7, offre una narrazione molto chiara e piena di interesse di tutta la controversia. < anche: H. M. Oreshin, Studies of Arianism, ²² ed., Cambridge 1900; Tillemont, VI, pp. 239-633; VII, pp. 1-258. Sui concili del sec. iv, v. Hefele-Leciercq, I e II; P. Batiffol, La paix constantinienne et le catholicisme, Parigi 1914; J. P. Kirsch, Kirchengeschichte, I, Friburgo in Br. 1930. Martino Jugie
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ARIANI MODERNI. - Sono una rifioritura degli antichi seguaci di Ario (v.). Oggi, meglio che a., sono chiamati unitari, antitrinitari (v.), e, qualche volta, sociniani, dai due senesi Lelio (1525-62) e Fausto (1539-1604) Sozzini (Socini).
Il loro credo può dirsi contenuto in queste poche linee : paternità di Dio, fratellanza umana, guida di Gesù, salvezza a mezzo del carattere e costante progresso evolutivo dell'umanità.
Come corpo autonomo e distinto dalle altre sètte protestanti, gli a. m. sembrano essersi organizzati nell'anno 1568, allorquando il vescovo David Ferenca stabili il primo nucleo unitario a Cluj-Kolczsvar in Transilvania, dove, alla fine del secolo, si contavano 425 comunità unitarie. Altri storici fanno invece risalire l'organizzazione dell'arianesimo ad un gruppo di irrequieti eretici italiani i quali, dopo la loro apostasia da Roma, riparatisi all'estero, si ribellarono presto anche alla teocrazia instaurata a Ginevra da Calvino. Tra questi primeggiano tre apostati piemontesi : il medico saluzzese Giorgio Biandrata (v.), il saviglianese Giovanni Paolo Alciati (v.), e Matteo Gribaudo (v.). Ad essi vanno aggiunti il calabrese Giovanni Valentino Gentile e i tre senesi Lelio e Fausto Socini e Bernardino Ochino (v.).
Nel 1567 il Biandrata pubblicò la sua opera De falsa et vera Dei Patris et Filii et Spiritus Sancti agnitione, nella quale dice formalmente di ricollegarsi, per il suo unitarismo, a tutte le vere o supposte correnti antitrinitarie precedenti, da Ario a Gioacchino da Fiore (v.), da Erasmo a Serveto (v.).
In Polonia, gli antitrinitari italiani ed i loro discepoli propagarono largamente la loro eresia, specie Fausto Socino col suo trattato De Jesu Christo Servatore, in cui nega il sacrificio espiatorio del Figlio di Dio, mentre sostiene che la sua opera si esercita direttamente sull'uomo non in virtù della croce, ma per il suo esempio, imitando il quale si ottiene la vita eterna. Per tal modo l'imitazione di Cristo assume un puro valore umanistico, e riflette non la luce salvifica del Calvario, ma quella dei circoli umanistici italiani di Basilea e le correnti razionalistiche patavine.
Dalla Polonia l'unitarismo si diffuse in Inghilterra, ove oggi si contano 350 comunità unitarie. Ampia diffusione si ebbe pure nell'America del Nord, nella quale, sostenuta da Jefferson, l'eresia si affermò a mezzo dell'eloquenza di W. E. Channing (1780-1842), dell'Emerson e di Teodoro Parker (1810-60). Le 370 comunità unitarie degli Stati Uniti contano oggi ca. 600.000 membri, in costante diminuzione.
BibL.: G. Bones-Maury, Les Origines du Christianisme Unitaire chez les Anglais, Parisi 1881; E. Burnat, Lelio Socin, Vevey 1894; A. Pascal, Antitrinitari Piemontesi : G. P. Alciati, Pinerolo 1920; F. Meli, Spinoza e due antecedenti italiani dello spinozismo, Firenze 1934; D. Cantimori, Eretici italiani del Cinanecento, ivi 1939.
Piero Chiminelli
ARIANNA, santa, martire. - Chiamata Maria nelle versioni latina (BHL, 5422) e sirıaca (BHO, 682) della Passio greca (BHG, 165), era schiava d'un Tertullo, ricco signore d'una città di provincia non determinata, che per l'autore della Passio greca è Primnesso nella Frigia Salutare. Tertullo, pagano e benemerito della città, è accusato di dare ricetto a cristiani, ma il giudice lo proscioglie dall'accusa. A. rifiuta di sacrificare; condannata alla tortura, non le è applicata per richiesta dei presenti, anzi le si concedono 3 giorni di dilazione. A. dichiara al giudice che si deciderà per ciò che più le gioverà. Il sin qui riferito è il sunto di due documenti di alto valore storico (processo di Tertullo e interrogatorio di A.) che
l'autore della Passio greca, della seconda metà del sec. IV, ha incastonato in un racconto fantastico che si chiude col nascondimento miracoloso di A. nel seno di una rupe. L'epoca del martirio rimane incerta tra II e iv sec.
Pesu: in Oriente è ricordata al 18, 25, 26, 27 sett.; in Occidente al 1^{°} nov., sotto il nome di Maria, nei martirologi Geronimiano e Romano; in quest'ultimo, il Baronio l'inserì anche al 17 sect., sotto il nome di A.
BibL.: Martyr. Hierosyminum, p. 483; Senax. Constantinop., coll. 57-58, 81-83, 953; Martyr. Romanum, pp. 403, 480; Acta SS. Septembris, V, Anversa 1755, p. 459; Necembris, I. Bruxelles 1887, pp. 194-207. P. Franchi de' Cavalieri, I martirii di s. Teodoto e di s. Ariadne, (Studi e Testi, 6) Roma 1901; id., Note agnografiche, I (Studi e Testi, 8), ivi 1902.
A. Pietro Frutas
ARIANO, Diocesi di. - Nella regione irpina, provincia di Avellino, suffraganea di Benevento, conta 24 parrocchie, 44 sacerdoti diocesani e 9 regolari. Superfice della diocesi: 463 mathrm{kmq}. ; popolazione : 62.000 ab., quasi tutti cattolici, di cui 21.000 ca. nel comune di A. Patrono: s. Ottone.
Centro degli Irpini, si fuse con una località romana di sosta sulla via Appia Traissa, donde il nome di Ara Iani. Divenuta contea sotto i Longobardi, fu poi conquistata dai Normanni e fatta sede da Ruggero II di un parlamento (1140). Nel sec. xili fu data da Carlo d'Angiò in feudo ai Vaudemont; passò, nel sec. xv, ad Attendolo Sforza e più tardi ai Carafa. Gravemente danneggiata da terremoti ed eruzioni del Vesuvio ( 1546 , 1781, 1930) sempre risorse. E leggendaria la tradizione che ne fa evangelizzatore s. Pietro. Non si hanno tracce dell'erezione del vescovato fino al sec. x; nel Concilio Romsno del 969, Giovanni XIII sottopose all'arcivescovato di Benevento alcune diocesi della regione, tra le quali A. Il primo vescovo, di cui si hanno notizie sicure, è Meinardo di Poitiers (1070). La Cattedrale fu eretta dal vescovo Nicola degli Ippoliti, portata a termine e consacrata dal vescovo Diomede Carafa nel 1512; il seminario fu fondato nel 1564.
