ilibrato da un diffuso sentimento di malinconia della sensualità, che grava su tutto l'ordito. Le figure di Isabella, Ginevra, Fiordiligi, Logistilla, Bradamante e Marfisa trovano cupo riscantro in Fiordispina, Fiammetta, Doralice, Gubrina, Alcina. Al confine dei due mondi morali, quasi a saldarli, si erge Angelica, che a lungo fugge astuta, lasciva, proterva, ma finisce col redimersi nell'amore aureolato persino da un senso di maternità al capezzale del ferito giovinetto Medoro.
Il poeta, che trema di casta vertigine nel delineare i profili delle sue creature amorose e dolcissime, non ritusa di attardarsi con riprovevole levità a ritrarre scene di lascivia.
Ristabilisce in qualche modo il bilancio il rilevare che da tutto il complesso spira la tendenza a una superiore giustizia, che ha fatto pensare alla rigidezza morale di Dante. Va inoltre osservato che il poema si risolve sostanzialmente in una esaltazione del pensiero cristiano incarnato nella cavalieria, coi suoi ideali di difesa della Fede e di protezione dei deboli, e attuato da una nobile schiera di prodi: Orlando, Rinaldo, Ruggero, Astolfo, Brandimarte, Zerbino.
Vero è tuttavia che l'A. non ha inteso fare opera di moralista; sterile fatica, pertanto, è stata quella di distillar dal poema arcane allegorie etiche. Tutt'al più può dirsi che l'innato senso di probità dell'A. uomo si è irradioro, inconsciamente, nella sua opera, pur indulgendo, con eccessiva frequenza, a censurabili trasmodamenti morali.
Vanno, infine, contenuti nei debiti confini i termini della "serietà morale" da taluni critici attribuita al Furioso. Si tratta di una morale senza trascendenza e senza addentellati col divino; morale laica e pagana, che non supera l'ideale del saggio antico. Se è esagerato l'atteggiamento di chi si indugia a considerare dell'Orlando solo gli spunti di serietà religiosa, conferendo al poema un'anticipata autorità di Controriforma, altrettanto arbitraria è l'identificazione dello scherzo ariosteo col posteriore ghigno volterriano.
Si può affermare che l'A. non fu propriamente un empio intenzionale, ma un indifferente e un distratto. Né può negarsi che un ripiegamento verso la serietà sia palese negli ultimi canti del poema: con gli anni anche la leggerezza si è attenuata o è svanita; dopo lo sfogo fantastico, l'intreccio dell'Orlando dal romanzesco tende al tono severo dell'epos; le condizioni storiche sono divenute troppo lacrimevoli per non giungere, almeno come eco temperatrice, al cuore di Ludovico; e la morte batte
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insistentemente alle porte, adducendo al Pocta tardiva saggeaza.
Bibl.: Edizioni: Orlando Furioso de Ludovico Ariosto da Ferrara, impresso in Ferrara per Maestro Giovanni Mazzocco dal Bondeno, a di 21 de aprile 1416, in-4* (ed. principe); Orlando Furioso, a cura di S. Debenedetti, Bari 1528 (la migliore ed. critica); Opere minori, in verso e in prosa annotate per cura di F. L. Pabidori, a rull., Firenze 1837; Lirica, a cura di G. Fatini, Bari 1924; Le Sature, con introduzione, commento e bibliografia di M. Ferrara, Firenze 1932; Le Commedie, a cura di M. Catalano, Bologna 1933; G. Fatini, Le Rime di L. A., Torino 1934; Lettere di L. A., con prefazione storico-critica, documenti e note per cura di A. Cappelli, 3^{°} ed., Milano 1887; I Cingue Canti di L. A. curati da A. Baldini, Lanciano 1913; L. Arresti Carmina, proefatus est... A. Bofaffi, Pesaro e Modena 1939. Critica: F. De Sanctis, Storia della Letteratura Italiana, capitolo XIII, nuova ed. a cura di B. Croce, II, Bari 1923, pp. 1-40; id., Scritti vari traditi e rari, Napoli 1898; G. Carducci, Su I'O. F., in Opere, XIII e XIV, Bologna 1936; P. Rajna, Le fonti dell'O. F., 2^{°} ed., Firenze 1900; A. Cesareo, La fantasia delI'A., in Critica militante, Messina 1907; G. Bertoni, L'O. F. e la Rinascuca a Ferrara, Modena 1910; B. Croce, L'A., Bari 1920; G. Bertoni, L. A., Roma 1923; L. Ambrosini, Teorrito, A., minori e minimi, Milano 1926; H. Hauratic, L'A. et la poésie chevaleresque à Ferrure au début du XVIr siècle, Parigi 1927; A. Momigliano, Saggio su I'O. F., Bari 1928 e 1932; G. Rainiolo, La spicito e l'arte dell'O. F., Milano 1929; A. Seolari, L'A., Firenze 1930; M. Catalano, Vita di L. A. ricostruita su monsi documenti, Ginevra 1931; A. Pompeati, A., Milano 1933; N. D. Evola, Bibliografia aviotesca (1930-32), in Leonardo, 4 (1933), p. 191 sE.; G. Agnelli, e G. Ravegnani, Annali delle edizioni ariostesche, Bologna 1933; A. Zotudi, Dal Boiondo all'A., Lanciano 1934; G. Ubertazzi, Vita di L. A., Firenze 1936.
Enno Navarra
## ARIŠ, WÁdi el: v. torbente d'egitto.
ARISCOLA, L': v. Silvestro di giacomo da SULMONA.
ARISTACE (Rastakes). - Figlio minore di s. Gregorio Illuminatore, educato in Cesarea di Cappadocia, scelse in giovane età la vita eremitica, fino a quando Tiridate, re d'Armenia, lo chiamò dal suo romitorio in Valaršapat, e lo fece ordinare sacerdote e vescovo ausiliare di suo padre, primo katholikos dell'Armenia cristiana.
A. fu anche mandato da s. Gregorio al Concilio di Nicea (cf. Gelzer-Hilgenfeld-Cuntz, Patrum Nicaenorum nomina, Lipsia 1898, pp. LVI, LXII), come rappresentante della Chiesa armena e ne portò i canoni in Armenia; quando s. Gregorio si ritirò in solitudine negli ultimi suoi anni, lasciò la sede del katholikato ad A., che ne fu degno successore (325-33). Fu ucciso da Arcesilao, principe della Quarta Armenia, che egli aveva rimproverato per la sua vita lussuriosa.
Bibl.: I. B. Aucherian, Haciographia (in armeno), Venezia 1812, pp. 481-90; V. Langhua, Collect. des hist. anciens et modernes de l'Arménie, Parigi 1867; L. Petit, s. v. in DThC. I, col. 1894; G. Amaduni, Monachismo armeno, Vencsia 1940, pp. 57, 162; Mansi, II, col. 699.
Serafino Akelian
ARISTARCO, santo. - Cristiano di Tessalonica, convertitosi dal giudaismo, compagno e collaboratore di s. Paolo, con cui appare in Efeso nel suo terzo viaggio apostolico.
