantino. - III. La controversia ariana sotto Costanzo. - IV. L'a. dopo Costanzo.
I. Considerazioni preliminari. - La controversia ariana è stata una delle più lunghe e delle più gravi de'la storia della Chiesa, essendo durata allo stato acuto per quasi un secolo, turbandone profondamente la vita. Si erano viste, nei primi secoli, altre eresie, ma erano sparite abbastanza presto senza causare simile tumulto. Se l'a. ha fatto tanto chiasso, se la sua storia è così aggrovigliata, ciò dipende dal fatto che gli imperatori, divenuti cristiani, vollero immischiarsi della cosa sotto pretesto di assicurare l'unità religiosa dell'impero. Se Costantino e Costanzo avessero chiuso l'orecchio alle proposte di alcuni ariani simulati, abili cortigiani, la controversia sarebbe terminata come le eresie precedenti. Condannati a Nicea come a Roma

- e Nicea non sarebbe stata necessaria - Ario e i suoi, seguaci avrebbero avuto la sorte di un Artemio, di un Sabellio o di un Paolo di Samosata, e la storia avrebbe ignorato questa serie interminabile di sinodi e di professioni di fede, di decreti d'espulsione e d'esilio lanciati contro i vescovi, che costituiscono la trama di questa lamentevole questione. Il cesaropapismo imperiale è dunque responsabile di tutta questa crisi.

Dalla stessa causa deriva anche la parte principale tenuta in questa storia dalle questioni personali. Non osando attaccare direttamente la definizione di Nicea, che essi avevano firmata contro la loro volontà, Eusebio di Nicomedia e gli altri prelati di corte si vendicarono dei difensori di quel Concilio e rivolsero contro di essi le violenze del potere. Da qui questo accanimento contro alcuni vescovi, in particolare contro s. Atanasio di Alessandria, portabandiera dell'ortodossia nicena.

L'imperatore Costanzo tormentò in ogni modo i vescovi per far loro firmare successivamente delle formole più o meno imprecise, più o meno contraddittorie, con le quali sperava realizzare l'unità religiosa. A un dato momento, mediante l'astuzia e la violenza, egli ottenne la firma della formola di Rimini-Costantinopoli da parte della massa dell'episcopato di Oriente e d'Occidente: il che permise a s. Girolamo di scrivere la seguente frase, in cui entra più retorica che verità : «L'universo intero gemette e si stupì di trovarsi ariano».

L'insieme della cristianità non fu mai ariano. Anche a Rimini ed a Seleucia, e dopo come prima, la grande maggioranza dell'episcopato conservò la fede nella vera divinità del Figlio di Dio fatto uomo e nella Trinità cattolica. Essa interpretava in questo senso le formole vaghe che le avevano fatto sottoscrivere. Ciò che lo prova è il disaspore generale dei firmatari, che seguì subito dopo, prima in Occidente, poi in Oriente. Certo è che la storia dell'a. mostra la necessità di un'autorità infallibile nella Chiesa, anche al di fuori del concilio ecumenico, cioè di quell'autorità che aveva mantenuto l'unità cattolica nei tre primi secoli, al di fuori di ogni ingerenza del potere secolare, quella del vescovo di Roma, successore di s. Pietro.

E impossibile scrivere qui, anche in riassunto, la storia così complicata della controversia ariana. Parlarne più a lungo sarebbe del resto inutile, poiché tutti i grandi nomi di ortodossi o di eretici che sono stati immischiati nell'affare, tutti i concili di qualche importanza che vi si riferiscono, formano oggetto di articoli a parte.

Questa storia può dividersi in tre fasi principali : 1^{°} l'a. dalle origini alla morte di Costantino (verso il 320-37); 2^{°} l'a. sotto Costanzo (337-61); 3^{°} l'a. dopo la morte di Costanzo (361-81).
II. L'a. fino alla morte di Costantino. - Gli inizi della controversia ariana prima del Concilio di Nicea sono molto oscuri. Probabilmente verso il 320 Ario, prete della Chiesa alessandrina di Baucalia, cominciò ad insegnare pubblicamente la sua teoria sul "Logos». Invitato dal suo vescovo, Alessandro, ad uniformarsi all'insegnamento tradizionale, egli si rifiutò e raggruppato intorno a sé un certo numero di chierici e di laici, per mezzo di lettere fece appello a parecchi antichi allievi del prete Luciano d'Antiochia, fra i quali si trovava Eusebio, vescovo di Berito, più tardi vescovo di Nicomedia. Alessandro condannò allora, in un concilio, il novatore, che subito fuggì a Cesarea di Palestina, dove il vescovo Eusebio gli fece