BibL.: Ueholli, VIII, coll. 212-24; T. Vitale, Storia della città di A. e sua diocesi, Roma 1794; Cappelletti, XIX, pp. 117 158; G. Grasso, Studi di storia antica e di topografia storica, Ariano 1894-96; N. Flammia, Storia di A., ivi 1908. Cf. Eubel, I-III, passim.
Noemi Crostaroza Scipioni
ARIAS, Francisco. - Scrittore ascetico, n. a Siviglia nel 1533, fattosi gesuita nel 1561, essendo già sacerdote e graduato all'Università d'Alcalá, m. a Siviglia il 23 maggio 1605.
Pubblico a Valenza ( 1588 ), sotto il titolo comune di Aprocechamento espiritual, una serie di trattati abbastanza personali sul progresso spirituale, la diffidenza di sé, l'orazione (specialmente raccomandato, questo trattato, da s. Francesco di Sales e Filores), la presenza di Dio, la mortificazione, l'imitazione della S.ma Vergine, con un rosario di 50 misteri imitato dal Blosio. Di maggior mole, ma anche più prolisso, è il suo Libro de la Inclusión de Cristo Nuestro Señor ( 5 voll., Siviglia 1591-1602); nel primo volume tratta dei beni che abbiamo in Cristo; nel secondo e nel terzo delle virtù di cui ci è esempio. Queste opere hanno avuto molte traduzioni e rivelazioni fino al sec. xix.
BibL.: A. Astrain, Historia de la Comp. de Jesús en... España, IV, Madrid 1912, pp. 81-83 e 760-61; J. de Guibert, a.v. in DSp. I, vol. 844 sg.; Sommervogel, I, coll. 240-49; J. E. UriarteM. Lecina, Biblioteca de escritores de la Comp. de Jesús... de España, I, Madrid 1925, pp. 279-92.
Edmundo Lamalle
ARIAS DE ARMENTA, Alvaro. - Scrittore ascetico gesuita, n. a Siviglia nel 1577, m. a Roma il 29 genn. 1643. Entrato nella Compagnia nel 1593, fu rettore dei noviziati di Montiglia e Siviglia e di vari collegi, provinciale e finalmente assistente generale per la Spagna. Tra i suoi trattati è notevolissimo Encomia sanctissimae Eucharistiae et beatissimae Virginis Mariae (Siviglia 1615). Il Contrato espiritual del hom-
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bre con Dios (Baeza 1639), sotto forma dialogica, interlocutori lo sposo e la sposa, espone la perfezione della carità. Famose nella sua provincia religiosa furono le Meditationes ad s. Ignatii exercitia... in usum tironum, inedite.
Bibl.: Sommervogel, I, coll. 249-51; Hurter, III, col. 217; A. Axtolin, Historia della Compañia de Jesús en la Asistencia de España, I, Madrid 1916, pp. 52 e 100. Felicissimo Tinivella
ARIAS MONTANO, BENTO. - Orientalista, esegera ed umanista spagnolo, n. nel 1527 a Fregetial de la Sierra, m. a Siviglia il 6 luglio 1598. Sacerdote verso il 1555 , fece professione religiosa nel 1560 fra i Cavalieri di Santiago. Dal maggio 1562 è al Concilio di Trento come teologo del suo confratello Martín Pérez de Ayala, vescovo di Segovia; ritorna all'inizio del 1564 al suo austero romitaggio di Peña de Alájar (oggi Peña de A. M.), presso Siviglia. A rara virtù univa una potenza di lavoro e un'erudizione veramente gigantesca, tanto che i posteri lo tennero in fama di mago. Per volere del re fondò la biblioteca dell'Escorial ( 1566 ), che continuò poi ad arricchire di manoscritti procurati da ogni parte, lasciandole infine la sua ricca collezione di manoscritti ebraici, arabi, latini e greci.
La sua opera più vasta è l'edizione della Bibbia detta Polyglotta regia, o d'Anversa, da lui elaborata ad Anversa negli anni 1568 -72, per volere di Filippo II, pubblicata presso il tipografo Cristoforo Plantin dal 1569 al 1573 , in 8 voll.: Biblia sacra, hebraica, chaldaice, graece et latine, Philippi II Regis Catholici pietate et studio ad Sacrosanctae Ecclesiae usum, cura et studio B.A.M.
Nei primi 3 voll. è il testo sacro nelle quattro lingue (nel V, con il Nuovo Testamento, vi è il siriaco); è in sostanza la Poliglotta complutense migliorata e completata. Gli ultimi 3 voll. sono opera nuova. Il VI ha grammatiche e lessici del greco, siriaco (di A. Maes), caldaico (di Guy Lefèvre de la Boderie), ebraico (di S. Pagnini). Il VII ha l'apparato critico: una versione (rifacimento di quella di S. Pagnini) del Vecchio Testamento ebraico, un'edizione critica del Nuovo Testamento greco con la Volgata e una nuova versione di A., tutti lavori che furono spesso ristampati a parte. L' VIII comprende il trattato di A. sugli idiotismi ebraici del Vecchio Testamento e nove suoi trattati storico-archeologici sul Vecchio Testamento (pubblicati a parte: Antiquitatum iudaisorum II. IX, Leida 1593, e tra i Critici sacri, Londra 1660), che gli hanno meritato il titolo di "Padre dell'archeologia biblica".
Il lavoro, dottissimo, suscitò diffidenza a Roma per l'eccessiva dipendenza di A. da influssi talmudici e rabbinici: sembrava inoltre ad alcuni cardinali minacciata l'autorità della Volgata. Recatosi a Roma, A. ottenne da Gregorio XIII un breve di privilegio ( 23 ag. 1572). Fu pregato di rimanere a Roma, ma dové tornare ad Anversa per ordine del re. Riapparve a Roma nel 1575 per difendersi dalle accuse (tendenze giudziche ed ereticali) presentate da León de Castro dinanzi all'Inquisizione di Spagna; A. fu assolto, ma il dotto gesuita Mariana nel suo vordetto di censore (1579), pur riconoscendone l'ortodossia, negò il valore scientifico della Poliglotta.
Cappellano e consigliere molto ascoltato di Filippo II, cui scriveva liberamente da Anversa (ove visse dal 1568 al 1576), diresse la politica religiosa delle Flandre. Sotto la guida di A. fu redatto il severo Index expurgatorius, promulgato dal duca d'Alba (1571). Diresse le edizioni del Breviario e del Messale per la Spagna (Anversa, Plantin, 1569-71). Nel 1576 si fece richiamare in Spagna e si stabili all'Escorial come bibliotecario. Con una missione segreta ( 1578 ) preparò l'annessione del Portogallo alla Spagna (1580). Rientrò allora, rifiutando l'episcopato offertogli dal re, al suo romitaggio di Peña. Intervenne, molto onorato, al Concilio di Toledo (1582-83), che promulgò il Concilio di Trento. Dal 1584 , rinunziando alla cappellania reale, visse tra i suoi confratelli di Santiago.