Trascinato con Gaio (v.) nel teatro dalla folla irritata contro Paolo, corse rischio di essere massacrato (Act. 19, 29). Seguì poi l'Apostolo per tutto il viaggio in Macedonia e Grecia, e ritornò con lui a Gerusalemme ove Paolo fu arrestato (Act. 20, 4). Con lui prigioniero viaggiò verso Roma (Act. 27, 2), ove gli fu fedele & compagno di prigionia» e di fatiche (Col. 4, 10; Philem. 24). Secondo il Martirologio romano, sarebbe stato vescovo di Tessalonica; secondo la tradizione bizantina, di Apamea in Frigia. Sarebbe stato decapitato in Roma con s. Paolo. La festa si celebra il 4 ag.
Vincenzo Cavalla
ARISTARCO da Samo. - Matematico ed astronomo greco, vissuto tra gli anni 310 e 230 a. C. Ebbe
il grande merito di enunciare e difendere le stesse ipotesi che stanno a base del sistema riscoperto 18 secoli dopo da Copernico, che cioè le stelle fisse ed il sole sono immobili e che la terra ruota intorno al suo asse ed inoltre descrive un circolo di cui il sole è il centro. Ne segue che il sole è assai più distante dalla terra della luna, e che le stelle fisse sono a una grandissima distanza dal sole e dalla terra. Questa teoria, già intuita da Eraclide da Ponto, faceva apparire meschine le concezioni cosmogoniche degli antichi Babilonesi, Egiziani e Greci. Gli astrologi, dice lo Schiaparelli, "cercarono con tutte le loro forze di sopprimere una teoria che doveva gettar sossopra tutte le loro giunterie ". Plutarco (De Facie in Orbe Lunae) riferisce che Cleante aveva accusato A. di empietà.
Archimede descrisse le teorie di A. nel suo A r e- nario. Seneca (Nat. Quaest., VII, 2) la riferì come: digno est est contemplatione ut sciamus in quo rerum statu simus.
BibL.: Th. Heath, A. of Samos, the ancient Copernicus, Oxford 1913; id., A History of Greek Mathematics, Oxford 1921; A. Schiaparelli, Storia dell' Astronomia antica, Bologna 1925.
Giovanni Vacca
ARISTEA. - Pseudonimo dell'autore della Lettera a Filocrate, la quale narra l'origine della versione greca biblica dei Settanta (v.).
Alcuni però, come B. Motzo, lo identificano con lo storico A. (sec. II a. C.), autore di un IIxpl 'Iuodidior di cui si rimane un frammento in Eusebio, Praeparatio Evangelica, 9, 25 (PG 21, 728). L'autore della "lettera d'A." si dice greco, contemporaneo di Tolomeo Filadelfo e portecipe dei fatti che narra; ma dall'esame dello scritto risulta che è un giudeo ellenista, posteriore alle cose tramandate, nascostosi sotto il nome del citato storico. Si rivolge ai pagani, a scopo di propaganda giudaica.
Primo a rilevare il carattere apocrifo della lettera fu Lud. de Vives (Comm. in Civ. Dei, 18, 42, Basilea 1522). L'epoca di A. è incerta: fra la metà del sec. in a. C. e il sec. I dell'èra volgare; le opinioni più probabili sono le due che si dividono fra il 200 circa (E. Schürer, H. B. Swete, L. H. Vincent, R. Tramontano) e il 100 a. C. o poco dopo (P. Wendland, H. Thackeray, B. Motzo, A. Momigliano; P. Riessler: 80-63 a. C.).
Tolti i molti abbellimenti fantastici, raccolti e ampliati da scrittori posteriori giudei (Filone, Flavio Giuseppe) e cristiani (Ireneo, Clemente Alessandrino, Cirillo Gerosolimitano, Epifanio, Agostino), dalla lettera affiorano informazioni preziose per la topografia palestinese e per la storia del giudaismo in Palestina ed in Egitto, oltre che per le origini del «Settanta».
A. narra che la versione greca della Bibbia, limitata al Pentateuco, fu compiuta ad Alessandria per volere del re Tolomeo II Filadelfo (283-246 a. C.) da 72 dotti giudei, inviati da Eleazaro, sommo sacerdote di Gerusalemme, nell'isola di Faro, per interessamento del presunto bibliotecario alessandrino, Demetrio Falereo.
Quando A. scriveva, verso il 200 o il 100 a. C., esisteva dunque una traduzione del Pentateuco, stimata del tempo di Tolomeo Filadelfo, e compiuta da più interpreti per iniziative della comunità giudaica di Alessandria, presso cui s'ignorava in genere l'ebraico. Prima di questa versione, che si potrebbe denominare ufficiale, vi era già una versione greca, forse solo parziale e poco conosciuta fuori della cerchia giudaica (Lettera, §§ 30, 31, 313-16).
Bibl.: B. Motzo, A., in Atti della R. Accad. di Torino, 50 (1915), pp. 202-26, 547-70; H. St. I. Thackeray, The Letter of A. Translated with Appendix of Ancient Evidence on the Origin of the Septuagint, Londra 1917; J. Février, La date, la composition et les sources de la Lettre d'A. à Philocrate, Parigi 1925; P. Riessler, Altüdisches Schriften austerhals der Bibel, Augusta 1928, p. 103; A. Vaccari, La lettera di A. sui LXX interpreti
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nella letteratura italiana, in La Civ. Catt., 1930, III, pp. 308-26; B. Bickermann, Zur Datierung des Parado-Aristotz; in Zeitschr. für die nentestamentl. Wiss., 29 (1930), pp. 280-98; R. Tromontano, La Lettera di A. a Filocrate, Napoli 1931 (capitale studio storico-critico); J.-M. Vosté, Epistola Aristote, in Ap. gelicum, 9 (1932), pp. 77-84; H. G. Meecham, The Oldest Version of the Bible: "Aristene" on its Traditional Origin, Londra 1932; A. Monsigliano, Per la data e la caratteristica della lettera di A., in Aegyptus, 12 (1932), pp. 161-72. Angelo Penna
ARISTENO, Alessio. - Canonista bizantino del sec. xit, il quale scrisse i suoi Commentari alla Sinossi dei canoni, a domanda dell'imperatore Giovanni Comneno (1118-43). La sua importanza, oscurata dalla fama degli altri due canonisti di Bisanzio, Balsamone e Zonara, è stata giustamente rivendicata, essendo A. anteriore di almeno is anni all'opera dello Zonara.
Biol.: I suoi commentari canonici insieme con quelli del Balsamone e dello Zonara trovano in PG, 137 e 138. Su A. cf. Zacharise von Lingenthal, in Sitzung, d. h. preuss, Akademie der Wiss. zu Berlin, 53 (1887), pp. 1133-59; M. Kransnozen, I commentatori del Codice canonico della Chiesa Orientale, A., Zonara e Balsamone (in russo), Mocca 1892. Maurizio Gordillo
ARISTIDE, Marciano. - Uno dei primi apologisti cristiani. Secondo Eusebio (Hist. eccl., IV, 3, 3, e Chron., ad a. 2140) era un filosofo ateniese e lasciò un'Apologia all'imperatore Adriano, letta ancora da molti al suo tempo. S. Girolamo però non la conosceva già più, perché quanto ce ne dice (De viris illustribus, 20; Epist., 70, 4) è solo un rifacimento delle parole di Eusebio. Essa restò poi ignota finché nel 1878 i Mechitaristi di Venezia ne pubblicarono un frammento armeno e Rendel Harris nel 1889 trovò nel monastero di S. Caterina del Monte Sinai l'intera versione siriaca; fu allora accertato da I. Armitage Robinson che anche il testo greco era da tempo conosciuto, formando esso con lievi mutazioni i capp. 26-27 della Vita di Barlaam e di Giosafat.