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buona accoglienza. La contesa si inasprì non solo in Egitto, ma anche in l'alestina, in Siria, in Asia Minore. Il vescovo di Alessandria notificò l'errore e la condanna di Ario all'episcopato di Oriente e al papa Silvestro. La questione si trovava a questo punto, quando l'imperatore Costantino, vinto Licinio (323), tentò di riportare la concordia, mandando in tutta fretta ad Alessandria il vescovo di Cordova, Osio. Il tentativo di conciliazione non riuscì. Allora l'imperatore riunì il Concilio di Nicea (325). La grande maggioranza dei vescovi riuniti - ca. 300, forse meno proclamò la sua fede nella divinità del Figlio di Dio fatto uomo e nella Trinità cattolica, mediante una formola in cui il tratto principale è l'espressione: GassGens; 7611255: il Figlio è consostanziale al Padre. Il numero degli oppositori fu di diciassette, che finirono per sottoscrivere il simbolo, salvo due vescovi egiziani, subito esiliati, come Ario e due dei "collucianisti» più in vista, Eusebio di Nicomedia e Teognide di Nicea, i quali però avevano votato con la maggioranza.

L'affare sembrava terminato, ma non lo era. La sorella dell'imperatore, Costanza, guadagnata segretamente all'eresia, ottenne la grazia di Eusebio e di Teognide. Anche Ario fu richiamato, dopo che ebbe firmato una formola equivoca. Da allora Eusebio di Nicomedia divenne il consigliere ascoltato di Costantino cui ispirò una serie di misure contro i difensori della definizione di Nicea. Furono successivamente deposti Eustazio d'Antiochia (330), Atanasio d'Alessandria (335), Marcello d'Ancira (336), l'ortodossia del quale era molto sospetta perché era seguace deciso dell'omoutior niceno ma l'interpretava in un senso sabelliano. Parecchi altri preti ortodossi ebbero la stessa sorte. Non si toccava la formola di Nicea, che restava ufficialmente intatta, ma si espellevano i suoi difensori per sostituirli con degli arianizzanti. Tale era la situazione, alla morte di Costantino (337).
3. La controversia ariana sotto Costanzo. Sotto i successori di Costantino, la persecuzione contro gli ortodossi cessò per qualche tempo. Atanasio e gli altri vescovi esiliati poterono ritornare al loro seggi. Finché visse l'imperatore d'Occidente, Costante (337-50), favorevole ai cattolici, non soltanto l'Occidente restò al riparo dagli intrighi ariani, ma anche in Oriente non avvenne niente di troppo grave, malgrado il favore accordato agli eusehiani da Costanzo II, imperatore di Oriente. Bisogna segnalare tuttavia il secondo esilio di Atanasio (339-46), il suo viaggio a Roma, il Concilio Romano del 340 , in cui il papa Giulio annullò le sentenze orientali, decorrere contro Atanasio ed altri niceni, le trattative tra gli imperatori per la riunione di un concilio ecumenico a Sardica (343), la secessione degli eusehiani e la loro aperta rottura col Papa e gli occidentali. Già al Sinodo d'Antiochia del 341, essi avevano sostituito al simbolo di Nicea quattro formole differenti, in cui la parola consostanziale non appariva affatto. Mediante l'astuzia, Costanzo permise ad Atanasio di rientrare ad Alessandria, dove poté restare fino al 356 . Ma dopo la morte di Costante, essendo divenuto unico imperatore per tutto l'impero, egli diede apertamente il suo favore al partito ariano, sempre all'erta, anche dopo la scomparsa del suo capo, Eusebio di Nicomedia (341). I capi del partito si trasferirono allora in Occidente e manovrarono in parecchi sinodi per far allontanare Atanasio. Non vi riuscirono. I vescovi recalcitranti, come Ilario di Poitiers, Eusebio di Ver-