Più filologo e critico che teologo, A., versatissimo nelle lingue semitiche (ebraico, aramaico, siriaco, arabo), classiche e moderne, si preoccupava solo del senso letterale, intendendo con ciò fare opera apologetica contro i protestanti. Del suo progetto di commento dell'intera Bibbia, poté ultimare solo il Nuovo Testamento e pochi libri del Vecchio (presso Plantin, Anversa): 12 Profeti minori (1571), l'angeli e Atti (1575), Epistole degli Apostoli e Apoc. (1588), Ins. (1583), Indic. (1592), Is. (1599), i primi 31 salmi di David (1605). Del vagheggiato Opus Magnum di sintesi biblica pubblicò solo: Liber generationis et regenerationis Adam (1593), sulla teologia biblica, e Naturae historia prima (1601), sulle scienze nella Bibbia. Tradusse per primo dall'ebraico in latino (1575) l'irinerario (Massal'ōth) dalla Spagna a Bagdad (tra il 1139 e il 1173), passando per la Palestina, di Beniamino di Tudela.
L'attività scientifica di A. non deve far dimenticare il suo bel manuale ascetico ispirato alla vita di Cristo e degli apostoli (Dictatum christianum sive communes et aptae discipulorum Christi omnium partes, Anversa 1575), né i suoi numerosi poemi e inni latini (già nel 1552 A. fu solennemente incoronato poeta ad Alcalá), quasi tutti di argomento religioso, che rivelano il fine umanista, tra cui Humanae salutis monumenta (Anversa 1571), Hymni et saecula (ivi 1593) suo capolavoro. Ristretta fu la sua produzione in castigliano; ma la sua Pardfrasis sobre el Cantar de los Cantares è stata paragonata all'analogo poema di s. Giovanni della Croce.
In suo onore il governo spagnolo ha fondato a Madrid nel 1940 l'Instituto A. M. de Estudios Hebrdicos y Oriente Próximo.
Bibl.: Hurter, III, ³² ed., coll. 215-22; M. Menéndez y Pelayo, Historia de las ideas estéticas en España, III, ³² ed., Madrid 1920, pp. 230-34; A. Bell, B. Arias M., Oxford 1902; A. Lambert, s. v. in DHG, IV, coll. 129-45 (con elenco completo delle opere) : Revista Española de estudios biblicos, Malaga, febbr. 1928, numero unico per il 4^{°} centenario della nascita di A.; S. Diego, En el IV centenario del Dr. A. M. La versión mé-trico-latina del salterio hebraico, in Estudios eclesiásticos, 7 (1928), pp. 76-82; L. Morales, Avance para una bibliografia de obras impresas de A. M., Badajoz 1928; id., A. M. y Apolonio de Tiano en la leyenda, in Boletin Cuicero., Madrid 1931, pp. 186189; L. Pfandl, Geschichte der spanischen Nationalliteratur, Friburgo in Br. 1929, pp. 130-64; A. Ratti (Pio XI), S. Carlo, Benedetto Arias M., Giov. Stefano Lainati, in Scritti Storici, ed. P. Bellezza, Firenze 1932, pp. 263-71; G. Mercati, Un tentativo d'istradores nuove sequenze sotto Gregorio XIII, in Operemineri, III, Città del Vaticano 1937, pp. 26-29; J. Hurtado e A. G. Palencia, Historia de la literatura española, ⁴² ed., Madrid 1940, pp. 453 sg., 1053; A. G. de la Fuente, A. M., in La Ciudad de Dios, 123 (1941), pp. 9-56; M. R. Pasos, En torno A. M. y su Biblia (curtas inéditas), in Archico Ibero-Americano, 1942, pp. 469-84.
Antonino Romeo
ARIBERTO (HARIBERT, comunemente HERIBERT), santo. - Figlio del conte Ugo di Worms, n. nel 970 ca., m. il 16 marzo 1021. Educato a Gorze e consigliero di Ottone III, nel 999 fu eletto arcivescovo di Colonia. Presente, nel 1002, a Paterno del Soratte alla morte di Ottone III, riportò la sua salma e le insegne dell'impero in patria. Avversato da Enrico II, lasciò la politica, dedicandosi unicamente al governo spirituale della sua diocesi. Fondò nel 1002 l'abbazia benedettina di Deutz.
Il suo culto ci è assicurato da documenti quasi coevi. La bolla di canonizzazione però si ritiene spuria (Martyr. Romanum, p. 100). La festa si celebra il 10 marzo, la traslazione il 20 ag. Le reliquie (pianeta e pastorale), conservate prima nella chiesa abbaziale di Deutz, si trovano ora in quella neoromanica di S. Eriberto con il celebre «Heribertsedireit», grandioso reliquiario romanico ( 1170 ca.) con tondi di smalto.
Bibl.: La Vita et Miracula (BHL, n. 1827) del monaco Landetto di Deutz (scritta ca. il 1056), in MGH, Script., IV, pp. 739-53; la stessa vita, riveduta da Ruperto da Deutz (BHL, n. 1830), in Acta SS. Martii, II, Parigi 1865, pp. 459-83; G. Zillichen, Der Kölner Festkalender, Bonn 1916.
Giuseppe Löw
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ARIBERTO (Eriberto) d'Antimiano. - Arcivescovo di Milano (1018-45), discendente da stirpe cavalleresca della Lombardia, fu principe della Chiesa più politico che religioso, implicato in tutti i conflitti d'ordine temporale, che sconvolgevano il clero prima della riforma gregoriana. Per opera soprattutto dell'imperatore Enrico II fu elevato alla sede di s. Ambrogio e consacrato il 20 marzo 1018. Si trovò spesso alle corti di Strasburgo, di Venezia e altrove. Il 10 ag. 1022 sottoscrisse gli atti del Concilio di Pavia, dopo papa Benedetto VIII. Sotto Corrado II (1024-39), per averne protezione contro la nobiltà longobarda, si uni strettamente al sovrano germanico, lo coronò nel 1026 re d'Italia e l'accompagnò a Roma per l'incoronazione imperiale avvenuta il 26 marzo 1027. L'imperatore e il papa Giovanni XIX gli confermarono grandi privilegi, uno dei quali era la precedenza sull'arcivescovo di Ravenna. Ai lodigiani impose il vescovo per diritto di guerra. A. combatté ovunque per il suo signore imperiale. Ricordiamo solamente la guerra contro Oddone, conte di Champagne, combattuta nel 1034, ritornando dalla quale si trovò di fronte alla rivolta dei suoi vassalli (valvassori) che aveva maltrattati. La lunga e indecisa lotta, che A. dovette sostenere, fu chiusa con l'intervento dell'imperatore, che cercò di riconciliare gli avversari in una dieta pubblica a Pavia. Avendo però più tardi l'imperatore scoperto che A. fomentava il malcontento serpeggiante tra i milanesi contro di lui, lo fece arrestare. Riuscito ad evadere si fortificò a Milano, che l'imperatore cinse d'assedio. Anche dopo la ritirata delle truppe imperiali, A. curò la difesa di Milano con l'istituzione di una milizia comunale contraddistinta dal vessillo del famoso "carroccio", su cui erano innalzati un crocifisso e due bandiere bianche. Nel ro4o a Ingelheim A. fece la pace col nuovo imperatore Enrico III e negli ultimi anni della sua vita dovette ancora comporre la lite sorta fra la nobiltà e la cittadinanza di Milano. Morì il 16 genn. 1045 .