La versione siriaca porta la dedica: "All'imperatore cesare Tito Adriano Antonino Augusto e Pio, Marciano Aristide filosofo ateniese n. Il secondo nome Marciano appare senz'altro da ritenere autentico, mentre si discute ancora se sia piuttosto (per ragioni interne) da seguire Eusebio (cit.) e la versione armena che dicono lo scritto dedicato all'imperatore Adriano. Si discute pure se sia più vicino all'originale il testo greco generalmente più conciso o quello siriaco più diffuso, ma i frammenti restituitici ultimamente dai papiri dànno generalmente ragione a questo contro quello.
L'Apologia stabilisce anzitutto il vero concetto di Dio: eterno, perfetto, immortale, onnisciente, padre degli uomini e sufficiente a se stesso, e dimostra che né i barbari, né i Greci, né i Giudei lo hanno posseduto, ma solo i cristiani (quarta razza), che hanno ricevuto la loro fede da Gesù nato da una vergine giudea, ucciso dai Giudei, risuscitato e salito al cielo. No è conferma la loro vita mirabile, checché ne dicano le calunnie che corrono sul loro conto. Naturalmente A. si dilunga soprattutto a dimostrare l'assurdità delle religioni delle "tre razze" e la santità della vita cristiana.
L'Apologia vale per la semplicità e nettezza della sua linea che ne fa risaltare la sodezza dell'argomentazione, sebbene si possa pensare che si sembri originale solo perché è il primo documento del genere. E sebbene l'autore non sia uomo di grande cultura, ma di modeste capacità letterarie, riesce tuttavia simpatico per quell'ingenua fiducia, onde si presenta con le sue idee, piene non solo della forza della verità, ma anche di una notevole comunicativa. Gli si è rimproverato che il suo tema sia ristretto e che non si distenda maggiormente sull'esposizione dei dogmi specificamente cristiani; ma ciò poteva essere fuor di luogo in un'apologia destinata all'imperatore, e infine aveva bene A. il diritto di limitare a volontà il suo tema. Del resto per il suo scopo basta, e non si può negare che il punto da lui svolto sia essenziale.
Biol.: Testo greco fra le opere di Giovanni Damasceno; su due nuovi luoghi frammenti greci tratti dai papiri cf. Theologische Literaturzeitung, 1924, p. 47 sgg .; frammento armeno in G. B. Pitra, Analecta sacra, IV, Parigi 1883, pp. 6 sgg. e 282 sgg.
Lo stesso con il testo siriaco (o versione) in Texts and Studies, I, 11, Cambridge 1893, ove è pure una nuova ed. del testo greco (già in PG 96, 1108). Ed. critica di R. Secberg, Lipsia 1894 e J. Geffcken, Zwei griechische Apologeten, ivi 1907. Ivi anche un'omelia su L c .23 .42 sgg. in armeno, certo apocrifa, e un altro frammento armeno " ex epistola Aristidis ". Talune (I. P. Beeck, Bogastowska Smotra, Zagabria 1931, pp. 1-16) ritiene persino A. autore della lettera a Dicaneto. Oltre gli autori citati v. pure A. Puech, Les Apologistes grecs du 27 siècle, Parigi 1912. p. 32 sgg.; id., The Apology of A., in The Harvard thesl. Rev., 1937, pp. 237-47; G. Lazzari, Ellenisme e Cristianesimo. Il primo capitolo dell' Apologia di A., in La Scuola Cattolica, 1938, p. 73-31; I. Giordani, La prima polemica cristiana, 27 ed., Brescia 1943, p. 122 sgg.; B. Altaner, Patrologia, vers. ital., 27 ed., Torino 1944, p. 67; A. Casamassa, Gli apologisti greci, Roma 1944, pp. 31-48; M. Pellegrino, Gli apologisti greci dal II secolo, ivi 1047. pp. 23-39. Antonio Ferrus
ARISTIONE, santo. - Discepolo del Signore. Papia, nella prefazione alla sua Esegesi delle parole del Si gnore, dice di voler tramandare ciò che aveva udito e imparato dai "presbiteri" (Eusebio, Hist. eccl. III, 39, 3) o dagli uditori dei "presbiteri» (39, 4), e perciò si era informato su quello che avevano detto i «discepoli del Signore" (gli apostoli) e su quello che dicono A. ed il "presbitero "Giovanni, discepoli del Signore.
Il problema di A. è strettamente legato alla famosa questione del "presbitero" Giovanni. Papia s'interessa della dottrina orale della Chiesa, sia perché la voce viva è per lui superiore ai libri ( 39,4 ), sia per le necessità della polemica antignostica (39, 5). Elenca quindi i garanti della tradizione orale nella Chiesa in tre gruppi : 1) presbiteri, 2) uditori dei presbiteri che egli aveva occasione di sentire e 3 ) i discepoli del Signore, A. ed il "presbitero" Giovanni. Secondo il contesto, A. e il "presbitero" Giovanni debbono essere stati diretti discepoli del Signore che nei tempi di Papia erano ancora in vita. Il sistema della tradizione orale presso Papia: apostoli, presbiteri, uditori dei presbiteri, e accanto a loro «i discepoli del Signore» (A. ed il "presbitero" Giovanni), fu pensare ad analogie nella trasmissione della tradizione orale presso gli Ebrei. Da una parte vi è la serie dei primi trasmettitori ( i "presbiteri " corrispondono probabilmente agli 'Abblit, cf. Hebr. 11, 2) e accanto a loro stanno i testimoni ('edut) che confermano la verità della tradizione orale (sui testimoni nella tradizione ebraica cf. Jas. Banft, Der Ursprung des katholischen Traditionsprinzips, Würzburg 1931, p. 13 sgg.). Accertando così il punto di vista di Ireneo e non quello di Eusebio circa il testo di Papia, A. sarebbe discepolo di Gesù e non un "presbitero" della serie dei trasmettitori, contemporaneo del "presbitero" Giovanni in Asia Minore.
Nelle Constitutiones apostolorum, VII, 46, 8 un certo Aristoo (non Ariston) è menzionato come primo vescovo di Smirne, mentre secondo Ireneo (Adv. Haer., III, 3, 4) e Eusebio (Hist. eccl. III, 36, 1), Policarpo fu il primo vescovo di Smirne. L'autore di questo capitolo fu conosciuto Eusebio, sol quale distingue due Giovanni in Efeso (46, 7) e ha visto, con Eusebio, in A. un "presbitero" che perciò diventa per lui un vescovo; ma l'attribuzione di Smirne come residenza di Ariston forse non è invenzione.