celli e il papa Liberio, furono esiliati. Nel 357 gli antiniceni trionfarono apertamente. Ma essi erano lungi dall'intendersi tra di loro. Allora apparvero i due partiti estremi : gli anomei e gli omeusiani, di cui abbiamo parlato sopra. Vincitori per un istante, gli anomei caddero in disgrazia (358) e vantaggio degli omeusiani di Basilio di Ancira. Ma i veri ariani ripresero subito il sopravvento e furono abbastanza fortunati da far firmare la loro formula dalla grande maggioranza dell'episcopato nei due Concili di Rimini e di Seleucia (359) dopo varie peripezie. Sebbene la vittoria fosse solo apparente, Costanzo, morendo (361), poté darsi l'illusione di aver realizzato l'unità religiosa nel suo impero.
4. L'A. dopo la morte di Costanzo (361-81). Sotto i brevi regni di Giuliano l'Apostata (361-63) e di Gioviano (363-64) la questione ariana ebbe tregua. L'episcopato occidentale ne approfitto per riprendersi e cancellare l'onta della capitolazione di Rimini. Eccettuati alcuni arianizzanti, che riuscirono a mantenersi nei loro seggi ancora per qualche tempo, il ritorno ufficiale alla fede di Nicea fu completo. La tranquillità si mantenne sotto il regno cattolico di Valentiniano I (364-73). In Oriente, dove la confusione era estrema in seguito alle molteplici espulsioni di vescovi di ogni specie, la calma non durò a lungo, fuorché in Egitto, dove si lasciò morire in pace s. Atanasio. Questi aveva fatto sentire il risveglio dell'ortodossia e preparato le pratiche future mediante il suo Concilio di Alessandria del 362 e il suo Tomo agli Antiocheni. L'imperatore d'Oriente, Valente (364-78), si pronunziò per l'a. sotto la forma dell'omeismo, stabilita a Rimini-Costantinopoli. I cattolici furono perseguitati, ma non dappertutto. Il loro grande torto fu quello di essere divisi tra loro per questioni di persone e di formole. Le due controversie apollinarista e macedoniana, scoppiate in quest'epoca, complicarono ancora la situazione. In questo momento intervenne l'azione benefica di tre dottori cappadoci Basilio di Cesarea, Gregorio di Nissa, suo fratello, e Gregorio di Nazianzo. Essi chiarificarono la dottrina cattolica sulla Trinità, la liberarono dalle logomachie sorte intorno alle parole ovvia ed ipostasi, agirono per realizzare un accordo ufficiale con Roma e i cattolici d'Oriente. La morte di Valente e l'assunzione all'impero di Teodosio, divenuto unico imperatore, favorirono il ritorno dell'Oriente all'ortodossia. Questo ritorno fu consacrato ufficialmente al Concilio ple nario di Costantinopoli nel 381 , divenuto in seguito il secondo ecumenico. Ormai l'a. non sussiste più nell'impero che allo stato di setta condannata e più o meno perseguitata. Gli imperatori la tollerarono presso i mercenari Goti, che ingrossavano le loro armate. Esso si conservò solo presso i barbari d'Occidente.
Bibl.: Le fonti sono le stesse che sono state indicate per l'esposizione dottrinale, utilizzate con varia critica da tutte le storie della Chiesa un po' sviluppate. Bisogna preferire le più recenti, che tengono conto degli innumerevoli lavori particolari che sono stati scritti sulla controversia ariana. La storia dell'a. abbonda di questioni oscure, di punti controversi, soprattutto per quanto riguarda le date degli avvenimenti e l'autenticita di un certo numero di documenti. I lavori più recenti sono indirati nelle bibliografie dei capitoli del s. III della Storia della Chiesa, di A. Fliche e V. Martin., vers. ital., Torino [1940], riferentesi all'a., e nel corso stesso dei suoi capitoli L. Duchesse, Histoire ancienne de l'Eglise, II, Parigi 1907, offre una narrazione molto chiara e piena di interesse di tutta la controversia. < anche: H. M. Oreshin, Studies of Arianism, ²² ed., Cambridge 1900; Tillemont, VI, pp. 239-633; VII, pp. 1-258. Sui concili del sec. iv, v. Hefele-Leciercq, I e II; P. Batiffol, La paix constantinienne et le catholicisme, Parigi 1914; J. P. Kirsch, Kirchengeschichte, I, Friburgo in Br. 1930. Martino Jugie

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ARIANI MODERNI. - Sono una rifioritura degli antichi seguaci di Ario (v.). Oggi, meglio che a., sono chiamati unitari, antitrinitari (v.), e, qualche volta, so