Bibl.: F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia; Lombardia, parte 10: Milano, Firenze 1913, pp. 386-410 (con bibliografia precedente); E. Wunderlich, Aribert von Antemiano, Erzbischof von Mailand, Diss., Halle 1914; P. Richard, s. v. in DHG, IV, col. 157 sg. Lucchesio Spätling
ARIBONE. - Arcivescovo di Magonza (1021-31), della famiglia dei conti palatini Bavaresi e perciò parente dell'imperatore Enrico II (1002-24). Iniziò come diacono a Salisburgo e divenne ben presto cappellano dell'imperatore Enrico II. Fu dal medesimo elevato alla sede arcivescovile di Magonza mediante l'investitura ricevuta nel monastero di Gandersheim, al quale nel ro3o rinunciò in seguito alla prolungata ostilità dei vescovi di Hildesheim Bernwardo e Godehardo. A. si adoperò per l'elezione dell'imperatore Corrado II (1024-39), che consacrò egli stesso nella chiesa metropolitana di Magonza. Ciò nonostante A. più che gli affari politici curò gli interessi della Chiesa e del suo arcivescovato. Zelo il culto divino e la disciplina ecclesiastica, come dimostra il Sinodo di Seligenstadt celebrato già nell'ag. 1022. Dotato di alta cultura, promosse le scienze, soprattutto con la nomina di Ekkehardo IV di S. Gallo a direttore delle scuole di Magonza.
I contemporanei ne elogiarono il senso ecclesiastico, la prudenza, la giustizia, l'interesse per la costruzione e la decorazione del Duomo. A causa di una differente concezione su questioni matrimoniali, ebbe qualche contrasto col papa Benedetto VIII (1012-24), ma la sua incrollabile fedeltà verso la Chiesa di Roma
rimane provata dalla partecipazione all'incoronazione dell'imperatore Corrado II avvenuta in Roma l'anno 1027, come pure dalla sua presenza al Sinodo Lateranense di quell'anno, soprattutto poi dal pellegrinaggio "ad limina Apostolorum", che compì nel 1031. Morì a Como nel viaggio di ritorno; il suo corpo fu sepolto nella chiesa cattedrale di Magonza, dove l'anno 1925 ne fu ritrovato il sepolcro.
Bibl.: Lettere edite da Ph. Jaffe, Bibliotheca rerum germanic., III. Berlino 1886, pp. 358-72: J. F. Böhmer-C. Will, Regesten zur Geschichte der Minister Erzbricbith. 1, Innsbruck 1877, pp. xivi seg. 150 seg.; R. Müller, Erzbichaf Aibo von Minim, Dissert., Gottingr 1881; W. Dutech, Die Kuchenpolitik des Erzbischofs Aribo von Mainz, Dissert., Marburg 1890; J. Kippenberger, Beiträge zur Geschichte des Erzbischots A. v. M., Dissert., Lipsis 1909; C. Will, s. v. in Viersen-Welte, Kirchenlexikon, I, Friburgo in Br. 1882, coll. 1294-96; J. Schmidt, s. v. in LThK, I, col. 624; P. Richard, s. v. in DHG, IV, col. 358 sg.
Lucchesio Spätling
ARIBONE SCOLASTICO (Aribo Scholasticus). Musicista, vissuto nel sec. xi. Fu, con Giovanni di Liegi, il noto ed autorevole divulgatore delle teorie di Guido d'Arezzo. Ci ha lasciato un trattato De musica, riprodotto in Scriptores ecclesiastici dal Gerbert. Sembra nato a Frisinga, perché il p. Martini, in un suo manoscritto, conservato nel liceo musicale di Bologna, lo chiama Frisingensis.
Bibl.: M. Gerber, Scriptores ecclesiastici de musica sacra, II, St-Blasien 1784, pp. 197-230. Francesco Coradini
ARIGANDA. - Antica città della Licia (Arybanda), oggi borge detto Aruf, ove si è trovato il testo di una curiosa petizione inviata a Massimine per domandare misure di persecuzione contro i cristiani. Questi, fanatico pagano, aveva cercato, dopo l'editto di tolleranza di Galerio ( 30 apr. 311), di ravvivare con ogni mezzo la persecuzione; tra gli altri espedienti provocò da parte di varie città lamenti contro i cristiani e domande formali di persecuzione (v. Eusebio, Historia eccl., IX, 4 e 7). Una fu quella ritrovata nel 1892 ad A. incisa sopra una lapide. E del 3110 312 e dice :
"Ai salvatori di tutto il genere umano gli augusti cesari Galerio, Valerio Massimino Flavio, Valerio Costantino,

(fol. Museo di Roma)
Ariganda - Calco del Museo di Roma dell' iscrizione bilingue di A. con la risposta favorevole dell'imperatore Massimino (testo latino) alla petizione (testo greco) fatta dagli abitanti della Licia e della Panfilia di perseguitare i cristiani. Il marmo originale è conservato nel Museo di Costantinopoli.
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Valerio Liciniano Licinio, supplica del popolo della Licia e della Panfilia: O divinissimi imperatori, avendo gli dèi vostri congeneri sempre favorito quelli cui sta a cuore il loro culto e che li pregano per la perpetua salute dei nostri invincibili imperatori, noi giudicammo bene di ricorrere alla vostra macstà immortale per domandare che i cristiani, i quali da tanto tempo sono empi e continuano tuttora ad esserlo, siano una buona volta repressi e non vengano meno con il loro culto malvagio e nuovo al rispetto dovuto agli dèi. E questo si otterrà, se con un vostro divino ed eterno decreto a tutti loro siano proibite le pratiche empie e sia altresi imposto ad essi di praticare il culto degli dèi vostri congeneri ed invocarli per la vostra eterna ed incorruttibile macstà: la qual cosa sarebbe evidentemente di grande vantaggio a tutti i vostri sudditi.
Rimane anche un tratto della risposta affermativa dell'imperatore.
BibL.: CIL, NIII, 12132 e 136256; E. Diehl, Inscriptizues lutinus christumne veteres, I, Berlino 1945, p. 1, n. 1 a-b; A. Mataresi, Limpere romano e il cristianesimo, Torino 1914, p. 488 sgg.: I. Barini, La politica religiosa di Massimino Dain. in Historia, 2 (1928), pp. 716-30. Antonio Ferrua
## ARICHAT: v. ANTICONISH.
ARICI. Cesane. - Poeta neoclassico, n. il 12 giugno 1782 in Brescia, m. nel 1836. Fu ascritto dapprima al tribunale criminale, e poi fu professore di eloquenza e di storia nel Liceo. Negli ultimi anni della sua vita fu anche nominato segretario dell'Ateneo bresciano.
Lodatissimo dal Monti e dal Giordani, ebbe fama soprattutto per i suoi poemetti didascalici: La coltivazione degli alivi, Il cavallo, La pastarizia, L'origine delle fonti, ingegnesi e formalmente elaboratissimi, ma freddi e privi di afflato poetico. Mise alla prova la sua abilità stilistica traducendo in versi sciolti tutto Virgilio e fingendo di tradurre dal greco gli Iuni di Bacchilide. Queste sue ultime opere vollero essere un contributo alle polemiche antiromantiche, che allora imperversavano e a cui prese parte anche direttamente. In seguito questo suo atteggiamento si andò mitigando, tanto che si può constatare in lui una certa evoluzione e un certo accostamento ai romantici, come appare dal suo earme in versi sciolti Il campanario di Brescia, dai suoi inni sacri e da un poema epico, di cui scrisse solo ir canti, La Gerusalemme distrutta.