Papia ha spesso (Eusebio, op. cit., III, 39, 7) menzionato nella sua opera le "tradizioni" udite da A. sui discorsi del Signore. Il ms. armeno 229 (sec. x) di Eğmaain (riproduzione fotografica di F. Mader, Parigi 1920; cf. anche Eb. Nestle-E. v. Dobschütz, Einführung in das Neue Testament, tav. 19) attribuisce la chiusa del Vangelo di Marco (16, 920) al presbitero Ariston (il nome come in Constit. apostol., VII, 46, 8), forse in base alla menzione del miracolo della bevanda velenosa (Mc. 16, 18), che, come miracolo di Giuseppe Baradha «il giusto», è stato raccontato da Papia e che da un manoscritto dell'Historia eccl. di Rufino, è attribuito ad A. (cf. F. X. Funk, Patres apostolici, I, Tubinga 1901, p. 333 n). Si tratta della congettura di un dotto, che vede con Eusebio in A. un "presbitero" e non un discepolo di Gesù. Contro questa congettura cf. B. H. Streeter, The Four Gospels, Londra 1936, p. 344 sgg. Th. Zahn attribuisce ad A., oltre Mc. 16, 14-16, la pericope dell'adultera in Io. 8, 1-11, mentre J. Chapman, basandosi su analogie con Mc. 16, 9-20, fa A. autore anche dell'epistola agli Ebrei.
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Poiché A. non figura nel Nuovo Testamento, i Greci non l'hanno incluso nell'elenco dei 70 discepoli di Gesù; ma i Latini (cf. s. Girolamo, De viris illustr., 18) lo considerano come tale nel Martirologio romano, che, fondandosi sugli apocrifi Atti di Barnaba, ne fa un vescovo di Salamina in Cipro e ne fissa la morte (e festa) al 22 febbr.
BibL.: Acta SS. Februarii, III, Parigi 1862, p. 283 sg.; F. C. Courbeure, A., the author of the last twelve verses of Marb, in The Expositor, ⁴² serie, 8 (1893), pp. 241-24; id., On the last twelve verses of St. Mark's gospel, ibid., ³² serie, 2 (1895), pp. 401-21; Th. Zabn, Forschungen zur Geschichte des neutest, Kosmos, VI, Lipsia 1900, pp. 217-20; id., Einleitung in das Neue Test., II, ³² ed., Lipsia 1907, pp. 232 sg., 244; J. Chapman, A., Author of the Epistle to the Hebrews, in Throne Bénédictine, 22 (1903), pp. 50-64; O. Berdenhewer, Geschichte der althirehl. Literatur, I, ²² ed., Friburgo in Br. 1913, p. 448 sg.; R. Aierain, s. v. in DHG, IV, col. 192 rg. - Martyr. Binnunıon, p. 72.
Erik Peterson
ARISTIPPO, Enbico. - Arcidiacono di Catania, visse nel scc. xit; della sua vita, appena pochi dati sono storicamente certi. Verosimilmente n. tra il 1105 e il ino nella greco-normanna Calabria, e precisamente (per ben fondata ipotesi di Valentin Rose) a Santa Severina, è probabile che formasse la sua cultura nell'ambiente della badia greca di S. Maria del Patire presso Rossano. E invece storicamente certo che, nel 1155, A. successe a tale Aschettino nel titolo e nella carica di arcidiacono di Catania, entrando ufficialmente nella vita ecclesiastica e anche politica siciliana. Nel 1160 , in seguito alla congiura che tolse di mezzo Majone di Bari, fu nominato primo ministro di Guglielmo I; ma nel 1162 fu messo in carcere e vi trovò la mo.te.
Scienziato di vasta cultura e profondo conoscitore del greco, la sua maggior fama è affidata alla traduzione in latino dei dialoghi platonici Menone (1154) e Fedone (1156) e di vari scritti aristotelici, tra cui certamente il libro IV della Meteorologia e l'Apodittica oltre a versioni da Gregorio Nazianzeno e da Diogene Laerzio ed a quella, effettuata insieme col poeta e traduttore Eugenio l'Emiro, dell' A l mogesto tolemaico : tutto ciò negli anni tra il 1156 e il 1180 . Come ellenista ed erudito occupa quindi indubbiamente un posto eminente nella cerchia dei dotti greci, latini ed arabi del sec. xir.
Bibli M. T. Mandalari, E. A. arcidiacono di Catania nella vita culturale e politica del sec. XII, in Ralletino Storica Cataneve, 4 (1939), pp. 87-123.
Maria Teresa Mandalari
ARISTOBULO. - Nome di vari membri della dinastia asmonea, di cui due furono re e un terzo fu pretendente al trono di Giuda.
- A. I (suo nome giudaico era Giuda), primogenito di Giovanni Ircano, assunse il potere e, per primo, il titolo di re alla morte del padre (rog a. C.). Flavio Giuseppe ci narra, in modo che può dar luogo a riserve, la sua tragedia familiare. Avrebbe messo in prigione tutti i parenti più stretti, facendovi morire di fame la madre. Dopo aver fatto uccidere il fratello Antigono, suo corregnante, mori, si dice, di dolore nel 104 a. C.
In una fortunata campagna contro gli Iturei, uni alla Giudea gran parte del loro territorio, e li giudalzzò di forza, imponendo loro la circoncisione e la Legge (Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XIII, 11, 1-3).
- A. II, nipote del precedente, figlio di Alessandro Janneo e della regina Alessandra, ebbe una vita molto avventurosa. Già contro la madre, che gli preferiva l'inerto fratello Ircano (II), organizzò una rivolta. Morta la madre, nel 67 a. C. vinse suo fratello a Gerico, lo costrinse a rinunciare al regno e al sommo sacerdozio, e, presa Gerusalemme, vi si proclamò re e pontefice.
Nei primi due anni di regno pacifico segul la forte
politica di sua madre, appoggiandosi ai farisei. Presto, però, l'astuto Antipatro (v.), governatore dell'Idumea, irreti nelle sue mene l'imbelle Ircano, che divenne suo inconscio strumento, e chiamò dapprima in aiuto Areta III re dei Nabatei e poi Pompeo. Le cose si complicarono, specialmente per il contegno incoerente di A. verso Pompeo. Nel 63 fu sconfitto da Pompeo, che prese Gerusalemme e assoggettò a Roma la Giudea, unendola alla Siria.
A. fu condotto prigioniero a Roma. Ruscito a evadere, nel 56 riapparve inatteso in Palestina per riconquistarsi il regno col figlio Antigono (v.). Ma Gabinio soffocò l'insurrezione e A. fu ricondotto a Roma. Nel 49 fu liberato da Cesare e mandato con due legioni in Giudea a combattere contro Pompeo. Ma fu avvelenato in Siria dai pompeiani.
- A. (III), figlio di un Alessandro, nato da A. II, e da Alessandra, era fratello di Mariamme sposa di Erode il Grande. A 17 anni fu proclamato Sommo Sacerdote. Ma un anno dopo, Erode, invidioso della popolarità di A., sospettandolo forse di mirare al regno con l'aiuto della madre, lo fece affogare nel bagno a Gerico ( 35 a. C.; Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XV, 2,5-3,4). Fu l'ultimo degli Asmonei.
Angelo Penna
ARISTOBULO di AlessandRia. - Filosofo giudeo ellenista, vissuto, pare, ad Alessandria al tempo di Tolomeo IV Filometore (181-145 a. C.) al quale dedicò la sua opera, che è un ampio commento al Pentateuco.