La sua evoluzione tuttavia non rese più profondo il suo pensiero o più intenso il suo sentimento; ma rimase esperienza del tutto esterna e stilistica. Egli mosse dal Parini e dal Monti, ma via via che altri poeti ed altri generi letterari diventavano di moda egli li andò imitando. Per questo nelle sue opere si possono notare influssi del Foscolo, del Manzoni ed anche del Leopardi; ma come il mondo classico non fu da lui rivissuto, ricreato e adattato ai tempi, così la Bibbia e l'ispirazione che ne ricavò negli ultimi anni non gli dettero la forza di elevarsi poeticamente ad una meditazione e ad un sentimento schiettamente religiosi.
BibL.: A. Zanelli, Vita e opere di C. A., in Propagantore, 16 (1883, 11), pp. 156-83, 317-26; A. Sannaner, L'ultimo culture del genere didascalico : C. A., in Comment. dell'Ateneo di Brescia, 1931-32. Giambattista Salinari
ARIEL (ebr. 'ärl'él). - Termine ebraico biblico che, per la sua doppia etimologia (da 'ärl =leone = e da 'äräh = ardere » ), significa ora «leone di Dio» ora "focolare di Dio ", esprimendo simbolismi diversi.
1. Nome (s leone di Dio » ) di persona: uno dei ro (o 11) capi invisti a Casfia per invitare i Leviti e i Natinei al servizio del Tempio (Exd. 8, 16); il settimo figlio di Gad (Num. 26, 17, secondo i Settanta e la Volgata), la cui vera forma del nome è 'Ar'êll (Gen. 46,16).
2. In senso metaforico-iperbolico, ancor oggi in uso presso Arabi e Persiani, 'ärl'él o «leone di Dio» designa un guerriero valorosissimo (cf. l'egiziano 'ar'ar, "eroe "):
Banaia «uccise idue 'ärl'él di Moab» (II Sam. 23, 20; I Par. 11, 22, testo masoretico). Ma i Settanta, seguiti da R. Kittel (Die Hl. Schrift des A. Test., di E. Kautzsch, I, 4* ed., Tubinga 1922, p. 490) e da molti moderni, leggono: "i due figli di A. di Moab »: A. sarebbe il nome di un moabita. La Volgata traduce "percussit duos leones Moab»; ottengono lo stesso senso A. Klostermann e K. Budde, ammetendo il testo dei Settanta e separando 'ärl da 'él: "i due giovani leoni in Moab ".
3. L'altare degli olocausti è chiamato in Ez. 43, 15 sg. 'ärl'él «focolare di Dio ", perché vi arde il fuoco perenne che consuma le vittime (Lev. 6, 12 sgg.). Già nel sec. Ix a. C. il re moabita Meśa (stele, lin. 12) dice d'aver preso ad Israele Atarot "asportandone l' 'ar'el ( altare ") di Dâd (David?) ". Ezechiele (loc. cit.), con solenne paronomasia chiama anche har'êl ("monte di Dio ") lo stesso altare. E stato spesso accostato (specialmente da H. Gressmann) l'assiriaco aridlu, che designa il mondo sotterraneo.
4. Gerusalemme è chiamata simbolicamente cinque volte A. nell'oracolo minatorio - primo schema di descrizione apocalittica - di Is. 29, 1-7, nel senso più probabile di "focolare di Dio", cui sembra alludere il vers. 6 b. La città è considerata come "l'altare di Dio ", e il vers. 2 predice, nell'imminenza dell'invasione di Sennacherib, che "sarà come a.", cioè gronderà sangue come l'altare degli olocausti durante i sacrifici. "Jahweh ha il suo fuoco in Sion e la sua fornace in Gerusalemme" (Is. 31, 9; cf. 30, 33).
5. I più oggi intendono l'enigmatico 'er'ellám di Is. 33, 7, quale plurale di 'árl'él nel senso di "eroe" (v. sopra, 2): "i loro eroi (o : gli eroi) prideranno "; ciò sembra richiesto dal parallelismo con mal'áhe êallim. Ma le antiche versioni lo traducono come verbo (da râ'áh, "vedere "; Volgata: "videntes ·).
6. Basandosi su questo passo, la tradizione rabbinica, che intende mal'áklm ("messaggeri") nel senso di angeli (Volgata: "angeli pacis "), ha fatto degli 'ar'ellm ( i potenti ) la ⁵ᵃ delle sue ro categorie angeliche (M. Maimonide, I Fondamenti della Legge, II; D. Petavio, De Angelis, II, 1, 14). Nella posteriore credenza popolare e nella Cabbala, A. è uno spirito (generalmente cattivo) dell'acqua e dell'aria. Figura come spirito benefico nella Tempesta di Shakespeare e nel Faust di Goethe, ove corrisponde allo strömlall" avedese, demonizzazione del sommesso fremito musicale, in origine connesso all'acqua.
BibL.: F. M. Th. Bühl, Kanander und Hebräer, Lipsia 1911, p. 23; W. Gesenius-F. Buhl, Hebräisches und aram. Handwörterbuch, 17* ed., Lipsia 1921, pp. 62, 63 sg.: F. Feldmann, Das Buch Isaías, I, Monaco 1925, pp. 340-52; H. Gressmann, Der Abtsion, Gottinga 1929, p. 102 sg.: G. Procksch, Tezaías I, Lipsia 1930, pp. 369-76; H. G. Mar, "Ephod, and "Ariel", in Amer. Journal of Semit. Lang., 56 (1939), pp. 44-69. Antonino Romeo
ARIETE. - Quantumque la figura dell'a. appaia come ornamento decorativo sopra monumenti profani, esso costituisce un simbolo di cui il cristianesimo fece uso fino dalla prima età. Un episodio classico del Vecchio Testamento dà la ragione dell'attribuzione. Il sacrificio di Abramo vede profeticamente raffigurato nell'a. il Cristo. Riprodotto moltissime volte negli affreschi, sui sarcofagi, sulle lampade, sui fondi dorati delle coppe di vetro, l'a. richiamava il Cristo immolato a Dio, in sostituzione provvidenziale dell'uomo colpevole. "L'a. tra le spine è Cristo Gesù coronato di spine e confitto in croce ", dice s. Agostino (Contr. Maxim.: PL 42, 810), svolgendo lo stesso concetto già espresso da Tertulliano (Adv. Indaeos, 13: PL 2, 673). E per qual motivo, si domanda s. Ambrogio, Cristo è figurato dall'a.? Perché egli è il capo dell'umanità, cammina avanti a tutti, precede tutto il gregge (de Abraham: PL 16, 471). Il Cristo ci conduce con la sua dottrina al porto di salvezza e con la sua grazia verso la redenzione.
Giulio Belvederi
ARI FRODHI THORGILSSON (ARIO, IL SAvio, figlio di Thorgils). - Sacerdote e primo storico islandese, n. nel 1067, m. nel 1148. Scrisse la storia dell'Islanda dall'874 fino al 1120 nell'Islendingäbok o
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Libro storico dell'Islanda del quale è conservata soltanto la redazione più recente, composta non prima del 1134. L'reditio princeps» fu stampata a Skaliholte nel 1688, quella latina completa a Copenhagen nel 1733.