Dai pochi frammenti pervenutici e da quanto dicono gli antichi, specialmente Clemente Alessandrino, risulta che A. precorse Filone, inaugurando un'interpretazione tutta allegorica della Bibbia, di cui abilmente si servì, forzando talora il testo biblico, per far risultare una perfetta omogeneità d'insegnamento con la filosofia greca. Comune con Filone A. ebbe l'idea, condivisa anche da alcuni apologisti cristiani, della derivazione del pensiero greco dalla sapienza ebraica. Asseriva che, prima dei Settanta, esisteva una traduzione greca della Bibbia, utilizzata dai più eminenti poeti (Orfeo, Omero, Lino, Esiodo) e filosofi (Pitagora, Socrate, Platone) ellenici; e citava all'uopo versi o passi, in gran parte spuri e fittizi, di tali antichi scrittori. E problematica l'identificazione, che fa Clemente Alessandrino (Stromata, V, 14, 97), di questo A. con quello di II Mach. 1, 10.
BibL.: A. Eher, De A. Iudaeo, Bonn 1894-95; W. von Christ, Geschichte der griechischen Literatur, ⁶² ed. (a cura di O. Stählin e W. Schmid), II, 1, Monaco 1920, p. 609 sg.
Angelo Penna
ARISTOCRAZIA. - In Platone ed Aristotele significa una forma di governo: quella costituita da uomini che emergono per doti intellettuali e morali. Secondo i due filosofi greci, però, l'eccellenza intellettuale e morale è connessa con l'indipendenza economica; per cui gli ottimi non possono appartenere che alle classi più elevate che si distinguono soprattutto per ricchezza ereditata e per nobiltà di origine.
Nel medioevo non significa una forma di governo, ma una classe di cittadini : quella che, distinguendosi dal clero e dalla borghesia - d'origine, quest'ultima, mercantile e industriale - si fondava sull'esercizio delle armi, su un complesso di competenze politico-civili e su privilegi trasmissibili per eredità. Poteva essere tanto monarchica (Francia) che repubblicana (Venezia), a seconda che si appoggiasse ad una dinastia oppure assumesse essa stessa la somma dei poteri statali.
Nell'età moderna, soprattutto in seguito alla Rivoluzione Francese, l'a. perde la sua funzione politica; e quindi, quale era nel medioevo, cessa di esistere. Il termine però continua a sussistere per indicare una categoria di persone che per le loro doti eccezionali vengono ad avere nella società compiti direttivi.
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Secondo il Carlyle il progresso umano l'attuano gli eroi: Maometto, Dante, Lutero, Cromwell, Rousseau, Napoleone. Per l'Emerson uomini rappresentativi sono quelli che esprimono il sentire più profondo dell'anima umana e segnano il cammino nella storia.
Nelle opere del Nietzsche, invece, ritorna spessissimo l'affermazione che ragione di essere della società e meta del progresso è la formazione di una schiera di uomini superiori (super-uomo); e cioè dei veri arictocratici, la cui volontà ha da essere cosl vigorosa da infrangere senz'ombra di rimorso la legge morale per celebrare la loro libertà oltre i confini del bene e del male: "l'essenziale in una buona e sana a. si è che essa non senta se stessa quale funzione, sia di un re o di una comunità, bensì quale intimo significato e quale più alta giustificazione dei medesimi; e che avvolga perciò in buona coscienza il sacrificio di innumerevoli individui, i quali per essa devono ridursi ad esser uomini incompleti, schiavi, strumenti. Il suo credo fondamentale deve compendiarsi in ciò, che la società non debba esistere per la società stessa, bensì unicamente quale base, quale impalcatura, per servire di sostegno, di mezzo di elevazione ad una specie eletta di esseri perché possano raggiungere i loro alti compiti ed in generale un'esistenza più elevata: al pari delle fiune assetate di sole che trovansi nell'isola di Giava e che si abbatticano alla quercia per innalzarsi al di sopra della medesina e per spiegare alla splendida luce del sole la pompa dei loro fiori ed esporre cosi al mondo la loro felicità " (Al di là del Bene e del Mole, n. 258, vers. di E. Wrisel, Torino 1922).
La posizione nietzschiana rappresenta forse la più radicale stortura dell'età nostra : eroe non è colui che si fa un vanto di avere infranta la legge morale; eroe invece è chi adegua ad essa la sua volontà in ogni istante e in tutte le contingenze della vita; perché la legge morale è l'esigenza più profonda dell'essere umano, il quale si arricchisce seguendola e non già violandola.
Bibs.: R. W. Emerson, The Representative Men, Londra 1890; Th. Carlyle, Gli Eroi, trad. di Pezzè Pascolato, Firenze 1899; G. Vidati, L'individualismo nelle dottrine morali del sec. XIX, Milano 1909; Postel de Coulanges, La Città Antica, trad. di G. Perrotta, Firenze 1924; G. Blanc, Des chefs ou des élites, in Chronique Sociale, genn.-febbr. 1948, pp. 39-47. Pietro Pavan
ARISTONE di PELLA. - Questo autore è menzionato due volte con il suo nome nella letteratura antica cristiana. Per la prima volta da Eusebio (Hist. recl., IV, 6, 3), il quale attribuisce ad A. di Pella la notizia secondo la quale Adriano, dopo la sedizione di Bar Cocheba, avrebbe proibito agli Ebrei di avvicinarsi a Gerusalemme; la seconda volta da Giovanni di Scitopoli (sec. vi: non Massimo il Confessore; cf. Urs v. Balthasar, Das Scholienscerh des Johannes von Shythopolis, in Scholastik, 15 [1940], p. 27), che trovava in A. la dottrina dei sette cieli. Nel frammento di Giovanni di Scitopoli A. è ricordato come autore del Dialogo di Papisco e Giasone, già noto a Celso e ad Origene; ma né Celso né Origene menzionano il nome dell'autore. Origene sa però che Giasone era cristiano e disputava con il giudeo Papisco sul problema se le profezie del Vecchio Testamento si erano adempite in Gesù; Celso poi menziona la disputa nella sua polemica contro una interpretazione allegorica del Vecchio Testamento, che aveva dunque in A. un rappresentante. Un cristiano d'Africa, di nome Celso, mandava ad un vescovo Vigilio (Celso e Vigilio sono sconosciuti) la sua traduzione della disputa con le parole: "praeclarum atque memorabile (opus) Iasonis Hebraei Christiani et Papisci Alexandrini Iudaei disceptatio" (in Cypriani opera, ed. Hartel, pars III, Appendix, p. 128) e racconta inoltre che il duro cuore del giudeo Papisco fu vinto dall'altro, cosi che chiese alla fine il battesimo. Non si sa a quale tempo si deve
attribuire questa prefazione, ma deve essere molto antica (sec. III ?).
S. Girolamo non conosce il nome di A.; ma cita due volte l'Alterestio Iasonis et Papisci (Quaestiones hebr. libr. Genes., p. 3, ed. Lagarde, e Commentarii in Ep. Pauli ad Gal. 3, 13: PL 26, 387 b). Si vede da queste citazioni che per A. il berescit (il "principio-) di Gen. 1, 1, era il Figlio (per questa esegesi nella letteratura patristica, cf. A. Harnack, in Texte und Untersuchungen, I, III, Lipsia 1883, p. 130 sgg.), e che A. conosceva il testo del Deut. 21, 23, in una traduzione greca che Girolamo (In Gal. 3, 13) confrontava con l'interpretazione di Aquila; ma non è vero che A. abbia citato la traduzione di Aquila, del che si sarebbe accorto Origene. La disputa di A. fu scritta fra il 135 (fine di Gerusalemme) e il 178 (Celso), probabilmente più vicine alla prima data.