BibL.: A. Forthast, Bibliotheca historica Medii Aesi I, 2ᵃ ed., Berlino 1896, pp. 116-17; L. Gougaud, s. v. in DHG, IV, coll. 96-97; P. E. Pavolini-I. Stefansson, s. v. in Enc. Ital., XIX, p. 630 .
Cesario van Huht
ARIMAN: v. ABRIMAN.
ARIMATEA. - Città di Giudea, patria del sinedrista Giuseppe (v.) d'A. (Mt. 27, 57; Mc. 15, 43; Lc. 23, 51; Is. 19, 38). In base ai dati di Eusebio e di s. Girolamo (Onomesticon, 144, 28; ediz. Klostermann, p. 32) è oggi identificata con Rentijch (Rentis), a 12 km . a nord-est di Lidda, che è la Rama (v.) di Samuele (I Sam. 1, 1. 19; 2, 11; 25, 1) o Råmőth e Rämåthajim. I Settanta, trascrivendo anche l'articolo ebraico, rendono 'A ρ μ α vartheta α i μ, di qui l' 'A ρ μ α vartheta α i α dei Vangeli. Nel medioevo vi fu a Rentis un'abbazia di S. Giuseppe d'A., avanzi della quale sono stati recentemente scoperti.
L'identificazione di A. con Ramleh ( 4 km . a sudovest di Lidda), prima in voga (V. Guérin, B. Meistermann), si va abbandonando.
BibL.: G. Dalman, in Pahlstino-Fahrbuch, 9 (1913), p. 37; F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, II, Parigi 1938, p. 428 sgg.; L. Heidet, s. v. in DB, I, coll. 958-61, e V, coll. 944-51; id., s. v. in DBs, I, coll. 613-19 (abbandona l'identificazione di A. con Ramleh, prima sostenuta, e propugna con solide prove l'identificazione con Rentis).
Gaetano M. Perrella
ARINGHI, Paolo. - Oratoriano, n. a Roma nel 1600, m. ivi nel 1676. Fu molto noto per la traduzione latina della Roma sotterranea del Bosio (v.), che pubblicò nel 1651 in Roma, rimaneggiata a suo modo e con aggiunte di poche cose e molte parole: Roma subterranea novissima in qua post Autonium Bosium antesignamum... et celebres alios scriptores antiqua christianorum et praecipue martyrum coemeteria... multiplici eruditione declarantur opera et studio P. A. Romani. Purtroppo questo rifacimento mandò quasi in dimenticanza l'opera originale del Bosio ed i suoi meriti.
BibL.: G. B. De Rossi, Roma sotterranea, I, Roma 1864, p. 42; H. Leclercq, s. v. in DACL, I, coll. 2843-45.
Antonio Ferrus
ARINNA, deA di. - A. era una grande città del regno degli Hittiti, identificata con l'odierna Kara-Sehir-Hujuk, presso le sorgenti termali di Ujuz Hamman. La città si trovava ad una distanza di qualche giorno di viaggio dalla capitale hittita Hattosas.
In A. era onorata la maggiore divinità del regno degli Hittiti «il sole di A.», divinità a cui si dànno queste splendide attestazioni: «Tu, sole di A., sei il supremo dio, sei il più grande; davanti a te non c'è un altro dio che ti sia uguale... tu sei il dio della decisione del destino... sei il dio della giustizia... A te, ... siano fatti i sacrifici e ne abbiamo parte gli altri dèi».
BibL.: G. Furlani, La religione degli Hittiti, Bologna 1936, pp. 28-33 e passim.
Giustino Boson
ARINTERO-GONZALES, Juan. - Teologo e scrittore domenicano, n. a Lugueros (provincia di León) in Spagna il 24 giugno 1860, m. a Salamanca il 20 febbr. 1928.
Preso l'abito domenicano nel convento di Corias (Asturía) vi fece la professione religiosa e vi iniziò gli studi di filosofia. Nel 1881 fu trasferito allo storico convento di S. Stefano di Salamanca, per compiere la sua formazione teologica nella locale Università. Fu ordinato sacerdote il 23 sett. 1883. Passò la maggior parte della sua vita dedito all'insegnamento, prima nel Collegio di Vergara (Guipúzcoa) dal 1886 al 1892, quindi a Corias, fino al 1898 , poi a Valladolid fino al 1903 e in ultimo a Salamanca, dove
fondò la rivista «Vida Sobrenatural», specializzata in questioni di mistica. Nel 1910 fece parte del Collegio dei professori dell'Angelico di Roma, collaborando nel medesimo tempo alla rivista scientifica "Ciencia Tomista».
La sua vita fu esemplare per santità ed apostolato: egli riusci uno dei migliori direttori spirituali del suo tempo. Negli ultimi anni si dedicò alla propaganda per la devozione dell' "Amor Misericordioso".
Opere principali : El Dilucio Universal (Madrid 1891); Examen de la Ciencia Moderna (Valladolid 1901); La Providencia y la Evolución (ivi 1903); Teologia y Teofobia (ivi 1904); De Ecclesia (4 voll., Salamanca 1903-1906); Cuestiones Misticas (ivi 1927); Gradus de Oración (ivi 1927); La Verdadera Mistica Tradicional (ivi 1925); La Evolución Mistica (ivi 1909).
BibL.: M. M. Gorge, s. v. in DSp., I, coll. 855-57; F. Cayré, Patrologic et histoire de la Théologie, III, Parisi 1944, pp. 351-52.
ARIO.- Eresiarca, padre dell'arianesimo (v.), n. nel 256 in Libia, m. nel 336 a Costantinopoli. Discepolo, a quanto sembra, di Luciano d'Antiochia, non si sa nulla della sua vita prima del 306, quando prese parte ad Alessandria allo scisma di Melezio. Se ne distaccò poco dopo, e ca. il 308 ricevette il diaconato dal vescovo Pietro di Alessandria. Il rigore usato da questo verso i meleziani spinse A. all'opposizione, e tanto fece che il vescovo lo scomunicò. Fu solo sotto il successore Achilla che si riconcilió con la Chiesa e venne ordinato prete (312). Nel 313 egli era a capo di una chiesa di Alessandria detta Baucali, dove il suo nome divenne presto popolare. I contemporanei che ci hanno tramandato il suo ritratto lo descrivono alto e asciutto nella persona, di costumi austeri, di presenza seducente, colto e abile dialettico, ma orgoglioso e avido di dominio, astuto e poco sincero.