Bibl.: A. Harnack, in Texte und Untersuchungen, 1, 1-11, Lipsia 1882, pp. 115-30: id., Gesch. der altchrist. Liter., I, ivi 1893, pp. 92-95: 2, 1, ivi 1897, p. 268 sg.: 2, II, ivi 1904, pp. 390-93; L. Williams, Adversus Indaeus, Cambridge 1932, p. 28 sgg . Erik Peterson
ARISTOTELE ('A ρ 107 π τ dot{ε} λ η ς ). - Massimo filosofo greco e uno dei più grandi di tutti i tempi.
Sosntrato: I. 1. Vita. - 2. Opere. - 3. Sviluppo storico del pensiero. - 4. Partizione della filosofia. - 5. Logica. - 6. Metafisica. - 7. Fisica. - 8. Etica. - 9. Politica. - 10. Rerotica. 11. Parries. - 12. Giudizio complessivo. - II. La pedagogia di A.
I. - I. Vita. - A. nacque a Stagira (oggi Stavro) nella Calcidica Tracia, nel 384-383 a. C. Il padre Nicomaco, di famiglia di medici, oriunda forse di Messenia, era medico di Aminta II di Macedonia. La madre discendeva da coloni di Calcule d'Eubec, dove A. ebbe un terreno e una casa. Perduti, ragazzo, i genitori, fu allevato da Prosseno d'Atarneo, forse suo parente, al cui figlio Nicanore restituì più tardi il beneficio ricevuto dal padre, adottandolo e destinandogli in moglie la figlia Piziade (Test. 12). Nel 367-366 venne in Atene ed entrò nell'Accademia, dove rimase, fino alla morte di Platone, 20 anni. Alla falsa interpretazione di un luogo del di lui discepolo Aristosseno di Taranto e alla generale tendenza al romanzo della tarda biografia si devono le notizie di gravi dissensi tra lui e il maestro. Di esse fece giustizia già nel in sec. d. C. Aristocle di Messina (Euseb., Praep. ev., XV, 2, 3). Della venerazione che A. ebbe per Platone è prova la cosiddetta elegia dell'altare, da lui dedicata ad Eudemo (non si sa se il Ciprio o il Rodio) e relativa a un altare consacrato, come egli scrive, "alla veneranda Amicizia dell'uomo (Platone), che i cattivi non han diritto neanche di lodare». Diversamente dovettero andare le cose con Speusippo, successo al maestro nella direzione dell'Accademia, se nel medesimo anno ( 34^{8-7} ) A. e Senocrate lasciarono Atene e si ritirarono ad Asso, nella Troade. La città era allora sotto la signoria di Ermia, un eonuco che da cambiavalute era diventato principe di Atarneo, ma egli ne aveva affidata l'amministrazione agli accademici Erasto e Corisco di Scepsi, dei quali, ancor vivo Platone, aveva preso a seguire i consigli e l'insegnamento. A. si guadagnò subito l'amicizia di Ermia e ne sposò la nipote e figlia adottiva Piziade, dalla quale appunto gli nacque la Piziade, che doveva poi destinare a Nicanore. Ad Asso rimase 3 anni ed ebbe tra i suoi ascoltatori Teofrasto d'Eresso nella vicina Lesbo, e il nipote Callistene. Nel 345-344, si trasferi a Mitilene, donde, accettando l'invito di Filippo di Macedonia, che lo scelse precettore del tredicenne Alessandro, parti due anni dopo alla volta di Pella, in compagnia del nipote e forse anche di Teofrasto. Non è improbabile che la scelta fosse suggerita da Ermia, che con Filippo intratteneva segreti quanto pericolosi rapporti politici, i quali ne determinarono la rovina. Sospettato, infatti, dalla corte persiana, fu nel
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341 preso a tradimento e condotto a Susa, dove venne torturato e crocefisso. Sul patibolo volle si annunziasse ai suoi amici ch'egli non aveva commesso nulla d'indegno della filosofia. A. ne onorò la memoria con un cenotafio a Dclfi, per cui scrisse l'epigramma, e con il famoso inno alla Virtù. Alessandro fu sotto le cure di A. fino al 340 , anno in cui Filippo, partendo contro Bisanzio, gli confidò la reggenza del regno. Durante il triennio era stato insieme col maestro e i compagni più fidi nel pacifico ritiro di Mieza. Che cosa A. gl'insegnasse non sappiamo, ma, oltre che alla filosofia, dovette dar larga parte alla poesia e alla politica. Per lui sembra curasse un'edizione dell'Iliade, e a questo periodo andrà riportato il dialogo Sul regno e quello in 3 libri Sui pasti. Negli anni che seguirono, fino al 335, A. divise il suo soggiorno tra la corte e Stagira. Alla corte s'era legato di amicizia con Antipatro, futuru reggente, e n'ebbe la protezione fin oltre la morte. Le lettere che gli diresse assommavano a 9 libri, e a lui A. affidò l'esecuzione delle sue ultime volontà. Nel 335-334 A. tornò ad Atene. Piziade era morta, ed egli aveva tolta con sé una donna di Stagira, Erpillide, da cui ebbe il figlio Nicomaco. Ma della prima conservò cara la memoria, e nel testamento dispose che "le sue ossa venissero trasportate nel luogo dov'egli sarebbe stato sepolto, come era anche desiderio di lei ". L'Accademia era da 4 anni sotto la direzione di Senocrate, successo a Spcusippo morto nel 339. Rientrarvi per A. era impossibile : aveva già fatto troppo cammino e non avrebbe potuto insegnare che in una scuola propria. L'aprì nel recinto di Apollo Liceo, dandole la forma, come già l'Accademia, di un'associazione religiosa celebrante il culto delle Muse. In seguito essa ebbe anche un fondo e locali più adatti fuori la porta di Diocare. Dall'uso delle passeggiate coperte ( π ε ε dot{ε} π α τ o t ), dove gli scolari s'intrattenevano, già la scuola di Platone aveva avuto il nome di Peripato (Epicuro, Fr. 151; Filodemo, Ind. Acad. 6, 5; 7, 9). A quella di A. esso rimase per eccellenza, anche per l'appellativo di Peripatetici, con il quale i suoi frequentatori vennero designati per l'abitudine di ragionare passeggiando (cf. Epicuro, Fr. 423). Continuando l'uso accademico, gli scolari portavano tra loro il nome di "amici" e si riunivano in pasti e simposi comuni, pei quali lo stesso A. dettò le regole. Le ore del mattino erano dedicate alle discipline più difficili : nel pomeriggio A. parlava per un uditorio più ampio di retorica e di dialettica. Oltre A. insegnavano anche Teofrasto ed Eudemo di Rodi. Per quanto modellata sull'Accademia, la scuola d'A. fu cosa affatto nuova e diversa. Volta principalmente alla ricerca, essa ampliò enormemente il campo della propria attività, mettendo al posto che in quella era tenuto dalle matematiche, le scienze biologiche e storiche. Il lavoro che A., in collaborazione con i suoi scolari, fornì nei 13 anni che ancora visse, ha del prodigioso, e in molti punti ha sfidato i secoli. La protezione di Antipatro e di Alessandro gliene assicurò i mezzi, e fu solo in dipendenza dalla grande impresa d'Asia ch'egli poté conoscere esemplari della fauna e della flora di quelle lontane regioni. Quasi nulla sappiamo delle relazioni tra lui e il re durante questo periodo, a cui appartiene l'Alessandro o della Colonizzazione, ma egli non poteva certo approvare la politica di equiparazione dei Barbari con gli Elleni, da Alessandro sempre più accentuata in Asia, e assai acerba dovette riuscirgli nel 327 la notizia dell'uccisione di Callistene, che aveva seguito la spedizione come storico ufficiale. La posizione di A. in Atene era tuttavia dipendente dalla fortuna del suo discepolo. Quando

IJst. Kunsthist. Stat. Vicenst
Abistotele - Ritratto. Copia romana di originale greco (sec. iv). Vienna, Kunsthistorisches Museum.