Per alcuni anni visse in armonia con Alessandro, successore di Achilla nell'episcopato, ma tra il 318 e il 320 (secondo altri il 323) scoppiarono i primi dissensi intorno alla consostanzialità del Verbo. Nello spiegare la Scrittura nella sua chiesa di Baucali, A. mise avanti teorie nelle quali si faceva strada l'insegnamento di Luciano di Antiochia con tutto quello che esso implicava di subordinazione e di tendenze esegetiche e dialettiche contrarie a quelle prevalenti in Alessandria. In fondo A. negava la divinità del Verbo, che presentava come un dio secondario, sostanzialmente differente dal Padre, che lo aveva creato dal nulla e per un atto libero di volontà. Il vescovo Alessandro, dopo aver dato prova di pazienza, rigettò le concezioni di A. che, noncurante della condanna, andò in cerca di aiuti presso l'episcopato. Contro la campagna epistolare scatenata dal ribelle, il vescovo d'Alessandria rispose con contromisure, e allo stesso tempo fece condannare da un sinodo di roo vescovi, riunito nella sua città, il prete di Baucali e i suoi adepti. Divenuta impossibile la sua permanenza ad Alessandria, A. cercò rifugio presso il suo potente protettore, il vescovo Eusebio di Nicomedia, il quale fece dichiarare da un sinodo ortodossa la dottrina dell'antico. Questo successo gli valse altri appoggi : dal vescovo Eusebio di Cesarea ottenne la convocazione di un sinodo che consentì ad intervenire presso Alessandro con una domanda per la reintegrazione di A. Durante il suo soggiorno a Nicomedia A. scrisse il suo principale lavoro intitolato Thalia (il banchetto), di cui non ci restano se non frammenti tramandati da s. Atanasio (Oratio I contra Arianos: PG 26, 16-33; De Synodis, 15: ibid., 26, 705, ecc.), e che fu composto, a
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quanto sembra, parte in prosa e parte in versi, secondo la metrica del poeta egiziano Sótades : A. scelse questa forma leggera per rendere familiare alle masse la dottrina che propugnava. Eusebio di Nicomedia, pieno di zelo per il suo collocianista, interessò anche la sorella dell'imperatore, Costanza. Presto fu Costantino stesso ad interessarsi del conflitto, e in una lettera invitante alla concordia biasimò la condotta di Alessandro e di A. per aver posto delle questioni inutili. Per ristabilire la pace e l'unione, indisse un concilio ecumenico a Nicea. I 300 vescovi che vi presero parte nel 325 condannarono A. e la sua dottrina. Ma questi si rifiutò di sottoscrivere il simbolo e Costantino l'esilio nell'Illirico insieme a pochi partigiani renitenti.
Checché ne sia del disaccordo degli storici sugli avvenimenti posteriori, un cambiamento ebbe luogo nella condotta di Costantino verso gli ariani. Dopo alcuni anni, sotto l'influsso della sorella Costanza e di Eusebio di Nicomedia, Costantino si decise a richiamare gli esiliati. L'opposizione di s. Atanasio non valse ad impedire la riabilitazione di A., decretata nel Concilio di Gerusalemme (335) in seguito ad una professione di fede da lui emessa e giudicata ortodossa dai suoi partigiani. Così, mentre il patriarca di Alessandria prendeva la via dell'esilio, A. entrò trionfante nella città. Ma il popolo, fedele ad Atanasio, gli si sollevò contro, e l'imperatore impensierito lo chiamò a Costantinopoli, dove, spinto dagli eusebiani, diede ordine al vescovo della capitale di ricevere A. nella comunione della Chiesa. Ma la vigilia della cerimonia, che doveva aver luogo nella basilica dei SS. Apostoli, A. fu colpito da morte improvvisa, mentre attraversava le vie della città, seguito da una folla di aderenti (s. Atanasio, De morte Arii: PG 25, 685-90).
Biel.: Le fonti principali sulla vita e il carattere di A. sono, oltre gli scritti di Atanasio, Epifanio, Panerion, Harres. 89 (PG 42); le storie eccles. di Socrate, Sozomeno (PG 67), Teodoreto (PG 82), Filostorgio (PG 65) e Rufino (PL 21): l'Historia concilii Nicomi di Gelasio di Cirico (ed. G. Loeschke e M. Heinemann, in CB, 28, Lipsia 1918). - La bibliografia, per ciò che si riferisce alle prime vicende della crisi ariana, è assai vasta: cf. in proposito la voce Arionisme di X. Le Bachelet, in DTbC, I, coll. 1779-1863; si vedano pure le voci Arionisme, di F. Cavalluca, e Arius, di R. Aigrain, in DHG, IV, coll. 103-13, 208-15; inoltre: Tillemont, VI, Venezia 1732, pp. 213-687, 730-823; Hefele-Leclercq. I, pp. 349-678 (ampi riferimenti bibliografici specialmente a p. 349, nota 2); L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, II, 4^{text {e }} ed., Parigi 1910, pp. 123191; G. Bovily, in Storia della Chiesa diretta da A. Pliche e V. Martin, vers. ital. A. P. Frutaz, III, Torino [1940], p. 73 reg. Mario Scaduto
ARIOCH. - Nome di tre personaggi biblici.
1. Uno dei quattro re orientali che invasero Canaan fino alla Pentapoli (v.) e furono ricacciati da Abramo (Gen. 14, i. 9). La Volgata (dopo Simmaco) lo fa "re del Ponto"; ma il regno di questo nome non esisteva ancora. Era (testo masoretico e Settanta) re di Ellasar, che corrisponde a Larsa in Babilonide.
Si ritiene generalmente (dopo G. Smith e Eb. Schrader, 1872) che A. sia il contemporaneo di Hammurabi Rim-Sin o "servo di Sin" (il cuneiforme A-ri-a-hu non fu però finora trovato; secondo Dhorme, Rim-Sin sarebbe divenuto Rivaaku, indi Eri-ivaaku e Ariah), ultimo re di Larsa (ca. 1985-1925 a. C.), fratello e successore di Arad-Sin (ca. 1997-1985 a. C.), figlio di Kudur-Mabuk della dinastia di Elam (Kuduridi). La presenza di Rim-Sin nella spedizione punitiva di Chodorlahamor (v.) di Elam con i suoi confederati dovrebbe risalire al principio del regno di Hammurabi, il quale poi espulse gli Elamiti, fra cui il re di Larsa, dalla Mesopotamia. Ma Böhl e Jirku,
che negano l'identità di Amrafel (v.) con Hammurabi, non ammettono in A. un re di Larsa coevo di Hammurabi.
BibL.: F. Hommel, in Biblische Zeitschrift, 13 (1920), pp. 213-18; A. Jirku, Altorientalischer Kommentar zum A. T., Lipsia 1923, ad h. loc.; P. Heinisch, Das Buch Genesis, Bonn 1930, p. 216; F. M. Th. Böhl, Das Zeitalter Abrahams, in Der Alte Orient, 29 (1930), pp. 12-19; P. Dhorme, in Revue Biblique, 40 (1931), p. 508.
2. Capo (rabh) della milizia del re o guardia del corpo (tabbahajd = satelliti) di Nabuchodonosor, da cui ebbe ordine di uccidere gli indovini incapaci di interpretare il sogno del re, e presso cui introdusse Daniele (Dan. 2, 14-16. 24 sg.); incombenze che nelle corti orientali ritroviamo affidate a tali ufficiali (II Sam. 4, 12; 1, 15).
3. Re di Elamiti, cioè di dinastia elamita (la Volgata ha «Erioch, rex Elicorum»), da cui ebbe nome la pianura mesopotamica di Ragau (Judt. 1, 6). Forse si tratta del re di Larsa (v. sopra, i), della cui sconfitta da parte di Hammurabi la toponomastica avrebbe conservato il ricordo.