questi nel 323 morì, il partito antimacedonico promosse contro di lui un processo d'empietà. Il capo principale dell'accusa, presentata da Demofilo, forse figlio dello storico Eforo, era costituito dall'inno ad Ermia. A. evitò il processo con la fuga, per non dare agli Ateniesi, come ebbe a dire, l'occasione di peccare un'altra volta contro la filosofia. Ritiratosi a Calcide nella casa materna, vi morì l'anno seguente, in età di 63 anni. A capo della scuola lasciò Teofrasto.
2. Orgist. - A 1000 assommavano i libri delle opere di A. catalogate nel sec. i a. C. da Andronico di Rodi. Resti dei suoi π i v α x ε ε; abbiamo in due fonti arabe (v. A.s. Op., vol. V e A. Baumstork, op. cit. in bibliografia, p. 61), da cui si ricavano ca. 100 titoli. A 200 si arriva aggiungendo un elenco pervenutoci nella duplice redazione di Diogene L. e della Vita Monagiana, che risale 2002 probabilmente ad Ermippo (ca. 200 a. C.) e per esso alla Biblioteca d'Alessandria. Con la Costituzione d'Atene, restituitaci da 2 papiri, e comprendendovi le opere apocrife, noi possediamo 47 opere per 162 libri. I frammenti e le testimonianze si riportano a poco più di 60 . Di quest'ultime alcune avevano forma dialogica e facevano parte delle opere da A. composte per la pubblicazione, che egli stesso cita sotto il nome di ε ξ ω τ ε ρ imath α mathrm{ol} o dot{ε} α δ ε δ ° μ ε dot{ε} ν 0 mathrm{I} 2.670 mathrm{I} (H. Bonitz, Index, p. 104 b, 44 sgg.), e gli antichi chiamavano appunto esoteriche. Ad esse si contrapponevano quelle destinate al solo uso della Scuola, dai commentatori dette acroamatiche, nelle quali, tolta la Costituzione d'Atene, rientrano tutte quelle a noi glunte. Ciò spiega, in contrasto col "flumen aureum orationis"di cui parla Cicerone (Acad., II, 119 : altri testi in Zeller, p. 111, 1), il loro stile spesso negletto, quasi sempre secco, a volte estremamente concentrato, e la rete dei rinvii interni, non tutti di prima mano (Bonitz, Index, p. 95 b sgg.). Del continuo lavoro di rimaneggiamento a cui, seguendo il progresso della riflessione e dell'insegnamento, esse erano sottoposte, testimoniano le aggiunte, le redazioni plurime, le interruzioni e lo stato fluido di certe parti. Ogni scolaro aveva, almeno per quello che lo riguardava, le sue copie, che, per tal modo, venivano a circolare anche fuori della Scuola, e,
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Abistotele - Volta di A. Particolare della Scuola d'Atene. Raffaello - Stanze Vaticane.
morto A., dovettero certo essere oggetto di commercio, al quale poté non essere estraneo lo stesso Liceo. Di ciò abbiamo un prezioso documento in un frammento di lettera di Epicuro, che nomina gli Analitici e le opere Sulla natura (v. Epicuri Ethica, ed. C. Diano, Firenze 1946, n. 165). I manoscritti personali di A., lasciati, a quanto narrano Strabone (XIII, I, 54) e Plutarco (Sull., 26), in eredità a Teofrasto, passarono, alla morte di costui, a Neleo di Scepsi, figlio di Corisco. I suoi eredi, nascostili in una cantina per non farli cadere nelle mani degli Attalidi di Pergamo, li vendettero più tardi, malconci dai vermi e dall'umidità, ad Apellicone di Teo, ufficiale di Mitridate. Silla, presa Atene (66), se ne impossessò e li portò a Roma. Andronico di Rodi, decimo scolarca del Liceo, avutene le copie da Tirannione, bibliotecario di Cicerone, se ne servì per la sua grande edizione, alla quale la nostra tradizione manoscritta rimonta. La storia è vera: falso è, da quanto i due autori precitati vi aggiungono, che, all'infuori di quelle, non esistessero nel mondo greco altre copie. La Biblioteca d'Alessandria le aveva (v. Zeller, p. 145 sgg.), le ebbe Eudemo nella sua scuola di Rodi (cf. Simplicio, Phys., ed. H. Diels, vol. II, Berlino 1895, p. 923, 10), né poteva non averle il Liceo, senza di che Andronico non avrebbe potuto darci il testo che noi possediamo. D'altra parte, tutta la filosofia posteriore ne presuppone la conoscenza diretta.
L'ordine delle opere a noi giunte risale in gran parte ad A. S'inizia coi libri di logica. Seguono: le opere di fisica, nella quale rientrano la psicologia e la biologia, quindi la metafisica, l'etica, la politica, la retorica e la poetica.
La Logica, dai posteriori detta Organon, comprende 5 opere, 10) Categorie, tra le opere più antiche d'A. per il contenuto: i capp. 10-15 (Postproedicamente) sono apocrifi; 2^{°} ) De interpretatione, posteriore, sembra, agli Analitici Primi, e la cui autenticità era messa in dubbio da Andronico; 3^{°} ) Analitici Primi, I-II, del 2^{°} periodo ateniese; 4^{°} ) Analitici Secondi, I-II : gran parte del I. I risale all'età accademica; 5^{°} ) Topici, I-IX: i libri II-VII risalgono al periodo accademico: il IX, che porta anche il titolo di Elenchî sofistici (cioè: Confutazioni delle argomentazioni sofistiche), e dove ricorre il nome di Corisco, è stato composto in Asso.
Le opere relative alla natura ( τ dot{α} π ε ρ i pó σ ε ω ς ) sono:
10) Fisica, I-VIII, risultante dall'unione di due opere da A. citate separatamente coi nomi di Della natura (I-IV) e Del movimento (V-VI, VIII: il VII già da Eudemo era considerato non facente parte dell'opera, cf. Simpl., Phys., II, 1036) : lo Jaeger ne riporta l'elaborazione, se non la redazione, all'età accademica, mentre colloca il VII nel 2^{°} periodo ateniese; 2^{°} ) De caelo, I-IV; 3^{°} ) De generatione et corruptione, I-II, composti ambedue nel periodo dell'insegnamento ad Asso; 4^{°} ) Meteorologici, I-IV; 5^{°} ) De mundo, apocrifo e posteriore a Posidomo.
Seguono per la psicologia: 1^{°} ) De anima, I-III (lo Jaeger fa risalire la materia del I. III all'età accademica, ma assai difficilmente a ragione), a cui tien dietro una serie di operette comprese sotto il nome di Parva naturalia: 2^{°} ) De sensu et sensibili; 3^{°} ) De memoria; 4^{°} ) De sommo; 5^{°} ) De somniti; 6^{°} ) De distuntione per somnum; 7^{°} ) De longitudine et brevitate vitae; 8^{°} ) De vita et morte, la cui prima parte porta anche il titolo di De inventute et senectute; 9^{°} ) De respiratione; 10^{°} ) De spiritu, che conosce la distinzione tra vene ed arterie ed è del III sec.
La biologia comprende: 1^{°} ) le Ricerche sugli animali ( π ε ρ i vè ζ dot{ζ} α le τ ε ρ i α 1 ), I-IX, di cui VII, VIII, 21-30 e IX son da considerare apocrifi : alcuni manoscritti dacau un i. X, che è almeno di una generazione posteriore ad A.; 2^{°} ) De partibus animalium, I-IV; 3^{°} ) De motu animalium; 4^{°} ) De inoxsin animalium; 5^{°} ) De generatioae animalium, I-V.
Segue un gruppo di opere apocrife : De coloribus (Teofrasto?); De audibilibus (Stratone?); Phyciognomica (forse del III sec. a. C.); De plantis, I-II (ritraduzione dal latino in greco di una traduzione araba di un testo dovuto forse a Nicola Damasceno); De mirabilibus auscultationibus (silloga di estratti da Teofrasto e da Timeo da Tauromenio); Mechanica (Stratone?); Problemi fisici (in 38 sezioni, compilazione tardiva su nuclei originariamente aristotelici); De lineis insecobilibus (da Simplicio attribuito a Teofrasto); De venturam situ (forse di Teofrasto); De Xenophone, Melisso et Gorgia (tardo per la forma, ma tratto da opere d'A.).
La Metafisica, in 14 libri, numerati A, α ( α É λ α τ τ o v ), B-N, ha costituito il più grosso problema della filologia aristotelica. Dopo gli studi del Brandis, del Bonitz e delle Schwegler, spetta a W. Jaeger il merito della soluzione. Tutti i libri A, α, Δ e K, 9-10, essa è costituita da parti di età diversa che A. uni provvisoriamente in attesa di una stesura definitiva. α ( = II), che già gli antichi attribuivano a Pasicle, nipote di Eudemo di Rodi, è l'appunto d'una lezione del maestro. Δ, che A. stesso che come opera a sé sotto il titolo Il ρ mathrm{l} тuò π 00 π χ ζ ζ, ed Esichio cataloga a parte, è un dizionario filosofico fatto per comodità della Scuola. K, 9-12 è una raccolta d'estratri da Phys. II, III, V, di mano d'uno scolaro. Anche a uno scolaro pare dovuto K, 1-8, parallelo a B, I', E, I, ma ne è più antico. A è, nella sua breve mole, "tutto un sistema di metafisica in nuce" (Jaeger), la cui composizione va posta nel periodo di Asso. Il cap. 8 e in esso il S 13 sono aggiunte posteriori al 330 . A B Γ E fan da introduzione al gruppo seguente Z H Θ, che tratta della sostanza e (Θ) della potenza e dell'atto. I tratta dell'uno e del sistema delle opposizioni. M, 1-9, 1086 a 2 r è una critica della dottrina delle idee e dei numeri ideali: il resto di M ed N costituiscono una redazione più antica sul medesimo soggetto, che a sua volta ripiglia A, 4. Cronologicamente, il nucleo più antico, nato dalle lezioni d'Asso e contemporaneo al De ideis e al De philosophia, dialogo in 3 libri, che è la prima esposizione fatta al pubblico del nuovo sistema, è costituito da A B K 1-8, A M 9, 1086 a 21 - N. Il più recente, dell'età del Liceo, è ZH Θ IM 1-9, 1086 a 21. Di mezzo stanno I' ed E I, che coi mutamenti di B sviluppa l'abbozzo di K 1-8. I capp. 2-4 di E fan da passaggio a Z e sgg.
Sull'etica abbiamo 4 opere: 1^{°} ) l'Ethica Nicomachea, I-X; 2^{°} ) l'Ethica Eudemia, I-VII (ma IV, V e VI sono identici a E. N., V, VI, VII); 3^{°} ) i Magna moralia, I-II, che, pur risalendo a lezioni d'A., sono posteriori alla sua morte; 4^{°} ) il trattatello De virtutibus et vitiis, al tutto spurio. Le prime due traggono il nome dall'essere state edite rispettivamente da Nicomaco, figlio d'A., e da Eudemo di Rodi. La seconda, che da molti critici del secolo scorso era considerata spuria e attribuita a quest'ultimo, è stata dal Jaeger
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(preceduto dal Kapp e dal v. der Muehll) definitivamente restituita ad A. e collocata nel periodo di Asso. La precede il Protreptico.
La Politica, I-VIII, è, come la Metafisica, un'opera composita. I libri IV, V e VI, formano un tutto a sé, che si differenzia dal resto sia nel metodo che nelle conclusioni. Composto, secondo lo Jaeger, nell'ultimo periodo ateniese, venne dallo stesso A. conglobato coi libri II-III e VII-VIII elaborati ad Asso. Nel medesimo periodo cadrebbe la composizione del libro I, introduzione all'opera. Spurio è l'Economica, che nella nostra raccolta vien dopo la Politica. Da due papiri ci è stata restituita nel 1891 la Costituzione d'Atene, che faceva da libro I alle IIs λ itzias, in cui venivano esaminate le costituzioni di 158 Stati.
Le ultime opere della raccolta sono: la Retorica, I-III (l'autenticità del III è stata dimostrata dal Diels), la cosiddetta Retorica ad Alessandro, che è opera di Anassimene di Lampsaco (ca. 340 a. C.), e la Poetica, originariamente in 2 libri, di cui ci è rimasto solo il I. Del II, in cui si trattava della commedia e della catarsi, abbiamo estratti nel Tractatus Cuiabnianus.
Delle opere essoteriche abbiamo frammenti di una certa estensione solo dell' Eudemo e del Protreptico, composti nel periodo accademico, e del De philosophia in 3 libri scritto ad Asso. L'Endemo e il De philosophia erano dei dialoghi del tipo a noi noto attraverso l'imitazione fattane da Cicerone, che dichiara di seguire «la maniera d'A. " (Ad Att., XIII, 19, 4). Il primo, che portava il sottotitolo Dell'anima, traeva nome dall'accademico Eudemo di Cipro, morto combattendo per Dione in Sicilia nel 354 : vi si trattava delimmortalità dell'anima. Il Protreptico, discorso epidittico, sul tipo di quelli d'Isocrate,