Antonino Romeo
ARIOSTO, Ludovico. - I. Vita. - N. 18 sett. 1474 in Reggio Emilia dal conte Niccolò, capitano della cittadella, e da Daria Malaguzzi Valeri. Trasferitosi con la famiglia a Ferrara, attese di mala voglia per un quinquennio agli studi giuridici e poi, con trasporto, a quelli letterari sotto la guida dell'umanista Gregorio Eliadio da Spoleto, che lo iniziò alla lettura dei classici latini. Mortogli nel 1500 il padre, interruppe gli studi e, per provvedere, come primogenito, ai bisogni della numerosa famiglia accettò dal duca Ercole I d'Este il capitanato della rocca di Cansssa per il biennio 1502-1503. Fu in seguito familiare del card. Ippolito, che gli affidò importanti missioni diplomatiche, ma lo distrasse dal suo mondo interiore. L'avvento di Leone X al trono pontificio nel 1513 l'attrasse a Roma, donde riportò delusioni; affetto non fugace trovò invece in Alessandra Benucci, vedova di Tito Strozzi, da lui negli ultimi anni segretamente sposata. Nel 1517, licenziato per non aver voluto seguire il cardinale in Ungheria, fu assunto a corte dal duca Alfonso I con un modesto assegno, che gli permise di dedicarsi tranquillamente alla poesia. Nel '22, venutogli meno lo stipendio ducale per le difficoltà della guerra, fu costretto ad accettare il commissariato della Garfagnana, che resse con onestà e saggezza. Tornato a Ferrara, trascorse serenamente gli ultimi anni sognando e lavorando, nella casetta acquistata in contrada Mirasole, ove morì il 6 luglio 1533. Aveva affidato all'arte del Tiziano e del Doasi la memoria delle sue fattezze, la sua fama al Furioso.
2. Orere. - La prima produzione poetica dell'A. fu in latino: il frammento in esametri De laudibus philosophiae, l'epitalamio per le nozze di Lucrezia Borgia col principe Alfonso del 1503, ma soprattutto i Carmina rivelano familiarità coi classici e virtù assimilatrice delle fonti. Lo studio dei trecentistr gli infuse coscienza delle sue capacità di poeta in volgare. Pregi di formale eleganza, raramente avvivata da profondità di sentire, informano le Rime petrarcheggianti, mentre l'Ecloga composta nel 1506 echeggia lo sgomento ispiratogli dalla congiura di Giulio d'Este. Le sette Satire in testa rima, redatte tra il 1517 e il 1525 , sono confidenziali evocazioni autobiografiche di tono oraziano che aprono spiragli sull'animo dell'autore. Un giovanile tentativo di canto epico in volgare l'Obizantie, inteso a celebrare gli Estensi, restò incompiuto; fu escluso dal Furioso un frammentario episodio che s'intitula Scudo della regina Elena, e furono pubblicati postumi dal figlio Virginio i Cinque Canti, incolore séguito del Poema. Appassionato del teatro, oltre al dramma di argomento ovidiano Tisbe, non pervenutoci, compose cinque commedie moralmente censurabili, le quali,
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Afrosti, Ludovic o - Rirratto dipinto da Tiziano (c. 1532). Londra, Galleria Nazionale.
variamente ricalcate sugli stampi plautini e terenziani, segnano tuttavia la nascita del nuovo teatro italiano: la Carsaria, i Suppositi, il Negroonante, la Lena, gli Studenti (quest'ultima terminata dal fratello Gabriele col titolo di Scolastica). Le poche prose dell'A., anima essenzialmente poetica, oltre alle primitive stesure di due delle citate commedie, sono: l'Erbolato, ciarlatanesco spaccio di un portentoso specifico, i Rapporti sulle cose di Garfagnana e circa 200 lettere.
Tutta l'essenza dello spirito ariosteo è però nell'Orlando Furioso, il quale, iniziato tra il 1502 e il 1503 e quasi finito nel ' 12 , fu diffuso per la prima volta dai tipi di Giovanni Mazzocco dal Bondeno il 21 apr. 1516 e, dopo una ristampa del 1521 , ebbe il definitivo assetto di 46 cani nell'edizione del 1532. Presentato come "gionta" all'Innamorato del Boianfo, il Furioso è invece una delle più originali affermazioni della nostra letteratura. In esso l'A. passò al filtro del suo genio il materiale grezzo dei cantori e dei poemi cavallereschi, anzi gli apporti di quasi tutta la precedente poesia, fondendoli con la sua esperienza e con le sue idealità, e creando "il lavoro più finito dell'immaginazione italiana... una colonna luminosa nella storia dello spirito umano" (F. De Sanctis).
In uno scenario che dalla terra si stende alla luna immette il poeta le frotte dei suoi personaggi, espressi dal sogno e tornanti nel sogno : paladini di Carlo, guerrieri di Agramante, donne, mostri e fate. Tre motivi principali innervano l'ordito, del quale arduo risulta ogni tentativo di sintesi : un conflitto mondiale, in cui Agramante attenta alla civiltà dell'Occidente impersonata nel re Carlo; la passione, travolgente fino alla follia, di Orlando per Angelica; l'amore di Ruggero per Bradamante, capostipite degli Estensi. Attorno a questi nuclei essenziali gli episodi sono innumerevoli. Il Furioso appare il campo d'azione di due forze antagonistiche : l'una centrifuga, della immaginazione che tende alla dispersione; l'altra della volontà costruttiva, che tende alla concentrazione; dal contemperarsi di queste due forze procede l'armonia di tutto il complesso.
3. Il "Furioso "alla luce dell'etica e del soprannaturale cristiani. - Volendo ora - al di là di ogni preoccupazione estetica - isolare il sostrato morale dalla materia del poema, si troverà un A. che, come l'Angelica del suo canto, in un baleno appare e dispare. Perché egli, per il notato distacco dal mondo del suo sogno, passa con agevolezza, che par cinismo ed è levità, per tutta la gamma degli affetti, senza preferenze e con pari gioia.
La morale di Ludovico è caratterizzata da un fondo di sana bontà, che lo rende incline agli affetti domestici, alla amicizia, al garbo e alla compassione col prossimo, alla lealtà. Si aggiunga un senso di costante equilibrio, che lo preserva dalla licenziosità libertina, gli impedisce le ribellioni morali pur tra le vicende di una vita avversa, esprime dalle sue labbra non il riso sguaiato ma il discreto sorriso, raffrena le ambizioni, prospetta un ideale di vita modesta e serena. Né manca il senso della dignità, che, anche nella necessaria adubzione, lo tiene lontano dall'incurvamento servile, di cui a torto l'accusò il Settembrini. Assertore del matrimonio come argine agli sconfinamenti morali, nella terza satira consiglia al cugino Annibale la scelta di una moglie virtuosa. E c'è chi sostiene che con la pazzia di Orlando abbia voluto deplorare lo spreco di energie inerente alle attrattive d'amore. Se, infine, ammira le virtù dell'ingegno, molto più apprezza quelle dell'animo: occorre leggere, in proposito, la satira VII a M. Pietro Bembo.
Passando dall'uomo al poema, le linee morali perdono d'incisività e si intersecano e si sovrappongono, come il molteplice interferire dei suoi paladini, si direbbe che il genio del Bene e quello del Male si sian dati convegno nel Furioso. Il trionfo del capriccio e del senso è equilibrato da un diffuso sentimento di malinconia della sensualità, che grava su tutto l'ordito. Le figure di Isabella, Ginevra, Fiordiligi, Logistilla, Bradamante e Marfisa trovano cupo riscantro in Fiordispina, Fiammetta, Doralice, Gubrina, Alcina. Al confine dei due mondi morali, quasi a saldarli, si erge Angelica, che a lungo fugge astuta, lasciva, proterva, ma